Skip to main content

Full text of "Benvenuto Rambaldi da Imola : illustrato nella vita e nelle opere e di lui commento latino sulla Divina Commedia de Dante Allighieri"

See other formats


Google 


This  is  a  digita]  copy  of  a  btx>k  ihal  was  preserved  l'or  general  ions  ori  library  shelves  before  il  was  carcl'ullv  scaimcd  by  Google  as  pari  of  a  project 

to  make  the  world's  books  discovcrable  online. 

Il  has  survived  long  enough  l'or  the  copyright  lo  espire  and  the  hook  to  enter  the  public  domain.  A  public  domain  hook  is  one  ihat  was  never  subjecl 

lo  copyright  or  whose  legai  copyright  lenii  has  expired.  Whether  a  book  is  in  the  public  domain  may  vary  country  lo  country.  Public  domain  books 

are  our  galeways  lo  the  past.  representing  a  weallh  ol'history.  culture  and  knowledge  ihat's  ol'ten  dillìcult  lo  discover. 

Marks.  notaiions  and  other  marginalia  present  in  the  originai  volume  will  appear  in  this  file  -  a  reminder  of  this  book's  long  journey  from  the 

publisher  lo  a  library  and  linally  lo  you. 

Usage  guidelines 

Google  is  proud  to  partner  with  libraries  lo  digili/e  public  domain  malerials  and  make  ihem  widely  accessible.  Public  domain  books  belong  to  the 
public  and  wc  are  merely  their  cuslodians.  Neverlheless.  this  work  is  expensive.  so  in  order  lo  keep  providing  this  resource.  we  bave  laken  steps  lo 
prevent  abuse  by  commercial  parlics.  nicliiJiiig  placmg  Icchnical  reslriclions  on  aulomated  querying. 
We  alsoasklhat  you: 

+  Make  non -commerciai  use  of  the  fi  Ics  Wc  designed  Google  Book  Search  for  use  by  individuai,  and  we  reunesl  that  you  use  these  files  for 
personal,  non -commerci  al  purposes. 

+  Refrain  from  au  tornateli  //iicrying  Dono!  send  aulomated  (.|ueries  ol'any  sorl  to  Google's  system:  II' you  are  conducting  research  on  machine 
translation.  optical  characler  recognilion  or  olher  areas  where  access  to  a  large  amounl  of  lexl  is  helpful.  please  contaci  us.  We  cncourage  the 
use  of  public  domain  malerials  l'or  illese  purposes  and  may  bc  able  to  help. 

+  Maintain  attribution  The  Google  "walermark"  you  see  on  each  lìle  is  essenlial  for  informing  people  aboul  ibis  project  and  hclping  them  lind 
additional  malerials  ihrough  Google  Book  Search.  Please  do  noi  remove  it. 

+  Keep  it  legai  Whatever  your  use.  remember  that  you  are  responsive  for  ensuring  ihat  whal  you  are  doing  is  legai.  Do  noi  assume  that  just 
because  we  believe  a  book  is  in  the  public  domain  for  users  in  ihc  Uniteci  Siatcs.  ihat  ihc  work  is  also  in  the  public  domain  for  users  in  other 

counlries.  Whelhcr  a  book  is  siili  in  copyright  varics  from  country  lo  country,  and  wc  can'l  offer  guidancc  on  whclhcr  any  specilìc  use  of 
any  spccilic  book  is  allowed.  Please  do  noi  assume  ihal  a  book's  appearance  in  Google  Book  Search  means  it  can  be  used  in  any  manner 
anywhere  in  the  world.  Copyrighl  iiifriiigcmenl  liability  can  bc  quite  severe. 

About  Google  Book  Search 

Google 's  mission  is  lo  organize  the  world's  information  and  to  make  it  uni  versiti  ly  accessible  and  useful.  Google  Book  Search  helps  readers 
discovcr  ihc  world's  books  wlulc  liclpmg  aulliors  and  publishcrs  rcach  new  audicnecs.  You  cari  scardi  ihrough  the  full  lexl  ol'lhis  book  un  the  web 
al|_-.:.  :.-.-::  /  /  books  .  qooqle  .  com/| 


Google 


Informazioni  su  questo  libro 


Si  tratta  della  copia  di Liliale  di  lui  libro  clic  per  gcncraz ioni  e  sialo  conservala  negli  scalTali  di  Lina  biblioteca  prima  di  essere  digitalizzalo  da  Google 

nell'ambito  del  progetto  volto  a  rendere  disponibili  online  i  libri  di  tulio  il  mondo. 

Ila  sopravvissuto  abbaslan/a  per  non  essere  più  proietto  dai  diritti  di  copyright  e  diventare  di  pubblico  dominio.  Un  libro  di  pubblico  dominio  ò 

un  libro  che  non  è  mai  stato  protetto  dal  copyright  o  i  cui  termini  legali  di  copyright  sono  scaduti.  La  classi  lìcazionc  di  un  libro  come  di  pubblico 

dominio  può  variare  da  paese  a  paese.  I  libri  di  pubblico  dominio  sono  l'anello  di  congiuri/ione  con  il  passalo,  rappresentano  un  patrimonio  storico. 

culturale  e  di  conoscenza  spesso  diflìcile  da  scoprire. 

Commenti,  note  e  altre  annotazioni  a  margine  presemi  nel  volume  originale  compariranno  in  questo  lìle.  come  testimonianza  del  lungo  viaggio 

percorso  dal  libro,  dall'editore  originale  alla  biblioteca,  per  giungere  lino  a  te. 

Linee  guide  per  l'utilizzo 

Google  è  orgoglioso  di  essere  il  partner  delle  biblioteche  per  digitalizzare  i  materiali  di  pubblico  dominio  e  renderli  universalmente  disponibili. 
I  libri  di  pubblico  dominio  appartengono  al  pubblico  e  noi  ne  siamo  solamente  i  custodi.  Tuttavia  questo  lavoro  è  oneroso,  pertanto,  per  poter 
continuare  ad  offrire  questo  servizio  abbiamo  preso  alcune  iniziative  per  impedire  l'utilizzo  illecito  da  parte  di  soggetti  commerciali,  compresa 
l'imposizione  di  restrizioni  sull'invio  di  query  automatizzate. 
Inoltre  ti  chiediamo  di: 

+  Non  fare  un  uso  commerciale  di  questi  fi/e  Abbiamo  concepito  Google  Ricerca  Libri  per  l'uso  da  parie  dei  singoli  utenti  privati  e  li  chiediamo 
di  utilizzare  questi  lìle  per  uso  personale  e  non  a  lini  commerciali. 

+  Non  inviare  queiy  automatizzale  Non  inviare  a  Google  query  automatizzate  di  alcun  tipo.  Se  stai  effettuando  delle  ricerche  nel  campo  della 
traduzione  automatica,  del  riconoscimento  ottico  dei  caratteri  (OCR)  o  in  altri  campi  dove  necessiti  di  utilizzare  grandi  quantità  di  testo,  ti 

invitiamo  a  conlallarei.  Incoraggiamo  l'uso  dei  materiali  di  pubblico  dominio  per  questi  scopi  e  potremmo  esserti  di  aiuto. 

+  Conserva  la  fili  gran  a  La  "iìtignuni'  (walermark)  di  Google  che  compare  in  ciascun  lìle  è  essenziale  per  informare  gli  utenti  su  questo  progetto 
e  aiutarli  a  trovare  materiali  aggiuntivi  trainile  Google  Ricerca  Libri.  Non  rimuoverla. 

+  Fanne  un  uso  legale  Indipendentemente  dall'utilizzo  che  ne  farai,  ricordali  che  è  tua  responsabilità  accertali  di  farne  un  uso  legale.  Non 
dare  per  scontato  che.  poiché  un  libro  è  di  pubblico  dominio  per  gli  utenti  degli  Stali  Uniii.  sia  di  pubblico  dominio  anche  per  gli  utenti  di 
altri  paesi.  I  criteri  che  stabiliscono  se  un  libro  è  proietto  da  copyright  variano  da  Paese  a  Paese  e  non  possiamo  offrire  indicazioni  se  un 
determinato  uso  del  libro  ò  consentito.  Non  dare  per  scontato  che  poiché  un  libro  compare  in  Google  Ricerca  Libri  ciò  significhi  che  può 
essere  utilizzato  in  qualsiasi  modo  e  in  qualsiasi  Paese  del  mondo.  Le  sanzioni  per  le  violazioni  del  copyright  possono  essere  mollo  severe. 

Informazioni  su  Google  Ricerca  Libri 

La  missione  di  Google  è  organizzare  le  informazioni  a  livello  mondiale  e  renderle  universalnicnle  accessibili  e  fruibili.  Google  Ricerca  Libri  amia 
i  lettori  a  scoprirci  libri  di  tulio  il  mondo  e  consci  ile  ad  aulon  ed  ed  i  lori  di  filili  lumiere  un  pubblico  più  ampio.  Puoi  effettuare  una  ricerca  sul  Web 
nell'intero  testo  di  questo  libro  da|.-.:.:.  .-:  /    .;::::-..-:::  .-[le.  comi 


J7.  ^.  // 


.# 


: 


COMMENTO 


SULLA  DIVINA  COMMEDIA  DI  DANTE  ALLIGHIEM. 


VOLUME  PRIMO 


Proprietà  Letteraria. 


BEIN  V  MUTO  R  AMBALDI 

DA  IMOLA 

ILLUSTRATO  NELLA  VITA  E  NELLE  OPERE 

F.  DI  LI! 

COMMENTO  LATINO 

SULLA  DIVINA  COMMEDIA  DI  DANTE  ALLIGHIERI 

VOLTATO   IN   ITALIANO 

DALL'  AVVOCATO  GIOVANNI  TAMBURINI 


VOLUME  PRIMO 


IMOLA, 

DALLA  TIPOGRAFIA  GALEATI 


1855. 


'4\ 

Ìfc2<,Jl)MW2  £f 

<W  OF  liArUl»   ^ 


I 


INTORNO 


ALLA  VITA  ED  OPERE 


DI 


BENVENUTO  RAMBALDI. 


0  Italia,  a  cor  ti  stia 

Fare  ai  passati  onor;  che  d'altri  tali 

Oggi  vedove  son  le  tue  contrade , 

Né  v*è  chi  d'onorar  ti  si  convegna. 

Volgiti  indietro,  e  guarda,  o  Patria  mia. 

Quella  schiera  infinita  d'immortali, 

E  piangi  e  di  te  stessa  ti  disdegna , 

Che  senza  sdegno  ornai  la  doglia  è  stolta. 

Volgiti  e  ti  vergogna, e  ti  riscuoti, 

E  ti  punga  una  volta 

Penwer  degli  Avi  nostri,  e  de' Nipoti. 


LEOPARDI 

sul  Monumento  di  Dante 


Scorrendo  e  meditando  le  storie  si  arriva  alla 
scoperta  di  un  vero  funesto  ,  che  il  Genere  umano 
il  più  delle  volte  sia  stato  ingiusto  verso  gli  uomini 
sommi.  E  penserei,  che  nel  senso  molesto  di  umi- 
liazione troyar  si  dovesse  il  motivo,  imperocché 
tutto  ciò  eh9  è  grande  tormenta  la  gelosa  umana 
debolezza.  Ma  il  tempo  e  la  morte  talvolta  sovven- 
gono di  un  rimedio ,  se  la  posterità  nel  volger  degli 
anni  spenga  la  invidia  e  finalmente  convinta ,  anzi 
persuasa  pronunci  sentenza  riparatrice,  e  senza  a- 
dulazione  e  riguardi,  offra  utile  lezione  alle  città,, 
agli  stati ,  al  genere  umano.  Trovai  nelle  patrie  sto- 
rie, che  quel  vero  funesto  pesava  sulla  memoria  di 
un  sommo  Imolese ,  del  primo  erudito  filosofo  del 
secolo  XIV ,  di  Benvenuto  Rambaldi  ;  e  meschino 
qual  sono  tentai  di  rompergli  V indegno  destino  met- 


11  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

tendo  sotto  gli  occhi  de' moderni,  la  vita  e  le  opere 
di  Lui  nella  lusinga  di  condurli  ad  armonizzare  co' 
miei  sentimenti.  Lungo,  e  faticoso  pensiero!  ma  es- 
sendomi durati  volere, e  salute,  oggi  posso  compia- 
cermi di  avere  aggiunta  la  fine.  Il  patrio  decoro  e 
la  speranza  di  volgere  gli  studi  della  gioventù  ad  uno 
scopo  migliore  mi  hanno  sin  qui  rincuorato,  e  sor- 
retto. 

Benvenuto  Rambaldi  nacque  in  Imola  città  dello 
Stato  Pontificio  nel  1306. Parla  esso  così  della  sua  pa- 
tria. (Commento  al  Canto  28  dell'Inferno  di  Dante) 
—  Imola  fu  nomata  Foro  di  Cornelio  perchè  si  fon- 
»  dò  da  Cornelio  della  famiglia  di  tal  nome,  e  dalla 
»  quale  trassero  origine  i  famosissimi  Scipioni.  Nella 
»  cosmografia  di  Augusto  si  enumera  fra  le  città  fa- 
»  mose  a  testimonianza  di  Alberto  Magno:  città  che 
»  quantunque  piccola ,  spesse  volte  produsse  grandi, 
»  e  nobili  ingegni.  Ma  parlando  di  patria  farei  so- 
»  spettare  di  troppo  amore,  e  mi  servirò  invece  delle 
»  parole  del  Maestro  delle  leggende.  Sono  gì1 1  mole  si 
»  acuti  d'ingegno,  eloquenti  nel  dire ,  valorosi  nel- 
»  Tarmi,  per  lo  più  audaci-  Professano  fede  catto- 
»  lica.  Si  nomò  Imola  dall'  immolare  dopo  convertita 
*  alla  fede  di  Cristo ,  che  imolo  è  greca  parola  di 
»  cui  faeciam  uso  pregando  a  Dio,  e  ne1  giorni  pon- 
»  tifìcali —  Campagne  fertili,  ed  aria  salubre  ne  for- 
mano il  pregio.  Dalla  parte  d'oriente,  e  mezzodì  è 


DI  BENVENUTO  RAMBALD1  III 

bagnata  dal  Vatreno  o  Sanierno.  Ora  è  capace  den- 
tro le  mura  di  nove  mila  abitanti. 

Il  padre  di  Benvenuto  (Comm.  al  C.  XVI  del  Pa- 
radiso) fu  soprannomato — Magna  Compagno— ma 
fa  de9  Rambaldi ,  al  qual  casato  pertenne ,  e  mandò 
il  figlio  a  Bologna,  perchè  alle  scienze  ed  alle  arti 
attendesse.  Ma  nei  dieci  anni  di  studio  in  quel  luogo 
il  giovanetto  pose  anzi  tutto  le  cure  nelle  storie ,  e 
tanto  in  esse  avanzò ,  che  Niccolò  II  d' Este  gli  com- 
mise il  Compendio  storico  delle  vite  de9 Cesari,  quali 
da  Giulio  Cesare  insino  a  Wenceslao  compendiò , 
dedicando  quella  fatica  al  principe  che  ne  lo  aveva 
richiesto.  Si  vide  per  le  stampe  pubblicato  sotto  del 
titolo — Famosissimi  Oratoris  Historiographi  et  Poe- 
»t&  Benvenuti  de  Rambaldis  Libellus  qui  Augusta- 
»  lis  dicitur  continens  sub  compendio  brevem  de- 
li scriptionem  Àugustorum  usque  ad  tempussuum.— 
Libretto  molto  pregiato ,  se  queir  Enea  Silvio  Picco- 
lomini,  poscia  Papa  Pio  II  non  isdegnò  proseguirlo, 
aggiungendo  le  vite  di  altri  quattro  Imperatori. 

Lo  stesso  Benvenuto  (nel  Commento  al  Canto  XV 
del  Paradiso)  avvisa  che  il  proprio  genitore  —  din 
»  legit  tara  laudabili  ter  quam  utiliter  iuxta  domum 
»  habitationis  domina  Cianghelke—Ed  era  costei  una 
fiorentina  maritata  in  Imola  a  Lito  degli  Alidosi,  fra- 
tello dell'altro  Alidosi,  che  tolse  Imola  ai  Bolognesi. 
L'apostolo  Zeno  assicura,  che  nel  1350 corse  a  Roma 


IV  -  INTORNO  ALIA  VITA  ED  OPERE 

pel  Giubileo.  Questo  è  il  tutto  de' particolari  della 
gioventù  del  Rambaldi. 

Strinse  poi  amicizia  caldissima  coi  due  fulgi- 
dissimi astri  di  quella  età ,  dico  Petrarca  e  Boccac- 
cio, coi  quali  sempre  poi  mantenne  commercio  di 
studi  e  di  lettere  dimestichevoli.  Il  perchè  lo  stesso 
Petrarca  nella  undecima  delle  Senili  pone  V  indi- 
rizzo —  ad  Benvenutum  Rhetorem  Imolensem  de  Poe- 
tis  —  Cui  esso  risponde ,  che  spedirà  alcune  note,  o 
commenti  per  chiarire  le  Egloghe  dello  stesso  Pe- 
trarca ,  note  scritte  ad  incitamento  del  Boccaccio,  e 
date  in  luce  in  Venezia  per  Simone  Bevilacqua  Pa- 
vese nel  1563  con  in  fronte  —Bucolicum  Carmen 
in  duodecim  Eglogas  distinctum  cum  Commentario 
Benvenuti  viri  clarissimi  —  In  altra  lettera  avvisa  del 
pensiero  d'illustrare  pur  anche  le  Pastorali  del  Boc- 
caccio ,  ma  s'ignora,  se  lo  facesse  giammai.  Le  note 
hanno  il  pregio  singolare  di  svelare  i  soggetti  na- 
scosti sotto  ai  finti  nomi  pastorali  ;  e  non  era  facile 
sotto  il  nome  di  Niobe  sospettare,  che  il  Petrarca  a- 
vesse  inteso  significare,  dove  Laura  ebbe  tomba.  Il 
chiarissimo  Perticari  nel  volgarizzare  la  sesta  pro- 
dusse passo  passo  le  chiose  del  Benvenuto,  con  che 
mostrò  in  qual  conto  tenesse  le  fatiche  delPImolese. 

Ne9 suoi  faticosi  studi  ebbe  sottocchio  —  I  detti 
e  fatti  memorabili  di  Valerio  Massimo  —  malamente 
a  parer  suo  commentati  dal  filosofo  Dionigi ,  e  ne 


DI  BENVENUTO  RAMBALD1  V 

concepì  tanto  sdegno ,  che  si  pose  ad  illustrare  Va- 
lerio, e  scrisse  opera  colla  quale  chiarì  Valerio,  e  nel 
tempo  stesso  confutò  gli  errori  di  'Dionigi.  Il  com- 
mento ,  per  quanto  io  mi  sappia,  non  venne  mai  alla 
luce  per  le  stampe ,  ed  il  codice  che  lo  contiene  fu 
trovato  nella  Biblioteca  Comunale  imolese  nel  1851, 
composto  di  282  pagine  in  foglio  ben  conservato , 
a  piedi  del  quale  si  legge  in  caratteri  de9  primi  anni 
del  secolo  XV  —  Libri  novem  Valerti  Maximi  dieta- 
»  rum  memorabiliwm  et  factorwm  recollecti  Magistri 
»  Benvenuti  de  Imola  —  Ma  non  saprei  ben  dire,  se 
per  ignoranza  o  malvagità  siano  state  rotte  le  pri- 
me pagine ,  che  contengono  la  illustrazione  al  pro- 
logo ,  e  metà  del  commento  al  capitolo  —  De  cultu 
Deorum  —  La  grave  jattura  non  toglie  però  che  il 
libro  anche  in  tal  maniera  guasto  e  mutilato,  debba 
aversi  per  raro  monumento  di  patrio  decoro,  impe- 
rocché ad  ogni  detto ,  o  fatto  di  Valerio  si  legge  uno 
speciale  e  rispettivo  commento  senza  legame  fra 
loro.  Così  accresce  il  pregio  della  collezione  degli 
Scrittori  imolesi ,  che  il  Conte  Giovanni  Codronchi 
Àrgeli  per  tutta  la  sua  vita  cercò  e  scopri,  e  della 
quale,  con  larghezza  d'animo  unitamente  a  pre- 
gevoli medaglie ,  ha ,  son  pochi  anni,  fatto  dono  alla 
Patria ,  che  nella  Comunale  Biblioteca  gelosamente 
la  conserva. 

Anche  nella  Comunale  Biblioteca  ferrarese  e- 


VI  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

siste  un  codice  fra  la  collezione  degli  esteri  N.  60 
nel  quale  si  legge  il  commento  alla  Farsaglia  di  Lu- 
cano ,  e  del  quale  parla  lo  Zaccaria  nelP  — /ferita- 
licum  —  Il  codice  si  compone  di  141  carte  in  foglio 
e  termina  così  —  e ocp&ci wu  expositiones  secmdum 
»  Benvenutum  super  Pharsaliam  Lucani  compilatas 

»  anno  1&86 In  mezzo  per  altro  a  tante  fatiche 

di  studi  mostrò  mai  sempre  un  vivo  trasporto  per 
Dante ,  e  non  è  inverosimile,  che  visitasse  lo  stesso 
Àllighierì  in  Ravenna  negli  ultimi  momenti  di  vita, 
egli  giovanissimo  di  15  in  16  anni,  e  da  queir  esule 
venerando  fosse  incuorato  agli  studi  della  Divina 
Commedia.  Ed  appena  seppe,  che  l'amicissimo  Boc- 
caccio leggeva  in  Fiorenza  la  prima  Cantica  di  Dante, 
vi  corse  a  tutta  lena ,  e  lo  chiamò  —  diligentissimo 
cultore  del  gran  Poeta — bocca  aurea  —  venerando 
suo  Maestro ,  quantunque  nato  dopo  di  lui.  Le  udite 
lezioni  gli  avran  cresciuto  V  animo  di  metter  mano 
al  lavoro  che  meditava. 

Il  trasporto  per  Dante,  il  nome  acquistato,  la 
stretta  famigliarità  coi  primi  eruditi  filosofi  del  se- 
colo, mossero  la  città  di  Bologna,  smaniosa  di  e- 
mulare  Fiorenza  a  chiamare  Benvenuto,  perchè 
leggesse  Dante  dalla  Cattedra  dell*  Università.  Fu 
tale  il  concorso  degli  uditori ,  che  non  bastarono  le 
aule  più  capaci ,  e  spesso  fu  forza  che  parlasse  nelle 
pubbliche  piazze.  Lo  straordinario  concorso  era  vo- 


DI  BENVENUTO  RAM  BALDI  VII 

luto  dai  tempi  che  correvano ,  oltre  la  celebrità  di 
chi  leggeva  ;  imperocché  Dante  morto  da  poco  tempo 
aveva  co9 suoi  carmi  mantenute  le  passioni  bollenti, 
ed  in  Bologna  erano  le  stesse  fazioni  che  in  Fio- 
renza: il  governo  della  città  licenzioso:  il  popolo  ad 
ogni  moto  concitabile  :  eredità  di  oltraggi  e  di  ven- 
dette :  la  fama  o  la  infamia  degli  avi  e  nipoti  perpe- 
tuata nel  Poema  che  si  leggeva.  Anche  adesso ,  tolti 
gl'interessi  individuali,  di  famiglia,  di  patria,  di 
fazioni ,  e  scorsi  già  cinque  secoli ,  la  lettura  di  Dante 
imprime  terrore.  Aveva  V  Allighieri  profondamente 
meditato  sulla  Bibbia:  aveva  da  lei  tolta  la  forma 
delle  visioni,  forma  a  quei  tempi  la  più  efficace,  pò* 
polare  e  quasi  religiosa  pel  timore  del  finimondo; 
forma  resa  italiana,  chiamata  dantesca  equivalente 
a  sublime  e  che  mette  e  metterà  forse  in  avvenire 
la  disperazione  di  aggiungerla. 

Dieci  anni  durarono  le  lezioni  universitarie,  e 
certamente  fino  al  1376,  njentre  abbiamo  dal  Ti- 
raboschi,  che  Benvenuto  in  detto  anno  avvisasse  il 
Cardinal  Legato  di  un  grave  disordine  universitario. 
Da  questa  lettura  ebbe  origine  il  più  ampio  com- 
mento della  intera  Divina  Commedia ,  primo  che 
fosse  compiuto,  giacché  il  Boccaccio  non  lesse  in 
Fiorenza  che  parte  della  prima  Cantica  dell'Inferno. 
Ad  eccitamento  poi  del  Petrarca  ridusse  a  commen- 
tario le  stesse  lezioni ,  come  n&  accerta  Benvenuto 


Vili  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

nella  risposta  alla  undecima  delle  Senili  così— Scias 
»  me  anno  prceterito  extremam  manum  Commentario 
»  meis  in  Dantemprceceptorem  meum  imposuÌ8$e:mit- 
»  tam  libi,  ut  fidelem  fuero  nactus  ntmcium.  —  E  qui 
sorge  spontaneo  il  ggave  riflesso,  che  il  Petrarca , 
tanto  geloso  dell'altrui  fama,  eccitasse  Benvenuto 
al  Commento ,  e  questi  sottoponesse  il  difficile  la- 
voro al  Petrarca  medesimo  giudice  rigido  e  severo , 
il  quale  ritenne  il  solo  Benvenuto  capace  di  compir- 
lo !  Ecco  V origine  di  quel  Commento,  che  Niccolò  II 
d'Este  magnanimo  proteggitele  de' lette  rati  ricercò 
dal  Benvenuto ,  e  che  manoscritto  si  conserva  con 
tanto  amore  e  quasi  venerazione  nella  Estense  Bi- 
blioteca. 

Per  aver  parte  in  quel  tesoro  chiese  ed  ottenne 
un  esemplare  nel  1473  la  Biblioteca  Ambrosiana; 
altro  n'  ebbe  la  Laurenziana:  due  la  Barberiniana 
l'uno  intero,  V altro  della  sola  terza  Cantica:  uno 
Ravenna  ma  soltanto  creila  Cantica  delP  Inferno.  Il 
commento  però,  quantunque  avesse  levato. un  grido 
universale ,  insino  a9  nostri  giorni  non  ebbe  la  in- 
tera pubblicazione  per  le  stampe.  I  critici  per  altro 
e  gli  eruditi  ad  una  voce  consentirono  e  consentono, 
che  Benvenuto  fosse  il  primo  illustratore  della  Com- 
media Dantesca,  e  meglio, di  ogni  altro  avesse  sa- 
puto entrovedere  nella  mente  dell' Allighieri. Ipo- 
steri di  fatto  tolsero  tutto  da  Benvenuto ,  ed  appro- 


DI  BENVENUTO  RAMBALDI  IX 

priandosi  le  di  lui  fatiche ,  si  vergognarono  poi  di 
confessarlo.  Ingratamente  tacendo ,  nulla  di  nuovo 
aggiunsero  negP  innumerevoli  commenti  che  veri- 
ner  di  poi.  E  questa  verità  di  confronto.  Il  celebre 
Muratori  nelle  Antichità  d' Italia  è  il  solo  che  a  viso 
scoperto  abbia  falt'uso  del  Commento  del  Rambaldi, 
e  gran  parte  ne  abbia  pubblicato  per  le  stampe , 
confessando  avergli  il  Commento  stesso  molto  gio- 
vato per  costumi  antichi  e  storie  locali ,  e  che  da 
pochi  altri  scrittori  aveva  potuto  ritrarre  maggior 
vantaggio  nella  sua  laboriosissima  raccolta  delle 
Antichità  italiane. 

Quasi  un  secolo  dopo  sortì  per  le  stampe  altro 
commento  di  Dante ,  ma  in  lingua  italiana  edito  nel 
1477  per  Vendelino  da  Spira  di  Venezia  e  tosto  corse 
voce  che  fosse  opera  di  Benvenuto,  tanto  che  ne' 
primordi  del  Vocabolario  della  Crusca  gli  accade- 
mici ,  correndo  dietro  ciecamente  alle  credenze  dei 
più,  di  molto  se  ne  valsero.  Ma  in  seguito, cresciuti 
P amore  e  la  sottilità  del  critico  giudizio,  insorse 
dubbiezza,  che  il  commento  suddetto  non  fosse  al- 
trimenti di  Benvenuto ,  ma  invece  di  certo  Jacopo 
della  Lana ,  oppure  di  un  anonimo  che  avesse  espi- 
lata la  eredità  del  Rambaldi,  aggiungendo  del  prò- 

«  

prio  molti  errori,  de'quali  Benvenuto,  e  per  morali 
principii ,  e  per  là  somma  erudizione,  e  perla  molta 
filosofia  splendienti  in  tutte  le  opere  che  lasciò  non 


X  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

si  sarebbe  potuto  incolpare.  Ogni  dubbiezza  poi  sva- 
nisce solchè  si  confronti  l'edizione  di  Spira  col  co- 
dice Estense ,  dal  che  per  forza  convien  dedursi  l'u- 
no essere  tutt' altra  cosa  dell'altro. 

Se  in  tanto  contrasto  di  opinioni  potesse  avere 
qualche  peso  la  mia ,  direi,  che  in  ogni  tempo  si 
tenne  per  autore  Colui  che  vedevasi  firmato  nell'o- 
pera ,  e  più  certamente  se  niun  contemporaneo  o 
postero ,  o  critico  dopo  lungo  tempo  non  reclamò 
di  furto  o  di  plagio.  Non  lasciò  Benvenuto  me- 
moria alcuna  di  avere  scrìtto  Commento  diverso 
sopra  l' Allighieri ,  di  quello  in  fuori  in  lingua  la- 
tina che  si  conserva  nella  Estense  Biblioteca.  AlP  in- 
contro dell'  indicato  commento  in  lingua  volgare 
si  avvisa  per  autore  —  Cristofaro  BerarcU  di  Pesaro  — 
il  quale  nella  edizione  del  Yendelino  confessa  bensì 
d'essersi  giovato  delle  fatiche  dell' Iroolese  inter- 
pretando il  testo  dell'Allighi  eri,  ma  non  pertanto 
aver  egli  data  opera ,  ed  essersi  facto  indegno  corre- 
dorè  di  Dante*  Leggiamo  altrettanto  nel  sonetto  in 
fine  dell'  edizione  —  Finita  e  lopra  de  l  inclito  e  divo 
Dante  Meghieri  fiorentin  poeta  —  La  cui  anima  san- 
età  alberga  lieta  —  Nel  del  seren  ove  sempre  il  fia 
vivo  —  D  Imola  Benvenuto  mai  fia  privo  —  D  etema 
fama  che  sua  mansueta  —  Lira  opero  commentando  il 
poeta  —  Per  cui  il  teocto  a  noi  e  intellectivo  —  Confes- 
sione ingenua  è  questa  del  Berardi  di  avere  fatt'uso 


DI  BENVENUTO  RAM  BALDI  XI 

anche  del  Commento  di  Benvenuto,  ma  che  il  pro- 
prio è  tutt' altra  cosa.  —  Cristo  fai  Berardi  Pisaurense 
detti  —  Opera  e  facto  indegno  correctore — Per  quanto 
intesi  di  quella  i  subbietti  —  Di  Spiera  Vendelin  fu  il 
stampatore  —  Del  mille  quattrocento  settata  setti  — 
Correvan  gli  anni  del  nostro  Signore. 

Nella  dedica  a  Can  Grande  della  Scala  Dante 
scriveva  :  —  A  maggiore  evidenza  di  quanto  sarò  per 
»  dire  è  a  sapersi ,  che  il  senso  di  quest'  opera  non 
»  è  semplice ,  anzi  può  dirsi  di  più  sensi.  Il  primo 
»  senso  è  quello  che  risulta  dalla  lettera;  il  secondo 
»  ricavasi  dalla  cosa  significata  per  la  lettera*  Let- 
»  terale  dicesi  l'uno,  allegorico  P altro.  Il subbietto 
»  di  tutta  r opera  considerato  letteralmente  è  lo  stato 
»  delle  anime  dopo  la  morte  neir  assoluta  significa* 
»  zione  del  vocabolo,  appunto  perchè  P intero pro- 
»  cesso  delP  opera  concerne  quello  e  tutto  ciò  che 

*  lo  riguarda.  Ove  si  consideri  dal  lato  allegorico , 

*  il  soggetto  del  libro  è  P  uomo  secondo  che  meri- 
»  tando  o  demeritando  in  virtù  del  libero  arbitrio 
»  sia  disposto  a  ricevere  il  premio  o  la  punizione 
»  della  giustizia  divina.  —  Dietro  la  quale  apertissi- 
ma manifestazione  delP  Allighieri ,  la  maggiore  dif- 
ficoltà del  commentatore  consisteva  nello  scoprire 
il  vero  senso  allegorico  ;  e  Benvenuto  se  ne  aprì 
e  facilitò  la  strada  corredando  la  lettera  colla  storia , 
mitologia,  notizie  individuali,  locali,  e  patrie.  In 


XII  INTORNO  ALLA  VITA  £0  OPERE 

tal  modo  rese  facili  e  piani  i  più  diffìcili  ed  intricati 
passi  della  Commedia ,  e  nel  tempo  stesso ,  unendo 
il  diletto  air  istruzione ,  offre  agli  studiosi  un  mezzo 
d'erudirsi  senza  la  minima  fatica.  A  svelare  poi  il 
senso  allegorico  molto  giovarono  a  Benvenuto  e  la 
quasi  contemporaneità  coirAUighieri,  e  la  profonda 
meditazione  sulla  politica  de9  tempi  danteschi ,  e 
specialmente  Pavere  percorsi  gli  stessi  studi  del 
Commentato.  E  Dante  nel  sacro  Poema  aveva  in- 
nestato tutto  che  di  scienza  sacra  e  profana  sapevasi 
a  suoi  dì,  svolgendo  le  più  alte  e  sottili  quistioni 
filosofiche  e  teologiche.  Ebbe  anche  senno  divina- 
tore se  discorse  degli  antipodi  prima  assai  di  Colom- 
bo e  Vespuccio:  se  prefigurò  il  sistema  dell'attra- 
zione qualche  secolo  prima  di  Newton.  Se  affermò 
che  tutti  i  gravi  traggono  al  centro  :  se  insegnò  la 
formazione  delP iride,  del  fulmine,  dell' ecclisse, 
del  flusso  e  riflusso  del  mare,  dell'alone, delle  stelle 
cadenti ,  della  via  lattea ,  o  galassia ,  del  suono  de- 
gl' istrumenti ,  dell'origine  dei  fiumi,  e  tante  altre 
dottrine,  od  ipotesi  che  passarono  famose  nelle  scuole 
e  si  elevarono  a  sistemi,  (molti  facendosi  belli  di 
essi)  collo  svolgere  de' secoli.  Il  Commento  di  Ben- 
venuto  a  tante  divinazioni  dell' Allighieri,  quando 
consuoni  colle  posteriori  scoperte ,  assicura  nel 
Commentatore,  una  mente  armonica  con  Dante, e 
col  di  più  che  essendo  della  natura  dell'estro  poetico 


DI  BENVENUTO  RAMBALD!  XIII 

spingere  chi  n'  è  invaso  ad  ardite  divinatrici  espres- 
sioni, air  opposto  il  Commentatore  non  può  essere 
agitato  dal  poetico  fuoco,  ma  con  fredda  ragione 
deve  spiegare  quelle  azzardate  espressioni  divina- 
trici. Arriva  infine  a  persuaderci,  che  l'ÀUighieri 
nella  grand9  opera  ebbe  il  solo  nobilissimo  scopo  y 
di  volgere  al  bene  la  Nazione  in  cui  era  nato.  Egli 
fu  il  primo  fattore  dei  tre  perfezionamenti  — econo- 
mico —  morale  —  politico.  Ad  ottenere  lo  scopo 
suo  signoreggiando  le  passioni  allora  predominanti 
intraprese  il  gran  viaggio  pei  tre  regni ,  e  si  servì 
di  esso  a  palesare  i  passati,  i  presenti  ed  i  futuri 
destini  della  umanità. 

V  ardore  d'indipendenza  mise  le  armi  in  mano 
degl'Italiani,  ma  produsse  effetto  contrario  ai  desi- 
deri! di  quel  secolo ,  imperocché  ogni  città  rivale 
delP  altre  affidò  la  propria  difesa  al  più  potente;  ma 
costui  una  volta  in  possesso  della  forza  ricusò  di 
spogliarsene ,  e  bisognò,  che  un  altro  più  potente  di 
lui  ve  lo  astringesse.  Così  spesse  volte  una  sola  città 
ebbe  due  padroni  contemporanei ,  e  non  sapendo  a 
quale  dei  due  obbedire,  si  divise  in  fazioni,  donde 
i  Bianchi  e  Neri ,  Guelfi  e  Ghibellini ,  i  quali  nelle 
guerre  civili,  mostrarono  misto  a  violenza  feroce 
un  ammirabil  eroismo.  Dante  pertanto  voleva  tem- 
perare quel  disordinato  ardore  italiano  e  volgerlo 
al  grande  suo  scopo;  nell'Inferno  quindi  ci  dipinge 


XIV  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

la  natura  umana  di  que'  (empi  violenta  ma  eroica. 
Nel  Purgatorio  air  incontro  ci  mostra  la  civiltà ,  le 
lettere,  le  arti,  le  leggi,  i  bei  costumi,  le  fease  re- 
gnanti. E  non  potendo  arrivarsi  il  vero  bene  senza 
Religione ,  come  non  s' incontra  male  peggiore  di 
una  guasta ,  e  corrotta ,  nel  Paradiso  ci  descrive  la 
Chiesa  de'tempi  suoi.  E  questo  il  perno  dell'allego- 
ria dantesca. 

In  vista  di  tanta  eccellenza  di  scopo,  il  Ben- 
venuto ci  determina  a  perdonargli  le  forti  ed  ardite 
espressioni  contro  la  Patria ,  alcuni  Sovrani ,  e  qual- 
che Pontefice,  perchè  intese  di  colpire  la  disciplina 
e  non  il  dogma ,  la  parte  morale  e  non  la  metafi- 
sica: perchè  separò  la  santità  impersonale  della  Pa- 
tria, dell'  Impero ,  della  Chiesa  dalla  peccabilità 
de'  rappresentanti  ;  perchè  V Allighieri  fu  credente 
fervidissimo ,  anzi  spesso  rapito  nelle  speculazioni 
teologiche  insieme  coi  più  dotti  e  santi  Dottori  ;  per- 
chè durante  la  intera  vita  ebbe  ii  più  ardente  desi- 
derio di  tornare  in  Fiorenza. 

Benvenuto  contemporaneo  di  Dante  conobbe 
de9 fatti  e  luoghi  particolari,  anzi  ebbe  commercio 
con  quei  viventi ,  e  non  sono  pochi  nella  Comme- 
dia, le  cui  anime  non  pertanto  si  figurano  già  dan- 
nate ai  tormenti.  Da  lui  quindi  le  storie  singolari  e 
recondite,  le  biografie,  che  non  potevano  trarsi  né 
da  storie  né  da  cronache  né  da  giornali  di  quo' tempi. 


DI  BBNVENUTO  RAM  BALDI  XV 

E  se  dal  Petrarca  e  Boccaccio,  che  valgono  essi  soli 
il  giudizio  di  tutti  gli  altri ,  era  salutato  primo  eru- 
dito e  filosofo  del  suo  secolo,  qual  maraviglia  se  il 
Commento  della  Divina  Commedia  sia  pieno  di  sto- 
rie ,  di  filosofia ,  di  mitologia  non  solo  antiche,  ma 
di  studi ,  di  biografie ,  di  costumi ,  e  credenze  de1 
tempi  suoi?  Anche  rispetto  alla  lingua  volgare  attese 
a  mostrarne  la  grazia ,  la  proprietà ,  la  eleganza ,  ed 
il  colore,  doti  nelle  quali  nessuno  arriva  l'AUighieri. 
Palesa  l'artifizio  poetico,  la  novità  de' pensieri, dei 
modi  di  dire ,  dei  trovati ,  dei  partiti ,  delle  pitture 
di  atteggiamento ,  del  risalto  alle  più  minute  parti- 
colarità di  natura,  che  formano  gli  attributi  del  som- 
mo e  del  genio* 

Ma  Dante  aveva  palesato  P  animo  d' interpre- 
tarsi da  sé,  e  nel  Convito  scriveva  così— Non  in 
lingua  latina  perchè  non  sarebbe  serva  conoscente 
né  obbediente  di  un  poema  in  volgare. — Pure  non 
si  può  far  colpa  a  Benvenuto  di  avere  scritto  il  Com- 
mento in  lingua  latina,  imperocché  PAUighieri  com- 
pose il  gran  poema  di  parole  illustri  tolte  da  molti 
dialetti  d'Italia  e  fuori  d'Italia,  e  nel  libro  della 
locuzione  condannò  coloro,  che  avessero  usato  di 
un  dialetto  soltanto.  La  lingua  volgare  (siami  per- 
messo il  dirlo)  se  non  esclusivamente  e  primamente, 
veniva  per  altro  in  gran  parte  ordinata  e  fondata 
dalla  Divina  Commedia;  ma  era  conosciuta  meno 


XVI  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

della  latina  in  quei  giorni  universalmente  parlata , 
quantunque  storpiata,  e  senza  quasi  un'  ombra  della 
sua  originale  formosità.  Aggiungi,  che  la  lingua  la- 
tina era  la  sola  adoperata  nelle  lezioni  universitarie 
come  più  alla  portata  degli  uditori  da  qualunque 
luogo  provenissero.  Un  ignoto  non  poteva  quindi 
schiarirsi  con  altro  ignoto. 

La  condizione  delle  due  lingue  è  adesso  cam- 
biata: la  italiana  è  conosciuta  universalmente  e  toc- 
ca quasi  la  perfezione.  L'uso  della  latina  non  è  ora 
voluto  dal  bisogno.  A  misura  che  la  lingua  vol- 
gare si  nobilitò  e  si  estese,  altrettanto  la  lingua 
del  Commento  andò  in  disuso.  Fu  questo ,  io  pen- 
so, il  motivo,  per  cui  il  Commento  non  ebbe 
finora  la  intera  pubblicazione  per  le  stampe ,  sep- 
pure noi  furono  la  troppa  mitologia ,  la  filosofia 
peripatetica,  e  qualche  grammaticale  delizia,  pei 
nuovi  studi  andata  totalmente  in  abbandono.  Tra- 
scrisse però  il  Benvenuto  molta  parte  del  testo ,  ed 
in  tal  modo  aggiunse  un  pregio  al  lavoro  e  per  la 
ortografia  di  que' tempi,  e  per  la  più  sicura  e  vera 
lezione. 

Per  quante  storie ,  ed  archivi  tanto  patrii  che 
esteri  siansi  rifrustati  non  fu  possibile  trovare  no- 
tizia dove  e  quando  Benvenuto  sia  morto ,  è  dove 
sepolto.  In  private  memorie  di  alcuni  Imolesi  dicesi 
mancato  nel  1390,  sotto  di  Wenceslao  figlio  di  Carlo 


DI  BENVENUTO  RAM  BALDI  XVII 

IV  ma  l' asserzione  è  senza  alcun  documento.  Così 
furono  somiglianti  la  sorte  del  Commentato  e  del 
Commentatore.  Quello  scacciato  dalla  Patria  morì 
nelP  esilio  :  questi  ebbe  dalla  patria  la  più  ingrata 
dimenticanza. 

Ma  nel  1835  per  generosa  concessione  della 
Santa  Memoria  di  Gregorio  XVI  fu  restituita  al  suo 
esercizio  e  prerogative  l'accademia  letteraria  Imo- 
lese,  che  s' intitola  degP  Industriosi ,  ed  io  al  di  so- 
pra di  ogni  mio  merito  onorato  dalla  nomina  di 
Presidente  fui  per  due  volte  confermato  dalla  sacra 
Congregazione  degli  studi  di  Roma.  E  per  rispon- 
dere in  qualche  modo  a  tanto  onore ,  pregai  il  Ma- 
gistrato Imolese  a  nome  della  intera  Accademia, 
perchè  assegnasse  alcuni  residui  di  pertinenza  della 
Comunale  Biblioteca  bastanti  a  pagare  una  copia 
autentica  del  Commento  di  Benvenuto  da  estrarsi 
dalla  estense  Biblioteca ,  giacché  mi  stava  nel  cuore 
che  dovesse  in  Imola  più  presto  trovarsi  che  altro- 
ve. Fu  esaudita  la  inchiesta ,  e  con  benigno  rescritto 
di  S.  A.  R.  il  Duca  di  Modena  permessa  la  copia. 
Ora  (anno  1844)  la  Imolese  Biblioteca  possiede  in- 
tera la  copia  autentica  del  Commento  di  Benvenuto 
sulle  tre  Cantiche  Inferno — Purgatorio — e  Para- 
diso di  Dante. 

Motore  di  tanto  acquisto  alla  Patria  di  Giovanni 
ed  Alessandro  da  Imola  luminari  di  Giurisprudenza; 


XVIII  INTORNO  ALLA  VITA  ED  OPERE 

d'Innocenzo  Francucci  tanto  vicino  nelle  grazie  al 
gran  Raffaello;  di  Yalsalva  principe  degli  Anoto- 
mici  ;  degli  Alidosi ,  Yaini ,  Sassatelli  e  Della  Volpe 
gloriosissimi  nelle  armi;  Preside  di  un  Accademia 
fondata  da  vari  secoli,  nobilitata  dal  Flaminio,  dal 
Canti ,  dallo  Zappi ,  dallo  Zampieri ,  onorata  fra  i 
moderni  da  Monti ,  Pindemonti ,  Perticari ,  Cassi ,  e 
Stracchi  per  tacer  di  tant' altri  chiarissimi  Italiani, 
e  stranieri,  aveva  pur  debito  di  tentare,  e  di  ren- 
dere a  Benvenuto  quella  testimonianza  di  onore, 
che  la  Patria  sua  sin  qui  gli  aveva  mancato.  Pensai 
dapprima  pubblicare  per  le  stampe  il  Commento 
come  lo  si  ebbe  dalla  Estense  Biblioteca ,  ma  faceva 
ostacolo  la  legge  della  proprietà  letteraria ,  e  senza 
nuovo  speciale  permesso  di  S.  A.  non  lo  avrei  né 
voluto  né  potuto.  Mi  stava  anche  in  mente,  che  la 
lingua  latina  usata  nel  Commento,  quella  stessa 
delle  lezioni  universitarie,  s'era  allora  necessaria 
per  la  intelligonza  degli  uditori ,  non  fosse  adesso 
il  miglior  mezzo  d'illustrazione ,  e  servendomi  delle 
parole  di  Dante  serva  non  conoscente  né  obbediente 
di  un  poema  in  volgare.  Pubblicandolo  con  una  veste 
di  cinque  secoli ,  non  so  quanto  avrei  giovato  a  pro- 
pagare la  cognizione  del  Commento  stesso,  ora  che 
la  lingua  Italiana  è  quasi  universalmente  cono- 
sciuta. 

Divisai  perlanto  di  voltare ,  come  sapeva ,  Tin- 


DI  BENVENUTO  RAMBALDI  XIX 

tero  Commento  in  Italiano ,  attenendomi  nella  pri- 
ma Cantica  più  strettamente  al  testo,  onde  offrire  un 
esempio  della  forma  d'insegnamento  di  que' gior- 
ni: fui  meno  legato  nelle  altre  due  Cantiche,  Tra- 
scrissi uno  dei  testi  più  accreditati  e  moderni,  por- 
talo da  Paolo  Emiliani  Giudici,  perchè  si  potesse  con- 
frontarlo coir  altro  tratto  tratto  riportato  dal  Ben- 
venuto ,  e  dar  giudizio  sulle  varianti.  Coprendo 
Popera  con  una  veste  più  moderna,  mi  lusingai  di 
adescare ,  e  renderla  più  nota  alP  universale ,  e 
seguendo  per  quanto  era  in  me  lo  scopo  del  gran 
Poeta ,  travidi  un  raggio  di  speranza  di  sospingere 
a  meta  più  nobile  gli  studi  di  Letteratura  moderna , 
mettendo  sotto  gli  occhi  di  tutti  le  passate  vicissi- 
tudini dell' Italia  e  com'  essa  fosse  non  pertanto, 
la  iniziatrice  di  queir  incivilimento  che  ora  si  pro- 
paga nel  mondo.  Oh  fosse  pure  che  la  pittura  dei 
tempi  passati  scuotesse  la  vergogna  de'  viventi ,  i 
quali  cessando  dalle  fatali  divisioni ,  non  guardas- 
sero ad  altro  che  a  mantenersi  nel  vanto  di  primi 
maestri!  Pensai  in  fine  di  offrire  argomento,  che 
sempre  mai  ho  tentato  di  corrispondere  alla  fiducia 
in  me  riposta,  non  indifferente  o  freddo  alP  invito 
di  patrio  decoro,  ed  alla  venerazione  dovuta  a  miei 
Concittadini ,  che  seppero  ben  meritare  della  po- 
sterità. 

Giovanni  Tambuiuni 


INFERNO 


INCOMINCIA   IL  COMMENTARIO 

DEL  MAESTRO  BENVENUTO  DA  IMOLA  SOPRA   L' INFERNO  DEL  POETA 

DANTE  ALIGHIERI  DI  FIRENZE  —  IN  PRIMA  SI  PONE 

l/  EPITAFIO  DI  DANTE  —  POI   LA  ORIGINE  DE*  SIGNORI 

MARCHESI    D'ESTE. 

EPITAFIO 

Vivo  scesi  all' inferno  e  i  pigri  stagni, 
E  i  dritti  dell'  impero ,  e  i  fortunati 
Del  ciel  cantando  insin  che  piacque  al  fato  ; 
Ma  poiché  la  miglior  parte  a  più  lieta 
Stanza  volò  seco  P  Autor  recando 
Felice  abitatore  in  seno  agli  astri , 
Dante  chiuso  qui  son ,  esul  dolente 
Dalla  terra  natal,  nato  in  Firenze, 
Madre  gentil,  a  me  d'amor  matrigna. 

ORIGINE  DEGLI  ESTENSI 

Qui  pur  V  eccelso  Nicolò  risplende 

Di  belle  laudi ,  e  di  più  accesa  luce 

Per  la  gloria  degli  avi ,  e  origin  chiara , 

Ma  più  per  la  virtù  tè  in  se  secura 

Di  tutti  oltrepassar  che  han  scettro  in  pugno  ; 

Tutti  già  vinse  per  clemenza ,  e  in  puri 

Atti  e  costumi ,  e  pari  a  lui  non  trova 

La  regal  maestade  ovunque  il  cerchi 

Tra  gì'  italici  duchi ,  e  re  possenti. 

A  testimonianza  del  filosofo  la  giocondissima  arte  poetica 
fin  dal  primo  esordire  trasse  sua  origine  da  ciò  che  più  nobile 
si  reputa  nel  mondo;  coir  opera  della  quale,  o  chiarissimo  Prin- 
cipe, si  ottiene  che  la  spenta  virtù  de' personaggi  che  furono 
in  rinomanza  risorga  ad  eterna  vita  al  suono  della  poetica 
tromba  per  tutto  il  mondo  celebrata  :  del  ministero  di  cui  han- 
no in  questi  tempi  <T  uopo  le  gesta  de'  tuoi  antenati ,  ornai  per 


à 


h  INTRODUZIONE 

lungo  correr  cT  anni  giacenti  e  sepolte  per  penuria  de' poeti, 
i  quali  a  nostri  dì  sono  più  rari  della  fenice,  sebbene  la  fenice 
quantunque  unica,  pure  in  queir  unica  regione  a  detta  de'som- 
mi  sapienti  si  trova,  nulla  ostante  che  sia  da  noi  sconosciuta, 
laddove  in  questa  età  ovunque  cerchi  non  si  trova  pur  uno,  e 
postui,  il  dirò  pure,  se  fosse  valente,  avrebbe  in  pronto  am- 
pia materia  da  celebrare,  le  gesta  cioè  de' tuoi  maggiori.  Ma 
per  compendiare  il  molto  in  poche  parole , 

Azzone  1  inclito  principe  allorché  visse,  bellissimo  di  per- 
sona, e  per  virtù  d'  animo  eccellente  tenne  pel  primo  il  prin- 
cipato della  città  e  territorio  di  Ferrara,  protettore  egregio 
dell' antichissima  Mantova,  che  die' culla  a  Virgilio,  il  più 
chiaro  tra  i  poeti  latini  ;  che  il  reggimento  di  Verona  sponta- 
neamente al  medesimo  conferito,  poscia  violentemente,  e  con 
frode  strappatogli  di  mano,  di  giust'  ira  ardente,  montato  in 
sella,  ed  accesa  zuffa,  sbaragliato  il  nemico,  con  non  minor 
prudenza  che  valore,  la  ripigliò,  e  là  die' fine  alle  illustri  im- 
prese nel  tempo  stesso  e  alla  vita. 

Aldobrandino  di  lui  primogenito,  magnanimo  giovanetto 
meritossiil  titolo  del  marchesato  di  Ancona,  e  trionfando  dei 
nemici  della  Chiesa  fu  spento  sul  più  bel  fiore  di  vita,  ono- 
rata fama  di  virtù,  e  pietà  lasciando. 

Azzone  II  figliuolo  di  quel  primo  Azzone,  valoroso  guer- 
riero e  di  prudente  accorgimento,  difensore  della  romana 
Chiesa,  come  lo  fu  della  libertà  romana  quel  divino  Scipione, 
vincitore  di  Annibale,  domatore  di  Cartagine,  e  liberatore 
d'Italia;  dell'insolentissimo  Federico  secondo ,  che  per  ben 
trent'anni  travagliò  la  Chiesa  romana,  come  nei  tempi  anti- 
chi quel  battagliero  Annibale  la  repubblica  romana ,  nel  corso 
di  sedici  anni  a  tutta  possa  assalendo,  dopo  le  vittorie  vinci- 
tore anche  più  potente,  in  gran  parte,  abbattè  la  tremenda 


INTRODUZIONE  5 

possa  e  le  armi  orgogliose  di  quel  principe  Federico  di  cui 
niun  altro  riè  più  forte  né  più  temuto  dopo  Carlo  Magno,  resse 
l' imperio.  Né  con  minor  valentia  e  prosperità  quest'  eccelso 
Azzone  vigorosamente  fiaccò  la  sanguinolenta  superbia  di 
Azerio  Egerino  alleato  del  memorato  Federigo,  il  quale  come 
già  un  tempo  il  feroce  Dionigi,  con  ogni  genere  di  supplizi 
straziò  con  crudeltà  di  carnefice  la  Marca  Trivigiana,  e  strap- 
patagli prima  dall'  ugne  la  potente  Padova ,  e  poscia  prostrato 
presso  Adria  il  Serissimo  tiranno,  con  esultanza  di  tutti  i 
buoni,  il  rinchiuse  in  una  carcere  di  morte,  ove  la  mal  arri- 
vata anima,  se  debbesi  prestar  fede  a  chi  cel  narra,  rese  al 
suo  padre  dimonio,  dalla  cui  razza  si  crede  traesse  origine, 
acciocché  da  lui  fosse  eternalmente  martoriata. 

Opizzone  1  nato  da  Rinaldo  figliuolo  di  Azzone  secondo 
morto  nel  carcere  ove  il  chiuse  Federigo  secondo,  la  di  cui 
enorme  potenza  non  potevano  contenere  i  paesi  della  Ger- 
mania, né  comportare  quelli  d'Italia,  indignando  di  racchiu- 
dere il  suo  intrepido  valore  entro  gli  argini  del  Po  ed  i  lidi 
del  mare  Adriatico,  sino  a  Reggio  e  Modena  spinse  la  guerresca 
possanza  della  sua  spada,  e  d'amendue  le  città  si  fece  padro- 
ne. Spronò,  e  die  ajuto  all'amico  Carlo  I  contro  Manfredi  fi- 
gliuolo di  Federico  non  men  del  padre  avverso,  ed  infesto 
alla  Chiesa  sino  a  riportarne  un  ben  degno,  e  meritato  trionfo. 

Azzone  111  figliuolo  del  detto  Azzone  primo  magnifiche 
imprese  gagliardamente  operò;  avido  di  gloria ,  sprezzator  di 
pecunia,  la  grassa  Bologna,  e  la  potente  Parma  in  varie  guer- 
re mise  in  conquasso. 

Aldobrandino  egregio  fratello  di  quest'  Azzone  terzo  in- 
generò queir  inclito  rampollo  Rainaldo,  il  quale  trasse  Ferrara 
dall'  affamata  gola  dei  galli,  tingendo  la  mano. vendicatrice  in 
un  mar  di  sangue,  ed  il  suo  fratello,  di  cui  tu  porti  il  nome, 


6  INTRODUZIONE 

molto  bene  affetto* ai  valorosi,  dalla  prigionia  di  que'  barbari 
a  viva  forza  strappò. 

Generò  anche  Opizzone  tuo  padre  potentissimo,  e  ma- 
gnifico signore  di  Ferrara,  di  Modena,  e  Parma.  Quantunque 
però  la  illustre  prosapia  de' tuoi  bisavoli  di  antica,  ed  insigne 
generosa  nobiltà  risplenda,  la  di  cui  primordiale  vetustà  ri- 
mane sepolta  fra  le  tenebre  de'  tempi  remoti ,  vien  però  an- 
che con  pienezza  di  gloria  col  parentado  di  re  chiarissima; 
di  Roberto  vale  a  dire,  al  tempo  de'  padri  nostri,  serenissi- 
mo re  di  Sicilia,  cui  la  costante  opinione  della  maggior  parte 
decanta  come  il  più  sapiente  dopo  Salomone,  e  di  Andrea  re 
dell'  Ungheria,  la  di  cui  moglie  Beatrice  figliuola  di  quel  pri- 
mo Aldobrandino,  veracemente  beata,  se  pur  la  virtù  eroica 
può  far  qualcuna  qui  fra  noi  tale,  donna  di  alti  spiriti,  in  nulla 
dalla  paterna,  ed  avita  nobiltà  degenerante,  nella  morte  del 
vecchio  re  di  lei  marito,  già  di  lui  grossa,  indossò,  come  al- 
lora la  urgenza  delle  circostanze  la  consigliava,  abiti  da  uo- 
mo, ed  astutamente  eludendo  la  vigile  custodia  del  figliastro, 
trapassò  in  Germania ,  onde  più  sicura,  e  più  liberamente  in 
seno  della  paterna  casa  ricovrare. 

Lascierò  a  parte  i  rescritti  de'  principi ,  i  privilegi  de'  Pon- 
tefici, coi  quali  nulla  all'esimio  splendore  della  tua  prosa- 
pia si  accrebbe,  e  onde  non  abbia  ad  esporre  più  altre  gesta 
de' tuoi  predecessori,  degnissime  tutte  di  celebrità,  sebbene 
la  clemenza,  e  liberalità  virtù  proprie  de'  principi  per  quasi 
naturai  retaggio  trasfuse,  abbiano  sempre  fatta  bella  mostra 
nelle  famiglie  degli  Estensi,  in  te  però  amendue  quelle  virtù 
con  tutti  i  loro  pregi  si  raccolsero,  e  nel  tuo  petto  gittarono 
saldissime,  e  profonde  radici;  trapasserò  ancora  le  altre  tutte, 
la  giustizia,  la  prudenza,  la  modestia,  la  costanza,  che  ne' pro- 
speri eventi  non  imbaldanzisce,  e  non  si  abbatte  negli  avversi. 


'  INTRODUZIONE  7 

Tu  imprimesti  forme  alla  tua  fiorita  età  colla  splendida  indole 
de' tuoi  costumi:  la  robusta  poi  fu  da  illustri  trofei  celebrata, 
e  vittoriosa  nella  battaglia  de'  vizi  gloriosamente  pure  trionfò, 
avverando  il  presagio  significato  dal  tuo  nome,  imperocché 
Nicolò,  come  insegnano  taluni,  letteralmente  interpretato  si- 
gnifica —  vincitor  commendevole  — .  Oh  te  dunque  beato ,  la 
cui  grandezza  dell'  animo  guiderdona  i  buoni,  perdona  sì  so- 
ventemente ai  colpevoli,  ed  anche  a  coloro  da' quali  fosti  a- 
trocemente,  ed  intollerabilmente  ingiuriato,  e  con  tal  genere 
dì  offese  da  essere  anche  da  più  clementi  col  piti  severo  rigor 
castigate.  La  quale  tua  benignità  e  grandezza  d' animo  m' in- 
coraggia a  dire  di  te  ciò  che  di  Cesare  dice  Cicerone  —  niuna 
di  tutte  le  tue  virtù  è  più  grande  della  misericordia  — .  E  da  ciò 
reputo,  chiarissimo  marchese,  essere  tu  stato  mosso  a  indur- 
mi a  svolgere  i  pensieri ,  e  spiegare  gì'  involucri  dellejmagini, 
chiarendo  le  oscurità  sotto  il  velame  di  varie  figure,  ed  invi- 
luppate ne' moltiplicai  sensi  nascosti  di  quello  splendidissimo 
sole,  parlo  di  Dante,  da' raggi  del  cui  ingegno  preceduto,  ed 
annunziato  dal  fulgore  de' suoi  meriti,  tutto  il  nostro  italiano 
cielo  ne  va  illuminato,  e  sereno.  In  esso  poema  si  chiude 
quanto  si  ha  d'istorico,  e  poetico,  naturale,  e  morale  addot- 
trinamento, le  ardue  cose,  e  le  infime,  gli  antichi  fatti,  ed  i 
recenti,  e  qui,  andando  per  le  corte,  le  divine  del  pari,  che 
le  umane  cose.  E  ben  mi  avviso  che  diversi  siano  per  discor- 
rere cose  diverse  a  seconda  degli  affetti  dell'  animo  discor- 
danti. Ma  e  che  perciò?  Chi  mi  obbliga  a  rispondere  ai  par- 
lari di  vulgari  persone,  quantunque  mordenti,  le  quali  non 
arrestano  di  censurare  con  temerità  stolta  le  opere  de' letterati 
anche  i  più  eccellenti?  A  me  basterà  quietarmi  al  parere  de 'più 
esperti,  e  del  tuo;  imperocché  avendomi  tu  prima  amato  che 
conosciuto  di  volto,  non  posso  da  tuoi  comandamenti  andare 


8  INTRODUZIONE 

a  ritroso.  Non  è  poi  neppure  mio  intendimento  di  ribattere  in 
■^  questo  lavoro  i  detti,  e  pensamenti  di  tutti  gli  espositori;  i 
loro  errori,  ridicolaggini,  falsità,  o  almeno  alieni ,  e  del  tutto 
impertinenti  al  fatto,  e  breve  per  mio  costume,  e  riciso  in 
tutte  cose,  parrà  forse  talora  che  più  del  dovere  mi  tenga  al 
prolisso,  e  ne  avrò  perdono ,  non  potendosi  le  molte,  e  grandi 
cose  in  pochi  versi  spianare.  Stenderò  pertanto  la  mano  tre- 
mante ad  un  sì  grandioso  lavoro  in  nome  della  SSfha  Trinità, 
in  tal  guisa  prendendo  le  mosse.  —  Incomincia  l'esordio. 

Come  dirvi  potrò  condegnamente 

Di  quel  divino  negli  studi  eccelso 

La  cui  virtute,  e  fama,  alzando  il  grido, 

Tutte  parti  invadendo  il  mondo  han  corso, 

Dacché  rabbia  di  parte  fiorentina 

Senza  colpa  lasciar  l' amato  nido 

Un  tanto  egregio  cittadino  astrinse. 

Costante  ai  colpi  di  fortuna,  il  crudo 

Destin  vincendo ,  in  questo  fortunoso 

Misero  esiglio  ei  visse,  acerbe  pene 

Sopportando  nell'anima  straziata. 

Degli  uomini  il  padre,  e  degli  Dei 

Che  tutto  regge,  e  stringe  arbitro  in  mano 

Con  eterno  poter  V  aurato  freno 

Del  mondo  intero,  ancor  vivo  conobbe; 

E  nel  corso  affannoso  della  vita 

Gì'  influssi  delle  stelle  sulla  terra , 

I  secreti  del  ciel ,  qual  mente  gli  astri 

Guidi  lassù  divinamente  intese 

Col  soccorso  dell'arti,  e  dell'ingegno. 

Nei  fonti  delle  muse  avidamente 

Tutte  succhiò,  versando  in  petto,  Tonde, 

Di  cui  ripieno,  ed  ebro,  il  duro  strazio 

Che  flagella  i  malvagi ,  e  a  qual  salute 

La  pena  stessa  del  fallir  conduca , 

Qual  grazia  elevi  sui  beati  scanni 

Con  volo  ardimentoso  in  carmi  espresse. 

Non  è  del  mio  poter  narrarvi  il  duolo 

Dell'arti  vedovate,  e  qual  lamento 


INTRODUZIONE  9 

Sfogar  le  muse,  e  qual  dirotto  pianto , 

Allorché  morte  inesorata  il  tolse. 

Ma  la  fama  superstite  alle  genti, 

Beucbè  spento  ,  il  ricorda,  e  fìano  eterni 

Fra  le  laudi ,  e  la  gloria  e  il  carme ,  e  il  nome. 

Egli  è  un  mare  i nondatore,  che  perennemente,  e  a  ri- 
bocco da  ogni  parte  sopperisce  ai  bisogni  di  chiunque  a  Lui 
s'appressa:  commentatore  di  Averroe  sulla  poetica  di  Aristo- 
tile, imperocché  per  sentimento  del  filosofo  nel  secondo  libro 
della  metafisica —  meglio  è  saper  poco  di  cose  nobili,  di  quello 
che  molto  delle  ignobili  — .  Perlocchè  dovendo  io  encomiare 
il  nobilissimo  poeta,  che  illustrò  gli  altrui  poemi  per  non  dire 
li  superò ,  dalle  parole  del  tema  propostomi  ne  raccolgo  bre- 
vemente tre  riflessi  che  mostrano,  celebrano,  ed  esaltano  la 
gloria  di  queir acclamatissimo  scrittore.  Si  è  la  prima  T  am- 
mirabile profondità,  secondamente  la  desiderabile  utilità,  la 
terza  l'ineffabile  fecondità.  Si  accenna  la  prima  nel  riferito 
testo  allorché  viene  appellato  un  mare  mondatore,  la  seconda 
nel  soggiungere  che  sopperisce  ai  bisogni  di  chiunque  a  lui 
si  appressa ,  la  terza  inferendone  la  perennità,  e  l' abbondanza. 

É  da  notarsi  intorno  alla  prima  che  nel  poema  del  nostro 
autore  un'immensa,  ed  inesausta  profondità  si  ritrova  a  segno 
che  Dante  può  a  sé  medesimo  acconciare  quel  detto  dell'Eccle- 
siastico — penetrai  nel  profondo  dell'abisso ,  e  camminai  in 
mezzo  ai  flutti  del  mare  —  conciossiachè  il  poeta ,  contem- 
plando con  profonda  e  sottile  meditazione  le  cose  tutte  cele- 
sti, terrestri,  ed  infernali,  tutte  le  descrive  istoricamente,  tro- 
pologicamente, ed  anagogicamente ,  ed  a  buon  dritto  al  di  lui 
lavoro  pieno  di  tutta  sapienza ,  ed  eloquenza  puossi  appro- 
priare quel  detto  di  Ugone  da  s.  Vittore  nel  suo  Disdacalicon 
—  qui  veramente  si  trastullerà  il  fanciullo,  qui  verrà  l'adulto 
copiosamente  educato,  qui  i  Ginnosofistici  trimali,qui  i  Dis- 


10  INTRODUZIONE 

dacilici,  i  Quadrimali,  qui  i  Giurisprudenti ,  qui  gli  studiosi 
di  astronomia,  qui  finalmente  è  aperto  il  campo  al  coltivatore 
di  ogni  scienza  — .  Si  farà  ciò  agevolmente  manifesto  a  chi- 
unque contempli  le  forze  poetiche,  come  ne  fa  testimonianza 
Aristotile,  imperocché  ogni  poetico  discorso,  o  poema  o  è 
lode,  oppur  vitupero,  essendoché  ogni  nostra  azione»  e  co- 
stume non  risguardi  se  non  la  virtù,  o  il  vizio,  onde  il  com- 
mentatore di  Averroe  nello  stesso  luogo  dice  —  le  anime  no- 
bili e  virtuose  per  suggerimento  della  stessa  natura  inventa- 
rono in  principio  l'arte  dei  versi  a  fine  di  laudare,  ed  esaltare 
le  belle,  ed  onorate  gesta.  Le  anime  poi  che  così  alta  nobiltà 
non  aggiungevano,  inventarono  i  versi  per  vituperare,  e  de- 
testare le  turpi,  e  disoneste  azioni  —  e  soggiunge  —  Sebbene 
debba  colui  che  si  è  prefisso  nell'animo  di  detestare  i  mal- 
vagi e  le  malvagità,  approvar  poi ,  e  laudare  le  buone,  e  vir- 
tuose azioni,  niun  altro  poeta  seppe  mai  laudare,  o  vitupe- 
rare con  più  eccellenza,  ed  efficacia  maggiore  di  quella ,  che 
adoperò  il  perfettissimo  poeta  Dante  :  ornò  di  encomi  la  virtù, 
ed  i  virtuosi:  saettò  di  punture  i  vizi,  ed  i  viziosi:  del  quale 
può  con  ragione  dirsi  ciò,  che  è  scritto  ne' proverbi  alCap.  12 
—  di  tue  parole  ognuno  si  empirà  —  ed  ugualmente  quel  detto 
di  Ovidio  in  lode  di  Virgilio  principe  de'  poeti  —  tutto  cantò 
con  divin  carme  il  vate  — . 

La  seconda  considerazione  che  si  accenna  nel  testo  supe- 
riormente recitato  si  è  la  utilità  desiderabile,  utilità  soggiungo 
io,  moltiplice,  utilità  d' invenzioni,  utilità  di  ammaestramento, 
utilità  di  correggimento.  Si  prova  dal  filosofo  nella  sua  poe- 
tica P  utilità  di  ammaestramento  la  dove  dice  sembrargli,  che 
due  nell' uomo  siano  naturalmente  state  le  cause  della  origine 
della  poesia.  La  prima  cioè  che  fin  dal  suo  primo  nascere  esi- 
ste noli'  uomo,  la  somiglianza  di  cosa  a  cosa ,  e  la  rappresen- 


INTRODUZIONE  11 

• 

(azione  della  cosa  per  mezzo  di  un'altra,  dilettandosi  l'uomo 
fra  tutti  gli  animali  in  peculiar  modo  della  somiglianza,  e  della 
rappresentazione.  L'altra  causa  poi  si  è  il  diletto  che  l'uomo 
per  naturale  disposizione  riceve  dal  metro,  e  dal  suono:  ne 
argomenta  quindi  il  filosofo  —  il  diletto  adunque  che  l'anima 
in  sé  sperimenta  dalla  rappresentazione  del  metro,  e  dei  suoni 
si  è  la  causa  del  ritrovamento  dell'arte  poetica.-—.  Qui  poi  il 
poeta  acconciamente  ha  fatt'  uso  della  rappresentazione  e  delle 
imagini  come  si  fa  manifesto  a  chiunque  prenda  a  scorrere 
l' intero  di  lui  poema ,  di  maravigliose  figure  in  ogni  parte  ar- 
ricchito. L'utilità  poi  che  l'accompagna,  e  che  accenna  Orazio 
nella  sua  poetica 

O  bramati  di  giovare,  ovver  diletto 
Nell'anima  inspirar  mirino  i  vati, 
0  Insiem  giocondi,  ed  utili  alla  vita 
Propongano  dettami  :  Quegli  giunge 
In  cima  a  perfezion ,  che  con  bell'arie 
All'util  sappia  mescere  il  giocondo. 

Qui  poi  l'eccellentissimo  poeta  con  arte  tanto  maravi- 
gliosa  seppe  tessere  insieme  il  diletto,  e  l'utilità,  che  non  ti 
verrà  fatto  di  trovare  in  tutto  quel  poema  che  l' uno  sia  mai 
dall'altro  disgiunto.  Di  per  sé  medesima  si  dimostra  la  utilità 
della  correzione,  attesoché  leggiamo  avere  il  Signor  Iddio  co- 
mandato ai  figliuoli  d'Israele  dispogliar  gli  egiziani  dell'oro, 
e  dell'argento,  dando  con  ciò  morale  ammonimento ,  che  se 
ci  avvenga  per  sorte  di  trovar  oro ,  ed  argento  di  eloquenza 
nelle  opere  de'  poeti  poterlo  noi  rivolgere  in  uso  di  salutevole 
erudizione.  Questo  cristianissimo  poeta  Dante  si  adoperò  di  " 
ridurre,  e  richiamare  la  poetica  alla  teologia,  la  quale  per  sé 
medesima  vi  ha  grande  affinitele  convenienza.  E  può  di  vero  \ 
appellarsi  la  poesia  una  tal  quale  teologia  intorno  a  Dio,  es- 
sendo stati,  per  testimonianza  de' filosofi,  primi  i  poeti  a  teo- 


i 

/  * 


12  INTRODUZIONE 

logizzare  di  Dio.  Posso  io  quindi  dire  dell'Alighieri  ciò  che 
dice  Averroe  di  Aristotile  —  la  natura  lo  ritrovò  principe,  e- 

»  maestro  di  quest'arte  —  e  ciò  basti  intorno  alla  seconda.  La 
terza  ed  ultima  —  una  ineffabile  fertilità —  imperocché  l'arte 

>  poetica  non  viene  in  modo  alcuno  annoverata  fra  le  liberali, 
e  con  ragione,  perchè  sorpassandole,  e  tutte  abbracciandole 
in  sé  medesima  con  ismisurata  eccellenza  le  vince.  11  perchè 

+■  il  moderno  poeta  Petrarca  in  certa  sua  epistola  a  me  diretta. 
—  È  un  non  so  che  di  grande  essere  tra  grandi  cose,  ma  più 
grande  è  talora  esserne  eccettuato,  come  dal  numero  dei 
grandi  cittadini  viene  eccettuato  il  potente  — .  Così  non  ab- 
biamo inteso  mai  che  la  teologia,  la  filosofìa,  e  la  medicina 
vengan  tra  le  arti  liberali  annoverate.  Questa  nobilissima  fra 
le  scienze  si  degna  di  porre  sua  stanza  principalmente  nelle  no- 
bili menti  :  fu  essa  coltivata  studiosissimamente  da  illustri  prin- 
cipi, da  Giulio  Cesare,  Cesare  Augusto,  Tito  Vespasiano, 
Adriano,  Scipione  Affricano,dai  sapientissimi  Dottori  s.  Ago- 
stino, s.  Geronimo,  s.  Ambrogio,  da  chiarissimi  filosofi  Pla- 
tone, Aristotile,  Solone  legislatore;  perlochè  Claudiano  fio- 
rentino poeta  cantò 

Gode  virtù  di  unire  a  sé  le  Mu»e 
Testimooie ,  e  compagne  :  otterrà  carmi 
Chiunque  fa  cose  a  cantarsi  degne. 

Dirò  pure  concludendo  sopra  Dante  quel  passo  dell' Ec- 
clesiastico  xix  —  egli  a  guisa  di  pioggia  versa  gli  eloqui  della 
sapienza  —  e  lo  dirò  con  tutta  verità,  sul  qual  passo  s.  Ago- 
stino nel  libro  vili  della  Città  di  Dio  in  principio  —  Dobbiamo 
tener  conferenze  coi  filosofi,  il  nome  de' quali  se  si  volta  in 
latino  si  deve  interpretare  —  amore  della  sapienza  — .  Ora  se 
Iddio  è  la  stessa  sapienza,  come  l'autorità,  e  la  verità  lo  ad- 
dimostrano, ne  conseguita  che  il  vero  filosofo  è  amatore  di 


INTRODUZIONE  15 

Dio.  Platone  filosofo ,  e  poeta  dice  nel  Dialogo  di  Fedone  —  La 
filosofia  è  la  meditazione  della  morte  —  Insegna  poi  due  es- 
sere le  morti,  una  della  natura,  imperocché  l'uomo  per  natu- 
rale destino  suo  muore,  allorché  P anima  abbandona  il  corpo 
sciolta  dalla  legge  di  natura:  la  seconda  morte  é  quella  della 
virtù,  allorché  rimanendo  l'anima  ancora  racchiusa  nel  corpo 
ischiva  la  Corporale  delizia,  e  le  dolci  insidie  della  cupidigia, 
e  di  tutt'  altre  passioni  si  spoglia. 

Questo  vero  filosofo,  e  poeta  profondamente  meditando 
tal  morte  si  adoprò  di  persuaderla  alle  menti  degli  uomini, 
onde  potessero  agevolmente  campar  dalla  morte,  e  più  age- 
volmente giungere  alla  vita  eterna,  come  nel  progresso  del- 
l' opera  sarà  manifesto ,  alla  quale  si  degni  chiamarci  quel 
Dio  che  è  arbitro  della  vita,  e  della  morte  in  eterno.  Premesso 
l'elogio,  sodamente  fondato,  alla  poetica  del  nostro  poeta,  pas- 
ciamo adesso  a  dichiarare  letteralmente  il  libro.  E  per  mag- 
giore chiarezza  di  evidenza  ti  mostrerò  alcune  cose  esterna- 
mente, quantunque  più  evidenti  delle  altre. 

Ed  è  primieramente  da  investigare  chi  sia  V  autore  del 
libro:  secondamente  quale  la  materia:  in  terzo  luogo  quale  il 
proponimento:  in  quarto  luogo  quale  la  utilità:  in  quinto  luo- 
go a  qual  parte  di  filosofia  appartenga:  in  sesto  luogo  quale 
il  titolo  del  libro. 

Del  primo  dico  essere  autore  Dante  Alighieri  poeta  fioren- 
tino, il  quale  viene  indicato  con  molte  parole  —  dal  vocabolo 
della  propria  denominazione  è  chiamato  Dante,  emeritamente 
perchè  il  nome  risponde  alla  sostanza.  Fu  appellato  Dante 
quasi  che  si  da,  o  si  dedica  a  molte  cose,  e  veramente  si  ap- 
plicò alla  universalità  delle  cose,  come  apparirà  nel  corso  di 
quest'opera.  E  pose  studio  a  tutte  le  scienze,  e  precipuamente 
alla  poesia  la  più  dilettevole  di  tutte.  Oppure  fu  appellato  Dante 


1 4  INTRODUZIONE 

quasi  —  dans  Iheu  —  che  suona  —  Dante  notizia  di  Dio,  e 
delle  divine  cose  —  imperocché  essendosi  nell'età  sua  più  fre- 
sca addottrinato  nella  filosofia  naturale,  e  morale  in  Fiorenza, 
Bologna,  e  Padova,  sbandeggiato  si  applicò  in  età  matura  alla 
teologia  in  Parigi,  ove  sali  a  tanta  eccellenza,  che  da  taluno 
veniva  salutato  poeta,  da  altri  filosofo,  e  da  molti  teologo. 
Non  vi  fu  poi  alcun  poeta,  che  si  accingesse  a  descrivere  poe- 
ticamente, il  Paradiso  se  non  questo  magnifico  cantore,  il 
quale  di  sé  medesimo  protesta  nel  secondo  canto  del  Paradiso. 

L' acqua  che  io  prendo  giammai  non  si  corse 

Aldighieri  poi  è  nome  di  cognazione.  Scese  Dante  da 
schiatta  di  generosi  antenati,  cioè  degli  Aldighieri  nobili  di 
Ferrara  come  si  dirà  nel  canto  XV  del  Paradiso,  in  cui  l' au- 
tore introduce  un  nobile  antico  militare  suo  predecessore, 
che  così  parla 

Mia  donna  venne  a  me  di  Val  di  Pado 

É  poi  manifesto  essere  Ferrara  nella  valle  di  Po.  Gli  Aldi- 
ghieri discesero  dagli  Elisei ,  onde  nello  stesso  luogo  aggiunge 

Moronte  fu  mio  frate  et  Eliseo 

E  si  dice  ancora  Dante  Aldighieri  quasi  digerente  alte  co- 
se, o  le  alte  cose  ponga  in  più  beli'  ordine  degli  altri  poeti. 
Non  vi  fu  in  niun  tempo  mai  alcun  poeta  (e  non  si  eccettua 
alcuno)  che  avesse  sì  alta  fantasia,  o  che  abbia  saputo,  o po- 
tuto ritrovare  si  nobile  materia,  in  cui,  con  tanta  eloquenza, 
dar  cognizione  delle  umane  cose, e  delle  divine  virtù,  de' co- 
stumi, degli  atti  umani,  e  di  quanto  può  aversi  nel  mondo. 
L' appellarlo  poi  come  fanno  certuni  degli  Aldighieri  è  fuor 
d'uso,  e  quelli  che  lo  dicono  Alloghieri  guastano  affatto  il  co- 
gnome. 

Poeta  è  nome  di  professione,  e  come  non  vi  ha  nome  più 
raro  di  poeta  così  non  ve  n'ha  altro  più  venerando,  e  più  du- 


INTRODUZIONE  15 

revole.  Gli  altri  studi  si  acquistano  coir  arte ,  ma  la  dottrina 
poetica  è  ingenerata  dalla  stessa  natura ,  e  viene  quasi  da  un 
certo  divino  soffio  inspirata,  come  dice  Tullio  —  proArchia — 
di  lui  precettore.  Indizio,  e  quasi  presagio  di  sì  rara  inspira- 
zione fu  in  questo  divino  poeta  che  la  di  lui  madre  portandolo 
nell'utero,  non  molto  discosto  dal  parto,  vide  in  sogno  quale 
esser  doveva  il  frutto  del  suo  ventre ,  quantunque  alla  mede- 
sima allora,  ed  a  tutti  gli  altri  nascosto.  Pareva  adunque  alla 
nobile  matrona  di  assidersi  sotto  un  alto  lauro  in  un  verdis- 
simo prato,  ed  in  riva  ad  un  fonte  di  acqua  purissima,  e  qui 
sembravate  sgravarsi  del  portato,  il  quale  in  brevissimo  lem- 
pò,  nutricato  soltanto  dalle  bacche  che  cadevano,  e  dalla  lim- 
pidissima acqua  della  fontana,  le  appariva  cangiato  in  pasto- 
re, ed  affaticarsi  quanto  più  gli  consentivano  le  forze  di  co- 
gliere frondi  dall'albero,  del  di  cui  frutto  erasi  nutricato,  e 
nello  stesso  sfogo  cadere  stramazzone  per  terra,  e  tosto  in  pie 
levarsi  trasmutato  in  pavone.  Della  quale  visione,  o  sogno  di 
tanta  maraviglia  fu  percossa  quella  signora ,  che  le  si  ruppe 
il  sonno,  e  tutto  si  dileguò.  A  voler  dare  alcuna  interpreta- 
zione al  sogno  pare  che  dir  si  possa  significare  il  lauro  la  me- 
desima scienza  poetica  divinamente  infusa  nell'  anima  dell'au- 
tore. Il  prato  poi  coperto  di  verzura  la  stessa  Fiorenza  fiorita 
ove  egli  ebbe  i  natali.  Il  limpido  fonte  la  di  lui  splendida  elo- 
quenza. Che  poi  ad  un  tratto  addivenisse  pastore  indica  la  ec- 
cellenza del  suo  ingegno,  e  dottrina  atta  a  pascere ,  e  nutricare 
gli  animi  di  tutti ,  perchè  non  alimenta  soltanto  gli  adulti ,  ma 
i  fanciulletti,  e  le  femmine,  e  col  diletto  delle  parole  pasce  i 
più  eccelsi  intelletti.  Perchè  poi  si  affaticasse  a  carpir  frondi, 
manifesta  il  gran  desiderio,  che  aveva  di  conseguire  ghirlande 
di  alloro,  e  P  essere  caduto  nelP  atto  di  slanciarsi  a  carpirle 
significa  la  caduta,  e  il  risorgere  che  fa  ogni  uomo  per  morte.; 


16  INTRODUZIONE 

Che  di  pastore  si  trasformasse  in  pavone  accenna  il  suo  la- 
voro, e  la  divina  commedia,  la  quale  acconciamente  può  as- 
simigliarsi  al  pavone,  imperocché  la  carne  del  pavone  è  odo- 
rosa ed  in  certo  modo  incorruttibile,  ed  il  senso  di  questo  libro, 
o  vogliasi  prendere  alla  corteccia,  o  sostanziosamente  è  odo- 
rifero, vale  a  dire  dilettevole,  e  contenente  le  verità  semplici , 
ed  incorrotte;  le  quali  quanto  più  vengon  discusse ,  e  per  così 
dire  contese,  più  tramandano  incorruttibile  odore  di  verità. 
/Ha  secondamente  il  pavone  penne  bellissime,  delle  quali  è 
tutto  coperto,  ed  adorno;  ha  cent' occhi  in  quelle  della  coda; 
del  pari  il  pensiero,  e  sentimenti  dell'autore  sempre  liberi,  di 
variopinti  fiori,  di  cangianti  colori  si  vestono,  e  si  abbellano 
distinti  in  cent' occhi,  cioè  cento  canti,  che  il  divino  lavoro 
compartono.  Ha  in  terzo  luogo  il  pavone  piedi  deformi,  pigra, 
e  sguajata  andatura;  e  così  lo  stile,  di  cui  come  sui  piedi ,  si 
puntella  tutta  la  materia  del  lavoro,  appare  bensì  deforme,  se 
si  guarda  il  material  suono  delle  parole  vulgari,  quantunque 
nel  suo  genere  sia  tra  tutti  bellissimo,  e  più  confacente  al  gu- 
sto ed  ingegno  de'  moderni.  Ovveramente  possono  appellarsi 
piedi  deformi  i  versi  in  volgare  idioma,  coi  quali  come  sui 
piedi  cammina,  e  si  sostiene  lo  stile,  e  che  ponno  apparir 
turpi  posti  in  confronto  de' letterati ,  onde  l'andatura  pigra, 
e  stentata  mostra  la  umiltà ,  e  bassezza  dello  stile ,  che  neces- 
sariamente usar  si  debbe  nella  commedia,  come  fra  poco  di- 
chiareremo. 

Ha  per  ultimo  il  pavone  una  voce  orribilmente  rauca,  e 
quella  dell'autore,  sebbene  appaja  soave  pel  suono  delle  pa- 
role, pure  aspramente  tuona  nelle  sentenze,  e  quando  ram- 
pogna i  vizi  con  tremenda  acerbezza ,  e  più  ancora  perchè  il 
suono  di  quelle  parole  spesso  giunge  amarissimo  all'animo  di 
coloro,  che  intende  martellare.  Perla qual cosa  orrendamente 


INTRODUZIONE  17 

grida  la  voce  di  Dante  allorché  sclama  sdegnato  —  Ahi  serva 
Italia  —  ed  allora  che  gridò  —  o  avarizia  —  e  così  nelle  molte 
esclamazioni,  e  rampogne  generali  e  peculiari.  Acconcia- 
mente adunque  colui  che  era  stato  in  vita  pastore  generò 
dopo  morte  un  pavone,  cioè  produsse  un  bellissimo  lavoro. 

Fiorentino  esprime  la  propria  nazione:  l'argomento  si 
prende  da  Fiorenza  sua  patria;  secondo  P  allusione  della  pa- 
rola fiorentissima  fra  tutte  le  altre  città  germinò  al  mondo 
questo  fiore  che  produsse  tanto  saporito  frutto ,  sebbene  ei 
non  P  abbia  conosciuto ,  ma  soltanto  desiderato  per  sé  mede- 
simo allorquando  era  nel  fiorir  degli  anni ,  della  fortuna ,  e 
delle  dignità.  Siccome  quest'  illustre  poeta  nell'  XI  canto  del 
Paradiso  chiama  il  beato  Francesco  —  sole  — ,  ed  il  luogo 
della  di  lui  origine  —  oriente  — ,  così  io  con  tutta  ragione 
chiamerò  lo  stesso  Dante  il  sole,  il  quale  ai  moderni  tempi 
raggiò  sugli  occhi  di  coloro,  che  camminavano  fra  le  tenebre 
dell'ignoranza  della  facoltà  poetica,  e  Fiorenza  l'oriente,  che 
schiuse  dal  suo  grembo  questo  splendidissimo  sole  al  mondo. 

Nacque  pertanto  lo  splendore  italiano  nella  ricordata  sua 
patria  in  tempo  di  vacanza  del  romano  impero  per  la  morte 
di  Federico  11  imperadore  de'romani  nell'anno  della  SSrna  In- 
carnazione del  re  dell'  universo  [1265]  sedendo  nella  romana 
cattedra  il  Papa  Urbano  IV.  E  ciò  basti  intorno  all'  autore. 

La  materia,  ossia  il  soggetto  di  questo  libro  si  è  lo  stato 
dell'anima  umana  ed  allorché  è  unita  al  corpo,  ed  allora 
pure  che  vi  è  separata.  É  a  tutti  manifesto  essere  di  tre  sorta, 
come  l'autore  forma  tre  parti  di  tutta  l'opera.  Talora  l'anima 
è  avvolta  in  peccato,  e  così  mentre  vive  nel  corpo  è  già  morta 
moralmente,  e  così  pure  è  morta  nell'  inferno  essenzialmente 
se  ostinata,  e  non  risanata  sen  muore. 

Sonovi  anime,  che  risanano  dai  vizj ,  e  mentre  son 
Rambaldi  —  VoL  i,  2 


1 8  INTRODUZIONE 

congiunte  ai  corpi  vivono  in  un  purgatorio  morale,  cioè  in 
attualità  di  penitenza ,  nel  quale  purgano  i  loro  peccati  ;  dis- 
giunte poscia  dal  corpo  trovansi  nel  purgatorio  essenziale. 
Non  mancano  in  terzo  luogo  anime  abitualmente  in  virtù  per- 
fetta, e  così  vivendo  nel  corpo  trovansi  come  in  Paradiso,  per- 
chè in  seno  ad  una  certa  felicità  per  quanto  è  possibile  al- 
l' uomo  in  questa  vita  piena  di  miserie.  Uscite  poi  dal  corpo 
dopo  morte  vengon  locate  nel  Paradiso  celeste,  ove  godon  del- 
l' intuizione  di  Dio ,  nella  quale  consiste  la  vera ,  e  compiuta 
felicità.  Alcuni  descrissero  l'inferno  moralmente  soltanto  come 
gli  antichi  poeti,  vogliam  dire  Virgilio ,  e<T Omerer-pefcfiè 
tutti  i  supplizi  che  da  essi  si  fingono  trovarsi  nelT  inferno  si 
veggono  in  questo  mondo  viziato ,  che  può  appellarsi  l' in- 
ferno de' viventi.  Altri  poi  descrissero  1'  inferno  essenzialmente, 
cioè  come  debb'  essere  ed  è  veramente;  i  maestri  in  divinità, 
ed  i  santi  dottori  ;  ora  però  Dante  poeta  cristianissimo  descrisse 
V  inferno,  calcando  amendue  i  sentieri,  ed  or  parlando  del- 
l' inferno  morale,  ora  dell'essenziale,  come  si  verrà  mostrando. 
Né  vale  il  dire,  come  taluno,  essere  la  materia  del  libro  comme- 
dia, imperocché  tutta  la  materia  è  salute.  E  come  si  direbbe  ma- 
lamente che  la  materia  di  Virgilio  sia  tragedia,  quella  di  Ora- 
zio satira,  quella  di  Ovidio  commedia ,  così  nel  proponimento 
dell'autore  non  si  mira,  che  al  bene.  Egli  tenta  di  render  buoni 
gli  uomini,  e  col  timore  delle  pene,  e  col  premio  ai  meriti , 
in  tal  modo  volgendoli  alla  virtù,  giusta  la  sentenza  di  Orazio 
—  Per  amor  di  virtù  stati  saldi  i  buoni — E  timor  del  sup- 
plizio i  tristi  affretta  — É  dunque  suo  intendimento  trafig- 
gere i  vizi  con  gravissime  pene,  e  di  onorare  la  virtù  di  al- 
tissimo guiderdone,  essendo  tutto  procacciarsi  una  perpetua 
gloria ,  ed  al  sommo  desiderevole  la  conoscenza  della  umana 
felicità,  e  sebbene  siano  moltissimi  i peculiari  vantaggi,  pure 


INTRODUZIONE  19 

tolti  sono  per  questa,  e  tutti  vanno  a  terminare  e  far  capo  in 
questa. 

Il  libro  abbraccia  tutte  le  parti  della  filosofia,  e  prima- 
mente P  etica  in  quanto  tratta  degli  atti  umani ,  come  de'  vizi 
e  delle  virtù;  secondamente  la  metafisica,  cioè  la  teologia  in 
quanto  tratta  di  Dio,  e  delle  sostanze  separate  dai  corpi,  os- 
sia degli  angeli,  e  talora  la  fisica,  allorché  intromette  cose 
naturali;  ma  prima  e  più  principalmente  comprende  l'etica 
copie  si  vede  apertamente.  Ecco  il  testo  del  libro. 

INCOMINCIA  LA  PRIMA  CANTICA 

DELLA  COMMEDIA  DI  DANTE  ALIGHIERI  POETA  FIORENTINO 

NELLA   QUALE   TRATTA   DELL'  INFERNO. 

Si  accenna  in  questo  libro  primieramente  l'ordine,  ossia 
la  causa  formale  prima;  ne  vien  poscia  la  seconda,  nel  che 
conviene  osservare  essere  doppia  la  forma  di  questo  libro,  la 
forma  cioè  del  trattato ,  e  la  forma  e  modo  di  trattare.  La  for- 
ma del  trattato  è  la  composizione  ritmica ,  adorna  della  soa- 
vità dell'  eloquenza ,  e  condita  colla  gravità  delle  sentenze.  La 
forma  poi  del  trattare  si  è  il  modo  di  agire,  e  l' ordine  che 
osserva,  il  quale  anch'esso  è  moltiplice,  vale  a  dire  defini- 
tivo, divisivo,  probante,  rimprocciante ,  ed  esemplificativo.  É 
definitivo  perchè  dichiara  e  definisce  sé  medesimo,  definisce 
la  fede,  la  speranza,  ed  altre  cose  non  poche:  è  divisivo  per- 
chè divide  e  distingue  l' Inferno  coi  circoli ,  il  Purgatorio  coi 
gradi  o  scaglioni,  il  Paradiso  colle  sfere,  e  così  molte  altre 
cose:  probante  perchè  spesso  appoggia  con  ragione  ed  argo- 
menti i  suoi  detti:  rimprocciante  perchè  spesso  rimprovera  e 
confuta  i  detti  altrui,  come  manifestamente  in  molti  luoghi 
s'incontra:  finalmente  esemplificativo  per  molti  esempli,  e  si- 
militudini sparse  per  tutto  il  poema. 


20  INTRODUZIONE 

Si  noma  acconciamente  cantica,  imperocché  nella  Sacra 
Scrittura  vari  libri  di  Salomone  vengono  detti  cantico  dei  can- 
tici per  la  incomparabile  eccellenza,  e  così  questo  libro  in  poe- 
sia, essendo  proprio  di  qualsiasi  poeta  il  canto,  e  questo  più 
dolcemente  e  dilettevolmente  canta  di  qualunque  altro.  Si  tocca 
poi  anche  nel  titolo  lo  stile  poetico. 

E  qui  è  da  notarsi  che  lo  stile  è  di  tre  generi.  1°  la  tra- 
gedia 2°  la  satira  3°  la  commedia.  Lo  stile  della  tragedia  è 
alto  ed  altero:  tratta  di  cose  memorande  ed  orrende:  muta- 
mento di  regni,  distruzione  di  città,  zuffe,  guerre,  morte  di 
regnanti,  stragi,  uccisioni,  ed  altri  vasti  disertamenti  !  Quei 
poeti  che  descrivono  simili  avvenimenti  si  son  appellati  tra- 
gedi  o  tragici  —  Omero  —  Virgilio  —  Euripide  —  Stazio  — 
Simonide — Ennio  ed  «altri.  Lo  stile  della  satira  è  mezzano 
e  temperato  perchè  tratta  della  virtù  e  de* vizi,  e  quelli  che 
ne  scrivono  appellatisi  satiri  o  satirici,  e  rampognano  i  vizi 
—  Orazio  —  Giovenale  —  Persio.  Lo  stile  poi  della  commedia 
è  basso  ed  umile,  trattandosi  con  questo  le  cose  volgari,  le 
utili  operazioni  della  campagna,  de'  campagnoli,  plebei,  o 
vili  persone,  ed  i  poeti  che  l'usano  si  chiamano  commedi  o 
comici  —  Plauto  —  Terenzio  —  Ovidio.  Come  il  libro  contiene 
ogni  parte  della  filosofia,  del  pari  comprende  ogni  parte  della 
poetica,  e  se  vogliasi  sottilmente  andar  frugando  qui  si  tro- 
verebbe tragedia,  satira,  e  commedia:  la  tragedia  nel  descri- 
vere le  gesta  de' pontefici,  principi,  re,  baroni  ed  altri  ma- 
gnati, e  nobili,  come  si  vede  per  tutto  il  libro:  la  satira  la 
quale  serve  alla  rampogna,  perchè  maravigliosamente,  e  con 
inlrepidità  sgrida  ogni  genia  de' vizi,  né  risparmia  la  dignità, 
il  potere,  o  la  nobiltà  di  alcuno,  e  perciò  si  potrebbe  intito- 
lare più  presto  satira,  che  tragedia.  La  commedia,  però  se- 
condo Isidoro  incomincia  da  cose  triste,  e  va  a  sciogliersi  in 


INTRODUZIONE  21 

cose  allegre,  e  così  questo  libro,  che  incomincia  dall' inferno 
e  va  a  terminare  col  paradiso,  ossia  colla  essenza  della  cosa 
divina.  Ma  apporrai  forse,  o  lettore,  perchè  vuoi  tu  ora  dare 
nuovo  battesimo  ad  un  libro,  che  il  suo  proprio  autore  no- 
minò commedia?  Ed  io  rispondo,  che  volle  P  autore  chiamar 
piuttosto  quel  libro  commedia  per  lo  stile  infimo,  e  volgare, 
il  quale  veramente  è  umile  in  confronto  dell'erudito,  quan- 
tunque sia  nel  suo  genere  sublime,  ed  eccellente. 

Si  tocca  poi  nel  titolo  la  causa  efficiente  col  dire  —  di 
Dante  Alighieri--, e  la  materia,  dicendo,  in  cui  si  tratta  del- 
l' inferno,  ossia  la  causa  materiale,  ed  il  subbietto  del  primo 
libro. 

Premessi  a  più  chiaro  intendimento  questi  preamboli, 
passiamo  adesso  alla  divisione  del  libro.  Considera  P  autore 
essere  di  tre  sorta  la  vita  degli  uomini  la  deliziosi  2a  de' 
penitenti  3a  de' virtuosi.  Divise  quindi  il  suo  lavoro  in  tre 
parti  —  Inferno  —  Purgatorio  —  e  Paradiso.  —  NelP  inferno 
tratta  della  punizione  de' malvagi;  nel  purgatorio  della  con- 
versione de' penitenti;  nel  paradiso  del  premio  de' virtuosi. 
Ciascuno  de'  quai  libri  si  divide  in  canti,  e  così  si  appellano 
per  la  consonanza  dei  ritmi, e  ciascun  canto  è  chiuso,  e  con- 
dotto con  ritmo. 

Questo  primo  libro  si  divide  in  due  parti  principali,  cioè 
in  proemio,  e  trattato.  Il  proemio  contiene  due  capitoli,  nel 
primo  de' quali  l'autore  propone;  nel  secondo  invoca,  nel 
terzo  poi  incomincia  il  trattato.  11  primo  capitolo  può  divi- 
dersi in  quattro  parti  generali,  nella  prima  delle  quali  l'au- 
tore descrive  una  visione,  nella  quale  finge  di  essersi  egli  ri- 
trovato in  una  selva;  nella  seconda  mostra  come  giungesse  in 
un  monte  —  ma  poiché  fui  ;  —  nella  terza  mostra  come  vo- 
lendo egli  salire  su  quel  monte  gli  si  fecero  incontro  tre  fiere 


À 


22  INTRODUZIONE 

infeste  ed  ostinate  a  contrastargli  il  cammino  —  Ecco  quasi; — 
nella  quarta  mostra  in  qua!  maniera  un  uomo  gli  venne  in- 
contro per  ajutarlo  —  et  te  convien  — .  E  ciascuna  di  dette 
parti  ha  varie  particelle  uguali,  che  spiegherò  ad  una  ad  una. 
Per  ciò  che  risguarda  la  prima  parte  generale  dico  che 
l'autore  descrive  la  sua  visione,  e  primamente  tocca  in  qual 
tempo  gli  apparve ,  cioè  nel  mezzo  corso  della  vita  umana. 
Ma  prima  che  discenda  a  chiarire  il  testo  letterale  è  d' uopo 
osservare,  che  il  nostro  autore  finge  di  avere  avuta  questa  vi- 
sione maravigliosa,  e  salutevole  nel  1300,  e  cioè  nell'anno 
r  del  giubileo,  nel  quale  era  promulgata  generale  indulgenza 
dei  peccati.  Poteva  pertanto  P  autore  con  buone  ragioni  spe- 
rare e  la  propria  conversione,  ed  il  felice  compimento  del  suo 
lavoro.  Descrive  poi  questa  sua  visione  distintamente  secondo 
i  tempi ,  la  quale  però  aveva  avuta  tutta  intera  in  un  tempo 
solo,  come  Mosè  descrive  la  Genesi,  e  s.  Giovanni  l'Apoca- 
lisse. Ciò  sia  detto  a  chiarir  molti  punti,  che  sembrerebbero 
oscuri  senza  questo  riflesso.  L'autore  però  descrive  molti  fatti 
accaduti  dopo  quel  tempo,  e  spesse  volte  dopo  molt'anni,  e 
cioè  come  profeta  sembra  che  presagisca  i  futuri  avvenimenti , 
quantunque  sapesse  che  erano  già  accaduti  allorché  ne  scrisse; 
ma  finge  di  averli  preveduti  in  quella  sua  visione  nel  modo 
sopra  indicato,  e  li  scrisse  poscia  in  diversi  tempi  *. 


1  L'Epitafio  sul  sepolcro  di  Dante  fu  steso  daGiovanni  di  Virgilio  bo- 
lognese contemporaneo,  ed  amico  dell'Alighieri,  come  avvisa  Benve- 
nuto nel  commento  al  canto  XXX  del  Paradiso,  ed  è  il  seguente. 

Jura  monarchia?,  Superos,  phlegetonta,  lacusque 
Lustrando  cecini  voluerunt  fata  quousque  : 
Sed  quia  pars  cessit ,  melioribus  hospita  castri s 
Auctoremque  suum  felicior  astris , 
Hic  claudor  Danles  patriis  extorris  ab  oris 
Quem  genuit  parvi  Florentia  mater  Amoris. 


CANTO  I. 


TESTO  MODERNO 


Nel  mezzo  del  cammin  di  nostra  vita 

Mi  ritrovai  per  una  selva  oscura, 

Che  la  diritta  via  era  smarrita:  5 

Ahi  quanto  a  dir  qual  era,  è  cosa  dura, 

Questa  selva  selvaggia  ed  aspra  e  forte 

Che  nel  pensier  rinnova  la  paura  !  6 

Tanto  è  amara  che  poco  è  più  morte: 

Ma  per  trattar  del  ben,  ch'i'  vi  trovai, 

Dirò  dell'  altre  cose,  eh'  io  v'  ho  scorte.  9 

P  non  so  ben  ridir,  com'i'  v'entrai 

Tanto  era  pien  di  sonno  in  su  quel  punto, 

Che  la  verace  via  abbandonai.  12 

Ma  poi  ch'io  fui  appiè  d'un  colle  giunto, 

Là  ove  terminava  quella  valle, 

Che  m'avea  di  paura  il  cor  compunto;  15 

Guardai  in  alto,  e  vidi  le  sue  spalle 

Vestite  già  de'  raggi  del  pianeta , 

Che  mena  dritto  altrui  per  ogni  calle.  18 

Allor  fu  la  paura  un  poco  quota, 

Che  nel  lago  del  cor  m'era  durata 

La  notte  ch'i'  passai  con  tanta  pietà.  21 


24  INFERNO 

E  come  quei,  che  con  lena  affannata 

Uscito  fuor  del  pelago  alla  riva, 

Si  volge  all'acqua  perigliosa,  e  guata;  24 

Cosi  l'animo  mio  che  ancor  fuggiva 

Si  volse  indietro  a  rimirar  lo  passo 

Che  non  lasciò  giammai  persona  viva.  27 

Poi  ch'ebbi  riposato  il  corpo  lasso, 

Ripresi  via  per  la  piaggia  diserta , 

Sì  che  il  pie  fermo  sempre  era  il  più  basso.     •  30 
Ed  ecco,  quasi  al  cominciar  dell'erta, 

Una  lonza  leggiera  e  presta  molto , 

Che  di  pel  maculato  era  coperta.  33 

E  non  mi  si  partia  dinanzi  al  volto; 

Anzi  impediva  tanto  il  mio  cammino, 

Ch'i' fui  per  ritornar  più  volte  vòlto.  36 

Temp'era  dal  principio  del  mattino, 

E  '1  Sol  montava  in  su  con  quelle  stelle, 

Ch'eran  con  lui,  quando  l'Amor  divino  39 

Mosse  da  prima  quelle  cose  belle; 

Sì  eh' a  bene  sperar  m' era  cagione 

Di  quella  fera  alla  gaietta  pelle,  42 

L' ora  del  tempo  e  la  dolce  stagione  : 

Ma  non  sì,  che  paura  non  mi  desse 

La  vista,  che  m'apparve,  d'un  leone.  45 

Questi  parea,  che  contro  me  venesse 

Con  la  test'  alta  e  con  rabbiosa  fame, 

Sì  che  parea  che  l'aèr  ne  tremesse:  48 

Ed  una  lupa,  che  di  tutte  brame 

Sembiava  carca  nella  sua  magrezza, 

E  molte  genti  fé'  già  viver  grame.  51 

Questa  mi  porse  tanto  di  gravezza 


CANTO  1.  25 

Con  la  paura,  eh'  liscia  di  sua  vista 

Gli'  i'  perdei  la  speranza  dell'  altezza.  54 

E  quale  è  quei,  che  volentieri  acquista, 

E  giunge  'l  tempo,  che  perder  lo  face, 

Che'n  tutti  i  suoi  pensier  piange  e  s'attrista;  57 
Tal  mi  fece  la  bestia  senza  pace, 

Che,  venendomi  incontro ,  a  poco  a  poco 

Mi  ripingeva  là,  dove  il  sol  tace.  60 

Mentre  ch'io  rovinava  in  basso  loco, 

Dinanzi  agli  occhi  mi  si  fu  offerto, 

Chi  per  lungo  silenzio  parea  fioco.  63 

Quando  vidi  costui  nel  gran  diserto, 

Miserere  di  me,  gridai  a  lui, 

Qual  che  tu  sii,  od  ombra,  od  uomo  certo.  66 
Risposemi:  non  uom;  uomo  già  fui; 

E  li  parenti  miei  furon  Lombardi, 

E  Mantovani  per  patria  ambedui.  69 

Nacqui  sub  Julio ,  ancor  che  fosse  lardi , 

E  vissi  a  Roma ,  sotto  il  buon  Augusto, 

Al  tempo  degli  Dei  falsi  e  bugiardi.  72 

Poeta  fui,  e  cantai  di  quel  giusto 

Figliuol  d' Anchise ,  che  venne  da  Troja, 

Poiché  '1  superbo  Ilion  fu  combusto.  75 

Ma  tu  perchè  ritorni  a  tanta  noia? 

Perchè  non  sali  il  dilettoso  monte 

Ch'è  principio  e  cagion  di  tutta  gioia?  78 

Or  se'  tu  quel  Virgilio,  e  quella  fonte, 

Che  spande  di  parlar  sì  largo  fiume? 

Risposi  lui  con  vergognosa  fronte.  81 

0  degli  altri  poeti  onore  e  lume, 

Vagliami  il  lungo  studio,  e  '1  grande  amore, 


26  INFERNO 

Che  m' han  fatto  cercar  lo  tuo  volume.  84 

Tu  se'  lo  mio  maestro,  e  '1  mio  autore: 

Tu  se'  solo  colui ,  da  cui  io  tolsi 

Lo  bello  stile  che  m' ha  fatto  onore.  87 

Vedi  la  bestia,  per  cu' io  mi  volsi: 

Aiutami  da  lei,  famoso  saggio, 

Ch'ella  mi  fa  tremar  le  vene  e  i  polsi.  90 

A  te  convien  tenere  altro  viaggio , 

Rispose,  poi  che  lagrimar  mi  vide, 

Se  vuoi  campar  d'esto  loco  selvaggio;  93 

Che  questa  bestia,  per  la  qual  tu  gride 

Non  lascia  altrui  passar  per  la  sua  via 

Ma  tanto  lo'mpedisce,  che  l'uccide:  96 

Ed  ha  natura  sì  malvagia  e  ria , 

Che  mai  non  empie  la  bramosa  voglia 

E  dopo  il  pasto  ha  più  fame  che  pria.  99 

Molti  son  gli  animali,  a  cui  s'ammoglia, 

E  più  saranno  ancora,  infin  che  '1  veltro 

Verrà,  che  la  farà  morir  di  doglia.  102 

Questi  non  ciberà  terra  né  peltro , 

Ma  sapienza  e  amore  e  virtute, 

E  sua  nazion  sarà  tra  Feltro  e  Feltro.  105 

Di  quell'umile  Italia  fia  salute, 

Per  cui  morì  la  vergine  Camilla , 

Eurialo,  e  Turno,  e  Niso  di  ferute.  108 

Questi  la  caccerà  per  ogni  villa, 

Finché  l'avrà  rimessa  nell'inferno, 

Là  onde  invidia  prima  di  parti  Ila.  1 1 1 

Ond'io  per  lo  tuo  me'  penso  e  discerno, 

Che  tu  mi  segui;  ed  io  sarò  tua  guida, 

E  trarrotti  di  qui  per  luogo  eterno,  H* 


CANTO  I.  27 

Ove  udirai  le  disperate  strida, 

Vederai  gli  antichi  spiriti  dolenti , 

Che  la  seconda  morte  ciascun  grida.  117 

E  vederai  color  che  son  contenti 

Nel  fuoco,  perchè  speran  di  venire 

Quando  che  sia,  alle  beate  genti;  120 

Alle  qua'  poi,  se  tu  vorrai  salire 

Anima  fia  a  ciò  di  me  più  degna; 

Con  lei  ti  lascerò  nel  mio  partire:  123 

Che  quello  'mperador,  che  lassù  regna, 

Perch'  i'  fui  ribellante  alla  sua  legge, 

Non  vuol  che  'n  sua  città  per  me  si  vegna.       126 
In  tutte  parti  impera,  e  quivi  regge: 

Quivi  è  la  sua  cittade,  e  V  alto  seggio: 

0  felice  colui  cu'  ivi  elegge!  129 

Ed  io  a  lui:  poeta,  i'ti  richieggio 

Per  quello  Iddio,  che  tu  non  conoscesti 

Acciocch'  io  fugga  questo  male  e  peggio,         132 
Che  tu  mi  meni  là  dov'  or  dicesti , 

Sì  eh'  io  vegga  la  porta  di  San  Pietro , 

E  color  che  tu  fai  cotanto  mesti. 
Allor  si  mosse,  ed  io  li  tenni  dietro.  136 

* 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 


Nel  mezzo  del  cammin  di  nostra  vita.  Ma  quale  è  il  mezzo 
della  vita  nostra?  Dicono  alcuni  essere  il  sonno,  ed  Aristo- 
tile nel  primo  dell'  etica  afferma,  che  in  nulla  differiscono  i 
felici  dai  miseri  nel  tempo  del  sonno  che  è  la  metà  della  vita, 
e  chiama  quindi  il  sonno  detta  metà.  Sembra  che  Dante  espri- 
ma avere  avuta  la  visione  in  sogno,  ma  ciò  nulla  monta,  per- 


28  INFERNO 


che  al  dire  del  glossatore  di  Aristotile,  in  quel  luogo  per  sonno 
intende  la  quiete.  Non  è  poi  vero  che  P  uomo  dorma  la  metà 
della  vita.  Altri  ritengono  che  la  metà  della  nostra  vita  sia  la 
notte,  avendo  noi  tanta  durazione  di  tenebre  quanta  di  luce. 
Ed  il  nostro  autore  ebbe  la  visione  di  notte  tempo,  imperoc- 
ché le  visioni ,  ed  i  leggeri  fantasmi  appariscono  per  lo  più 
nella  notte,  allorché  V  anima  più  si  concentra  in  sé  medesi- 
ma, e  più  è  dalle  cure  temporali  disgiunta,  e  sciolta:  è  allora 
che  la  ragione  discorre,  considera  come  abbia  consumato  il 
suo  tempo,  in  quali  faccende,  e  per  qual  fine.  Ma  sebbene 
i  tutto  ciò  sia  vero,  non  è  però  questo  l'intendimento  dell'au- 
tore, perchè  chiaramente  poco  dopo  descrive  il  tempo  degli 
anni  di  sua  vita,  nel  quale  imprese  questo  lavoro.  Sembra 
ancora  potersi  dire  essere  la  età  di  trent'  anni,  perchè  secon- 
do Aristotile  nel  libro  II  della  politica,  gli  anni  degli  uomini 
comunemente  sono  sessanta.  —  Sostengono  altri  essere  la  età 
di  trentatrè  anni,  perchè  Cristo  preziosissimo  nostro  Reden- 
tore non  visse  che  trentatrè  anni ,  e  per  testimonianza  dell'A- 
postolo tutti  risorgeranno  in  quella  età,  in  cui  è  morto  Cristo: 
di  ciò  però  non  è  da  far  molto  conto,  perchè  per  autorità  del 
filosofo  quelle  cose  che  poco  differiscono  fra  loro  si  considera 
che  differiscano  un  bel  nulla.  Ma  la  verità  si  è  che  l' autore 
con  quel  mezzo  del  cammin  intende  trentacinque  anni,  come 
egli  stesso  lo  attesta  in  altro  luogo.  E  chiama  un  simile  tempo 
il  mezzo  della  vita,  e  molto  bene,  sendochè  è  molto  proba- 
bile che  l'uomo  sia  in  augmento  sino  all'età  di  anni  trentacin- 
que, stazionario  poi  negli  altri  trentacinque,  senza  diletto 
ne'  successivi  anni.  E  ciò  si  conferma  coli'  autorità  del  Pro- 
feta che  dice  —  in  essi  gli  anni  giungeranno  ai  settanta,  e  se 
sopraviveranno  sino  agli  ottanta,  e  più,  non  patiranno  che 
fatica,  e  dolore.  —  Che  poi  il  preteso  tempo  fosse  la  metà 


CANTO  I.  29 

della  vita  è  manifesto,  perchè  V  autore  die  mano  al  lavoro  di 
anni  trentacinque  se  bene  guardi  all'  epoca  del  suo  nascimen- 
to, come  si  è  stabilito  di  sopra,  se  l'autore  incominciò  nel 
Ì300  come  egli  medesimo  lo  scrive  nel  Canto  XXI  dell'  inferno. 
mi  ritrovai  per  una  selva  scura.  —  Questa  selva  è  lo  stato 
mondano  vizioso,  il  quale  per  metafora  si  appella  selva.  Rin- 
vengonsi  nella  selva  diversità  di  alberi,  e  così  in  questo  mon- 
do vi  ha  grande,  e  svariata  moltitudine  d' uomini,  e  di  ani- 
mali. Per  la  qual  cosa  Persio 

Degli  uomini  la  specie,  e  vario  appare 
Delle  cose  il  color ,  e  l' uso  ;  ognuno 
Vive  da  sé,  né  si  frammischia  altrui. 

Ed  essendo  la  selva  luogo  pieno  d'insidie,  e  ricettacolo  di 
fiere,  che  in  diverse  foggie  si  avventano  agli  uomini ,  così  que- 
sta vita  deserta  ha  con  sé  l'infuriare  de' vizi  a  rovina  dell'  a- 
nima,  e  del  corpo.  La  chiama  oscura  per  la  ignoranza,  e  pei 
peccati  che  acciecano,  oscurano,  e  si  acquattano  fra  le  tene- 
bre. Secondo  Pevangelo — chi  male  opera  odia  la  luce — Che 
la  dricta  via  era  smarrita.  E  veramente  la  via  della  virtù  è 
diritta,  e  rettamente  conduce  l'uomo  alla  felicità.  Smarrita 
poi  non  già  perduta,  imperocché  sebbene  fosse  in  quella  età 
vizioso  potea  però  condursi  alla  diritta  via  della  virtù. 

Disponi  poi  le  parole  in  ordinanza  così  —  Io  Dante  mi 
ritrovai  per  una  selva  oscura,  nelle  tenebre  de'  vizi ,  nel  mez- 
zo del  cammino  di  nostra  vita,  cioè  nel  mezzo  del  corso  della 
vita  umana,  ed  eccone  la  cagione  —  perchè  la  diritta  via, 
quella  vuo'  dire  della  virtù ,  che  per  diritto  calle  conduce 
l'uomo  alla  parte  superiore,  era  smarrita  temporalmente hay 
quanto  Dante  intende  significare  primamente  quanto  ciò  sia 
faticoso,  e  malagevole  a  farsi;  quindi  esclama  hay  quanto  e 
dura  cosa  dir  qual  era  questa  selva  di  vizi.  In  molti  testi  si 


30  INFERNO 

trovano  guaste  le  parole  e  quanto  e  dire  che  non  possono 
stare  in  modo  alcuno,  giacché  non  potrebbesi  mai  letteral- 
mente costruire,  e  tutto  il  discorso  rimarrebbe  sospeso,  ed 
anche  queir  e  non  avrebbe  proposizione  da  congiungere.  Pe- 
rocché deve  necessariamente  dirsi  —  ah  —  oppure  ahi ,  come 
di  chi  esclama,  che  ha  tanta  forza  in  lingua  fiorentina,  ed  é  un 
avverbio  di  maraviglia,  e  dolore.  —  silva  selvagia  aspra  e 
forte  Eppure  la  via  de' vizi  appare  piana  e  liscia,  e  dilettevole, 
come  si  può  conoscere  per  induzione  scorrendo  ciascun  vizio. 
Dilettevole  la  superbia,  che  superbire  significa  andar  sopra 
degli  altri ,  e  pel  diletto  che  ha  seco  soventi  volte  il  fratello 
uccide  il  fratello,  ed  il  figliuolo  arriva  a  scannare  il  genitore. 
L' invidia  conseguita  la  superbia,  come  la  figliuola  va  per  le 
peste  della  madre  al  dire  di  s.  Agostino.  L' ira  arreca  tanto 
diletto,  che  Aristotile  afferma  aver  detto  Omero  essere  P  ira 
più  dolce  del  mele  che  stilla,  essendo  P  appetito  della  vendet- 
ta. L' avarizia  ha  la  dolcezza  nel  guadagno  che  non  permette 
a  chi  travaglia  venir  mai  meno.  Diletta  P  accidia  essendo  dolce 
riposarsi  senza  travaglio  secondo  Aristotile  nelP  etica.  La  lus- 
suria, e  la  gola  piacevolissime  come  nel  canto  sesto.  Ma  ad 
onta  di  tutto  questo  risponderai  che  la  strada  de'  vizi  dolce  in 
principio  ha  un  fine  amarissimo,  all'opposto  della  strada  della 
virtù,  che  nel  pensier  rinova  la  paura.  Chi  pecca  temer  deve 
il  giudizio  di  Dio,  e  la  giustizia  del  mondo,  oltre  il  rimordi- 
mento  della  coscienza,  la  infamia,  il  mutamento  di  fortuna, 
ed  altri  mali.  Dice  pertanto  assai  bene  che  sente  rinnovarsi  la 
paura  nel  cuore.  Disponi  le  parole  così  —  ahi  quanto  è  cosa 
dura  a  dire  quale  era  questa  selva  selvaggia ,  che  rinnova  nel 
pensiero  la  paura.  —  La  memoria  de'  vizi  è  amara  a  colui,  che 
se  ne  ritragge  tanto  e  amara  e  la  paragona  alla  morte  e  questa 
selva  e  tanto  amara  che  poco  e  più  morte.  La  via  de'  vizi  è  la 


CANTO  1.  31 

morte  dell'  anima ,  e  la  morte  dell'  anima  è  più  dannosa  che 
quella  del  corpo;  sembra  dunque  che  avesse  dovuto  dir  più 
presto,  che  assai  è  men  morte.  La  morte  dell'anima  intanto  può 
dirsi  meno  amara,  perchè  col  timore  può  l' uomo  ricondursi 
sulla  strada  della  virtù  sintantoché  vive  la  vita  corporale  nel 
mondo,  che  dopo  la  morte  del  corpo  non  vi  è  più  luogo  a  pen- 
timento, ma  diro  di  l  altre  cose  eh'  i  vi  o  scorte  cioè  che  vidi 
in  quella  selva  di  vizi,  e  de'  supplizi  de*  viziosi,  ma  per  trat- 
tar del  ben  eh  ivi  trovai.  Quantunque  abbia  detto  che  cote- 
sta  selva  sia  tanto  amara,  pure  dirò  di  quelle  cose  che  in  essa 
vidi,  onde  accennare  il  bene  che  vi  rinvenni,  ma  qual  bene? 
Rispondono  alcuni,  le  altre  virtù,  ed  i  beni  morali  che  si  tro- 
vano in  mezzo  ai  vizi  del  mondo,  come  la  rosa  fra  le  spine.  Tu 
però  dirai  meglio ,  che  il  bene  che  qui  si  trova  è  di  molte  sorta, 
imperocché  volgendo  l'occhio,  e  ponendo  mente  ai  vizi,  e  loro 
supplizj  appare  certa  la  punizione  de'  malvagi,  e  la  emenda 
dei  molti,  oltre  la  perfezione  de'  buoni.  La  pena  rispetto  a 
giustizia  è  per  sé  stessa  buona  come  virtù,  io  non  so.  Dante 
qui  fa  la  figura  detta  antipofora ,  cioè  risponde  ad  una  do- 
manda tacitamente —  perchè  adunque  ti  mettevi  in  questa 
selva,  se  la  conoscevi  tanto  amara?  Dante  ripiglia  di  non  sa- 
perlo, perchè  era  pieno  di  sonno  allorché  vi  entrò. 

Che  cosa  è  il  sonno?  Può  prendersi  in  tre  aspetti:  e  se- 
condo Platone  l' anima  creata  ab  eterno  scende  giù  dalle  stelle 
ad  informare  il  proprio  corpo  tosto  che  sia  debitamente  orga- 
nizzato nell'utero  della  donna:  allora  l'anima  si  dimentica  di 
tutto  quanto  prima  sapeva,  perchè  fornita  di  tutte  cognizioni , 
e  tale  dimenticanza  può  appellarsi  sonno.  —  É  parere  di  Ari- 
stotile, che  l'anima  appena  creata  sia  come  tavola  raschiata, 
e  levigata  senza  nessuna  scultura ,  o  dipintura.  Ecco  perchè 
Dante  nel  Purgatorio  dice  /  anima  semplicetta  che  sa  nulla 


32  INFERNO 

così  ignorante,  com'è,  può  chiamarsi  in  islato  di  sonno. — 
S.  Agostino,  ed  altri  teologi  opinano  che  l'anima  sia  creata  da 
Dio  all'istante,  ed  infusa  nel  corpo  quando  è  compita  nel- 
l'atto del  turpe  congiungimento  de' sessi.  Perciò  il  profeta-Io 
fui  concepito  nella  iniquità  —  Al  nostro  proposito  Dante  vuol 
dire  —  non  cercherò  in  qual  modo  vi  entrai ,  perchè  tutti  na- 
scono in  mezzo  ai  mali,  anzi  prima  di  nascere  ci  troviamo  fra 

le  tenebre  dell'ignoranza  e  del  peccato,  e  quindi  non  posso 
rammentare  il  mio  primo  por  piede  in  questa  selva.  Io  non  so 

ben  ridir  com'  io  v'  entrai  perchè  tanto  era  pieno  del  sonno 
dell'  ignoranza  a  quel  punto ,  nel  tempo  dell'  adolescenza  che 
nel  qual  punto  la  verace  via  abbandonai  abbandonai  la  via 
della  virtù  che  è  la  vera,  e  sola  conduce  alla  patria  verace. 
L' uomo  sui  primordi  della  vita  cammina  avvolto  nel  sonno 
dell'ignoranza,  e  del  peccato,  dalla  nascita  sino  al  tempo 
dell'  adolescenza,  ma  non  è  capace  di  merito,  o  di  demerito, 
non  avendo  spedito  l' uso  del  libero  arbitrio  :  col  sopravve- 
nire però  del  tempo  dell'  adolescenza  egli  s' imbatterà  nel  bi- 
vio, ed  è  allora  che  più  sovrasta  il  pericolo  di  piegare  a  sini- 
stra piuttosto  che  a  destra.  Più  facilmente  poi  propende  alla 
sinistra  colui  che  usato  ai  sensuali  dilettamenti  colla  ragione 
assopita,  abbandona  la  dritta  via  della  virtù,  e  va  svugolan- 
do  pei  dirupamenti  de'  vizi.  Perlochè  ottimamente  dice  l' au- 
tore non  saper  egli  ridire  in  qual  modo  entrasse  in  quella  selva, 
tanto  era  pieno  di  sonno  allorché  lasciò  la  diritta,  e  vera  stra- 
da. Ciò  però  a  non  pochi  addiviene  se  pure  coli'  opportuno, 
e  misericordioso  aiuto  della  divina  grazia  non  si  prescelga  la 
via  dritta,  come  si  favoleggia  di  Ercole  secondo  Tullio  nel  li- 
bro degli  Uffici,  e  racconta  Livio  di  Scipione  Affricano. 

Ma  poi  eh'  io  fui  seconda  parte  generale.  Dante  dopo 
aver  errato  lungamente  nella  selva  giunge  ad  una  montagna, 


CANTO  1.  33 

che  vide  investita,  e  splendente  de' raggi  solari.  La  monta- 
gna significa  la  virtù,  che  posta  in  alto  conduce  l'uomo  al 
cielo,  come  la  valle  giacente  in  basso,  e  che  mena  air  Inferno 
rappresenta  il  vizio.  Il  monte  è  prossimano  al  cielo,  e  con- 
seguentemente  a  Dio,  e  la  valle  più  vicina  al  centro  della 
terra,  e  quindi  all'  Inferno  che  ivi  si  dilaga,  ma  poi  che  io 
fui  a  pie  di  un  eolle  giunto  alle  falde  di  una  montagna ,  la 
dove  terminava  quella  valle,  imperocché  la  valle  tocca  col 
suo  confine  il  piede  della  montagna,  così  il  vizio  senz'altro 
frapponimene)  si  accosta  al  confine  della  virtù,  direttamente, 
ed  immediatamente:  vizio,  e  virtù  sono  tra  loro  opposti,  che 
m  avea  di  paura  il  cor  compuncto.  Niuna  cosa  intimorisce 
l'uomo,  ed  abbatte  l'anima  al  pari  del  rimordimento  della 
coscienza,  guardai  in  aito.  Fino  allora  aveva  tenuti  gli  occhi 
fissi  su  queste  basse  cose  sensuali,  e  temporanee,  e  perla 
prima  volta  imprendeva  a  levar  su  la  testa  contemplando  l'al- 
tezza delle  cose  virtuose,  ed  eterne,  e  vidi  le  sue  spalle  cioè 
l'ertezza ,  e  dirittura  della  montagna,  perchè  questo  monte 
era  alto,  e  posto  a  picco  sino  al  cielo,  come  più  alla  distesa 
si  dirà  nel  Purgatorio.  E  sotto  nome  di  spalle,  che  sono  di- 
ritte, significa  la  rigidezza  di  cotesto  monte,  e  ne  accenna  la 
lucidezza  col  vestite  già  di  raggio  di  pianeta  illuminate  dai 
raggi  del  sole.  Siccome  colui,  che  cammina  per  valle  bassa 
per  buona  pezza  non  vede  splendere  il  sole ,  ma  allorché  si 
va  avvicinando  al  monte  tosto  incomincia  a  vederlo ,  così  il 
nostro  Dante  aveva  in  questa  selva  lungamente  camminato  fra 
le  tenebre  de' vizi.  Ora  poi  incominciava  a  salire  alla  luce 
della  virtù,  significando  con  ciò,  che  la  virtù  risplende,  e 
rende  l'uomo  illustre.  Per  quel  sole  poi  si  deve  moralmente 
intendere  il  sole  della  giustizia ,  cioè  Iddio,  coi  raggi  della  cui 
grazia  la  montagna,  cioè  l'ardua  virtù  viene  illuminata,  e  niuna 
Rambaldi  —  Voi.  1.  3 


34  INFERNO 

virtù  perfetta  può  risplendere  nell'  uomo ,  se  non  lo  investe 
Iddio  colla  sua  luce  che  mena  altrui  dritto  per  ogni  calle 
pel  sentiero  di  virtù ,  e  per  la  strada  idei  viver  bene.  Nel  se- 
colo, e  nella  religione,  nell'attiva  vita,  e  nella  contemplativa, 
in  pace  ed  in  guerra,  nella  infermità  ed  in  salute,  nella  opu- 
lenza, e  nella  povertà,  in  qualunque  grado  adunque,  stato, e 
fortuna  nella  quale  l' uomo  si  trovi ,  quel  sole  il  conduce  di- 
rettamente alla  beatanza.  allor  fu  la  paura  un  pocho  que- 
ta  —  che  nel  lago  del  cor  m  era  durata  che  provai  nel  pro- 
fondo del  core  la  notte  chiama  notte  tutto  quel  tempo,  in  cui 
fu  invescato  ne'  vizi ,  eh  io  passai  con  tanta  pietà  con  tanta 
passione.  Ragionevolmente  st  menomò  il  timore  per  la  for- 
tuna ,  e  piccola  speranza  di  scampare  dalla  selva,  avendo  al- 
cun poco  cominciato  a  conoscere  lo  splendore  della  virtù. 
Et  come  Dante  descrive  la  disposizione  dell'anima  sua ,  che 
gli  era  derivata  da  quella  quiete,  e  così  con  bellissimo  pa- 
ragone vuol  dire  ricisamente  quanto  gli  accadde  nella  quiete, 
come  ad  un  naufragato  che  con  molt'  ansia,  e  pericolo,  affer- 
rato il  lido ,  si  volge  a  tergo ,  e  guata  1'  onda  perigliosa.  Co- 
struisci le  parole  così  e  l  animo  che  ancor  fugiva  perchè 
tuttora  si  adoperava  di  fuggire  dai  vizi  si  volse  indretro  verso 
la  selva  a  rimirar  lo  passo  la  via,  o  sentiero  de' vizi  che  non 
passo  già  mai  persona  viva.  In  due  maniere  può  interpretarsi 
il  testo.  Primamente  coloro  che  passano  per  la  via  de'  vizi 
muojono  spiritualmente,  perchè  l'anima  peccatrice  sarà  dan- 
nata a  morte,  ed  allora  quel  passaggio  de' vizi  non  permise 
che  sortisse  persona  viva,  se  prima  non  l'aveva  spiritualmente 
uccisa:  allora  la  persona  viva  sta  per  apponimeli to  al  verbo. 
L'altra  spiegazione  si  è  che  niun  vivente  al  mondo  potè  mai  in- 
teramente scansare  la  via  de' vizi,  e  far  a  meno  di  non  cammi- 
nare per  la  medesima,  che  sette  volte  alla  giornata  cade  il  giù- 


CANTO  I.  35 

sto  almeno  venialmente.  Ed  allora  si  spiega,  che  quel  passo 
non  lasciò  giammai  persona  viva,  in  quanto  che  chi  entra  nel 
mondo  comunemente  pecca ,  ad  eccezione  della  B.  V.  e  di 
Gesù  Cristo.  La  persona  viva  allora  sta  in  luogo  di  supposto, 
e  debbe  porsi  prima  del  verbo.  Così  come  quei  naufrago  che 
uscito  fuor  del  pelago  alla  riva  con  lena  affannata  somma, 
e  perigliosa  fatica  si  volge  a  l  acqua  periculosa  ai  flutti  pe- 
rigliosi del  mare  e  guata  guarda  il  pericolo  di  morte  in  cui 
si  trovò.  Propria  comparazione!  Come  colui  fuggito  da  nau- 
fragio, e  pallido,  spaventato,  e  quasi  morto  giunge  al  lido, 
si  volge  indietro,  e  guarda  il  corso  pericolo,  così  Dante  il 
quale  era  scampato  dal  mare  amarissimo  del  mondo,  con  mol- 
ta fatica  era  giunto  sulla  strada  della  virtù,  guardava  indie- 
tro al  manifesto  pericolo  della  morte  dell' anima,  incoi  stette 
per  tanto  tempo  —  Ahi  misero,  ed  infelice!  Che  mai  facesti 
per  lo  spazio  di  trentacinque  anni?  Ti  sei  perduto  in  amori 
insani ,  in  vanissimi  onori. 

Poicli  ebbi  Dopo  quella  quietatone,  rincorato  alcun 
poco,  tentò  la  salita. del  monte  come  viaggiatore,  che  scorsa 
lunga,  ed  aspra  valle,  e  giunto  a  pie  di  altissimo  monte,  si 
riposa  alle  falde,  e,  preso  alquanto  di  quiete,  si  rimette  in 
cammino,  e  Dante  aveva  errato  per  la  selva  de1  vizi,  e  bra- 
mando tentare  il  monte,  quietò  prima,  e  si  mise  poi  a  salire 
poi  ripresi  via  tornai  nel  cammino  non  per  la  selva,  ma  per 
una  piaggia  deserta ,  pochi  essendo  quelli  che  battono  la  dif- 
ficile strada  della  virtù,  sì  che  l  pie  fermo  sempre  era  l  più 
basso  quando  taluno  ascende ,  la  parte  inferiore  è  natural- 
mente quella  sulla  quale  si  ferma,  e  poggia  il  corpo  dell'ascen- 
di tore,  e  quindi  il  piede  più  basso  era  il  pie  fermo.  Moral- 
mente parlando  il  piede  inferiore  significa  l'amore,  che  lo  in- 
vitava, e  traeva  alle  parti  basse,  e  terrene,  amore  fermo,  e 


56  INFERNO 

più  forte  in  lui  che  non  fosse  il  piede  superiore,  ossia  la  ten- 
denza al  cielo.  L'amore  è  quel  piede  col  quale  l'anima  sale, 
e  perciò  nel  Purgatorio  l  anima  non  va  con  altro  pede.  I  piedi 
significano  le  affezioni  anche  secondo  s.  Agostino,  e  l'infe- 
riore è  l'affetto  delle  basse  cose,  ancora  fermo  nell' animo  di 
Dante.  Né  riterrai ,  come  alcuni  ignoranti ,  che  il  piede  più 
basso  indichi  la  umiltà  tendente  a  conversione,  perchè  Dante 
mira  soltanto  a  meditare  sui  vizi  nell'Inferno:  nel  Purgatorio 
volendo  lavarli  ricorrerà  all'umiltà,  che  qui  non  doveva  tro- 
varsi si  che  l  pie  fermo  sempre  era  l  più  basso  e  ciò  feci 
poich'ebbi  riposato  il  corpo  lasso  da  quella  stanchezza.  Per 
lassezza  di  corpo  Dante  intende  la  quietazione,  e  fessitudine 
d'animo  la  più  occulta. 

Ed  eccho  quasi  terza  parte  generale.  A  Dante  che  ascen- 
deva si  fecero  incontro  tre  fiere,  la  lonza,  il  leone,  e  la  lupa. 
Ma  che  fiera  è  la  lonza?  Tre  sono  gli  animali  che  hanno  la 
pelle  screziata,  la  lince,  o  linceo,  che  volgarmente  appellasi 
lupo  cerviero,  il  pardo,  e  la  pantera.  Per  lonza  Dante  può  in- 
tendere la  lince,  ossia  la  lussuria.  Virgilio  descrivendo  l'a- 
bito di  Venere  dice  —  succinta  faretra  coperta  di  macchiata 
pelle  di  lince  —  e  così  fa  intendere  che  la  lussuria  consiste 
principalmente  nella  pelle,  ed  apparenza  esteriore.  Boezio  nel 
3°  parlando  dell'  esterna  bellezza  —  Se  gli  uomini  si  guar- 
dassero cogli  occhi  di  lince,  il  bellissimo  corpo  di  Alcibiade 
sembrerebbe  turpissimo  —  Alcibiade  ateniese  fu  inclito  ca- 
pitano, gran  filosofo,  di  corpo  bellissimo,  secondo  Valerio, 
Giustino,  s.  Girolamo,  ed  altri  molti,  sebbene  alcuni  igno- 
ranti vogliano,  che  fosse  una  celebre  meretrice.  Per  lonza 
può  intendersi  il  pardo  naturalmente  lussurioso,  ed  ha  pelle 
variamente  macchiata  come  la  lince.  Omero  descrivendo  Pa- 
ride vestilo  di  pelle  di  pardo  insegna,  che  Paride  era  lussu- 


CANTO  I*  57 

rioso.  Aristotile  nel  2°  dell' etica  dice  che  Elena  moveva  a  con- 
cupiscenza tutti  che  la  guardavano,  e  perciò  anche  i  vecchi 
trojan!  fuggivano  dal  di  lei  cospetto.  Dessa,  viste  le  rughe  del 
proprio  viso,  rideva  poi  di  coloro,  che  l'avevano  amata, 
come  scrive  Ovidio  —  de  arte  amandi ,  —  ed  insegna  che 
nella  pelle  primamente  consiste  la  causa  di  lussuria.  Il  pardo, 
se  ghermisce  altra  fiera  ne  sugge  il  sangue  del  pari  che  la 
donna  libidinosa  :  sfugge  il  pardo  ogni  vista  quando  si  pasce, 
e  del  pari  la  donna  si  nasconde  di  qualunque  pasto  tu  parli. 
—  I  custodi  del  pardo  gli  porgono  quindi  il  cibo  voltata  in 
dietro  la  faccia — .  In  ultimo  il  pardo  sembra  famigliarizzarsi, 
ed  addomesticarsi ,  ma  spesso  torna  alla  prima  fierezza,  tradi- 
sce, e  vince  l'uomo  nella  frode.  Si  può  per  lonza  intendere 
anche  la  pantera  la  quale  ha  un  alito  così  odoroso,  che  at- 
trae gli  altri  animali,  quando  per  cibarsi  intenda  sbranarli. 
La  mia  opinione  per  altro  è,  che  Dante  in  questo  luogo  abbia 
inteso  piuttosto  del  pardo,  che  di  altro  animale,  giacché  le 
proprietà  del  pardo  sembrano  più  convenire  a  lussuria,  ed 
anche  perchè  tale  vocabolo  —  fiorentino  —  sembra  più  pre- 
sto significare  pardo,  che  altra  fiera:  mentre  un  giorno  si  fa- 
ceva vedere  un  pardo  per  la  città  di  Firenze,  correndo  i  ra- 
gazzi gridavano  —  vedi  la  lonza —  vedi  la  lonza  —  come  mi 
raccontava  il  soavissimo  Boccaccio  da  Certaldo. 

Altri  stoltamente  pensano  che  Dante  alluda  a  vanagloria, 
e  non  san  essi  che  la  lussuria  è  il  primo  de'  vizi ,  e  che  primo 
invade  l'uomo,  come  lo  provò  lo  stesso  autore  che  contava 
solo  nove  anni  quando  fu  preso  d'amore  per  Beatrice.  La  va- 
nagloria d'altronde  è  più  tarda ,  ed  è  figlia  della  superbia, 
che  Dante  qui  rappresenta  sotto  di  altro  animale.  E  la  vanaglo- 
ria non  potrebbe  annoverarsi  fra  i  peccati  mortali,  se  nell'In- 
ferno dantesco  non  viene  inai  castigata.  Dante,  è  chiaro  abba- 


38  INFERRO 

stanza,  che  avea  avuta  di  mira  la  lussuria  colla  lonza,  e  nell'  In- 
ferno canto  16  così  dice  prender  la  lonza  alla  pelle  dipinta 
cioè  col  diletto  sensuale,  et  eccho  quasi  al  cominciar  de  l  erta 
quando  cominciava  a  salire  ima  lonza  leggera  e  presta  molto 
niun  vizio  è  più  veloce  della  lussuria ,  che  al  solo  passaggio 
avvelena  cogli  occhi.  L'amore,  dai  poeti  si  finge  colle  ali  che 
del  pel  maculato  era  coperta  di  pelo  variamente  colorato, 
e  non  mi  si  tollea  dinanzi  al  volto.  Dante  invero  fu  preso  da 
questo  solo  vizio,  più  che  da  tutti  gli  altri  insieme  anzi  im- 
pediva tanto  che  più  volte  volto  richiamavalo  alla  valle: 
Dante  era  novizzo,  e  costei  spesse  volte  rese  retrogradi  anche 
gli  uomini  più  perfetti.  S.  Agostino  dice,  che  gli  uomini  ad- 
divenuti quasi  angeli  furono  scacciati  da  faccie  pericolose. 
Finge  Dante  che  tre  fiere  gli  uscissero  incontro,  perchè  tre 
sono  principalmente  i  vizi  degli  uomini  ne' diversi  stadi  di 
vita  ;  lussuria  nell1  adolescenza ,  superbia  nella  gioventù ,  ava- 
rizia nella  vecchiaja. 

Tempo  era  Tempo  della  visione  di  Dante ,  che  essendo 
buono  gli  dava  speranza  di  superar  quelle  fiere.  Il  sole  si  al- 
zava, ed  è  allora  che  si  fanno  i  veri  sogni,  perchè  la  dige- 
stione è  perfetta,  svaniti  i  fumi,  la  mente  sobria.  Quasi  voglia 
dir  Dante  —  non  credeva  spregevole  il  mio  sogno,  comecché 
proveniente  dalla  crapula,  o  da  ebbrezza  fisica:  procedeva 
da  meditazione  di  mente  sobria,  ne' crepuscoli,  o principio  di 
luce.  Cominciava  la  primavera,  e  così  argomentò.  In  tal  tempo 
il  sommo  Iddio  fu  propizio  alle  creature,  ed  al  mondo,  se  in 
un  istante  li  creò,  istrumenti  naturali,  ed  organi  all'ordine 
del  creato.  E  se  il  cielo  era  in  simile  disposizione,  sembra 
che  Dio  per  sua  clemenza  illuminar  volesse  la  mente  di  Dante. 
Gli  astrologi ,  e  teologi  dicono ,  che  Dio  pose  subito  il  sole  in 
ariete,  nel  qual  segno  per  noi  arriva  primavera.  Quando  poi 


CANTO  I.  39 

il  sole  entra  in  ariete  tocca  l'equinozio,  e  porta  stagione  tem- 
perata. Questo  adunque  è  tempo  propizio  di  dar  mano  a  qual- 
che opera,,  eh  e  crescerà  e  prospererà,  e  l  sol  montava  in 
su  con  quelle  stelle  il  sole  ascendeva  col  segno  di  ariete  com- 
posto di  molte  stelle,  eh  eran  con  lui  quando  l  amor  divino 
Iddio  con  bontà  e  benignità  mosse  dapprima  quelle  cose 
bèlle  i  cieli,  le  stelle,  e  tutto  il  creato.  — Mosse  —  Da  prima 
infatti  non  si  movevano,  contro  l'opinione  di  Aristotile  che 
pretende  che  il  moto  sia  eterno,  si  che  dalla  disposizione  del 
tempo  trae  speranza  di  vincere  la  lonza,  o  lussuria  siche 
l  ora  del  tempo  la  mattina  e  la  dolce  stagione  il  dilettoso 
tempo  di  primavera  m  era  cagione  a  ben  sperare  la  gajetta 
pelle  di  quella  fera  mi  dava  cagione  di  bene  sperare  la  sere- 

• 

ziata  pelle  di  quella  fiera ,  ossia  traeva  argomento  di  frenare 
ed  estinguere  la  lussuria  gajetta  perchè  le  vaghe  donne  chia- 
matisi gaie:  anche  dal  sopra  detto  si  ha  certezza  che  V  au- 
tore parla  di  lussuria,  e  non  di  vanagloria.  Il  tempo  gli  dà 
motivo  a  bene  sperare,  perchè  le  facoltà  allora  sono  più  so- 
brie, e  sciolte,  quindi  più  al  caso  di  vincere  la  concupiscenza , 
e  frenar  le  passioni. 

Alcuni  ritengono  che  in  questo  passo  Dante  esponga  il 
falso.  La  primavera  gli  dava  speranza  di  vincere  la  lussuria, 
locchè  è  contrario  al  fatto,  ed  all'esperienza,  imperocché  al- 
lora gli  animali ,  e  vegetabili  sono  incitati  a  lussuria.  Ma  Dante 
argomentò  cosi  —  Se  nel  tempo  in  cui  gli  uomini  sono  natu- 
ralmente disposti  a  lussuria  io  tentava  di  reprimerla ,  e  con- 
culcarla, aveva  dunque  ragione  a  bene  sperare.  Ovvero  —  ora 
è  ancor  tempo,  l'età  ancor  robusta:  verrà  l'età  della  fred- 
dezza, verrà  la  vecchiaja ,  e  quando  fossi  domato  da  essa  non 
avrei  merito  nella  vittoria.  Quinto  Curzio  sostiene,  che  se 
Alessandro  Magno  fosse  più  oltre  vissuto,  la  età  avrebbe  vinta 


40  INFERNO 

l'ira,  e  l'ebbrezza,  terribili  vizi  in  lui  fino  dall'adolescenza.  E 
si  poti  che  Dante  non  dice  che  quel  tempo  gli  facesse  vin- 
cere la  lussuria,  ma  solo  che  lo  faceva  bene  sperare,  e  la 
speranza  risguarda  il  futuro. 

Ma  non  Seconda  fiera  che  gli  venne  incontro,  il  leone 
che  significa  la  superbia.  Il  leone  col  solo  ruggito  spaventa  le 
altre  fiere,  e  le  istupidisce.  Aristotile  dice  di  Achille  freme 
come  leone.  Anche  Lucano  somiglia  Cesare  ad  un  leone. 

Quantunque  Dante  superiormente  dicesse  di  avere  con- 
cepita speranza  di  vincer  la  lonza,  pure  gli  mancò  all'incon- 
tro della  seconda  fiera,  che  mettendogli  timore  risguardava 
il  male  futuro  ma  non  si  che  paura  non  mi  desse—  la  vista 
che  m  apparve  d  un  leone  il  solo  aspetto  del  superbo  spa- 
venta. Questi  il  leone  parea  che  contro  me  venesse  con  la 
test  alta  il  superbo  incede  con  alta  testa  cum  rabbiosa  fame 
il  superbo  appetisce  tutto,  e  tutto  vuol  sottomettere  si  che  pa- 
rea che  l  aer  ne  temesse  per  aer  intende  più  specialmente  gli 
uomini  alti,  e  sapienti ,  ovvero  —  non  solo  i  maggiori,  ma 
anche  i  minori  temono  la  superbia  del  potente.  Ed  anch'esso 
Dante  fu  superbo ,  perchè  nobile,  ed  i  nobili  lo  sono  per  lo 
più,  e  perchè  scienziato  locchè  produce  troppo  alta  coscienza 
di  sé.  Dante  confessa  la  sua  superbia  nel  Purgatorio  canto  13. 

Et  una  lupa  terza  fiera — lupa  od  avarizia  posta  nell'ul- 
timo perchè  al  giungere  della  vicchiaja ,  se  cessano  gli  altri 
vizi,  l'avarizia  ringiovanisce.  Ottimamente  l'autore  figura 
l'avarizia  nella  lupa,  vorace,  rapace,  insaziabile,  et  una  lupa 
mi  apparve  che  sembrava  carcha  gravata  dal  peso  delle  cure 
di  tutte  brame  d'insaziabile  cupidità,  ne  la  sua  magrezza 
perchè  quanto  più  ha,  tanto  è  più  avida  di  avere  secondo  il 
detto  di  Giovenale  —  cresce  l'amor  del  denaro  quanto  cre- 
sce lo  stesso  denaro  —  motte  genti  fé  già  viver  grame  genti 


CANTO  I.  il 

innumerabili  per  non  dire  infinite.  E  senza  sforzo  di  argomen- 
tazione tutto  di  vediamo  moltissimi  vivere  miseramente,  e 
tristissimamente,  e  più  miseramente  morire,  questa  mi  porse. 
L'autore  intende  esprimere  che  sopra  le  altre  fiere  gli  fu  in- 
festa la  lupa  questa  la  lupa  mi  porse  tanto  di  gravezza — 
con  la  paura  che  uscia  di  sua  vista  —  eh  io  perdei  la  spe- 
ranza de  l  altezza  disperai  di  più  arrivare  alla  cima  del 
monte  della  virtù.  Se  Dante  non  cercava,  o  gettava  le  ric- 
chezze, temeva  cadere  nell'inopia,  e  mendicità,  e  quindi 
nella  derisione.  Giovenale  accenna  che  —  niun'  altra  cosa  è 
più  dura,  né  più  dure  cose  ha  in  sé  della  povertà,  se  questa 
sola  basta  a  rendere  gli  uomini  ridicoli,  e  spregevoli  —  Sten- 
dendo il  povero  la  mano  sente  l'oppressione  del  rossore;  non 
la  stendendo  si  consuma ,  e  muore  nella  miseria. 

Et  quale  il  mercatante  per  mira  di  guadagno  scorre  i  mari 
e  la  terra,  sprezzando  gli  assassini,  i  pirati ,  gli  scogli,  e  se 
vien  colto  da  fortuna  contraria  piange  il  suo  stato,  le  gettate 
spese,  fatiche,  e  pericoli,  e  scorato  abbandona  l'incominciata 
intrapresa;  così  Dante  dolente  di  avere  invano  gettate  e  cure, 
e  vigilie,  perduta  ogni  speranza  per  l'incontro  di  quella  fiera, 
abbandonava  l' incominciato  cammino,  e  tornava  inverso  la 
valle  e  la  bestia  senza  pace  l'avarizia  inquieta  mi  fece  tale 
quale  quel  che  volentera  acquista  il  mercatante  e  giunge  il 
tempo  che  perder  li  face  il  guadagno  sperato  in  tutti  sui  pen- 
sier  piange  e  s  attrista— venendomi  incontro  apocho  a  pò- 
cho  mi  ripingeva  dove  l  sol  tace  alla  valle  dove  il  sole  non 
isplende.  Dante  la  temeva  perchè  aveva  moglie,  figli,  beni 
confiscati,  e  non  avea  guadagno  di  sorta. 

Mentre  eh  io  quarta  parte  generale.  Comparve  a  Dante 
un  certo  che  sotto  figura  di  nube.  Era  questi  Virgilio  poeta, 
ossia  la  ragione  naturale,  ehe  prese  per  guida  nell'Inferno, 


42  INFERNO 

e  nel  Purgatorio.  Allorché  per  altro  giunse  al  Paradiso  la  ra- 
gione naturale  gli  mancò,  perchè  nel  Paradiso  ha  luogo  sola 
la  scienza  soprannaturale  infusa  da  Dio,  cioè  la  teologia.  Que- 
sta sola  osservazione  basti  a  giustificar  Dante  di  aver  preso 
Virgilio  a  guida  per  l'Inferno,  e  pel  Purgatorio,  benché  non 
l'avesse  conosciuto  in  vita,  e  benché  Virgilio  fosse  pagano, e 
come  tale  posto  nelP  inferno.  La  ragione  naturale,  per  mezzo 
delle  scienze  naturali ,  è  certamente  bastante  a  conoscere  le 
virtù,  ed  i  vizi,  i  premi  ed  i  castighi,  de' quali  moralmente 
si  tratta  in  questi  due  libri.  Nel  Purgatorio  poi  dovendo  l'au- 
tore trattare  di  oggetti  non  pertinenti  alla  ragione  naturale  in- 
vita Stazio  poeta  cristiano  ad  accompagnarlo. 

Alla  lettera.  Finge  Dante  che  un  tale  gli  si  presentasse, 
quale  sembrava  rauco  per  lungo  silenzio.  Ma  perchè  rauco? 
Per  molte  ragioni,  perchè  stette  lungo  tempo  senza  gli  organi 
della  voce ,  ed  i  poeti  chiamano  conseguentemente  i  luoghi 
inferni  —  regni  del  silenzio.  —  Perchè  a  traverso  di  molti  se- 
coli non  vi  era  stato  cantore  più  sublime  di  Virgilio,  e  di  più 
alta  materia.  —  Perchè  la  ragione  naturale  che  Virgilio  rap- 
presenta rare  volte  parla.  Dante  fin  allora  era  stato  rauco: 
aveva  scritto  pochi  sonetti,  e  canzoni  in  gioventù,  de' quali 
vergognavasi  in  età  matura.  Virgilio  poi  in  gioventù  ebbe 
difficoltà  di  pronunciazione  come  scrive  Donato  che  pareo, 
fioco  afone  per  longo  silentio  diuturna  taciturnità  essendo 
stato  per  1300  anni  senza  loquela  si  fue  offerto  si  presentò  di- 
nanzi agli  occhi  miei  dì  mio  intelletto  mentre  eh  io  minava 
correva  precipitosamente  in  basso  loco  nella  valle  de9  vizi. 

Gridai  a  lui  io  Dante  gridai  a  Virgilio  miserere  di  me 
qual  che  tu  se  qualunque  tu  sia  abbi  pietà  di  me  o  ombra  o 
sii  morto  o  homo  certo  od  ancora  in  vita,  quando  vidi  costui 
il  predetto  Virgilio  nel  gran  diserto  nel  monte  che  Dante 


CANTO  1.  43 

chiama  deserto  perchè  la  virtù  è  alta,  difficile,  e  quasi  derelitta. 
Rispuosemi  non  sono  più  un  uomo,  ma  un  ombra,  homo 
già  fui  generato  da  uomo  e  li  parenti  miei  padre  Figolo,  e 
madre  Maja  —  furo  lombardi  della  lombardia,  che  da  Tul- 
lio si  tiene  pel  fiore  d'Italia,  e  che  una  volta  si  disse  Gallia 
Cisalpina.  I  lombardi  da  prima  longobardi  ritennero  la  prima 
denominazione  sincopata  e  ambedue  mantoani  per  patria 
Mantova  è  nobile  città  della  lombardia  antica,  fertile,  magni- 
fica come  si  dirà  nel  canto  10  del  Paradiso.  Nacqui  sub  Ju- 
lio  e  sembra  falso  perchè  Virgilio  per  verità  nacque  sotto 
Pompeo  Magno,  e  Marco  Crasso  consoli,  nel  qual  tempo  Ce- 
sare era  privato ,  né  per  anche  stato  console ,  od  imperatore: 
e  la  data  si  traeva  dai  consoli.  Ma  io  risponderò  facendo  ri- 
flettere che  queste  parole  non  vengono  dalla  bocca  di  Dante, 
ma  bensì  da  Virgilio,  il  quale  con  esse  vuol  dar  lodi  allo 
stesso  Cesare,  come  le  diede  nell'Eneide  coi  versi 

Di  questa  gente,  e  della  Giulia  stirpe 
Che  da  quel  primo  Giulio  il  Dome  ha  preso 
Cesare  nascerà,  di  cui  P  impero 
E  la  gloria  fia  tal ,  che  per  conGne 
L'uno  avrà  V  Oceano,  e  Paltra  il  cielo. 

Similmente  nelle  buccoliche,  piangendo  la  indegna  morte 
di  Cesare,  si  sforza  di  lodare  Augusto.  Virgilio  ama  piuttosto 
di  trarre  la  origine  da  Cesare  privato  di  quello  che  dal  conso- 
lato degli  altri,  nacqui  sub  /ulto  incominciai  a  fiorire  non 
istarebbe,  perchè  Virgilio  era  allora  fanciullo  ed  ignoto:  co- 
minciò a  distinguersi  sotto  di  Augusto,  come  si  ha  nelle  buc- 
coliche dove  troviamo  coronate,  o  pastori,  di  edera,  il  na- 
scente poeta  nascente,  cioè  che  cominciava  a  fiorire.  Virgilio 
aveva  27  anni  quando  si  pose  a  scrivere  le  buccoliche.  Giulio 
poi  discese  da  Ascanio  figlio  di  Enea,  come  dice  Virgilio  stesso. 
E  Cesare  è  chiamato  Cajo  Giulio  Cesare  dittatore,  e  divo  Giù- 


44  INFERNO 

lio  come  si  ha  da  Plinio.  Furono  molti  Cesari,  —  Lucio  Cesare 
padre  dello  stesso  Cesare  Giulio ,  secondo  Tullio  nel  primo 
degli  Uffici:  Quinto  Cesare;  Sesto  Cesare  ed  altri  molti,  che 
spesso  vengono  ricordati  da  Livio,  da  Plinio,  da  Valerio,  e  da 
altri,  ancor  fossi  tardi. 

Sorge  grave  dubbiezza  su  questo  passo,  imperocché  se 
parliamo  storicamente  Virgilio  non  è  nato  tardi  negli  ultimi 
tempi  di  Giulio  Cesare,  che  anzi  nacque  prima  del  di  lai  con- 
solato ed  impero.  Se  allegoricamente,  è  nato  tardi  perchè  non 
fu  cristiano,  e  sarebbe  al  contrario  nato  troppo  presto,  per- 
chè non  aggiunse  il  tempo  di  N.  S.  G.  Cristo  sotto  di  Augusto, 
tempo  nel  quale  Virgilio  morì.  Ma  secondo  la  mente  di  Dante, 
parlando  storicamente,  Virgilio  è  nato  tardi  rispetto  agli  altri 
poeti ,  e  quantunque  principe  fra  i  latini ,  non  fu  il  primo 
poeta,  e  molti  furono  prima  di  lui,  Ennio,  Plinio ,  Teren- 
zio, Lucillio,  Lucrezio,  che  morì  il  giorno  stesso  in  cui  na- 
cque Virgilio:  parlando  poi  allegoricamente  Dante,  a  ragione 
lo  disse  tardi  perchè  secondo  l'usato  modo  di  dire,  tutto 
ciò  è  tardi,  che  non  giunge  al  suo  fine,  e  Virgilio  non  giunse 
al  fine  della  perfetta  felicità,  perchè  non  fu  salvo.  Altri  final- 
mente spiegano  quel  tardi  così  —  che  un  uomo  tanto  eccel- 
lente giammai  poteva  venire  tanto  presto,  che  non  fosse  tardi. 
Anche  deprecativamente  si  spiegano  le  dette  parole  —  Ah  non 
fossi  nato  prima,  che  mi  sarei  trovato  alla  nascita  di  G.  Cristo. 
Ma  questa  pietosa  interpretazione  non  può  essere  della  mente 
di  Dante,  se  alcuno  rifletta  al  volgar  fiorentino  anehor  che 
tanto  vale,  quanto  sebbene. 

E  vissi  a  Roma  quando  la  potenza,  e  l'impero  di  Au- 
gusto era  all'apice,  ed  è  per  questo,  che  nel  principio  delle 
buccoliche  si  lagna  di  esservi  andato  tardi,  e  dice  che  Roma  è 
tanto  sopra  alle  altre  città ,  quanto  i  cipressi  sui  virgulti ,  e  gi- 


CANTO  I.  48 

Destre  sotto  el  bon  Augusto  sotto  Ottaviano  —  o  Cajo  Otta- 
viano, che  fu  detto  Augusto  alla  fine  delle  guerre,  riformata  la 
repubblica  bono  prudentissimo,  umanissimo,  ed  amantissimo 
della  repubblica,  sebbene  ne' primordi  dell'impero  commet- 
tesse per  ottenerlo  crudeli,  e  sanguinarie  azioni,  come  si  ha 
da  Svetonio  libro  2°  nel  tempo  de  li  Dei  falsi  e  bugiardi.  Al 
tempo  di  Augusto  regnava  il  politeismo  e  si  veneravano  Giove, 
Giunone,  Marte,  Venere,  ed  altri  Dei  numerosissimi,  quali 
s.  Agostino  deride  nel  libro  della  città  di  Dio.  Augusto  fu  am- 
pliatore  e  conservatore  della  religione  degli  Dei.  Poeta  fui 
tal  nome  senza  alcun  altro  aggiunto  denota  di  per  sé  Virgilio 
presso  i  latini,  ed  Omero  presso  de'greci  e  cantai  poeticamen- 
te scrissi.  Il  cantare  è  de' poeti,  il  dire  degli  oratori  di  quel 
Justo  di  Enea.  Servio  per  altro  che  ha  commentato  Virgilio 
sostiene,  che  Enea  fu  traditore  della  patria,  e  non  giusto;  ma 
desso  era  puro  grammatico,  ed  incapace  di  penetrare  nella 
mente  di  Virgilio.  Quand'anche  poi  Virgilio,  rispetto  a  parte 
storica,  avesse  tradito  il  vero  esposto  di  Tito  Livio,  doveva  nel- 
l' Eneide  mostrarlo  giusto,  per  lode  di  quello  a  cui  scriveva, 
e  che  discendeva  da  quel  ceppo 

Fu  Dostro  rege  Enea,  di  cui  più  giusto 
Né  maggiore  in  piotate ,  in  guerra,  in  armi 
Fu  visto  mai  ecc. 

Figlivol  d'Anchise.  Enea  figlio  di  Anchise  consanguineo 
di  Priamo,  della  casa  di  Dardano  che  venne  di  Troja  indicando 
così  la  patria  poiché  il  superbo  Ilion  fu  combusto.  Ilio  città 
di  Troja  fu  bruciata,  come  al  canto  12  del  Purgatorio.  Ma  tu 
perche  ritorni  a  tanta  nqja  perchè  ritorni  alla  valle  de'  vizi, 
infame,  vituperosa?  Perche  non  sali  perchè  piuttosto  non 
ascendi  al  delectoso  monte  dilettevole  monte  della  virtù  ?  Il 
vizio  ha  diletto  al  principio,  la  virtù  al  fine,  quando  cioè  è 


46  INFERNO 

resa  abito.  Aristotile  quindi  insegna,  che  l'indizio  del  carat- 
tere appreso  è  la  dilettazione,  perche  non  sali  el  dilettoso 
monte  —  che  principio  e  cagion  di  tutta  gioja  la  virtù  è 
principio,  e  cagione  della  felicità  eterna. 

Or  se  tu  Dante  riconoscendo  Virgilio  esclama  captan- 
dosi la  di  lui  benevolenza,  or  se  tu  quel  Virgilio.  Virgilio  dalia 
verga,  che  sognò  la  madre  gravida  di  lui,  qual  verga  toccata 
la  terra,  subito  crebbe  in  albero  grandissimo.  La  madre  ebbe 
nome  Maja  come  la  madre  di  Mercurio  Dio  dell'eloquenza 
e  quella  fonte  di  eloquenza  che  spandi  di  parlar  si  largo 
fiume.  Dice  Macrobio  nel  libro  de' saturnali  che  Virgilio  rac- 
colse nel  suo  poema  ogni  eloquenza,  rispuos  a  lui  io  Dante 
gli  risposi  cum  vergognosa  fronte  il  rossore,  o  vergogna  in 
faccia  de' superiori,  è  naturale.  Queir  —  a  —  si  pone  dai  lom- 
bardi, ed  in  generale  dagl'italiani,  ma  i  fiorentini  usano  del 
parlar  tronco,  e  ne  fanno  senza.  Quando  ascoltava  un  lom- 
bardo opporsi  a  questa  dizione,  e  spiegarla  così  —  Virgilio 
lodato  arrossiva,  abbassando  il  capo — rideva,  ed  aveva  un  bel 
che  fare  a  persuaderli,  che  Dante  parlava ,  e  non  Virgilio,  o 
degli  altri  poeti  honore  e  lume  decoro,  e  gloria  de' poeti  la- 
tini, vagliami  il  lungo  studio  la  lunga  ricerca  e  l  grande 
amore  l'affezione  grande,  ed  intensa  che  m  a  facto  cercare 
l  tuo  volume  meditare  i  tuoi  tre  libri,  buccoliche,  georgiche, 
ed  eneide  tu  se  lo  mio  maestro  Virgilio  aveva  poeticamente 
descritti  i  vizi,  ed  i  castighi  de'  viziosi,  perciò  a  ragione  chia- 
mato maestro,  quantunque  il  discepolo  spesso  lo  vinca.  Ed 
alcuni  in  proposito  vogliono  inferire  che  Dante  rubò  da  Virgi- 
lio, locchè  non  regge.  Piuttosto  Virgilio  molto  prese  da  Omero, 
e  da  altri  poeti,  ed  oratori  e  greci ,  e  latini ,  come  fa  conoscere 
il  sucitato  Macrobio  nel  VI  de' saturnali. 

Tu  se  solo  colui  da  cui  io  tolsi  —  lo  bello  stile  che  m  a 


CANTO  I.  47 

facto  honore  Virgilio  ha  stile  tragico,  lo  ha  comico  Dante;, 
ma  Dante  prende  lo  stile  in  senso  lato,  cioè  stile  per  materia,/ 
e  così  lo  imita  più  in  questa  che  nell'altro.  Ovvero  dirai  —  al 
pari  che  lo  stile  di  Virgilio  va  sopra  a  quello  di  tutti  gli  altri 
che  scrissero  eruditamente,  così  lo  stile  di  Dante  supera  tutti 
gli  altri  che  scrissero  in  volgare,  lo  bello  stile  niuno  è  più 
bello  nel  genere  rispettivo  che  m  ha  facto  honore  mi  ha  per- 
petuata fama.  Qui  Dante  la  pone  già  ottenuta,  quando  la  po- 
teva ritener  futura.  Ogni  scrittore  per  arrivare  air  eccellenza 
non  deve  essere  sommo  in  ogni  genere,  ma  basta  che  lo  sia 
in  un  solo,  e  Virgilio  principe  de' poeti  latini  nel  mentre  li  su- 
pera nel  metro,  è  molto  meschino  nella  prosa.  Tullio  all'  in- 
contro primo  fonte  della  romana  eloquenza  non  ha  chi  lo  ar- 
rivi  nella  prosa,  sebbene  in  metro  niuno  inferiore  gli  sia,  e 
lo  deride  pei  carmi  Giovenale.  Dante  se  non  ha  il  principato 
fra  gli  eruditi,  di  certo  non  ha  chi  lo  arrivi  nella  lingua  vol- 
gare, anzi  (ciò  che  è  mirabile!)  quanto  gli  eccellentissimi  non 
avrebbero  potuto  trattare  che  in  lingua  erudita,  qui  Dante  de- 
scrisse ,  e  trattò  inarrivabilmente  con  idioma  volgare,  vedila 
bestia  la  lupa  per  cui  io  mi  volsi  verso  della  valle  ajutami  da 
lei  perchè  gli  metteva  spavento  più  delle  altre  fiere  famoso  e 
saggio  a  caplivarsi  benevolenza  in  tal  modo  lo  loda,  e  la  fama 
lo  predicò  tale.  Virgilio  fu  pieno  d'ingegnosa  prudenza  e  seppe 
in  bel  modo  far  suo  dell' altrui,  e  delibò  qualche  fiore  da  tutti 
i  poeti  —  É  per  questo  che  dopo  di  lui  furono  dimenticati  gli 
altri  poeti  come  dopo  Aristotile  lo  furono  i  filosofi  eh  ella  me 
fa  tremar  le  vene  e  i  polsi  nel  timore  le  vene  si  vuotano  del 
sangue,  ed  il  sangue  stringendosi  al  cuore  fa  tremare  tutte  le 
membra,  e  specialmente  le  più  lontane  dal  cuore. 

A  te  Quinta  parte  generale,  a  te  convien  tener  altro 
viaggio  dice  Virgilio  a  Dante.  Ma  che  vuol  dire  altro  viag- 


48  INFERNO 

(  gio?  Virgilio  vuol  condurre  Daute  per  la  bassa  valle,  ma  cam- 
biato da  quel  di  prima,  cioè  per  la  strada  della  speculazione, 
o  meditazione.  Significava  che  non  era  ancor  tempo  di  salire 
il  monte,  non  potendo  1'  uomo  in  un  istante  passare  da  un 
estremo  all'altro.  Con  la  sola  meditazione  non  si  addiviene 
santo  giovando  essa  a  disporre  per  addivenirlo.  Bisognava 
dunque  discendere  prima  all'Inferno,  cioè  alla  speculazione 
de9 vizi,  essendo  la  conoscenza  de' vizi  un  principio  di  peni- 
tenza. Il  male  se  non  è  conosciuto  non  può  evitarsi.  Mio  figlio, 
così  intese  Virgilio,  ti  è  d'uopo  prima  considerare  le  pene 
dell'  Inferno,  che  s' infliggono  ai  viziosi.  —  Quel  Virgilio  adun- 
que a  te  convien  tenere  altro  viaggio  diverso  da  quello  inco- 
minciato pel  monte  se  voi  scampar  d  esto  loco  selvaggio  se 
vuoi  fuggire  da  questa  selva  viziosa,  da  questa  valle  di  pianto 
poiché  lagrimar  mi  vide,  Il  saggio  sa  compatire  agli  errori 
altrui ,  e  volontieri  si  presta  a  rimettere  gli  erranti  nel  retto 
sentiero,  che  questa  bestia  per  te  qual  tu  gride  la  lupa  non 
lassa  altrui  alcun  uomo  passar  per  la  sua  via  non  permette 
che  si  passi  tanto  lo  impedisce  che  l  uccide  qualche  volta  spi- 
ritualmente, qualche  volta  corporalmente,  e  spesso  in  tutte 
due  le  maniere  de  natura  di  tal  natura  questa  lupa  od  avarizia 
si  malvagia  e  ria  per  altrui  che  mai  non  empie  le  bramose 
voglie  l'insaziabile  appetito.  E  chiamasi  l'appetito  dell'avaro 
appetito  canino,  ed  è  secondo  i  fisici  assai  male,  dopo  aver 
molto  mangiato ,  non  convertir  cibo  in  propria  sostanza  e 
dopo  l  pasto  ha  più  fame  che  pria  come  l'idropico,  che 
quanto  più  beve  tanto  più  ha  sete,  molti  son  gli  animali  gli 
uomini  bestiali  a  cui  s'amoglia  ai  quali  si  unisce  qual  mo- 
glie; bellissima  similitudine!  La  moglie  non  può  separarsi 
dal  marito  se  non  per  morte,  al  pari  dell'avarizia,  e  quindi 
meglio  moglie  che  amica,  e  più  saranno  ancora  in  maggior 


CANTO  I.  49 

numero ,  in/In  che  l  veltro  verrà  cioè  un  cane  che  la  disperda. 
Come  Dante  usò  la  metafora  di  lupa  per  l'avarizia,  così  chiama 
il  di  lei  persecutore  convenevolmente  cane,  che  naturalmente 
di  lei  nemico  la  perseguiterà, e  la  scaccierà  d'intorno  agli 
ovili,  e  la  sterminerà,  che  la  farà  morir  con  dolgia.  Ma  chi 
sarà  questo  veltro?  Mille  sono  le  opinioni,  e  contese  in  propo- 
sito. Anche  Virgilio  nelle  buccoliche,  ed  all'egloga  IV  parla 
di  un  tal  venturo,  che  riformerà  il  mondo  e  sotto  di  lui  tornerà 
Petà  dell'oro. 

E  la  vergine  Astrea  ritorna ,  e  seco 
Ne  mena  il  tempo  dei  vecchio  Saturno: 
Ecco  dall'alto  ciel  progenie  nuova. 

In  tali  versi  alcuni  pretendono,  che  Virgilio  parlasse  di 
Cristo,  e  fra  questi  s.  Agostino  nel  X  della  città  di  Dio  capi- 
tolo XXIV.  Virgilio  poi  non  avrebbe  potuto  dir  ciò  se  non  per 
rivelazione  della  Sibilla  Cumana,  i  cui  vaticini!  riporta.  Simile 
opinione  è  seguita  da  Dante  [Purgatorio  canto  II].  Altri  però 
sostengono  che  Virgilio  alludesse  ad  Augusto,  altri  ad  altro. 
S.  Girolamo  nel  proemio  sopra  la  Bibbia  seguita  la  prima  o- 
pinione,  ed  il  testo  di  Virgilio  può  applicarsi  tanto  a  Cristo, 
quanto  ad  Augusto,  lo  poi  opino  che  Virgilio  parli  d'Augusto 
quale  chiama  Signore,  ed  invoca  in  proprio  favore  nelle  buc- 
coliche, e  georgiche.  Dante  che  volle  sempre  imitare  Virgilio 
si  dilettò  di  porre  un  passo  ambiguo  come  fece  il  suo  maestro, 
e  quando  parla  del  veltro  può  spiegarsi  tanto  di  Cristo,  come 
di  altro  principe  futuro.  Se  riteniamo  che  alludesse  a  Cristo, 
predice  che  l'avarizia  crescerà  nel  mondo  fino  al  giorno  del 
giudizio,  in  cui  Cristo  con  sentenza  finale  la  condannerà  eter- 
namente. E  ciò  pare  che  basti,  tanto  più  che  siamo  nell'  ul- 
tima età,  ed  il  mondo  può  dirsi  vecchio,  e  nella  vecchia ja  l'a- 
varizia ringiovanisce.  Secondo  tale  opinione  spieghiamo  il  te- 
sto questi  non  ciberà  terra  ne  peltro  Gesù  Cristo  non  cercherà 
Rambaldi  —  Voi.  1.  4 


\ 


SO  INFERNO 

cose  terrestri  come  l' Anticristo  ma  sapientia  amore  e  viriate 
convenienti  a  G.  Cristo  eh'  è  la  stessa  sapienza ,  il  vero  amore, 
la  perfetta  Vwiù.eaua  nationsàra  traFeltro  eFeltro  cioè  quel- 
la nalion  si  dovrà  ritener  per  comparsa,  o  nascimento  perchè 
largamente  si  disse  un  qualunque  venturo  che  apparirà  tra 
feltro,  e  feltro,  ossia  cielo,  e  terra  attesoché  nelP  aria  G.  Cristo 
giudicherà  il  mondo,  di  quella  humile  Italia  fie  salute  e  que- 
sta è  altra  ragione  che  si  alluda  a  Gesù  Cristo,  il  quale  sal- 
verà coloro  che  saranno  passati  all'obbedienza  della  Chiesa 
romana,  che  chiamasi  umile  in  quanto  mai  non  chiude  il 
grembo  ai  pentiti,  per  cui  mori  la  vergine  Camilla  —  Eu- 
rialo,  Niso,  e  Turno  di  ferule  morti  per  quella  parte  d'Italia 
in  cui  è  Roma.  Questi  cioè  il  veltro  o  Gesù  Cristo  la  schac- 
ciera  per  ogni  villa  da  ogni  dove,  ossia  scaccierà  l'avarizia 
dalla  terra  finche  l  avrà  rimessa  nellinferno.  Ciò  tutto  è  pro- 
prio del  solo  Gesù  Cristo,  e  pare  non  possa  convenire  che  a 
lui.  la  onde  in  prima  invidia  dipar lilla.  Il  diavolo  invidiando 
la  felicità  dell'uomo  che  sarebbe  arrivato  alla  slessa  gloria  da 
lui  posseduta,  tentò  i  nostri  primi  genitori,  e  la  loro  trasgres- 
sione produsse  l'avarizia,  e  mille  altri  mali.  É  questa  l'opi- 
nione comune  su  queir  invidia.  Se  poi  vogliasi  intendere  di 
qualche  principe  romano  venturo,  Dante  significò  che  l'avari- 
zia sarà  sempre  per  crescere,  e  pare  che  l'autore  ritenga  che 
l'avarizia  sarà  sempre  per  crescere  in  quanto  che  tal  vizio 
cresce  in  ragione  delle  ricchezze  che  si  posseggono:  finché  ver- 
rà il  veltro  o  altro  principe  che  la  sterminerà,  ne  terra  nepeltro 
cosa  terrena,  o  danaro  non  ciberà  questi  non  pasceran  questo 
principe.  Peltro,  eh' è  un  composto  di  stagno  e  mercurio  ,ed 
è  lo  stesso  che  dire  —  il  futuro  principe  non  conierà  falsa 
moneta,  come  si  conia  da'  signori  e  principi  moderni ,  —  p.  e. 
da  Filippo  il  Bello  re  di  Francia  [Paradiso  canto  XVIII].  Questo 


CANTO  1.  51 

principe  venturo  non  tradirà  la  giustizia  per  denaro,  non 
venderà  le  cause  de' poveri,  o  la  libertà  de' popoli.  7na sa- 
pienza amore  e  vertu  sarà  sapiente,  virtuoso,  ed  amatore 
di  giustizia  e  sua  nation  nascimento  sarà  tra  feltro  e  feltro 
fra  cielo  e  cielo.  Da  buona  costellazione,  e  da  buon  congiun- 
gimento di  astri  nascerà  questo  principe.  Dante  non  ispe- 
ciOca  né  i  genitori,  né  la  patria,  non  essendo  proprio  degli 
astrologi  particolarizzarc  le  cose  future.  E  può  stare  quan- 
to pensano  alcuni ,  che  il  veltro  nascerà  tra  feltro  nella  ro- 
magnola ,  o  feltro  nella  marca  Trivigiana.  Fu  questa  la  in- 
tenzione di  Dante,  o  buona,  o  cattiva  che  sia,  come  chia- 
ramente dimostra  in  molti  luoghi,  e  specialmente  poi  nel- 
l'ultimo canto  del  Purgatorio  ne'  versi  eh  io  veggio  cariar 
mente  ecc.  e  nel  XX  canto  del  Purgatorio  stesso  o  ciel  nel 
nd  cui  girar  ecc.  in  cui  asserisce  venturo  il  veltro  che  cac- 
cierà  la  lupa.  Aggiunge  anzi  che  verrà  presto  [Paradiso  Can- 
io XXVI l]  /  alta  provvidenza  che  con  Scipio  ed  in  altri  luo^ 
gbi.  di  quella  humile  Italia  fie  salute.  Il  venturo  principe 
sarà  la  principale  salute  dell'  Italia,  e  specialmente  di  Ro- 
ma. L' Italia  infatti  di  giorno  in  giorno  è  più  oppressa ,  e 
come  sede  del  sacerdozio,  e  dell'  impero  lo  è  particolar- 
mente nella  parte  ov'  è  Roma  :  Perchè  humile  Italia  ?  Può 
spiegarsi  ironicamente  essendo  all'  opposto  superba.  Anche 
Virgilio  nel  1°  dell'  Eneide  dice  vedremo  l'umile  Italia  ecc. 
Umile  ancora  perchè  molle,  piana,  pingue,  soave,  fertile, 
mite,  dolce,  trattabile,  delle  cui  lodi  dirò  al  canto  VI  del 
Purgatorio,  per  cui  mori  la  vergine  Camilla  ecc.  e  ciò  mó- 
stra anche  più  particolarmente  che  risguarda  Roma;  essendo 
noto  a  tutti  che  Camilla  morì  in  quella  parte. 

Secondo  Virgilio  nell'Eneide  lib.  XI.  Latino  già  vecchio 
re  governava  i  popoli  d'Italia  al  tempo  in  cui  Enea  troiar 


52  INPERNO 

no  comparve  sul  Tevere.  Latino  difettava  di  prole  maschi- 
le, ed  aveva  un'unica  figlia  Lavinia,  che  molti  principi 
chiedevano  in  consprte.  Tra  i  richiedenti  eravi  Turno,  bel- 
lissimo giovane,  nobile,  ricco,  e  potente,  che  la  regina  ma- 
dre di  Lavinia  desiderava  ardentemente  per  genero.  Turno 
le  era  nipote  per  parte  della  sorella  Venillia  moglie  al  re 
Dauno.  Ma  il  re  Latino ,  interrogati  gli  oracoli ,  ebbe  in  ri- 
sposta —  dover  consegnare  Lavinia  ad  un  genero  stranie- 
ro—  e  quindi  la  promise  ad  Enea,  perlocchè  nacque  acer- 
rima guerra  fra  Turno,  ed  Enea.  Turno  regnava  in  Ardea, 
e  raccolti  altri  principi,  mosse  contro  alla  bastita  di  Enea 
costrutta  in  riva  del  Tevere.  Anche  Enea  ricorse  ad  Evan- 
dro re,  che  governava  le  parti  del  monte  palatino,  e  Tur- 
no cogliendo  V  assenza  di  Enea  invase  gli  accampamenti 
troiani  :  ma  i  soldati ,  secondo  i  precetti  del  condottiero , 
si  rinchiusero  e  munirono  il  fortilizio,  e  resistettero  alle 
sfide  clamorose  di  Turno.  Dentro  alla  bastita  trovavansi  due 
giovanetti ,  svisceratissimi  amici ,  V  uno  Niso ,  V  altro  Eu- 
rialo,  il  primo  il  più  bello  fra  i  troiani,  ed  ambidue  desti- 
nati alla  difesa,  e  custodia  di  una  porta.  Niso,  al  venir 
della  notte,  scorgendo  Y  esercito  nemico  senza  ordine,  e  vigi- 
lanza, sopito  per  ebbrezza  nel  sonno,  progettò  di  traversare 
il  campo  nemico  onde  avvisare  Enea  che  trovavasi  presso  di 
Evandro.  Eurialo  volle  ad  ogni  costo  accompagnarlo,  ed  i  due 

• 

amici,  una  sol  anima  in  due  corpi,  ardenti  per  sé,  ed  eccitati 
da  Àscanio  con  doni,  e  dalle  lodi  di  altri  principi  compagni, 
sortirono  tacitamente  dalla  porta  loro  affidata,  e  fra  l' ombre 
della  notte  si  scagliarono  fra  i  nemici,  facendo  nel  primo  im- 
peto immensa  strage,  a  guisa  di  due  leoni  fra  mandre  imbelli. 
Ma,  retrocedendo  vittoriosi  s' incontrarono  trecento  cavalieri 
nemici,  condotti  dal  Volscente,  che  loro  addimandò  chi  fos- 


CANTO  I.  53 

scro,  e  che  volessero?  A  sottrarsi  al  pericolo,  i  due  amici  si 
precipitarono  dentro  vicina  foresta,  che  fu  tosto  circondata, 
e  quindi  chiuso  ogni  passo.  Eurialo  più  giovane,  ingannato 
dalle  tenebre,  e  gravato  dal  peso  delle  spoglie  nemiche  poco 
avea potuto  allontanarsi.  Niso  all'incontro,  già  scappato  lon- 
tano dalle  mani  nemiche  non  vedendo  V  amico  Eurialo,  retro- 
cedette per  ricercarlo ,  e  poco  dopo  lo  scorse  in  mezzo  ai 
nemici.  Non  sapendo  che  fare,  e  non  potendo  abbandonare 
l'amico  trasse  un  dardo,  e  colpì  a  tergo  Sulmone,  che  dalla 
piaga  l'anima  vomitò.  Indi  tratto  altro  dardo,  percosse  Tejo, 
passandogli  l'una  e  l'altra  tempia.  Il  duce  Volscente  a  tal  vi- 
sta inferocito  si  scagliò  sopra  di  Eurialo  gridando  —  tu  pa- 
gherai la  pena  di  amendue  —  e  spinse  la  spada  contro  di  lui. 
Niso  temendo  per  l'amico  gridava  all'incontro —  in  me,  in 
me  che  qui  sono ,  volgete  i  ferri:  io  sono  l'autore  di  tutte 
colpe:  quegli  non  ha  delitto  alcuno.  —  Ma  sordo  il  duce  tra- 
fisse colla  spada  il  bel  petto  di  Eurialo,  che  qual  fiore  dal  vo- 
mero  reciso,  cadde  sul  terreno  boccheggiante.  Cieco  allora  di 
rabbia  Niso  si  scagliò  sulla  turba  nemica,  e  chiamò  a  sfida 
Volscente,  sprezzando  ogni  altro,  e  gl'immerse  la  spada  in 
quella  bocca  da  prima  sì  alto  parlante,  e  morto  lo  stramazzò. 
E  poi ,  quasi  lieto  si  abbandonò  sul  corpo  dell'  amico  Eurialo 
agonizzante  e  tutto  perforato  dalle  spade  nemiche  in  placida 
morte  sopra  il  corpo  dell'amico  spirò.  Virgilio  a  tal  punto 
esclama 

Fortunati  ambidue,  se  i  versi  miei 
Tanto  han  di  forza,  e  né  per  morte  mai 
Né  per  tempo  sarà  che  il  valor  vostro 
Glorioso  non  sia. 

Tai  cose  operate  i  rutuli  portarono  il  corpo  dell'ucciso 
lor  duce  negli  accampamenti,  in  cui  era  alto  lamento  per  la 
strage  operata  da  Niso,  ed  Eurialo.  Venuto  il  giorno,  Turno 


54  INFERNO 

fece  infiggere  le  salme  de' due  amici  sulle  aste,  e  le  mostrava 
a  quei  di  dentro.  Ma  i  trojan i  invece  di  sgomentarsi  si  pre- 
pararono alla  difesa  dalla  parte  sinistra,  avendo  il  Tevere  a 
sicurezza  dalla  parte  destra.  Molte  furono  le  battaglie  ora  vinte, 
or  perdute  dall'una  parte,  e  dall'altra,  finché  due  fratelli  tro- 
jani  Pandaro,  e  Bizia  destinati  da  Enea  alla  custodia  di  una 
porta,  l'aprirono,  spontaneamente  invitando  i  nemici  ad  en- 
trare, e  fermandosi  all'ingresso  come  due  alte  torri  minacciose. 
Turno  corse  all'invito,  edalla  porta  dardania  uccisi  alcuni 
pochi,  percosse  Bizia  colla  lancia  negli  occhi,  e  lo  stese  a 
terra  con  alto  fragore  a  guisa  di  albero  antico.  Da  tal  morte 
spaventati  i  trojani  si  misero  in  fuga.  Pandaro  all'  incontro 
visto  prostrato  e  morto  il  fratel  suo,  chiuse  con  sommo  sforzo 
la  porta  che  erasi  aperta,  lasciando  fuori  molti  de' suoi,  ma 
dentro  era  Turno  che  non  si  era  avvisto  di  essere  fra  pernici. 
E  Pandaro  vilipendeva  Turno  così  — ora  non  sei  nella  reggia 
dell'amata,  non  sei  a  vagheggiare  la  vergine  Lavinia;  non  ti 
trovi  in  Ardea  difesa  da  mura ,  ma  nel  campo  nemico  senza 
strada  di  uscirne.  —  Turno  ridendo  rispondeva  —  Se  hai  co- 
raggio, o  smargiasso,  apri  meco  la  pugna,  e  riferirai  a  Priamo 
tuo,  che  qui  trovasti  un  altro  Achille,  e  così  dicendo  sempre 
più  gli  si  avvicinava:  colto  un  momento  gli  scagliò  un  fen- 
dente nella  fronte  dividendogli  il  capo  in  due  parti,  e  cadde 
morto  al  suolo  pendendo  dall'una,  e  l'altra  spalla  l'una,  e  l'al- 
tra parte  del  capo.  La  fuga  de' trojani  fu  allora  universale,  e 
se  Turno  fosse  stato  più  accorto  di  aprire  la  porta  ed  intro- 
durne i  suoi,  quello  era  l' ultimo  giorno  della  guerra,  e  della 
gente  trojana.  —  Ma  il  furore  lo  trasportò,  e  prescelse  invece 
la  strage  de' nemici.  Seraste,  e  Mnesteo  duci  di  Enea,  veggendo 
i  loro  fuggire  gridavano —  dove  scappate,  codardie  qual  al- 
tro muro  avrete  che  vi  difenda?  Un  uomo  solo  chiuso  nella 


CANTO  1.  55 

vostra  città  avrà  la  gloria  di  tanta  strage,  e  della  morte  de'  mi- 
gliori ,  senza  soffrire  alcun  danno? — Turno  a  quelle  grida,  ac- 
cortosi della  sua  pericolosa  posizione,  a  poco  a  poco  ceden- 
do, si  precipitò  nel  fiume,  ed  incolume  nuotando  verso  i  suoi, 
acquistò  la  più  alta  fama  di  valore.  Fu  pari  ad  Orazio  Coclite 
nell'assedio  del  re  Porsenna  intorno  a  Roma.  Nel  X  dell'E- 
neide abbiamo,  che  Enea,  rinnovati  i  soccorsi,  egli  ajuti 
presentò  a  Turno  varie  battaglie,  che  questi  mai  non  ricusò. 
Ha  finalmente  Pallante  figlio  di  Evandro,  giovane  valoroso,  in 
un  conflitto  in  cui  sgridava  i  suoi  fuggenti ,  e  scannava  molti 
nemici,  incontrò  in  quel  mentre  Turno,  che  gli  mosse  contro 
come  leone  rabbioso,  e  colla  terribile  asta  lo  percosse  in  mezzo 
del  petto,  e  mentre  boccheggiava  agonizzante  gli  rapì  il  balteo, 
o  cinto,  che  fu  poscia  cagione  della  morte  dello  stesso  Turno. 
Metabo  re  de'volsci,  secondo  il XI  dell'Eneide,  fu  scac- 
ciato da  Priverno  sua  città  per  invidia,  e  perchè  accusato  di 
superba  prepotenza.  Portò  seco  in  tutti  i  pericoli  1'  unica  fi- 
glia bambina,  che  teneramente  amava,  e  la  chiamò  Camilla 
dal  nome  della  madre.  Non  fidandosi  di  abitar  le  città,  pre- 
scelse condurre  la  vita  ne' monti,  e  nelle  selve,  nutrendo  la 
bambina  col  latte  de9  cavalli ,  o  di  fiere.  Appena  potè  mover 
passo  la  pose  sul  dorso  a' corsieri  nella  caccia  de' boschi; 
P  armò  di  saette,  e  di  faretra,  e  la  vestì  di  pelle  di  tigre.  Dessa 
volle  esser  vergine,  e  sdegnò  sempre  marito.  Camilla  venne 
in  sussidio  di  Turno  con  molte  vergini  armigere ,  tra  le  quali 
una  chiamata  Tarpeja,  ed  altra  Tulla.  Nella  pugna  presso  Lau- 
reato Camilla  era  qual  fiera  rabbiosa,  e  scagliati  i  dardi  con- 
tro i  nemici  fuggiva,  e  fuggendo  saettava  da  tergo:  non  mai 
indarno  scagliò  freccia,  o  dardo  che  un  nemico  ad  ogni  colpo 
non  cadesse  sul  suolo.  Àrunte  duce  di  Enea  avendola  nasco- 
stamente seguita  mentre  perseguitava  un  fuggente  guerriero, 


56  INFERNO 

la  percosse  colla  lancia  sotto  la  mammella  sinistra;  ed  il  feri- 
tore, o  per  gaudio,  o  per  timore  si  mise  esso  stesso  a  fuggire. 
Camilla  di  propria  mano  traendo  la  freccia  dalla  ferita  la  ruppe 
fra  le  coste,  ed  in  mezzo  alle  disperate  vergini  seguaci 

Alfio  di  vita 
Sdegnosamente  sospirando  uscio. 

Opi  seguace  di  Camilla  in  vendetta  di  lei  ferì  con  un 
dardo  Arunte,  che  cadde  morto  all'  istante.  E  perduta  Camilla, 
i  soldati  non  sostennero  più  V  impeto  nemico ,  e  furono  mise- 
ramente trucidati.  Non  credere,  o  lettore,  che  quanto  si  rac- 
conta di  Camilla  sia  poetico,  o  finto.  In  Priverno  oggigiorno 
esiste  altra  vergine  consimile  a  Camilla,  detta  Maria  di  Pri- 
verno, grandissima  di  corpo,  di  forza  immensa,  audace,  va- 
lorosissima che  il  proprio  padre  ucciso  da' nemici  magnane 
inamente  vendicò.  Essa  pure  come  Camilla  sdegnò  qualunque 
marito.  Ed  al  re  Roberto,  che  l'aveva  chiesta  in  isposa,  si 
dice,  rispondesse  —  Se  avete  alma  nobile  fra  vostri  sudditi  da 
perdere  mandatela  a  me  —  Ecco  altra  ragione  per  non  mara- 
vigliarsi ,  se  que'  di  Priverno ,  sedenti  nel  senato  romano ,  tanto 
liberamente,  ed  altamente  parlassero  le  cose  scritte  da  Livio. 

Turno  all'ultimo  della  disperazione,  scorgendo  il  re  La- 
tino, ed  i  laurentani  inclinati  al  nemico,  prese  la  risoluzione 
di  sfidare  in  campo  singolarmente  Enea.  Questi  non  ricusò  la 
disfida,  ed  appena  in  faccia  dell'avversario,  gli  si  scagliò  in- 
contro a  guisa  di  fulmine,  e  coli' asta  lo  percosse  nel  femore. 
Turno  in  pria  tanto  superbo  cadde  sul  suolo,  e  fattosi  umile 
e  tremante,  stese  le  mani  supplichevoli  ad  Enea  gridando — a- 
vesse  pietà,  e  misericordia,  e  perdonasse  se  non  a  lui,  alla 
canizie  almeno  del  genitore,  e  perchè  o  morto  o  ferito  lo  ren- 
desse a' suoi,  confessandosi  vinto,  e  quella  Lavinia  per  cui 
tante  guerre  sostenne,  deposto  ogni  odio,  si  prendesse  inmo- 


CANTO  I.  .  57 

glie  qual  premio  del  vincitore  —  Enea  pietoso  ritirava  com- 
mosso la  spada,  quando  vide  indosso  a  Turno  il  cinto  strap- 
pato a  Fallante  moriente ,  ed  a  quella  vista  acceso  di  furore ,  in 
vendetta  dell'amico,  nel  petto  di  Turno  affondò  la  spada,  e 
questi  air  istante  fra  il  pianto  e  l'indignazione  spirò.  Colla 
morte  di  Turno  Virgilio  mette  fine  all'Eneide.  Ora  al  testo. 

Questi  il  veltro,  o  prìncipe  venturo  la  caccieraper  ogni 
villa  scaccierà  da  ogni  parte  i  sacerdoti  avari  finche  l  avrà 
remessa  nel  inferno  e  li  precipiterà  nell'  Inferno,  laonde  in- 
vidia prima  dipar lilla.  Qual  fu  la  invidia  prima?  Fu  del  dia- 
volo quando  volle  farsi  somigliante  all'Altissimo.  La  seconda 
invidia  poi  fu  quella  dello  stesso  diavolo  quando  tentò  Adamo 
ed  Eva.  La  terza  invidia  fu  di  Caino  uccisore  di  Abele.  Così  mo- 
strasi la  origine  dell'avarizia,  imperocché  per  le  sole  ricchezze 
di  Abele  Caino  ammazzò  il  fratel  suo,  scorgendo  il  gregge 
dell'ucciso  molto  accrescersi  in  confronto  del  proprio.  Di  que- 
sta parla  Dante,  ond*  io  penso  e  discerno  credo  e  veggo  per 
lo  tuo  meio  per  la  salute,  e  salvazion  tua  che  tu  mi  segua 
nella  più  sicura  via,  ovvero  m' imiti,  ed  io  sarò  tua  guida 
avendo  pel  primo  trattata  la  materia  de'  vizi  e  trarrotti  di 
qui  ti  libererò  da  questa  selva ,  e  da  queste  fiere  per  logo  eterno 
ti  guiderò  primamente  per  l' Inferno  ;  perchè  dice  —  porta 
dell'  Inferno  et  eterna  duro  —  dove — nel  qual  Inferno  udirai 
le  strida  perchè  ivi  è  tormento  desperate  degli  spiriti  dispe- 
rati che  in  vita  non  tornarono  al  loro  Dio,  ovvero  che  dispe- 
rano il  perdono,  che  nell'Inferno  non  è  redenzione  vedrai 
gli  antichi  spirti  antichi  fino  dalla  creazione  del  mondo  più 
dolenti  perchè  dove  è  pena,  ivi  è  dolore  e  maggiore  in  ra- 
gione del  tempo,  che  la  seconda  morte  ciascun  grida  ciascuno 
vorrebbe  di  nuovo  morire,  se  lo  potesse,  onde  avesse  un  ter- 
_  mine  la  pena.  Non  ritenere,  come  alcuni  pensano,  che  Dante 


58  INFERNO 

chiami  seconda  morie  il  giorno  del  giudizio,  giacché  i  dan- 
nati non  possono  desiderare  quanto  aumenterà,  o  duplicherà 
il  loro  castigo.  Di  tal  morte  parla  s.  Agostino  nella  città  di  Dio, 
— la  prima  morte,  corporale,  separa  l'anima  nolente  dal  corpo: 
la  seconda  morte  poi,  la  eterna,  riterrà  l' anima  volente  nel 
corpo,  cioè  dopo  il  giorno  del  giudizio.  E  intende  che  i  dan- 
nati bramano  la  morte  contro  del  naturale  istinto  perchè  vinti 
dal  tormento  delle  pene;  Boezio  pertanto  nel  III  delle  conso- 
lazioni —  spesso  per  rigore  delle  circostanze,  la  volontà  ab- 
braccia la  morte ,  da  cui  natura  rifugge,  poi  vedenti  color  che 
son  contenti  poi  ti  guiderò  pel  Purgatorio  luogo  temporaneo, 
e  finito,  e  quindi  sul  fine,  volendo  abbandonar  Dante,  dice 
lo  temporal  fuoco  e  l'eterno  veduto  ai  figlio  e  così  ogni  pe- 
na chiama  fuoco.  Ecco  poi  il  motivo  per  cui  son  contenti,  per- 
che  speran  di  venire — quando  che  sia  alle  beate  genti  avendo 
termine  la  pena  colla  purgazione  della  colpa ,  giungeranno 
all'eterna  beatitudine.  Si  contentano,  perchè  soffrono  nella 
certezza  di  giungere  alla  eterna  felicità. 

Beatrice  ti  condurrà  al  Paradiso ,  se  vorrai  alle  quali 
genti  beate  poi  stu  vorrai  salire  e  lo  potrai  dopo  veduti  i 
dannati,  ed  i  purganti  anima  fia  a  do  più  dime  degna  giac- 
ché fa  d'uopo  d'ali  maggiori,  che  non  ha  Virgilio;  la  ragione 
naturale  non  può  giungere  a  luogo  tanto  eccelso,  di  cui  nulla 
videro  e  dissero  gli  antichi  filosofi ,  e  poeti,  con  lei  con  Bea- 
trice ti  lascierò  nel  mio  partire  perchè  io  fui  infedele  ,  ed 
ignorai  la  s.  teologia  che  perchè  quel  imperador  che  la  su 
regna  Dio  che  regna  in  cielo,  e  governa  le  genti  beate ,  che 
si  sottomisero  a'  di  lui  precetti ,  mentre  i  dannati  perchè  ri- 
belli sono  governati  da  Lucifero  nel  centro  della  terra  /  impe- 
rador del  doloroso  regno  Dio  non  vuole  eh' io  salga  al  regno 
de' beati  non  voi  eh  a  sua  citta  per  me  si  vegna  e  tal  città 


CANTO  I.  59 

si  descrive  in  fine  del  Paradiso  sotto  forma  di  candida  rosa 
perche  io  fui  ribellante  a  la  sua  legge  perchè  non  credetti 
nel  Creatore,  nella  incarnazione,  e  nelle  altre  cose  indispen- 
sabili a  salvazione,  in  tutte  parti  impera  e  gli  è  soggetto  pure 

• 

il  diavolo  tormentatore,  e  quando  il  diavolo  infligge  la  pena 
non  fa  che  servire  ai  comandi  del  creatore,  e  qui  regge  in 
cielo  qui  e  la  sua  cita  e  l  alto  seggio  eccelso  soglio,  ed  in- 
tendi come  nel  Purgatorio  e.  XI  non  circonscripto  ma  per 
più  amore  e  nel  canto  I  del  Paradiso  nel  del  che  più  de  la  sua 
luce  prende  perciò  prorompe  nella  esclamazione  o  felice  co- 
lui che  ivi  elegge  felice  l'eletto  cittadino  di  quella  eterna  città! 
Et  io  a  lui  io  Dante  dissi  allo  stesso  Virgilio  scongiuran- 
dolo o  poeta  te  richegio  —  per  quello  Dio  che  tu  non  cogno- 
scesli  per  N.  S.  Gesù  Cristo  che  tu  me  meni  la  dove  or  dicesti 
cioè  per  l'Inferno,  e  pel  Purgatorio  si  eh  io  veggia  la  porta 
dis.  Pietro  Porta  del  Paradiso  il  cui  custode  è  s.  Pietro  et  color 
che  fai  cotanto  mesti  i  dannati  eternamente  nell'Inferno  accio 
eh  io  fugga  questo  male  torna  alla  causa  finale  di  quest'  opera 
per  conoscere  cioè  e  fuggire  i  vizi  scopo  e  vantaggio  per  sé, 
e  per  gli  altri  e  peggio  la  dannazione  eterna  che  consegue 
ai  vizi,  e  tormenta  i  viziosi,  allor  si  mosse  allora  cominciò  la 
speculazione,  e  meditazione  de' vizi  già  incominciata.  Cosi 
chiude  il  primo  canto. 


CANTO  II. 


TESTO  MODERNO 


Lo  giorno  se  n'andava,  e  l'aèr  bruno 

Toglieva  gli  animai  che  sono  in  terra 

Dalle  fatiche  loro;  ed  io  sol  uno  5 

M'apparecchiava  a  sostener  la  guerra 

Sì  del  cammino,  e  sì  della  pietà  te, 

Che  ritrarrà  la  mente  che  non  erra.  6 

0  Muse,  o  alto  ingegno,  or  m'aiutate: 

0  mente,  che  scrivesti  ciò  che  vidi, 

Qui  si  parrà  la  tua  nobilitate.  9 

lo  cominciai:  Poeta,  che  mi  guidi 

Guarda  la  mia  virtù,  s'ella  è  possente, 

Prima  eh'  all'alto  passo  tu  mi  fidi.  12 

Tu  dici  che  di  Silvio  lo  parente 

Corruttibile  ancora ,  ad  immortale 

Secolo  andò,  e  fu  sensibilmente.  Hi 

Però  se  l'avversario  d'ogni  male 

Cortese  fu,  pensando  l'alto  effetto 

Ch'uscir  dovea  di  lui,  e  il  chi,  e  il  quale,  18 

Non  pare  indegno  ad  uomo  d'intelletto; 

Ch'ei  fu  dell'alma  Roma,  e  di  suo  impero 

Nell'empireo  ciel  per  padre  eletto:  21 

La  quale,  e  '1  quale,  (a  voler  dir  lo  vero) 

Fur  stabiliti  per  lo  loco  santo, 

L' siede  il  successor  del  maggior  Piero.  24 


CANTO  11.  (VI 

Per  questa  andata,  onde  li  dai  tu  vanto 

Intese  cose,  che  furon  cagione 

Di  sua  vittoria ,  e  del  papale  ammanto.  27 

Àndovvi  poi  lo  vas .d'elezione, 

Per  recarne  conforto  a  quella  fede 

Ch'è  principio  alla  via  di  salvazione.  30 

Ma  io,  perchè  venirvi?  o  chi  il  concede? 

Io  non  Enea,  io  non  Paolo  sono; 

Me  degno  a  ciò  né  io,  né  altri  crede.  35 

Perchè,  se  del  venire  io  mi  abbandono, 

Temo  che  la  venuta  non  sia  folle: 

Se' savio,  e'ntendi  me',  ch'io  non  ragiono.  36 
E  quale  è  quei  che  disvuol  ciò  che  volle , 

E  per  nuovi  pensier  cangia  proposta, 

Sì  che  del  cominciar  tutto  si  tolle;  39 

Tal  mi  fec'io  in  quella  oscura  costa: 

Per  che,  pensando  consumai  la  impresa , 

Che  fu  del  cominciar  cotanto  tosta.  42 

Se  io  ho  ben  la  tua  parola  intesa, 

Rispose  del  magnanimo  quell'ombra, 

L' anima  tua  è  da  viltade  offesa  :  45 

La  qual  molte  fiate  l'uomo  ingombra, 

Sì  che  d'onrata  impresa  lo  rivolve, 

Come  falso  veder  bestia ,  quand'  ombra.  48 

Da  questa  tema  acciocché  tu  ti  solve, 

Dirotti  per  ch'io  venni,  e  quel  che  intesi 

Nel  primo  punto  che  di  te  mi  dolve.  51 

Io  era  intra  color  che  son  sospesi , 

E  donna  mi  chiamò  beata,  e  bella, 

Tal  che  di  comandare  io  la  richiesi.  54 

Lucevan  gli  occhi  suoi  più  che  la  stella  : 


62  INFERNO 

E  cominciommi  a  dir  soave,  e  piana, 

Con  angelica  voce  in  stia  favella  :  57 

0  anima  cortese  Mantovana, 
Di  cui  la  fama  ancor  nel  mondo  dura , 
E  durerà  quanto  il  mondo  lontana  ;  60 

L'amico  mio,  e  non  della  ventura, 
Nella  diserta  piaggia  è  impedito 
Sì  nel  cammin ,  che  volto  è  per  paura  :  63 

E  temo  che  non  sia  già  sì  smarrito, 
Ch'io  mi  sia  tardi  al  soccorso  levata, 
Per  quel,  ch'io  ho  di  lui  nel  cielo  udito.  66 

Or  movi,  e  con  la  tua  parola  ornata, 
E  con  ciò,  che  ha  mestieri  al  suo  campare, 
L'ajuta  sì,  ch'io  ne  sia  consolata»  69 

lo  son  Beatrice,  che  ti  faccio  andare: 
Vengo  di  loco,  ove  tornar  desio: 
Amor  mi  mosse,  che  mi  fa  parlare.  72 

Quando  sarò  dinanzi  al  Signor  mio, 

•  Di  te  mi  loderò  sovente  a  lui , 
Tacette  allora,  e  poi  comincialo:  75 

0  donna  di  virtù,  sola,  per  cui 
L'umana  specie  eccede  ogni  contento 
Da  quel  ciel,  ch'ha  minori  i  cerchi  sui;  78 

Tanto  m'aggrada  il  tuo  comandamento, 
Che  l'ubbidir,  se  già  fosse,  m'è  tardi: 
Più  non  t'è  uopo  aprirmi  il  tuo  talento.  81 

Ma  dimmi  la  cagion,  che  non  ti  guardi 
Dello  scender  quaggiuso  in  questo  centro 
Dall'alto  loco,  ove  tornar  tu  ardi.  84 

Da  che  tu  vuoi  saper  cotanto  addentro, 
Dirotti  brevemente,  mi  rispose, 


CANTO  11.  63 

Perch'io  non  temo  di  venir  qua  entro.  87 

Temer  si  dee  di  sole  quelle  cose , 

Ch'  hanno  potenza  di  fare  altrui  male  : 

Dell'altre  no,  che  non  son  paurose.  90 

Io  son  fatta  da  Dio,  sua  mercè,  tale, 

Che  la  vostra  miseria  non  mi  tange, 

Né  fiamma  d' esto  incendio  non  m' assale.  93 

Donna  è  gentil  nel  ciel,  che  si  compiange 

Di  questo  impedimento,  ov'ioti  mando, 

Sì  che  duro  giudicio  lassù  frange.  96 

Questa  chiese  Lucia  in  suo  dimando, 

E  disse:  or  abbisogna  il  tao  fedele 

Di  te,  ed  io  a  te  lo  raccomando.  99 

Lucia  nimica  di  ciascun  crudele 

Si  mosse,  e  venne  al  loco  dove  io  era, 

Che  mi  sedea  con  l'antica  Rachele.  102 

Disse:  Beatrice,  loda  di  Dio  vera 

Che  non  soccorri  quei  che  t'amò  tanto 

Ch'  uscio  per  te  della  volgare  schiera?  105 

Non  odi  tu  la  pietà  del  suo  pianto? 

Non  vedi  tu  la  morte  che  '1  combatte 

Su  la  fiumana,  ov'il  mar  non  ha  vanto?  108 

Al  mondo  non  fur  mai  persone  ratte 

A  far  lor  prò,  ed  a  fuggir  lor  danno, 

Com'ie,  dopo  cotai  parole  fatte,  IH 

Venni  quaggiù  dal  mio  beato  scanno, 

Fidandomi  nel  tuo  parlar  onesto, 

Che  onora  te,  e  quei  che  udito  F  hanno.  114 

Poscia  che  m' ebbe  ragionato  questo, 

Gli  occhi  lucenti  lagrimando  volse, 

Perchè  mi  fece  del  venir  più  presto:  117 


64  INFERNO 

E  venni  a  te  così  com'ella  volse; 

Dinanzi  a  quella  fiera  ti  levai 

Che  del^bel  monte  il  corto  andar  ti  tolse.  120 

Dunque  che  è?  perchè  perchè  ristai? 

Perchè  tanta  viltà  nel  core  allette? 

Perchè  ardire,  e  franchezza  non  hai?  123 

Poscia  che  tai  tre  donne  benedette 

Curan  di  te  nella  corte  del  cielo 

E  il  mio  parlar  tanto  ben  t' impromette  ?  126 

Quale  i  fioretti  dal  notturno  gelo 

Chinati,  e  chiusi,  poiché '1  sol  gì' imbianca 

Si  drizzan  tutti  aperti  in  loro  stelo;  129 

Tal  mi  fec'io  di  mia  virtute  stanca: 

E  tanto  buono  ardir  al  cor  mi  corse, 

Ch'io  cominciai  come  persona  franca:  132 

0  pietosa  colei,  che  mi  soccorse! 

E  tu  cortese,  ch'ubbidisti  tosto 

Alle  vere  parole ,  che  ti  porse  !  1 35 

Tu  m'hai  con  desiderio  il  cor  disposto 

Sì  al  venir  con  le  parole  tue, 

Ch'io  son  tornato  nel  primo  proposto.  138 

Or  va  eh' un  sol  volere  è  d'amendue 

Tu  duca,  tu  signore,  e  tu  maestro. 

Così  li  dissi:  e  poiché  mosso  fue 
Entrai  per  lo  cammin  alto  e  Silvestro.  142 


CANTO  II.  65 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dopo  avere  nel  proemiale  parlato  del  luogo,  del  tempo, 
e  della  cagione  motrice  di  quest'  opera,  come  pure  degli  osta- 
coli che  incontrò,  e  dell' ajuto  di  Virgilio,  ora,  al  costume 
de' poeti,  Dante  incomincia  il  lavoro  con  un'invocazione.  Il 
canto  dividesi  in  quattro  parti  generali ,  nella  prima  descrive 
Torà,  cioè  la  fine  del  giorno,  ed  è  in  quel  tempo  che  fa  la  in- 
vocazione. Nella  seconda  move  dubbio  di  sua  sufficienza  io 
cominciai.  Nella  terza  Virgilio  toglie  ogni  dubbiezza  s' io  ben 
la  tua  parola  ecc.  Nella  quarta  Dante  ringrazia  Virgilio,  e 
loda  la  donna  che  lo  mandò  quali  i  fioretti  ecc. 

E  subito  nasce  dubbiezza  come  Dante  abbia  cosi  presto 
trascorso  un  giorno,  tanto  più  che  nel  primo  canto  fissa  il 
tempo  del  mattino,  ed  ora  descrive  l'arrivo  della  notte,  ed 
io  tutto  T  Inferno  non  istette  più  di  tre  giorni  naturali  ;  ma  tale 
dubbiezza  vien  tolta  sol  che  si  rifletta,  che  Fautore  stette  lun- 
gamente in  titubanza  come  allora  si  esprime  eh' io  fui  per  ri- 
tornar più  volte  volto  e  spese  molto  tempo  a  decidersi.  Dante 
poi  ritiene  che  nella  notte,  sia  il  tempo  della  quiete  de' mor- 
tali, e  ciò  gli  cresceva  la  fatica  corporale,  e  mentale:  cor- 
porale per  l'asprezza  del  viaggio:  mentale  per  l'acerbità  delle 
pene  da  vedersi,  e  descriversi.  E  veramente  il  corpo,  e  la  mente 
dell'autore  molto  faticarono  in  questo  lavoro  come  egli  stesso 
lo  confessa  nel  canto  XXV  parlando  del  poema  al  quale  a  po- 
sto mano  cielo  e  terra  ecc.  Dante  ebbe  la  visione  al  sorgere 
del  giorno,  e  perchè  dunque  incomincia  l' opera  al  venir  della 
notte?  Perchè,  rispondiamo,  tal  tempo  conviene  a  tal  luogo, 
cioè  all'Inferno:  la  notte  ha  con  sé  tenebre,  cecità ,  e  peccato, 
così  r  Inferno  ha  pena,  caligine,  ed  ignoranza.  Al  sorger  della 
notte  il  sole  parte  da  noi,  privandoci  della  luce,  e  quindi  l'au- 
Rambaldi  —  Voi.  i .  5 


66  INFERNO 

tore,  scendendo  all'Inferno,  a  ragione  finge  il  sole  all' occaso. 
Al  contrario  nasce  il  sole,  quando  si  monta  al  Purgatorio. 
Leggi  pertanto  con  quest'  ordine  lo  giorno  se  ne  andava  il 
giorno  cadeva  e  l  aer  bruno  il  crepuscolo  della  notte  toglieva 
gli  animali  al  venir  della  notte  gli  animali  tutti  naturalmente 
inclinano  alla  quiete  che  son  in  terra  volatili ,  acquatici,  ret- 
tili ,  quadrupedi  ecc.  da  le  fatiche  loro  secondo  le  loro  ten- 
denze naturali,  et  io  solo  uno  solo,  perchè  sebbene  altri  at- 
tendessero ad  altre  opere,  pure  niuno  pensava,  e  faticava  in 
quella  di  Dante.  Tutti  si  abbandonavano  al  sonno,  ed  alla 
quiete,  ed  io  solo  vegliava  al  difficile  tema  m  apparecchiava 
a  sostener  la  guerra  a  sostenere  la  guerra  coi  vizi,  e  colla  i- 
gnoranza,  non  tanto  per  me,  quanto  a  profitto  altrui.  Sci- 
pione o  Cesare  non  mossero  mai  guerra  più  fiera  contro  ter- 
ribili nemici:  Mario  o  Ciro  non  menarono  mai  più  sudato 
trionfo  sui  barbari  lontanissimi  nemici.  La  guerra  era  doppia 
si  del  camino  qualità,  e  punibilità  de' vizi  e  si  della  pietale 
è  proprio  dell'  uomo  saggio  compatire  alle  colpe  altrui  che 
qual  guerra  ritrarrà  la  mente  descriverà  poeticamente  la 
mente  che  non  erra  che  non  vacilla  per  quanto  si  disse  nel- 
P  altro  canto. 

0  musa  Dante  considerò  essergli  necessarie  tre  cose  a 
compir  l'opera:  profondità  universale  della  scienza  :  acutezza 
dell'intelletto:  vivacità  di  memoria.  Risguarda  la  prima  nel 
dire  o  musa  la  seconda  nelle  parole  o  alto  ingegno  la  terza 
nell'esclamare  o  mente  e  tutte  tre  collo  stesso  ardore  le  invoca. 
Dante  infatti  ebbe  capacità  maravigliosa ,  l'intelletto  il  più 
fino,  l'ingegno  altissimo,  invenzione  vastissima. Ebbe  forme 
di  corpo  consonanti,  statura  mediocre,  ed  in  età  avanzata  al- 
quanto curva:  grave  incesso,  e  mansueto:  vestir  mondo,  con- 
veniente: viso  lungo:  naso  aquilino:  occhi  grossi:  mascelle 


CANTO  II.  67 

grandi:  labbro  inferiore  sporgente:  fosco  colorito:  capelli  e 
barba  folti,  negri,  e  crespi:  per  lo  più  malinconico,  medita- 
bondo, pensieroso.  Era  già  sparsa  fama  di  lui,  e  pubblicata 
la  prima  cantica  dell'Inferno,  quando  un  giorno,  girando  per 
una  strada  di  Verona,  nella  quale  stavano  varie  donne  a  col- 
loquio, una  di  esse  a  voce  sommessa,  ma  in  modo  di  essere  u- 
dita  da  lui ,  vedi ,  vedi ,  disse,  colui  che  va  all'  Inferno,  e  ritorna 
di  là  a  suo  piacere ,  portandoci  notizia  di  quelli  che  vi  sono 
tormentati.  Cui  rispose  un'altra — il  vero  dici ,  imperocché  non 
iscorgi  la  barba  crespa  pel  calore ,  e  di  un  color  fosco  così  ad- 
divenuta pel  fumo  dell'Inferno?  Del  che  Dante  rise,  sebbene 
di  rado,  o  non  mai  ridere  solesse,  o  Musa  o  poetica  scienza. 
Qualche  testo  porta  l' invocazione  in  plurale  o  Muse  ma  io  cre- 
do migliore  la  prima  lezione,  perchè  Dante  è  imitatore  di  Vir- 
gilio, che  comincia 

Musa 
Tu  che  di  ciò  sai  le  cagioni 
Tu  le  mi  detta  ecc. 

Del  pari  Omero  seguilo  da  Virgilio  nel  primo  dell'Odissea 

Musa 
Quel  uom  di  multiforme  ingegno 
Dimmi  eoe. 

e  neir  Iliade 

Cantami,  o  Diva,  ecc. 

Ritengono  altri,  che  musa  per  antonomasia  si  debba  spie- 
gare per  la  principale  cioè  per  Calliope,  musa  dell'  eloquenza, 
e  quindi  si  chiami  regina  delle  muse.  Dante  la  invoca  espli- 
citamente in  principio  del  Purgatorio  e  qui  Calliope  ecc. — o 
alto  ingegno  profondo,  che  l' ingegno  esprime  la  forza  dell'a- 
nima a  percepire,  ed  inventare  o  mente  e  piuttosto  mente, 
che  memoria ,  che  la  mente  per  sé  è  buona ,  ma  non  è  così 
la  memoria.  S.  Agostino  nella  città  di  Dio  —  chi  dubiterà 


68  INFERNO 

esser  meglio  avere  mente,  che  memoria?  niuno,  perchè 
non  si  trova  un  cattivo  di  mente  buona,  mentre  si  trovano 
pessimi  di  ottima  memoria ,  e  più  inescusabili  non  potendo 
ignorare  il  male  che  fanno,  che  scrivesti  notasti  in  tua  me- 
moria ciò  ch'io  vidi  coir  occhio  dell'intelletto  meditando 
qui  si  para  la  tua  nobilitate  apparirà  nelP  impresa  opera  se 
sei  veramente  nobile,  ed  hai  alto  potere.  Quale  invocazione 
magnifica!  Nella  sola  invocazione  l'autore  palesa  l'alta  fidu- 
cia, che  aveva  di  sé  stesso. 

Io  cominciai  seconda  parte  generale.  L' autore  esami- 
nando le  proprie  forze  argomenta,  ed  obbietta  contro  di  sé 
medesimo.  Tu  non  sei  un  Omero,  non  sei  un  Virgilio;  tu  non 
aggiungi  la  eccellenza  di  altri  poeti;  dunque  farai  opere  non 
pregiate ,  cioè  come  dice  Orazio  scriverai  cosa  che  tosto  si  di- 
menticherà o  verrà  lacerata  dal  venditore  di  sardelle.  —  E  di 
vero  Dante  aveva  cominciato  il  suo  lavoro  in  lingua  diversa, 
lo  pure  ho  dovuto  lottare  con  me  stesso  prima  che  ardissi 
d'intraprendere  il  lavoro  del  commento  della  Divina  Comme- 
dia—  E  tutto  giorno  sento  obbiettare  perchè  un  uomo  cotanto 
emdito,  scrivesse  la  grand'  opera  in  lingua  volgare,  e  materna. 
A  me  pare  che  molte  siano  le  risposte  alPobbietto,  prima- 
mente perchè  tutti  imparassero,  e  specialmente  gl'italiani, 
che  traggono  diletto  dai  poeti  volgari ,  anzi  sono  i  soli  che  li 
leggono.  Se  Dante  avesse  scritto  nella  lingua  degli  eruditi  in 
latino,  i  soli  eruditi ,  o  scienziati  avrebbero  tratto  profitto: 
aveva  per  certo  che  erano  trascurati  dai  nobili,  e  dai  principi 
gli  studi  liberali,  e  specialmente  i  poetici,  ed  all'incontro  le 
opere  in  lingua  volgare  essere  lor  dedicate,  mentre  eran  peso 
degli  archivi ,  e  dimenticate  le  opere  di  Virgilio,  e  di  altri 
greci ,  e  latini  poeti  eccellentissimi  —  Aveva  anzi  prima  co- 
minciato il  suo  lavoro  così 


CANTO  II.  69 

Ultima  regna  canam  fluido  contermina  mondo 
Spiritibus  quae  lata  patent,  quae  praemia  solvunt 
Pro  merilis  cuique  suis  eie. 

Ma  i  suesposti  riflessi,  e  lo  scopo  che  si  era  prefisso,  e  che 
non  poteva  arrivarsi  senza  la  propagata  cognizione  del  la- 
voro lo  faceva  prescegliere  la  lingua  volgare.  —  Sostengono 
altri  aver  Dante  conosciuto  che  la  lingua  latina  non  si  sarebbe 
con  eguale  facilità  prestata  all'arduo  tema.  Ed  io  pure  lo  cre- 
derei ,  se  non  mi  avesse  deciso  la  gravissima  autorità  del  Pe- 
trarca, il  quale  parlando  di  Dante  col  mio  venerabile  maestro 
Boccaccio  da  Certaldo  diceva  —  É  altissima  la  mia  opinione 
dell'  ingegno  di  Dante,  che  avrebbe  potuto  quanto  avrebbe 
impreso  di  fare.  Io  incominciai  a  dire  poeta  che  mi  guidi 
Virgilio  che  sei  mia  guida,  e  duce  guarda  la  mia  virtù  in- 
tellettuale, o  mia  scienza  s  eie  possente  capace  a  tanta  impresa 
n  and  che  tu  mi  fidi  prima  che  con  tanta  fiducia  mi  metta  al- 
l  alto  passo  all'arduo  lavoro,  giusta  l'avvertimento  d'Orazio 
nella  poetica 

Materia  prendi ,  o  tu  che  scrivi,  adatta 
Alle  tue  forze ,  e  teco  pesa  a  lungo, 
Ciò  che  portar  può  Tornerò,  o  ricusa. 

Dante  in  seguito  risponde  alla  seguente  obbiezione  che  po- 
trebbe fargli  Virgilio  —  perchè  temi  scendere  all'  Inferno?  Vi 
scese  pure  Enea  come  nel  mio  6  libro,  vi  scese  s.  Paolo  come 
abbiamo  per  fede?  Cui  Dante  risponde  non  doversi  Enea  porre 
ad  esempio,  perchè  desso  sotto  la  guida  della  Sibilla  scese 
bensì  vivo  all'Inferno,  ma  tal  permesso  gli  venne  dagli  Dei, 
onde  animarlo  al  conquisto  dell'  Italia.  Ed  il  permesso  non  fu 
dato  senza  degna  causa,  o  Virgilio,  come  lo  fai  conoscere 
in  tutta  la  Eneide;  ma  io  in  qual  modo  fingerò  altrettanto  di 
me  stesso?  Tu  o  Virgilio  dici  cioè  fingi  che  l  parente  di  Sil- 
vio Enea  padre  di  Silvio  corruptibile  ancora  ancor  mortale, 


70  INFERNO 

e  vivo  andò  ad  immortai  secolo  all'Inferno  e  fo  sensibil- 
mente col  corpo.  Tito  Livio  nel  1°  libro  sembra  discordar  da 
Virgilio  in  quanto  pone  che  Àscanio  venisse  da  Enea,  e  Creusa 
figlia  di  Priamo,  o  da  Lavinia  figlia  di  Latino,  perchè  Enea 
dopo  la  morte  del  padre  suo,  lasciò  a  Lavinia  madre,  o  ma- 
trigna di  Ascanio  la  città  di  Lavinia  fiorente,  che  appellò  col 
nome  della  stessa  Lavinia ,  e  lo  stesso  Ascanio  poi  fabbricò 
Alba  al  cui  governo  successe  Silvio  di  lui  figlio,  come  più  dif- 
fusamente si  dice  nel  canto  VI  del  Paradiso.  Virgilio  all'  in- 
contro ritiene  che  Enea  avesse  due  figli ,  Ascanio  da  Creusa 
che  seco  condusse  in  Italia,  e  Silvio  da  Lavinia.  Dante  ha  se- 
guito Virgilio  sua  guida,  senza  curarsi  delle  storiche  discre- 
panze, e  chiama  Enea  parente  di  Silvio  cioè  padre,  quando  non 
si  volesse  spiegare  quel  parente  per  avo. 

Pero  l  aversario  d  ogni  male  Dio  che  estermina  ogni 
male  e  fuo  cortese  liberale ,  e  grazioso  concedendogli  la  di- 
scesa, non  pare  indegno  a  uomo  d  intellecto  non  {sconveniente 
a  uomo  di  mente  pensando  l  alto  effecto  nobile,  e  maraviglioso 
fine  che  uscir  dovea  da  lui  provvenire  da  Enea  il  cui  e  l  quale 
considerato  quale  fu  l'effetto  in  sostanza,  e  quale  in  potenza, 
cioè  l' impero,  ed  il  sacerdozio  die  queir  Enea  fu  elletto  da  Dio 
nel  empireo  celo  cielo  supremo,  tutta  luce ,  ed  amore  figurato 
nel  III  canto  del  Paradiso.  Empireo,  per  padre,  o  principio,  es- 
sendo il  padre  principio  di  generazione  de  l  alma  Roma  alma 
cioè  santa  la  quale  Roma  e  quale  impero  fue  stabilito  prede- 
stinato per  loco  santo  per  la  santa  sede,  al  successor  del  mag- 
gior Piero  al  Papa.  Locchè  torna  lo  stesso  che  dire,  Roma  fu 
predestinala  da  Dio  per  futura  sede  del  sacerdozio ,  e  dell'im- 
pero. 11  sacerdozio,  infatti,  e  l' impero  procedettero  ugualmente 
da  Dio  a  voler  dire  il  vero.  Tanto  esprime  l'autore  perchè  tutto 
giorno  sorgono  dispute  se  l'impero  romano  sia  giusto,  e  ne- 


CANTO  li.  71 

cessarlo.  Alcuni  tengono  il  sì  ed  altri  il  no:  ma  l'autore  tiene 
P  affermativa,  e  qui,  e  nel  canto  XVI  del  Purgatorio,  e  lunga- 
mente nel  VI  del  Paradiso.  Riporterò  soltanto  quanto  dice  s. 
Agostino  nel  e.  17  della  città  di  Dio — Vedemmo  sorgere  due 
regni  chiarissimi,  il  primo  degli  assiri,  il  secondo  de' romani: 
quello  in  oriente,  questo  poscia  in  occidente:  il  fine  del  primo 
fu  principio  dell'altro.  E  nel  cap.  18  —  Sorse  la  città  di  Roma 
come  altra  Babilonia  figlia  dell'antica,  per  mezzo  della  quale, 
piacque  a  Dio,  ridotta  a  repubblica  debellare  il  mondo,  frenan- 
dolo per  lungo  tempo  anche  nelle  più  lontane  regioni  —  Ed 
Orosio  nell'  istoria  lib.  6  scrivendo  a  s.  Agostino  dice  altret- 
tanto parlando  della  monarchia  di  Cesare  Augusto.  Niun  altro 
regno,  non  quello  di  Babilonia,  non  il  Macedone  ebbe  l' onore 
di  chiudere  il  tempio  di  Giano,  e  fatta  pace  col  mondo  intero, 
potè  godere  di  gloria  simile  a  quella  della  nascita  di  Gesù 
Cristo.  Allora  per  comando  di  Augusto  si  compì  il  censo  delle 
Provincie.  Essendo  poi  nato  Gesù  Cristo  sotto  di  Cesare  Au- 
gusto è  questa  la  più  evidente  dimostrazione ,  come  della  mag- 
giore eccellenza  nel  principe ,  così  ancora  che  i  romani  do- 
vevano essere  i  padroni  del  mondo.  E  difatti  la  città  fu  am- 
pliata, e  difesa,  ed  innalzata  all'apice  di  tutte  cose. 

Per  questa  discesa,  dice  Enea  intesi  cose  che  furon  coir 
gione  r—  di  sua  Victoria  contro  Turno  come  fu  detto  e  del 
papal  manto  e  del  papato,  ma  cagione  remota. 

Secondo  Virgilio  nel  VI  dell'  Eneide  imparò  Enea  dal  padre 
suo  Anchise  il  modo  con  cui  doveva  vincere  Turno,  e  che  dal 
suo  seme  sarebbe  nata  la  gente  romana,  e  posta  in  Roma-la  sede 
del  sacerdozio  per  questa  andata  onde  li  dai  tu  vanto  tu,  o 
Virgilio,  dai  gloria  ad  Enea  perchè  scese  air  Inferno  colla 
scorta  della  Sibilla ,  e  travide  gli  spiriti  illustri  nascituri  da 
lui,  debellatori,  e  reggitori  del  mondo,  de' quali  si  dirà  nel 


72  INFERNO 

VI  del  Paradiso,  il  perchè  nei  1°  —  lmperium  sine  fine  dedi  — 
ed  è  vero  sin  qui,  almeno  rispetto  al  nome.  Lasciando  a  parte 
le  antiche  autorità,  il  Petrarca  nella  lettera  contro  Gallo  chia- 
ma Roma  capo  del  mondo,  regina  delle  città,  sede  dell'  impero, 
rocca  della  fede  cattolica,  fonte  di  ogni  memorabile  esempio. 
Policrate  —  Nulla  al  mondo  è  più  splendiente  della  eccel- 
lenza ,  e  virtù  de'  romani  a  seconda  delle  storie  di  tutto  il 
mondo.  Distinti  da  fulgidissimo  splendore  d' impero,  che  o  si 
risguardi  il  principio,  od  il  sommo  cui  arrivarono,  memoria 
umana  non  può  pel  culto  alla  giustizia ,  per  riverenza  alle 
leggi,  per  l'amicizia  de' vicini,  per  la  maturità  de' consigli, 
per  la  gravità  delle  parple,  e  delle  opere  ad  altri  uguagliare. 
Ottennero  i  romani  di  sottomettere  alla  loro  dominazione'  il 
mondo  fino  allor  conosciuto.  Andovi  poi  poco  mi  giova,  dice 
Dante,  che  s.  Paolo  vivo  scendesse  all'Inferno,  perchè  ebbe 
per  fine  la  confermazione  della  fede,  locchè  non  posso  aver 
io.  Ma  è  poi  vero  che  s.  Paolo  scendesse  vivo  nell'  Inferno? 
Andò  anzi  all'  Inferno,  al  Purgatorio,  al  Paradiso  quando  fu 
rapito  al  terzo  cielo,  del  quale  rapimento  si  dirà  nella  can- 
tica del  Paradiso.  Ovvero  si  dirà  meglio,  che  Dante  non  in- 
tese affermare  che  s.  Paolo  andasse  all'  Inferno,  ma  sibbene 
fosse  rapito  al  Paradiso.  Argomenta  poi  così  —  Se  Enea  vi- 
vente, scese  all'  Inferno,  non  consegue  che  io  pure  scendere 
vi  debba?  Se  lo  vaso  de  ellectione  cioè  s.  Paolo,  che  Dio  elesse 
vaso,  e  custodia  della  s.  Scrittura  secondo  s.  Girolamo  «  E  vaso 
di  elezione  chiamasi  quello  in  cui  vengono  custodite  le  lettere 
del  padrone  che  contengono  la  espressione  della  di  lui  volontà 
od  elezione.  »  S.  Paolo  qual  nunzio,  predicava  la  elezione  o  la 
volontà  del  suo  padrone  andovi  poi  poi,  cioè  dopo  mille,  e  più 
anni  da  Enea  per  recarne  conforto  per  crescer  forza  a  quella 
fede  cristiana  eh  e  principio  a  la  salvazione  senza  fede,  pos- 


CANTO  II.  75 

seggansi  pure  le  mille  virtù,  è  impossibile  salvarsi,  e  la  fede 
sola  non  basta,  cbe  senza  opere  è  cosa  morta.  Ma  che  fa  tutto 
ciò  per  me?  ma  io  perche  venirvi.  Udisti  già  il  perchè  Enea, 
e  s.  Paolo  l'uno  air  Inferno,  l'altro  andasse  al  Paradiso;  e  chi 
il  concederne  chi  mi  darà  la  grazia  speciale  che  fu  a  quelli 
concessa?  Io  non  Enea,  io  non  Pavlo  sono,  lo  non  debbo 
fondare  l'impero  romano,  non  debbo  essere  argomento  di 
conferma  di  fede  cristiana.  Sono  un  meschino  a  petto  di  Enea, 
un  peccatore  a  petto  di  s.  Paolo,  e  per  conseguenza  ne  degno 
a  do  ne  io  ne  altri  crede  anche  Paolo  era  peccatore,  anzi  un 
persecutore  di  nostra  fede,  ma  fu  rapito  dalla  grazia,  perche — 
temo  che  la  venuta  non  sia  folle  cioè  temeraria  se  m  abban- 
dono del  venire  se  senza  consiglio  imprenda  il  lavoro,  sie 
savio  intendi  meio  meglio  eh  io  non  ragiono  come  se  di- 
cesse: Tuttavia  tu  sei  savio,  ed  intendi  meglio ,  che  io  non  ti 
so  dire.  Una  sol  cosa  ti  raccomando  —  Andare,  e  ritornare — 
Et  qual  Dante  abbandonò  il  primo  proposito  come  colui,  che 
fissata  qualche  opera,  argomentando  in  opposto  la  tronca ,  o 
si  determina  ad  opera  diversa  e  tal  mi  feci  in  quellobscura 
costa  in  quella  discesa  oscura  tanto  perchè  notturna,  quanto 
perchè  ritornava  alla  valle  de' vizi,  e  dell'ignoranza  quale 
quei  disvol  do  che  l  vote  chi  non  vuol  più  quanto  volle  et  canr 
già  proposta  e  muta  proposito  per  nuovi  pensier  che  gli  so- 
pravvengono in  mente  si  che  tutto  si  tolte  da  cominciar  to- 
talmente si  rimove  dall'opera  incominciata,  perche  consumai 
la  impresa  m'arrestai,  e  troncai  l'intrapreso  cammino  che 
fu  cotanto  tosta  nel  cominciar  che  io  cominciai  prima  con 
tanta  alacrità  pensando  argomentando  prò,  e  contro,  secondo 
quel  proverbio  fiorentino  elle  meio  non  far  che  far  per  dis- 
fare— s  i  o  ben  la  tua  parola  intesa. 


74  INFERNO 

Quali  ombra  terza  parte  generale.  Virgilio  nel  dissipare 
la  dubbiezza  di  Dante,  mostra  che  proveniva  da  pusillanimità 
che  spesso  allontana  gli  uomini  dalle  azioni  le  più  onorate. 
Quell  ombra  anima  del  magnanimo  Virgilio  rispose  a  me 
Dante  l  anima  tua  e  offesa  da  viltà  da  pusillanimità  la  quale 
spesse  fiate  ingombra  l  omo  invade  l' uomo  si  che  lo  rivolve 
lo  revoca,  ed  allontana  da  onrata  impresa  dall' onorato  pro- 
posito come  falso  vedere  fa  tornare  indietro  bestia  quand  om- 
bra quando  ha  paura  dell'  oggetto  veduto.  Il  poledro  om- 
broso vede  cosa  diversa  da  quella  che  è  veramente ,  e  teme 
che  nuocer  gli  possa  e  ricusa  di  progredir  nella  strada  quan- 
tunque cogli  speroni  nel  ventre,  e  spesso  spaventato  retrocede; 
del  pari  l'autore  spaventato  negava  d'intraprendere  il  cam- 
mino quantunque  eccitato  dalle  parole  di  Virgilio,  anzi  vil- 
mente retrocedeva,  se  con  forti  argomenti ,  e  persuasioni  la 
guida  sua  non  l'avesse  ritenuto.  Dante  poi  ha  ragione  di 
chiamare  Virgilio  magnanimo,  perchè  difatti  lo  fu  per  molti 
rispetti.  Sebbene  nato  in  piccol  villaggio,  e  da  rusticani,  la- 
sciò Mantova,  e  si  trasferì  alla  prima  città  del  mondo,  e  tosto 
acquistò  la  grazia  di  Augusto,  sotto  il  patrocinio  del  quale, 
non  solo  ricuperò  i  beni  paterni,  ma  li  fece  riavere  anche  ad 
altri  suoi  concittadini  come  scrive  lo  stesso  Virgilio  nelle  buc- 
coliche. Fu  grande  nel  togliere  il  verso  ad  Omero,  e  Macro- 
bio  ne' Saturnali  scrive,  che  tre  cose  sembrano  impossibili 
all'uomo  —  rapire  il  fulmine  a  Giove  —  la  clava  ad  Ercole  — 
il  verso  ad  Omero.  —  Di  quest'  ultima  parla  Dante,  quasi  dir 
voglia  —  Se  io  Virgilio  col  verso  tolto  ad  Omero  descrissi  l' In- 
ferno, perchè  tu  Dante  col  verso  di  Virgilio  non  potrai  descri- 
vere l'Inferno,  il  Purgatorio,  il  Paradiso?  —  Virgilio  inoltre 
poteva  chiamarsi  magnanimo  inverso  di  Dante,  avendo  vinta 


CANTO   II.  75 

la  pusillanimità  di  quest'  ultimo,  e  determinatolo,  sotto  la  sua 
guida ,  all'  alto  lavoro. 

A  togliere  poi  ogni  restanza  di  timore  dalla  mente  di 
Dante  Virgilio  spiega  il  perchè  venne  dirotti  perch  io  venni 
qual  motivo  mi  spinse  a  venirti  a  soccorrere  e  quel  ohe  ntesi 
dalla  tua  Beatrice  nel  primo  punto  che  di  te  mi  dolvi  quando  di 
primo  momento  per  compassione  ti  corsi  incontro  nel  monte, 
lo  Virgilio  era  tra  lor  che  son  sospesi  quel  —  sospesi  —  può 
intendersi  storicamente  per  sospesi  nel  Limbo  senza  pena»  e 
speranza  come  si  dirà  nel  quarto  canto,  e  può  intendersi  al- 
legoricamente, che  cioè  la  mente  fu  lungamente  sospesa,  e 
dubbia  suir  imprendere  così  alta  cura.  Ma  Beatrice  Io  mosse. 

E  chi  fu  Beatrice?  Fu  dessa  realmente  donna  fiorentina, 
di  somma  bellezza,  di  somma  onestà,  la  quale  di  otto  anni 
vista  per  la  prima  volta  da  Dante,  che  ne  aveva  nove,  così  gli 
entrò  nel  cuore,  che  mai  poscia,  e  finché  visse  non  gli  uscì. 
L'amò  ardentemente  per  lo  spazio  di  15  anni,  e  col  tempo , 
invece  di  scemare,  crebbe  l'ardore,  e  la  seguiva  in  ogni  luogo 
ella  movesse,  credendo  ne' di  lei  occhi  vedere  ogni  felicità. 
Dante  quindi,  secondo  che  io  penso,  nell'opera  sua  prende 
Beatrice  istoricamente,  altra  volta,  e  più  spesso  anagogica- 
mente per  la  teologia,  imperocché  Beatrice  fra  le  belle,  e  vez- 
zose fiorentine  appariva  bellissima,  e  vezzosissima,  e  così  la 
teologia  fra  le  scienze  belle,  e  dilettevoli  è  la  bellissima,  e  pu- 
dicissima. Anche  Petrarca  amò  Laura  poeticamente,  ed  isto- 
ricamente pel  corso  di  21  anni,  come  da  tanti  di  lui  scritti 
amorosi  si  rileva.  —  Né  ti  sembri  sconveniente  che  Beatrice 
umana,  e  corporea  si  figuri  per  la  teologia.  Anche  Rachele 
delle  sacre  carte,  bellissima  sposa  di  Giacobbe,  e  tanto  amata 
dal  marito  suo,  che  per  averla  a  moglie,  fece  per  quattordici 
anni  il  guardiano  di  armenti ,  fu  presa  anagogicamente  per 


76  INFERRO 

la  vita  contemplativa  nel  canto  XXII  del  Paradiso,  ove  accenna 
la  contemplazione  sotto  figura  di  una  scala.  E  donna  mi 
chiamo  beata  fuori  di  questa  niuna  altra  scienza  conduce  alla 
vera  beatitudine  e  bella  perchè  ha  per  oggetto  Dio  che  è  il 
bellissimo,  tal  che  di  comandar  io  la  richiesi  tanto  era  beata, 
e  bella,  che  la  richiesi,  e  pregai  che  comandasse. 

Lucevan  la  bellezza  negli  occhi  specialmente  consiste 
gli  occhi  suoi  di  Beatrice,  cioè  la  speculazione,  e  contempla- 
zione lucevan  più  che  la  stella  perchè  trascendevano  tutti  i 
cieli ,  e  conducevano  alla  cognizione  di  Dio.  donna  soave  e 
piana  il  sermone  divino  è  tale,  non  alto,  e  superbo,  come 
quello  de'  poeti,  cominciommi  a  dire  con  angelica  voce  gli 
angelici,  e  contemplativi  intelletti  conducono  a  noi  la  teolo- 
gia in  sua  favella  con  eloquio  soave  simile  a  quello  di  s. 
Paolo,  s.  Agostino,  e  s.  Girolamo,  e  perciò  l'autore  nel  XXX 
canto  del  Purgatorio  finge  Beatrice  cosparsa  di  fiori  gettati 
dalle  angeliche  mani,  o  anima  discorso  di  Beatrice  che  lo- 
dando Virgilio  se  ne  captiva  la  benevolenza,  o  anima  cortese 
mantovana  o  Virgilio  che  cordialmente ,  e  liberalmente  fai 
parte  di  tua  scienza  di  cui  la  fama  ancor  nel  mondo  dura 
pel  tuo  maraviglioso  sapere,  e  quel  che  è  maggiore  e  durerà 
quanto  l  mondo  lontana  fino  alla  fine  del  mondo  l  amico 
tuo  l'amico  vero,  l'amico  della  virtù  e  non  de  la  ventura  che 
non  muta  col  cambiar  di  fortuna:  e  la  fortuna  era  veramente 
allora  a  Dante  contraria,  essendo  pur  troppo  vero,  che  dove  è 
ricchezza  di  virtù,  ivi  è  scarsezza  di  beni  temporali  e  impe- 
dito ne  la  diserta  piaggia  nel  deserto  monte  della  virtù  si 
nel  camin  nel)' incominciato  cammino  verso  la  virtù  che  volto 
è  per  paura  è  rivolto  alla  valle  per  timor  della  lupa  e  temo 
che  non  sia  già  smarrito  tanto  avvilito,  ed  accorato  c/i  io  mi 
sia  tardi  al  soccorso  levala  ed  ecco  il  perchè  per  quel  eh  i 


CANTO  II.  77 

0  di  lui  nel  del  udito  l'anima  beata  vede  in  Dio  come  in 
uno  specchio  le  cose,  che  accadono  in  terra  or  movi  va,  non 
differire  più  oltre,  che  il  pericolo  è  nel  ritardo  e  l  ajuta  soc- 
corrilo si  che  io  ne  sia  consolata  essendo  egli  mio  amico  con 
tatua  parola  ornata  colla  tua  eloquenza,  e  con  do  eh  e  me- 
sterò al  suo  campare  e  con  tutti  gli  argomenti  de'  quali  può 
far  uso  la  ragion  naturale  io  son  Beatrice  cioè  teologia.  Bea- 
trice poi  equivale  a  reggitrice  beata  che  te  faccio  andare  a 
soccorrere  Dante  vegno  di  luoco  luogo  dove  sono  i  beati  dove 
tornar  disio  la  teologia  sebbene  discende  alle  umane  cose, 
pure  ritorna  sempre  a  Dio  come  a  di  lei  fine,  amor  mi  mosse 
che  mi  fa  parlare  avendomi  Dante  tanto  amato,  io  lo  riamo 
altrettanto  che  amore  —  acceso  da  verta  sempr  altro  accese 
Io  Beatrice  mi  loderò  di  te  o  Virgilio  dinanzi  al  Signor  mio 
dinanzi  a  Dio  quando  sarò  a  lui  sovente  quando  sarò  spesso 
da  lui.  La  teologia  sovente  soccorre  la  ragion  naturale,  perchè 
dalle  cose  più  note  meglio  si  arguisca  alle  men  note,  tacette 
allora  tacque  Beatrice  dopo  le  predette  cose  et  poi  comindai 
io  Virgilio,  facendo  tosto  la  figura  di  transizione,  o  donna  di 
vertu  Beatrice  maestra  in  ogni  virtù  sola  per  cui  per  la  quale 

1  umana  spetie  l'intelletto  umano  eccede  ogni  contento  sor- 
passa ogni  confine  di  quel  del  eh  a  minor  li  cerchi  sui  il 
cielo  della  luna  che  è  di  minor  cerchio  delle  altre  sfere  —  o  teo- 
logia per  la  quale  il  genere  umano  sorpassa  quanto  si  contiene 
nel!'  orbe  lunare  il  tuo  comandamento  tanto  m  aggrada  tanto 
mi  è  grato  che  l  ubbidir  m  è  tardi  —  se  già  fosse  ogni  pre- 
stezza mi  sembrerebbe  tardanza  nell' ubbidirti  più  non  t  e 
uopo  eh  aprir  lo  tuo  talento  basta  che  mi  mostri  il  tuo  vo- 
lere» ovvero  —  hai  solo  a  comandarmi.  Con  ciò  insegna  che 
la  ragion  naturale  deve  soggiacere  alla  divina  scienza  senza 
investigar  del  perchè,  ma  dime  Virgilio  dimanda  comedessa 


78  INFERNO 

venga  dal  cielo  all'  Inferno  la  cagion  che  tu  non  ti  guardi 
perchè  non  stai  in  guardia  non  temi  de  lo  discendere  qua 
giuso  in  questo  centro  in  terra,  quasi  centro,  o  punto,  od  In- 
ferno, tanto  più  che  T  Inferno  dicesi  essere  nel  eentro  della 
terra,  dal  ampio  loco  dal  cielo  empireo  che  contiene  tutti  gli 
altri  cieli,  e  non  è  contenuto  da  alcuno  ove  al  qual  luogo  tu 
ardi  ardentemente  aspiri  tornar  come  poco  prima  dicesti  mi 
rispose:  dirotti  brevemente — perche  io  non  tema  di  venir 
qua  entro  da  che  tu  filosofo ,  e  poeta  vuoi  sapere  i  secreti  che 
non  si  aprono  alla  ragione  naturale.  Tanta  è  la  perfezione  di 
Beatrice  da  non  potersi  aggiungere  dall'  umana  ragione.  E  di- 
fatti, nò  T  ingegno  degli  eretici,  né  la  sottigliezza  de' filosofi, 
né  la  prepotenza  de' re  han  valso  ad  alterare  la  teologia.  In- 
vano navicella  di  Pietro  agitata  dalle  tempeste  di  questo  mondo, 
può  far  mostra  di  piegar  qualche  volta ,  ma  non  sommergesi 
giammai.  I  prelati ,  e  pastori  dovrebbero  esserne  i  più  caldi 
seguaci ,  aprendo  altrui  la  via  dell'  eterna  salute  non  tanto 
col  discorso  quanto  cogli  esempi. 

In  Parigi  fu ,  non  é  molto  tempo  un  ricchissimo  mer- 
cante di  drappi  per  nome  Zenone  de'Civini,  uomo  giusto, 
ed  aperto,  e  di  sanissima  morale.  Aveva  costui  stretta  fami- 
gliarità con  un  ebreo  di  nome  Abramo  esso  pur  ricco  e  dab- 
bene. A  Zenone  doleva,  che  un  uomo  di  tanta  virtù,  per  man- 
canza di  fede,  dovesse  dannarsi,  ed  a  poco  a  poco  insinuan- 
dosi nel  di  lui  animo,  cominciò  a  tentare  di  distorio  dalla  falsa 
credenza.  Ripetuto  spesso  il  tentativo,  finalmente  Abramo  un 
giorno  rispose  a  Zenone ,  che  sarebbe  andato  alla  corte  di 
Roma  per  ubbidire  alle  suggestioni  sue,  locchè  udito  da  Ze- 
none perdette  ogni  speranza  di  conversione  dell -amico,  e  cam- 
biando linguaggio  voleva  distorlo  da  tale  determinazione,  o 
sotto  pretesto  di  spesa  eccessiva ,  o  di  pericoli  del  viaggio, 


CANTO  II.  79 

aggiungendo  che  in  Parigi  vi  era  battesimo  uguale  che  io  Ro- 
ma, e  che  si  faceva  io  Parigi  quello  studio  in  materia  di  fede 
che  neppure  sul  Tevere  trovar  si  poteva.  Ma  Abramo  fermo 
nel  suo  proposito  si  portò  a  Roma,  e  consultò  in  punto  di 
fede  quegli  ebrei,  e  molte  cose  sentì,  ed  imparò,  che  prima 
non  aveva  né  imparalo,  né  sentito.  Poco  dopo  tornò  a  Parigi, 
ed  interrogato  da  Zenone  sulla  corte  romana,  con  animo  ama- 
reggiato rispose  —  É  un  gran  male  che  Dio  permetta  che  al- 
cuni fra  Pastori  abusino  di  loro  vocazione,  e  non  sieno  fe- 
deli al  loro  ministero  con  iscandalo  de'  credenti.  Ma  tutto 
ben  considerando  in  mente  mia,  sono  forzato  a  credere  che 
la  fede  cristiana  sia  la  sola,  e  vera  fede,  se  .per  la  grazia  sola 
dello  Spirito  Santo,  può  conservarsi,  e  durare,  lo  pertanto, 
che  non  mi  era  piegato  alle  giuste  tue  persuasioni,  ora  sono 
risoluto  di  essere  veramente  cristiano.  Zenone  esultante  con- 
dusse Abramo  alla  chiesa,  e  lo  fece  con  tutta  solennità  battez- 
zare, tenendolo  esso  al  sacro  fonte,  e  chiamandolo  Giovanni. 
Il  neofita  fu  istruito  profondamente  nella  fede,  e  visse  vita  di 
santo  per  anni  cento  e  nove.  —  [Vedi  il  Manni  istoria  del'De- 
camerone  fase.  150.  1.2,] 

Beatrice  soggiunge  poi,  che  dobbono  temersi  le  sole  cose 
che  possono  nuocere  temer  si  de  sol  soltanto  de  quelle  cose 
eh  hanno  potentia  di  far  altrui  male  —  de  l  altre  non  non 
di  quelle  che  non  hanno  tal  potenza  che  non  son  paurose  per 
antifrasi,  o  secondo  altra  lezione  poderose,  cioè  che  non 
hanno  potenza  di  fare  altrui  del  male,  io  son  facta  da  Dio  tale 
tanto  perfetta  sua  mente  per  grazia  sua  —  che  la  vostra  mise- 
ria ignoranza,  o  malizia  umana  non  mi  tange  non  mi  tocca, 
non  arriva  a  me.  11  raggio  del  sole  non  prende  macchia,  né 
splendore  dagli  altri  corpi  ne  fiamma  de  sto  incendio  non 
m  assale  non  sento  la  concupiscenza  mondana,  donna  Bea- 


80  INPERNO 

trice  espone  che  altra  nobile  signora,  dolendosi  degli  er- 
rori di  Dante  ne  chiamò  altra  per  nome  Lucia,  perchè  lo 
soccorresse.  Secondo  i  teologi  le  grazie  sono  due ,  V  una 
grazia  operante,  che  spinge  1'  uomo  a  virtù;  l'altra  coo- 
perante che  conserva  V  uomo  nella  virtù.  S.  Agostino  quin- 
di —  cohoperando  in  nobis  Deus  perfecte  quod  operando 
incepit  —  Dante  finge  pertanto  che  Beatrice  esponga  tai  cose 
a  Virgilio  per  esprimere  che  la  prima  grazia  move  la  seconda 
e  la  seconda  move  Beatrice,  la  quale  move  Virgilio,  e  Vir- 
gilio Dante. 

Donna  gentil  grazia  preveniente.  Dante  non  la  nomina 
perchè  tal  grazia,  arriva  occultamente,  ed  inavvertitamente. 
E  può  prendersi  anche  per  predestinazione  più  occulta  del- 
l'altra, onde  nel  XX  del  Paradiso,  e  nel  penultimo  canto  Dante 
tratta  di  essa  e  nel  ciel  nell'  empireo  che  se  compiange  ha 
compassione  di  questo  impedimento  di  Dante  impedito  dalle 
fiere  ovio  te  mando  ad  allontanare  Y  impedimento  stesso  se 
compiange  avendo  la  grazia  di  Dio  misericordia  dell'  umana 
fragilità  si  che  frange  duro  giudicio  la  su  rompe  il  giudizio 
nel  cielo.  11  giudizio  di  Dio  in  cielo  è  che  il  peccatore  sia  pu- 
nito secondo  il  peccato,  ma  tale  giudizio  qualche  volta  si  re- 
voca intercedente  la  grazia,  come  avvenne  a  s.  Paolo  questa 
grazia  prima,  o  predestinazione  —  che  si  chiama  Lucia,  luce 
che  illumina  in  suo  domando  a  sua  inchiesta  e  disse  o  Lutia 
il  tuo  fedele  il  tuo  Dante  a  or  bisogno  di  te  ha  bisogno  del 
tuo  ajuto  per  togliersi  a  grave  disastro  et  io  perciò  lo  racco- 
mando a  te  ed  aggiunge  Lutia  nemica  di  ciascun  crudele  il 
più  crudele  è  colui  che  dispera  della  grazia  di  Dio  si  mosse 
della  sua  sede  et  venne  al  luocho  dov  io  era  al  terzo  grado 
de'  beati  dèe  mi  sedea  con  l  antica  Rachele  cioè  nella  con- 


CANTO   II.  81 

templazione;  Rachele  infatti  si  prende  per  la  vita  contempla- 
tiva come  si  mostrò  più  sopra. 

E  quella  Lucia  disse  o  Beatrice  loda  Dio  vera  o  teologia 
vera  lode,  e  gloria  di  Dio  che  non  soccorri  quei  quel  Dante 
che  t  amo  tanto  che  in  te  pose  tanto  affetto  e  usci  per  te  della 
volgare  schiera  per  tuo  mezzo  uscì  dalla  turba  volgare  de- 
gP ignoranti ,  de' quali  il  numero  è  infinito,  ed  entrò  fra  i  sa- 
pienti ,  e  virtuosi  il  cui  numero  è  scarso  non  odi  tu  non  ascolti 
tu  la  pietà  del  suo  pianto  non  senti  compassione,  che  un  in- 
gegno tanto  nobile  perisca  tra  i  dumi,  e  le  fiere  della  selva? 
Non  vedi  tu  la  morte  che  l  combatte  non  vedi  lo  scontro ,  e 
la  opposizione  de' vizi,  che  sono  la  morte  dell'  anima?  su  la 
fiumana  sul  fiume  Acheronte,  del  quale  si  parlerà  nel  canto 
seguente.  Per  la  valle  scorre  il  fiume,  e  pel  sentiero  de' vizi 
scorre  la  vita  umana  labile  al  pari  dell'acqua  onde  il  mar 
non  a  vanto  non  vi  è  mare  più  amaro,  o  più  tempestoso  di 
questo  fiume.  Al  mondo  non  fur  mai  persone  ratte  veloci,  e 
leste  a  far  lor  prò  et  a  fuger  lor  danno  due  potentissime  ca- 
gioni della  sollecitudine,  e  velocità  degli  uomini  come  io  venne 
ratto  ad  te  qua  giù  nell'Inferno  di  poi  cotal parole  facte  niuna 
celerità  umana  può  paragonarsi  a  quella  de' beati,  i  quali  aju- 
tano  senza  istrumento,  od  organo  corporale,  e  senza  usar  di 
alcun  mezzo,  dal  mio  beato  scanno  dalla  mia  sede,  e  grado 
celeste  fidandomi  nel  tuo  parlare  onesto  così  Dante  vuol  si- 
gnificare la  forza,  o  virtù  dell'eloquenza  di  richiamare  gli  er- 
rabondi, raccogliere  i  dispersi,  piegare  gli  ostinati,  e  tante 
cose  mirabili  operare  onesto  cioè  onorevole;  perchè  onesto 
viene  da  onore,  ed  il  Filosofo  —  il  tuo  discorso  te  onora,  o  Vir- 
gilio, et  quei  eh  udito  l  anno  come  Stazio,  e  tu  Dante,  poscia 
Virgilio  descrive  l' allo  compassivo  di  Beatrice,  e  l'effettivo; 
quella  Beatrice  volse  gli  occhi  lucenti  più  di  stella  —  lacri- 

Rambaldi  —  Voi.  1.  6 


82  INFERNO 

mando  il  pianto  è  mezzo  a  movere,  e  determinare  gli  animi. 
In  tal  modo  si  dimostra  ancora  come  la  sacra  scienza  usi  di 
modi  per  richiamare  gli  erranti  sulla  retta  via  della  virtù. 

Poscia  che  m  ebbe  ragionato  questo  ed  ecco  l'effetto  per 
che  mi  fé  del  venir  più  presto  —  et  venni  a  te  cossi  com  ella 
volse  come  Beatrice  mi  comandò ,  e  dinanzi  a  quella  fiera 
ti  levai  dalle  unghie  della  lupa  ebbi  tutella  il  torto  andare 
Dante  aveva  prima  cominciato  ad  ascendere  il  monte  quando 
incontrò  Virgilio  dal  bel  monte  perchè  luminoso,  e  dilettoso. 
Alcuni  pretendono  doversi  leggere  il  corto  andare  perchè  la 
via  della  virtù  è  spedita,  ma  quella  dei  vizi  è  intricata;  ma  la 
prima  lezione  è  migliore,  imperocché  la  via  della  virtù  none 
breve,  anzi  lunga,  difficile,  contrastata;  donque  Virgilio  con- 
clude, che  Dante  per  le  esposte  ragioni  deve  procedere  alla 
descrizione  de'  vizi ,  delle  virtù,  del  sommo  bene,  donque  che 
e  che  ti  fa  timido,  e  ti  richiama  perche  perche  restar  9  perche 
alleate  perchè  sei  allettato?  (parola  toscana;  volendo  chia- 
mare un  uccello  i  fiorentini  dicono —  alletta  queir  uccello) — 
è  parola  d'uso  comune  tratta  dal  verbo  —  allicio  —  tanta  vil- 
tà nel  cuor  tanta  pusillanimità  di  mente,  e  di  cuore,  perche 
ardire  e  franchezza  non  ai  perchè  non  hai  coraggio ,  e  non 
procedi  francamente?  poscia  che  tai  tre  donne  benedicte  gra- 
zia preveniente  o  predestinazione,  grazia  illuminante  o  di- 
vina, e  Beatrice,  o  la  teologia  curan  di  te  intercedono  a  favor 
tuo  ne  la  corte  del  del  dove  molto  possono  e  l  mio  parlar 
cotanto  ben  te  promette  tu  hai  la  scienza  umana  come  filosofo, 
e  poeta:  tu  hai  la  teologia  sacra  che  io  ignorai;  hai  la  grazia 
divina  perchè  nascesti  in  tempo  di  grazia,  mentre  io  fui  pa- 
gano; infine  tu  sei  un  eletto,  e  predestinato.  —  Osservano  al- 
cuni giunti  a  questo  punto,  che  sembra  aver  errato  Dante  di- 
cendo, che  tre  donne  peroravano  per  lui, quando  ne  accennò 


CANTO  II.  83 

quattro,  ignota  la  prima,  Lucia,  Beatrice,  e  Rachele.  Ma  si  ri- 
sponde che  Rachele  equivale  a  vita  contemplativa,  e  che  forma 
no  solo  tutto  colla  teologia. 

Quali  i  fioretti  quarta,  ed  ultima  parte  generale.  I  fiori 
pel  freddo  notturno  piegano  al  suolo,  e  si  chiudono ,  ma  sor- 
gendo il  sole  alzano  il  capo ,  e  si  aprono  al  calore  solare  in 
primavera.  Deipari  l'animo  fiorente  dell'autore  piegava  al 
suolo  nella  notte  de' vizi,  nel  freddo  dell'avarizia ,  e  si  chiu- 
deva al  suo  buon  proposito  ;  ma  pel  calore  del  sole ,  cioè  per 
la  grazia  di  Dio  illuminante ,  e  le  persuasioni  di  Virgilio 
si  solleva,  e  prosegue  nel  primo  proposito,  tal  mi  fec  io  io 
Dante  de  mia  virtù  stancha  affaticata  dai  duri  combattimenti 
(piali  i  fioretti  chinati  curvati  et  chiusi  dal  gel  notturno  dal 
freddo  della  notte  si  diritian  tutti  aperti — in  hr  stelo  fusto, 
o  gambo  poiché  l  sol  gì  imbiancha  perchè  aprendosi,  fan  ve- 
dere la  lor  bianchezza  dapprima  chiusa,  et  tanto  buon  ardir 
nel  cor  mi  porse  e  mi  rese  tanto  animato,  e  coraggioso  eh  io 
cominciai  come  persona  francha  senza  timore  a  dire  o  pie- 
toa  Dante  ringrazia  Virgilio,  e  Beatrice  di  tanto  beneficio, 
ma  prima  loda  colei  che  lo  mandò  o  pietosa  colei  —  che  me 
soccorse  cioè  Beatrice;  poscia  loda  la  persona  mandata  et  te 
cortese  liberale  eh  ubbidisti  tosto  —  ale  vere  parole  che  te 
porse  che  io  era  in  pericolo  di  morte,  tu  m  ai  con  desiderio 
il  cor  disposto  sì  al  venir  ecc.  a  seguirti  con  le  parole  tue 
co' tuoi  argomenti  richiamandomi  a  speranza  eh  io  son  tor- 
nato nel  primo  proposto  che  aveva  abbandonato  per  la  forza, 
e  durata  del  timore,  or  va  Dante  abbandona  tutto  sé  a  Virgilio 
che  un  sol  volere  e  d  ambedue  voglio  lo  stesso  che  vuoi  tu 
tu  duca  tu  signor  et  tu  maestro  siccome  nel  primo  canto 
cossi  li  dixi  e  tosto  entrò  in  cammino  intrai  per  lo  cammin 
alto  e  Silvestro  essendo  tale  il  cammino,  che  conduce  all'  In- 
ferno poiché  mosso  fui  dopo  che  Virgilio  precedette. 


CANTO  III. 


TESTO  MODERNO 


Per  me  si  va  nella  città  dolente  ; 

Per  me  si  va  nell'  eterno  dolore  ; 

Per  me  si  va  tra  la  perduta  gente.  3 

Giustizia  mosse  il  mio  alto  fattore  : 

Fecemi  la  divina  potestate , 

La  somma  sapienza,  e  il  primo  amore.  6 

Dinanzi  a  me  non  fur  cose  create 

Se  non  eterne,  ed  io  eterno  duro; 

Lasciate  ogni  speranza  o  voi  che  entrate.  9 

Queste  parole  di  colore  oscuro 

Vid'  io  scritte  al  sommo  d'  una  porta , 

Perch'  io  :  Maestro,  il  senso  lor  m'  è  duro.  12 

Ed  egli  a  me,  come  persona  accorta  ; 

Qui  si  convien  lasciare  ogni  sospetto , 

Ogni  viltà  convien  che  qui  sia  morta.  13 

Noi  sem  venuti  al  luogo,  ov'  io  t' ho  detto 

Che  vederai  le  genti  dolorose, 

Ch'  hanno  perduto  il  ben  dell'  intelletto.  18 

E  poiché  la  sua  mano  alla  mia  pose 

Con  lieto  volto,  ond'  io  mi  confortai , 

Mi  mise  dentro  a  le  secrete  cose.  21 

Quivi  sospiri ,  pianti  ed  alti  guai 

Risuonavan  per  1'  aer  senza  stelle , 

Perch'  io  al  cominciar  ne  lagrimai.  2* 


CANTO  IH.  85 

Diverse  lingue ,  orribili  favelle 

Parole  di  dolore ,  accenti  d' ira 

Voci  alte  e  fioche,  e  suon  di  man  con  elle ,        27 
Facevano  un  tumulto,  il  qual  s' aggira 

Sempre  in  queir  aria  senza  tempo,  tinta 

Come  la  rena  quando  il  turbo  spira.  30 

Ed  io-,  eh'  avea  d' error  la  testa  cinta , 

Dissi  :  Maestro,  che  è  quel ,  eh'  io  odo  ? 

E  che  gent'  è ,  che  par  nel  duol  si  vinta  ?  33 

Ed  egli  a  me  :  questo  misero  modo 

Tengon  l'anime  triste  di  coloro 

Che  visser  senz'  infamia ,  e  senza  lodo.  36 

Mischiate  sono  a  quel  cattivo  coro 

Degli  angeli,  che  non  furon  ribelli , 

Né  fur  fedeli  a  Dio,  ma  per  sé  foro.  39 

Cacciarli  i  ciel  per  non  esser  men  belli  ; 

Né  lo  profondo  inferno  li  riceve , 

Che  alcuna  gloria  i  rei  avrebber  d' elli.  42 

Ed  io  :  Maestro ,  che  è  tanto  greve 

A  lor,  che  lamentar  li  fa  sì  forte? 

Rispose  :  dicerolti  molto  breve.  45 

Questi  non  hanno  speranza  di  morte  : 

E  la  lor  cieca  vita  è  tanto  bassa , 

Che  invidiosi  son  d' ogni  altra  sorte.  48 

Fama  di  loro  il  mondo  esser  non  lassa: 

Misericordia,  e  giustizia  gli  sdegna. 

Non  ragionar  di  lor  ma  guarda,  e  passa.  51 

Ed  io,  che  riguardai,  vidi  un'insegna 

Che  girando  correva  tanto  ratta, 

Che  d'ogni  posa  mi  pareva  indegna.  54 

E  dietro  le  venia  sì  lunga  tratta 


86  INFERNO 

Di  gente,  ch'io  non  averei  creduto 

Che  morte  tanta  n'  avesse  disfatta.  57 

Poscia  che  io  v'ebbi  alcun  riconosciuto, 

Guardai,  e  vidi  l'ombra  di  colui 

Che  fece  per  viltate  il  gran  rifiuto.  60 

Incontanente  intesi,  e  certo  fui 

Che  quest'  era  la  setta  de'  cattivi 

A  Dio  spiacenti,  ed  a  nemici  sui.  63 

Questi  sciaurati,  che  mai  non  fur  vivi, 

Erano  ignudi,  e  stimolati  molto 

Da  mosconi,  e  da  vespe  eh'  eran  ivi.  66 

Elle  rigavan  lor  di  sangue  il  volto, 

Che  mischiato  di  lagrime,  a  lor  piedi 

Da  fastidiosi  vermi  era  ricolto.  69 

E  poiché  a  riguardar  oltre  mi  diedi , 

Vidi  gente  alla  riva  d'un  gran  fiume 

Perch'io  dissi:  Maestro,  or  mi  concedi,  72 

Ch'io  sappia  quali  sono,  e  qual  costume 

Le  fa  parer  di  trapassar  sì  pronte, 

Com'io  discerno  per  lo  fioco  lume.  75 

Ed  egli  a  me:  le  cose  ti  fien  conte 

Quando  noi  fermeremo  i  nostri  passi 

Sulla  trista  riviera  d' Acheronte.  78 

Allor  con  gli  occhi  vergognosi ,  e  bassi 

Temendo  no  il  mio  dir  li  fosse  grave, 

lnfino  al  fiume  di  parlar  mi  trassi.  81 

Ed  ecco  verso  noi  venir  per  nave 

Un  vecchio  bianco  per  antico  pelo 

Gridando:  guai  a  voi  anime  prave!  84 

Non  i sperate  mai  veder  lo  cielo: 

Io  vegno  per  menarvi  all'  altra  riva 


CANTO  III.  87 

Nelle  tenebre  eterne  in  caldo,  e  in  gelo.  87 

E  tu  che  se'  costì ,  anima  viva , 

Partiti  da  cotesti ,  che  son  morti. 

Ma  poich' e' vide,  ch'io  non  mi  partiva  90 

Disse:  per  altre  vie,  per  altri  porti 

Verrai  a  piaggia,  non  qui,  per  passare: 

Più  lieve  legno  convien  che  ti  porti.  93 

E  '1  duca  a  lui:  Caron  non  ti  crucciare: 

Vuoisi  così  colà  dove  si  puote 

Ciò,  che  si  vuole,  e  più  non  dimandare.  96 

Quinci  fur  quete  le  lanose  gote 

Al  nocchier  della  livida  palude, 

Che  intorno  agli  occhi  avea  di  fiamme  ruote.     99 
Ma  quell'anime,  ch'eran  lasse,  e  nude 

Cangiar  colore,  e  dibatterò  i  denti, 

Ratto,  che  inteser  le  parole  crude.  102 

Bestemmiavan  Iddio,  e  i  lor  parenti, 

L'umana  specie,  il  luogo,  il  tempo,  il  seme 

Di  lor  semenza,  e  di  lor  nascimenti.  105 

Poi  si  ritrasser  tutte  quante  insieme, 

Forte  piangendo  alla  riva  malvagia, 

Che  attende  ciascun  uom  che  Dio  non  teme.     108 
Caron,  dimonio  con  occhi  di  bragia 

Loro  accennando,  tutte  le  raccoglie: 

Batte  col  remo  qualunque  s' adagia.  1 1 1 

Come  d'autunno  si  levan  le  foglie, 

L'una  appresso  dell'altra,  infin  che'l  ramo 

Rende  alla  terra  tutte  le  sue  spoglie;  114 

Similemente  il  mal  seme  di  Adamo: 

Gittansi  di  quel  lito  acfuna  ad  una 

Per  cenni,  com'augel  per  suo  richiamo.  1 17 


88  INFERNO 

Così  sen  vanno  su  per  l'onda  bruna; 

Ed  avanti  che  sien  di  là  discese , 

Anche  di  qua  nuova  schiera  s'aduna.  120 

Figliuol  mio,  disse  il  Maestro  cortese, 

Quelli  che  muojon  nell'ira  di  Dio, 

Tutti  convengon  qui  d'ogni  paese:  123 

E  pronti  sono  al  trapassar  del  rio, 

Che  la  divina  giustizia  gli  sprona 

Sì  che  la  tema  si  volge  in  disio.  126 

Quinci  non  passa  mai  anima  buona: 

E  però  se  Caron  di  te  si  lagna, 

Ben  puoi  saper  ornai,  che  il  suo  dir  suona.       129 
Finito  questo,  la  buia  campagna 

Tremò  sì  forte,  che  dello  spavento 

La  mente  di  sudore  ancor  mi  bagna.  132 

La  terra  lagrimosa  diede  vento, 

Che  balenò  una  luce  vermiglia, 

La  qual  mi  vinse  ciascun  sentimento: 
E  caddi,  come  Tuom,  cui  sonno  piglia.         „      135 


COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Scorsi  i  due  primi  canti  proemiali  di  proposta,  e  d'in- 
vocazione Dante  in  questo  incomincia  la  narrazione,  e  trat- 
tato. Può  il  canto  dividersi  in  quattro  parti  generali,  e  nella 
prima  descrive  l'ingresso  e  chi  fece  l'Inferno,  e  come  e  per- 
chè fu  fatto:  nella  seconda  tratta  in  generale  della  pena  de'vili, 
e  tristi  compresi  sotto  il  vocabolo  di  —  cattivi  —  qui  sospir  ec. 
nella  terza  si  mostra  la  loro  pena,  e  si  descrive  specialmente 
un  di  loro  poscia  eh  i  n  ebbi  ec.  nella  quarta  il  passo  generale 
dell'  Inferno  et  io  che  a  riguardar  oltre  ec.  nella  quinta  leggesi 


CANTO  III.  89 

la  risposta  di  Virgilio  a  due  inchieste  di  Dante  figlimi  mio  ec. 
per  me  si  va  ne  la  cita  dolente  per  la  pena,  e  dolor  delle 
pene.  Ma  si  oppone- con  s.  Agostino  nella  città  di  Dio,  e  col 
Filosofo  nel  libro  de' politici  —  che  la  città  non  è  altro  che  un 
convegno  di  cittadini  ordinati  a  ben  vivere;  malamente  quindi 
può  dirsi  P  Inferno  città.  E  si  risponde,  che  qui  l'autore  pren- 
de il  nome  metaforicamente,  e  chiama  l'Inferno  città,  come 
gremito  dalla  gente  di  tutte  le  città  del  mondo,  spinta  da  po- 
ter divino  a  ricevere  la  punizione  delle  colpe,  per  me  sen  va 
nell  eterno  dolore  l'Inferno  non  ha  fine  quantunque  abbia a- 
vuto  principio;  chiamasi  quindi  eterno  a  parte  post,  per  me 
sen  va  traila  perduta  gente  fra  i  dannati.  Qui  l'autore  come 
ognun  di  per  sé  conosce  ha  fatt'  uso  della  figura  rettorica  di 
ripetizione,  justicia.  Finge  Dante  di  scorgere  una  iscrizione 
sulla  sommità  della  porta  dell' Inferno,  quale  serve  di  discorso 
a  chiunque  entri:  così  usa  dell'altra  figura  rettorica  confer- 
mazione, che  si  avvera,  quando  attribuiamo  loquela,  od  altra 
umana  facoltà  a  cosa  inanimata  giusticia  mosse  il  mio  alto 
factore  giustizia  mosse  Diavper  punire  i  peccati;  imperocché 
a  testimonianza  di  s.  Agostino  più  splende  la  giustizia  nell' In- 
ferno, che  in  Paradiso,  non  essendovi  nel  primo  alcuno,  che 
non  abbia  demeritato  della  gloria.  E  sebbene  il  nostro  merito 
finito  non  possa  arrivare  al  bene  infinito,  nulla  di  meno  se  a- 
dempia  ai  divini  precetti  l'uomo  per  grazia  potrà  ottenerlo. 
L'Inferno  poi  fu  fatto  da  Dio  trino,  ed  uno:  risguarda  il  pa- 
dre allorché  dice  la  divina  potestà  fece  me  —  la  somma  sa- 
pienlia  il  figlio  e  l  primo  amore  lo  Spirito  Santo.  Gli  attri- 
buti della  individua  Trinità  sono  così  distinti  —  potenza  al  Pa- 
dre —  sapienza  al  Figlio  —  bontà  allo  Spirito  Santo.  — 

Dinanci  si  tocca  il  quando  fu  fatto  l'Inferno,  e  cioè  al 
principio  della  creazione  del  mondo.  In  sostanza  vuol  dire  —  il  ♦ 


90  INFERNO 

solo  Dio  creatore  di  tutte  cose  fu  prima  di  me  —,  e  con  que- 
sta mente  si  spieghi  ii  testo,  cose  create  non  fur  dinanci  a 
me  ma  furono  create  con  me  se  non  eterne  soltanto  le  cose 
veramente  eterne  mi  precedettero,  vale  a  dire  la  Trinità.  Al- 
cuni tengono  queir — eterne  —  per  perpetue  o  coeve,  e  di- 
cono che  gli  angeli  sembrano  essere  stati  prima  dell'Inferno 
quantunque  peccassero  nel  momento  stesso  di  lor  creazio- 
ne, e  per  necessità  dovendo  essere  la  colpa  prima  della  pe- 
na. Ma  non  può  sostenersi  che  l'angelo  sia  stato  contem- 
poraneamente nella  grazia,  e  fuori  della  grazia.  Secondo  tale 
interpretazione  il  testo  deve  leggersi  così  cose  non  fur  create 
dinanci  a  me  se  non  eterne  neppure  gli  angeli  et  io  eterno  du- 
ro cioè  eternamente  insieme  cogli  angeli.  In  tal  modo  viene  a 
prendersi  quell'eterno  meno  strettamente,  che  nella  prima 
interpretazione.  Parlando  infatti  a  tutto  rigore  il  solo  Iddio  è 
veramente  eterno;  ma  l' Inferno  lo  è  soltanto  a  parte  post.,  co- 
me altra  volta  si  disse. 

Lasciate  ogni  speranza  voi  eh  intrate.  É  questa  la  su- 
prema delle  pene,  non  potendo  sperare  il  termine,  o  la  fine 
de' tormenti.  L'anima  dannala  vive  nella  pena  eterna,  come 
la  salamandra  nel  fuoco.  Ma  come  mai  Dante,  letta  la  iscrizio- 
ne, ebbe  ardire  di  entrare?  Egli  non  entrava  nell'Inferno  nel 
modo  che  vi  entrano  gli  altri,  ed  entrava  colla  certezza  di 
sortirne:  ecco  perchè  ardì,  queste  parole  vid  io  tanto  orribili 
inscripte  incise  di  colore  obscuro  in  luogo  scuro,  in  tempo 
scuro,  di  materia  scura  al  sommo  duna  porta  sulla  sommità 
della  prima  porta  d'ingresso  dell'Inferno,  perch  io  il  perchè 
dissi  io  Maestro  o  Virgilio  il  senso  lor  me  duro  tal  linguag- 
gio mi  è  duro,  d'entrare  senza  speranza  di  ritorno.  Ovvero 
è  duro,  che  si  punisca  l'uomo  in  eterno  quando  non  può  pe- 
nare che  temporaneamente.  Ma  si  risponde,  che  l' uomo  si  pu- 


CANTO  IH.  91 

nisce  eternalmente  perchè  pecca  eternalmente.  La  giustizia  di- 
vina non  così  punisce  il  peccatore  penitente,  ma  solo  il  pec- 
catore ostinato ,  e  disperante  il  perdono;  anzi  alcuni  al  pun- 
to di  morte  lagnavansi  di  non  aver  potuto  fare  maggiori ,  e 
maggior  numero  di  colpe,  et  igli  a  me  Virgilio  mi  rispose  co- 
me persona  accorta  acuta,  e  ponderameli  si  conven  lassa- 
re ogni  sospecto — ogni  viltà  conven  che  qui  sia  morta.  Biso- 
gna lasciare  a  questo  primo  passo  ogni  pusillanimità,  e  timi- 
dezza. E  Dante,  come  si  vide,  poteva  con  tutta  fermezza  im- 
prendere tale  viaggio  nella  mira  di  osservare,  e  descrivere, 
i  vizi,  e  le  pene,  giacché  aveva  certezza  di  sortirne,  noi  sem 
venuti  al  loco  ovio  to  decto  alla  fine  del  primo  canto  che  tu 
vedrai  la  gente  dolorosa  le  anime  dei  damnati  ai  tormenti 
eh  anno  perduto  l  ben  de  lintellecto  perdettero  1'  intelletto, 
che  è  il  più  gran  bene,  e  che  distingue  l'uomo  dalle  bestie, 
e  lo  rende  simile  a  Dio  che  è  il  vero,  sommo,  ed  unico  bene. 
et  poi  lo  stesso  Virgilio  mi  mise  dentro  a  le  secrete  cose  alle 
cose  invisibili,  e  che  non  si  palesano  se  non  all'anima  con- 
templativa con  leto  volto.  11  vero  sapiente  spontaneo ,  e  lieto 
fa  parte  altrui  di  sua  sapienza  ond  io  mi  confortai  mi  rincorai 
poiché  porse  la  sua  mano  a  la  mia  perchè  mi  ajutò,  e  so- 
stenne. La  mano  può  chiamarsi  l'organo  degli  organi,  e  ve- 
ramente Virgilio  porse  mano  adjutrice  all'autore,  se  dopo  a- 
verlo  introdotto  nell'Inferno  arrivò  a  descrivere  quanto  voleva, 
con  molto  vantaggio  prop  fio,  e  d'altrui,  e  si  giovò  della  stra- 
da, che  altri  aveva  aperta  prima  di  lui. 

Quivi  sospiri  e  pianti.  Seconda  parte  generale.  Pena  de- 
gl'imbecilli,  e  de' vili.  Dante  li  mette  separati  dagli  altri  co- 
me indegni  di  consorzio  et  alti  guai  secondo  la  diversità  della 
pena  resonavan per  l aer  senza  stelle  l'Inferno  non  è  illu- 
minato da  stelle  essenzialmente  parlando;  è  privo  di  chiarore 


92  INFERNO 

parlando  in  senso  morale  perch  io  al  cominciar  né  lagrimai 
piansi  per  compassione,  diverse  lingue  di  ogni  regione  mon- 
diale sono  que'  tristi  horribili  favelle  spaventose  parole  di  do- 
lore spremute  dal  tormento  accenti  dira  V accento  secondo  i 
grammatici  è  la  pronunciazione  della  sillaba  or  grave,  or  acu- 
ta, or  circonflessa  voci  alte  grida  e  fioche  rauche  dal  troppo 
pianto  e  suon  di  man  con  elle  percossa  di  mani.  E  tutto  ciò 
faccian  un  tumulto  un  confuso  strepito  el  qual  s  agira  si  vol- 
ge in  giro  sempre  in  quel  aere  tincta  caliginosa,  tenebrosa  sen- 
za tempo  e  te  r  n  alme  n  te.  come  l  arena  si  volge  in  giro  quando 
l  turbo  spira.  11  turbine  è  uno  scontro  di  due  venti,  che  tra- 
sporta in  cerchio  la  paglia,  e  la  polvere.  Come  poi  le  arene  so- 
no innumerevoli,  così  lo  sono  costoro.  L'anima  vile,  sterile 
per  sé  stessa ,  si  calpesta  da  tutti ,  al  pari  della  paglia ,  che  si 
trasporta,  e  dell'arena  che  si  disperde.  La  formica,  raccolto 
il  grano  pel  tempo  dell'inverno,  diceva  alla  cicala  —  cosa  fa- 
cesti nel  tempo  d' estate?  rispose  la  cicala  —  cantai  —  Va  dun- 
que, soggiunse  la  formica,  canta  adesso,  e  datti  buon  tempo. 
et  io  eh  avea  la  testa  tincta  de  errore  la  fantasia  turbata  da 
tanta  confusione,  ovvero  de  horrore  per  l'orribile  schiamazzo 
dissi  Maestro  Virgilio  che  e  quel  eh  i  odo  —  e  che  gente  cos'  è 
questo  tumulto,  e  qual  sorta  di  peccatori?  che  par  si  vincta 
nel  duolo  si  oppressa  da  non  poterne  più?  L'autore  si  contrista, 
perchè  il  sapiente,  riandando  la  vita  di  costoro  così  misera- 
mente perduta,  non  può  persuadetesi  che  tante  migliaia  d' uo- 
mini siano  nati  solo  a  consumar  biade,  ed  a  crescer  numero 
di  turbe,  et  elli  a  me  Virgilio  mi  rispose  li  animi  tristi  di 
coloro  —  che  visser  senza  fama  e  senza  lodo  e  per  conse- 
guenza senza  alcuna  virtù.  Altri  leggono  senza  infamia  ma 
la  prima  lezione  è  migliore,  perchè  non  vissero  senza  infa- 
mia come  si  vedrà  in  appresso,  tengon  questo  misero  modo 


CANTO  IH.  93 

miseri  nel  vivere,  e  nel  morire  mischiate  a  quegli  angeli  cat- 
tivi che  non  furono  per  Dio,  né  contro  Dio  meschiati  sono  a 
quel  cattivo  choro  —  de  li  angeli  che  non  furon  ribelli  —  a 
Dio  ma  per  se  foro.  La  pugna  che,  si  dice,  fosse  nel  cielo  non 
fu  corporale,  con  lancia,  e  scudo  come  il  volgo  crede,  ma 
piuttosto  mentale;  alcuni  furono  ribelli  con  Lucifero,  altri  a- 
pertamente,  altri  vacillanti,  ed  incerti;  alcuni  quindi  pecca- 
rono più,  altri  meno.  Né  ritenere  che  gli  ultimi  non  peccas- 
sero, imperocché  chi  non  è  con  me,  è  contro  di  me.  Ecco  la 
ragione  per  cui  Dante  li  mette  in  quest'aere  basso,  e  caligi- 
noso, i  cieli  cacciarli  i  cieli  non  vollero  ritenerli  per  non  es- 
ser men  belli  perchè  la  bellezza  de' cieli  non  fosse  oscurata: 
i  cieli  sono  corpi  perfetti,  e  debbono  governarsi  da  perfetti 
reggitori,  ne  lo  profondo  Inferno  li  riceve  —  non  li  riceve 
neppure  il  basso  centro  deir  Inferno  eh  alcuna  gloria  i  rei 
avrebber  d  etti  perchè  i  cattivi  trarrebbero  ragione  di  gloria 
da  quelli. 

Alcuni  negano  di  uniformarsi  a  Dante  sull'opinione  degli 
angeli  che  stettero  neutrali.  Eppure  sappiamo  dal  Maestro 
delle  sentenze,  che  degli  angeli  cattivi  alcuni  furono  precipi- 
tati nel  ceAtro,  ed  altri  rimasero  in  questo  aere  caliginoso, 
e  sprezzano  gli  uomini:  anzi  dice  ancora  che  alcuni  sono  de- 
putati soltanto  allo  sprezzo  di  un  solo  vizio.  Essi  hanno  pena 
condegna  rispetto  a  società,  perchè  furono  innumerabili  gli  an- 
geli caduti  e  possono  dirsi  infiniti  gli  uomini  dannati  ;  rispetto 
a  luogo  quelli,  e  questi  trovandosi  in  aria  tenebrosa,  rispetto 
a  viltà  della  quale  questi,  e  quelli  sono  macchiati  ;  rispetto  a 
moto  perchè  gli  uni,  e  gli  altri  si  aggirano  all'  incerto,  et  io 
dissi  o  Maestro  o  Virgilio  che  e  tanto  grave  a  loro  qual  pena 
grave  li  affligge  che  lamentar  li  fa  si  forte  come  io  ascolto? 
rispuose  dirotilo  tei  dirò  molto  breve  in  pochi  delti,  non  me- 


94  INFERNO 

ritando  l'argomento  che  vi  si  trattenga,  questi  non  hanno 
speranza  di  morte  all'  intelligenza  del  che  deve  notarsi  che 
l'autore  dice  il  vero  se  parliamo  d'Inferno  essenziale  perchè 
ivi  è  morte  senza  morire;  se  poi  parliamo  d'Inferno  morale 
l'autore  intende  esprimere,  che  quei  vili  e  tristi  spesso  arri- 
vano a  tal  estremo  di  misera  vita,  che  invocano  la  morte  come 
rimedio,  senza  che  la  morte  voglia  esaudirli.  Questa  è  la  vera 
intenzione  di  Dante,  che  lor  cieca  vita  e  tanto  bassa  impe- 
rocché viventi  ancora  son  morti  eh  nvidiosi  son  d  ogni  air 
tra  sorte  invidiano  altrui,  anzi  spesso  gli  stessi  morti,  senza 
essere  invidiati  da  alcuno.  —  Mostra  l'autore  la  viltà  della  co- 
storo vita  col  riflesso  che  gli  uomini  tutti  sono  ardenti  di 
onore,  mentre  questi  ignorano  affatto  l'onore  el  mondo  non 
lassa  esser  fama  di  loro  così  è  chiaro  che  superiormente  deve 
leggersi  che  visser  senza  fama  e  non  senza  infamia,  come 
si  pretende  da  alcuni,  imperocché  sono  tanto  infami  che  mi- 
sericordia e  giustizia  li  sdegna  e  bisogna  distinguere;  o  par- 
liamo d' Inferno  essenziale,  e  misericordia  li  sdegna  non  ri- 
cevendoli né  il  Purgatorio,  né  il  Paradiso.  Non  li  riceve  nep- 
pure l'Inferno  perchè  sono  fuori,  in  luogo  separato,  e  pare 
che  neppure  il  diavolo  si  degni  accoglierli  nel  proprio  re- 
gno: o  parlasi  d'Inferno  morale,  ed  allora  misericordia  li 
sdegna  come  quando  si  trova  in  questo  mondo  taluno  che  è 
povero  e  misero  volontariamente,  e  si  grida  ben  gli  sta,  per- 
chè fu  sempre  ozioso,  pusillanime,  infingardo.  Anche  la  umana 
giustizia  sdegna  di  punire  costoro  e  così  godono  del  privile- 
gio di  loro  viltà,  come  la  meretrice,  che  non  può  accusare  di 
adulterio,  né  essere  accusata.  Virgilio  quindi  soggiunge  non 
ragionar  di  lor  ma  guarda  e  passa.  Scrive  Valerio  Massimo 
di  colui  che  abbruciò  il  tempio  di  Diana  in  Efeso,  che  ciò  fa- 
cesse, affinchè  la  distruzione  di  opera  tanto  insigne  spandesse 


CANTO   HI.  95 

il  nome  dell'incendiario  in  tutto  il  mondo;  quelli  d'Efeso  al- 
l'incontro con  un  decreto  tentarono  di  togliere  dal  mondo  la 
memoria  di  quell'infame.  Non  pertanto  Teopompo  scrittore 
di  sommo  ingegno  comprese  il  nome  di  colui  nelle  proprie 
storie,  il  perchè  Macrobio  ne' Saturnali  disapprova  la  men- 
zione di  Teopompo,  ed  in  Asia  fu  severamente  vietato  di  pro- 
nunciare il  solo  nome,  et  io  che  riguardai  alla  sfuggita  se- 
condo il  consiglio  del  Maestro  vidi  una  insegna  di  que'vili, 
secondo  il  moto  della  quale  sono  trasportati  che  girando  cor- 
rea tanto  racla  movendosi  in  giro  era  tanto  veloce  che  d'ogni 
possa  mi  parea  indegna  la  infinita  moltitudine  seguiva  tale 
insegna,  forse  una  penna,  a  guisa  di  quella  che  portasi  co- 
munemente dai  ribaldi  e  si  longa  traccia  li  venia  dietro  eh  io 
non  aria  creduto  tanto  era  numerosa  la  turba  seguace,  che 
non  avrei  mai  supposto  che  morte  n  avesse  disfacti  tanti 
sono  costoro  un  misto  di  poltroni,  piaggiatori,  gallinai,  fac- 
chini, accattoni,  e  simili  ecc.  Non  avrei  creduto  che  tanti  se 
ne  trovassero  al  mondo,  quanti  ne  vidi  io  stesso  mendicare  in 
Avignone,  e  per  tutte  le  parti  d' Italia. 

Poscia  eh  io  n  ebbi  terza  parte  generale.  Dante  fa  spe- 
ciale menzione  di  uno  di  costoro,  che  la  grande  fortuna  sua 
con  pusillanimità  rifiutò,  e  tocca  sempre  i  più  famosi  per 
maggiore  impressione  negli  uditori,  come  lo  attesta  nel  canto 
XVII  del  Paradiso  —  Ma  chi  fu  che  fece  il  gran  rifiuto?  La 
comune  opinione  vuole,  che  l'autore  avesse  di  mira  Cele- 
stino V  chiamato  fra  Pietro  de'  Moroni  perchè  usò  delle  parole 
il  gran  rifiuto,  e  così  per  antonomasia  doversi  intendere  del 
papato.  Certo  che  nel  mondo  cristiano  non  vi  è  maggior  di- 
gnità del  papato.  Aggiungono  altri,  che  Celestino  poteva  più 
meritare  nella  somma  dignità  di  quello  che  nella  quiete,  ed 
ozio  dell'eremo,  il  perchè  s.  Pietro  Apostolo  dice—  lavorai, 


96  INFERNO 

non  fruttificai  —  e  sarebbe  bastato  al  bene  delle  anime  che 
avesse  lavoralo,  quand'  anche  non  avesse  ricavato  molto  frutto. 
Non  gioverebbe  a  scusarlo  l'animo  puro,  e  schietto  con  cui 
rifiutò,  perchè  il  rifiuto  avrebbe  sempre  in  sé  stesso  la  mas- 
sima viltà.  Secondo  per  altro  la  mia  opinione,  sostengo  che 
Dante  qui  non  parli/nè  parlar  possa  di  Celestino,  che  mi  pare 
facesse  il  rifiuto  non  per  viltà,  ma  invece  per  magnanimità. 
Se  vogliasi  parlare  senza  passione  Celestino  fu  magnanimo 
prima  del  papato,  nel  papato,  e  dopo  il  papato;  prima  perchè 
sentita  appena  la  sua  elezione  tentò  fuggire  col  suo  compagno 
e  discepolo  Roberto  Salenti  no;  ma  circondato  dalla  moltitu- 
dine festante,  gli  fu  impossibile  ridurre  ad  effetto  il  suo  de- 
siderio: nel  papato,  imperocché  giunto  air  apice  della  dignità, 
e  potere  si  fece  costruire  una  piccola,  ed  eremitica  cameretta 
nell'ampio  palazzo  papale,  nella  quale,  ed  in  ciascun  giorno 
per  molte  ore  stavasi  in  santa  contemplazione,  e  parlava  con 
Dio  fra  tante  cure ,  fra  strepiti  degli  armati ,  e  fra  tanta  pompa, 
e  solennità;  visse  dunque  umile  nell'altezza,  solitario  fra  ina- 
ni ere  voli  persone,  povero  fra  le  ricchezze,  e  con  tanto  mag- 
giore magnanimità  quanto  la  rinunzia,  e  rifiuto  erano  di  cose 
maggiori.  Anche  s.  Pietro  primo  vicario  di  Gesù  Cristo  ab- 
bandonò la  piccola  sua  navicella  ;  ma  questo  successore  di 
s.  Pietro  rinunciò  a  massima,  e  ricchissima  nave,  in  tempo 
in  cui  era  pregio  maggiore  il  ritenerla,  cioè  quando  per  ismi- 
surata  ambizione  si  cercava  da  tutti.  Fu  più  magnanimo  nella 
rinuncia,  di  quello  che  fosse  Bonifacio  nel  cercare  a  tutta 
possa  di  possederla,  e  sotto  della  quale  doveva  poi  ipfelice- 
mente  morire.  Conosceva  Celestino  di  essere  incapace,  anzi 
inutile  a  tanto  incarico,  che  contro  voglia  aveva  accettato ,  e 
perchè  inesperto  degP  interessi  del  secolo,  tolto  al  mondo  da 
tanto  tempo,  isolato  nella  contemplazione  nelle  selve:  non 


CANTO  111.  97 

isperava  trarre  alcun  frutto  dalle  sue  cure  papali  in  vantag- 
gio della  Chiesa ,  specialmente  perchè  conosceva  esservi  nella 
Chiesa  persone  incorreggibili  ed  insaziabili,  che  non  avrebbe 
potuto  allontanare  dalle  simonie,  ed  altre  cupidità  alle  quali 
erano  con  tutto  l'animo  intenti.  Fu  magnanimo  anche  dopo  il 
papato.  Deposta  infatti  la  somma  dignità ,  quasi  gravissimo 
peso, ricercò  ardentemente  la  prima  vita  solitaria,  come  pri- 
gioniere liberato  dal  più  orribile  carcere.  Narrano  quei  che  lo 
videro ,  tornare  con  tanto  gaudio,  ed  allegrezza  da  non  sem- 
brare liberato  da  un  peso,  ma  che  avesse  tolta  la  testa  di  sotto 
la  scure.  Egli  sapeva  dove  tornava,  e  più  non  ignorava  donde 
partiva.  Partiva  come  da  un  inferno,  e  ritornava  al  paradiso 
de' viventi,  se  non  si  fosse  opposta  l'astuzia  di  Bonifacio, 
che  fattolo  prigione,  lo  chiuse  in  duro  carcere,  sotto  rigidis- 
sima guardia, dove  se  mutò  luogo,  l'animo  non  cambiò.  Pas- 
sato infatti  al  bacio  del  Signore,  la  di  lui  anima  apparve  al  suo 
discepolo  Roberto,  e  lo  persuase  a  star  fermo  nella  santa  soli- 
tudine insino  alla  morte.  E  in  un  momento  la  fama  del  disce- 
polo si  sparse  per  tutta  Italia ,  e  l'ordine  fondato  superò  le 
Alpi,  e  splendettero  miracoli,  e  fu  Celestino  ascritto  nel  cata- 
logo de'santi.  Dal  sin  qui  esposto  appare  dunque  inammissibile 
la  opinione  comune,  e  non  è  supponibile  che  Dante  per  ubbi- 
dire alle  opinioni  del  volgo,  abbia  voluto  condannare  un  san- 
tissimo uomo.  Ma  chi  fu  dunque  il  tristissimo  che  rifiutò?  Ri- 
spondo, che,  secondo  i  migliori  interpreti,  fu  Esaù  che  ri- 
nunciò la  primogenitura  al  fratel  suo  Giacobbe.  Né  tale  rinun- 
cia fu  di  piccol  conto,  imperocché  dal  primogenito  d' Isacco 
doveva  venire  Gesù  Cristo,  che  figurò  tacitamente  lo  stesso 
Isacco,  quando  fece  giurare  il  figlio  suo  sopra  la  propria  co- 
scia^ non  senza  perchè  volle  tal  nuovo  genere  di  giuramento. 
La  rinuncia  poi  fu  della  massima  viltà,  perchè  dettata  dall'  in- 
Rambaldi  —  Voi.  1 .  7 


98  INFERNO 

gordigia  del  ventre,  cioè  per  un  piatto  di  lenti,  per  viUade 
aveva  detto  figuratamente  l' autore ,  e  meritamente  pone  Esaù 
fra  i  poltroni,  vili,  e  tristi,  che  spesso  per  poco  cibo  gettano  i 
veri  beni,  e  si  fanno  conoscere  nel  mondo  come  destinati  solo 
a  distruggere,  e  digerire  ogni  terrestre  prodotto.  Dante  avrà 
contemplato  piuttosto  il  vile,  e  vorace  Esaù,  che  il  santo,  e 
coraggioso  Celestino.  Ad  ulteriore  scusa  dell'autore,  aggiun- 
gerò poi ,  che  a  Dante  non  era  per  anche  nota  la  santità  di  Cele- 
stino, e  la  rinuncia  era  stata  di  poco  tempo  prima,  e  Celestino 
non  era  stato  allora  posto  nel  catalogo  de' bea  ti,  quando  Dante 
scriveva.  Clemente  V  lo  canonizzò  nell'anno  1313.  Dante  in- 
oltre era  sdegnato  contro  di  Bonifacio  autore  del  suo  esilio, 
ed  espulsione  dalla  patria,  e  Celestino  aveva  a  Bonifacio  spon- 
taneamente ceduto  il  papato. 

Vidi  e  conobbi  l'ombra  di  colui  io  Dante  vidi  che  fece 
il  gran  rifiuto  per  viltà  è  la  viltà  che  caratterizza  il  rifiuto. 
poscia  eh  io  n  ebbi  alcun  riconosciuto  in  tanta  moltitudine 
incontinenti  tosto  intesi  e  certo  fui  che  quella  era  la  secta 
de  cattivi  separata  da  ogni  altra  setta  spiacenti  a  Dio  et  a 
nemici  sui  questi  vili,  e  tristi  dispiacciono  a  Dio ,  ed  al  de- 
monio, ossia  moralmente  parlando  dispiacciono  ai  buoni ,  ed 
ai  cattivi,  questi  sciaurati  che  mai  non  fwron  vivi  nella  vita 
corporea  non  fecero  mai  un'azione  per  dire  —  vissi  —  e  nep- 
pur  dopo  morte  lasciarono  nome  eran  gnudi  ignudi,  e  laceri 
quantunque  ricchi,  e  denariosi,  ossia  privi  di  ogni  industriosa 
virtù  e  stimolati  mollo  da  moschon  e  da  vespe  che  eran  ivi 
anche  nel  mondo  de' viventi  i  poltroni,  e  gl'infingardi  sono 
preda  di  tutti  i  malanni,  della  rogna,  della  lebbra, o  simile, e 
sono  peso  degli  ospitali,  delle  strade,  e  delle  fosse,  senza  con- 
forto di  visite  fuorché  di  mosche,  e  tafani ,  animali  generati 
dalla  superfluità,  e  putrefazione.  UH  mosconi,  e  vespe  rigar 


CANTO  III.  99 

vano  bagnavano  a  righe  il  volto  lor  di  sangue  perchè  loro 
laceravano  il  volto  sino  air  effusione  del  sangue  che  quel  san- 
gue mischiato  di  lagrime  spremute  dal  dolore  e  ricolto  da 
vermi  fastidiosi.  Qualche  volta  i  vermi  non  solo  suggono  il 
sangue  misto  alle  lagrime,  ma  que' tristi  si  riempivano  di  tali 
piaghe,  che  sporgevano  i  vermi.  É  questa  schifosa  materia; 
ma  l'autore  se  ne  occupa  non  poco,  perchè  da  essa  ricava  un 
salutevole  terrore  contro  il  vizio,  che  punisce. 

Et  io  che  riguardare  quarta  parte  generale.  Passo  del- 
l' Inferno,  et  io  io  Dante  che  mi  diedi  a  riguardar  oltre  che 
volsi  la  mia  contemplazione  più  in  là  vidi  gente  altra  setta  di 
pravi  alla  riva  di  un  gran  fiume  alla  riva  di  Acheronte, 
fiume  profondo,  che  non  può  guadarsi,  se  non  per  nave,  e 
dimandai  a  Virgilio  chi  fossero  quelle  anime,  e  perchè  si  mo- 
strassero ansiose  del  passaggio  del  fiume  perch  io  dissi  mae- 
stro o  Virgilio  or  mi  concedi  eh  io  sappi  quali  sono  queste 
anime  et  guai  costume  sembrando  contro  natura  andar  vo- 
lentieri incontro  alla  pena  li  fa  parer  si  pronti  del  trapassar 
al  di  là  di  Acheronte  com  io  discerno  per  lo  fiocho  lume  tra- 
vedo per  T  incerto  lumeel  egli  a  me  rispose  Virgilio  le  cose  ti 
fien  conte  ti  saran  manifeste  allora  quando  noi  fermerem  li 
nostri  passi  ci  fermeremo  su  la  trista  rivera  d  Acheronte 
sulla  riva  del  fiume  Acheronte,  veramente  tristo  perchè  suona 
senza  salute  dall'  — a  —  che  significa  senza,  e  da  —  chere  — 
che  vuol  dir  salute.  Virgilio  ritarda  la  risposta  all'autore  per 
ammonirlo  di  andare  cautamente,  e  con  riflessione  verso  del 
primo  ingresso  infernale,  perlocchè  Dante  tacque  quasi  ver- 
gognando insinoalla  riva  allormi  trassi  infin  al  fiume  senza 
dir  parola  con  gli  occhi  vergognosi  e  bassi  —  temendo  noi 
mio  dir  li  fosse  grave  temendo  di  essergli  importuno. 

Nell'agro  campano,  ed  in  quella  parte  che  oggi  si  chiama 


100  INFERNO 

terra  di  Lavoro,  non  lungi  dalla  città  di  Napoli,  secondo  Vir- 
gilio nel  6  e  7,  fu  la  città  di  Cuma  in  dolce  colle,  dove  e- 
rasi  costrutto  il  tempio  della  Sibilla  cumana,  in  riva  del  lago 
di  a  verno,  le  mura  del  qual  tempio  anche  adesso  per  ruderi  si 
mostrano.  Qui  niun  abitatore:  non  uccelli,  o  lor  nidi.  I  lavo- 
ratori di  quel  luogo  accennano  la  spelonca  della  Sibilla,  ed  il 
lago  d' averno  tanto  celebrati  dai  poeti ,  ove  dicono,  fosse  la 
discesa  all'  Inferno,  perchè  luogo  orribile,  e  pestilente,  luogo 
di  piccolo  circuito ,  stretto  intorno  da  colli ,  ed  una  volta  da 
selve  così  folte,  che  poco  restava  passo  alle  esalazioni  gl'a- 
ria vi  era  soffocante.  Qui  l'acqua  del  mare  si  corrompeva:  al- 
l' intorno  scaturigini,  e  vene  di  zolfo  per  cui  gli  uccelli  sopra 
volanti,  cadevano  in  esse  morti.  Vi  era  dunque  ragione  di  ri- 
tenerlo per  T  averno,  ossia  luogo  senza  diletto.  Le  acque  del 
lago  non  sono  potabili  :  han  pochi  pesci,  piccoli,  nerastri, 
fatali  per  cibo:  se  per  fortuna  di  mare,  o  per  impeto  d' onde 
vi  si  gettano  pesci  grossi,  vivono  bensì  nel  lago,  ma  niun  pe- 
scatore turba  la  vita  loro.  Il  soavissimo  Boccaccio  da  Certaldo 
nel  suo  libro  de'  fiumi  scrive  aver  egli  veduto,  sotto  il  regno 
del  re  Roberto,  immensa  quantità  di  pesci  gettata  sulla  riva, 
che  sembrava  alcun  che  di  mostruoso,  ma  i  pesci  eran  morti, 
ed  aperti  che  fossero ,  mostravansi  negri,  e  fetenti  di  zolfo , 
che  neppure  i  cani  se  ne  cibavano.  1  pratici  di  quo' luoghi  ri- 
tenevan  che  le  vene  sulfuree  fossero  tanto  potenti  da  uccidere 
i  pesci.  Gli  antichi  quindi  credettero  che  in  tal  luogo  fosse  la 
strada  per  discendere  all'  Inferno,  e  vi  facevano  i  sagrifizi  a- 
gli  Dei  infernali  col  sangue  di  vittime  umane.  Omero  nelP  0- 
dissea  scrive  che  Ulisse  andò  all'  Inferno  ucciso  Elpenore,  e 
richiamò  le  ombre  con  sagrifizi,  ed  incanti ,  e  le  interrogò  sul 
futuro.  Anche  Virgilio  nel  6  descrive  la  discesa  di  Enea  al- 
l' Inferno,  immolato  Miseno  suonatore  di  tromba.  Virgilio  volle 


CANTO  III.  101 

in  lai  modo ,  e  colla  sua  eloquenza  coprire  la  crudeltà  del 
fatto.  Vi  è  ora  un  monte  che  s' innoltra  nel  mare ,  e  che  dal 
fatto  di  Hiseno  viene  chiamato  monte  Miseno.  Cesare  Augusto 
fece  tagliare,  ed  estirpare  la  selva,  e  rese  queir  orrido  luogo 
un  sito  ameno,  e  salubre.  Poco  lontano  trovasi  un  lago,  in 
cui  la  terra,  senza  segno  visibile,  e  senza  vene  o  acquose,  o 
sulfuree  produce  un  vapor  salutare,  ed  un  fumo  medicinale  pei 
corpi  lebbrosi.  Perciò  il  Petrarca  in  una  lettera,  che  chiama  i- 
tinerario  scrive  —  si  può  dire  giunti  che  siate  a  tai  luoghi , 
che  il  rimedio  alla  vita ,  e  F  orror  della  morte  trovansi  sulle 
vicinanze  di  Miseno  :  que'  luoghi  vengono  chiamati  Baje  da 
un  compagno  di  Ulisse  ivi  sepolto:  erano  vere  delizie  inver- 
nali de'  romani,  come  lo  attestano  i  ruderi  di  marina  che  an- 
cora ivi  si  trovano. 

Et  ecco  —  Descrizione  di  Caronte,  quasi  Cronon,  ossia 
tempo ,  e  quindi  la  Cronaca  libro  che  contiene  le  opere  con 
ordine  de*  tempi.  La  nave,  o  barca  di  cui  si  serve  Caronte  fi- 
gura la  vita  umana  debole,  ed  instabile,  e  serve  al  tragitto  al- 
l' altra  vita  pei  flutti  della  umana  concupiscenza,  et  ecco  un 
vecchio  il  tempo  è  antichissimo,  e  secondo  il  Filosofo  eterno 
bianco  canuto  per  antiquo  pelo  per  vecchiaja  gridando  guai 
a  voi  anime  prave  mal  sia  a  voi  non  isperate  veder  lo  cielo 
non  isperate  nella  misericordia  di  Dio,  perchè  siete  morti  nella 
colpa  io  vegno  per  menarve  a  l  altra  riva  alF  Inferno  nelle 
tenebre  eterne  in  caldo  e  in  gielo  i  furbi,  e  maligni  sono  tor- 
mentati col  fuoco,  i  traditori  col  ghiaccio.  Alcuni  testi  portano 
tenebre  esterne  ossia  strane,  imperocché  per  tenebre  interne 
s' intendono  i  peccati ,  per  le  esterne  s' intendono  le  pene 
dell' Inferno  secondo  F  Evangelo  —  mittite  eum  in  tenebras 
exteriores. 

Et  tu  che  se  costi  anima  viva  parole  di  Caronte  che  pus- 


102  INFERNO 

sono  prendersi  istoricamente  —  anima  viva  —  vivente  nel  cor- 
po, non  per  anche  da  lui  separata,  ovvero  moralmente — anima 
viva  —  non  morta  nel  peccato  come  le  anime  di  costoro  partiti 
da  cotesto  che  son  morte  allontanati  da  questi  morti  corporal- 
mente, e  moralmente.  E  Caronte  non  vedendo  l' autore  allon- 
tanarsi gridò  verrai  a  piaggia  a  riva,  perchè  qui  non  è  porto 
per  altra  via  per  altro  mezzo  non  qui  colla  mia  barca,  poi- 
che  vide  eh  io  non  mi  partia  soggiunse  più  lieve  legno  con- 
vien  che  ti  porti  cioè  la  tua  mente  che  è  lievissima,  e  Dante 
entrò  in  fatti  mentalmente,  e  non  corporalmente  nell'  Inferno. 
E  l  duca  a  lui  Virgilio  a  Caronte — non  isdegnarti,  perchè 
vuoisi  cosi  la  ove  si  puote  quel  che  si  vole  in  cielo,  perchè 
Dio  può  quanto  vuole  quinci  per  la  risposta  di  Virgilio  fuor 
quete  le  lanose  gote  le  gote  barbate ,  e  bianche  al  nocchier 
della  livida  palude  di  Caronte  che  trasporta  le  anime  per  la 
livid'  acqua  di  Acheronte,  dal  quale  nasce  la  palude  stigia,  di 
cui  si  parlerà  più  avanti  eh  intorno  agli  occhi  avea  di  fiam- 
me rote  fiamme  d'ira,  o  perchè  il  tempo  consuma  tutte  le  cose 
come  fuoco.  Pensano  alcuni ,  che  per  Caronte  debbasi  inten- 
dere la  morte,  la  quale  fa  passare  ogni  anima  all'altra  vita, 
e  si  finge  cogli  occhi  di  fiamma,  e  cui  niuno  può  sfuggire: 
Virgilio  perciò  descrisse  Caronte  squallido,  e  terribile  perchè 
la  morte  è  squallida,  e  V  ultimo  de'  terribili,  e  la  squallidezza 
maggiore  rinvengonsi  nelle  morte  salme,  che  imputridiscono, 
e  si  sciolgono. 

Ma  quelle  anime  eh  erari  lasse  e  nude  lasse  cioè  spossate, 
e  nude  di  ogni  virtù  changiar  color  mutarono  colore ,  non 
come  ritengono  alcuni,  perchè  la  morte  lo  fa  cangiar,  ma  sib- 
bene  per  timore  della  morte  esterna,  o  pena  infernale  che  lo- 
ro minacciava  Caronte  e  dibatterò  i  denti  per  rabbia  e  dispe- 
razione ratto  che  intesero  le  parole  crude  tosto  che  intesero 


CANTO  111.  103 

le  crude  parole  del  nocchiero,  bestemmiavano  Dio  come  dice 
Isaia  et  i  lor  parenti  padre,  e  madre  l  umana  spetie  perchè 
invece  vorrebbero  esser  nati  animali,  cui  muore  l'anima  quan- 
do muore  il  corpo,  per  sottrarsi  alla  minacciata  pena  infernale 
il  loco  e  l  tempo  di  lor  procreazione  e  l  seme  di  lor  semenza 
i  primi  genitori  ed  i  lor  nascimenti  la  lor  venuta  al  mondo. 
poi  si  ritrasser  tutti  quanti  insieme  tutti  si  unirono  per  mon- 
tar nella  barca  forte  piangendo  per  la  decretata  pena  alla  riva 
malvagia  alla  riva  d' Acheronte  che  attende  ciascun  hom  che 
Dio  non  teme  che  aspetta  ogni  peccatore,  che  non  temendo 
Iddio,  è  morto  ostinato.  Charon  (limonio  l'autore  chiama 
il  nocchiero  demonio,  quando  Virgilio  lo  chiamò  Dio;  ma  la 
poesia  ammette  gli  Dei  superi,  ed  inferi,  come  la  teologia  am- 
mette gli  angeli  buoni ,  e  cattivi  cum  occhi  di  bragia  con  oc- 
chi igniti ,  ed  infiammati  tutte  le  raccoglie  nella  barca  accen- 
nando lor  con  cenni  comandando,  batte  col  remo  qualunque 
s  adagia  tarda.  Quelle  anime  si  scagliavano  dal  lido  alla  nave, 
come  le  foglie  al  tempo  autunnale  cadono  dai  rami.  Similitu- 
dine la  più  propria!  Le  foglie  cadono  in  tempo  di  autunno  do- 
po colti  i  frutti:  la  terra  allora  si  chiude,  e  non  ministra  più 
alimento  ai  tronchi ,  ed  alle  piante  :  del  pari  1'  uomo  muore , 
compiute  le  opere  buone,  e  cattive,  allorché  il  corpo  non  ha 
più  bastante  vitalità,  o  naturale  umore,  e  calore. 

E  l  mal  seme  d  omo  il  genere  umano  gettami  di  quel 
lito  si  slancia  da  quella  riva  d'Acheronte  nella  barca  ad  una 
ad  una  per  cenni  con  segni  che  lor  fa  il  nocchiero  come  uccel 
per  suo  richiamo  V  uccello  si  adesca  col  cibo ,  o  col  fischio , 
o  con  altro  moto,  similmente  come  le  foglie  si  levan  de  au- 
tunno l  una  apresso  l  altra — infin  che  l  ramo  rede  a  la  ter- 
ra tutte  le  sue  spoglie  finché  resta  affatto  nudo  di  foglie ,  delle 
quali  prima  era  vestito.  Dante  tolse  la  similitudine  da  Virgilio 


104  INFERNO 

con  qualche  variazione  in  meglio,  e  Virgilio  ]'  aveva  presa  da 
Omero,  cosi  sen  vanno  super  l  onda  bruna  per  l'acqua  scura 
di  quel  fiume  nuova  gente  &  aduna  anche  di  qua  si  affolla 
alla  prima  riva  donde  partì  la  barca  avanti  che  sien  discesi 
di  la  prima  che  siano  portate  le  anime  all'altra  riva,  nuove 
anime  si  affollano  nel  luogo  donde  le  altre  partirono.  Con  ciò 
vuol  significar  Dante,  che  tutto  dì  si  muore,  e  tutto  dì  essen- 
zialmente, e  moralmente  si  scende  all'Inferno. 

Figliuol  mio  quinta  parte  generale.  Il  maestro  cortese 
Virgilio  liberale  nel  far  parte  di  sua  scienza  disse  o  Dante,  tu 
chiedesti  chi  erano  costoro,  e  promisi  risponderti  sulla  riva 
d' Acheronte  tutti  quelli  che  vivon  ne  l  ira  di  Dio  son  quelli 
che  provocarono  Tira  di  Dio  convengon  qui  d  ogni  paese 
s'affollano  a  questa  riva  da  ogni  parte  del  mondo  e prompte 
sono  a  trapassar  lo  rio  il  fiume  Acheronte  che  la  divina  ju- 
stitia  li  sprona  li  spinge  si  che  la  tema  si  volge  in  desio  il 
timore  si  volge  in  desiderio.  Anche  nel  mondo  qualche  volta 
il  colpevole,  spinto  da  suoi  rimorsi,  invece  di  fuggire  invoca, 
o  va  incontro  alla  pena.  Ho  sentito  più  volte  raccontarmi,  che 
un  colpevole  di  omicidio,  si  presentò  al  giudice  confessando 
spontaneamente  il  delitto,  ed  insistette  per  la  pena  di  morte, 
giacché  dopo  la  commissione  più  non  aveva  avuto  un  mo- 
mento di  pace,  o  di  quiete,  quinci  non  passa  mai  anima 
buona.  Gli  uomini  in  due  maniere  vanno  all'Inferno;  quelli 
che  muoiono  ostinati  nella  colpa  passano  tutti  nella  barca  di 
Caronte  senza  speranza  di  ritorno;  quelli  che  non  perseve- 
rano nella  colpa,  ed  anzi  si  emendano  prima  di  morire,  vanno 
bensì  all'  Inferno  anch'essi,  ma,  ne  escono  per  mezzo  della  pe- 
nitenza. Fu  di  questi  l'autore,  che  finge  esser  passato  all'In- 
ferno, ed  essere  sortito  pel  Purgatorio. 

Dante  a  questo  punto  finge  essere  caduto  come  in  asfisia, 


CANTO  IH.  105 

ed  alcuni  ritengono  che  ciò  avvenisse  pel  turbamento  de' sensi 
cagionato  dal  puzzo  della  palude.  Altri  ritengono  che  essendo 
entrato  nell'  Inferno  la  soddisfazione ,  o  la  gloria  di  esservi 
giunto  l'opprimesse  nei  sensi.  Ma  qui  l'autore  non  precisa  co- 
me al  principio  precisò  di  essersi  trovato  in  una  selva,  e  non  sa- 
peva  come  vi  entrasse  ;  ma  intende  esprimere  che  guidato  dalla 
ragione  imprese  la  contemplazione  de'vizi.  Finge  quindi  di  es- 
sere stato  colto  da  alto  sonno,  ossia  da  forte  astrazione  men- 
tale, colpito  dall'  impressione  della  pena  di  coloro,  che  erano 
privi  di  speranza  di  vedere  Iddio,  ed  entravano  nell'eterno 
tormento,  finito  questo  dopo  avermi  Virgilio  schiarito  sulle 
mie  ricerche  la  buja  campagna  la  oscura  riviera  di  Acheronte 
tremo  si  forte  mise  tanto  tremito  che  la  mente  la  memoria 
ancor  mi  bagna  di  sudore  mi  fa  scorrer  per  l'ossa  un  freddo 
sudore  de  lo  spavento  pel  terrore  da  cui  fui  preso,  la  terra  la- 
crimosa la  predetta  fiumana ,  valle  di  lagrime  diede  vento  — 
che  baleno  a  modo  di  folgore  una  luce  vermiglia  chiarore 
rosastro,  che  illuminò  il  mio  intelletto  tanto  da  togliermi  da 
questi  oggetti  esteriori,  e  mi  chiuse  gli  occhi  corporei,  men- 
tre mi  apriva  quelli  della  mente  la  qual  mi  vinse  ciascun 
sentimento  sopì  in  me  ogni  senso  e  caddi  come  l  uom  cui 
sono  piglia  caddi  assonnato,  e  mi  abbandonai  alla  quiete, 
cessando  da  qualunque  operazione.  Dante  usa  della  finzione 
del  sonno  nell'ingresso  dell'Inferno:  usa  della  stessa  finzione 
nell'entrare  del  Purgatorio,  e  così  dormiente  viene  rapito  da 
un'aquila:  spesso  ne' cambiamenti  di  stato  si  piace  di  usare 
del  sonno  anche  altrove. 


CANTO  IV. 


TESTO  MODKRMO 


Ruppemi  l'alto  sonno  nella  testa 

Un  grave  tuono,  sì  eh'  io  mi  riscossi 

Come  persona,  che  per  forza  è  desta.  3 

E  l'occhio  riposato  intorno  mossi, 

Dritto  levato,  e  fiso  riguardai, 

Per  conoscer  lo  loco,  dove  io  fossi.  6 

Vero  è  che'n  su  la  proda  mi  trovai 

Della  valle  d'abisso  dolorosa, 

Che  tuono  accoglie  d'infiniti  guai.  9 

Oscura,  profonderà,  e  nebulosa 

Tanto  che  per  ficcar  lo  viso  al  fondo, 

Io  non  vi  discernea  alcuna  cosa.  12 

Or  discendiam  quaggiù  nel  cieco  mondo , 

Incominciò  il  poeta  tutto  smorto: 

Io  sarò  primo,  e  tu  sarai  secondo.  15 

Ed  io,  che  del  color  mi  fui  accorto, 

Dissi:  come  verrò  se  tu  paventi, 

Che  suoli  al  mio  dubbiare  esser  conforto?  18 

Ed  egli  a  me:  l'angoscia  delle  genti , 

Che  son  quaggiù,  nel  viso  mi  dipinge 

Quella  pietà  che  tu  per  tema  senti.  21 

Andiam,  che  la  via  lunga  ne  sospinge. 

Così  si  mise,  e  così  mi  fé  entrare 

Nel  primo  cerchio  che  l'abisso  cinge.  2* 


CANTO  IV.  107 

Quivi,  secondo  che  per  ascoltare, 

Non  avea  pianto ,  ma'  che  di  sospiri , 

Che  l'aure  eterne  facevan  tremare.  27 

E  ciò  avvenia  di  duol  senza  martiri , 

Ch'avean  le  turbe,  ch'eran  molte,  e  grandi, 

E  d'infanti,  e  di  femmine,  e  di  viri.  30 

Lo  buon  Maestro  a  me:  tu  non  dimandi 

Che  spiriti  son  questi,  che  tu  vedi? 

Or  vo'che  sappi,  innanzi  che  più  andi,  34 

Ch'ei  non  peccar o:  e  s'egli  hanno  mercedi, 

Non  basta,  perch'e'non  ebber  battesmo, 

Che  è  porta  della  fede,  che  tu  credi.  36 

E  se  furon  dinanzi  al  cristianesmo , 

Non  adorar  debitamente  iddio  : 

E  di  questi  cotai  son  io  medesmo.  39 

Per  tai  difetti,  e  non  per  altro  rio, 

Semo  perduti,  e  sol  di  tanto  offesi, 

Che  senza  speme  vivemo  in  disio.  42 

Gran  duol  mi  prese  al  cor,  quando  lo  intesi , 

Perocché  gente  di  molto  valore 

Conobbi,  che' n  quel  limbo  eran  sospesi.  .        45 
Dimmi,  Maestro  mio,  dimmi,  signore, 

Comincia' io,  per  voler  esser  certo 

Di  quella  fede ,  che  vince  ogni  errore:  48 

Uscinne  mai  alcuno,  o  per  suo  merto, 

0  per  altrui ,  che  poi  fosse  beato? 

E  quei  ch'intese  il  mio  parlar  coverto,  51 

Rispose:  io  era  novo  in  questo  stato, 

Quando  ci  vidi  venire  un  Possente 

Con  segno  di  vittoria  incoronato.  54 

Trasseci  l'ombra  del  primo  parente, 


108  INFERNO 

D'Abel  suo  figlio,  e  quella  di  Noè 

Di  Moisè  legista,  e  1'  ubbidiente  57 

Abraam  patriarca,  e  David  re  : 

Israele  col  padre,  e  co'  suoi  nati, 

E  con  Rachele  per  cui  tanto  fé:  60 

Ed  altri  molti ,  e  fecegli  beati  : 

E  vo'che  sappi  che  dinanzi  ad  essi 

Spiriti  umani  non  eran  salvati.  63 

Non  lasciavam  d'andar,  perch'ei  dicessi, 

Ma  passavam  la  selva  tuttavia, 

La  selva  dico  di  spiriti  spessi.  66 

Non  era  lungi  ancor  la  nostra  via; 

Di  qua  dal  sommo,  quando  io  vidi  un  foco 

Ch'  emisferio  di  tenebre  vincia.  69 

Di  lungi  v'eravamo  ancora  un  poco 

Ma  non  sì  eh'  io  non  discernessi  in  parte, 

Che  orrevol  gente  possedea  quel  loco.  72 

0  tu  che  onori  ogni  scienza,  ed  arte, 

Questi  chi  son  e'  hanno  cotanta  orranza, 

Che  dal  modo  degli  altri  gli  diparte?  75 

E  quegli  a  me;  l'onrata  nominanza 

Che  di  lor  suona  su  nella  tua  vita, 

Grazia  acquista  nel  Ciel,  che  sì  gli  avanza.        78 
Intanto  voce  fu  per  me  udita; 

Onorate  l'altissimo  poeta; 

L' ombra  sua  torna  eh'  era  dipartita.  81 

Poiché  la  voce  fu  restata,  e  queta, 

Vidi  quattr' ombre  grandi  a  noi  venire; 

Sembianza  avean  né  trista  né  lieta.  84 

Lo  buon  Maestro  cominciommi  a  dire: 

Mira  colui  con  quella  spada  in  mano, 


CANTO  IT.  109 

Che  vien  dinanzi  a' tre  sì  come  sire.  87 

Quegli  è  Omero  poeta  sovrano: 

L'  altro  è  Orazio  satiro,  che  viene, 

Ovidio  il  terzo,  e  l'ultimo  è  Lucano.  90 

Perocché  ciascun  meco  si  conviene 

Nel  nome,  che  sonò  la  voce  sola; 

Fannomi  onore,  e  di  ciò  fanno  bene.  93 

Così  vidi  adunar  la  bella  scuola 

Di  quel  Signor  dell'altissimo  canto, 

Che  sovra  gli  altri  com'  aquila  vola.  96 

Da  ch'ebber  ragionato  insieme,  alquanto 

Volsersi  a  me  con  salutevol  cenno: 

E  '1  mio  Maestro  sorrise  di  tanto.  99 

E  più  d'onore  ancora  assai  mi  fermo, 

Ch'  essi  mi  fecer  della  loro  schiera , 

Sì  ch'io  fui  sesto  tra  cotanto  senno.  102 

Così  ne  andammo  insino  alla  lumiera, 

Parlando  cose,  che  il  tacere  è  bello, 

Sì  com'era  il  parlar  colà  dov'era.  105 

Venimmo  al  pie  d'un  nobile  castello, 

Sette  volte  cerchiato  d' alte  mura 

Difeso  intorno  da  un  bel  fiumicello.  108 

Questo  passammo,  come  terra  dura: 

Per  sette  porte  intrai  con  questi  savi: 

Giungemmo  in  prato  di  fresca  verdura.  1 1 1 

Genti  v'eran  con  occhi  tardi,  e  gravi, 

Di  grande  autorità  ne'  lor  sembianti  ; 

Parlavan  rado  con  voci  soavi.  HA 

Traemmoci  così  dall'  un  de'  canti , 

in  luogo  aperto,  luminoso,  ed  alto, 

Sì  che  veder  si  pò  tea  n  tutti  quanti.  117 


110  INFERNO 

Colà  diritto,  sopra  il  verde  smalto 

Mi  far  mostrati  gli  spiriti  magni, 

Che  di  vederli  in  me  stesso  m'esalto.  120 

lo  vidi  Elettra  con  molti  compagni, 

Tra  quei  conobbi  ed  Ettore,  ed  Enea, 

Cesare  armato  con  occhi  grifagni.  123 

Vidi  Camilla,  e  la  Pentesilea 

Dall'altra  parte,  e  vidi  '1  re  Latino, 

Che  con  Lavinia  sua  figlia  sedea.  126 

Vidi  quel  Bruto,  che  cacciò  Tarquino, 

Lucrezia,  Julia,  Marzia,  e  Corniglia, 

E  solo  in  parte  vidi  4  Saladino.  129 

Poich'innalzai  un  poco  più  le  ciglia, 

Vidi  il  Maestro  di  color,  che  sanno, 

Seder  tra  filosofica  famiglia.  132 

Tutti  l'ammiran,  tutti  onor  gli  fanno: 

Quivi  vid'io,  e  Socrate,  e  Platone, 

Che  innanzi  agli  altri  più  presso  gli  stanno.      135 
Democrito,  che  il  mondo  a  caso  pone, 

Diogenes,  Anassagora,  e  Tale, 

Empedocles ,  Eraclito ,  e  Zenone  :  1 38 

E  vidi  '1  buono  accoglitor  del  quale, 

Dioscoride  dico:  e  vidi  Orfeo, 

Tullio,  e  Livio,  e  Seneca  morale.  141 

Euclide  geometra,  e  Tolommeo, 

Ippocrate,  Avicenna,  e  Galieno, 

Averrois,  che  '1  gran  commento  feo.  Iti- 

lo non  posso  ritrar  di  tutti  appieno; 

Perocché  sì  mi  caccia  il  lungo  tema, 

Che  molte  volte  al  fatto  il  dir  vien  meno.  147 

La  sesta  compagnia  in  duo  si  scema 


CANTO  IV.  Ili 

Per  altra  via  mi  mena  '1  savio  duca, 
Fuor  della  queta  nell'aura,  che  trema: 
E  vengo  in  parte  ove  non  è  che  luca.  151 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

L' autore  tratta  del  primo  cerchio,  che  chiamasi  Limbo. 
In  esso  son  poste  le  anime,  che  veramente  non  si  puniscono, 
i  fanciulli  innocenti,  gli  uomini  chiari  per  valor  d'armi,  oper 
arti,  o  scienze,  ma  che  furono  senza  battesimo,  o  professa- 
rono religione  diversa  dalla  cristiana.  Il  canto  si  divide  in  sei 
parti  generali;  nella  prima  trattasi  dell'  ingresso  al  cerchio; 
nella  seconda  dello  stato  de'  bambini  qui  secondo  ecc.  nella 
terza  l'autore  fa  dimanda  a  Virgilio  dimme  maestro  ecc.  nella 
quarta  si  descrivono  i  personaggi  illustri  non  era  longa  nella 
quinta  si  accennano  gì'  illustri  capitani  traemoci  cosi  ecc. 
nella  sesta  l' autore  discorre  di  alcuni  chiari  per  sapienza  poi- 
eh  inalzai  ecc. 

Aveva  Dante  sulla  fine  del  canto  precedente  asserito ,  che 
nel  sonno  era  passato  all'  Inferno,  ed  ora  ci  dice  come  fu  scosso 
dal  sonno  per  forte  tuono.  Quel  tuono  proveniva  dal  rumor 
delle  pene  infernali ,  così  detto  metaforicamente,  come  di- 
ciamo tonante  chi  parla  ad  alta  voce.  Un  grande  trono  terri- 
bile suono  ruppemi  l  alto  sonno  mi  svegliò  dal  profondo 
sonno  nella  testa  nella  fantasia  si  eh  io  mi  riscossi  ricuperai 
i  sensi ,  ed  apersi  gli  occhi  come  persona  che  per  forza  e 
desta  violentemente  scossa  perchè  si  desti  rimossi  l'occhio  ri- 
posato l' occhio  intellettuale  affranchilo  per  la  quiete  del  sonno 
intorno  da  tutte  le  parti  dricto  levato  alzato  alla  contempla- 
zione e  fisso  riguardai  guardai  fisamente,  perchè  l'animo 
non  vacillava  più  come  prima  per  veder  lo  luoco  dov  io  fossi 


112  INFERNO 

per  conoscere  dove  io  mi  trovassi,  vero  e  che  su  la  proda 
mi  trovai  presuppone  di  essere  passato  sopito ,  e  nulla  sen- 
tendo: svegliato  poi  si  trovò  nella  interna  riva  di  Acheronte 
in  su  la  proda  air  estremo  ingresso.  La  proda  fra  i  marinai 
è  la  parte  anterior  della  nave,  volgarmente  detta  prora  :  nel 
volgare  fiorentino  per  altro  suona  estremità,  da  la  valle  d  ar 
bisso  dolorosa  valle  infernale,  valle  di  dolore  che  accoglie 
trono  d  infiniti  guai  orribile  tuono ,  che  qui  si  forma,  dai 
pianti,  sospiri,  lamenti,  e  strida.  Nell'Inferno  sarebbe  natu- 
ralmente impossibile  il  tuono,  perchè  non  è  commozione  di 
aria:  ma  il  tuono  di  cui  parla  Dante  era  quello  d  infiniti  guai 
formato  dai  pianti  e  strida  di  tutti  i  cerchi  infernali.  La  valle 
poi  era  obscura  profonda  e  nubilosa  come  la  selva  descritta 
nel  primo  canto  e  tanto  che  io  non  vi  discernea  alcuna  cosa 
non  poteva  col  guardo  distinguervi  cosa  alcuna  per  ficar  lo 
viso  al  fondo  benché  gettassi  l'occhio  al  fondo  di  essa.  In  tal 
modo  Dante  esprime  la  difficoltà,  e  profondità  della  materia , 
che  trattava,  essendo  i  vizi  infiniti,  diversi,  occulti,  terribili.  A 
ragione  pertanto  finge  che  nulla  discernesse  al  primo  sguardo, 
perchè  di  primo  aspetto  ogni  cosa  si  presenta  in  confuso ,  e 
qui  poteva  ripetere  quanto  disse  nel  primo  canto  ay  quanto 
a  dir  qual  era  cosa  dura  —  el  mio  poeta  Virgilio  tutto  is- 
morto  pallido  comintio  a  dirmi  or  discendiam  quaggiù  nel 
ciecho  mondo  in  questo  baratro  io  sarò  primo  Virgilio  aveva 
prima  trattato  della  discesa  all'Inferno,  e  sempre  deve  prece- 
dere la  ragione  e  tu  sarai  secondo  m'imiterai,  e  chi  imita 
segue,  et  io  io  Dante  che  mi  fui  accorto  del  colore  dalla  pal- 
lidezza di  Virgilio,  che  aveva  timore  dissi  come  verro  con 
quale  ardire  seguirò  te  se  tu  paventi  se  impallidisci,  e  tremi 
tu  che  soli  esser  conforto  al  mio  dubiar?  Nel  secondo  canto 
Virgilio  aveva  redarguito  Dante  di  viltà  et  etti  a  me  Virgilio 


CANTO    IV.  113 

a  me  rispose;  la  pallidezza,  e  tremito  non  sono  in  me  cagio- 
nati dal  timore,  ma  sibbene  dalla  compassione  che  provo  di 
tanti  uomini  illustri  qui  condannati  /  angoscia  delle  genti  le 
pene  de' chiari  personaggi  che  son  qua  giù  in  questo  primo 
cerchio  privi  della  vista  di  Dio.  mi  dipinge  nel  viso  mi  mo- 
stra in  faccia  quella  pietà  compassione  che  tu  senti  per  tema 
che  tu  provi  pel  timore.  Questa,  e  non  altra  è  la  ragione  della 
pallidezza,  e  tremore  di  Virgilio,  e  non  il  terrore  che  provò 
nell'entrare  nel  regno  de' morti,  perchè  egli  era  solito  en- 
trarvi, e  per  tanti  secoli  fu  presso  quel  cerchio  in  cui  ora  en- 
trava con  Dante,  con  lieto  volto  ond'io  mi  confortai  voltosi 
Virgilio  con  lieto  volto,  io  presi  coraggio,  e  mi  disse  an- 
diamo non  perdiam  tempo  che  la  via  lunga  ne  pinge  dob- 
biamo fare  un  lungo  e  difficile  cammino,  cosi  si  mise  avanti  di 
me  precedendomi  et  cosi  —  mi  feo  intrare  dopo  di  sé  nel 
primo  cerchio  che  l'abisso  cinge  nel  primo  cerchio,  che  chiu- 
de l'Inferno. 

Quivi  seconda  parte  generale.  Dante  descrive  che  le 
anime  che  son  qui  non  hanno  veramente  pena,  ma  sono 
tormentate  dal  solo  desiderio.  É  diversa  la  pena  del  senso  da 
quella  del  danno:  la  pena  del  senso  non  è  qui:  vi  è  solo  quella 
del  danno,  perchè  priva  della  vista  di  Dio.  non  avea  pianto 
perchè  il  pianto  emana  dalla  pena,  e  dolore  ma  che  di  sospiri 
ma  solo  di  sospiri,  ed  il  sospiro  ha  per  cagione  principale  il 
desiderio  che  facean  tremar  l'aere  eterna  per  l'emissione 
dell'aria  del  polmone  ne'  sospiri  l'aria  stessa  si  commove ,  e 
trema  secondo  che  per  ascoltare  giudicando  coli' udito  della 
intensione  de'  sospiri  e  do  avenia  di  duol  sanza  martiri  da 
desiderio  ardente  senza  pena  che  fan  le  turbe  eh  eran  molto 
grandi  d  infanti  di  bambini  innocenti  et  di  femmine  e  di 
viri  d'uomini,  e  donne  lo  bon  maestro  a  me  Virgilio  mi  disse 

R  A  MB  ALDI  —  Voi.  1.  A 


114  INFERNO 

tu  non  dimandi  —  che  spiriti  son  questi  che  tu  vedi  perchè 
non  ricerchi  chi  sian  queste  anime?  Molte  di  esse  non  pecca- 
rono, pure  non  son  monde  dalla  colpa  originale  ;  e  parte  non 
fu  salva  per  difetto  dì  fede. 

Or  vo  che  sappi  anzi  che  tu  più  andi  che  tu  vada  più 
oltre  eh  e  non  peccar on  rispetto  ai  bambini,  e  così  Virgilio  ri- 
sponde all'obbiezione  che  gli  si  potrebbe  fare  —  dov'è  giu- 
stizia se  son  tormentati  quelli  che  non  peccarono,  come  quelli 
che  han  colpe?  et  s  egli  hanno  mercede  se  han  merito  per 
virtù,  e  sapienza  non  basta  alla  lor  salute  —  perchè  non  eb- 
ber  battesmo  col  quale  solo  si  cancella  il  peccato  originale 
eh  e  parte  de  la  fede  che  tu  credi  essendo  il  battesimo  articolo 
di  fede  cristiana  et  se  furon  dinanzi  al  cristianesmo  — non 
adoratori  debitamente  Dio  non  credettero  nella  venuta  di 
Cristo ,  come  credere  dovevano.  Tanto  prima  quanto  dopo  il 
cristianesimo  infatti  troviamo  uomini  chiarissimi  che  non  cre- 
dettero in  Dio  come  dovevano,  Averroe,  Avicenna,  ed  altri 
molti,  de' quali  Dante  fa  menzione  dinanzi  al  cristianesmo 
senza  distinguere  i  non  credenti  e  di  questi  cotali  son  io  me- 
desmo  perchè  fui  prima  del  cristianesimo,  e  non  credetti  nella 
venuta  di  Cristo.  Ecco  la  ragione  della  pallidezza  di  Virgilio 
nell'ingresso  del  cerchio,  la  pietà  naturale  verso  gl'illustri 
ivi  condannati,  del  qual  numero  esso  era  siam  perduti  dan- 
nati per  tot  difecti  per  mancanza  di  battesimo,  e  di  fede  et 
non  per  altro  rio  e  non  per  altra  colpa  et  sol  di  tanto  offesi 
con  questa  sola  pena  che  viviamo  in  disio  in  desiderio  senza 
spene  senza  reale  e  sensibile  tormento:  tranne  la  sola  pena 
del  danno,  gran  duol  mi  prese  ai  cuor  grave  dolore  mi  prese 
nel  cuore  quando  lo  intesi  quando  udii  pero  che  conobbi  che 
gente  di  molto  valore  di  alto  sapere,  virtù,  probità  eran  so- 
spesi in  quel  limbo  senza  pena  reale ,  ma  desiderosi  senza 


CANTO  IV.  115 

speranza.  S.  Gregorio  slesso  fu  vinto  dalla  pietà  per  l'anima 
di  Trajano. 

Dimme  maestro  terza  parte  generale.  Dante  ricerca  Vir- 
gilio ,  se  alcuno  giammai  sortì  da  quel  luogo ,  tanto  più  che 
abbiamo  per  fede  che  dopo  morte,  Cristo  scendesse  al  Limbo, 
e  liberasse  le  anime  de' santi  Padri,  io  incominciai  a  dire 
per  voler  esser  certo  di  quella  fede  che  vince  ogni  errore 
certo  della  fede  cattolica  che  vinse  tutte  le  eresie  dimme  si- 
gnore o  Virgilio  mio  signore  uscia  mai  alcuno  uscì  mai  di 
qui  alcuno  dannato  al  Limbo?  o  per  suo  merito  —  o  per  al- 
trui che  poi  fosse  beato?  o  per  merito  proprio,  o  per  mezzo 
d'altri  giungesse,  sortito  di  qui,  alla  vera  beatitudine? e  quei 
Virgilio  eh  ntese  il  mio  parlar  coperto  la  mia  non  franca  in- 
chiesta rispose  io  era  novo  in  questo  stato  essendo  Virgilio 
mprto  poco  prima  della  nascita  di  Gesù  Cristo  quando  ci  vidi 
venir  un  possente  lo  stesso  Gesù  Cristo  con  signo  di  Victoria 
incoronato  niuno  per  vittoria  arrivò  a  Cristo ,  se  vinse  la 
morte,  e  trionfò  del  demonio. 

Trassed  Virgilio  dice,  che  il  duce  trionfante  ruppe  le 
sbarre  del  Limbo,  e  liberò  i  prigioni,  fra  i  quali  principal- 
mente Adamo,  ed  il  figlio  Abele  de  Abel  suo  figlio  non  li- 
berò Caino,  e  perchè  ivi  non  era,  e  perchè  è  condannato  nel 
centro  dell' inferno,  come  si  ha  nell'ultimo  canto.  Cristo  non 
liberò,  che  il  cerchio  primo  dell'inferno,  dove  trovavansi  le 
anime  de' giusti,  e  che  bene,  e  virtuosamente  erano  vissuti; 
od  avean  fatto  penitenza  di  loro  colpe,  et  quelle  di  Noe  della 
seconda  età,  dal  tempo  del  diluvio:  otto  sole  si  salvarono  nel- 
l'arca di  Moysi  legista,  et  ubidiente  chiama  Mosè  legislatore, 
perché  abbiamo  dall'Esodo,  che  Dio  consegnò  a  Mosè  le  ta- 
vole in  cui  si  contenevano  i  precetti  del  Decalogo ,  e  Mosè  le 
passò  a)  popolo  ebreo  obediente  perchè  Mosè  adempì  ai  co- 


116  INFERNO 

mandi  del  Signore,  liberando  il  popolo  dalla  schiavitù  di  Fa- 
raone, guidandolo  per  quarantanni  nel  deserto  verso  la  terra 
di  promissione  Abraam  patriarcha  primo  predicatore  della 
fede  di  un  solo  Dio,  primo  circoncisore,  e  che  ebbe  un  figlio 
dalla  vecchia  moglie  Sara  per  nome  Isacco,  dal  quale  venne 
David  re.  Israel  cioè  Giacobbe  che  si  spiega  veggente  Dio  col 
padre  Isacco  et  co  suoi  nati  co'suoi  figli.  Dodici  furono  i  figli 
di  Giacobbe  avuti  dalle  mogli,  e  dalle  serve. 

Giacobbe  per  fuggire  lo  sdegno  del  fratello  Esaù,  al  quale 
aveva  tolto  con  inganno  la  benedizione 'paterna,  e  la  primo- 
genitura, andò  nella  Siria  in  casa  di  Labano  fratello  della  ma- 
dre Rebecca.  Labano  aveva  due  figlie,  la  maggiore  Lya,  la 
minore  Rachele,  la  prima  dagli  occhi  cisposi, l'altra  bella, e 
venusta.  Giacobbe  convenne  collo  zio  di  custodirgli  per  sette 
anni  le  mandre  a  patto  di  ottenere  in  isposa  Rachele  la  minore, 
che  ardentemente  amava.  Scorsi  i  sette  anni ,  Labano  fraudo- 
lentemente  invece  di  Rachele  pose  Lya  la  prima  notte  nel  letto 
nuziale,  del  quale  inganno  Giacobbe  altamente  si  lamentò 
collo  suocero.  Se  ne  scusò  Labano  col  costume  che  si  oppo- 
neva che  le  figlie  minori  passassero  spose  prima  delle  mag- 
giori, e  gli  ripromise  anche  Rachele  purché  per  altri  sette 
anni  lo  servisse.  Scorsi  anche  questi,  Giacobbe  ottenne  Rache- 
le, quale  prediligeva  assai  più  di  Lya.  Ma  Iddio  in  castigo  rese 
Lya  feconda  di  prole,  e  sterile  Rachele.  Sei  figli  ebbe  dalla 
prima  —  Ruben ,  Simeone ,  Levi ,  Giuda ,  Isacar ,  Zàbulon  :  due 
figli  soltanto  ebbe  da  Rachele  —  Giuseppe,  e  Beniamino,  e 
nel  parto  di  quest'ultimo  Rachele  morì.  S.  Agostino  scrive 
—  più  bella  Rachele,  più  feconda  Lya.  —  Dalle  serve  di  Ra- 
chele Giacobbe  ebbe  inoltre  due  figli  —  Dan,  e  Neptalino,  ed 
altri  due  dalla  serva  di  Lya  — Zal,  ed  Asser.  Dai  dodici  figli 
sunnominati  vennero  poi  le  dodici  tribù  d'Israel  lo,  che  crebbe- 


CANTO  IV.  117 

ro  così  smisuratamente  nell'Egitto,  che  fornirono  seicento 
mila  armati  a  Mosè  contro  Faraone.  Ecco  perchè  Dante  fece 
espressa  menzione  dei  nati  d' Israello  et  cum  Rachel  per  cui 
tanto  fece  per  quattordici  anni  servì  Labano  come  mandri- 
ano per  averla  in  isposa ,  e  stette  per  vent'  anni  presso  di 
quello  zio,  che  spesso,  e  con  inganno  i  patti  gli  mutava.  Già 
fatto  ricco,  tornò  finalmente  alla  casa  di  suo  fratello,  colle 
mogli,  colle  serve,  e  cogli  armenti,  e  prosperò,  battendo  le 
vie  del  Signore:  così  nella  Genesi,  et  altri  molti  che  ometto 
per  brevità  libero  dal  carcere  et  feceli  beati  li  rese  concittadini 
del  celeste  regno,  et  vo  che  sappi  che  spirti  fiumani  non 
son  salvati  dittanti  ad  essi  prima  che  questi  fossero  liberati. 
Nota  bene  che  Dante  parla  dell'Inferno  essenziale  teologica- 
mente, e  non  poeticamente. 

Non  lasciavam  quarta  parte  generale.  Descrizione  del 
luogo  in  cui  son  raccolti  gli  uomini  illustri  non  lasciavam 
l  andar  perche  dicessi  le  cose  suespresse  erano  tante  note , 
che  non  meritavano  che  ci  fermassimo  per  parlarne  ma  pas- 
sammo la  selva  tuttavia  senza  posa  la  selva  dico  de  li  spirti 
spissi  selva  ripiena  di  molte  anime  illustri.  Dante  finge  tro- 
varsi in  luogo  illuminato  da  splendore  procedente  dalla  fa- 
ma, e  gloria  degli  uomini  illustri.  Anche  nel  mondo  de' vi- 
venti godono  di  tal  privilegio,  non  era  lunge  ancor  la  no- 
stra via  di  qua  dui  sono  non  avevamo  fatta  molta  strada 
dopo  l'ingresso  del  primo  cerchio  infernale,  e  dopo  che  l'au- 
tore aveva  sentito  quel  tuono  di  lamenti  ;  ovvero  di  qua  dal 
sonno  dopo  essere  stato  scosso  dal  sonno  quando  io  vidi  un 
foco  che  vincea  l'emisperio  di  tenebre  vinceva  le  tenebre  del- 
l'Inferno,  perchè  Dante  pone  l'Inferno  nel  centro  della  terra. 
L'emisfero  è  la  metà  del  cielo,  o  sfera  da  hemi  mezzo  e  sfera, 
sicché  emisfero  superiore  è  la  metà  sopra  la  terra ,  inferiore 


1 18  INFERNO 

la  metà  sotto.  Sempre  abbiamo  sei  segni  del  Zodiaco  sopra, e 
sei  sotto.  Ora  è  facile  l'intelligenza  della  espressione  trincea 
Vemisperio  di  tenebre  la  gloria  di  quegl'  illustri  splendea  in 
ogni  dove,  e  vincea  le  tenebre  dell'ignoranza,  e  de' vizi,  di  lungi 
noi  eravamo  ancora  un  pocho  da  quello  splendore  ma  non 
si  non  tanto  eh  io  non  discernessi  in  parte  non  però  distin- 
guere potessi  che  orevol  gente  che  uomini  illustri  possedea 
quel  loco  erano  in  quel  luogo  adunati.  La  scienza  rende  l' uo- 
mo onorevole  anche  ai  lontani,  sebbene  noi  conoscano  per- 
sonalmente. 

0  tu  Virgilio  eh  onore  scientia  et  arte  arte,  e  scienza  in 
senso  lato  valgono  la  stessa  cosa  :  arte  può  equivalere  a  scien- 
za, quando  sia  arte  liberale;  eia  scienza  arte.  La  poetica 
non  è  compresa  fra  le  arti  liberali  per  la  di  lei  eccellenza  que- 
sti chi  sono  eh  hanno  tanta  honoranza  questi  separati  dagli 
altri,  e  posti  in  luogo  tanto  luminoso  che  quale  onore  li  di- 
parte  dal  mondo  degli  altri  fa  sì  che  non  si  trovano  fra  le 
tenebre ,  come  gli  altri  e  quelli  a  me  rispose  a  me  Virgilio  loro 
alta  nominanza  loro  chiara  fama  che  sona  di  loro  su  ne  la 
tua  vita  suoria  nel  mondo  de' viventi  acquista  gratia  nel  del 
che  si  gli  avanza  li  fa  tanto  distinti,  e  privilegiati  anche  do- 
po morte  —  La  fama ,  e  gloria  mondana  non  sarebbero  con- 
degno premio  a  loro  virtù.  E  qui  Dante  finge  che  si  oda  una 
voce  fra  quelli  intanto  in  quel  mentre  voce  fu  per  me  udita 
in  questi  detti  onorate  l  altissimo  poeta  Virgilio  principe 
de'  poeti  latini  l  ombra  sua  torna  a  noi  que  era  dipartita 
la  quale  era  partita  da  questo  luogo  per  correre  in  aiuto  di 
Dante  dopo  la  preghiera  di  Beatrice.  Il  rispetto  degli  altri  poeti 
verso  Virgilio  fu  immaginato  dall'autore  per  lode  della  sua 
guida.  Anche  Ovidio  lodando  Virgilio  dice  che  cantò  tutte  co- 
se con  carme  divino  — Orazio  nelle  odi  chiama  Virgilio  metà 


CANTO  IV.  119 

dell'anima  sua.  poi  vidi  quattro  grandi  ombre  le  anime  di 
quattro  primi  poeti  —  grandi  intensivamente,  grandi  per  vir- 
tù, e  scienza,  venir  a  noi  incontro  a  Virgilio  poi  che  la  voce 
che  pria  parlo  fu  ristata  e  queste  ombre  avean  sembianza 
ne  trista  ne  lieto  ciò  può  spiegarsi  in  doppio  modo  cioè  tran- 
quilli —  ovvero  senza  speranza,  e  senza  pena  —  a  me  sem- 
bra che  la  interpretazione  debba  regolarsi  dal  riflesso  che  il 
sapiente  tiene  il  mezzo  in  tutte  le  cose. 

Lo  buon  maestro  Virgilio  comintio  a  dire  a  me  Dante 
mira  colui  guarda  colui  con  quella  spada  in  mano  Omero 
primo  fra  i  poeti  greci ,  citato  da  Aristotile ,  che  riporta  i  detti 
morali ,  e  le  sentenze  di  lui  :  Omero  fu  cieco  dalla  natura ,  men- 
tre nelle  sue  opere  fa  conoscere  di  aver  viste,  e  conosciute  le  co- 
se tutte,  anzi  operò  che  noi  vedessimo  quanto  egli  non  vide.  I 
suoi  carmi  non  sono  poesie,  ma  pitture  al  dir  di  Tullio  nelle 
Tuscolane.  Dante  gli  mette  la  spada  in  mano,  ed  alcuni  voglio- 
no che  ciò  facesse  perchè  Omero  altamente  cantò  le  gesta  in  ar- 
mi. Io  ritengo  che  colla  spada  l'autore  abbia  voluto  esprimere 
l'acume,  e  finezza  dell'  ingegno  d' Omero,  ed  anche  perchè  pri- 
mo aprì  la  via  dell'  Inferno  che  vien  dinanzi  a  te  si  come  sire 
come  signore,  e  maestro;  e  di  vero  tutti  i  poeti  latini  presero 
da  Omero,  e  specialmente  Virgilio  quegli  e  Nomerò  soprano 
Omero,  oltre  molte  opere  minori,  compose  due  opere  princi- 
pali ,  la  prima  —  Iliade  —  in  cui  descrisse  la  guerra  di  Troja,  e 
le  gesta  di  Achille  il  più  valoroso  nell'armi.  La  Iliade  è  divisa 
in  90  canti.  L'altra  —  Odissea  —  descrive  la  peregrinazione 
di  Ulisse  dinanzi  a  tutti  nella  prudenza.  L' Odissea  è  divisa  in 
24  canti.  Virgilio  nella  Eneide  corse  le  traccio  dell'  Odissea, 
perchè  narra  che  Enea  andasse  errando  per  sette  anni ,  come 
Ulisse  peregrinò  per  anni  dieci.  Neil'  Odissea  leggiamo  la  di- 
scesa di  Ulisse  all'Inferno,  e  Virgilio  descrive  nel  sesto  libro 


120  INFERNO 

la  discesa  di  Enea  air  a  verno.  Nelle  battaglie  di  Enea,  Virgi- 
lio imitò  quelle  di  Achille.  Niuna  maraviglia  pertanto  che  Vir- 
gilio metta  Omero  dinanzi  a  tutti;  né  per  ciò  merita  biasimo, 
perchè  in  molti  luoghi  va  innanzi  all'originale,  e  mirabilmen- 
te aggiunge,  toglie,  e  cambia,  ed  ha  la  pregevole  brevità,  la 
quale  manca  spesse  volte  ad  Omero.  Di  Omero  si  parlerà  al 
canto  XXII  del  Purgatorio. 

L  altro  Orazio  che  scrisse  dell' arte  poetica,  e  molte  odi, 
e  fu  maestro  di  Virgilio,  e  di  Ovidio.  Orazio  fu  poeta  di  Ve- 
nosa,  piccolo  di  corpo,  e  di  stretto  e  corto  dire,  il  perchè  Au- 
gusto diceva  di  lui  —  non  iscrivi  lettere  più  lunghe  della  tua 
persona  —  compose  varie  satire,  per  cui  dice  Dante  l altro 
e  Orazio  satiro.  Quali  siano  i  poeti  satirici  si  è  detto  ne'  proe- 
miali che  vien  dopo  Omero  incontro  a  noi.  Ovidio  e  il  terzo 
Ovidio  fu  di  Sulmona  nella  Puglia,  oltremodo  amoroso,  pieno 
di  grazie,  di  alto  sapere,  e  della  più  spontanea  eloquenza.  Scris- 
se molte  opere  soavi,  e  gioconde.  Ma  lo  sdegno  di  Augusto  lo  re- 
legò in  Cilicia  dove  compose  e  scrisse — de' Tristi.  —  In  Roma 
per  altro  compose  la  maggiore  delle  sue  opere,  le  Metamorfosi, 
in  cui  maravigliosamente  innestò  le  finzioni ,  e  favole  adottate 
dai  greci  pel  corso  di  molti  secoli,  e  varie  delle  quali  sono  nel- 
la Commedia  inserite  dal  nostro  autore.  Ovidio  morì  in  esilio. 
Qui  è  posto  rispetto  all' ingegno,  quantunque  la  materia  trat- 
tata da  Ovidio  sia  qualche  volta  laida,  e  turpe. 

E  l  ultimo  e  Lucano.  Lucano  fu  spagnuolo,  nipote  di 
Seneca  il  morale ,  che  morì  della  stessa  morte ,  nel  tempo  stes- 
so, e  per  la  stessa  cagione  per  cui  Seneca  morì:  l'uno,  e  l'al- 
tro complici  della  congiura  de'pisoni  secondo  Tacito.  Lucano 
fiorì  in  Roma  al  tempo  del  crudelissimo  Nerone.  Dante  lo 
mette  per  ultimo  per  ragione  di  tempo,  e  perchè  fu  più  ec- 
cellente storico,  ed  oratore  di  quel  che  poeta.  Non  inventò, 


CANTO  IV.  121 

ma  descrisse  la  guerra  civile  fra  Cesare,  e  Pompeo.  Isidoro 
quantunque  spagnuolo  sostiene  che  Lucano  debba  annove- 
rarsi fra  gli  storici ,  anziché  fra  i  poeti.  Ma  volendo  esser  sin- 
ceri Lucano  fu  più  poeta  che  altro,  perchè  imagi  nò  molte  co- 
se, e  poeticamente  le  descrisse,  e  quindi  a  ragione  Dante  lo 
mette  fra  i  poeti.  Opinano  alcuni  che  sotto  figura  de' quattro 
poeti  abbia  l'autore  voluto  indicare  quattro  virtù  cardinali  — 
giustizia  in  Omero,  cui  diede  la  spada  come  simbolo  relativo; 
prudenza  in  Orazio,  perchè  guida  ad  ogni  virtù,  ed  è  la  pru- 
denza la  più  sicura  regola  per  arrivarvi  ;  temperanza  in  Ovi- 
dio, perchè  insegnò  l'arte  di  amare,  ed  il  rimedio  dell'amo- 
re, fortezza  in  Lucano,  perchè  scrisse  le  gesta  di  valore  nelle 
armi.  Tale  opinione  quantunque  ingegnosa,  non  è,  secondo 
me,  della  mente  di  Dante,  perchè  desso  ha  di  mira  la  specu- 
lazione de' vizi,  e  non  delle  virtù,  all'opposto  del  Purgatorio 
dove  risguarda  solo  la  cognizione,  ed  acquisto  della  virtù.  É 
questo  il  motivo  per  cui  nel  principio  dello  stesso  Purgatorio 
finge  vederle  sotto  figura  di  quattro  stelle,  e  verso  il  fine  gli 
pare  d' essere  investito  dalle  stesse  quattro  virtù ,  sotto  figu- 
ra di  quattro  signore.  Per  tutt'  altro  oggetto  adunque  sono  in- 
trodotti in  questo  luogo  i  quattro  poeti,  ed  io  penso  che  l'au- 
tore li  abbia  qui  posti  come  eccellentissimi,  e  come  quelli  che 
gli  aprirono  la  via  a  cantare  poeticamente. 

Fatinomi  onore  et  di  ciò  fanno  bene  meritamente  ope- 
rano in  tal  modo  dice  Virgilio  pero  che  ciascun  si  convien 
mecho  concorda  nel  nome  di  poeta  che  sona  la  voce  sola  cioè 
quella  honorate  l  altissimo  poeta.  I  poeti  si  amano,  e  si  ve- 
nerano fra  loro,  ne  soffrono  invidie,  dissensioni,  comuni  al- 
l'esercizio delle  altre  arti,  o  scienze.  Il  poeta  onora  la  poesia, 
come  il  vasajo  il  vaso  secondo  che  dice  il  Filosofo.  Cosi  vid  io 
adunar  la  bella  scolla  il  collegio  de'  poeti  quasi  signor  de 


122  INFERNO 

l  altissimo  canto.  Si  opporrà  che  i  detti  poeti  non  tutti  scris- 
sero in  alto  stile,  per  esempio,  Orazio  nella  satira,  ed  Ovidio 
nelle  varie  opere,  e  si  risponde  che  ciascuno  è  stato  il  più  alto 
rispettivamente;  Orazio  che  superò  gli  altri  satirici,  Ovidio 
che  superò  gli  altri  nelle  cose  di  amore  ecc.  che  sopra  gli  al- 
tri corno  aquila  vola.  L' aquila  ha  volo  più  sublime,  e  vede 
più  acutamente  di  tutti  gli  altri  uccelli  :  del  pari  questi  poeti 
cantarono  più  acutamente,  e  più  altamente  degli  altri.  Così  si 
rende  anche  più  manifesto  che  l'autore  li  abbia  qui  introdotti 
per  rispetto  di  loro  eccellenza  soltanto. 

Da  che  ebber  i  detti  poeti  mostrata  cortesia  volserse  a  me 
con  salutevol  cenno  mi  salutarono  con  distinzione  da  eh  eb- 
ber ragionato  alquanto  insieme  dopo  breve  colloquio  fra  lo- 
ro, e  l  mio  maestro  sorrise  di  tanto  si  compiacque  che  mi 
onorassero.  E  Dante  finge  che  prima  onorassero  Virgilio,  poi 
lui  per  indicare  che  tutti  due  erano  eccellenti,  quello  antico, 
questi  moderno,  l'uno  in  istile  erudito,  questo  in  lingua  vol- 
gare, et  più  de  honore  ancora  assai  mi  fanno  —  di  la  loro 
schiera  mi  fecero  assai  maggiore  onoranza  perchè  mi  presero 
fra  essi  si  che  io  fu  sexto  tra  cotanto  senno.  Alcuni  inter- 
preti vorrebbero,  che  quel  sesto  fosse  nome  proprio  di  uno 
stolto  fiorentino,  con  che  Dante  volesse  significare  essere  stato 
stolto  rimpetto  a  que' sapienti  fra  i  quali  veniva  ascritto;  ma 
tali  interpreti  sono  essi  stolti.  Ben  lungi  di  volere  significare 
esso  tal  cosa,  impone  invece  silenzio  a  due  de'  predetti  poeti 
Ovidio,  e  Lucano  nel  XX  canto  taccia  Lucano ,  Ovidio.  Dun- 
que non  voleva  tanto  avvilirsi:  e  se  soggiungerai  —  non  do- 
vea  neppure  tanto  lodarsi ,  dirò  che  è  lecito  il  farlo ,  quando 
il  motivo  sia  onesto.  Sapeva  anche  Virgilio  che  non  conviene 
la  lode  in  bocca  propria,  oppure  fa  dire  ad  Enea  —  io  sono 
il  pio  Enea  —  benché  fosse  profugo,  ed  ignoto.  La  lodo  che  si 


CANTO  IV.  123 

appropria  qui  l'autore  non  ha  altro  scopo,  che  di  mostrare 
aver  potuto  meritamente  assumere  l' alto  lavoro,  e  quindi  a- 
cquis tarsi  fede  da  quelli ,  che  lo  avrebbero  letto.  Quanti  poeti 
si  lodarono!  Virgilio  spesso  nelle  buccoliche,  georgiche,  ed 
Eneide  nella  quale  dice  —  fortunati  ambo  ecc.  Orazio  —  libe- 
ra per  populum  posui  vestigia  princeps  —  Ovidio  al  fine  delle 
Metamorfosi  —  jamque  opus  exegi  —  e  Lucano  —  quantum 
succurris  ecc.  Ometto  Lucrezio,  e  tant' altri.  Perfino  Boezio 
non  sol  sapiente,  ma  santo,  si  loda  apertamente  in  molti  luo- 
ghi ,  ed  a  sé  promette  fama  sicura.  E  posto  ancora  che  Dante 
non  abbia  voluto,  o  dovuto  lodarsi  sta  non  pertanto  la  inter- 
pretazione nel  senso  di  esserne  meritevole,  perchè  un  igno- 
rante non  poteva  esser  sesto  fra  que' cinque  sommi,  e  come 
anche  più  chiaramente  è  manifesto  alla  fine  del  presente  can- 
to ,  quando  si  legge  la  sesta  compagnia  in  due  si  scema. 

Cosi  andammo  infino  a  la  lumera  al  luogo  luminoso, 
e  chiaro  di  cui  si  parlò  parlando  cose  che  l  tacer  e  bello  molti 
sognano  néll'  interpretazione  di  questo  passo ,  e  vogliono  che 
Dante  conferendo  con  que'  poeti  abbia  dovuto  esclamare  —  oh 
Dio,  perchè  mai  tanta  sapienza  e  virtù  furono  perdute!  E  que- 
sta interpretazione  non  può  stare ,  perchè  Dante  superiormen- 
te avea  detto  gran  duol  mi  prese  al  cor  quando  lo  ntesi.  Io 
dico  invece,  che  l'autore  vuol  significare  che  quanto  era  bello 
disputare  fra  i  poeti ,  e  filosofi  gentili ,  era  bello  tacere  fra  i 
cristiani.  Non  sarebbe  conveniente  palesare  dal  pergamo  le 
dispute,  che  qualche  oratore  avesse  tenute  prima  con  un  in- 
credulo sull'origine  dell'anima,  creazione  del  mondo,  uma- 
na felicità,  eternità  ecc.  Dante  del  pari  poteva  aver  trattato 
con  quei  poeti  gentili  di  cose  convenienti  alla  loro  scienza,  e 
credenza,  ma  che  sarebbe  stato  sconveniente,  e  dannoso  pa- 
lesare ai  cristiani,  tanto  più  che  l'opera  sua  tendeva  a  salu- 


124  INFERNO 

tare  dottrina  di  Cristo  si  com  era  l  parlar  cola  doveva  dove 
era  io  Dante  fra  i  predetti  poeti. 

Venimmo  a  pie  d  un  nobile  castello  questo  castello  fi- 
gura la  sapienza,  o  filosofia.  La  sapienza  infatti,  quale  rocca 
ben  munita,  difende  l'uomo  dagl'  incomodi  della  natura, 
dalle  avversità,  dall'ignoranza ,  e  dai  vizi  coi  quali  mantiene 
acerrima  guerra  nobel  a  denotare  che  la  sapienza  è  inespu- 
gnabile, e  che  nobilita  il  volgo,  felicita  il  misero,  innalza  il 
mendico,  asciuga  il  pianto  del  dolore,  sepie  volte  cerchiato 
d  alte  mura  cinta  da  sette  alte  mura ,  ossia  custodita  dalle  sette 
arti  liberali,  ancelle  della  filosofia ,  o  sapienza.  —  Marziano 
Capella  trattò  poeticamente  delle  sette  arti  liberali  suddette. 
alte  perchè  tutte  di  materia  profonda  difeso  intorno  d  un  bel 
fiumicello.  Vogliono  alcuni  che  pel  fiumicello  si  figuri  la  va- 
nità del  mondo  che  presto  scorre,  e  passa  irrevocabilmente. 
L'acqua  quantunque  scarsa  e  placida  serve  alla  difesa  del  luo- 
go, esprimendo  così  che  le  acque  impetuose  che  figurano  le 
umane  passioni ,  non  hanno  qui  luogo.  La  madre  di  Nerone 
non  volle  che  il  figlio  studiasse  filosofia ,  dicendo  che  sarebbe 
stata  contraria  ai  diletti  di  un  imperatore,  come  attesta  Sve- 
to n  io:  così  quelli  che  corron  dietro  soltanto  ai  piaceri  del 
senso  non  hanno  accesso  al  castello  della  sapienza  et  intrai 
con  questi  savi  per  sepie  porti  cioè  per  sette  arti  liberali.  E 
sembrerebbe,  che  Dante  avesse  dovuto  entrare  nella  rocca 
della  sapienza  o  filosofia  piuttosto  con  Aristotile,  Socrate,  e 
Platone,  che  ne  furono  i  primi  maestri.  Ma  l' autore  considera 
qui  le  arti,  e  filosofia  in  quanto  sono  proprie,  e  necessarie  ai 
^  poeti ,  essendo  la  poesia  una  filosofia  velata ,  e  non  avendo  il 
poeta  un  obbligo  di  essere  un  profondo  sapiente,  ma  basta, 
che  conosca  i  principii  delle  cose  che  tratta.  Aristotile,  ed  0- 
razio  somigliano  la  poesia  alla  pittura,  e  nel  modo  stesso  che 


CANTO  IV.  125 

niuno  potrà  aver  vanto  di  buon  pittore  se  non  conosca  qual- 
che poco  di  tutte  cose,  così  anche  il  poeta  non  può  essere  ec- 
cellente ,  se  non  abbia  attinto  alcun  che  dalle  scienze  tutte.  Che 
Dante  avesse  tal  vasta  cognizione  si  mostra  evidentemente 
colla  sola  lettura  della  Divina  Commedia  giungemo  in  prato 
di  fresca  verdura.  Secondo  alcuni  il  prato  figura  la  pratica, 
il  fiumicello  la  teorica;  ma  io  all' opposto  ritengo,  che  il  pra 
to  verdeggiante  figuri  il  verde,  od  il  vigor  della  fama  di  quelle 
anime  illustri,  tanto  più  che  Virgilio  nel  VI  dell'Eneide,  ed  0- 
mero  nel  XVI  dell'Odissea  fingono  gì' illustri  personaggi  star- 
sene in  prato  di  verdura. 

Genti  veran.  Quinta  parte  generale.  L'autore  accenna 
per  primi  gli  uomini  valorosi  in  armi  con  occhi  tardi  e  gravi 
per  esprimere  la  costanza,  e  fermezza  de  grande  autorità 
ne  lor  sembianti  di  aspetto  autorevole  parlavan  rado  tardi 
parla  il  sapiente.  Sonvi  alcuni  che  poco  sapendo  poco  parla- 
no, e  questi  non  sono  da  sprezzarsi  perchè  mostrano  di  co- 
noscer sé  stessi:  altri  che  molto  sanno,  e  molto  parlano,  e 
questi  sono  da  ascoltarsi  perchè  l' abbondanza  del  cuore  fa 
mover  la  bocca:  altri  che  poco  sanno,  e  parlano  molto,  e  que- 
sti debbono  fuggirsi  perchè  molesti,  e  dannosi;  altri  final- 
mente che  molto  sanno,  e  parlano  poco,  e  questi  sono  da  o- 
norarsi,  lodarsi,  e  commendarsi ,  perchè  veri  sapienti ,  e  Dan- 
te fu  tra  questi  con  voci  soavi  con  parole  moderate,  e  dolci. 
traetnoci  cosi  dal  un  de  canti  un  poco  da  parte  in  luco  a- 
perto  luminoso  et  alto  dove  la  gloria  di  que'  sommi  altamente 
risplende  si  che  veder  si  potean  lutti  quanti  con  l'occhio 
intellettuale,  ovvero  perchè  tutti  erano  conoscibili,  e  niuno 
v'era  fra  essi  senza  titolo  di  opera  memorabile  li  spirti  ma- 
gni me  fuor  mostrati  da  Virgilio  Enea,  da  Lucano  Cesare  ecc. 
che  m  exalto  in  me  stesso  del  vedere.  Era  infatti  molto  glo- 


:y 


126  INFERNO 

rioso  per  Dante  aver  conosciute  le  geste  di  costoro,  ed  esso 
pure  ebbe  gloria  per  avere  alte  cose  cantato  cola  diritto  so- 
pra l  verde  smalto  smalto  per  metafora  erba  verde.  L'erba 
alla  cima  ha  un  verde  men  cupo  che  nel  piede,  come  lo  smal- 
to. Gli  artefici  incidendo  nelF  argento  lasciano  parte  grezza 
per  ottenere  doppio  colore. 

Io  vidi  Elettra.  Premette  l'autore  questa  donna  a  tanti  uo- 
mini insigni  perchè  fu  radice  del  sangue  trojano,  e  romano; 
e  da  questa  trae  la  nobiltà  dell'una,  e  dell'altra  gente.  Elettra 
figlia  di  Atlante  fu  madre  di  Dardano,che  si  disse  avesse  con- 
cepito da  Giove.  Dardano  fu  il  primo  fondatore  di  Troja,  e 
vuoisi  italiano,  di  Corinto,  che  oggi  chiamasi  Corneto;  Co- 
rinto dal  vecchissimo  marito  di  Elettra.  É  dunque  falso, 
che  Dardano  fosse  di  Fiesole  come  sostengono  alcuni  ;  impe- 
rocché Virgilio  accerta  che  fu  di  Corinto  io  vidi  Eletta  con 
molti  compagni  coi  molti  discendenti  da  questo  stipite  tra 
quali  conobbi  Hector  et  Enea.  Ettore  figlio  di  Priamo  valoroso 
in  armi,  prudente  in  consiglio,  distinto  in  pietà,  e  del  quale 
Priamo  stesso  diceva  non  sembrare  figlio  di  un  uomo ,  ma  di 
un  Dio.  Di  Enea  molto  si  disse  nel  primo  canto,  e  si  dirà  al- 
trove. 

Cesar  Romano,  chiarissimo  in  armi,  e  che  superò  tutti 
i  capitani  prima  di  lui  a  testimonianza  di  Plinio.  Si  contano 
da  lui  uccisi  mille  cento  trentadue  mila  nemici.  Proibì  che  si 
numerassero  i  perduti  nelle  guerre  civili:  ebbe,  e  sostenne 
cinquantadue  guerre  ordinate,  in  tutte  sempre  vittorioso  al 
dir  di  Svetonio.  Giulio  Celso,  Tito  Livio,  Svetonio,  ed  altri 
molti  scrissero  le  di  lui  gesta,  che  F  autore  accenna  nel  VI  del 
Paradiso.  Ecco  perchè  si  pone  armato  Cesar  armato  con  gli 
occhi  grifagni  negli  occhi  consiste  la  maggiore  espressione 
dell'animo,  e  la  bellezza.  Secondo  Svetonio  Cesare  fu  di  alta 


CAPITO  IV.  127 

statura,  di  color  pallido,  di  membra  rotonde  delicate,  di  viso 
emunto ^  di  occhi  neri,  e  vivaci,  calvo,  robusto,  e  di  molla 
cura  nel  culto  di  sua  persona  con  gli  occhi  grifagni  come  lo 
sparviero. 

Vidi  Camilla  donna  maravigliosa ,  della  quale  si  parlò 
nel  primo  canto.  Fu  vergine  fortissima,  e  secondo  Virgilio  nel 
VI  della  gente  volsca,  della  città  di  Pri verno.  Corse  al  campo 
in  soccorso  di  Turno,  non  con  mani  use  al  fuso,  al  pennec- 
chio, e  conocchia,  ma  avvezze  a  trattare  le  armi:  vinceva  il 
vento  nella  velocità,  e  parea  non  correre  ma  volare:  tutti  ma- 
ravigliavano quand'essa  moveva:  a  ragione  è  messa  fra  i 
valorosi. 

Et  la  Pentesilea  altra  donna  famosa.  Quattro  vergini 
amazzoni  famose,  Marpesia  che  di  molto  estese  il  suo  regno  — 
Erìzia  che  fu  al  tempo  di  Ercole  —  Pentesilea  che  fu  al  tempo 
della  guerra  trojana  —  Talistride  al  tempo  di  Alessandro  Ma- 
gno. Dopo  Erìzia  ebbe  regno  Pentesilea,  e  venne  contro  de' 
greci  alla  guerra  di  Troja,  e  fece  opere  strepitose,  finalmente 
fu  uccisa  da  Pirro  figlio  di  Achille.  Dante  fa  menzione  di  que- 
sta sola,  perchè  pugnò  contro  i  fortissimi  greci,  mentre  le 
altre  ebber  guerra  solo  col  vilissimo  popolo  assiro.  Virgilio 
dice  di  lei  —  audetque  viris  concurrere  virgo. 

Dal  altra  parte  Latino  regnò  in  quella  parte  d' Italia  in 
cui  ora  è  Roma,  e  fu  il  quinto  re  dopo  Giano.  Primo  corrèsse 
la  lingua  latina,  e  per  cui  tutti  poi  si  chiamarono  latini,  dal- 
l  altra  parte  il  re  Latino ,  che  con  Lavina  sua  figlia  sedea 
Latino  uni  i  trojani  co' suoi,  e  da  questi  discesero  gli  albani, 
e  romani. 

Passa  a  parlare  del  primo  fondatore  della  libertà  romana, 
cioè  di  Bruto  e  di  Spurio  Lucrezio  padre  di  Lucrezia  moglie 
di  Collatino.  Bruto  tolse  il  regno  a  Tarquinio  superbo  settimo 


128  INFERNO 

re,  perchè  il  di  lui  figlio  Sesto  Tarquinio  aveva  stuprata  Lu- 
crezia, pel  dolore  della  quale  ingiuria  sofferta  essa  ìd  pre- 
senza del  marito,  e  dello  stesso  Bruto  di  propria  mano  con 
un  ferro  si  uccise.  Chiamossi  Bruto  perchè  si  finse  pazzo 
fino  alla  morte  di  Lucrezia,  e  finché  credette  propizio  il  tempo 
di  vendicarsi  di  Tarquinio ,  che  gli  aveva  ucciso  un  fratello 
quel  Bruto  che  caccio  Tarquino  a  distinguerlo  da  altri  che 
vennero  dopo  di  lui ,  e  specialmente  dall'  uccisore  di  Ce- 
sare, che  l'autore  pone  nel  centro  dell'Inferno,  e  nella  bocca 
di  Lucifero.  Tarquino  e  non  Tarquinio  per  bisogno  di  rima. 
Tarquinia  poi  fu  città  toscana  in  quel  luogo  dove  oggi  è  Cor- 
neto.  Da  Tarquinia  venne  Tarquinio  prisco,  quinto  re  de' ro- 
mani, che  prima  si  nomò  Lucomone  venuto  di  Grecia. 

Lucretia  moglie  di  Collatino  della  gente  Tarquinia,  il 
perchè  fu  detto  Tarquinio  Collatino  dal  castello  di  questo  nome 
in  cui  si  uccise  Lucrezia.  Anche  lo  stesso  Bruto  fu  della  gente 
tarquinia.  É  falso  che  Lucrezia  fosse  figlia ,  o  moglie  di  Bruto, 
come  asserisce  Brunetto  Latini.  La  di  lei  istoria  è  scritta  con 
molta  eleganza  da  Tito  Livio.  Dante  la  unisce  agli  uomini  il- 
lustri, perchè  secondo  Valerio  Massimo  sotto  corpo  donnesco 
ebbe  animo  virile.  Ma  perchè  senza  pena  dacché  si  era  uccisa 
da  sé  stessa?  S.  Agostino  la  rampogna  così  —  Se  adultera  per- 
chè si  encomia,  se  pudica  perchè  si  punisce?  Ella  punì  in  se 
stessa  il  delitto  di  un  altro. 

Julia  figlia  di  Giulio  Cesare,  e  moglie  di  Pompeo,  che, 
al  dir  di  Valerio  Massimo,  essendo  gravida,  e  stando  al  bal- 
cone, vista  una  veste  insanguinata,  e  sospettando  morto  Pom- 
peo, subito  si  sgravò,  e  morì.  Molte  furono  le  Giulie  romane, 
l'amica  di  Cesare,  la  sorella  di  Augusto,  eia  figlia  dello  stesso 
Augusto  famigerata  meretrice,  ed  altre  ecc. 

Mattia  costei,  vivo  ancora  Catone  di  lei  marito,  a  di  lui 


CANTO  IV.  129 

insistenza,  passò  moglie  ad  altro  marito — Ortensio — come 
poco  dopo  Livia  sposò  Augusto  vivente  ancora  il  primo  ma- 
rito. Marzia  fu  onestissima,  e  moglie  condegna  al  severo  Ca- 
tone, di  cui  molto  si  parlerà  nel  canto  I  del  Purgatorio.  Dante 
avrebbe  fatto  meglio  a  porre  in  questo  luogo  la  figlia  dello 
stesso  Catone  —  Porzia  —  la  quale  udita  la  morte  del  marito 
Bruto,  cercando  un  ferro  per  trafiggersi,  e  non  trovandolo, 
tolti  dal  fuoco  ardenti  carboni,  ed  inghiottendoli  in  tal  modo 
si  uccise  con  inaudito  genere  di  morte. 

E  Cornelia  non  la  moglie  di  Pompeo,  sebbene  da  Lucano 
assai  lodata.  Molte  furono  le  Cornelie,  ma  qui  parla  della  fi- 
glia del  gran  Scipione  Africano,  madre  de' Gracchi,  donna 
virile,  e  magnanima,  e  che  ebbe  dodici  figli  dal  solo  marito 
Sempronio  Gracco,  due  de' quali  audacissimi  —  Tiberio  —  e 
Cajo,  presunsero  di  occupare  il  dominio  di  Roma  col  favore 
della  plebe,  ma  furono  in  breve  trucidati  —  Cornelia  compian- 
ta da  altre  donne  rispose  —  come  potrò  dirmi  infelice  se  fui 
madre  de*  Gracchi?  —  Molto  si  dirà  di  lei  nel  canto  XV  del 
Paradiso. 

Et  solo  Saladino  Soldano  di  Babilonia  fu  uomo  di  alto 
cuore  e  di  somma  virtù,  se  potè,  da  privato  che  era,  addive- 
nire Soldano.  Riportò  immense  vittorie  contro  altri  re  sara- 
ceni, e  contro  cristiani.  Rammenterò  una  sola  delle  tante  sue 
eccellenti  qualità!  Da  Federico  primo,  detto  Barbarossa ,  e  da 
tatti  i  re,  e  principi  cristiani  preparavasi  l'esercito  pel  con- 
quisto di  terra  santa  occupata  dallo  stesso  Saladino.  Questi 
previdente,  co* propri  occhi  pensò  di  conoscere  i  preparativi 
de' cristiani  per  meglio  provvedere  alla  salvezza  del  proprio 
stato.  Tolti  due  soli  compagni,  ne' quali  molto  fidava,  finse 
un  viaggio  lontano  per  ragione  di  commercio,  indossò  abito 
di  mercatante,  e  cambiò  nome  a  sé,  ai  compagni,  ed  ai  servi. 
Rambaldi  —  Voi.  i.  9 


130  INFERNO 

Il  primo  viaggio  fu  per  l'Armenia,  indi  passò  a  Costantinopoli  ; 
traversò  la  Grecia,  arrivò  in  Sicilia,  poi  nella  Puglia,  ed  a  Ro- 
ma. Ivi  molto  scoprì  delle  intenzioni  del  Papa.  Scorse  la  Tosca- 
na, superò  gli  Apennini,  visitò  la  Lombardia,  Milano,  e  Pavia,  i- 
strutto  nella  lingua  latina.  Sortito  dall'Italia  penetrò  nella  Fran- 
cia, Spagna,  Inghilterra,  ed  in  altri  regni  dell'Occidente,  quali 
tutti  si  armavano  contro  di  lui.  Traversando  in  ultimo  F Ale- 
magna  ripassò  per  mare  in  Alessandria  istrutto  esattamente  di 
quanto  doveva  operare  per  propria  difesa.  L'esercito  cristiano 
frattanto  per  la  Siria  giunse  ad  Othon ,  e  fu  colto  da  infermità , 
e  pestilenza,  che  lo  distrusse,  essendo  stati  fatti  prigioni  i  po- 
chi scampati. — Adunato  il  consiglio  de' Grandi  del  regno  suo 
Saladino  addimandò  loro  che  far  si  dovesse  de*  prigionieri  cri- 
stiani. Opinarono  alcuni  doversi  tutti  scannare,  altri  tenersi 
in  ischiavitù,  altri  lasciarsi  liberi  a  condizione  che  non  com- 
battessero più  per  la  croce.  Ma  Saladino  magnanimo  sprez- 
zati gli  altrui  consigli  tutti  li  rese  liberi,  facoltizzandoli  di  ri- 
prender le  armi  contro  di  lui,  se  lo  avessero  creduto  vantag- 
gioso, et  solo  in  parte  vidi  il  Saladino  lo  mette  solo,  perchè 
solo  fra  i  saraceni  degno  di  fama. 

Poi  eh  innalzai  sesta,  ed  ultima  parte.  Dante  nomina  i 
filosofi  sommi,  e  pel  primo  il  principe  Aristotile.  Usa  di  po- 
che parole  di  lode,  perchè  abbastanza  lodato.  I  sommi  si  de- 
nominano con  una  sola  parola,  vidi  el  maestro  di  color  che 
«anno  Aristotile  maestro  di  tutti  i  sapienti;  maestro  de' me- 
dici colla  fisica,  de' legislatori  colla  politica,  de'  moralisti  col- 
l'etica,  de'poeti  colla  poetica,  degli  oratori  colla  rettorica  seder 
tra  filosofica  famiglia  tra  filosofi,  come  il  padre  di  famiglia 
fra  suoi  figli,  che  ciba,  istruisce,  e  conduce.  Aristotile  combatte 
tutte  le  false  opinioni.  Ne'giudizi  fu  molto  circospetto,  perchè 
-V  usò  espressioni  spessissimo  ambigue >  e  suscettibili  di  diverse 


CANTO  IV.  131 

{ interpretazioni  poi  eh  innalzai  un  poco  più  le  ciglia  dopo  che 
innalzai  l'intelletto  a  più  alto  grado,  cioè  a  questi  sapienti  di 
più  alto  grado,  Aristotile,  e  Platone,  più  meritevoli  di  Ce- 
sare, e  Scipione,  perchè  questi  più  il  corpo,  quelli  più  l'ani- 
ma esercitarono,  ed  è  l'anima  che  ci  fa  simili  a  Dio  tutti  lo 
miran  tutti  honor  li  fanno. 

Quivi  prossimi  ad  Aristotile  l'autore  trova  altri  due  filo- 
sofi, l'uno  a  sinistra,  e  l'altro  a  destra.  Socrate  fu  maestro 
di  Platone,  e  tentò  di  ridurre  tutta  la  filosofia  al  costume,  al 
dire  di  Valerio,  e  s.  Agostino,  il  perchè  secondo  Socrate  virtù, 
e  scienza  sono  la  stessa  cosa.  Fu  uomo  di  somma  bontà,  d'in- 
audita pazienza,  e  costanza.  Platone  maestro  di  Aristotile  ebbe 
somma  sapienza,  ed  eloquenza,  e  fu  uomo  divino.  I  detti  di  Pla- 
tone consuonano  colla  fede  cristiana  secondo  s.  Agostino.  Fu  po- 
eta ,  e  filosofo ,  quantunque  al  dir  di  Apuleio ,  in  gioventù  gio- 
casse alla  palestra, e  corresse  e  cantasse  nel  circo.  L'autore  met- 
te insieme  questi  tre  filosofi,  che  han  fra  loro  rapporto,  Aristoti- 
le fisico,  Platone  metafisico,  e  Socrate  etico,  quivi  vid  io  So- 
crate e  Platone  che  innanzi  agli  altri  più  presso  li  stanno. 
Democrito  filosofo  greco  tenne  un'opinione  che  Ari- 
stotile impugna  nel  primo  degli  etici  allorché  dice,  che 
secondo  gli  antichi  filosofi  diversi  sono  gli  elementi  in  na- 
tura, ed  alcuni  ammettono  un  solo  elemento,  cioè  l'acqua, 
e  tra  questi  il  filosofo  Talete:  altri  il  fuoco,  e  tra  questi 
Eraclito  ;  altri  l' aria ,  e  tra  questi  Diogene.  Tra  i  filosofi  che 
ammettono  diversi  elementi  alcuni  pretendono  essere  infiniti 
di  numero,  altri  due  il  fuoco,  e  la  terra,  fra  i  quali  Par- 
menide; altri  tre  —  fuoco,  aria,  e  terra;  altri  quattro  —  cioè 
Empedocle,  che  ne  aggiungeva  infine  altri  due,  la  lite,  e  l'ami- 
cizia. Fra  quelli  che  volevano  gli  elementi  infiniti  di  numero 
Anassagora  li  voleva  di  genere  diverso,  altri  del  genere  stesso 


132  INFERNO 

fra  i  quali  Democrito,  e  Leucippeche  ammettevano  gli  atomi. 
Democrito  infatti  sosteneva,  che  infiniti  erano  i  corpi  indivi- 
sibili, differenti  per  figura,  ordine,  e  sito,  e  poneva  il  mondo 
fatto  a  caso  dalla  composizione  degli  atomi,  quasi  semi  di 
ogni  generazione,  e  che  da  essi  si  formarono  i  quattro  ele- 
menti, e  lo  spazio.  Ammetteva  il  vacuo  o  vano  e  l'infinito, 
perchè  ogni  cosa  si  compone  da  quanto  si  risolve.  Democrito 
che  l  mondo  a  caso  pone.  Anche  Epicuro  tenne  la  stessa  opi- 
nione. Democrito  poi  fu  sommo  naturalista,  d'inarrivabile 
mente  investigatrice,chesi  cavò  gli  occhi  per  vedere  il  vero, 
e  non  aveva  visto,  che  il  popolo  è  nemico  del  vero.  Tullio 
nelle  Tuscolane  scrive  così  di  lui  —  Democrito  privo  della 
vista  non  poteva  discernere  il  bianco  dal  nero ,  ma  distin- 
gueva i  beni  ed  imali,  P equo  e  l'iniquo,  l'onesto  e  il  turpe, 
il  piccolo  e  il  grande. 

Diogene  altro  filosofo  greco,  che  si  ritiene  quasi  santo, 
perchè  sprezzando  il  mondo,  in  modo  maravigli  oso  fu  aman- 
te di  povertà ,  sobrietà,  e  temperanza,  condannando  ogni  mol- 
lezza, e  superfluità:  aveva  per  tetto  il  cielo ,  per  casa  una  bot- 
te ,  per  cavallo  un  bastone,  per  bicchiere  la  mano.  Fu  chia- 
mato Cinico  o  canino,  perchè  in  pubblico  mordacemente  sgri- 
dava gli  uomini  de' loro  vizi.  Si  conosce  un  altro  Diogene  di 
Babilonia  diverso  da  questo.  Diogene  in  greco  significa  —  ge- 
nerato dagli  Dei ,  —  come  spesso  scrive  Omero. 

Anaxagora  e  meglio  avrebbe  detto  Pittagora.  Furono  due 
filosofi,  uno  greco,  l'altro  italiano  che  tennero  diverse  opi- 
nioni, o  scuole.  Il  primo  ebbe  origine  da  Talete;  il  secondo 
da  Pittagora  greco  dell'isola  di  Samo,  ma  che  passò  in  Cala- 
bria detta  Magna  Grecia.  Fece  gli  studi  in  Troja  allora  flori- 
dissima città.  Questi  sostituì  al  nome  di  sapiente,  l' altro  di 
filosofo,  imperocché  interrogato  chi  fosse  rispose  —  son  filo- 


CANTO  IV.  133 

losofo  —  ossia  amator  di  sapienza,  parendogli  troppa  arro- 
ganza chiamarsi  sapiente.  Pittagora  quindi  si  mette  a  capo 
de' filosofi  italiani,  come  Talete  a  capo  de' filosofi  greci.  Pit- 
tagora a  ragione  si  mette  presso  Talete,  e  forse  Dante  aveva 
scritto  Pittagora  invece  di  Anaxagora,  che  per  altro  non  az- 
zardo affermare,  perchè  vidi  in  tutti  i  testi  lo  stesso.  Anche 
Anassagora  fu  filosofo  di  nome,  e  le  cui  opinioni  per  altro  so- 
no quasi  sempre  impugnate  da  Aristotile  e  Talle  che  fu  di  Mi- 
leto,  perlochè  nomasi  Milesio,e  del  quale  dice  Aristotile,  co- 
me a  mezzo  dell'astrologia  in  cui  era  peritissimo  fu  arricchito 
dal  prodotto  immenso  degli  ulivi. 

Empedocles  siculo,  della  cui  principale  opinione  si  dirà 
nel  canto  XII.  Fu  poeta  secondo  Orazio ,  e  volendo  scoprire  la 
cagione  dell'ardenza  dell'Etna  cadde  nella  voragine,  e  vi  morì. 
Orazio  deridendolo  dice,  che  esso  freddo  saltò  nell'Etna  ar- 
dente. La  stessa  morte,  e  per  la  stessa  cagione,  incontrò  po- 
scia Plinio  di  Verona. 

Eraclito  detto  il  tenebroso  perchè  scrisse  oscuramente , 
ed  Aristotile  avvisa  —  che  è  faticoso  interpretare  i  detti  di  E- 
raclito,  se  la  parola  debba  riferirsi  a  ciò  che  fu  prima,  od  a 
ciò  che  vien  dopo. 

E  Zenone  secondo  Valerio  fu  di  gran  sapere,  ed  eloquen- 
za, ed  apertissimo  persuasore  di  verità.  Poteva  vivere  tran- 
quillo, e  libero  in  Grecia, 'e  nella  patria  sua,  ma  volle  passare 
in  Sicilia,  e  si  fermò  in  Agrigento  città,  nella  quale  regnava 
Falaride  crudelissimo  tiranno  nella  mira  di  ridurlo  a  retto 
sentiero  di  virtù  colla  sua  particolare  eloquenza.  Ma  fallito 
l'intento  eccitava  la  gioventù  a  liberare  la  patria  dalla  tiran- 
nide, locchè  giunto  all'orecchio  di  Falaride,  volle  punirlo  con 
nuovo  genere  di  tormenti  per  estorcergli  i  nomi  de'complici. 
Zenone  resistette,  e  non  volle  palesarne  alcuno,  anzi  accusò 


156  INFERNO 

a  Tullio,  quantunque  commentatore  della  nuova  rettorica  di 
Tullio. 

Tullio  che  fu  d'Arpino  piccola  città  della  Campania.  Fi- 
glio di  un  fabbro,  per  sua  virtù,  ed  eloquenza  fatto  cittadino 
romano,  senatore,  e  console.  Colla  previdenza,  consiglio,  ed 
ingegno  preservò  Roma  dalla  pestifera  congiura  di  Catilina: 
crebbe  decoro  a  Roma  colla  dottrina ,  costumi ,  e  colla  elo- 
quenza in  cui  fu  principe  fra  i  latini,  e  senza  pari  al  dir  di 
Seneca,  e  s.  Agostino.  Proscritto  da  Antonio,  fu  ucciso  da  un 
di  lui  mandatario,  ingratissimo,  quale  la  lingua  di  Cicerone 
aveva  liberato  da  morte.  S.  Agostino  lamenta  tal  morte,  e 
Valerio  Massimo  esclama  —  per  degnamente  piangere  la  morte 
di  Cicerone  è  indispensabile  un  altro  Cicerone  —  perchè  niun 
altro  sarebbe  bastantemente  eloquente.  Molte  lodi  di  lui  si  leg- 
gono in  Plinio  nel  VII  delle  istorie  naturali.  Dante  preferisce 
Tullio  a  Seneca  per  ragione  di  tempo,  e  di  scienze,  e  s.  Gi- 
rolamo aggiunge,  che  se  non  fosse  stato  Tullio,  non  sarebbe 
stato  neppur  Seneca.  Non  ostante  alcuni  prepongono  Seneca, 
forse  perchè  i  detti  di  Tullio  sono  più  sparsi,  mentre  quei  di 
Seneca  sono  più  stretti,  e  raccolti. 

Et  Seneca  morale.  Scrive  Plutarco  maestro  di  Trajano 
ne'  Paratitli,  o  Paragoni  che  la  Grecia  non  ebbe  alcuno  eguale 
a  Seneca  nella  morale.  Ma  io  penso  che  Plutarco  adulasse  Tra- 
jano perchè  Seneca  fu  di  Cordova,  e  Trajano  ebbe  origine 
dalla  Spagna.  Aristotile  fu  moralista  assai  maggiore  di  Seneca. 
Alberto  Magno  riprova  molte  di  lui  opinioni.  Seneca  non  si 
curò  di  eloquenza  al  dir  di  Quintiliano,  sebbene  altrove  lo 
lodi.  Policrate  afferma,  che  Seneca  fu  tanto  migliore  di  Quin- 
tiliano per  sapere,  quanto  Quintiliano  fu  migliore  di  Seneca 
per  eloquenza.  Altrettanto  dices.  Agostino  di  Varrone,  e  Cice- 
rone. Ma  perchè  Dante  mette  Seneca  fra  i  dannati,  quando 


CANTO  !V.  137 

;.  Girolamo  lo  mette  fra  i  beati?  Rispondiamo,  che  Dante  voi- 
e  essere  cauto,  perchè,  accortosi  del  contrasto  delle  opinioni, 

0  mise  in  un  luogo  medio,  non  fra  i  dannati,  non  fra  i  beati. 

1  Petrarca  dice  che  ignora  se  Seneca  sia  salvo,  perchè  Seneca 
risse  in  un  modo,  e  scrisse  in  un  altro.  S.  Agostino  scrive, 
;he  Seneca  senatore  romano  riprovava  ciò  che  faceva;  ri- 
prendeva ciò  che  consigliava ,  adorava  ciò  che  incolpava.  Lo- 
dava Seneca  la  povertà,  e  fu  ricchissimo  sotto  il  pessimo  fra 
gli  uomini  Nerone  cui  volle  rinunciare  le  ricchezze  quando 
più  non  potè.  Avvisato  da  Nerone  a  scegliere  un  genere  di 
morte,  perchè  ebbe  parte  nella  congiura  de' Pisoni,  entrò  nel 
bagno,  facendosi  aprire  le  vene,  e  così  morì.  Ad  onta  delle 
(accie  che  gli  si  vogliono  dare  fu  sempre  moralissimo,  stu- 
diosissimo, memorabilissimo.  Dante  lo  chiama  Seneca  morale 
per  distinguerlo  da  Seneca  tragico.  Questi  nella  Ottavia  pre- 
dice la  morte  a  Nerone.  Sidonio  sostiene  che  due  furono  i  Se- 
neca, uno  censore  de' costumi,  l'altro  autore  di  tragedie. 

Euclide  inventore  di  geometria,  che  fióri  in  Atene  al 
tempo  di  Platone.  Dovendosi  fabbricare  Tara  di  Minerva  si 
consultò  Platone,  e  questi  rimise  la  decisione  ad  Euclide  mae- 
stro in  architettura. 

E  Tolomeo  Tolomeo  secondo  Almagesto  fu  chiarissimo 
nelle  arti,  ma  principalmente  in  geometria,  ed  astrologia, 
sulle  quali  scrisse  molti  libri.  Nato,  ed  istrutto  in  Alessandria 
di  Egitto  ivi  esaminò  il  corso  degli  astri  cogl'  istrumenti  co- 
strutti al  tempo  di  Adriano,  e  stese  l' opera  sua.  Non  fu  que- 
sti un  re  dell'Egitto,  come  ritengono  alcuni:  di  statura  me- 
diocre, pallido  di  colore,  di  largo  incesso,  di  piedi  sottili, 
macchiato  in  rosso  la  destra  guancia,  di  spessa  barba  e  nera, 
denti  anteriori  sporgenti,  nudi  di  gengive,  e  rari,  di  piccola 
jocca,  di  dolce  pronuncia,  iracondo,  difficilmente  placabile, 


138  INFERNO 

molto  girava,  e  molto  quietava,  mangiava  poco,  digiunava 
molte  volte,  il  respiro  lamentevole,  mondo  il  vestire:  morì  di 
anni  78. 

Ippocrate  eccellente  in  medicina,  principe  fra  i  medici, 
di  sommo  sapere,  di  sobrietà,  e  continenza  insuperabile  scrisse 
pochissime  cose.  Fu  dell'isola  di  Chio,  e  fiorì  al  tempo  di  Ar- 
taserse  re  de' persiani. 

Avicenna  nato  molti  secoli  dopo  Galeno,  e  non  pertanto 
gli  si  preferisce.  Fu  eccellente  in  ogni  ramo  della  medicina: 
raccolse  i  detti  di  Galeno  riducendoli  ad  un  ordine  ,  e  bre- 
vità che  non  avevano,  perchè  Galeno  fu  molto  diffuso,  e  pro- 
lisso ne' molti  volumi  che  lasciò.  Dice  Avicenna  che  Galeno 
disse  molte  cose  dei  rami,  e  poco  delle  radici  della  medicina. 
Galeno  fu  di  Pergamo,  e  fiorì  al  tempo  di  Antonino  Pio.  Avi- 
cenna era  figlio  del  re  di  Spagna,  e  fu  emulo  di  Averroe. 

Averois  filosofo,  e  medico  ad  un  tempo  eccellentissimo: 
fu  tenuto  come  per  un  altro  Aristotile,  così  pel  più  superbo  di 
tutti  i  filosofi,  sempre  in  contraddizione  con  Avicenna  con- 
temporaneo, ed  esso  pure  di  Cordua  di  Spagna,  della  quale 
furono  Seneca,  e  Lucano.  Felice  città,  che  produsse  tai  per- 
sonaggi! Averroe  condanna  ogni  fede,  e  l'opposto  fece  Avi- 
cenna che  insegna  dover  ciascuno  seguirla  sua  fede.  Ma  per- 
chè l'autore  mette  Averroe  senza  pena,  che  fra  le  altre  em- 
pietà disse,  che  tre  furono  i  celebri  impostori  del  mondo — Cri- 
sto —  Mosè  —  e  Maometto  —  e  che  Cristo  perchè  giovane,  ed 
ignorante  fu  crocefisso?  E  si  risponde  che  qui  parlasi  d'in- 
ferno morale,  non  di  essenziale,  e  che  Dante  intese  di  espri- 
mere che  costoro  godono  il  privilegio  di  onore,  e  di  lode  nel 
solo  mondo  de' viventi,  che  l  gran  comento  feo  non  già  com- 
mentò Aristotile  come  Temistio,  ma  scrisse  un  libro  medico 
che  intitolò  —  colliget  —  collezione,  nel  quale  rinvengonsi 


CANTO  IV.  139 

molta  sottigliezza  ed  oscurità,  io  non  posso  ritrar  di  tutti  a 
pieno  tralascio  altri  poeti ,  e  filosofi  sommi  che  si  mi  caccia 
lungo  tema  la  molta  materia  me  lo  impedisce  che  molte  volte 
il  facto  al  dir  vien  meno  spesso  è  più  nel  fatto  di  quanto  si 
esprime  colle  parole,  o  collo  scritto,  e  specialmente  quando 
la  misura  è. fissata,  come  ha  fatto  Dante  con  legge  di  non  ol- 
trepassarla. 

La  sesta  compagnia  i  sei  poeti  Omero,  Orazio,  Ovidio, 
Lucano,  Virgilio,  e  Dante  si  scema  in  due  si  riduce  a  due  a 
Virgilio  e  Dante  e  l  savio  duca  —  me  mena  per  altra  via 
Virgilio  mi  conduce  per  una  via  diversa  nel  aria  che  trema 
nel  secondo  cerchio,  ove  trema  l'aria  pel  contrasto  di  venti, 
come  si  dirà  fuor  de  la  queta  fuori  dell'aria  quieta,  dove  non 
è  moto,  né  pena,  e  vegno  in  parte  ove  non  e  che  luca  per- 
chè lasciavamo  il  luogo  di  luce,  e  chiarore  ed  entravamo  in 
luogo  di  tenebre,  ed  oscurità  ecc. 


CANTO  V. 


TESTO   MODERNO 


Così  discesi  dal  cerchio  primaio 

Giù  nel  secondo,  che  men  luogo  cinghia, 

E  tanto  più  dolor,  che  pugne  a  guaio.  5 

Stavvi  Minos  orribilmente,  e  ringhia; 

Esamina  le  colpe  nell'entrata, 

Giudica,  e  manda,  secondo  che  avvinghia.  6 
Dico  che  quando  l'anima  malnata 

Li  vien  dinanzi,  tutta  si  confessa: 

E  quel  conoscitor  delle  peccata  9 

Vede  qual  luogo  d'Inferno  è  da  essa; 

Cignesi  con  la  coda  tante  volte, 

Quantunque  gradi  vuol,  che  giù  sia  messa.  lì 
Sempre  dinanzi  a  lui  ne  stanno  molte: 

Vanno  a  vicenda  ciascuna  al  giudizio: 

Dicono,  e  odono,  e  poi  son  giù  volte.  15 

0  tu,  che  vieni  al  doloroso  ospizio, 

Disse  Minos  a  me,  quando  mi  vide, 

Lasciando  l'atto  di  cotanto  uffizio:  18 

Guarda  com' entri,  e  di  cui  tu  ti  fide: 

Non  t'inganni  l'ampiezza  dell'entrare. 

E'1  duca  mio  a  lui:  perchè  pur  gride?  il 

Non  impedir  lo  suo  fatale  andare: 

Vuoisi  così  colà,  dove  si  puòtc 

Ciò  che  si  vuole;  e  più  non  dimandare.  24 


CANTO   V.  141 

Ora  incominciai)  le  dolenti  note 

A  farmisi  sentire:  or  son  venuto 

Là  dove  molto  pianto  mi  percuote.  27 

Io  venni  in  luogo  d'ogni  luce  muto, 

Che  mugghia  come  fa  mar  per  tempesta, 

Se  da  contrari  venti  è  combattuto.  30 

La  bufera  infernal  che  mai  non  resta, 

Mena  gli  spirti  con  la  sua  rapina, 

Voltando,  e  percotendo  gli  molesta.  33 

Quando  giungon  davanti  alla  ruina, 

Quivi  le  strida,  il  compianto,  e'1  lamento: 

Bestemmian  quivi  la  virtù  divina.  36 

Intesi,  eh' a  così  fatto  tormento 

Sono  dannati  i  peccator  carnali, 

Che  la  ragion  sommettono  al  talento.  39 

E  come  gli  stornei  ne  portan  l' ali 

Nel  freddo  tempo  a  schiera  larga ,  e  piena  ; 

Così  quel  fiato  gli  spiriti  mali.  42 

Di  qua,  di  là,  di  giù,  di  su  gli  mena: 

Nulla  speranza  gli  conforta  mai 

Non  che  di  posa,  ma  di  minor  pena.  45 

E  come  i  gru  van  cantando  lor  lai , 

Facendo  in  àer  di  sé  lunga  riga; 

Così  vid'io  venir,  traendo  guai,  48 

Ombre  portate  dalla  detta  briga  : 

Perch'io  dissi:  Maestro,  chi  son  quelle 

Genti ,  che  l'aer  nero  sì  castiga?  5t 

La  prima  di  color,  di  cui  novelle 

Tu  vuo' saper,  mi  disse  quegli  allotta , 

Fu  imperatrice  di  molte  favelle.  54 

A  vizio  di  lussuria  fu  sì  rotta, 


142  INFERNO 

Che  libito  fé  licito  in  sua  legge, 

Per  torre  il  biasmo,  in  che  era  condotta.  57 

Ella  è  Semiramis,  di  cui  si  legge, 
Che  succedette  a  Nino,  e  fu  sua  sposa: 
Tenne  la  terra,  che'l  Soldan  corregge-  60 

L'altra  ò  colei  che  s'ancise  amorosa, 
E  ruppe  fede  al  cener  di  Sicheo: 
Poi  è  Cleopatras  lussuriosa.  63 

Elena  vidi,  per  cui  tanto  reo 
Tempo  si  volse;  e  vidi  il  grande  Achille, 
Che  con  amore  al  fine  combatteo.  66 

Vidi  Paris,  Tristano,  e  più  di  mille 
Ombre  mostrommi,  e  nominolle  a  dito, 
Ch'amor  di  nostra  vita  dipartille.  69 

Poscia  ch'io  ebbi  il  mio  dottore  udito 
Nomar  le  donne  antiche  e  i  cavalieri , 
Pietà  mi  vinse,  e  fui  quasi  smarrito.  75 

Io  cominciai:  Poeta,  volontieri 
Parlerei  a  que'duò,  che  assieme  vanno, 
E  paion  sì  al  vento  esser  leggieri.  75 

Ed  egli  a  me:  vedrai,  quando  saranno 
Più  presso  a  noi;  e  tu  allor  gli  prega 
Per  quell'  amor  ch'ei  mena;  e  quei  verranno.     78 

Sì  tosto,  come  il  vento  a  noi  li  piega, 
Muovo  la  voce:  o  anime  affannate, 
Venite  a  noi  parlar,  s'altri  noi  niega.  81 

Quali  colombe  dal  disio  chiamate, 
Con  l'ali  aperte  e  ferme  al  dolce  nido 
Volan  per  l'àer  dal  voler  portate;  8* 

Colali  uscir  dalla  schiera,  ov'è  Dido, 
Venendo  a  noi  per  l'aere  maligno; 


CANTO  V.  143 

Sì  forte  fu  1  '  affettuoso  grido.  87 

0  animai  grazioso,  e  benigno, 

Che  visitando  vai,  per  l'àer  perso 

Noi  che  tingemmo  '1  mondo  di  sanguigno.  90 

Se  fosse  amico  il  Re  dell'universo, 

Noi  pregheremmo  lui  per  la  tua  pace, 

Da  eh'  hai  pietà  del  nostro  mal  perverso.  93 

Di  quel  che  udire,  e  che  parlar  ti  piace, 

Noi  udiremo,  e  parleremo  a  vui, 

Mentrechè  il  vento,  come  fa,  si  tace.  96 

Siede  la  terra  dove  nata  fui, 

Su  la  marina  dove'l  Po  discende, 

Per  aver  pace  co' seguaci  sui.  99 

Amor  che  al  cor  gentil  ratto  s'apprende, 

Prese  costui  della  bella  persona 

Che  mi  fu  tolta,  e'1  modo  ancor  m'offende.  102 
Amor,  che  a  nullo  amato  amar  perdona, 

Mi  prese  del  costui  piacer  sì  forte, 

Che,  come  vedi,  ancor  non  mi  abbandona.  T05 
Amor  condusse  noi  ad  una  morte: 

Caina  attende  chi  vita  ci  spense; 

Queste  parole  da  lor  ci  f ur  porte.  1 08 

Da  ch'io  intesi  quell'anime  offense, 

Chinai '1  viso,  e  tanto '1  tenni  basso 

Finché  '1  Poeta  mi  disse:  che  pense?  1 1 1 

Quando  risposi,  cominciai:  o  lasso 

Quanti  dolci  pensier,  quanto  desio 

Menò  costoro  al  doloroso  passo!  114 

Poi  mi  rivolsi  a  loro,  e  parlai  io, 

E  cominciai:  Francesca,  i  tuoi  martiri 

A  lagrimar  mi  fanno  tristo,  e  pio.  1 17 


144  INPERNO 

Ma  dimmi:  al  tempo  de' dolci  sospiri, 

A  che ,  e  come  concedette  amore , 

Che  conosceste  i  dubbiosi  desiri?     -  120 

Ed  ella  a  me:  nessun  maggior  dolore, 

Che  ricordarsi  del  tempo  felice 

Nella  miseria;  e  ciò  sa'l  tuo  Dottore.  123 

Ma  se  a  conoscer  la  prima  radice 

Del  nostro  amor  tu  hai  cotanto  affetto , 

Farò,  come  colui,  che  piange,  e  dice.  126 

Noi  leggevamo  un  giorno  per  diletto 

Di  Lancilotto,  come  amor  lo  strinse: 

Soli  eravamo,  e  senza  alcun  sospetto.  129 

Per  più  fiate  gli  occhi  ci  sospinse 

Quella  lettura,  e  scolorocci  il  viso: 

Ma  solo  un  punto  fu  quel  che  ci  vinse.  132 

Quando  leggemmo  il  desiato  riso 

Esser  baciato  da  cotanto  amante: 

Questi  che  mai  da  me  non  fi  a  diviso  135 

La  bocca  mi  baciò  tutto  tremante: 

Galeotto  fu  il  libro,  e  chi  lo  scrisse: 

Qael  giorno  più  non  vi  leggemmo  avarile.        138 
Mentre  che  l'uno  spirto  questo  disse, 

L'altro  piangeva  sì,  che  di  pietade 

Io  venni  meno,  come  s'io  morisse, 
E  caddi,  come  corpo  morto  cade.  142 


CANTO   V.  145 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dante  descrive  ii  secondo  cerchio  in  cui  son  puniti  i 
lussuriosi.  Il  canto  dividesi  in  cinque  parti  generali:  nella 
prima,  ingresso  al  cerchio,  e  giudice:  nella  seconda  —  pena 
de' lussuriosi  or  incominciati  ecc.  nella  terza  —  lussuriosi 
antichi  et  come  grue  ecc.  nella  quarta  —  lussuriosi  moderni 
poscia  eh  ebbi  ecc.  nella  quinta —  interrogazione  a  due  spi- 
riti poi  mi  ecc. 

Cosi  discesi  in  compagnia  del  solo  Virgilio  del  cerchio 
primato  dal  primo  cerchio  dell'Inferno  giù  nel  secondo  nel 
secondo  cerchio  più  basso,  perchè nelF Inferno  sempre  si  di- 
scende che  men  loco  cinghia  il  secondo  cerchio  chiude  spa- 
zio minore.  L'Inferno  si  finge  dall'autore,  luogo  rotondo, di- 
stinto per  gradi,  e  cerchi,  più  ampio  il  primo,  e  gradatamen- 
te più  piccoli  gli  altri  pei  quali  si  discende  sino  al  centro,  a 
guisa  dell'arena  di  Verona,  quantunque  questa  sia  piuttosto 
ovale  che  sferica.  Il  secondo  cerchio  quantunque  minore  di 
spazio  contiene  pena  maggiore  del  primo,  e  tanto  epiu  dolo- 
re che  punge  a  guaio  la  pena  del  secondo  cerchio  punge  fie- 
ramente il  dannato,  e  lo  forza  a  gridare,  diversamente  dalla 
pena  del  primo  cerchio,  che  non  può  dirsi  veramente  pena, 
perchè  non  del  senso,  ma  del  danno.  Peraltro  la  pena  del  se- 
condo cerchio  è  più  leggera  di  quella  de' cerchi  più  bassi,  im- 
perocché Dante  punisce  prima  le  colpe  più  leggiere,  e  poscia 
gradatamente  le  più  gravi,  essendo  giusto  che,  quanto  più  l'uo- 
mo è  colpevole,  più  sia  allontanato  dalla  vista  di  Dio.  Nel  Pur- 
gatorio al  contrario,  al  basso  del  monte ,  tratta  primamente 
della  lussuria,  vizio  infamante,  ma  di  minore  malizia,  perchè 
la  naturale  inclinazione  lo  rende  in  qualche  modo  scusabile. 

Stavtri  Minos  giudice  dell'Inferno.  Niuno  è  giudicato 
Rambaldi  —  Voi.  1.  io 


1 46  INFERNO 

fuori  che  da  lui,  che  quindi  è  posto  nel  primo  ingresso  infer- 
nale. Fu  Minosse  un  giustissimo  re  della  Grecia,  dell'  isola  di 
Creta,  del  quale  parla  molto  Aristotile  nel  libro  de' Politici. 
Fu  il  primo  a  dare  leggi  ai  cretesi ,  quali  leggi  furono  in  vi- 
gore fino  al  tempo  di  Metello,  che  sotto  Pompeo  prese  Creta 
sostituendo  leggi  romane.  Di  quest'  isola  si  parlerà  nel  canto 
XIV  dove  si  descrive  così  in  mezzo  mare  sede  in  paese  gua- 
sto Minosse  moralmente  parlando  si  prende  per  la  coscienza, 
che  è  terribile  testimonio  contro  del  colpevole.  Perciò  Ovidio 
—  la  pena  può  torsi ,  ma  la  colpa  non  mai.  —  Così  ogni  col- 
pevole  ha  sempre  con  sé  il  giudice  suo,  e  può  dirsi  con  Boe- 
zio —  fuori  di  te  non  cercare  un  vendicatore — stami  Minos 
nel  primo  ingresso  horribilmente  ringhia  digrigna  i  denti, 
tocche  è  proprio  de' cani,  e  proprio  pure  della  coscienza,  che 
morde,  e  latra.  Perciò  il  profeta  —  il  verme  lor  per  l'anima 
non  muore.  — 

Le  colpe  nell  entrata  giudica  et  manda  nel  primo  in- 
gresso giudica,  condanna,  e  destina  le  anime  al  castigo  se- 
eondo  eh  avinghia  secondo  che  si  cinge  colla  coda.  La 
coda  finge,  o  figura  la  sentenza  finale,  perchè  è  termine  del- 
l'animale, ed  anche  perchè  la  coscienza  finalmente  condanna 
il  colpevole.  Avviene  spesso  nel  mondo  de' viventi,  che  il  colpe- 
vole oltre  i  rimorsi  della  coscienza  abbia  pene  temporali.  Dico 
che  quando  V  anima  malnata  anima  destinata  a  dannazione 
li  vien  dinanzi  al  cospetto,  per  essere  esaminata  tutta  si 
confessa  non  potendosi  ingannare  la  coscienza  coli' occulta- 
zione delle  colpe,  et  quei  cognoscitor  de  li  peccati  de' peccati 
più ,  o  men  gravi  vede  qual  loco  d  inferno  e  da  essa  qual 
pena,  ed  in  qual  cerchio  deve  punirsi  quell'anima;  cingesi 
con  la  coda  tante  volte  quantunque  gradi  vuol  che  giù  sia 
messa  volendo  che  sia  punita  nel  primo  cerchio  si  cinge  colla 


CANTO  V.  147 

coda  una  sol  volta;  se  nel  secondo  due  volte;  senei  terso  tre  ; 
sempre  continuamente,  e  ciò  esprime  l'assiduità  e  perpetuità 
dell'  uffizio.  Un  giudice  deve  sempr'  essere  in  atto  di  giudicare 
dinanzi  a  lui  ne  stanno  molte  e  così  sempre  esamina,  e  con- 
danna. Come  Caronte  di  continuo  trasporta  le  anime,  così  Mi- 
nosse di  continuo  giudica,  e  condanna  vanno  a  vicenda  dar 
scuna  al  giudizio  una  dopo  l'altra,  imperocché  infiniti  mtio- 
jono,  e  vanno  all'Inferno  o  moralmente,  od  essenzialmente 
dicon  le  anime  confessano  le  colpe  loro  et  odono  la  sentenza, 
e  condanna  poi  son  giù  volte  alla  pena  destinata. 

Disse  Minos  quando  me  vide  quando  mi  presentai  o  tu 
che  vien  al  doloroso  hospitio  o  Dante  che  vieni  all'Inferno, 
ospizio  di  perpetuo  dolore  guarda  com  entri  guarda  bene 
quel  che  fai  prima  d'intraprendere  il  viaggio  ne' luoghi  in- 
fernali, ed  osserva  di  cui  tu  ti  fidi  se  Virgilio  sia ,  o  no  capace 
a  condurti,  perchè  Virgilio  non  poteva  essere  capace  che  in 
senso  morale,  avendo  ignorato  l'Inferno  essenziale,  di  cui 
parla  la  dottrina  cristiana  lasciando  l  atto  di  cotanto  uffizio 
dice  lai  cose  lasciando  di  esaminare,  e  condannare  le  anime. 
E  Dante  doveva  calcolare  l'avviso  di  Minosse,  perchè  l'in- 
gresso all'Inferno  è  facile,  ma  difficilissima  la  uscita;  la  via 
de' vizi  ha  fiori  al  principio,  spini  sul  fine;  facile  determi- 
narsi ad  arduo  lavoro,  difficilissimo  compierlo  l  ampiezza 
dell  entrare  non  t  inganni. 

E  l  duca  a  lui  Virgilio  risponde  a  Minosse  perche  pur 
gridi  indarno  tu  gridi  non  impedire  al  suo  fatale  andare 
non  opporli  al  suo  proposito  vuoisi  cosi  la  dove  si  può- 
te  do  che  si  vote  cioè  da  Dio  in  cielo,  imperocché  volere, 
e  potere  è  la  cosa  stessa  nell'Eterno.  Dante  ottenne  da  Dio 
grazia  speciale  a  quest'  oggetto  et  più  non  dimandare  che 
basta  sapere  che  Dio  vuole  senza  chiedere  perchè  voglia. 


148  INFERNO 

Or  incominciati  le  dolenti  note  seconda  parte  generale, 
pene  de' lussuriosi,  a  far  sentire  cominciava  a  sentire  le  voci 
di  pianto,  e  di  dolore  come  sono  per  lo  più  quelle  degli  amanti 
or  son  venuto  la  dove  molto  pianto  mi  percuote  il  riso  del- 
l'amore  presto  si  cangia  in  pianto  io  venni  in  loco  muto 
d  ogni  luce  senza  lume,  oscuro  d  ogni  luce  muto  a  differenza 
del  primo  cerchio  in  cui  in  qualche  rispetto  era  luce.  La  lus- 
suria estingue  totalmente  il  lume  di  ragione,  e  va  in  cerca  di 
luoghi  occulti  ed  oscuri  per  isfogarla  che  mughia\*  pena  de' 
lussuriosi  consiste  nell'essere  violentemente  trasportati  da 
venti  contrari,  ed  opposti  e  dall'essere  urtati ,  e  per  così  dire 
arrotati  come  le  onde  di  mar  burrascoso.  Usa  l'autore  della 
similitudine  del  mare  in  burrasca,  perchè  ivi  son  venti  con- 
trari, che  cagionano  l'infortunio:  del  pari  nel  lussurioso  con- 
trarie passioni,  speranza,  timore,  allegrezza,  mestizia  fan  guer- 
ra tra  loro, e  gli  straziano  l'animo.  Il  mare  trae  nome  da  amarez- 
za; amore  meglio  amaro  si  direbbe.  Il  mare  si  scalda,  e  bolle  per 
l'effervescenza  de' flutti;  il  corpo  del  lussurioso  ferve  per  ca- 
gioni estrinseche  alla  naturale  inclinazione,  per  cibi,  e  vini 
generosi.  Tornato  in  calma  il  mare  dopo  la  tempesta  putisce, 
come  dopo  per  l'atto  di  lussuria  il  corpo  è  male  olente.  La  spiag- 
gia a  poco  a  poco  si  corrode  dall'onde,  come  per  la  lussuria  a 
poco  a  poco  consumasi  il  corpo  del  lussurioso.  Nel  mare  s'in- 
contrano pericoli,  naufragii,  danni,  disastri;  s'incontrano  dal 
lussurioso  spendii,  scandali,  risse,  strazii,  incendii.  Finalmente 
quando  la  lussuria  non  avesse  altro  danno,  sempre  l'accom- 
pagnerebbe il  tormentoso  pentimento,  come  dice  Demostene 
—  non  voglio  con  tanto  comprarmi  un  pentimento  —  che 
mughia  come  fa  mar  per  tempesta  —  seda  contrarii  venti 
e  combattuto  da  Borea,  od  Austro  violenti,  ed  opposti,  l'uno 
del  settentrione,  l'altro  del  mezzodì,  l'uno  freddo  l'altro 


CANTO  V.  149 

caldo.  I  pensieri  del  lussurioso  ora  infiammano,  ora  gelano, 
a  guisa  de' commossi  flutti  del  mare  ora  alzati  alle  stelle,  ora 
sepolti  negli  abissi.  Che  mai  avrà  pensato,  e  quali  contrasti 
d'animo  avrà  sofferto  Achille  preso  d'amore  per  la  bellissima 
Polissena  cui  aveva  ucciso  il  diletto  Ettore  marito,  ed  a  lui  ne- 
mico ?  Quanti  Massimo  acceso  di  Paolina  la  più  pudica  fra  le 
romane?  Quanti  Fedra  furente  pel  figliastro  Ippolito?  Quanti 
Mirra  bollente  d' incestuoso  affetto  pel  padre?  —  É  inutile 
perdersi  in  esempi,  quando  la  prova  è  in  qualunque  abbia 
sentito  l'amore  di  lussuria. 

JLa  bufera  infornai  l'impetuoso  soffio  che  mai  non  re- 
sta mai  non  cessa,  figurando  l'amante  impaziente  di  quiete, 
sempre  agitato,  ed  in  moto  mena  li  spirti  con  la  stia  ra- 
pina, violentemente  li  trasporta,  e  trascina  molesta  voltando 
di  nuovo  li  riconduce,  voltandoli,  allo  stesso  castigo,  espri- 
mendo in  tal  modo,  che  il  lussurioso  non  è  trattenuto,  né 
dal  timore  dell'ira  divina,  né  dall'onore,  né  dall'infamia,  né 
dallo  spendio,  né  dai  pericoli,  né  dalla  morte  sugli  occhi  per- 
cuotendo con  percosse,  e  spesso  per  motivi  di  lussuria  si 
viene  alla  pugna,  ed  alle  stragi  quivi  e  l  compianto  le  strida 
e  lamento  piangono  gli  amanti ,  stridono  per  le  crudeltà  o 
tradimenti  dell'amata,  e  lagnansi  di  qualunque  mutamento 
quando  giungon  dinanzi  alla  ruina  all'estremo  punto  di 
darsi  la  morte  biasteman  quivi  la  virtù  divina  per  dispe- 
razione bestemmiano  Iddio  nell'  atto  di  affogarsi,  di  trafiggersi , 
o  di  essere  trucidati  da  altri.  Questi  infelici  di  tanta  sciagura 
intesi  chepeccator  carnali  che  erano  lussuriosi  che  avevano 
posta  la  loro  felicità  nel  piacere  del  senso  che  sometton  la 
ragione  al  talento  sottommettono  la  ragione  all'  appetito  e  si 
fan  condurre  dalla  sola  passione  son  dannati  a  cosi  facto  tor- 
mento alla  pena  suddescritta. 


150  INFERRO 

Et  cosi  quel  fiato  quel  vento  porta  li  spirti  mali  tras- 
porta le  anime  de' lussuriosi  come  lali  neportan  li  stornelli 
—  nel  freddo  tempo  al  venir  dell'  inverno  gli  storni  per  fug- 
gire il  freddo  passano  a  calde  regioni  a  schiera  larga  e  piena 
gli  spiriti  sono  così  gremiti  che  appena  possono  scansarsi. 
Gli  storni  sono  uccelli  lussuriosissimi,  e  lievi:  simili  sono  gli 
amanti  :  passano  a  calde  regioni  per  secondare  meglio  V  istinto, 
e  se,  nel  viaggio,  incontrano  vigne  cariche  di  uve,  e  senza 
custode,  le  sfrondano,  e  spremono  da  grappoli  il  succo:  an- 
che il  lussurioso  cerca  de" caldi  luoghi,  e  di  donne  calide,  fug- 
gendo dai  nordici  geli ,  dove  è  freddezza  di  reazione  amorosa, 
e  strada  facendo ,  se  gli  si  offra  occasione ,  ne  profitta  di  qua 
di  la  di  su  di  giù  li  mena  quel  vento,  al  pari  della  libidine 
che  trascina  il  proco  dietro  la  vaga  donna  al  tempio,  al  giar- 
dino, alle  nozze,  ai  funerali,  al  monte,  alla  fontana,  ed  in 
ogni  dove  ella  pieghi,  nulla  speranza  li  conforta  mai  non 
che  di  posa  ma  di  minor  pena  moralmente  intende  l'autore 
che  quegli  spiriti  non  isperano  quiete  giammai,  non  mino- 
razione di  pena,  e  ciò  è  vero  parlando  d'Inferno  essenziale 
perchè  ivi  ogni  speranza  è  morta.  É  vero  in  qualche  modo 
anche  dell' Inferno  morale,  perchè  l'appetito  del  lussurioso 
è  insaziabile,  come  vien  figurato  nella  favola  di  Tizio,  cui 
un  avoltojo  continuamente  rode  il  fegato ,  il  qual  fegato  sem- 
pre rinasce. 

Ecomeigrui  terza  parte  generale.  Specialità  della  pena 
de'  lussuriosi.  L' uno  spirito  vola  dopo  l' altro  mettendo  lamento 
nella  maniera  stessa  delle  grue ,  che  vanno  per  aria  in  lunga  fila 
rappresentando  sempre  qualche  lettera  dell'  alfabeto,  cosi 
vid  io  venir  ombre  portate  dalla  detta  briga  da  queir  urto 
di  venti  trascinate  traendo  guai  lamentandosi  dolorosamente 
come  i  grui  vanno  cantando  lor  lai  come  le  grue  si  lamen- 


r 

CANTO  V.  ibi 

tano  nel  loro  canto  f adendo  di  se  lunga  riga  lunga  striscia. 
Dante  moltiplica  similitudini  di  uccelli,  giacché  vuole  espri- 
mere il  principale  attributo  dell' amore,  la  volubilità,  e  quindi 
amore  si  finge  alato.  Le  grue  volentieri  si  uniscono,  ed  in- 
sieme fan  passaggio  alle  calde  regioni  :  dalle  grue  si  è  tratta 
la  parola  — congruo  —  perche  io  dissi  maestro  o  Virgilio, 
chi  son  quelle  genti  chi  sono  quegli  spiriti  che  quali  l  aere 
nero  V  aria  nera ,  e  turbinosa  così  punisce.  La  prima  è  Semira- 
mide. Secondo  Giustino,  Nino  re  degli  assiri  figlio  del  primo  Be- 
lo mosse  guerra  ai  vicini,  e  domò  i  popoli  coir  armi  fino  ai  con- 
fini della  Libia.  Morì  lasciando  un  figlio  dello  stesso  suo  nome, 
e  la  moglie  Semiramide,  dopo  54  anni  di  regno.  La  vedova  non 
volle  affidare  il  regno  al  troppo  giovane  figlio,  né  aperta- 
mente usurpare  il  trono,  giacché  le  varie  popolazioni  appena 
obbedivano  al  marito,  e  si  sarebbero  ad  una  donna  o  ad  un 
fanciullo  ribellate.  Simulò  pertanto,  e  si  finse  essa  stessa  il 
figlio  Nino,  ed  il  figlio  la  madre,  locchè  riusciva  facilis- 
simo, perchè  madre,  e  figlio  erano  somigliantissimi  di  figura, 
di  voce,  e  di  lineamenti.  Assunse  paludamento,  che  braccia, 
gambe,  e  capo  nascondessero,  e  per  allontanare  ogni  so- 
spetto promulgò  legge  che  ognuno  del  popolo  assumesse  ve- 
ste consimile,  come  tutti  la  indossarono.  Così  fu  tenuta  per 
maschio  fin  dai  primi  momenti ,  ed  infatti  operò  cose  mara- 
vigliosamente maschili,  quali  compiute,  si  manifestò  al  po- 
polo per  quello  che  era,  e  palesò  i  motivi  di  tale  simulazione. 
Né  la  manifestazione  diminuì  la  di  lei  gloria,  che  invece  la 
crebbe ,  perchè  donna,  non  solo  superò  le  altre  del  suo  sesso, 
ma  ben  anche  gli  uomini  più  illustri,  e  valorosi.  Semiramide 
fabbricò  Babilonia,  e  la  cinse  di  altissime  mura:  non  contenta 
dei  confini  del  regno  ereditato  dal  marito,  portò  la  guerra 
nell'Indie,  non  mai  prima  di  lei  penetrate  da  alcuno,  infuori 


152  INFERNO 

che  da  Alessandro  Magno.  Finalmente  ardendo  di  dividere  il 
talamo  col  figlio  suo,  fu  dal  medesimo  figlio  uccisa,  dopo  aver 
regnato  42  anni.  Dante  pone  per  la  prima  Semiramide,  e  per 
lussuria,  e  perchè  Imperatrice  di  Oriente  dove  sembra  aver 
sede  la  lussuria,  e  perchè  ebbe  impero  in  Babilonia  madre  di 
fornicazione,  se  prima  da  Semiramide,  poi  fu  governata  da 
Sardanapalo  il  re  più  lussurioso  di  tutti  gli  uomini. 

Questi  Virgilio  mi  disse  alota  allora  la  prima  di  color 
di  cui  tu  voi  saper  novelle  fu  imperatrice  di  molte  favelle 
ebbe  molte  nazioni  sotto  di  sé,  o  perchè  ivi  nacque  confusio- 
ne delle  lingue,  sicché  per  Babilonia  s' intende  confusione, 
come  si  dirà  nel  XXXI  canto.  Semiramide  fece  tre  cose  mara- 
vigliose.  Fabbricò  la  maravigliosa  Babilonia  cingendola  di  al- 
tissime mura.  Condusse  il  Tigri,  e  l'Eufrate,  grossi  ss  imi  fiu- 
mi sulle  terre  in  prima  deserte,  e  secche,  come  attesta  Pom- 
ponio Mela. —  Faceva  costruire  un  luogo  di  piacere,  mentre 
ebbe  notizie  di  ribellione  in  Babilonia;  demolito  tal  luogo, 
prese  le  armi,  e  corse  contro  i  ribelli,  e  fortuna  ajutò,  per- 
chè durante  il  di  lei  impero,  non  fu  più  costrutto  quel  locale 
di  piaceri  disonesti  fu  si  rotta  a  vitio  di  luxuria  che  fece  il 
libito  licito  per  leggi  promulgate  da  lei  faceva  sembrare  le- 
cito, e  legittimo  ogni  libidinoso  appetito.  Dice  Orosio  che  Se- 
miramide come  ardente  di  libidine  era  sitibonda  di  sangue, 
perchè  faceva  uccidere  quelli ,  che  giacevano  con  lei  per  tor- 
re il  biasmo  in  che  era  condotta.  Per  togliersi  quell'infamia 
nella  quale  era  caduta  fece  una  legge,  che  ciascuno  potesse, 
superando  il  ribrezzo  di  natura  contrarre  matrimonio  fra  pa- 
dre e  figlia,  tra  figlio  e  madre,  tra  fratelli  e  sorelle.  Il  nome 
di  legge  qui  si  prende  abusivamente  per  comando,  perchè  o- 
gni  legge  deve  esser  santa  nel  senso  di  prescrivere  le  oneste, 
e  condannare  le  disoneste  azioni,  ella  e  Semiramis  di  cui  si 


CANTO  V.  153 

legge  presso  molti  autori  che  succedette  a  Nino  e  fu  sua  spo- 
sa per  distinguerla  da  Nino  figlio,  che  successe  alla  stessa  Se- 
miramide, che  vilmente  cambiò  sesso  con  lei,  e  visse  vita  con 
donne  tenne  la  terra  che  l  Soldati  corregge.  Ma  Semiramide 
non  ebbe  mai  impero  in  quella  parte  in  cui  impera  il  Solda- 
no, e  quella  Babilonia  è  stata  fabbricata  molti  secoli  dopo,  ed 
è  nell'Egitto,  mentre  la  prima  era  in  Assiria ,  e  la  Babilonia 
di  Egitto  ha  mille  anni  di  meno  di  quella.  La  prima  fu  fab- 
bricata da  Nembrot  se  vogliamo  stare  alle  sacre  carte;  la  se- 
conda da  Cambise  secondo  re  de' Persiani:  la  prima  fu  di- 
strutta da  Ciro,  ed  oggi  è  deserto  abitato  da  serpenti:  la  se- 
conda è  adesso  in  gran  fiore,  e  vi  regna  il  Soldano.  Ma  per 
iscusar  Dante  diremo,  che  intese  significare  avere  Semirami- 
de ampliato  il  suo  regno  sino  alla  terra  che  regge  il  Soldano, 
giacché  essa  ebbe  l'Egitto  sotto  di  sé.  É  lo  stesso  che  abbia 
detto — Semiramide  non  solo  imperò  in  Babilonia  antica,  ma 
ben  anche  dove  oggi  è  l'altra  Babilonia,  cioè  in  Egitto. 

L  altra  Didone.  Quanto  descrive  Virgilio  di  tal  regina  è 
tutto  immaginoso,  giacché  per  testimonianza  di  s.  Agostino 
Enea  venne  in  Italia  300  anni  prima  di  Didone.  Anche  la  stes- 
sa Didone  non  si  uccise  per  disonesto  affetto  tradito,  ma  per  le- 
gittima fedeltà,  perchè  cioè  Jarba  re  africano  cercava  la  di  lei 
mano  con  ogni  modo  di  coazione,  ed  essa  sdegnando  di  stringe- 
re altri  nodi ,  e  non  potendo  reggere  alle  insistenze  del  nuovo  a- 
matore,  prescelse  morire  e  si  passò  il  cuore  con  una  spada.  In- 
vece che  lussuriosa  fu  anzi  Didone  pudicissima,  come  ne  attesta 
s.  Girolamo  confutando  Gioviano.  Ma  quale  fu  dunque  il  motivo 
della  finzione  di  Virgilio?  Molti  furono  i  motivi,  non  uno  solo: 
volle  mostrare  che  l' impero  romano  doveva  estendersi  a  tutto 
il  mondo,  e  quindi  volle  che  Enea  avesse  tre  mogli,  una  in  A- 
sia  Creusa  figlia  di  Priamo,  una  in  Italia  Lavinia  figlia  di  La- 


I 


154  INFERNO 

tino,  una  in  Africa  Didone,  perchè  quanto  è  della  moglie  ap- 
partener debbe  al  marito:  voleva  mostrare  la  ragione  del- 
l'odio implacabile  fra  Cartagine  e  Roma,  e  perciò  alla  par- 
tenza di  Enea  Virgilio  fa  dire  a  Didone  lidi  a  lidi  ecc.  moral- 
mente  parlando  poi  Enea  si  ha  per  amante  di  virtù,  e  per  que- 
sto si  vuole  figlio  di  Venere,  il  quale  volgendo  verso  l' Italia, 
cioè  tendendo  a  virtù  in  cui  quietare  dopo  tante  vicende ,  vie- 
ne trasportato  da  tempesta  fuori  del  retto  sentiero,  e  trovasi 
in  Libia,  cioè  preso  da  libidine,  tanto  più  che  l'Africa  caldis- 
sima figura  la  lussuria,  ed  ivi  preso  da' piaceri  sensuali  si 
scorda  dell'onorato  proposito,  né  sa  trarsi  dal  suo  stato  se 
non  per  grazia,  e  soccorso  divino.  Ecco  perchè  Virgilio  in- 
troduce Mercurio  messaggiero  di  Giove  a  trarlo  da  quegl'in- 
canti,  ed  a  rimetterlo  nella  retta  via,  dalla  quale  erasi  dipar- 
tito. E  Virgilio  stesso  è  in  qualche  modo  scusabile  di  avere 
cambiata  un'onestissima  vedova  in  una  meretrice;  imperoc- 
ché egli  non  trovava  regina  nell'Africa  più  adatta  al  suo  in- 
tento, ma  ciò  non  può  togliere  il  rammarico,  che  tal  chiaris- 
sima regina  sia  stata  tanto  indegnamente  infamata.  Semira- 
mide lussuriosa  fondò  l'impero  assiro;  Didone  pudica  fondò 
l'impero  di  Cartagine  sempre  emulo  del  romano  l altra  e  co- 
lei  che  si  ancise  amorosa  Didone  che  si  uccise  per  l' amore 
tradito  da  Enea  e  ruppe  fede  al  ciner  di  Sicheo  Sicheo  marito 
di  Didone  fu  ucciso  da  Pigmalione  fratello  di  Didone  come 
nel  canto  XX  del  Purgatorio  dove  si  dice  noi  ripetiam  Pigma- 
lione alotta.  Dopo  la  morte  di  Sicheo  Didone  aveva  fatto  voto 
di  non  passare  a  seconde  nozze,  voto  che  secondo  Virgilio 
violò  al  ciner  alla  memoria  di  Sicheo  :  le  salme  si  bruciava- 
no,  e  le  ceneri  si  conservavano  dentro  urne  dette  cinerarie,  e 
Didone  rigorosamente  si  sarebbe  dovuta  porre  fra  le  anime 
disperate  che  si  uccisero  di  propria  mano,  ma  Dante  ebbe  più 


CANTO  V.  155 

riguardo  alla  causa  dell'uccisione,  all'amore,  e  come  amo- 
rosa la  mette  fra  le  lussuriose. 

Poi  Cleopatra  bellissima ,  ed  astutissima  regina  di  Egit- 
to, che  ricuperò  di  per  sé  stessa  il  suo  regno,  imperocché 
vinse  Cesare  vincitore  di  tutti  i  re,  tenne  magnificamente 
l'impero,  lo  difese  valorosamente,  eroicamente  lo  perdette. 
Non  pertanto  l'autore  qui  la  pone  principalmente  per  la  lus- 
suria poi  dopo  Semiramide  e  Didone  e  Cleopatra  lussuriosa 
Cleopatra  poi  non  fu  adultera  se  non  con  Cesare,  dal  quale, 
come  prezzo  di  libidine,  ricuperò  il  regno  di  Egitto.  Il  frate) 
suo  Tolomeo  le  fu  legittimo  marito,  locchè  le  era  permesso 
dalle  proprie  leggi  :  anche  Antonio  le  fu  legittimo  marito.  Dante 
la  pone  lussuriosa,  perchè  vinto  dall'autorità  di  Tacito,  che 
dice  —  lei  essere  stata  adultera  con  tutti  i  re  dell'  Oriente.  — 
Cesare  pure  fu  adultero  con  molte  donne,  e  non  pertanto  s' in- 
nalza al  cielo  per  le  altre  virtù,  e  per  conseguenza  neppure 
Cleopatra  se  fosse  stata  adultera  con  molti  re ,  poteva  met- 
tersi in  dimenticanza  per  le  altre  sublimi  qualità,  che  la  re- 
sero illustre. 

Elena  altra  regina  più  di  tutte  famosa,  soltanto  amoro- 
sa, e  priva  di  altre  virtù.  Elena  fu  la  più  bella  di  tutta  Gre- 
cia: Omero  innalza  a  cielo  la  di  lei  bellezza.  Fu  prima  rapita 
da  Teseo  ancora  fanciulla,  e  tosto  ricuperata  dai  fratelli,  per 
cui  Ovidio  —  si  creda  vergi n  resa  da  ardito,  ed  ardente  gio- 
vane! —  Fu  rapita  la  seconda  volta  da  Paride,  pel  che  nacque 
la  lunga,  atroce,  decennale  guerra  di  Troja.  per  cui  tanto 
reo  tempo  si  volse  perchè  la  guerra  operata  da  tanti  re  fu 
terribile,  e  desolante  non  tanto  per  gli  assediati,  quanto  per 
gli  assedianti  :  dice  dei  primi  Virgilio  non  dieci  anni  domar 
non  mille  navi.  Ovidio  con  tanta  guerra  che  si  cerca  mai  — 
fuor  di  adultera  vile?  Pure  tal  serpe  velenosissima,  tal  face 


156  INFERNO 

di  discordia  fu  restituita  incolume  a  Menelao  marito,  che  ad 
onta  di  perpetua  ignominia,  la  riebbe,  la  ritenne,  la  riamò. 

E  vidi  Achille.  Costui  stuprò  Daidamia,  rapì  Briseide,  di- 
venne furente  amatore  di  Polissena  figlia  di  Priamo,  moglie 
di  Ettore.  Fu  saettato  furtivamente  da  Paride ,  drudo  vilis- 
simo.  Finge  Omero,  che  Achille  fosse  invulnerabile  fuor 
della  pianta  de*  piedi ,  volendo  significare  .che  non  poteva  vin- 
cersi se  non  se  coir  amore,  figurando  il  piede  l'amore  nel- 
l'uomo. L'autore  poi  si  contenta  di  nominare  Achille  invece 
di  tanti  altri,  e  perchè  niuno  più  chiaro  in  armi  di  lui, e  per 
mostrare  che  anche  gli  eroi  quando  cadono  in  lussuria,  muo- 
jono  turpemente.  Ettore  all'  incontro  men  forte  di  Achille,  fug- 
gendo dalle  reti  di  lussuria,  morì  gloriosamente  sul  campo. 
Vogliono  alcuni  che  Achille  amasse  Patroclo  disonestamente, 
tocche  è  falso ,  come  altrove  sarà  chiaro.  Colle  fiamme  vien 
punita  la  lussuria....  e  vidi  il  grande  Achille  che  con  amore 
alfine  combatteo  sempre  innamorato  trattò  le  guerre:  una 
volta  sola  le  sospese,  perchè  Agamennone  gli  aveva  rapito  Bri- 
seide. 

Vidi  Paris  Paride  uccisore  di  Achille.  Costui  poteva  chia- 
marsi piuttosto  soldato  di  Venere,  che  di  Marte,  perchè  bel- 
lissimo, vano,  e  vago:  vestiva  pelle  di  pardo,  simbolo  di  lus- 
suria: portava  turcasso,  e  dardi,  ed  era  agilissimo  saettatore 
al  pari  di  Cupido:  vivea  vita  molle,  il  perchè  Omero  nel  primo 
dell'  Iliade  pone  che  Ettore,  ed  Elena  lo  sgridino,  perchè  fug- 
giva. Egli  giudicò  del  pomo  in  favore  di  Venere,  sprezzata 
Pallade,  e  Giunone,  indicando,  che  giovane  tutto  amore, 
sprezzata  la  sapienza ,  e  la  ricchezza ,  poneva  ogni  cura  nel 
pomo,  ossia  nel  diletto  sensuale. 

Tristano  fu  adultero  colla  moglie  di  suo  zio  paterno  Marco 
di  Comovaglia  per  nome  Isotta  la  bionda.  Mentre  era  stretta- 


CANTO  V.  t57 

mente  abbracciato  con  Isotta  fu  trapassato  da  dardo  avvelenato 
insieme  con  lei  per  opera  del  marito,  e  nell'atto  di  spirare, 
imprimendole  fervidi  baci,  morì.  L'autore  pose  anche  Tri- 
stano perchè  il  notissimo  amore,  e  la  singolare  di  lui  morte 
servivano  al  proprio  scopo.  Forse  volle  far  conoscere  che 
aveva  anche  presenti  le  storie  volgari  et  Me  Virgilio  mo- 
strommi  a  dito  più  di  mille  ombre  per  dir  tutto  in  poche 
parole  eh  amor  da  nostra  vita  dipartale  amore  fu  cagione 
della  loro  morte. 

Poscia  eh  io  ebbi  quarta  parte  generale.  Storia  di  due 
moderni  lussuriosi.  Dante  era  molto  commosso  alla  vista  de' 
lussuriosi,  e  loro  pene, perchè  esso  stesso  non  era  stato  lon- 
tano da  vizio  tale.  Pietà  mi  giunse  e  fui  quasi  smarrito  po- 
scia eh  io  ebbi  udito  il  mio  doctore  Virgilio  nomare  mostrarmi 
ad  una  ad  una  le  donne  antiche  Didone,  Semiramide,  Cleo- 
patra, le  quali  erano  adorne  di  tanta  virtù  macchiate  da 
turpe  libidine,  et  cavalieri  Achille,  Paride  ecc.  superati  dalla 
forza  d'amore  io  cominciai  a  dimandare  o  poeta  Virgilio  io 
parlerei  volontieri  a  que*  due  —  che  insieme  stanno  sodati 
volontieri  conoscerei  que'due  così  uniti  epareno  esser  si  le- 
gieri  al  vento  così  trasportati  dalla  bufera,  o  vento  di  lussu- 
ria; ovvero  sembravano  tanto  innamorati,  giacché  l'amore  è 
lieve,  e  quindi  si  figura  nudo,  alato ,  cieco,  fanciullo ,  fare- 
trato, con  questi  cinque  attributi  descrivendosi  l'amore  et 
etti  Virgilio  mi  disse  vedrai  quando  saranno  più  presso  a 
noi  quando  passeranno  più  vicini  a  noi  e  tu  allor  li  prega 
prega  que'  due  per  quel  amor  che  li  mena  e  quei  verranno 
è  regola  per  pregare  con  efficacia  ricordare  cose  le  più  care 
ai  pregati  movi  la  voce  io  Dante  seguendo  il  consiglio  del 
duce  dissi  loro  o  anime  affannate  così  prese  dall'amore  ve- 
nite parlar  a  noi  s  altri  noi  nega  se  potete  fermarvi  a  par- 


i 


158  INFERNO 

lar  con  noi  venite  si  tosto  come  il  vento  a  noi  li  piega  quando 
il  vento  li  trasporterà  verso  di  noi  — Giovanni  Sciancato  così 
detto  perchè  zoppo,  della  città  di  Rimino,  figlio  di  Mala  testa 
seniore,  che  primo  tenne  il  dominio  di  Rimino,  uomo  de- 
forme, di  animo  audace  e  feroce  prese  in  moglie  Francesca 
figlia  di  Guido  da  Polenta  signore  di  Ravenna,  donna  bellis- 
sima, e  vaghissima.  Aveva  prima  arso  d'amore  per  lei  Paolo 
fratello  di  Giovanni,  di  amabilissimo  aspetto,  e  di  maniere 
gentili,  e  cavalleresche,  e  conversando  senza  sospetto  per  ra- 
gione di  parentela  con  Francesca,  leggeva  un  giorno  con  lei,  e 
nella  di  lei  camera,  un  libro  volgare  della  Tavola  Rotonda,  in 
cui  era  scritto  come  Lancilotto  fosse  preso  d'amore  per  la  re- 
gina Ginevra,  e  come,  mezzano  il  principe  Galeotto,  convenis- 
sero insieme  in  un  dato  luogo,  e  scopertosi  l'amore  fosse  ba- 
ciato dalla  stessa  regina.  Francesca,  e  Paolo  giunti  a  tal  passo, 
tanta  commozione  sentirono,  che,  deposto  il  libro,  si  bacia- 
rono entrambi,  e  giunsero  ad  altro  conseguente.  Sorpresi  dal 
marito  Giovanni  avvisato  da  un  famigliare,  tutti  due  insieme, 
e  nello  stesso  luogo  colla  spada  trafisse  et  etti  duo  que'  duo 
spiriti  usciron  dalla  schiera  ov  e  Dido  amorosa  venendo  a 
noi  per  l  aere  maligno  si  tolsero  dalla  schiera  ove  era  Di- 
clone,  e  venner  verso  di  noi  spinti  dalla  bufera  cotali  quali 
colombe  chiamate  dal  voler  spinte  da  naturale  appetito  ven- 
gon  per  l  aere  portate  dal  desio  —  con  l  ali  alzate  e  ferme 
al  dolce  nido  dove  hanno  i  loro  figli  implumi  si  forte  fo 
l  affectuoso  grido  tanto  fu  efficace  la  mia  preghiera  per  l' a- 
more.  Bellissima  similitudine!  La  colomba  dedicata  a  Venere 
madre  di  Amore,  rappresenta  la  lussuria  ed  è  la  colomba  lus- 
suriosissima. La  colomba  è  feconda,  ed  è  scordevole  de' figli, 
i  quali  rapiti,  essa  rifa  il  nido  nel  luogo  stesso:  del  pari  il 
lussurioso  colpito  da  ingiurie  o  di  persona  o  di  fama,  tutto 


CANTO  V.  159 

scorda  per  tornare  air  amica,  né  vede  i  suoi  danni,  e  rompe 
i  vincoli  di  sangue  per  soddisfare  al  senso  furente,  come  Ca- 
rlina che  uccise  il  proprio  figlio  per  possedere  Oretilla,  se 
vogliam  credere  a  Valerio.  E  quante  femmine  per  lussuria 
non  uccisero  i  propri  bambini  con  modi  barbari ,  ed  inauditi? 
Virgilio  nelle  buccoliche  esclama  —  Il  crudo  amore  insegnò 
alle  madri  di  macchiarsi  le  mani  nel  sangue  de' figli.  La  co- 
lomba è  nunzia  di  pace,  amica  di  consorzio,  mansueta,  blanda, 
umile,  trattabile,  caratteri  tutti  dell' amore;  anzi  l'amore  è 
di  tanto  potere  che  rende  blandi  perfino  i  serpenti ,  come  at- 
testa Ambrosio  da  Murena,  o  animai  gratioso  e  benigno  così 
Francesca  a  Dante  se  fosse  amico  il  re  dell  universo  se  Dio 
fosse  tanto  pietoso  d' ascoltare  le  nostre  preci  noi  pregheremo 
lui  de  la  tua  pace.  In  tal  modo  Francesca  si  captiva  la  bene- 
volenza augurando  altrui  ciò,  di  cui  essa  tanto  abbisognava 
de  la  tua  pace  vale  a  dire ,  che  in  pace  e  quiete  compia  il 
tuo  lavoro ,  e  te  guidi  a  porto  di  pace  da  eh  ai  pietà  del  no- 
stro mal  perverso  dacché  hai  compassione  del  nostro  amore, 
e  del  nostro  tormento,  noi  udiremo  quanto  voi  ci  direte  epar- 
leremo a  voi  interrogati  che  siamo  di  quel  che  ve  piace  udire 
e  de  parlare  di  ciò  che  bramate  sapere  mentre  che  il  vento 
si  tace  finché  il  vento  cesserà ,  e  non  spirerà  tanto  come  fa 
ora.  Sembra  che  Dante  si  contraddica  in  questo  passo ,  aven- 
do detto  superiormente,  che  era  impossibile  quiete  a  quegli 
spiriti,  ed  ora  li  mette  quasi  in  riposo,  ma  la  paura  serve  ad 
accrescere  maggiormente  il  loro  tormento,  se  non  altro  col 
confronto  del  senso,  sede  la  terra  dove  nata  fui  dice  Fran- 
cesca ,  la  mia  patria  fu  Ravenna  antichissima  città  sede  è  si- 
tuata su  la  marina  sul  mare  Adriatico.  Ravenna  è  distante 
due  o  tre  miglia  dal  mare,  e  dodici  miglia  dal  punto  in  cui 
il  Po  si  scarica  nel  mare  dove  l  Po  discende  il  Po  si  scarica 


1 60  INFERNO 

nel  mare  in  luogo  che  si  chiama  Priraaro  per  haver  pace  i 
seguaci  suoi  coi  fiumi  confluenti ,  imperocché  se  il  Po  non  si 
scaricasse  nel  mare,  sempre  i  fiumi  reluterebbero,  e  gli  fa- 
rebbero contrasto.  Il  Po  secondo  Virgilio  è  il  re  dei  fiumi: 
scorre  per  mezzo  alla  Lombardia  e  raccoglie  le  acque  tutte 
de'  fiumi  che  scendono  dalla  destra,  e  sinistra,  e  tutte  le  tras- 
porta al  mare  per  diverse  foci,  come  più  ampiamente  si  dirà 
nel  canto  XVI  del  Paradiso. 

Amor  eh  al  cor  gentil  ratto  s  aprende  Francesca  narra 
che  Paolo  erasi  prima  innamorato  di  lei,  e  per  iscusa propria 
aggiunge  che  desso  era  nobile  e  bello ,  e  quindi  facilmente  si 
accese  di  lei  egualmente  nobile,  e  bella.  Presto  poi  l'amore 
accende  un  cuor  gentile,  perchè  vivendo  nella  mollezza  è  più 
facile  alle  impressioni  di  amore:  in  genere  per  altro  l'amore  po- 
ne in  tutti  suo  regno,  onde  Virgilio  —  amor  in  tutti  uguale  — 
e  l'animale  lo  sente  per  conservazione  della  specie.  Come  pe- 
rò il  cavallo  più  è  nobile,  e  più  s'infiamma  e  non  rispettane 
freno,  né  guida,  del  pari  amore  è  più  ardente  in  nobile  cuo- 
re, che  ne' cuori  del  volgo,  prese  costui  Paolo  della  bella  per- 
sona mia  come  se  dicesse  —  Paolo  facilmente  doveva  esser 
preso  da  amore  per  me,  perchè  era  io,  ed  egli  era  bellissi- 
mo, ed  il  marito  mio  turpe  cha  me  fu  tolta  con  morte  violen- 
te e  l  modo  ancor  m  offende  mi  cagionò  infamia  nella  pena. 
Amore  poi  è  di  tanto  potere,  che  sempre  forza  la  persona  a- 
mata  a  riamare  amor  eh  a  nullo  amato  amar  perdona  a- 
more  che  non  lascia  che  alcun  amato  non  riami  mi  prese  del 
piacer  costui  si  forte  così  mi  strinse  a  compiacere  costui  di 
mia  persona  che  come  vedi  ancor  non  m  abbandona  perchè 
siamo  ancor  legati  da  amore  dopo  morte,  come  tu  vedi.  La 
sentenza  dell'autore  amor  che  a  nullo  amato  amar  perdona 
non  è  sempre  vera,  perchè  anzi  le  tante  volte  l'amato  reagi- 


CANTO  V.  161 

sce  con  odio,  ed  invece  di  reagire  molli  si  uccisero  come  scri- 
ve s.  Agostino  nella  Città  di  Dio,  e  vedemmo  nella  storia  di  Di- 
done,  che  si  uccise  per  noni  sposa  re  Jarba  che  ardentemente 
l'amava.  A  scusa  per  altro  di  Dante  diremo  ch'egli  volle  con- 
siderare più  l'affetto  in  sé,  di  quello  che  l'effetto.  Altri  lo  scu- 
sano interpretando,  che  volesse  esprimere  —  se  vuoi  essere 
amato,  ama  —  come  lo  fa  conoscere  nel  canto  XXII  del  Pur- 
gatorio; ma  allora  l'autore  parla  dell'amore  della  virtù,  e  la 
sentenza  è  vera  ;  ma  trattandosi  di  amore  di  voluttà ,  e  di  senso, 
la  sentenza  è  falsa.  Quanti  stalloni,  ribaldi,  deformi  non  a- 
mano  donne  virtuose,  belle,  e  perfino  regine?  Riameranno 
dunque  esse  tali  oggetti?  Secondo  il  parer  mio  Dante  deve  scu- 
sarsi, perché  mette  la  sentenza  in  bocca  di  Francesca  lussu- 
riosa, che  cerca  nella  sentenza  stessa  una  scusa,  come  av- 
viene spessissimo,  quando  le  donne  sono  in  fallo  sorprese. 
Ella  pertanto  dice  —  non  era  un  angelo  impeccabile,  non  era 
un  sasso,  e  come  dunque  poteva  essere  insensibile  ad  un  a- 
matore  tanto  gentile,  ed  ardente  che  per  me  si  espose  a  tanti 
pericoli,  ed  infine  incontrò  la  morte?  amor  condusse  noi  ad 
una  morte  fu  eguale  la  colpa,  eguale  la  pena:  ma  chi  li  uc- 
cise, ossia  il  marito,  è  qui  nel  fondo  dell' Inferno,  dove  sono 
tormentati  nel  ghiaccio  gli  uccisori  de'  parenti  Cayna  attende 
così  chiamata  quella  parte  da  Caino  primo  uccisore  del  fratel 
suo  chi  vita  ci  spense  chi  noi  uccise,  cioè  Giovanni  sciancato, 
che  ambo  trafisse  con  una  spada  queste  parole  da  lor  ci  fuor 
porte  Francesca  nel  narrare  la  propria  aveva  narrata  anche 
la  storia  di  Paolo. 

Poscia  eh  io  ntesi  quelle  anime  offese  anime  travagliate 
perchè  offese  da  altri  chinai  l  viso  chinai  la  faccia,  o  piuttosto 
afflitto  nell'intelletto  et  tanto  il  tenni  basso  stupefatto  dal  rac- 
conto finche  l  Poeta  mi  disse  che  pensi  Virgilio  mi  disse  cosa 

R  A  MB  ALDI  —   VoL  1.  11 


162  INFERNO 

vai  pensando?  io  cominciai  o  lasso  io  allora  esclamai  ah  mi- 
seri, e  dolenti!  quanti  dolci  sospiri  che  il  sospiro  d' amore  è 
dolce  quanto  disio  quanto  ardente  affetto  meno  costoro  al 
doloroso  passo  al  punto  di  essere  sorpresi,  e  trafitti  quando 
rispuosi  perchè  non  aveva  potuto  rispondere  tosto,  alterato 
dalla  compassione  di  que'due  sventurati.  Dante  e  Virgilio  co- 
noscevano ambidue  la  forza  dell'amore.  Virgilio  nelle  bucco- 
liche scrive  —  tutto  vince  amore,  e  noi  tutti  cediamo  alP amo- 
re —  Oppongono  per  altro  alcuni ,  che  Dante  non  doveva  qui 
porre  tanta  oscenità.  Stolti!  e  chi  poteva  trattare  più  sublime- 
mente tale  materia? 

Poi  mi  rivolsi  quinta  parte  generale  a  loro  dopo  che 
ebbi  parlato  con  Virgilio  del  miserando  amore  di  costoro,  mi 
rivolsi  agli  stessi  due  spiriti  e  parlare  cominciai  captan- 
domi così  la  loro  benevolenza  o  Francesca  i  tuoi  martiri  i 
tuoi  affanni  mi  fanno  tristo  pel  dolore  e  pio  a  lagrimar  per 
compassione,  e  pietà,  ma  dimme  a  che  e  come  a  che  oggetto 
e  perchè  amor  concedette  permise  che  conoscessi  i  dubiosi 
disiri  in  qual  maniera  potesti  accorgerti  che  Paolo  così  ti 
amasse  essendoti  cognato  al  tempo  de*  dolci  sospiri  essendo 
stato  sempre  occulto  amatore?  e  quella  —  a  me  Francesca 
mi  rispose,  captivandosi  essa  pure  benevolenza  col  dire,  che 
le  era  troppo  amara,  e  dolorosa,  ma  pure  narrerebbe  a  me  la 
storia  nullo  e  maggior  dolore  che  ricordarsi  del  tempo  felice 
nella  miseria  ricordarsi  della  felicità  essendo  nella  sventura. 
Nobile  sentenza!  e  do  sa  il  tuo  doctore  Virgilio,  che  fu  spo- 
gliato de' suoi  beni,  insieme  con  altri  mantovani;  che  era  vis- 
suto in  tanta  fama,  e  grazia  di  Augusto,  e  dopo  morte  colpito 
dalla  indignazione  del  sommo  imperatore.  Ovvero  fu  detto 
allegoricamente,  perchè  Virgilio  rappresentando  la  ragione 
naturale  non  poteva  a  meno  di  non  saperlo,  lo  per  me  credo 


CANTO  V.  163 

che  Dante  abbia  posta  tale  sentenza  per  seguire  Virgilio  che 
fa  dire  ad  Enea  narrante  a  Didone  l'eccidio  di  Troja  sen- 
tenza consimile,  ma  io  diro  come  colui  che  piange  e  dice  par- 
lerò  piangendo  se  tu  hai  cotanto  affecto  tanto  desiderio  di  sa- 
pere a  conoscer  la  prima  radice  l'origine  del  nostro  amor 
Francesca  aveva  parlato  dell' afri  or  suo,  ma  non  come  nacque. 

Noi  legiavamo  un  giorno  per  dilecto  di  Lancilotto  no- 
bile, e  valoroso  giovane  come  amor  lo  strinse  verso  la  regina 
Ginevra.  La  lettura  di  libri  amorosi  eccita  a  libidine,  e  per 
questo  s.  Girolamo  proibisce  ai  chierici  simile  lettura  soli 
eravamo,  e  senza  alcun  sospecto.  L'occasione  e  l'opportu- 
nità fan  l'uomo  ladro,  eia  donna  disonesta:  fino  a  questo 
punto  la  fiamma  di  Paolo  era  stala  nascosta  per  più  fiale 
quella  lectura  ci  sospinse  gli  occhi  per  più  volte  alzando  gli 
occhi  c'incontrammo,  e  l'occhio  è  nunzio  di  lascivo  deside- 
rio secondo  s.  Agostino  e  scolorocci  l  viso  ci  fece  impallidire, 
ed  il  pallore  indica  amore  intenso  secondo  Ovidio  ma  solo 
un  punto  di  quella  lettura  fu  quel  che  ci  vinse  sebbene  il 
rossore  prima  ci  frenasse ,  Y  esempio  degli  altri  amanti  lo 
vinse.  Quando  legemo  il  disiato  modi  quella  regina  Ginevra 
esultante  di  desio  d  esser  baciata  da  cotanto  amante  da  Lan- 
ciotto questi  Paolo  che  mai  non  fia  da  me  diviso  che  sarà 
eternamente  mio  compagno  nel  dolore,  come  lo  fu  nell'a- 
more me  bacio  la  bocca  tutto  tremante  per  lo  slancio  della 
libidine  che  invadeva  tutte  le  membra  Galeotto  fu  il  mezzano 
di  Lancilotto  con  Ginevra  il  libro ,  e  chi  lo  scrisse  furono  i 
nostri  mezzani  quel  giorno  più  non  vi  legemo  avarile  la- 
sciammo la  lettura  per  altro  bisogno  più  vivo,  ovvero  perchè 
fummo  uccisi. 

Mentre  che  l'uno  spirto  Francesca  disse  questo  narrò  la 
storia  dell'amor  loro  l'altro  Paolo  piangea  si  tanto  forte- 


1 64  INFERNO 

mente  eh  io  venni  meno  si  com  io  morissi  come  preso  da 
sincope  delia  pietà  per  la  compassione  che  tutti  vinse  i  miei 
sensi  e  caddi  come  corpo  morto  cade.  Colla  finzione  della 
caduta,  per  la  pietà  di  Francesca,  e  Paolo,  Dante  rammenta 
quanto  accadde  a  lui  stesso  nell'amore  di  Beatrice.  Introdot- 
tosi occultamente  in  luogo  vicino  ad  un  convito,  ove  doveva 
assistere  la  sua  Beatrice,  per  caso,  ascendendo  una  scala  la 
incontrò:  colpito  dalla  presenza  inaspettata  di  lei  cadde  semi- 
vivo, e  trasportato  in  un  letto  stette  per  molto  tempo  privo  di 
sensi.  Qual  maraviglia  pertanto  che  in  questo  canto  abbia  egli 
così  altamente  sentito  dell'  amore? 


CANTO  VI. 


TESTO  MODERNO 


Al  tornar  della  mente,  che  si  chiuse 

Dinanzi  alla  pietà  de' due  cognati, 

Che  di  tristizia  tutto  mi  confuse  ;  3 

Nuovi  tormenti,  e  nuovi  tormentati 

Mi  veggio  intorno,  come  ch'io  mi  mova, 

E  come  eh'  io  mi  volga,  e  ch'io  mi  guati.  6 

lo  sono  al  terzo  cerchio  della  piova 

Eterna,  maledetta,  fredda,  e  greve: 

Regola,  e  qualità  mai  non  l'è  nova.  9 

Grandine  grossa  e  acqua  tinta  e  neve 

Per  l'aèr  tenebroso  si  riversa: 

Pute  la  terra  che  questo  riceve.  12 

Cerbero  fiera  crudele  e  diversa , 

Con  tre  gole  caninamente  latra 

Sovra  la  gente,  che  quivi  è  sommersa.  15 

Gli  occhi  ha  vermigli,  e  la  barba  unta  ed  atra, 

E  '1  ventre  largo,  e  unghiate  le  mani: 

Graffia  gli  spirti,  gli  scuoia  ed  isquatra.  18 

Urlar  gli  fa  la  pioggia  come  cani: 

Dell' un  de' lati  fanno  all'altro  schermo: 

Volgonsi  spesso  i  miseri  profani.  21 

Quando  ci  scorse  Cerbero  il  gran  vermo, 

Le  bocche  aperse,  e  mostrocci  le  zanne: 

Non  avea  membro  che  tenesse  fermo.  24 


166  INFERNO 

E  '1  duca  mio  dislese  le  sue  spanne, 
Prese  la  terra,  e  con  piene  le  pugna 
La  gittò  dentro  alle  bramose  canne.  27 

Qual  è  quel  cane,  ch'abbaiando  agugna 
E  si  racqueta  poi  che  '1  pasto  morde, 
Che  solo  a  divorarlo  intende,  e  pugna.  30 

Cotai  si  fecer  quelle  fauci  lorde 
Dello  demonio  Cerbero,  che'ntrona 
L'anime  si,  ch'esser  vorrebber  sorde.  33 

Noi  passavam  su  per  l'ombre,  eh' adona 
La  greve  pioggia,  e  ponevam  le  piante 
Sopra  lor  vanità,  che  par  persona.  36 

Elle  giacean  per  terra  tutte  quante, 
Fuor  eh'  una,  che  a  seder  si  levò,  ratto 
Ch'ella  ci  vide  passarsi  davante.  39 

0  tu,  che  se' per  questo 'nferno  tratto, 
Mi  disse,  riconoscemi,  se  sai, 
Tu  fosti  prima  eh'  io  disfatto,  fatto.  42 

Ed  io  a  lei:  l'angoscia,  che  tu  hai, 
Porse  ti  tira  fuor  della  mia  mente, 
Sì  che  non  par  ch'io  ti  vedessi  mai.  45 

Ma  dimmi:  chi  tu  se*, che'n  sì  dolente 
Luogo  se' messa,  ed  a  sì  fatta  pena, 
Che  s' altra  è  maggio,  nulla  è  sì  spiacente.         48 

Ed  egli  a  me:  la  tua  città,  eh' è  piena 
D'invidia  sì,  che  già  trabocca  il  sacco, 
Seco  mi  tenne  in  la  vita  serena.  51 

Voi  cittadini  mi  chiamaste  Ciacco: 
Per  la  dannosa  colpa  della  gola, 
Come  tu  vedi,  alla  pioggia  mi  fiacco.  54 

Ed  io  anima  trista  non  son  sola, 


CANTO  VI.  167 

Che  tutte  queste  a  simil  pena  stanno 

Per  simil  colpa;  e  più  non  fé  parola.  57 

lo  gli  risposi:  Ciacco,  il  tuo  affanno 

Mi  pesa  sì  eh' a  lagrimar  m'invita: 

Ma  dimmi,  se  tu  sai,  a  che  verranno  60 

Li  cittadin  della  città  partita  : 

S' alcun  v'è  giusto,  e  dimmi  la  cagione, 

Perchè  l' ha  tanta  discordia  assalita.  63 

Ed  egli  a  me  :  dopo  lunga  tenzone 

Verranno  al  sangue:  e  la  parte  selvaggia 

Caccerà  l' altra  con  molta  offensione.  66 

Poi  appresso  convien  che  questa  caggia 

Infra  tre  soli,  e  che  l'altra  sormonti, 

Con  la  forza  di  tal,  che  testé  piaggia.  69 

Alto  terrà  lungo  tempo  le  fronti, 

Tenendo  l' altra  sotto  gravi  pesi , 

Come  che  di  ciò  pianga,  e  che  n'  adonti.  72 

Giusti  son  due,  e  non  vi  son  intesi: 

Superbia,  invidia,  ed  avarizia  sono 

Le  tre  sorelle,  ch'hanno  i  cuori  accesi.  75 

Qui  pose  fine  al  lagrimabil  suono. 

Ed  io  a  lui:  ancor  vo'che  m'insegni, 

E  che  di  più  parlar  mi  facei  dono.  78 

Farinata,  e'1  Tegghiai,  che  fur  sì  degni, 

Jacopo  Rusticucci,  Arrigo,  e'1  Mosca, 

E  gli  altri  eh' a  ben  far  poser  gl'ingegni,  81 

Dimmi  ove  sono,  e  fa  ch'io  gli  conosca, 

Che  gran  desio  mi  stringe  di  sapere, 

Se  '1  ciel  gli  addolcia,  o  lo  'nferno gli  attosca.  84 
E  quegli:  ei  son  tra  l'anime  più  nere: 

Diversa  colpa  giù  gli  aggrava  al  fondo; 


1(')S  INFERNO 

Se  tanto  scendi  gli  potrai  vedere.  H7 

Ma  quando  tu  sarai  nel  dolce  mondo 

Pregoti  che  alla  mente  altrui  ini  rechi: 

Più  non  ti  dico,  e  più  non  ti  rispondo.  90 

Gli  diritti  occhi  torse  allora  in  biechi: 

Guardoni  mi  un  poco,  e  poi  chinò  la  testa: 

Cadde  con  essa,  a  par  degli  altri  ciechi.  03 

E  '1  duca  disse  a  me:  più  non  si  desta 

Di  qua  dal  suon  dell'angelica  tromba: 

Quando  verrà  la  nimica  podestà,  96 

Ciascun  ritroverà  la  trista  tomba , 

Ripiglierà  sua  carne,  e  sua  figura, 

Udirà  quel  che  in  eterno  rimbomba.  99 

Sì  trapassammo  per  sozza  mistura 

Dell'ombre,  e  della  pioggia,  a  passi  lenti, 

Toccando  un  poco  la  vita  futura.  102 

Perdi*  io  dissi:  Maestro,  esti  tormenti 

Cresceran  ei  dopo  la  gran  sentenza , 

0  fien  minori,  ó  saran  si  cocenti?  105 

Ed  egli  a  me:  ritorna  a  tua  scienza, 

Che  vuol,  quanto  la  cosa  è  più  perfetta, 

Più  senta  '1  bene,  e  così  la  doglienza.  108 

Tutto  che  questa  gente  maledetta 

In  vera  perfezion  giammai  non  vada; 

Di  là,  più  che  di  qua  essere  aspetta.  1 1 1 

Noi  aggirammo  a  fondo  quella  strada, 

Parlando  più  assai,  ch'io  non  ridico; 

Venimmo  al  punto,  dove  si  digrada: 
Quivi  trovammo  Pluto  il  gran  nemico.  115 


CANTO   VI.  169 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  de' golosi  puniti  nel  terzo  cerchio.  11  canto  può  di- 
vidersi in  quattro  parti  generali:  nella  prima  —  pena,  e  sup- 
plizio de' golosi,  e  custode  del  cerchio:  nella  seconda  —  uno 
spirito  moderno  molto  vizioso  nella  gola  noi  passamo  ecc: 
nella  terza  —  ricerca  dello  stato  di  Fiorenza,  e  di  alcuni  cit- 
tadini già  morti  io  li  rispuosi:  nella  quarta  -  inchiesta  se  nella 
risurrezione  si  accrescerà  la  pena  de' cattivi  il  duca  disse  ecc. 

Dopo  della  lussuria  l'autore  tratta  della  gola,  che  avreb- 
be dovuto  preceder  l'altra,  la  gola  offerendole  materia,  e  fo- 
mento; pur  non  ostante  si  punisce  dopo,  perchè  la  gola,  es- 
sendo più  grave  peccato,  tende  anche  maggiormente  al  centro. 
Natura  secondo  Aristotile  pose  in  due  sensi  maggior  diletto 
che  in  tutti  gli  altri,  nel  tatto  cioè,  e  nel  gusto;  nel  tatto  per 
la  conservazione  della  specie,  nel  gusto  per  la  conservazione 
dell'individuo.  Nel  tatto  il  diletto  è  anche  maggiore,  perchè 
la  natura  tende  più  a  conservare  la  specie  di  quello  che  l'in- 
dividuo: vediamo  anzi  nel  gusto  i stesso  de' cibi,  che  il  mag- 
gior diletto  è  nella  gola,  perchè  ivi  il  tatto  è  maggiore  che 
nella  lingua.  Un  filosofo  goloso  pregava  gli  Dei  che  gli  faces- 
sero un  gozzo  più  lungo  della  grue,  ma  non  pregò  che  gli  fa- 
cessero lingua  maggiore  del  bue. 

Io  mi  vegio  intorno  perchè  il  luogo  era  circolare,  e  Dante 
guardava  in  giro  novi  tormenti  altri  supplizi  diversi  et  novi 
tormentali  i  golosi  al  tornar  della  mente  tornando  a  con- 
templare, dopo  la  interruzione  del  cammino  per  la  pietà  di 
Paolo,  e  Francesca  che  se  chiuse  che  si  era  sospesa  davanti 
a  la  pietà  de  due  cognati  Paolo  era  fratello  del  marito  di  Fran- 
cesca che  lutto  mi  confuse  mi  turbò  come  eh  io  muova  in  qua- 
lunque parte  volga  lo  sguardo  e  eh  io  mi  volga ,  e  come  cìw 


170  INFERNO 

io  guati  in  qualunque  parte  getti  gli  occhi,  in  qualunque  con- 
templi. Dante  sempre  parlando  d'inferno  morale  finge  che  i 
golosi  giacciano  per  terra,  e  continua  pioggia  cada  sopra  di 
essi,  infradiciandoli  ed  infangandoli  io  sono  al  terzo  tìrchio 
de  la  piova  pioggia  qui  si  prende  in  senso  lato,  ed  esprime  qua- 
lunque vapore  cada,  acqua,  neve,  grandine  ecc.  eterna  conti- 
nua maledicta  perchè  la  gola  è  vizio  detestabile ,  vituperoso ,  i- 
gnominioso,  fredda  e  grave  le  indigestioni  si  generano  dai  Qibi 
freddi,  e  gravi ,  regola  e  qualità  mai  non  gli  e  nova  tal  pioggia 
seguita  sempre  nel  vizio,  e  quantunque  si  ritenga,  che  la  po- 
vertà lo  punisca  pure  non  lo  corregge  grandine  grossa  figuran- 
do le  fistole,  buboni,  podagra,  cbiragra  ecc.  aequa  tinta  umo- 
ri corrotti  neve  umori  frigidi,  reumatici,  catarri  ecc.  se  reversa 
per  l  aere  tenebroso  pel  sangue  guasto  del  goloso  pule  la  terra 
che  questo  riceve  come  la  terra  per  pioggia ,  così  il  corpo  del 
goloso  putisce  quasi  sepolcro,  onde  il  Profeta  —  il  loro  gozzo 
è  aperto  sepolcro  —  E  la  terra  è  più  fetente  quanto  più  lo 
sterco  proviene  da  cibi  sontuosi  al  dir  di  s.  Girolamo.  Alcune 
volte  anche  gli  uomini  piùsobrii  per  loro  posizione  sociale, 
per  nobiltà  di  casato  si  pascono  di  vivande  squisite,  e  non 
per  questo  possono  dirsi  golosi,  contemplando  Fautore  que' 
soli,  che  vivono  deliberatamente  con  tanta  lautezza,  e  pas- 
sione gastronomica  dà  sagri  fi  care  a  questa  ogni  altro  dovere, 
e  rispetto. 

Cerbero  si  finge  dai  Poeti' uno  degl'infernali  mostri  che 
stanno  alla  porta  dell'Inferno,  e  l'autor  nostro  per  Cerbero 
intende  significarci  il  vizio  della  gola  che  è  triplice  come  le 
tre  teste,  tre  bocche,  e  tre  latrati  di  Cerbero.  Alcuni  infatti  so- 
no golosi  in  quantità  qualunque  sia  il  cibo:  altri  sono  golosi 
in  qualità  correndo  dietro  a  cibi  i  più  saporitilo  delicati  seb- 
bene in  piccola  quantità;  altri  sono  golosi  nell'uno,  e  nell'ai- 


CANTO  VI.  171 

tro  modo.  Cerbero  esprime  —  voratore  di  carni  —  e  rende 
gli  uomini  somigliantissimi  agli  animali.  Macrobio  scrive — vo- 
luttà, e  lussuria,  e  gola  rendere  l'uomo  eguale  al  porco,  ed 
all'  asino  crudele  perchè  crudelmente  pervertisce  e  diversa  da- 
gli altri  mostri.  Quando  un  uomo  è  oppresso  dal  cibo,  e  dal 
vino  non  è  forse  un  mostro  terribile?  con  tre  gole  canino- 
mente  latra  con  trino  latrato  sopra  la  gente  che  qui  e  somer sa 
sopra  i  golosi  giacenti  per  terra  sotto  la  pioggia ,  e  nel  fango 
gli  occhi  ha  vermigli  colore  degli  occhi  degli  ubbriachi, 
onde  il  ditter io  degli  ubbriaconi  —  meglio  aver  gli  occhi  rossi 
dal  vino,  che  bianchi  dall'acqua  barba  unta  e  atra  unta  e 
sozza  e  l  ventre  largo  facendo  del  ventre  laguna  —  onde  il 
Profeta  —  de' golosi  il  ventre  è  Dio  et  unghiate  le  mani  per 
appressare,  e  ritenere  grafia  li  spirti  lacera  gli  spiriti  golosi 
et  disquarta  mette  a  quarti ,  a  brani  urlar  forzati  ad  urlare 
pel  tormento,  e  suol  dirsi  —  uno  boccone  e  due  guai  —  cioè 
ne' conti  de' golosi  un  disordine  vai  sempre  due  guai  la  piog- 
gia li  fa  urlare  come  cani  :  dal  un  di  lati  fanno  del  altro 
schermo  dell' un  fianco  fanno  difesa  all'altro  come  gl'infermi, 
i  quali  sperando  scemare  il  dolore,  e  trovar  quiete  si  volgono 
ora  sopra  l' uno ,  ora  sopra  l'altro  lato,  e  ciò  spesso  invece  di 
scemare  accresce  loro  la  pena  ahi  miseri  profani  miseri  go- 
losi, che  l'autore  chiama  profani,  cioè  non  sani,  ed  infedeli. 
Profano  si  ha  per  lontano  da  Fano,  ossia  lontano  dal  tempio, 
perchè  Fano  in  greco  significa  come  in  latino  tempio,  e  la 
s.  Scrittura  usava  del  termine  profanare,  quando  i  gentili  fa- 
cevano del  tempio ,  de'  luoghi  e  vasi  sacri  un  uso  privato.  In  tal 
senso  i  golosi  possono  a  ragione  dirsi  profani  comechè  fuggenti 
i  luoghi  di  fede,  e  prescelgono  invece  le  taverne,  gridando  che 
spesso  i  tempi  furono  fulminati,  eie  taverne  rare  volte,  ornai 
volgansi  si  volgono  ora  supini,  ed  ora  resupini  spesso. 


172  INFERNO 

Cerbero  el  gran  vermo  e  di  vero  non  vi  è  altro  mag- 
giore di  questo  —  e  figuratamente  la  gola  è  un  gorgo  profon- 
do, un  pelago  immenso  le  bocche  aperse  e  mostr orni  le  saune 
mostrommi  gli  organi,  che  servono  all'uso  della  gola  —  san- 
ne,  o  denti  quando  ci  scorse  ci  vide,  e  conobbe;  ma  perchè 
non  erano  golosi  da  punirsi  anzi  venivano  per  trionfar  della 
gola,  tanto  infuriò,  che  non  avea  membro  che  tenesse  fermo. 
allora  /  duca  mio  Virgilio  distese  le  sue  spane  le  palme  della 
mano  prese  la  terra  colle  mani ,  e  la  gitto  dentro  a  le  bramose 
canne  nelle  fauci  avide,  ed  ingorde  di  Cerbero  con  ambo  le 
pugna.  V  uomo  sapiente  colla  fredda  ragione  seda  le  tanle 
volte  P appetito  del  goloso,  e  lo  persuade  a  cibi  volgari,  e 
grossi,  e  a  dissetarsi  con  acqua,  come  usava  il  moderno 
poeta  Petrarca,  il  quale  mangiava  solo  carne  di  bue,  e  lasciava 
i  fagiani,  e  lo  stesso  Dante,  che  fu  sobrio  in  modo  singolare, 
e  gridava  tutto  giorno,  che  i  golosi  vivevano  per  mangiare, 
e  non  mangiavano  per  vivere,  quelle  facie  lorde  la  tre  faccie 
di  Cerbero  che  introna  le  anime  che  terribilmente  latra  sulle 
anime,  e  le  fa  latrare  si  che  vorrebbe  esser  sorde  per  non 
udire  quel  che  cane  fa  che  abbajando  agogna  latrando  si  sca- 
glia incontro  e  se  r acheta  poi  eh  il  pasto  morde  che  solo  in- 
tende e  pugna  a  divorarlo.  Bellissima  similitudine,  e  con- 
corrono tutti  i  caratteri:  il  cane  vuol  esser  solo  a  divorar  le 
ossa,  come  il  goloso  a  divorare  i  cibi:  vomita  il  cane  per  al- 
leggerire lo  stomaco,  e  ridestar  l'appetito,  ed  il  goloso  si  mette 
le  dita  in  gola,  e  vomita  il  primo  cibo  per  inghiottirne  altro 
che  ritiene  migliore,  come  narra  Svetonio  che  facesse  Nerone 
il  più  goloso  de' regnanti.  Anche  gli  ubbriachi  tengono  lo 
stesso  metodo,  come  scrive  Tullio  nelle  Filippiche  di  Antonio 
che  aveva  steso  un  libro  sulla  ubriachezza ,  e  nel  quale  con- 
fessa che  niuno  in  ubbriachezza  lo  aveva  superato  fuori  del 


CANTO  VI.  173 

figlio  dello  stesso  Tullio.  Il  cane  secondo  la  favola  abbandonò 
la  carne  vera  per  l' ombra ,  ed  i  golosi  molte  volte  lasciano 
la  propria  mensa  parca,  e  saporita  per  correr  dietro  ad  altra 
che  ha  maggior  nome,  e  spesso  si  trovan  delusi,  come  av- 
venne a  Ciacco,  del  quale  si  dirà  in  appresso. 

Noi  passavam  su  per  l  ombre  sopra  le  anime  che  aduna 
la  grave  piogia  che  la  pioggia  costringe  a  giacere  e  pone- 
vam  le  piante  sopra  hr  significando  che  i  sapienti  calca n  del 
piede,  o  sprezzano  i  golosi  cheparien  persone  e  può  inten- 
dersi in  due  modi  —  che  un'ombra  fosse  visibile,  e  passibile 
come  il  corpo  secondo  il  canto  XXV  del  Purgatorio ,  ovvero 
—  che  par  persona,  eppure  non  è,  perchè  sebbene  in  appa- 
renza sembrino  uomini,  pure  sono  bestie,  son  porci  immersi 
nel  fango  elle  giacean  per  terra  tutte  quante  fuor  che  una 
e  questa  era  l'anima  di  Ciacco  eh  a  seder  si  levo  era  tanto 
oppressa  da  malori,  che,  non  poteva  alzarsi  chea  sedere  ratto 
eh  ella  ci  vide  passar  davanti  appena  ci  scorse  che  passa- 
vamo. Al  tempo  di  Dante,  e  poco  prima  che  fosse  scacciato 
da  Fiorenza,  un  certo  per  nome  Ciacco  superò  tutti  nel  vizio 
della  gola:  uomo  d'altronde  placido,  onesto  ,  e  di  molti  ar- 
guti, e  piacenti.  Il  suo  ristretto  censo  non  potendo  soddisfare 
ai  bisogni  della  gola,  ei  si  mise  a  satirizzare,  con  tal  mezzo 
introducendosi  nelle  case  de' nobili,  e  ricchi,  onde  far  parte 
delle  laute  loro  mense,  correndo  sempre  dove  la  fama  indi- 
cava migliori  cibi,  e  bevande.  Di  lui  più  ampiamente  si  dirà 
nel  canto  Vili.  — Ma  perchè  Dante  scelse  un  ignoto,  ed  igno- 
bile vizioso,  invece  di  chiari  personaggi,  invece  di  principi? 
Perchè,  rispondiamo,  volle  trattare  di  un  vizio  vile  con  vili 
esempi.  Ed  è  poi  verità  di  fatto,  che  ne' principi  meno,  che 
ne' privati  predomina  questo  vizio.  Scelse  un  fiorentino,  che 


1 74  INFERNO 

conosceva,  e  sebbene  i  fiorentini  passino  per  sobri i  nel  cibo 
e  nel  bere,  pure  sono  estremamente  golosi. 

Ciacco  mi  disse  o  tu  o  tu  Dante  che  se  tracto  per  que- 
sto nferno  condotto  per  divina  grazia  da  Virgilio  recogno- 
scimi  se  sai  perchè  ti  sarà  difficile  ravvisarmi  tu  fosti  prima 
facto  che  io  dis facto  tu  nascesti  prima,  che  io  fossi  morto  et 
io  a  lei  io  Dante  risposi  a  queir  anima  l' angoscia  che  tu  hai 
la  tua  pena  forse  te  tira  fuor  de  la  mia  mente  forse  mi  toglie 
di  riconoscerti  si  che  non  par  che  ti  vedessi  mai  parmi  di 
non  averti  mai  veduto;  ovvero  intende  significare  che  il  vizio 
della  gola  tanto  deforma  da  non  riconoscere  le  persone,  come 
si  ha  prova  nelle  imagini  di  Tiberio  imperatore,  le  prime 
delle  quali  sono  dissimili  affatto  dalle  ultime.  La  crapula,  la 
ebbrezza  di  quel  vecchio  lussurioso,  e  goloso  gli  avevano  del 
tutto  cambiata  la  prima  fisonomia.  In  gioventù  cominciò  a 
farsi  prendere  dal  vino,  ed  i  compagni  suoi  per  ischerzo  lo 
chiamavano  —  Calidius  Biberius  Mero  —  Ma  dimmi  chi  tu  se 
come  ti  chiami  che  n  si  dolente  loco  se  messo  in  tal  pantano, 
e  sotto  la  grave  pioggia  et  hai  si  facta  pena  così  vergognosa 
che  nulla  altra  pena  dell'  Inferno  e  si  spiacente  molesta  s  al- 
cuna e  maggior  sebbene  altre  siano  maggiori.  In  verità  che 
poche  pene  saranno  moleste  al  pari  di  quella  che  costringe  a 
starsene  in  quel  luogo,  dove  si  scarica  il  peso  del  ventre  e 
della  vescica,  vomitandosi  addosso  il  cibo  inghiottito  et  ellia 
me  e  Ciacco  mi  rispose  la  tua  citta  Fiorenza  eh  e  piena  d'in- 
vidia si  che  già  trabucha  il  sacco  l'invidia  tanto  crebbe  in 
Fiorenza  che  è  inevitabile  alta  ruina:  11  sacco  troppo  pieno, 
o  crepa ,  o  cade,  seco  me  tenne  in  la  vita  serena  nella  vita 
mondana,  che  chiama  serena  a  differenza  di  quella  che  con- 
duce sotto  perpetua  pioggia,  neve,  e  grandine  —  e  vuol  ri- 
cordare così  che  al  tempo  di  sua  morte  Fiorenza  fioriva  in 


CANTO  VI.  175 

vita  tranquilla  voi  cittadini  mi  chiamaste  Ciacco  quasi  ciens 
cibos  —  et  io  mi  fiacco  alla  pioggia  m' infradicio  nelle  infer- 
mità, volgendomi  or  sur  un  fianco,  or  sur  un  altro  come  tu 
vedi  come  conosci  di  per  te  stesso  per  la  dannosa  colpa  de 
la  gola  la  gola  guasta  persona ,  sostanza ,  e  fama  et  io  anima 
trista  non  son  sola  scusa  comune  de' colpevoli  che  quest  al- 
tre a  simel  pena  stanno  —  per  simel  colpa  è  sollievo  ai  mi- 
seri d'aver  compagni  e  poi  non  fé  parola  e  tacque. 

Io  li  rispuosi  terza  parte  generale.  L'autore  ricerca  quello 
spirito  del  cambiamento  di  stato  di  Fiorenza  o  Ciacco  il  tuo 
affanno  il  tuo  marliro  mi  pesa  si  tanto  mi  pesa  nell'animo, 
quanto  te  grava  col  cruccio  eh  a  lagrimar  m  invita  mi  fa  ver- 
sar le  lagrime,  ma  dimme  a  che  verranno  li  cittadin  i  fio- 
rentini de  la  citta  partita  alcuni  spiegano  quel  partita  com- 
posta di  fiesolani,  e  romani;  ma  ciò  non  può  stare,  perchè 
Dante  qui  parla  di  civile  discordia  se  tu  sai  dubitando  così 
che  i  dannati  sappiano  il  futuro  s' alcun  n  e  giusto  se  vi  è  al- 
cun giusto  tra  quelli  e  dimmi  la  cagion  perche  tanta  discor- 
dia l  a  assalita.  Rispose  Ciacco  et  quelli  i  cittadini  della 
città  partita  verranno  alle  ferite,  alle  morti,  agli  esilii.  Nel- 
l'anno 1300  la  città  era  nel  maggior  fiore ,  e  potenza.  Ma  come 
spesso  accade,  la  troppa  prosperità  produsse  disordini ,  e  di- 
scordia. La  città  si  ripartì  prima  fra  i  nobili,  poscia  fra  quei 
del  popolo  in  due  fazioni  di  Bianchi,  e  di  Neri ,  e  la  divisione 
ebbe  origine  nella  città  di  Pistoja  nella  potente  casa  de'  Can- 
cellieri come  si  dirà  nel  canto  XXXII.  Il  morbo  contagioso 
passò  in  Fiorenza,  e  guastò  tutto  il  corpo  della  città  con  mali 
umori,  con  odi,  e  vendette,  perchè  al  dir  di  Valerio,  ogni 
vizio  non  ha  fine  dove  ebbe  la  origine.  Capo  di  parte  bianca 
fu  Nerio  de'  Cerchi,  i  quali  in  quel  tempo  arroganti,  e  superbi, 
perchè  ricchi,  e  potenti,  erano  da  poco  venuti  dentro  città. 


176  INFERNO 

Tenevano  le  più  numerose  società.  Capo  poi  della  parie  nera 
fu  Cursio  de' Donati,  che  non  avea  pari  in  Italia.  I  Donati  di 
antica  nobiltà ,  e  saggezza ,  non  avevano  però  molte  ricchezze, 
Il  partito  del  popolo  per  conseguenza  stava  coi  Cerchi ,  tanto 
più  che  mostravano  di  favorire  la  repubblica:  i  Donati  all'in- 
contro più  tendevano  al  dominio  assoluto.  Ma  Bonifacio  Vili 
per  evitare  gli  scandali  che  miaacciavansi  in  Fiorenza  fece 
avvertire  il  Nerio  che  facesse  pace  con  Cursio,  o  rimettesse 
tutto  a  lui,  promettendogli  che  lo  avrebbe  fatto  cardinale,  ed 
aggiunti  molti  altri  favori.  Nerio,  quantunque  prudente,  ri- 
cusò di  obbedire  al  papa ,  anzi  rispose ,  negando  di  aver  guerra 
con  alcuno,  e  così  senza  aver  nulla  concluso  tornò  a  Fio- 
renza. Per  dir  tutto  in  poco,  una  sera,  tutti  assistendo  ad  un 
banchetto,  nacque  lite  fra  vari  convitati  dell'una,  e  dell'al- 
tra parte:  nel  trambusto  fu  tagliato  il  naso  al  solo  Zeco  veri  no 
de' Cerchi,  e  tale  ferita  fu  il  principio  di  lutti  i  mali.  I  Cerchi 
invasero  le  case  de' Donati,  e  furono  vergognosamente  re- 
spinti. Poi  Cursio,  tenuto  consiglio  co' suoi,  mandò  un  messo 
al  papa,  per  ajuto  dal  re  di  Francia,  onde  reprimere  i  Cerchi. 
Scopertosi  il  messaggio  dall'altra  parte  fu  cacciato  in  esiglio 
con  molti  della  sua  parte.  Bonifacio  poi  sempre  ad  istigazione 
di  Cursio,  e  di  Gerione  de' Spini  provveditore  del  papa,  chia- 
mò di  Francia  Carlo  detto  senza  terra  fratello  di  Filippo  il 
bello,  allora  regnante,  e  che  poi  fece  morire  lo  stesso  Boni- 
facio. Carlo  si  presentò  a  Fiorenza  sotto  veste  di  paciere,  ed 
animato  dal  solo  oggetto  di  tranquillizzare  gli  animi  de' citta- 
dini; ma  prima  si  era  fermato  in  Carpi  con  cinquecento  cava- 
lieri per  assaggiare  la  prevalenza  della  fazione.  Ma  i  reggitori 
della  città  avendo  avuta  di  ciò  notizia,  gli  spedirono  incon- 
tro ambasciatori  ai  quali  Carlo  rispose,  riprotestando  non  ve- 
nire che  per  amore  di  pace:  e  per  coonestare  la  protesta  entrò 


CANTO  VI.  177 

colle  genti  senz'armi,  e  fa  ricevuto  con  incredibili  dimostra- 
zioni di  onore  nel  1301.  Ma  trascorsi  pochi  giorni,  chiese  il 
dominio,  e  la  forza  della  città  sotto  scusa  di  meglio,  e  più 
facilmente  arrivare  allo  scopo  della  pace;  poi  convocati  i 
priori,  i  nobili,  ed  il  popolo,  giurò  di  conservare  la  città  in 
buono,  e  pacifico  stato.  Fece  per  altro  l'opposto,  ad  istiga- 
zione anche  del  Musatto  fiorentino,  che  lo  aveva  accompa- 
gnato nel  viaggio  da  Francia  a  Fiorenza,  e  lo  aveva  spesato, 
e  lo  aveva  con  doni  corrotto.  Prima  per  altro  di  tentare  un 
colpo  decisivo  Carlo  mise  sotto  le  armi  la  gente  sua ,  ed  in- 
trodusse Cursio  de'  Donati  con  vari  amici.  Allora  Schiatta  de' 
Cancellieri  capitano  di  Fiorenza  offriva  ai  priori,  ed  ai  Cerchi 
di  andare  con  trecento  cavalieri  a  prendere  Cursio:  Ma  ilNe- 
rio  disse  —  lascialo  venire  —  perchè  molto  fidava  nel  favore 
e  furore  del  popolo,  il  quale  per  altro  era  senza  capo,  e  tutto 
spaventato.  Cursio  insomma  fu  accolto  senza  resistenza  fra  le 
acclamazioni  e  le  grida  di  gioja  —  viva  Cursio,  viva  Cursio  — . 
Egli  corse  alle  carceri,  e  liberò  i  detenuti:  i  priori  spaventati 
scapparono  di  palazzo:  il  popolo,  colta  l'occasione, saccheg- 
giava frattanto  le  case  de' Bianchi,  ed  il  saccheggio  durò  cin- 
que giorni  con  incalcolabile  ruina.  Tali  cose  operate  Carlo  ri- 
formò la  città  ad  arbitrio  suo,  ed  il  cardinale  d' Acqua s parta, 
altre  volte  stato,  e  mal  visto  in  Fiorenza,  tornò:  si  fecero  paci, 
e  matrimoni  forzati:  gli  uffizi  dati  promiscuamente:  ma  i  Neri 
sempre  forti  si  opponevano,  sicché  il  cardinale  tornò  indie- 
tro, e  lasciò  la  città  sotto  interdetto.  Poco  dopo  Simone,  figlio 
di  Cursio  giovane  valorosissimo,  uccise  Nicola  de'  Cerchi ,  e 
citò  alcuni  de' principali  della  parte  bianca  che  invece  di 
comparire  fuggirono,  alcuni  in  Arezzo,  altri  in  Pisa,  al- 
tri in  Pistoja,  unendosi  ai  Ghibellini  esuli  di  Firenze,  del 
numero  de' quali  fu  Dante.  Carlo  confiscò  i  beni  de' fuggiti, 
Rambaldi  —  Voi.  1.  u 


1 7$  INFERNO 

e  così  fu  umiliata  la  superbia  de' Bianchi  nel  1502.  Carlo  poi 
partì  da  Fiorenza,  e  con  Roberto  figlio  di  Carlo  II  passò  in  Sici- 
lia con  molti  soldati,  e  molte  navi;  ma  poco  dopo  se  ne  allon- 
tanò, facendo  pace  vergognosa,  e  tornò  in  Francia  con  poca 
parte  de 'soldati,  come  si  dirà  nel  canto  XX  del  Purgatorio. 

Et  quelli  a  me  Ciacoo  mi  rispose  —  i  fiorentini  divisi, 
e  discordi  verranno  al  sangue  allo  spargimento  di  sangue 
dopo  lunga  tenzone  dopo  lunghe  contese ,  e  zuffe,  e  fuori,  e 
dentro  e  la  parte  selvaggia  cacciera  l  altra  con  molta  o/- 
fensione.  Ritengono  ignorantemente  vari  che  Dante  qui  parli 
di  parte  guelfa,  e  ghibellina,  chiamando  i  Guelfi  gente  sel- 
vaggia, ribelle ,  inobbediente  all'  impero.  Ma  ciò  non  può  stare, 
perchè  i  Ghibellini  erano  stati  espulsi  molto  tempo  prima:  e 
non  potrebbe  interpretarsi  nemmeno  per  gli  espulsi,  giac- 
ché Dante  stesso  afferma  che  sarebbe  tornata  dopo  tre  anni, 
quando  la  parte  ghibellina  non  tornò  in  Fiorenza  più  mai.  L'au- 
tore adunque  non  potè  parlare  che  della  parte  bianca,  e  nera, 
tutte  due  guelfe  e  la  parte  selvaggia  la  parte  de'  Cerchi  che 
chiama  selvaggia  perchè  venuta  di  fuori  dalla  campagna  scac- 
cerà l  altra  l'altra  parte  dei  Donati ,  come  in  realtà  Cursio,  e 
molti  altri  furono  espulsi  con  molta  offensione  essendo  stati 
banditi  di  averi ,  e  persona,  poi  apresso  poco  dòpo  convien 
che  questa  cagia  questa  parte  selvaggia  echel  altra  sormonti 
la  parte  dei  Donati  che  soperch i  era  infra  Ire  soli  fra  tre  anni. 
Il  giro  del  sole  ne'  dodici  segni  ci  reca  l'anno,  con  la  forza  di 
tal  di  Carlo  senza  terra — qui  teste  piaggia  che  ora  sta  in  Pa- 
rigi ,  non  per  anche  in  procinto  di  venire  alta  terra  lungo  tem- 
po la  fronte  sarà  molt'  anni  in  potere*  due  anni  la  parte  de'  Cer- 
chi ;  la  parte  de'  Donati  cinque  anni  sino  alla  morte  violenta  di 
Cursio ,  di  cui  si  parlerà  nel  canto  XXIV  del  Purgatorio  tenen- 
do l  altra  parte  de' Cerchi  sotto  gravi  pesi  sotto  ferreo  giogo 


CANTO  VI.  179 

personale,  e  reale  come  che  di  ciò  pianga  sebbene  mi  dolga  di 
ciò  e  che  n  aonti  e  ne  abbia  vergogna,  che  cioè  tu  sia  di  tal  par- 
tito così  presto  perituro,  e  mal  volontieri  ti  preconizzi  queste 
cose,  essendo  io  dello  stesso  tuo  partito.  Dante  mette  tutto  que- 
sto in  bocca  di  Ciacco  perchè  questi  visitava  le  case  de'  nobili ,  e 
specialmente  dei  capi-partito  Cursio,  e Ner io,  e  quindi  meglio 
di  ogni  altro  poteva  saperle,  come  si  mostrerà  nel  canto  Vili. 

Ciacco  risponde  alla  seconda  inchiesta  giusti  son  due  ed 
intesero  alcuni,  che  l'autore  volesse  esprimere  —  diritto  ci- 
vile—  e  diritto  canonico  —  coi  quali  si  regola  il  genere  uma- 
no. Strana  interpretazione!  Quando  io  dimando  semplicemente 
se  in  una  città  vi  è  alcun  giusto,  per  naturale  interpretazione 
la  domanda  si  deve  riferire  a  persona ,  ed  allora  Dante  ha  vo- 
luto riferire  a  sé  stesso,  ed  a  Guido  Cavalcanti,  per  verità  in 
quel  tempo  due  astri  di  Fiorenza,  sebbene  taccia  il  nome.  Di 
Dante  niuno  vorrà  dubitare;  delle  qualità  poi  di  Guido  Caval- 
canti si  dirà  nel  canto X di  questo  libro,  e  nelPXI  del  Purga- 
torio. Nulladimeno  nascostamente  allude  et  non  vi  sono  in- 
texi  perchè  la  parte,  che  comandava  non  badò  ai  consigli  dei 
due  preaccennati,  e  de' loro  amici,  e  Guido  mandato  ai  con- 
fini morì:  giusti  eran  due  Dante,  e  Guido  et  non  vi  sono  in- 
teri non  si  badò  ai  consigli  loro,  o  partirono  superbia  invi- 
dia  et  avaritia  sono  le  tre  facelle  faville,  o  tre  vizi  eh  anno 
i  cuori  accesi  infiammati  gli  animi  al  furore,  qui  puose  fine 
al  lagrimabil  suono  perchè  infermo  parlava,  e  trattava  di 
lagrìmevole  materia. 

Et  io  a  lui  io  Dante  soggiunsi  —  sebbene  sii  oppresso,  e 
tormentato  —  ancor  vo  che  tumensegni  mi  dica  di  alcuni  pas- 
sati e  che  de  più  parlar  mi  faccia  dono  mi  faccia  qualche 
altro  racconto,  dimme  dove  sono  Farinata  el  Teghiaio  Fa-  « 
rinata  degli  Uberti  di  Fiorenza  capo  di  parte  Ghibellina ,  delle 


180  INFERNO 

cui  virtù,  e  gesta  si  dirà  nel  canto  X.  Teghiaio  degli  Adimari 
nobile,  e  prudente,  del  cui  consiglio  si  dirà  nel  XVI  dell'In- 
ferno, che  far  si  degni  furono  così  degni  di  onore,  e  di  lode. 
Non  ritenere  con  parecchi  che  Dante  in  questo  luogo  parli  iro- 
nicamente, perchè  sebbene  dannati  per  un  vizio,  ebbero  al- 
l'incontro virtù  che  li  resero  famosi  nel  mondo. 

Jacopo  Rusticucci  milite  prudente ,  e  liberale ,  plebeo  di 
origine,  di  cui  si  parlerà  nel  canto  XVI  e  l  Mosca  de' Lam- 
berti di  Fiorenza,  del  quale  si  dirà  nel  canto  XX  et  fa  che  ti 
conosca  perchè  non  voglio,  che  siano  dimenticati  che  gran 
disio  mi  stringe  di  sapere  ho  smania  di  conoscere  se  il  ciel 
liadolza  il  cielo  li  imparadisa  o  l'inferno  gli  atosca  o  l'in- 
ferno li  amareggia  e  tormenta.  Sono  in  dubbio  se  costoro  sia- 
no condannati,  o  salvi  perchè  ebbero  grandi  virtù, ma  insie- 
me grandi  vizi,  e  potevano  salvarsi  colla  penitenza  sugli  ul- 
timi di  loro  vita,  locchè,  ignoro,  se  abbiano  fatto,  e  quelli 
Ciacco  mi  rispose  ex  quegli  spiriti  che  nominasti  son  Ira  la- 
nimepiu  nere  tra  le  anime  più  nere  de' lussuriosi ,  e  golosi. 
Farinata  peccò  per  fede,  ritenendo  che  l'anima  muoja  insie- 
me col  corpo.  Jacopo,  ed  Arrigo  contro  natura:  Mosca  contro 
del  prossimo  diversa  pena  perchè  a  diverse  colpe  si  applica 
pena  diversa,  e  quindi  alcuni  son  puniti  col  fuoco,  altri  col 
ferro  come  sarà  chiaro  in  seguito  giù  H  grava  al  fondo  più 
verso  del  centro  perchè  più  gravemente  peccarono;  la  i potrai 
vedere  se  tanto  scenderai  se  arriverai  fino  a  loro,  ma  pregoti 
eh  alla  mente  altrui  mi  rechi  ma  ti  prego  di  richiamarmi 
alla  memoria  degli  uomini  facendo  di  me  ricordo  ne'  tuoi 
scritti  quando  tu  sarai  ai  dolce  mondo  al  mondo  de'  viventi , 
dolce  rispetto  al  mondo  de' morti,  giacché  in  quello  l'uomo 
può  meritare,  e  se  demerita  può  pentirsi,  e  riconciliarsi  con 
Dio.  torse  attor  gli  occhi  diritti  in  biechi  travolse  gli  occhi 


CANTO  VI.  181 

y  ii  ardo  mi  un  poco  e  poi  chino  la  testa  segno  degli  addolo- 
rati, e  quasi  dicesse  —  ahimè  misero  per  sì  vii  colpa  eterna- 
mente dannato!  cadde  con  essa  testa  a  par  degli  altri  ciechi 
cadde  giù  per  terra  fra  gli  altri  golosi,  che  sprezzarono  la  lu- 
cè della  ragione,  e  furono  ciechi  alla  luce  della  virtù. 

E  l  duca  quarta,  ed  ultima  parte  generale.  L' autore  parla 
della  risurrezione  in  una  digressione,  che  non  può  scusarsi 
se  non  dalle  parole,  più  non  si  desta  non  risorge  più  di  qua 
dalsuon  de  l angelica  tromba  di  qua  dal  dì  del  giudizio,  nel 
qual  giorno  l'angelo  griderà  —  sorgete  o  morti,  venite  al  giu- 
dizio —  quando  vedrà  la  nimica  podestà  la  podestà  di  Dio  a 
lui  nemica,  ed  agli  altri  dannati,  ma  amica  de1  buoni,  e  degli 
eletti  :  ovvero  starà  giacente  nella  pena  fino  al  giorno  del  giu- 
dizio, ed  allora  solo  risorgerà  cogli  altri  ciascun  rivedrà  la  tri- 
sta tomba  ogni  anima  rivedrà  il  proprio  sepolcro  —  tristo  — 
perchè  in  esso  giacque  il  corpo,  del  quale,  come  strumento 
si  servì  nel  peccare,  e  si  duplicherà  in  tal  modo  la  pena  ri- 
pigliera  sua  carne  e  sua  figura  vestirà  la  propria  carne , 
e  riassumerà  la  propria  figura  et  udirà  quel  la  sentenza  che 
rimbomba  che  risuona  —  andate  maledetti  al  fuoco  eterno. 

Si  trapassammo  parlando  della  resurrezione  per  sozza 
mistura  deli  ombre  e  della  pioggia  delle  anime  insozzate  da 
pioggia  e  malori  a  passi  lenti  pensatamente  procedendo  trae- 
tando  un  poco  de  la  vita  futura  erasi  detto  del  giorno  del 
giudizio,  e  quindi  erasi  destato  nell'autore  un  desiderio  di 
sapere,  se  le  pene  dei  dannati  si  darebbero  aumentate,  di- 
minuite, o  fossero  rimaste  come  prima,  dimme  maestro  dim- 
mi Virgilio  esti  tormenti  supplizi  de' golosi,  e  degli  altri  vizi 
cresceranno  ex  aumenteranno  o  fien  minori  o  scemeranno  o 
seran  cocenti  egualmente  tormentosi  dopo  il  giorno  del  giu- 
dizio finale?  e  quelli  a  me  Virgilio  rispose  retorna  a  tua 


182  INFERNO 

scientia  alla  filosofia  naturale,  nella  quale  sei  versato  che 
vuol  quanto  la  cosa  e  più  perfetta  —  più  senta  il  bene  e 
fa  conoscere  che  l'uomo  più  perfetto  del  giumento  sente, 
e  prova  più  diletto  dell'  animale  al  suono  della  lira  e  così  la 
doglienza  e  così  il  dolore,  ossia  più  sente  i  supplizi,  e  la  pe- 
na: l'uomo  quanto  è  più  perfetto,  e  nobile  più  sente  la  fa- 
tica, il  dolore  delle  percosse,  ed  ogni  altro  stento  e  mole- 
stia di  quello  che  senta  un  rustico;  più  il  padrone  del  servo 
ecc.  Quelle  anime  poi,  quantunque  non  perfette,  addiverranno 
tali  rispetto  alla  ricongiunzione  dell'anima  al  corpo,  saranno 
almeno  compite  e  quindi  pia  perfette  in  confronto  dello  stato 
dal  quale  vengono  evocate  ma  di  perfezione  non  vera  anzi 
dannosa  questa  gente  maladetta  dannata  aspecta  esser  più 
di  la  perchè  il  tempo  prima  del  giudizio  finale  ha  un  termine, 
ma  dopo  tal  giorno  non  vi  è  più  tempo,  ma  solo  eternità  che 
di  qua  che  prima  del  giorno  di  tal  giudizio  già  mai  non 
vada  in  vera  perfectione  non  saran  veramente  perfette  ma 
compite,  e  ciò  accrescerà  lor  pena. 

Noi  aggirammo  ntorno  quella  strada  girammo  intorno 
a  quel  luogo  circolare  parlando  più  assai  eh  io  non  ridico 
perchè  gli  correano  alla  mente  molte  cose  intorno  alla  resur- 
rezione, che  prudente  omette,  per  non  uscire  fuori  dell'ar- 
gomento :  venimmo  a  punto  dove  se  degrada  arrivammo  ad 
un  punto  dove  il  cerchio,  separandosi  dall'altro,  si  abbassa 
quivi  troviamo  Pluto  el  gran  nemico  Pluto  secondo  l'au- 
tore significa  l'avarizia  nemica  del  genere  umano,  di  cui  si 
parlò  nel  primo  canto,  e  si  dirà  ecc. 


CANTO  VII. 


TESTO   MOOKflNO 


Pape  Satan,  pape  Satan  aleppe 

Cominciò  Pluto  con  la  voce  chioccia: 

E  quel  Savio  gentil  che  tutto  seppe ,  3 

Disse  per  confortarmi  :  non  ti  noccia 

La  tua  paura;  che  poder  ch'egli  abbia, 

Non  ti  torrà  lo  scender  questa  roccia.  6 

Poi  si  rivolse  a  quella  enfiata  labbia, 

E  disse:  taci  maladetto  lupo, 

Consuma  dentro  te  con  la  tua  rabbia.  9 

Non  è  senza  cagion  l'andare  al  cupo; 

Vuoisi  così  nell'  alto  ove  Michel? 

Fé'  la  vendetta  del  superbo  Jtrupo.  12 

Quali  dal  vento  le  gonfiate  vele 

Caggiono  avvolte  poi  che  l'albo*  fiacca; 

Tal  cadde  a  terra  la  fiera  crudele.  1 S 

Così  scendemmo  nella  quarta  lacca  > 

Prendendo  più  della  dolente  ripa , 

Che  '1  mal  dell'universo  tutto  insacca.  18 

Ahi  giustizia  di  JWo!  tante  chi  stipa 

Nuove  tra  vaglie,  e  pene,  quante  i'  viddi? 

E  perchè  nostra  colpa  sì  ne  scipa?  21 

Come  fa  l'onda  là  sovra  C ariddi, 

Che  si  frange  con  quella,  in  cui  s'intoppa, 

Cosi  convien  che  qui  la  gente  riddi.  24 


184  INFERNO 

Qui  vid'io  gente  più  che  altrove  troppa, 

E  d'una  parte,  e  d'altra  con  grand*  urli 

Voltando  pesi  per  forza  di  poppa.  V 

Percotevansi  incontro,  e  poscia  pur  li 

Si  rivolgea  ciascun,  voltando  a  retro 

Gridando:  perchè  tieni,  e  perchè  burli?  30 

Così  tornavan  per  lo  cerchio  tetro  y 

Da  ogni  mano  all'opposto  punto, 

Gridandosi  anche  loro  ontoso  metro.  33 

Poi  si  volgea,  ciascun  quand'era  giunto, 

Per  lo  suo  mezzo  cerchio,  all'altra  giostra. 

Ed  io  ch'avea  lo  cor  quasi  compunto,  36 

Dissi:  Maestro  mio  or  mi  dimostra, 

Che  gente  è  questa,  e  se  tutti  fur  cherci 

Questi  chercuti  alla  sinistra  nostra.  39 

Ed  egli  a  me:  tutti  quanti  fur  guerci 

Sì  della  mente  in  la  vita  primaia, 

Che  con  misura  nullo  spendio  ferci.  42 

Assai  la  voce  lor  chiaro  l' abbaia , 

Quando  vengon  ai  due  punti  del  cerchio, 

Ove  colpa  contraria  li  dispaia.  45 

Questi  fur  cherci,  che  non  fan  coperchio 

Piloso  al  capo,  e  papi,  e  cardinali, 

In  cui  usa  avarizia  il  suo  soperchio.  48 

Ed  io:  maestro  tra  questi  cotali 

Dovrei  io  ben  riconoscere  alcuni , 

Che  furo  immondi  di  cotesti  mali.  SI 

Ed  egli  a  me:  vano  pensiero  aduni; 

La  sconoscente  vita  che  i  fé'  sozzi 

Ad  ogni  conoscenza  or  li  fa  bruni.  54 

In  eterno  verranno  agli  due  cozzi  : 


CANTO  VII.  (85 

Questi  risorgeranno  dal  sepolcro 

Col  pugno  chiuso,  e  questi  coi  crin  mozzi.        Ì57 
Mal  dare,  e  mal  tener  lo  mondo  pulcro 

Ha  tolto  loro,  e  posti  a  questa  zuffa: 

Qual  ella  sia,  parole  non  ci  appulcro.  60 

Or  puoi ,  figliuol ,  veder  la  corta  buffa 

De' ben,  che  son  commessi  alla  fortuna, 

Perchè  l' umana  gente  si  rabbuffa.  63 

Che  tutto  T  oro,  che  è  sotto  la  luna , 

0  che  già  fu,  di  quest'anime  stanche 

Non  poterebbe  farne  posar  una.  66 

Maestro,  dissi  lui,  or  mi  di1  anche: 

Questa  fortuna ,  di  che  tu  mi  tocche , 

Che  è,  che  '1  ben  del  mondo  ha  si  tra  branche?    69 
E  quegli  a  me:  o  creature  sciocche, 

Quanta  ignoranza  è  quella  che  vi  offende? 

Or  vo' ,  che  tu  mia  sentenza  ne  imbocche.         72 
Colui,  lo  cui  saver  tutto  trascende 

Fece  li  Cieli,  e  die  lor  chi  conduce, 

Sì  ch'ogni  parte  ad  ogni  parte  splende,  75 

Distribuendo  ugualmente  la  luce  : 

Similemente  agli  splendor  mondani 

Ordinò  general  ministra,  e  duce,  78 

Che  permutasse  a  tempo  li  ben  vani 

Di  gente  in  gente,  e  d' uno  in  altro  sangue, 

Oltre  la  difension  de' senni  umani  :  81 

Perchè  una  gente  impera,  e  l'altra  langue, 

Seguendo  lo  giudicio  di  costei, 

Che  è  occulto,  come  in  erba  l'angue.  84 

Vostro  saver  non  ha  contrasto  a  lei  : 

Ella  provede,  giudica,  e  persegue 


186  INFERNO 

Suo  regno,  come  il  loro  gli  altri  Dei.  87 

Le  sue  permutazion  non  hanno  tregue  : 

Necessità  la  fa  esser  veloce, 

Sì  spesso  vien  chi  vicende  consegue.  90 

Quest'è  colei  eh'  è  tanto  posta  in  croce 

Pur  da  color ,  che  le  dovrian  dar  lode , 

Dandole  biasmo  a  torto,  e  mala  voce.  93 

Ma  ella  s' è  beata  e  ciò  non  ode, 

Con  r  altre  prime  creature  liete 

Voi  ve  sua  spera,  e  beata  si  gode.  96 

Or  discendiamo  ornai  a  maggior  pietà  : 

Già  ogni  stella  cade,  che  saliva, 

Quando  mi  mossi,  e  '1  troppo  star  si  vieta.        99 
Noi  ricidemmo  '1  cerchio  all'  altra  riva , 

Sovr'  una  fonte,  che  bolle,  e  riversa 

Per  un  fossato,  che  da  lei  diriva.  103 

L' acqua  era  buia  molto  più  che  persa  ; 

E  noi  in  compagnia  dell'  onde  bige 

Entrammo  giù  per  una  via  diversa.  105 

Una  palude  fa  che  ha  nome  Stige, 

Questo  tristo  ruscel,  quand'è  disceso 

Al  pie  delle  maligne  piaggie  grige.  108 

Ed  io  che  di  mirar  mi  stava  inteso , 

Vidi  genti  fangose  in  quel  pantano 

Ignude  tutte,  e  con  sembiante  offeso.  1 1 i 

Questi  si  percotean  non  pur  con  mano, 

Ma  con  la  testa,  e  col  petto,  e  coi  piedi, 

Troncandosi  co'  denti  a  brano  a  brano.  I 14 

Lo  buon  maestro  disse:  figlio,  or  vedi 

L'anime  di  color,  cui  vinse  Tira, 

Ed  anche  vo' ,  che  tu  per  certo  credi,  1 17 


CANTO  VII.  187 

Che  sotto  l'acqua  ha  gente  che  sospira, 
E  fanno  pullular  quest'acqua  al  summo, 
Come  l'occhio  ti  dice  'n  che  s'aggira.  120 

Pitti  nel  limo  dicon  :  tristi  fummo 
Neil'  aere  dolce,  che  dal  sol  s'allegra, 
Portando  dentro  accidioso  fummo:  123 

Or  ci  attristi am  nella  belletta  negra. 
Quest'inno  si  gorgoglian  nella  strozza, 
Che  dir  noi  ponno  con  parola  integra.  126 

Così  girammo  della  lorda  pozza 
Grand'  arco  tra  la  ripa  secca  e  'I  mezzo, 
Con  gli  occhi  volti  a  chi  del  fango  ingozza: 

Venimmo  al  pie  d'una  torre  al  dassezzo.  130 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Trattasi  della  pena  degli  avari,  e  prodighi  nel  quarto 
cerchio,  e  della  pena  degl'  iracondi  e  degli  accidiosi  nel  quinto 
cerchio.  Si  divide  questo  canto  in  cinque  parti  generali — nella 
prima  si  descrive —  il  custode  di  quel  cerchio, — nella  seconda 
la  pena  degli  avari ,  e  dei  prodighi  ahijustiiia  ecc.  nella  terza 
—  in  quali-persone  principalmente  allignino  questi  vizi  et  io  eh 
avia  ecc.  nella  quarta — digressione  sulla  fortuna  maestro  mio 
ecc.  nella  quinta  —  pena  degl'  iracondi ,  ed  accidiosi  del  quinto 
cerchio  noi  recidemmo  ecc. 

Plutone  presso  i  poeti  è  il  re  dell'Inferno:  si  tiene  ancora 
per  l'elemento  della  terra:  siccome  poi  dalla  terra  si  trae  ogni 
ricchezza  da  cui  nasce  l'avarizia,  così  l'autore  ritenendo  Plu- 
tone come  re  delle  mondane  dovizie  lo  pone  qual  figura  dell'a- 
varizia, pape  Sathan  aleph  Plutone  scorgendo  un  vivente  nel 
suo  regno,  e  che  veniva  per  distruggerei'  avarizia,  non  poten- 
do impedirgli  il  cammino,  si  maraviglia  e  grida  implorando 


188  INFERNO 

soccorso  da  altri,  pape  è  un'  esclamazione  di  maraviglia ,  e  stu- 
pore, aleph  è  un'espressione  di  dolore.  Sathan  espressione  che 
implora  l'ajuto  altrui,  e  Satanno  si  ritiene  pel  principe  dei  de- 
moni. Pluto  comintio  con  la  voce  chioccia  rauca  a  gridare  a- 
leph  Sathan  Sathan  pape  pape  cioè,  ah  diavolo,  diavolo,  quale 
strano  prodigio  che  un  vivente  arrivi  in  questo  luogo,  ajuto, 
ajuto!  E  presso  gli  ebrei  aleph  èia  prima  lettera  dell'  alfabeto: 
i  greci  la  chiamano  alfa:  i  latini  —  a--  Qualche  volta  — a  — 
si  tiene  per  esclamazione  di  dolore,  ed  allora  la  pronuncia 
deve  essere  aspirata,  come  deve  esser  qui.  con  la  voce  chioc- 
cia rauca,  ed  aspra,  perchè  voce  d'un  irato.  Alcuni  preten- 
dono che  aleph  sia  parola  greca,  che  suoni  — guarda — guarda, 
ed  allora  Plutone  direbbe  —  Satana  vieni,  e  vedi  cosa  strana, 
e  maravigliosa  —  ma  con  voce  dimessa,  et  quel  savio  gentil 
Virgilio  pieno  di  scienza,  e  virtù,  ovvero  gentil  cioè  pagano 
che  tutto  seppe  perchè  conobbe  alcun  poco  di  tutte  le  scienze , 
ed  arti,  al  pari  Dante,  e  questa  asserzione  può  ritenersi  vera 
dei  generi  di  ogni  singolo,  ma  non  dei  singoli  di  ogni  genere, 
disse  per  confortarmi  non  mi  nuocia  la  tua  paura  Dante 
aveva  già  fatto  conoscere  che  temeva  l'avarizapiù  di  qualun- 
que altro  vizio,  chepoder  eh  elio  abbia  che  qualunque  sia  la 
di  lui  potenza  non  te  torra  lo  scender  de  la  roccia  non  ti  po- 
trà impedire  di  discendere  nel  quarto  cerchio.  Roccia  equi- 
vale a  ripa  di  sasso,  e  scabra,  poi  si  rivolse  a  quella  infiata, 
labia  il  ricco  sempre  superbo  gonfia  le  labbra,  ed  i  fiorentini 
direbbero  —  gonfia  la  fisonomia.  —  Simonide  scrive,  che  la 
moglie  di  Gerione  interrogata,  se  fosse  meglio  esser  ricco,  o 
sapiente  rispose,  che  si  vedevan  più  spesso  i  sapienti  frequen- 
tare le  case  dei  ricchi,  di  quello  che  i  ricchi  le  porte  de' sa- 
pienti. Ed  un  altro  filosofo  aggiungeva  — anche  i  medici  fre- 
quentano le  case  degl'  infermi ,  ma  non  conseguita  che  i  ma- 


CANTO  VII.  189 

lati  siano  in  miglior  condizione  dei  medici,  et  disse  taci  ma- 
ledetto lupo  lupo  perchè  nel  primo  canto  l'autore  aveva  chia- 
mata lupa  l'avarizia  consuma  dentro  te  con  la  tua  rabia  rodi 
te  stesso  nell'ansietà  delle  tue  cure,  l'andare  al  cupo  discen- 
dere sino  al  profondo  dell'  inferno  di  grado  in  grado  non  e 
sanza  cagione  senza  perchè  vuoisi  cosi  cola  dove  Michele  fé 
la  vendetta  del  superbo  strupo  si  vuole  così  in  cielo,  donde 
tu,  e  Satana  che  chiami  in  ajuto,  foste  precipitati,  strupo  per 
la  violenza  usata  dal  demonio.  É  ben  vero  che  lo  strupo  è  de- 
florazione violenta  di  vergine;  ma  il  demonio,  volendo  farsi 
somigliantissimo  a  Dio,  fece  violenza  alla  di  lui  gloria  incor- 
ruttibile. Veramente  dovrebbe  dirsi  stupro,  e  non  strupo,  ma 
la  comune  dizione  è  strupo y  ed  anche  il  bisogno  della  rima 
lo  scusa. 

La  fiera  crudele  Plutone,  o  l'avarizia  cadde  tale  a  terra 
vinta ,  e  confusa  quale  le  gonfiate  vele  dal  vento  caggiono  a- 
volte  raccolte,  ammassate,  strette  poiché  l  arbor  fiacca  quan- 
do l'albero  maestro  della  nave  si  tronca.  Ottima  similitudine! 
Per  le  vele  gonfiate  intendi  la  superbia  dell'avaro  pel  pos- 
sesso delle  ricchezze  cosi  scendemmo  nella  quarta  lacca  nel 
quarto  cerchio:  lacca  è  lo  stesso  che  fossa  come  nel  canto  VII 
del  Purgatorio  pigliando  più  della  dolente  ripa  cioè  andando 
più  basso  nella  riva  infernale,  che  è  riva  di  dolore  più  grave 
per  le  colpe  più  gravi  che  l  mal  de  l  universo  tutto  insacca 
qual  riva  chiude,  e  serra  quasi  in  sacco  i  mali  tutti  dell'uni- 
verso. 

Ah  iustitia  seconda  parte  generale.  Pena  degli  avari ,  e 
de'  prodighi:  Dante  incomincia  con  un  esclamazione  a  deno- 
tare che  la  costoro  pena  è  quasi  inesplicabile  Ah  justitia  di 
Dio  che  stipa  che  stringe,  ed  ammassa  tante  nave  travaglie 
e  pene  quanto  vidi  come  se  avesse  detto  —  è  duro,  e  quasi 


190  INFERNO 

impossibile  dire  quali,  e  quante  siano  le  pene  degli  avari,  e 
dei  prodighi!  stipa  termine  eletto,  e  non  volgare  bolognese, 
come  alcuni  pretesero,  e  nostra  colpa  noi  le  abbiamo  meri- 
tate ne  stipa  si  cosi  ne  sciupa:  stipa  invece  è  volgare  fioren- 
tino, non  bolognese.  Dicono  i  fiorentini  che  la  donna  è  sci- 
pala  quando  abortisce.  —  Ne' confini  d'Italia  fra  la  Calabria, 
e  la  Sicilia  è  un  angusto  braccio  di  mare,  che  chiamasi  stretto, 
e  faro  di  Messina,  largo  forse  tre  miglia,  e  le  genti  possono 
vedersi  da  un  lido  all'  altro.  Il  faro  è  famoso  secondo  Omero, 
e  Virgilio,  ed  altri  poeti,  perchè  in  esso  sono  due  tremendi 
pericoli — Siila  —  e  Cariddi  —  donde  venne  il  ditterio.  In  Siila 
casco  per  fuggir  Cariddi  —  Siila  è  una  roccia  sbattuta  dall'  on- 
de: Cariddi  è  un  gorgo  profondo  in  cui  spesso  affondano,  e 
sommergonsi  le  navi ,  perchè  ivi  il  mare  muove  da  setten- 
trione ad  austro,  e  da  austro  a  settentrione,  cosicché  i  flutti 
s'incontrano,  si  percuotono,  si  rompono,  e  formano  vortici 
profondi.  Dante  finge  che  gli  avari,  e  prodighi  corranogli  uni 
contro  degli  altri  spingendo  avanti  di  sé  enormissimi  sassi  che 
urtano  negli  opposti  cosi  convienche  la  gente  gli  avari,  e  pro- 
dighi riddi  tripudi ,  e  danzi  qui  in  questo  cerchio.  Tristo  tri- 
pudio come  fa  tonda  del  mare  la  sopra  Caribdi  in  Sicilia 
che  se  frange  con  quella  che  s  intoppa  con  quella  che  incon- 
tra, cioè  coir  onda  di  Siila.  Per  ben  conoscere  quanto  sia  bella, 
ed  artificiosa  la  similitudine  è  a  sapersi,  che  l'Apennino  che 
divide  Italia,  una  volta  continuava  nella  Sicilia;  ma  l'impeto 
delle  onde  marine  tanto  potè  su  quel  monte,  che  lo  ruppe,  e  le 
onde  dei  due  mari  ora  corrono  insieme.  Il  monte  rotto  che 
scorgesi  in  mezzo  alle  onde  figura  la  liberalità,  virtù,  che  sta 
in  mezzo  all'avarizia,  e  prodigalità,  come  esso  monte  in  mez- 
zo ai  due  mari  opposti,  e  pugnanti.  L'avarizia  ottimamente 
viene  somigliata  a  Cariddi,  che  in  vortice  sommerge,  ed  in- 


CANTO   VII.  191 

ghioitisce  le  navi,  e  la  prodigalità  a  Siila  dal  quale  viene  l'ac- 
qua ruinosa.  io  vidi  gente  troppo  qui  che  altrove  maggiore  è 
il  numero  degli  avari, e  prodighi,  che  degli  altri  viziosi  vol- 
tando pesi  tai  pesi  figurano  le  gravi  fatiche,  e  cu  re  che  oppri- 
mono gli  avari ,  e  prodighi ,  perchè  di  vero  essi  non  hanno  mai 
quiete,  e  corrono  per  mare,  per  terra,  per  monti,  per  valli,  ai 
pericoli  di  cielo,  di  acque,  di  pirati,  di  sgherri,  tollerando  i  di- 
sagi di  fame ,  di  sete ,  di  freddo ,  di  caldo  ;  e  se  per  caso  quieta  il 
corpo,  l'animo  non  ha  posa,  e  lotta  col  corpo  continuamente. 
Gli  avari  acquistano  con  fatica,  posseggono  con  timore,  perdo- 
no con  affanno.  Diogene  quindi  ebbe  ragione  di  gettare  il  sacco 
di  denari  al  ladro,  che  di  notte  con  tanta  malizia,  e  tremando 
aveva  tentato  levargli  di  sotto  al  capo.  E  che  diremo  de'  pro- 
dighi? Da  quale  angoscia  debbono  essere  oppressi  quando 
manca  loro  di  che  spendere?  Allora  si  determinano  a  rapire, 
a  mentire,  a  spergiurare,  a  vendere  la  propria  libertà,  o  la 
onestà  delle  figlie.  Calligola,  esaurito  pazzamente  F  erario,  co 
strusse  un  postribolo  nel  suo  stesso  palazzo  imperiale,  ed  im- 
pose una  tassa  alle  meretrici,  per  forza  di  poppa  con  ciò  toc- 
ca la  maniera  di  spingere  que' gravi  pesi,  cui  appoggiano  il 
petto;  allegoricamente  poi  nel  petto  sono  questi  pesi,  ed  ivi 
è  il  cuore  sotto  la  mammella  sinistra.  In  volgare  fiorentino  la 
mammella  chiamasi  poppa  e  duna  parte  e  d altra*  destra  i 
prodighi  di  men  grave  vizio,  a  sinistra  gli  avari  di  vizio  più 
grave. 

Fingiti  in  mente  un'arena  circolare, ed  in  mezzo  di  essa 
una  meta,  od  un  segno  cui  guidi  una  linea  retta  condotta  pel 
lungo,  e  che  divida  l'arena  in  due  parti  uguali.  In  una  parte 
i  prodighi ,  nell'  altra  gli  avari  :  corrono  essi  impetuosamente 
sino  a  quella  linea,  ma  non  la  toccano  giammai:  così  fan  co- 
noscere che  i  prodighi ,  e  gli  avari  non  arrivano  mai  al  mezzo, 


192  INFERNO 

ossia  alla  virtù,  alla  liberalità,  o  se  vi  giungano  vicino  non 
si  fermano,  anzi  prestamente  volgono  indietro,  e  retrocedono. 
La  liberalità  sta  in  mezzo  de' predetti  due  vizi ,  perchè  dà,  do- 
ve, quando,  e  come  è  necessario  che  dia  :  l'avaro  all' incontro 
non  dà  mai,  e  tutto  ritiene:  il  prodigo  poi  dà  le  cose  da  darsi , 
e  da  non  darsi  :  il  prodigo  giova  qualche  volta  ad  altrui,  l'a- 
varo non  giova  ad  alcuno.  Dante  ingegnosamente  punisce  i 
due  vizi  opposti  nello  stesso  cerchio,  e  collo  stesso  supplizio, 
perchè  tutti  due  dovrebbero  guardare  lo  stesso  scopo ,  e  tutti 
due  si  allontanano  dallo  stesso  mezzo.  L' avarizia  per  altro  è 
più  grave,  perchè  più  dannosa;  perciò  Dante  pone  i  prodi- 
ghi a  destra,  e  gli  avari  a  sinistra.  Tutti  due  per  altro  sono 
dannosi  al  pubblico  bene.  L'avaro  può  somigliarsi  al  grifone, 
che  scava  Toro,  e  non  permette  che  alcuno  lo  tocchi:  il  pro- 
digo può  assomigliarsi  all'avaro,  che  si  sviscera  per  formare 
un'  opera  altrui  congrand  urli  l'autore  aveva  paragonato  l'a- 
varo al  lupo,  e  doveva  mettergli  in  bocca  la  voce  del  lupo,  per- 
coteansi  correndo  si  percuoteano  nella  fronte  colla  fronte  oppo- 
sta, indi  si  voltavano  le  terga,  ed  incontravano  altre  fronti  da 
percuotere,  ed  essere  percosse  percuoteansi  incanirò  fra  loro 
e  poscia  ciascun  si  rivolgea  per  li  giunti  alla  linea  di  mezzo 
voltando  a  retro  retrocedendo  per  la  stessa  via  —  avari,  e 
prodighi  coi  fatti,  e  coi  detti  sono  alle  prese  anche  in  questo 
inferno  de' viventi,  giacché  l'avaro  acquista  i  beni  del  prodi- 
go a  tenue  prezzo  perchè  pressato  il  venditore  da  bisogni,  o 
da  debiti:  il  prodigo  all'  incontro  si  vendica  con  maldicenze, 
ed  ingiurie,  e  qualche  volta  invade  con  violenza  i  beni  dell'a- 
varo.— Dice  il  prodigo  all'avaro  —  infelice!  non  ebbe  un  mo- 
mento di  bene,  non  parenti,  non  amici,  solo  denaro!  teme 
che  gli  manchi  sotto  la  terra,  muore  di  fame,  accumula  per 
gli  altri,  è  schiavo,  non  padrone  delle  ricchezze!  — l'avaro 


CÀ.NTO  VII.  193 

dicedel  prodigo  —  pazzo!  i  beni  redati  dal  padre,  o  dall'avo 
sperde  colle  meretrici,  coi  ruffiani,  coi  golosi,  con  gente  in- 
fame! presto  finirà  all'ospitale  cibo  di  vermi:  ninno  avrà 
pietà  di  lui!  gridando  perche  tieni  voce  contumeliosa  de'  pro- 
dighi contro  gli  avari  perche  burli  voce  contumeliosa  degli 
avari  contro  de' prodighi  burli  getti,  ed  è  volgare  lombardo 
cosi  come  si  è  detto  tornan  per  lo  cerchio  tetro  oscuro  da 
ogni  mano  da  ogni  parte  destra  e  sinistra  alloposito  puncto 
all'altro  punto  della  linea  gridandosi  ancho  gridando  sempre 
gii  uni  contro  degli  altri  loro  ontoso  metro  le  loro  voci  con- 
tumeliose —  perchè  tieni,  perchè  burli,  poi  si  volgea  cias- 
cun com  era  giunto  quando  arrivava  alla  linea  di  mezzo, 
termine  di  loro  corso  per  lo  suo  mezzo  cerchio  gli  avari 
tengono  la  loro  metà  per  la  quale  corrono  di  continuo,  ed 
i  prodighi  l'altra  metà:  in  tal  modo  gli  uni,  e  e  gli  altri 
agognano  al  mezzo,  e  gli  uni,  e  gli  altri  impediscono  che 
vi  si  arrivi  ali  altra  giostra  metaforicamente  giostra.  Ne- 
gli steccati  i  concorrenti  fanno  sforzi  di  atterrare  l'avversa- 
rio, e  riportar  la  corona,  come  qui  i  prodighi,  e  gli  avari,  con 
differenza  di  effetto. 

Et  io  eh  avia  il  cuore — quasi  compuncto  terza  parte  gene- 
rale, dissi  o  maestro  or  me  dimostra  che  gente  e  questa  io  Dan- 
te quasi  angosciato,  dissi,  o  Virgilio,  dimmi  qual  razza  di  gente 
è  in  questo  cerchio  che  contende,  e  combatte  senza  posa,  e 
quelli  della  sinistra  di  lungo  abito,  et  se  questi  chercuti  aventi 
chierica  for  tutti  cherci  furono  tutti  sacerdoti  ?  et  elli  a  me  Vir- 
gilio mi  rispose  tutti  fuor  guerci  tutti  furono  ciechi  di  mente 
per  avarizia  nella  vita  prunaia  nel  mondo  de'  viventi  cheferci 
nullo  spendio  che  non  fecero  spesa  alcuna  cum  misura  l'avaro 
ritenendo,  il  prodigo  gettando  senza  perchè,  né  riguardo  al  do* 
ire,  né  al  quando.  Essi  somigliano  al  losco,  o  strabene,  che 

IU*1B.4LD?  —  Voi.  1.  15 


194  INFERMO 

non  guarda  drittamente  all'oggetto,  ma  per  traverso,  e  cosi 
questi  non  corrono  verso  virtù  che  obliquamente  la  voce  loro 
clamorosa/  abbiaia  assai  chiaro  lo  fa  conoscere  chiaramente 
quando  vengon  ai  due  punti  del  cerchio  punto  inferiore  e  su* 
periore  dove  colpa  contraria  gli  dispaia  separa,  e  dissocia, 
imperocché  i  contrari  non  possono  essere  uniti,  questi  far 
cherci  che  non  hanno  coperchio  piloso  al  capo  tulli  quelli 
della  sinistra  parte  che  a  motivo  della  chierica  non  son  co- 
perti da  capelli  nel  capo  furono  ecclesiastici.  La  chierica  e- 
sprime  il  voto  di  rigettare,  e  risecare  ogni  superfluità  tem- 
porale, imperocché  i  pelisi  hanno  per  esprimenti  la  superflui- 
tà e  papi  e  cardinali  in  cui  usa  avarizia  il  suo  soperchio  l'a- 
varizia in  essi  supera  quella  di  altri;  Zenone  vescovo  veronese 
nel  suo  libro  dell'avarizia  diceva  quindi  — che  l'avarizia  non 
si  tiene  per  delitto  nel  mondo,  perché  non  si  trova  chi  la  ri- 
prenda —  Dante  qui  parla  senza  riguardo  delle  supreme  di- 
gnità, perchè  manca  ogni  ragione  in  esse  di  essere  avare.  Ot- 
tengono pingui  benefici,  e  prebende,  e  i  commodi  conseguenti. 
—  Vediamo  all'incontro  quelli  che  succedono  nelle  ricchezze 
senza  avervi  concorso,  che  sogliono  esser  prodighi.  Dante  si 
rese  ardito  a  parlar  d'essi  francamente  sull'esempio  di  s.  Ber- 
nardo che  esclama  —  voi  sacerdoti  faceste  Dio  la  favola  dei 
mondo—  e  non  esclude  che  moltissimi  non  meritino  tale  rim- 
provero, anzi  eccettuandone  alcuni,  prova  che  la  maggior 
parte  sono  puri  da  tal  vituperevole  vizio. 

Et  io  dissi  o  maestro  dovrei  bene  reconoscere  alcuni 
de'  quali  potrei  fare  ricordo  che  fuor  immondi  di  cotesti  mali 
che  furono  macchiati  da  questi  vizi  tra  questi  cotali  tra  que- 
sti prodighi,  ed  avari  et  etti  a  me  Virgilio  mi  rispose  vano 
pensiero  aduni  indarno  pensi  dar  fama  a  costoro  tanto  miseri 
da  non  meritare  alcun  nome:  la  sconoscente  vita  che  i  fé 


CANTO  VII.  195 

sozzi  tanto  li  coprì  d'infamia  or  li  fa  bruni  che  ora  dopo 
morte  li  rende  indegni  di  nome,  e  specialmente  gli  avari  più 
odiosi  degli  altri  in  eterno  verranno  allidue  cozzi  in  eterno 
correranno  al  mezzo,  e  si  percuoteranno  l'on  l'altro  come  a- 
rieti  nella  fronte,  spingendo  sempre  avanti  i  pesantissimi  sassi, 
Et  questi  terza  parte  generale.  Gli  avari  più  gravi  colpe- 
voli resurgeranno  de  sepolcro  nel  giorno  del  giudizio  col  pu- 
gno chiuso  coli' una,  e  l'altra  mano  chiusa,  e  dovrebbe  esser 
l'opposto 

Del  sacerdote  l'ima  man  riceve, 
L'altra  col  ricevuto  opera  compie; 
Se  una  terza  ne  avesse  allor  dovria 
Anche  piò  dar  ecc. 

e  questi  prodighi  risorgeranno  con  i  erin  mozzi  cioè  coi  ca- 
pelli tosati,  o  rotti  perchè  tutto  gettarono  con  ambe  le  mani , 
mentre  il  liberale  tien  chiuso  un  pugno  ed  apre  l'altro.  Nel 
giorno  del  giudizio  l'avaro  sarà  dannato  pel  troppo  ritenere, 
il  prodigo  pel  troppo  dare  mal  dare  et  mal  tenere  a  tolto  loro 
tolse  ad  essi  el  mondo  pulcro  il  Paradiso  —  ovvero  leggi  co- 
si —  mal  dare,  e  mal  tenere  lo  mondo  pulcro  —  le  cose  mon- 
dane sono  belle,  e  buone  per  sé,  e  lo  diverrebbero  anche  per 
altri,  se  gli  uomini  non  ne  abusassero  a  tolto  loro  li  ha  tolti 
e  posti  a  questa  zuffa  alla  pena  suddetta:  non  e  pulcro  non  è 
bello,  o  dilettoso  parlare  quale  el  sia  specificarla,  perchè 
abbastanza  si  è  detto  di  questa  materia,  o  figliolo  or  può  ve- 
dere dalle  premesse  la  corta  buffa  la  breve  vanità  di  beni  che 
son  commessi  a  la  fortuna  de'  beni  temporali  per  cui  pei 
quali  beni  della  fortuna  /  umana  gente  si  rabuffa  tanto  si  af- 
fatica, e  combatte  che  tutto  loro  che  sotto  la  luna  in  sulla 
terra  e  che  già  fu  di  queste  anime  stanche  stanche  pel  conti- 
nuo corso,  fatica,  ed  urto  di  cozzi  non  potrebbe  fare  riposar 
una.  Qifesta  sentenza  è  vera  anche  nel  mondo  de' viventi  :  ab- 


196  INFERNO 

bia  pure  V  avaro  stato,  oro,  gemme,  ogni  altro  bene,  non  sarà 
mai  quieto,  e  più  la  smaniagli  crescerà,  quanto  più  aumente- 
ranno le  ricchezze:  il  prodigo  non  ha  mai  abbastanza  per  get- 
tare, e  quietar  l'animo  suo.  Hai  un  esempio  dell'  avaro  in  Mida; 
del  prodigo  in  Nerone. 

Maestro  mio  quarta  parte  generale.  Dante  per  incidenza 
dimanda  cosa  sia  la  fortuna  dissio  io  Dante  dimandai  or  mi 
di  anche  dimmi  ancora  che  e  questa  fortuna  di  che  tu  mi 
tocchi  della  quale  hai  detto  qualche  cosa  eh  a  i  beni  del  mon- 
do si  tra  le  branche  ha  i  beni  del  mondo  in  sua  balia,  e  quello 
a  me  Virgilio  mi  rispose  o  creature  siocche  uomini  stolti  quan- 
ta ignoranza  è  quella  che  vi  offende  vi  offusca,  vi  guasta  or 
vo  che  tu  inbocchi  mia  sententia  abbia  quanto  ti  dirò  per 
vero,  colui  il  cui  saper  tutto  trascende  Dio,  la  cui  sapienza 
è  infinita  fede  li  celi  e  dei  cieli  si  parlerà  nel  I,  e  II  del  Pa- 
radiso e  die  lor  chi  li  conduce  diede  loro  i  motori ,  che  si 
chiamano  intelligenze,  ovvero  angeli ,  i  quali  movono  i  cieli, 
e  reggono ,  e  governano  le  cose  sottoposte  si  che  ogni  parte 
splende — distribuendo  egualmente  la  luce  in  proporzione 
per  altro  della  materia  da  illuminarsi ,  similemente  così  Dio 
regge  tutte  le  cose  celesti,  e  le  governa  per  mezzo  degli  an- 
geli: così  coli' influenza  de' cieli  move,  e  modifica  le  cose  sot- 
toposte, e  mondane  similemente  quel  Dio  coli' infinita  sapien- 
za sua  ordino  general  ministro  e  duce  ossia  l' influenza  de' 
cieli,  perchè  tutti  influiscono  su  queste  cose  sottoposte,  ed 
inferiori,  dando,  togliendo,  cambiando,  modificando,  il  per- 
chè Marziano  afferma  la  fortuna  provenir  dai  pianeti  agli  splen- 
dori mundani  ne' beni  temporali,  mezzi  alla  felicità  come 
dice  il  Filosofo  che  permutasse  a  tempo  li  ben  vani  i  beni 
mondani,  che  non  sono  veri  beni,  perchè  ora  allontanano, 
ora  avvicinano  al  cielo;  perciò  l' influenza  somiglia  i  gioco- 


CANTO  VII.  197 

Iteri ,  che  tolgono  quinci,  ed  aggiungono  quindi,  e  la  fortuna 
viene  originata  non  da  una  sola  sfera,  ma  da  tutte,  perchè 
secondo  le  diverse  congiunzioni  de' pianeti  sono  diverse  le 
fortune  di  quelli  che  nascono  di  gente  in  gente  et  duno  in 
altro  sangue.  Tutte  le  storie,  tutti  i  poeti  ti  dicono  perciò  che 
la  fortuna  fu  sempre  varia,  e  noi  tutto  giorno  vediamo  con 
maraviglia  i  cambiamenti  di  fortuna,  de' quali  s'ignorano  le 
cagioni  perche  una  gente  imperia  et  altra  langue  dove  sono 
gl'imperi  degli  assiri,  de' medi,  de' persiani,  de' greci,  de' ro- 
mani? e  sotto  de' nostri  occhi  non  cambiansi  i  regni?  Il  po- 
tentissimo, e  cristianissimo  re  di  Francia  a  giorni  nostri  non 
fu  vinto,  e  preso  dal  re  d'Inghilterra?  .Ed  il  re  di  Spagna  non 
fu  oppresso,  ed  ucciso  dal  fratel  suo?  seguendo  lo  judicio 
di  costei  che  ne  occulto  la  fortuna  è  un  influenza  singolare 
non  conosciuto  dalla  umana  scienza,  la  quale  si  contenta  di 
chiamare  fortuito  quanto  non  conosce  per  le  cagioni.  E  darò 
esempio.  Gert'uomo  melenso,  ed  infigardo  abitava  un  piccolo 
tugurio  nella  riviera  di  Genova  colla  moglie,  e  figli  bambini. 
Costui  era  spesso  sgridato  dalla  moglie  perchè  non  lavorava , 
e  gli  metteva  sotto  degli  occhi  la  penuria  di  tutto,  e  la  vicina 
disperazione.  Ma  con  molta  flemma  rispondevate  il  marito  a 
chi  Dio  vuol  bene  dormendo  gli  vene  e  di  questo  detto  provò 
la  verità,  imperocché  la  moglie,  mentre  il  marito  stavasene 
in  letto  oziando,  trovò  considerabile  quantità  di  auree  monete 
in  una  cassetta  gettata  sul  lido  dalla  tempesta,  e  così  improv- 
visamente, e  senza  alcun  suo  merito  divenne  ricco.  Tal  caso 
noi  chiamiamo  fortuito,  perchè s' ignora  il  perchè  l'infingar- 
do ebbe  tant'oro,  quando  invece  sarebbe  stato  giusto  che  a- 
vesse  trovato  dello  sterco.  Ecco  perchè  il  Filosofo,  interrogate, 
dice,  la  fortuna  perchè  operi  in  tal  modo,  e  vi  risponderà  di 
non  saperlo;  perchè  la  fortuna  per  natura  sua  è  senza  ragio- 


198  INFERNO 

ne.  La  sola  ignoranza  adunque  pose  il  nome  di  fortuna  all'in- 
fluenza de'cieli.  Se  il  colono  lavoratore  di  un  predio  rom- 
pendo il  terreno  trova  un  tesoro  si  dice  —  caso  fortuito — ma 
l'astrologo  che  esaminò  il  punto  di  congiunzione  degli  astri 
alla  nascila  di  quel  colono  lo  dirà  fortunato  come  in  l  erba 
l angue  come  il  serpente  nascosto  fra  l'erba  che  prima  morde 
l'uomo  anziché  lo  scorga,  così  la  fortuna  impensatamente  in- 
nalza ,  ed  atterra  nostro  saper  non  ha  contrasto  a  lei  per  le 
già  dette  cose.  Dove  non  è  libero  arbitrio,  non  vi  può  essere 
elezione,  e  s.  Agostino  dice,  che  non  è  vero  che  la  fortuna o- 
peri  senza  cagione,  ma  bensì  con  occulte  cagioni.  S.  Tom- 
maso insegna  che  qualunque  accidentalità  nelle  cose  umane 
si  riduce  a  causa  preordinante,  che  è  la  divina  provvidenza. 
Molti  filosofi,  e  teologi  negano  la  fortuna:  Macrobio ne' satur- 
nali ci  dice  che  Omero  volle  negare  la  fortuna,  ed  abbando- 
narsi al  solo  Dio  che  regge  le  cose  tutte.  Virgilio  al  contrario 
le  attribuisce  ogni  potere,  ed  i  filosofi  che  la  ricordano  pre- 
tendono che  per  sé  nulla  valga,  ma  sia  ministra  di  provviden- 
za divina;  Giovenale  quindi  —  noi  facciamo  te  diva,  o Fortu- 
na—  e  nel  ciel  ti  lochiamo  —  lo  stesso  che  dire  perchè  tu  non 
sei  nulla.  Perciò  Dante  ebbe  ragione  di  dire,  che  costei  o  si 
chiami  fortuna  invece  dell' influenza  de' cieli,  od  intelligenza, 
o  ministra  di  provvidenza,  immediatamente  provede  dando  a 
ciascuno  quanto  gli  conviene,  sebbene  da  noi  s'ignori  il  per- 
chè giudica  e  così  nulla  è  casuale,  anzi  secondo  Platone — nul- 

• 

la  si  fa,  senza  precedente  cagione  prosegue  eseguisce  quanto 
è  fissato  dalla  divina  provvidenza  suo  regno  il  suo  potere,  e 
giurisdizione  è  sulle  cose  inferiori,  delle  quali  la  fortuna  è  re- 
golatrice come  gli  altri  dei  come  i  pianeti ,  che  presso  i  gen- 
tili si  celebravano  come  divinità,  o  come  le  intelligenze,  cioè 
gli  angeli  che  spesso  si  chiamano  Dei  anche  nelle  sacre  carte 


CANTO  VII.  199 

il  loro  regno  similemente  come  i  motori  reggono  le  sfere, 
cosi  la  fortuna,  od  influenza  le  cose  inferiori,  ed  in  questo 
senso,  credo,  che  i  gentili  l'adorassero  come  Dea.  E  mi  ma- 
raviglio che  molti,  che  si  tengono  per  sapienti,  non  sappiano 
interpretare  questo  passo  di  Dante,  pretendendo  che  avesse 
dovuto  aggiungere  —  potea  la  provvidenza  frenare  gl'iniqui 
desiderii,  locchè  omise;  ma  io  dimanderei  piuttosto  qual  bi- 
sogno v'era  d'aggiunger  questo,  mentre  non  ha  mai  detto 
che  la  fortuna  abbia  potere  sull'animo,  e  sul  libero  arbitrio, 
ma  sibbene  lo  ha  soltanto  ed  esclusivamente  sui  beni  tempo- 
rali, le  cui  alterazioni  procedano  da  cagioni  a  noi  sconosciu- 
te. Quante  sventure,  e  mali  potrebbero  evitarsi,  se  potessero 
prevedersi  !  le  sue  permutation  non  hanno  triegue  perchè  le 
vicende  di  fortuna  sono  in  moto  continuo  necessita  la  fa  esser 
veloce.  Il  senso  di  questo  passo  sembra  falso,  e  molti  insieme 
col  Cieco  di  acuto  ripetono  —  in  ciò  fallasti  fiorentin  poeta.  — 
Ma  quel  Cieco  era  tanto  buon  poeta,  come  bravo  astrologo: 
Dante  non  si  è  mai  contraddetto,  e  nel  Purgatorio  al  canto  XVI 
ha  scritto  e  l  cielo  i  vostri  movimenti  initia  —  non  dico  tutti 
ma  posto  eh  io  il  dica  —  lume  v  e  dato  a  bene  et  a  malitia 
ecco  tolto  r  obbietto  della  necessità.  Bisogna  dunque  inter- 
pretare il  testo  così.  Se  la  fortuna  di  necessità  è  mutabile ,  (e 
se  fosse  ferma  non  sarebbe  più  fortuna  secondo  Boezio)  la 
necessità  è  di  conseguenza  come  p.  e.  è  necessario  all'  uomo 
essere  ragionevole  —  è  necessario  all'  uomo  il  libero  arbitrio  ; 
la  necessità  è  per  parte  dell'uomo,  come  spiega  il  seguente 
passo  si  tosto  vien  che  vicenda  consegue  imperocché  come  tut- 
to dì  si  vede  —  che  muore  taluno ,  o  scade  dal  suo  stato,  e  tosto 
un  altro  subentra,  e  succede  nelle  dignità,  potere,  ricchezze,  ed 
onori,  qualche  volta  anche  con  frode,  o  con  altro  illegittimo 
mezzo.  E  si  lamentano,  e  parlano  male  della  fortuna  coloro, 


200  INFERNO 

che  più  dovrebbero  lodarla,  quelli  specialmente  cui  la  fortuna 
voltò  il  viso  da  prospero  a  contrario,  mentre  allora  dovreb- 
bero ringraziarla,  perchè  secondo  Boezio  —  l'avversa  for- 
tuna rende  l'uomo  prudente,  sobrio,  temperato,  forte,  non 
molle  —  è  assai  difficile  all'incontro  reggere  la  prospera  for- 
tuna, che  è  incapace  di  freno,  come  diceva  Alessandro  il  Ma- 
cedone a'suoi  soldati.  Anzi ,  per  recare  esempi  più  noti ,  scorri 
le  storie  dei  romani ,  e  troverai  che  durante  le  avversità  ope- 
rarono cose  maravigliose:  ma  venuta  la  prosperità  commisero 
le  più  vili,  e  crudeli  scelleratezze.  Questa  e  colei  quella  for- 
tuna che  e  tanto  posta  in  croce  tanto  cruciata  da  querele,  e 
maledizioni  pur  da  color  che  li  dovrian  dar  lode  da  coloro 
che  la  sentono  avversa,  e  non  pensano  che  dessa  prepara  le 
insidie  in  tempo  di  prosperità,  perchè  è  un  nemico  famigliare, 
e  domestico  che  coglie  il  destro  per  opprimerti  con  maggior 
sicurezza,  ma  ella  s  e  beata  e  ciò  non  ode  non  si  cura,  e 
sprezza  le  lodi,  o  le  imprecazioni  degli  uomini  lieta  colle  in- 
telligenze, cogli  angeli;  la  fortuna  fu  creata  insieme  coi  cieli, 
e  loro  motori  volge  sua  spera  la  ruota  sua,  simbolo  della  for- 
tuna et  beata  si  gode  fa  l'ufficio  suo  e  lascia  che  gli  uomini 
sclamino,  e  gridino  invano.  Se  la  fortuna  si  dipinge  con  una 
ruota,  poni  una  candela  sulla  ruota  stessa,  che  continuamente 
si  muova,  e  vedrai  esser  luce  ora  in  una,  ora  in  altra  parte — 
così  la  fortuna  ad  influenza  dei  cieli. 

Or  discendiam  quinta,  ed  ultima  parte  generale.  Pena 
degl'iracondi  ed  accidiosi  nel  quinto  cerchio,  or  discendiam 
ornai  a  maggior  pietà  andiam  più  basso  a  maggior  pena 
dove  sono  punite  colpe  più  gravi  dell'avarizia,  e  prodigalità. 
già  ogni  stella  cade  che  salie  quando  mi  mossi  era  già  pas- 
sata metà  della  notte.  Le  stelle  ascendevano  quando  entrò,  ed 
ora  cadono  il  troppo  star  si  vieta  è  proibita  più  lunga  dimora: 


CANTO  VII.  20! 

erano  prescritti  tre  giorni,  noi  reddemo  traversammo  il  cer- 
chio quarto  ali  altra  riva  che  è  frammezzo  al  quarto  e  quinto 
cerchio.  Finora  l'autore  trattò  de' vizi  più  lievi,  ma  ora  si 
prepara  alla  trattazione  di  altri  più  gravi  —  dell'accidia  — 
dell'ira  —  dell'invidia  —  della  superbia.  —  E  tosto  all'in- 
gresso del  cerchio  scorge  un  fonte  che  bolliva,  e  le  cui  acque 
formano  un  rivo  scorrente  per  un  fossato,  che  fermandosi  a 
un  dato  punto,  crea  la  palude  Stige.  In  tal  modo  intende  espri- 
mere che  i  vizi,  de' quali  è  per  trattare,  fraternizzano  coi 
primi  e  riconoscono  la  stessa  origine,  sebbene  questi  ultimi 
conducano  maggiore  tristezza;  li  pone  perciò  in  Stige  che 
suona  — tristezza  sopr  una  fonte  che  bolle,  e  riversa  e  molti 
intendono  la  creazione  dell'  ira.  il  rivo  poi  che  formasi  dalla 
fonte  figura  l' ira  che  presto  passa  per  un  fossato  che  da  lei 
deriva  Orazio  infatti  dice  —  l'ira  è  breve  furore,  — enei 
rivo  niuno  vien  punito,  perchè  l'ira  non  è  sempre  colpa,  anzi 
qualche  volta  lodevole,  se  1'  uomo  si  adiri  quando,  come,  e 
dove  è  necessario,  secondo  il  Filosofo.  L' ira  inveterata  all'  in- 
contro, l'ira  indurata ,  abituale  si  punisce  nella  Stige,  perchè 
la  conseguenza  dell' ira  è  tristezza.  /  acqua  era  scura  nerastra 
assai  più  che  persa  quasi  nera:  l'ira,  e  la  tristezza  offusca- 
no la  mente  et  noi  intr  amino  giù  per  una  via  diversa  diversa 
dalla  prima  in  compagnia  del  onde  bigie  dell'onde  fosche 
nerastre-bige  a  guisa  del  panno  biso,  cioè  bruno,  questo  tristo 
ruscello  rivo  che  mena  alla  tristezza  va  nella  palude  eh  a 
nome  Stige  o  secondo  altro  testo  fa  una  palude  ed  è  miglior 
lezione  quando  e  disceso  a  pie  de  le  maligne  piage  grige  dopo 
che  è  arrivata  alle  spiaggie  che  han  colore  quasi  nero  simile 
alla  cappa  de' monaci. 

Et  io  che  mi  stava  inteso  io  che  stava  attento  di  mirare 
ad  osservare  vidi  genti  fangose  in  quel  pantano  di  Stige 


202  INFERNO 

gnude  tutte  tutte  nude,  cioè  svestite  di  carne  con  sembiante 
offeso  che  mostravano  offese  percotevansi  furiosamente,  la- 
cerandosi, mutilandosi ,  radendosi.  Mario,  e  Siila  fecero  cru- 
delmente scannare  tante  migliaja  di  romani  :  e  nell'  ira  l' uomo 
spesso  converte  in  sé  stesso  il  furore,  e  ne  abbiamo  esempio 
nello  stesso  Siila,  che  nel  furore  vomitò  insieme  coir  ira  lo 
spirito.  E  quando  è  cessato  il  furore  gli  altri  si  adirano  col- 
T  iroso.  Alessandro  Macedone  voleva  uccidersi  dopo  avere  fe- 
rito e  morto  Clito  suo  domestico  ed  amico,  questi  iracondi 
percotevansi  si  percotevano  a  vicenda  non  pur  con  mano  — 
ma  con  la  testa  col  petto  co  piedi  il  furore  ministrando  un'ar- 
ma in  ogni  membro  troncandosi  co  denti  a  brano  a  brano 
morsicandosi  come  le  fiere,  tanto  può  Tira!  lo  stesso  ne  vidi 
esempio  in  due  discepoli  miei ,  che  non  contenti  di  essersi  at- 
terrati ,  pesti  con  pugni ,  graffiati ,  e  lacerati  coll'ugne,  si  mor- 
sicarono in  ogni  dove  mortalmente,  senza  che  niuno  valesse 
a  separarli,  lo  buon  maestro  Virgilio  mio  istruttore  disse  o  fi- 
glio or  vedi  ora  conosci  /  anime  di  color  cui  l  ira  vinse  coloro 
che  non  sapendo  vincere  furono  oppressi  dall'ira.  Qui  Dante 
restrinse  la  trattazione  dell'ira,  ma  più  diffusamente  la  rias- 
sumerà nel  Purgatorio.  Et  ancho  vo  che  tu  per  certo  credi 
sembrando  incredibile  quanto  sarà  per  dire  che  gente  e  sotto 
l  acqua  che  sospira  essendo  sotto  l'acqua  gli  accidiosi  non  si 
possono  conoscere  che  per  induzione  da  certi  segni  e  che  fan 
pulular  quest  acqua  al  sommo  facendo  salir  le  bolle  alla  su- 
perficie, bolle  formate  dai  sospiri  di  costoro  sott'  acqua  come 
l'occhio  te  dice  come  puoi  conoscere  da  tai  segni  o  che s  agira 
in  ogni  luogo  guardi,  essendo  ogni  luogo  pieno  di  accidiosi. 
fleti  nel  limo  piantati,  e  sommersi  nel  pantano  dicon  tristi 
fummo  nellaiere  dolce  nella  vita  mondana  dolce  in  confronto 
di  quest'amara  pena  infernale  che  dal  sole  s  allegra  perchè 


CANTO  VII.  203 

nell'Inferno  non  isplende  il  sole  —  Noi  meritamente  sospi- 
riamo in  questa  pena,  perchè  fummo  tristi  nel  mondo,  dove 
potevam  rallegrarci  nello  splendore  del  sole  portando  dentro 
nell'animo  accidioso  fumo  la  tristezza  dell'accidia,  che  chiama 
fumo  perchè  offusca  l'animo,  e  lo  fa  marcire  in  turpe  ozio- 
sità, or  ci  tristiam  nella  belletta  nera  belletta  è  quel  liquido 
lubrico  che  formasi  sulla  superficie  della  terra  quando  è  scorsa 
la  pioggia,  o  che  il  fiume  uscendo  dall'alveo  proprio  lascia 
sui  terreni  allagati,  ed  è  volgare  fiorentino,  che  cambiasi  in 
melma  e  melmetta.  —  Quest  inno  si  gorgogliano  queste  voci 
gorgogliano  ne  la  strozza  nella  gola.  Inno  veramente  è  lode 
a  Dio;  ma  Dante  chiama  inno  il  gorgoglio  degli  accidiosi, 
perchè  i  sacerdoti  malvagi  che  avrebbero  debito  sacro  di 
cantare  inni  a  Dio  sono  per  lo  più  vinti  dall'accidia.  In  coro 
nel  dir  l' ufficio  appena  movon  le  labbra,  appena  fan  sen- 
tire—  Signore  apri  le  mie  labbra — e  stanno  la  maggior  par- 
te seduti  che  dir  noi  potino  cum  parola  intera  ma  solo  con 
voce  fiacca,  interrotta,  soffocata. 

Cosi  givamo  intorno  grand  arco  gran  parte  del  cer- 
chio della  lorda  pozza  turpe,  paludosa,  fetente  tra  la  ripa 
e  l  mezzo  tra  la  riva  estrema  che  è  secca,  ed  il  mezzo  che  è 
la  stessa  palude.  Nell'estremo  del  circuito  della  palude  stigia 
scorse  una  torre,  della  quale  si  parlerà  nel  canto  seguente  ve- 
nimo  a  pie  vicino  duna  torre  al  dasezo  all'estremità  o  fi- 
nalmente. 


CANTO  Vili 


TESTO  MODERNO 


lo  dico  seguitando,  che  assai  prima, 

Che  noi  fossimo  al  pie  dell'  alta  torre, 

Gli  occhi  nostri  n'andar  suso  alla  cima,  3 

Per  due  frammette,  ch'i  vedemmo  porre, 

E  un'  altra  da  lungi  render  cenno 

Tanto  eh' appena  '1  potea  l'occhio  torre.  6 

Ed  io  rivolto  al  mar  di  tutto '1  senno, 

Dissi  :  questo  che  dice?  e  che  risponde 

Quell'altro  fuoco,  e  chi  son  que',  che'l  fenno?  9 
Ed  egli  a  me:  su  per  le  sucid'onde 

Già  puoi  scorgere  quello,  che  s'aspetta, 

Se'l  fumo  del  pantan  noi  ti  nasconde.  li 

Corda  non  pinse  mai  da  sé  saetta, 

Che  sì  corresse  via  per  l' aere  snella 

Com'  i'  vidi  una  nave  piccioletta  15 

Venir  per  l'acqua  verso  noi  in  quella, 

Sotto  il  governo  d' un  sol  galèoto 

Che  gridava:  or  se  giunta  anima  fella?  18 

Flegias,  Flegias,  tu  gridi  a  voto, 

Disse  lo  mio  Signore,  a  questa  volta: 

Più  non  ci  avrai  se  non  passando  il  loto.  21 

Quale  colui ,  che  grande  inganno  ascolta, 

Che  gli  sia  fatto,  e  poi  se  ne  rammarca; 

Tal  si  fé'  Flegias  nell'ira  accolta.  24 


CANTO  Vili.  20S 

Lo  duca  mio  discese  nella  barca, 

E  poi  mi  fece  entrare  appresso  lui  ; 

E  sol  quand'io  fui  dentro,  parve  carca.  27 

Tosto  che  '1  duca ,  ed  io  nel  legno  fui, 

Segando  se  ne  va  l' antica  prora 

Dell'acqua  più,  che  non  suol  con  altrui.  30 

Mentre  noi  correvano  la  morta  gora, 

Dinanzi  mi  si  fece  un  pien  di  fango , 

E  disse;  chi  se' tu  che  vieni  anzi  ora?  33 

Ed  io  a  lui;  s'io  vengo,  i'  non  rimango: 

Ma  tu  chi  se',  che  sì  se'  fatto  brutto? 

Rispose:  vedi  che  son  un  che  piango.  36 

Ed  io  a  lui:  con  piangere  e  con  lutto, 

Spirito  maladetto,  ti  rimani: 

Ch'io  ti  conosco,  ancor  sie  lordo  tutto.  39 

Allora  stese  al  legno  ambe  le  mani  : 

Perchè '1  Maestro  accorto  lo  sospinse, 

Dicendo:  via  costà,  con  gli  altri  cani.  42 

Lo  collo  poi  con  le  braccia  mi  cinse, 

Baciommi'l  volto,  e  disse:  alma  sdegnosa, 

Benedetta  colei  che'n  te  s' incinse.  48 

Quei  fu  al  mondo  persona  orgogliosa: 

Bontà  non  è,  che  sua  memoria  fregi: 

Così  è  l'ombra  sua  qui  furiosa.  48 

Quanti  si  tengon  or  lassù  gran  regi , 

Che  qui  staranno  come  porci  in  brago , 

Di  sé  lasciando  orribili  dispregi.  SI 

Ed  io  :  Maestro ,  molto  sarei  vago 

Di  vederlo  attuffare  in  questa  broda, 

Prima  che  noi  uscissimo  del  lago.  54 

Ed  egli  a  me:  avanti  che  la  proda 


206  INFERNO 

Ti  si  lasci  veder,  tu  sarai  sazio 

Di  tal  disio  converrà  che  tu  goda.  57 

Dopo  ciò  poco  vidi  quello  strazio 

Far  di  costui  alle  fangose  genti, 

Che  Dio  ancor  ne  lodo,  e  ne  ringrazio.  60 

Tutti  gridavano:  a  Filippo  Argenti: 

Quel  fiorentino  spirito  bizzarro 

In  sé  medesmo  si  volgea  coi  denti.  63 

Quivi  '1  lasciammo,  che  più  non  ne  narro: 

Ma  negli  orecchi  mi  percosse  un  duolo , 

Perch'io  avanti  l'occhio  intento  sbarro.  66 

El  buon  Maestro  disse:  ornai  figliolo, 

S'appressa  la  città  ch'ha  nome  Dite, 

Coi  gravi  cittadin,  col  grande  stuolo.  69 

Ed  io:  Maestro  già  le  sue  ineschile 

Là  entro  certo  nella  valle  scerno 

Vermiglie,  come  se  di  fuoco  uscite  75 

Fossero:  ed  ei  mi  disse,  il  fuoco  eterno, 

Ch'entro  l'affuoca,  le  dimostra  rosse, 

Come  tu  vedi  'n  questo  basso  'nferno.  75 

iNoi  pur  giugnemmo  dentro  all'alte  fosse, 

Che  vallan  quella  terra  sconsolata: 

Le  mura  mi  parea  che  ferro  fosse.  78 

Non  senza  prima  far  grande  aggirata, 

Venimmo  in  parte  dove  '1  nocchier,  forte, 

Uscite  ci  gridò,  qui  è  l'entrata.  81 

lo  vidi  più  di  mille  in  su  le  porte 

Dal  ciel  piovuti ,  che  stizzosamente 

Dicean:  chi  è  costui  che  senza  morte  84 

Va  per  lo  regno  della  morta  gente? 

E  '1  savio  mio  Maestro  fece  segno 


CANTO  Vili.  207 

Di  voler  lor  parlar  segretamente.  87 

Allor  chiusero  un  poco  il  gran  disdegno 

E  disser:  vien  tu  solo,  e  quei  sen  vada, 

Che  sì  ardito  entrò  per  questo  regno.  90 

Sol  si  ritorni  per  la  folle  strada: 

Provi,  se  sa,  che  tu  qui  rimarrai, 

Che  scorto  l'hai  per  sì  buja  contrada.  95 

Pensa,  lettore,  s'io  mi  sconfortai 

Nel  suon  delle  parole  maledette: 

Che  non  credetti  ritornarci  mai.  96 

0  caro  Duca  mia,  che  più  di  sette 

Volte  m'hai  sicurtà  renduta,  e  tratto 

D'alto  periglio  che  'ncontra  mi  stette,  99 

Non  mi  lasciar,  diss'  io,  così  disfatto: 

E  se  l' andar  più  oltre  ni'  è  negato , 

Ritroviam  l'orme  nostre  iusieme  ratto.  102 

E  quel  Signor,  che  lì  m'avea  menato, 

Mi  disse:  non  temer,  che  '1  nostro  passo 

Non  ci  può  torre  alcun,  da  tal  n'  è  dato.  105 

Ma  qui  m'attendi,  e  lo  spirito  lasso 

Conforta,  e  ciba  di  speranza  buona; 

Ch'io  non  ti  lascerò  nel  mondo  basso.  108 

Così  sen  va,  e  quivi  m'abbandona 

Lo  dolce  padre,  ed  io  rimango  in  forse; 

Ch'  el  no,  e  '1  sì  nel  capo  mi  tenzona.  Iti 

Udir  non  potè  quello,  eh'  a  lor  porse: 

Ma  ei  non  stette  là  con  essi  guari, 

Che  ciascun  dentro  a  prova  si  ricorse.  -1 14 

Chiuser  le  porte  quei  nostri  avversari 

Nel  petto  al  mio  Signor,  che  fuor  rimase, 

E  rivolsesi  a  me  con  passi  rari.  UT 


208  INFERNO 

Gli  occhi  alla  terra,  e  le  ciglia  avea  rase 
D'ogni  baldanza,  e  dicea  ne'  sospiri: 
Chi  m' ha  negate  le  dolenti  case?  120 

Ed  a  me  disse:  tu  pereti'  io  m'adiri, 
Non  sbigottir,  ch'io  vincerò  la  prova, 
Qual  ch'alia  difension  dentro  s'aggiri.  123 

Questa  lor  tracotanza  non  è  nova, 
Che  già  l'usaro  a  men  segreta  porta, 
La  qual  senza  serrarne  ancor  si  trova.  126 

Sovr'essa  vedestù  la  scritta  morta: 
E  già  di  qua  da  lei  discende  l'erta, 
Passando  per  li  cerchi  senza  scorta, 

Tal,  che  per  lui  ne  fia  la  terra  aperta.  130 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  della  superbia  che  si  castiga  nel  cerchio  della  pa- 
lude stigia.  Il  canto  può  dividersi  in  quattro  parti  generali. 
Nella  prima  si  ha  la  descrizione  della  guardia  del  cerchio,  e 
del  nocchiero,  che  trasporta  le  anime  alla  città  di  Dite  —  nella 
secondasi  ha  cognizione  di  un  superbissimo  spirito  ivi  punito 
mentre  noi  ecc.  nella  terza  la  insegna  della  detta  città  qui  il 
lasciamo  ecc.  nella  quarta,  ed  ultima  si  racconta  la  forte  op- 
posizione che  ebbero  Dante,  e  Virgilio  nell'ingresso  della 
città  io  vidi  più  di  mille  ecc. 

Prima  di  passare  al  commento  del  testo  è  bene  sapere, 
che  quando  Dante  fu  cacciato  in  esilio  dalla  patria  aveva  scritti 
soltanto  i  primi  sette  canti  di  questo  libro,  (seguendo  il  testo 
di  Benvenuto  i  canti  erano  sei ,  ma  il  Muratori  nelV  antichità 
d' Italia  porta  che  sette  furono  i  canti  trovati.  —  Si  è  attenuto 
a  quest'ultimo  il  traduttore)  e  la  provvidenza  divina  non  per- 
mise che  fosse  perduta  o  sospesa  un'  opera  tanto  grande  ad 


CANTO  Vili.  209 

onta  che  l'autore  esulasse  in  varie  parti,  incerto  di  sua  for- 
tuna, e  persino  della  sua  vita.  Per  la  confisca,  e  saccheggio 
della  casa  di  Dante,  la  turba  devastatrice  fece  pochissimo  con- 
to di  carte  scritte,  che  si  erano  lasciate  in  vari  cofani,  di  niun 
pregio  credute,  e  trovate  da  un  tale,  e  portate  a  Dino  di  Fio- 
renza, allora  in  nome  del  maggiore  erudito  toscano,  furono 
giudicate  del  pregio  che  hanno,  e  spedite  da  Dino  al  mar- 
chese Marcello  Malaspina,  presso  del  quale  l'autore  erasi  ri- 
coverato. Quel  sapiente,  e  generoso  marchese  le  consegnò  a 
Dante,  pregandolo  a  non  lasciare  imperfetta  quell'opera,  che 
non  poteva  non  riescir  grande,  se  aveva  avuto  un  principio 
tanto  sublime.  Dante  al  vedere  i  propri i  scritti  che  riteneva 
perduti,  si  dice  che  esclamasse  —  la  restituzione  del  più  gran- 
de mio  lavoro  è  il  ritorno  del  mio  onore  per  molti  secoli.  — 
E  volendolo  Iddio,  ed  insistendo  il  marchese  protettore,  l'au- 
tore, sebbene  con  molto  sforzo,  rialzò  l'animo  abbattuto,  e  ri- 
prese 1'  opera  incominciata  nelP  idea  di  condurla  a  compi- 
mento io  dico  seguitando  proseguendo  nel  lavoro  abbando- 
nato pel  sofferto  esilio.  E  finge  primamente,  che  della  torre 
sopraccennata  si  faccia  come  specola  della  città,  da  cui  Fle- 
gias  abbia  i  segni  di  convenzione  nel  trasporto  a  Dite  delle 
anime.  Flegias  non  trasporta  che  le  anime  da  punirsi  dentro, 
giacché  le  altre  tormentate  fuori  non  si  movono  mai  dal  luo- 
go dove  furono  poste.  Dante  vide  alzarsi  due  fiaccole  nella 
sommità  della  torre  sovrastante  alla  porta  d'ingresso, e  due 
altre  fiaccole  nella  sommità  di  altra  torre.  Le  due  fiaccole 
significavano  che  erano  giunti  due  sconosciuti,  e  volevano 
entrare  in  città  gli  occhi  nostri  intellettuali  andaron  su  la 
cima  di  un  altra  torre  posta  sulP  estremo  margine  della 
valle  assai  prima  che  noi  giungessimo  al  pie.  Con  artificio 
Dante  retrocede,  perchè  aveva  detto  in  fine  del  canto  preceden- 
ti ambaldi  —  Voi.  \.  14 


21 0  INFERNO 

te  di  essere  pervenuto  a  pie  della  torre,  ed  ora  narra  che  vide  le 
fiaccole  prima  di  giungervi  per  due  frammette  faci  ardenti  che 
vedemo  porre  per  indicare,  che  due  erano  giunti,  e  rispon- 
devano i  custodi  dell'altra  torre  con  segno  consimile,  come 
vediamo  usarsi  nelle  vedette  poste  in  alti  luoghi  a  difesa  di 
città  minacciata  da  nemici  et  un  altra  alcuni  spiegano  fiac- 
cola ma  ciò  non  può  stare,  e  deve  ritenersi  torre  —  tanto  eh  a 
pena  l potea  l occhio  torre  distinguere,  od  arrivare  per  la 
troppa  distanza.  Può  anche  moralmente  ritenersi  che  la  torre 
figuri  la  superbia,  come  la  rappresentano  le  fiaccole,  perchè 
il  fuoco  sempre  tende  all'alto.  L'autore  pone  due  torri,  e  due 
fiaccole  in  ciascuna  a  significare  la  superbia  tanto  nelle  opere 
buone,  quanto  nelle  cattive,  il  vizio  potendosi  esercitare  non 
solo  fra  i  mali,  ma  anche  fra  i  beni,  come  p.  e.,  superbia  di 
scienza,  di  virtù,  di  santità,  dando  gloria  a  sé  stesso,  senza 
riferir  tutto  a  Dio.  La  seconda  torre  poi  figura  la  superbia  in- 
terna, manifestata  dai  segni  esterni,  che  altrimenti  non  si  po- 
trebbe conoscere,  e  la  seconda  torre  ha  fiaccole  corrispon- 
denti alla  prima,  perchè  similmente  la  superbia  interna  ha 
luogo  nelle  buone,  e  male  operazioni.  Quante  false  inter- 
pretazioni di  questo  passo.  11  perchè  Dante  et  io  mi  volsi 
al  mar  di  tutto  senno  a  Virgilio  che  iperbolicamente  chiama 
mare  di  tutto  senno  et  dissi  questo  fuoco  che  dice  che  cosa 
significa?  et  chi  sono  quei  che  l  fanno  sono  uomini,  o  de- 
moni? et  etti  a  me  quel  savio  mi  rispose  già  scorger  poi  puoi 
comprendere  che  s  aspecta  si  attende  un  nocchiero  con  barca 
su  per  le  succide  onde  su  per  le  acque  turpi  della  palude  se  l 
fumo  del  pantan  noi  te  nasconde  dalle  valli  paludose  d'or- 
dinario si  alza  folta  nebbia  che  impedisce  di  veder  gli  oggetti, 
specialmente  di  lontano.  Se  Dante  poi  aveva  visto  di  lontano 
le  due  torri,  bisogna  confessare  che  queste  fosser  ben  più  vi- 


CANTO  Vili.  211 

sibili  di  piccola  barca,  e  perchè  elevate,  e  di  più  avevano 
due  fiaccole  accese  per  ciascuna.  Flegia  fu  re  de'Lapiti,  pa- 
dre di  Alione  che  pel  primo  in  Grecia,  e  col  mezzo  de'  Cen- 
tauri esercitò  violenta  tirannide  e  Virgilio  nel  sesto  dell'Enei- 
de finge  che  i  Centauri  seggano  in  alti  tori,  coperti  da  au- 
ree coltri,  con  mense  ripiene  di  splendide  dapi.  Quando  al- 
lungano le  mani  per  prender  cibo  una  furia  d'averno  lo  im- 
pedisce. Hanno  un  sasso  enorme  pendente  sul  capo,  e  che  mo- 
stra cadere  ad  ogni  istante:  così  vien  domata  la  loro  super- 
bia. Flegia  fu  superbissimo:  uccise  la  propria  figlia:  incendiò 
il  tempio  di  Apollo;  a  ragione  dunque  l'autore  lo  pone  a  rap- 
presentare la  superbia.  Gli  dà  l'incarico  di  trasportare  le  a- 
nime  a  Dite  come  pena ,  giacché  in  Dite  sono  castigate  la 
violenza,  e  le  frodi  compagne  della  superbia.  Abbiamo  da 
Salomone  —  che  principio  di  ogni  male  è  la  superbia.  —  La 
.velocità  poi  della  barca  di  questo  nocchiero  è  somigliante  alla 
saetta  che  scocca  dall'  arco;  e  come  la  saetta  velocemente  fende 
l'aria,  e  lieve,  ed  acuta  penetra,  e  ferisce,  così  la  piccola  barca 
celerissima  solca  quelle  onde,  e  lieve  penetra,  ed  avanza 
corda  non  pinse  mai  da  se  saetta  la  corda  dell'  arco  non  isca- 
ricò  il  dardo  mai  che  si  corresse  via  snella  tanto  veloce  com  io 
vidi  una  nave  piccioletta  —  venire  spinta  da  mano  d'uomo 
verso  noi  incontro  a  me,  ed  a  Virgilio  in  quella  per  l  aqua 
di  Stige.  La  navicella  figura  la  vita  del  superbo  di  corso  ve- 
loce, e  corto,  niuno  estremo  essendo  durabile; ed  è  condotta 
per  valle  tenebrosa,  in  continuo  pericolo  di  sommergersi, 
come  la  superbia,  sotto  l  governo  di  un  sol  galeotto  di  un 
solo  nocchiero  per  esprimere  che  il  superbo  non  vuole  com- 
pagno a  differenza  degli  altri  vizi,  in  cui  somiglianza,  e  com- 
pagnia son  care,  e  l'avaro  ama  gli  avari,  il  prodigo  i  prodighi , 
ma  il  superbo  non  può  convenire,  né  amare  gli  allri  superbi, 


21*2  INFERNO 

anzi  li  odia,  e  cerca  ad  ogni  modo  odi  opprimerli,  o distrug- 
gerli. Due  sono  le  passioni  che  non  ammettono  consorzio  al 
dire  di  Seneca — dominio — e  matrimonio.  Flegia,  arrivato 
Dante,  gridò  e  se  giunta  anima  fella  credendosi  di  portarlo 
al  castigo. 

Disse  il  mio  signor  Virgilio  o  Flegias  Flegias  o  superbo, 
o  superbo,  replicando  l'esclamazione  per  maggiore  sprezzo 
tu  gridi  a  voto  indarno  minacci,  perchè  questi  non  viene 
come  dannato,  ma  invece  per  impedire  che  altri  per  super- 
bia qui  vengano,  e  poco  rimarrà  in  questo  luogo  più  non  ci 
avrai  a  questa  volta  se  non  passando  il  loto  il  fango  di  que- 
sta palude:  e  così  dice  perchè  l'autore  brevemente  tratta  in 
questo  luogo  del  vizio  della  superbia,  della  quale  dirà  molto 
nel  Purgatorio.  Flegias  fecesi  allora  si  mostrò  tale  nel  ira 
accolta  ristretta  alla  mente,  ed  al  cuore  quale  e  colui  come 
colui  si  mostra  che  ascolta  grande  inganno  che  li  sia  facto 
poi  se  ne  ramaricha  si  lamentarsi  duole.  Flegia  crucciavasi, 
perchè  in  diritto  di  portare  le  anime  superbe  dannate,  allora 
non  poteva  esercitarlo,  anzi  ritraeva  sommo  danno,  perchè 
forzato  a  portare  un  vivente,  in  grazia  speciale  di  Dio,  e  che 
veniva  per  mozzargli  il  regno,  lo  duca  mio  Virgilio  discese 
nella  barca  perchè  la  ragione  sempre  deve  precedere  e  poi 
mi  fece  entrare  appresso  lui  come  conoscitore  di  que'  luoghi 
e  quella  barca  parve  charcha  onusta,  oppressa  sol  sola- 
mente quando  io  fui  dentro  perchè  era  vivente  con  carne, 
ed  ossa,  e  la  barca  non  soleva  trasportare  che  anime  nude; 
ovvero  moralmente  parlando  il  sapiente  qualche  volta,  con 
modi  prudenti  ferma  la  nave  della  superbia,  come  Aristotile 
che  spesso  con  modi  blandi ,  e  consigli  frenò  l' ira,  ed  il  fu- 
rore di  Alessandro:  cosi  anche  Seneca  con  Nerone.  I  antica 
prora  cioè  barca:  prora  è  parte  anteriore  della  barca,  e  niuna 


CANTO  Vili.  213 

barca  è  più  antica  di  questa,  se  la  superbia  fu  generata  in 
cielo,  e  fece  scacciare  di  là  l'angelo  bellissimo,  ed  espellere 
Adamo  dal  Paradiso  terrestre  sen  va  seccando  solcando,  rom- 
pendo le  onde  più  de  l  acqua  andando  più  lenta,  più  acqua 
fondava  che  non  sol  cum  altro  tosto  che  l  duca  ed  io  nel  le- 
gno fui  tosto  che  io  Dante,  e  Virgilio  fummo  dentro  la  barca. 
Così  è  chiaro  che  Flegia  non  usò  di  alcuna  dimora  e  si  mise 
a  vogare  nella  mira  di  più  presto  sgravarsi  di  questi  non  gra- 
diti passeggi  eri. 

Mentre  noi  seconda  parie  generale.  Descrizione  di  un 
superbo  moderno.  Finge  prima  Dante  che  i  superbi  si  azzuf- 
fino, e  si  trascinino  l'un  l'altro  pel  fango, e  pel  pantano  fe- 
tente della  valle,  con  che  si  vuol  significare,  che  i  superbi 
hanno  continua  rissa  fra  loro,  con  continua  alterna  fortuna, 
e  mina;  ludibrio  della  sorte,  e  de' popoli;  favola  del  volgo. 
dinanzi  a  mesifeceunpien  di  fango  si  offerse  alla  mia  mente 
mentre  noi  passavam  la  morta  gora  nel  mentre  tragittavamo 
quella  fossa,  di  acqua  morta,  o  senza  moto  gora  è  volgare 
fiorentino  e  suona  acqua,  che  corre  per  doccia  al  molino. 
Costui  era  il  fiorentino  Filippo  Argenti  degli  Àdimari,  super- 
bissimo, iracondo,  senza  virtù,  intollerabile:  veniva  da  schiatta 
numerosa;  era  bello,  robusto,  assai  ricco,  ed  ogni  sua  cosa 
Io  faceva  arrogante:  odiava  il  popolo  fiorentino:  aveva  un  ca- 
vallo che  chiamava  —  cavallo  di  Fiorenza  —  e  che  dava 
per  nolito  a  chi  lo  ricercava:  traeva  motivo  di  riso,  e  di  bor- 
dello a  carico  di  Fiorenza  quando  ricercato  da  molti  il  noleg- 
gio del  cavallo,  rispondeva  agli  ultimi  —  fosti  prevenuto, 
come  avvenne  al  governo  —  ma  Dante  ora  gli  paga  il  nolito 
se  mai  fu  burlato.  —  Il  cavallo  che  dava  a  nolito  era  solito 
ferrarlo  con  argento;  ecco  perchè  gli  venne  il  soprannome  di 
Filippo  Argenti.  Egli  chiese  chi  se  tu  che  meni  anzi  ora  prima 


214  INPERNO 

di  morire,  e  vivente  ancora  vieni  all'inferno?  et  io  a  lui  ri- 
sposi come  venni,  ma  non  gli  dissi  chi  era  s  io  vengo  non 
remango  e  con  tale  risposta  Dante  gli  aumenta  la  pena  —  non 
vengo  per  restare,  e  presto  partirò,  ma  tu  qui  rimarrai  in  eter- 
no. E  Fautore  sentì  anch'egli  alcun  poco  la  superbia,  ma  non  la 
disgiunse  mai  dall'amore  di  scienza,  e  di  virtù,  ma  tu  chi  se 
die  si  facto  bruto  chi  sei  tu,  che  sei  sì  brutto,  e  vivi  nel 
fango?  vedi  che  sono  uno  che  piango  Argenti  vergognandosi 
di  dire  il  proprio  nome,  risponde  solo  della  sua  miseria:  et  io 
a  lui  accortamente  risposi  o  spirto  maledecto  maledetto  da 
Dio,  e  dagli  uomini,  perchè  non  facesti  mai  nulla  di  buono 
né  verso  Iddio,  né  verso  i  tuoi  simili  tu  ti  rimani  slatti  in 
questo  fango,  in  cui  sempre  star  possa  eh  io  ti  conosco  ti 
ravviso,  o  superbo,  ancor  si  lordo  tutto  sebbene  così  detur- 
pato dal  fango  puzzolente,  e  nero:  tu  sei  quello  che  sprez- 
zavi gli  altri  tutti:  che  calcavi  del  piede  ogni  opera  altrui: 
dov'è  il  tuo  destriero ,  la  sella  ornata,  l'aureo  freno?  Bene  ti 
sta;  perchè  non  sapesti  esser  ricco,  vivi  or  misero  in  eterno. 
allor  allora  Filippo  offeso  dalle  acerbe  parole  di  Dante,  discese 
non  allegro  montò  in  ira:  per  vendicarsi  tentò,  forte  scuotendo- 
la, di  sommergere  la  barca:  il  superbo  anche  all'ultimo  grado 
di  miseria  non  può  tollerare  lo  sprezzo,  perche  l  maestro  ac- 
corto Virgilio  avveduto,  ed  avvedutosi  lo  spinse  lo  scacciò 
lontano  dalla  barca  dicendo  via  costa  cogli  altri  cani  va  via 
di  qua,  va  cogli  altri  superbi  tuoi  pari,  che  si  adirano  come 
cani  ad  ogni  detto  —  vanne,  mordi  te,  cane  rabbioso,  nella 
tua  rabbia.  —  Poco  prima  della  cacciata  di  Dante  dalla  patria 
fu  nella  città  di  Fiorenza  un  tale  per  nome  Ciacco,  somma- 
mente goloso,  del  quale  si  disse  nelcanto  VI,  e  contempora- 
neamente un  altro  buffone,  adulatore,  nomato  Biondello,  pic- 
colo di  corpo,  ma  pulito  di  modi,  sempre  attillato,  con  zaz- 


CANTO  Vili.  21$ 

zera  acconciala,  e  senza  un  capello  torto  sul  capo.  Biondello 
in  un  dì  di  quaresima  recossi  in  pescheria  per  comprare  due 
pesci  —  lamprede  —  per  conto  di  Verio  de'  Cerchi  capo  di 
parte  bianca.  Lo  vide  Ciacco  fare  l'acquisto  de' pesci,  e  di- 
mandò che  fosse?  Biondello  tosto  inventò,  che  la  sera  innanzi 
erano  state  regalate  a  Cursio  de' Donati  tre  altre  lamprede 
assai  più  belle  di  quelle  eh*  egli  aveva  comprate,  e  che  Cur- 
sio gli  diede  carico  di  comprarne  altre  due,  perchè  inten- 
deva dare  un  gran  pranzo  il  giorno  dopo,  invitando  molti  no- 
bili, ed  amici:  ed  aggiunse  — non  ci  vieni  tu?  — Cursio  era 
capo  della  parte  nera.  —  Rispose  Ciacco  —  immaginati  se  io 
potrò  stare  di  non  venirci:  — ed  il  giorno  dopo  di  fatto,  al- 
l'ora di  pranzo,  correndo  verso  la  casa  di  Cursio,  lo  trovò 
sulla  porta,  che  disse  a  lui;  buon  passeggio,  Ciacco.  —  E  Ciac- 
co soggiunse  —  ora  vengo  a  pranzo  da  voi  —  allora  Cursio 
guardò  che  ora  era,  e  disse  esser  presto;  infrattanto  che  par- 
lavano, Ciacco  potè  per  altro  avvedersi  che  non  si  aspettava 
alcun  invitato,  e  si  ritenne  per  burlato.  E  la  burla  fu  più 
crudele  ,  quando  giunto  finalmente  a  tavola ,  non  trovò  che 
ceci,  e  pesciolini  d'Arno,  sicché  si  partì  non  solo  scor- 
nato, ma  anche  con  fame.  Ma  immaginò  di  vendicarsi  di  Bion- 
dello con  usura.  Ciacco  scelse  fra  i  ribaldi  di  piazza  un  tale 
che  faceva  al  proposito  suo,  perchè  agile,  e  lesto,  e  gli  pro- 
mise un  grosso  regalo.  Va  nella  loggia  degli  Adimari,  gir 
disse,  con  un  fiasco  di  vetro,  e  dì  a  Filippo  Argenti  che  Bion- 
dello ti  manda,  pregando  che  volesse  tingere  quel  fiasco  del 
suo  ottimo  vino  rosso,  avendo  fissato  un  piccolo  convito  con 
pochi  amici.  11  commissionato,  sorvegliandolo  Ciacco  poco 
lontano,  fece  l'ambasciata  a  Filippo  da  parte  di  Biondello 
e  tosto  fuggì  incontro  di  Ciacco,  che  lo  rimunerò,  ritiran- 
do il  fiasco  dato  al  ribaldo.  E  tosto,  trovato  Biondello,  gli 


216  INFERNO 

disse  che  lo  ricercava  l'Argenti  con  premura,  cui  credendo, 
s'inviò  verso  la  loggia  degli  Adimari,  sempre  in  lontananza 
seguito  dallo  stesso  Ciacco.  L'Argenti,  ritenendosi  truffato  dal 
messo  di  Ciacco,  e  che  Biondello  ad  insinuazione  di  qualcuno 
l'avesse  in  tal  modo  offeso,  corse  incontro  a  Biondello,  che 
lo  salutava,  e  gli  diede  un  pugno  nella  faccia.  E  nota  bene 
che  l'Argenti  era  di  forme  colossali,  robusto,  nervoso,  facile 
all'ira.  Biondello  gridava  ahimè!  Che  è  questo  o  signore?  Ma 
lo  prendeva  pei  capelli,  e  lo  percuoteva  co' pugni  sclamando, 
traditore ,  ben  vedi  che  è!  Perchè  mandasti  da  me  a  tingere 
il  fiasco?  lo  sì  che  ti  tingerò  in  rosso.  Credi  che  sia  un  bam- 
bino da  prendere  a  gabbo?  e  così  discorrendo  gli  contuse  il 
viso  tutto,  gli  strappò  quasi  tutti  i  capelli,  e  lo  avvoltolò  nel 
fango  della  strada.  E  lanto  era  il  furore  delle  percosse  che 
non  potè  Biondello  dir  nulla  a  sua  giustificazione.  Finalmente, 
molti  accorsi,  a  stento  cavatoglielo  di  sotto,  gli  dicevano, 
ch'era  stato  un  pazzo  a  mandare  all'Argenti  un  ribaldo  con 
fiasco  per  truffarlo,  ed  offenderlo,  giacché  doveva  sapere  che 
non  era  uomo  da  scherzo.  Biondello  invece  giurava  di  non 
avere  mandato  alcuno,  e  venne  a  giorno  che  tutto  era  suc- 
cesso per  vendetta  di  Ciacco,  burlato  delle  lamprede  del  Vc- 
rio:  e  trascinatosi  meglio  che  potè  in  sua  casa,  vi  stette  molti 
giorni  in  tristezza,  e  dolore  per  guarire  dalle  contusioni,  e 
lacerazioni.  Sortito  di  casa  incontrò  Ciacco,  che  gli  chiese 
—  come  ti  piacque  il  vino  rosso  dell'  Argenti  ?  cui  rispose  Bion- 
dello—  ti  fossero  in  simil  modo  piaciute  le  lamprede!  — 
Allora  sorridendo  Ciacco;  ti  sta  bene:  volevi  darmi  a  bere,  ed 
hai  male  bevuto.  Ma  tornando  al  proposito  nostro  vedi  come 
quel  Filippo  Argenti  per  uno  scherzo  da  nulla  trattò  crudel- 
mente un  amico!  Meritamente  adunque  vien  trascinato  qual 
cane  rabbioso  pel  sozzo  fango  infernale. 


CANTO  Vili.  217 

Virgilio  approvando  le  contumeliose  parole  dette  dall' au- 
tore all'  Argenti  mi  avinse  poi  il  collo  con  le  braccia  mi 
gettò  le  braccia  al  collo  basomi  il  volto  mi  baciò  in  fac- 
cia et  disse  alma  sdegnosa  o  anima  sdegnosa  bono  per  te  os- 
sidi ben  facesti,  che  in  tal  modo  mostri  di  avere  inabbomina- 
zione  tal  razza  di  superbi  nudi  di  ogni  virtù.  Il  tuo  sdegno  fu 
nobile ,  perciò  benedicta  colei  che  n  te  s incinse  beata  colei, 
che  ti  portò  nell'utero,  o  secondo  altra  interpretazione,  beata 
colei,  che  gravida  cingevasi  sopra  te  nel  proprio  utero.  Ed  in- 
vero la  madre  di  Dante  fu  beata,  nomata  degnamente  Gemma 
—  gemma  splen diente,  che  gettò  tanta  luce  nel  mondo.  Altri 
testi  hanno  —  s'incese  —  ed  allora  deve  leggersi  così  —  Be- 
nedetta colei  che  si  accese  dell'amor  tuo,  e  venne  a  me,  Vir- 
gilio, a  pregarmi  che  ti  guidassi  per  l'Inferno  a  contemplare 
il  castigo  de' superbi,  perchè  avessi  insegnato  a  vincerli,  e 
disprezzarli.  La  prima  interpretazione  è  migliore:  la  seconda 
è  forzata,  quei  colui  che  vedesti  tanto  furente  fu  al  mondo 
primo  orgoglioso  fu  tra  viventi  pieno  di  orgoglio,  presuntuoso, 
temerario,  senza  un'  ombra  di  merito  bontà  non  è  che  sua 
memoria  fregi  non  lasciò  titolo  buono  per  farne  memoria  cosi 
se  l ombra  sua  qui  furiosa  ecco  perchè  l'ombra  sua  è  qui 
furente:  il  superbo  che  non  ha  virtù  da  contropporre  a  tal 
vizio,  si  sdegna,  e  monta  in  furore  ad  ogni  parola.  Quanti 
si  tengon  or  la  su  nel  mondo  gran  regi  gran  principi,  im- 
perocché anticamente  Re  era  nome  di  dignità,  e  non  d'im- 
pero secondo  Giustino  —  si  tengono  —  perchè  l'orgoglioso, 
ed  arrogante  giudica  falsamente  di  sé  stesso:  quegli  è  vero 
Re,  che  primamente  sa  reggere  sé  stesso  che  qui  staranno  co- 
me porci  in  bracho  come  majali  nel  porcile,  nel  fango  di  que- 
sta valle  puzzolentissima.  Anche  nel  mondo  de' viventi  spesso 
accadde  altrettanto;  Siface,  Giugurta,  Serse,  e  tanti  Duci  romani 


è 


218  INFERNO 

marcirono  nelle  carceri.  Vitellio  imperatore  condotto  per  la 
città  dal  furore  del  popolo  ebbe  gettati  in  faccia  loto,  urine, 
e  lo  sterco.  Valeriano  imperatore  invecchiò  nella  schiavitù,  e 
prigionia  de' persiani  colla  ignominia  di  sottoporre  il  tergo  al 
re  nemico,  quando  montava  a  cavallo:  così  scrive  Elio  Spar- 
ziano.  E  tutto  giorno  abbiamo  gli  esempi  sotto  degli  occhi  di 
se  lasciando  horribili  dispregi  il  superbo  senza  virtù  è  di- 
spregevole, e  disprezzato  anche  dopo  morte,  et  io  o  maestro 
molto  seria  vago  di  vederlo  a  tuffare  io  Dante  dissi  a  Virgi- 
lio, quanta  curiosità  avrei  di  vederlo  sommergere  in  questa 
broda  in  quest'acqua  densa,  e  grossa  prima  che  noi  uscissi- 
mo del  loco  da  questa  palude.  Siccome  egli  piacevasi  di  fare 
zimbello  d'altrui,  e  di  straziare,  così  prima  di  partirmi ,  vor- 
rei vedere  che  si  facesse  altrettanto  di  lui.  et  egli  a  me  Vir- 
gilio mi  rispose  tu  sarai  satio  di  tal  disio  convien  che  tu 
goda  sarai  appagato,  e  godrai  di  veder  tal  vendetta  avanti  che 
la  proda  l'estrema  riva  ti  si  lasci  vedere  prima  che  arrivi  alla 
città,  e  sorta  di  barca.  Eran  dunque  tanto  lungi,  che  non  po- 
tevano vedere  la  riva  estrema.  11  desiderio  espresso  dall'au- 
tore è  proprio  di  ogni  sapiente  anche  in  questo  mondo.  Scor- 
gendo le  bizzarrie  de' superbi  si  preconizza  la  lor  vita  sciaura- 
ta;  e  dirà  taluno  —  vorrei  che  ciò  avvenisse  presto!  ed  altri  — 
avverrà  anzi  che  tu  lo  pensi  —  ed  avviene.  Di  simil  modo  par- 
lava Boezio  nelle  sventure,  e  Dante  nell'esilio,  e  si  avverò  il 
prestigio  in  ambidue,  imperocché  se  Boezio  non  fosse  stato 
carcerato  dal  superbo  re  de' goti,  non  avrebbe  scritta  la  gran- 
d'opera  —  De  consolatone — nelle  tribolazioni,  e  quando  Dan- 
te non  avesse  sofferta  la  persecuzione  de' superbi,  e  non  fosse 
vissuto  nell'esilio  non  avrebbe  fatta  un'opera  tanto  meravi- 
gliosa, che  servì  a  correggere  dai  vizi  sé  stesso,  ed  altrui.  Se 
l'uno,  o  l'altro  fosse  interrogato  —  vorresti  non  aver  mai  sof- 


CANTO   Vili.  219 

ferto  l'esilio,  e  la  carcere,  non  dubito  che  risporidessero, 
piuttosto  la  carcere,  e  l'esilio,  io  vidi  dopo  ciò  dopo  tai  detti 
far  questo  stratio  questo  tormento  de  costui  di  Filippo  alle 
fangose  genti  ai  superbi  posti  nello  stesso  fango,  e  così  Dante 
fa  punire  i  superbi  da  altri  superbi  che  ancor  ne  lodo  et  rin- 
gratio  Dio.  Il  sapiente  senza  rimorso  gode  della  punizione 
del  malvagio  ostinato,  nella  mira  che  l'esempio  serva  a  van- 
taggio degli  altri  tutti  gridavan  ah  Philippo  Argenti  ossisi  lo 
insultavano  colle  parole,  e  coi  fatti;  ed  esso  non  potendo  ven- 
dicarsi convertiva  la  rabbia  in  sé  stesso  e  l  fiorentino  spirito 
bizzarro  cioè  furente  si  volgia  co  denti  in  se  medesmo  come 
il  superbo  quando  non  può  vendicarsi  di  un  più  potente  di  lui. 
Quivi  il  lasciamo  terza  parte  generale.  Città  di  Dite,  pm 
non  ne  narro  non  intendo  di  più  parlare  né  dell'Argenti,  né 
della  materia  di  tai  superbi  ma  uno  duolo  un  gran  lamento  mi 
percosse  nelle  orecchie  il  lamento  non  proveniva  dalla  valle,  ma 
bensì  dalla  città  pereti  io  sbarro  l  occhio  intento  davanti  onde 
io  volsi  l'occhio  avanti  di  me  molto  lungi,  e  laddove  prima  guar- 
dava il  fango  di  quel  superbo,  ora  diressi  l'intelletto  alle  grida 
di  dolore  che  venivano  di  lontano,  lo  buon  maestro  Virgilio, 
disse  o  figliuolo  la  cita  eh  a  nome  Dite  ornai  si  appressa.  Città 
regale  nomata  Dite  dal  re  dell'Inferno  Dite,  che  nasconde  i 
tesori  del  mondo,  cioè  i  gran  colpevoli  qui  chiusi,  gli  eretici, 
i  tiranni,  gli  assassini,  i  disperati,  i  bestemmiatori,  gli  usu- 
rai, i  fraudolenti,  i  falsari,  i  traditori  con  gravi  cittadini 
cittadini,  che  gravemente  peccarono  e  con  grande  stuolo  con 
immenso  numero  ordinato  in  varie  schiere,  o  sette,  imperoc- 
ché la  città  è  piena  delle  genti  di  tutto  il  mondo  Et  io  io  Dan- 
te dissi  Maestro  Virgilio  maestro  mio  già  certe  senza  dubbio 
cerno  discerno,  distinguo  le  sue  mischite  chiese,  e  sepolcri  de- 
gli eretici  castigati  nel  giro  delle  mura  interne  della  città.  Anche 


j 


220  INFERNO 

nel  mondo  avvicinando  uria  città,  i  primi  a  farsi  vedere  sono i 
tempii ,  perchè  più  alti  e  di  mole  maggiore.  I  sepolcri,  o  chiese 
degli  eretici  hanno  le  cupole  nel  mezzo  più  elevate  del  re-, 
stante  corpo  del  fabbricato.  Dante  col  nome  di  Mesch ite  parla 
come  i  saraceni,  ed  i  sepolcri  degli  eretici  non  possono  vera- 
mente chiamarsi  chiese.  Li  pone  per  altro  in  luoghi  separali 
e  lontani  dal  centro  della  città,  perchè  lungi  dal  consorzio  de- 
gli altri  si  tengono  le  conventicole  ereticali,  vermiglie  come 
fossero  uscite  de  fuocho  roventi  come  il  ferro,  che  il  fabbro 
cava  dal  fuoco  et  ei  mi  disse  Virgilio  disse  a  me  el  fuoco  eter- 
no che  non  cessa  mai  eh  entro  l  afoca  incendia ,  infuoca  quelle 
Meschite  le  dimostra  rosse  come  tu  vedi  in  questo  basso  in- 
ferno. 

Noi  pur  giugnemo  finalmente  arrivammo  cum  Flegia 
dentro  al  alte  fosse  alte,  cioè  profonde  che  vallan  quella  ter- 
ra sconsolata  cingono  quella  infelice  terra,  o  città,  e  l'In- 
ferno è  luogo  inconsolabile.  Dante  imagina  la  città  forte,  in- 
espugnabile, con  fosse  profonde  all'intorno,  di  mura  altissi- 
me, e  grossissime.  I  delinquenti  di  gravi  colpe  anche  nel 
mondo  nostro  sono  racchiusi  dentro  alle  più  dure,  e  più  sicure 
prigioni.  Colla  profondità  delle  fosse,  e  colla  robustezza,  ed 
altezza  delle  mura  V  autore  mostra  la  profondità ,  e  difficoltà 
della  materia  che  imprende  a  trattare.  Le  murami  paria  che 
ferro  fosse  composte  di  ferro  venimo  inparte  dinanzi  alla  por- 
ta della  città ,  ove  è  il  porto  dove  l  nocchier  forte  Flegia  crido 
uscitici  uscite,  partitevi  dalla  barca  qui  e  la  intrata  e  li  de- 
pose a  terra  con  dispetto  sdegnoso,  perchè  conosceva  che  i 
deposti  avrebbero  fatto  gran  danno  alla  città,  non  senza  fare 
pria  grande  girata  perchè  non  senza  grandi  argomenti,  e  fa- 
tica potè  arrivare  alla  trattazione  di  questa  materia. 

Dante  avea  detto  nel  canto  11  per  me  si  va  nella  cita 


CANTO  Vili.  221 

dolente  ed  aveva  descritto  un  nocchiero,  Caronte,  che  tras- 
porta le  anime  per  l'Acheronte;  e  perchè  ora  descrive  un'al- 
tra città  dolente  ed  un  altro  nocchiero?  Ma  la  città  di  Dite  ha 
tre  diverse  rocche,  come  Padova  antica,  e  nella  prima  sono 
posti  gl'incontinenti  senza  molto  rigida  custodia;  nella  se- 
conda son  posti  i  violenti ,  e  la  custodia  è  più  stretta  ;  nella 
terza  di  strettissima  custodia  stanno  i  fraudolenti,  e  qui  è  uno 
speciale  portatore  di  anime  peggiori ,  e  più  orribile  degli  al- 
tri —  Gerione  —  Nel  centro  poi  della  città  trovasi  un  carcere 
oscurissimo,  un  pozzo,  nel  quale  sono  puniti  i  traditori.  Ca- 
ronte adunque  è  nocchiero  generale  delle  anime  all'Inferno: 
gli  altri  sono  speciali  portatori  di  anime  alla  specialità  delle 
pene. 

Io  vidi  più  di  mille  quarta,  ed  ultima  parte  generale. 
Dante  finge  nell'ingresso  la  più  fiera  resistenza  affinchè  sia 
nota  la  lotta  che  egli  soffrì  nella  mente  sua.  Se  Dante  aveva 
trovato  superiormente  altri  custodi ,  che  pretendevano  negar- 
gli l'ingresso  per  la  contemplazione  de' vizi  comuni  p.  e.  del- 
l' incontinenza ,  vizio  per  sé  conosciuto,  quanto  più  doveva 
temere  contrasto  da  custodi  di  città,  in  cui  sono  puniti  i  vizj 
come  più  gravi,  così  più  occulti!  Immagina  pertanto,  che  in 
gran  numero  demoni  furenti  corressero  alla  torre  maestra  per 
impedirne  il  passo,  e  l'ingresso  a  Dante,  e  Virgilio.  I demoni 
figurano  le  malizie,  le  fraudi,  le  falsità  che  si  prepara  a  de- 
scrivere, e  che  Omero,  e  Virgilio  mai  non  descrissero  Io 
vidi  più  di  mille  dal  ciel  piovuti  demoni  caduti  dal  cielo 
per  loro  superbia  nella  città  infernale;  più  di  mille  indetermi- 
natamente equivale  ad  innumerabili  in  su  le  porte  a  magni- 
ficare l'ampiezza,  e  fortezza  di  quella  porta  unica  nella  città 
che  dicean  stizosamente  sdegnosamente,  irosamente  chi  e 
costui  tanto  audace  che  sanza  morte  prima  di  morire  va  per 


222  INFERNO 

lo  regno  della  morta  gente  per  l'Inferno,  regno  de' morii? 
Dante  non  avea  fati' uso  di  malizie,  e  frodi  che  negli  affari 
amorosi  di  sua  gioventù,  e  l  savio  Virgilio  tentò  prima  di  en- 
trare solo  sentendo  che  lagnavansi  del  solo  Dante  vivente  fece 
cenno  di  voler  parlare  a  lor  secretamente  in  favore  di  Dante 
del  quale  dolevansi.  Col  tentativo  di  Virgilio  si  ritiene  da 
molti,  che  Dante  abbia  voluto  esprimere  che  il  solo  Virgilio 
non  fu  capace  a  determinare  l'autore  alla  trattazione  di  que- 
st'opera, attor  que'demoni  chimono  un  poco  el  gran  disdegno 
lo  sdegno  concepito  nel  vedere  Dante  ancor  vivo  e  disservien 
tu  solo  altra  volta  qui  fosti ,  e  non  sei  per  tornare  al  mondo , 
dove,  avvisando  di  nostre  sventure,  possa  togliere  alla  città 
maggior  numero  di  abitatori  che  si  ardito  intro  per  questo 
regno  audace  entrò  nell'Inferno;  ma  non  passerà  oltre  sol  se 
ritorni  per  la  folle  strada  ritorni  sul  fatto  cammino  provi  se 
sa  che  tu  qui  rimarrai  faccia  ogni  sforzo,  ma  non  compirà  i 
suoi  desiderii,  né  tu  potrai  più  a jutarlo,  sebbene  lo  conduce- 
sti fin  qui  che  gli  ai  scorta  si  buja  contrada  lo  guidasti  per 
la  valle  paludosa.  Lector  pensa  s  io  mi  disconfortai  pensa 
se  fui  atterrito  al  suon  de  le  parole  maladette  di  que'  demoni 
eh  io  non  credetti  ritornarci  mai.  Qui  P  autore  vuole  espri- 
mere, che  servendosi  della  sola  ragione,  e  facendo  paragone 
fra  sé  e  Virgilio  disperò  di  potere  andare  più  oltre.  E  di  fatti 
qualche  volta  fu  in  procinto  di  lacerare  quanto  aveva  scritto, 
e  specialmente  quando  scontrava  passi  difficili,  ed  astrusi,  o 
caro  duca  mio  che  m  ai  renduta  sicurtà  mio  caro  Virgilio, 
che  mi  hai  vinto  le  tante  volte  il  timore  e  ami  tracio  d  alio  pe- 
rigoni mi  togliesti  da  estremo  pericolo  che  incontro  a  me 
stette  che  incontrai  in  questo  cammino  più  di  sette  volte  dal- 
le tre  fiere,  dal  timore  di  entrare  pel  primo  nell'Inferno,  da 
Minosse,  da  Flegia,  e  da  Filippo  Argenti  non  mi  lasciar  dis- 


CANTO  VI».  223 

r  io  cosi  disfatto  deluso  e  coll'opera  imperfetta,  ovvero:  Mi  gio- 
vasti sempre  come  potesti,  ma  ora  non  puoi;  dunque  abban- 
doniamo il  lavoro  ritorniam  l  orme  nostre  insieme  rutto  tor- 
niamo indietro  per  la  stessa  strada,  ricalcando  le  nostre  ve- 
stigia se  l passar  più  oltre  e  e  negato  se  non  possiamo  andar 
oltre:  e  quel  Signor  Virgilio  mio  Signore,  e  Maestro  che  lima- 
vea  menato  mi  aveva  condotto  salvo  sino  a  quel  punto  me 
disse  non  temer  eh  alcun  non  te  può  torre  lo  nostro  passo  il 
nostro  passaggio  od  ingresso  alla  città  (total  ne  dato  lo  con- 
cesse Iddio  la  cui  potenza  non  può  diminuirsi  da  tutti  i  de- 
moni ma  qui  m'attendi  aspettami  e  conforta  e  ciba  lo  spirto 
lasso  riempi  il  voto  spirito,  e  lo  conforta  di  speranza  bona 
a  compiere  l'opera  incominciata  eh  io  non  ti  lascerò  nel  mon- 
do basso  non  ti  abbandonerò  in  questo  Inferno,  anzi  ti  con- 
durrò pure  nel  Purgatorio,  al  fin  del  quale  altra  guida  ti  menerà 
al  cielo,  cosi  sen  va  solo,  e  senza  di  me  et  qui  mi  abbandona 
mi  lascia  lo  mio  dolce  padre  dolce,  quanto  la  di  lui  partenza 
m' era  amara  et  io  rimango  in  forse  in  dubbio chesienonel 
capo  mi  tenzona  dicendo  fra  me  stesso  —  entrerà  o  no ,  tor- 
nerà o  nò? 

Non  potei  io  Dante  udir  quel  che  a  lor  porse  perchè  trop- 
po era  lontano,  ma  dai  segni  mi  accorsi  della  repulsa  ma  ei 
ma  Virgilio  non  stette  la  con  essi  demoni  guari  molto  che  cia- 
scun recorse  dentro  a  prova  tutti  celermente  rientrarono  in 
città  sdegnati  dell'inchiesta  di  Virgilio:  gt^et  nostri adversari 
quasi  nostri  nemici  chiuser  le  porte  nel  petto  al  mio  signor 
a  Virgilio  —  che  tosto — fuor  rimase  sorpreso  evolse  a  me 
con  passi  rari  tornò  verso  di  me  con  lenti  passi,  e  con  gravi 
pensieri.  Ciò  tutto  porta  ad  esprimere,  che  non  bastava  Vir- 
gilio solo  a  trattar  la  materia,  ma  era  necessario  l'ajutodi  un 
altro,  perchè  di  vero  Virgilio  non  iscrisse  delle  frodi,  e  de'lo- 


224  INFERNO 

ro  castighi,  né  altri  che  io  sappia  ne  trattò,  come  l'autor  no- 
stro: ave  gli  occhi  alla  terra  gli  occhi  al  suolo  per  grave  pen- 
siero, e  rossore  le  ciglia  rase  dogni  baldanza  di  ogni  viva- 
cità, ma  piene  invece  di  mestizia  et  dicea  ne  sospiri  dicea, 
dentro  sé  sospirando  per  dolore  chi  ma  negato  le  dolenti  ca- 
se chi  mi  nega  l'ingresso  a  Dite^  Anche  Virgilio  nel  sesto  del- 
l'Eneide  fa  dire  per  mezzo  della  Sibilla  ad  Enea  —  pie  casto  — 
Tempie  non  può  soglie  toccar,  età  me  disse  tu  non  sbigottir 
Virgilio  mi  disse  non  ispaventarti  perch  io  mi  adiri  perche  io 
vincerò  la  pugna  io  entrerò  ad  ogni  modo  qual  eh  alla  de- 
fension  dentro  s  aggiri  chiunque  si  metta  dentro  a  resi- 
stermi: facciano  quanto  possono,  ma  io  entrerò  a  lor  marcio 
dispetto.  Que' demoni  volevano  pur  anche  negare  l'ingresso 
a  Cristo  Salvatore  questa  lor  tracotanza  baldanza  non  e  e 
nova  la  conosciamo  che  già  l  usavo  a  men  secreta  porta  alla 
prima  porta  dell'Inferno,  più  ampia  di  questa,  e  senza  difesa 
la  quale  ancor  si  trova  sanza  serame  perchè  Cristo  ruppe 
le  sbarre  infernali  —  secondo  il  salmo  —  attollite  portas  prin- 
cipes  vestras,  et  elevamini  portae  aeternales,  et  introibit  rex 
gloriae  :  tu  vedesti  la  scripta  morta  cioè  nel  canto  IH  la  scrit- 
tura che  è  voce  morta  justicia  mosse  il  mio  alto  fattore.  E  se 
allora  non  valsero  a  resistere  a  Cristo,  non  varranno  ora  a 
resistere  al  vero  Dio,  che  venne  a  nostro  soccorso.  Cosi  sva- 
nisce l'obbiezione  che  alcuni  far  sogliono,  e  cioè,  perchè  i 
demoni,  non  accettarono  volontieri  Dante  per  far  lucro  della 
di  lui  anima!  Perchè,  rispondiamo,  Dante  era  venuto  a  libe- 
rar sé,  e  gli  altri  da  questo  Inferno,  sempre  moralmente  par- 
lando di  sua  missione.  Chiamiamo  Inferno  morale  Io  stato  de' 
vizi,  perchè  gli  uomini  moralmente  parlando  sono  morti  in 
detto  stato,  come  chiamiamo  guerra  civile  quella  che  si  opera 
fra  cittadini,  quando  invece  dovrebbe  dirsi  guerra  incivile. 


CANTO  Vili.  225 

E  già  Virgilio  per  ultimo  assicura  Dante,  che  già  si  av- 
vicinava un  tale,  che  li  avrebbe  introdotti,  e  tal  un  Tale  così 
potente  che  per  lui  ne  fia  la  terra  aperta  sarà  di  sua  mano 
aperta  a  noi  la  porta  di  Dite  già  discende  lerta  guarda,  già 
viene  a  noi  discendendo  di  qua  dallerta  di  qua  dalla  porta 
passando  per  li  cerchi  sanza  scarta  perchè  viene  solo,  sen- 
za bisogno  di  scorta  —  Questi  era  Mercurio  come  sarà  chiaro 
nel  canto  seguente. 


HA  MB  ALDI  —    Val,  1.  \\ 


;» 


CANTO  IX. 


TKSTO  MOnKRNO 


Quel  color,  che  viltà  di  fuor  mi  pi  rise, 

Veggendo  '1  duca  mio  tornare  in  volta 

Più  tosto  dentro  il  suo  nuovo  ristrinse.  3 

Attento  si  fermò  com'uom  che  ascolta; 

Con  l'occhio  noi  potea  menar  a  lunga 

Per  l'aèr  nero,  e  per  la  nebbia  folta.  6 

Pure  a  noi  converrà  vincer  la  punga, 

Cominciò  ei:  se  non....  tal  ne  s' offerse. 

Oh  quanto  tarda  a  me,  ch'altri  qui  giunga!  9 
lo  vidi  ben,  sì  com'ei  ricoperse 

Lo  cominciar  con  l'altro,  che  poi  venne, 

Che  fur  parole  alle  prime  diverse.  12 

Ma  nondimen  paura  il  suo  dir  dienne; 

Perch'io  traeva  la  parola  tronca 

Forse  a  peggior  sentenza  ch'ei  non  tenne.  IS 
In  questo  fondo  della  trista  conca 

Discende  mai  alcun  del  primo  grado, 

Che  sol  per  pena  ha  la  speranza  cionca?  18 

Questa  question  fec'io;  e  quei:  di  rado 

Incontra,  mi  rispose,  che  di  nui 

Faccia  '1  cammino  alcun,  pel  quale  io  vado.  21 
Ver' è,  ch'altra  fiata  quaggiù  fui 

Congiurato  da  quella  Erilon  cruda, 

Che  richiamava  l'ombre  a' corpi  sui.  24 


CANTO  IX.  227 

Di  poco  era  di  me  la  carne  nuda , 
Ch'ella  mi  fece  entrar  dentro  a  quel  muro 
Per  trarne  un  spirto  del  cerchio  di  Giuda.  27 

Quel  l'è  il  più  basso  luogo,  e'1  più  oscuro, 
E'1  più  lontan  dal  ciel,  che  tutto  gira: 
Ben  so  il  cammin;  però  ti  fa  sicuro.  30 

Questa  palude,  che  gran  puzzo  spira, 
Cinge  d'intorno  la  città  dolente, 
IT  non  potremo  entrar  ornai  senz'  ira.  35 

Ed  altro  disse;  ma  non  l'ho  a  mente; 
Perocché  l'occhio  m'avea  tutto  tratto 
Ver  l'alta  torre  alla  cima  rovente,  36 

Ove  in  un  punto  vidi  dritte  ratto 
Tre  furie  infernal  di  sangue  tinte, 
Che  membra  femminili  aveano,  ed  atto,  39 

E  con  idre  verdissime  eran  cinte: 
Serpentelli,  e  ceraste  avean  per  crine, 
Onde  le  fiere  tempie  erano  avvinte.  42 

E  quei ,  che  ben  conobbe  le  meschine 
Della  regina  dell'eterno  pianto, 
Guarda ,  mi  disse,  le  feroci  Erine.  45 

Quest'è  Megera  dal  sinistro  canto: 
Quella  che  piange  dal  destro  è  Aletto: 
Tesifone  è  nel  mezzo:  e  tacque  a  tanto.  48 

Con  l'unghie  si  fendea  ciascuna  il  petto: 
Batteansi  a  palme,  e  grida van  sì  alto, 
Che  mi  strinsi  al  poeta  per  sospetto.  51 

Venga  Medusa,  sì  il  farem  di  smalto, 
Gridavan  tutte,  riguardando  in  giuso: 
Mal  noi  vengiammo  in  Teseo  l'assalto.  54 

Volgiti  indietro,  e  tien  lo  viso  chiuso; 


228  INFERNO 

Che  se  '1  Gorgon  si  mostra,  e  tu  '1  vedessi, 

Nulla  sarebbe  del  tornar  mai  suso.  57 

Così  disse  '1  Maestro,  ed  egli  stessi 

Mi  volse,  e  non  si  tenne  alle  mie  mani, 

Che  con  le  sue  ancor  non  mi  chiudessi.  60 

0  voi  che  avete  gl'intelletti  sani, 

Mirate  la  dottrina  che  s'asconde 

Sotto  '1  velame  degli  versi  strani.  63 

E  già  venia  su  per  le  torbid'onde 

Un  fracasso  d'un  suon  pien  di  spavento 

Per  cui  tremavan  ambedue  le  sponde  ;  66 

Non  altrimenti  fatto,  che  d'un  vento 

Impetuoso  per  gli  avversi  ardori, 

Che  fier  la  selva,  e  senza  alcun  rattento  69 

Li  rami  schianta,  abbatte,  e  porta  i  fiori: 

Dinanzi  polveroso  va  superbo, 

E  fa  fuggir  le  fiere,  e  gli  pastori.  72 

Gli  occhi  mi  sciolse,  e  disse:  or  drizza  't  nerbo 

Del  viso  su  per  quella  schiuma  antica, 

Per  indi ,  ove  quel  fumo  è  più  acerbo.  75 

Come  le  rane  innanzi  alla  nimica 

Biscia,  per  l'acqua  si  dileguan  tutte 

Finché  alla  terra  ciascuna  s'abbica;  78 

Vid'io  più  di  milP  anime  distrutte 

Fuggir  così  dinanzi  ad  un,  ch'ai  passo 

Passava  Stige  colle  piante  asciutte.  81 

Dal  volto  rimovea  quell'aere  grasso, 

Menando  la  sinistra  innanzi  spesso; 

E  sol  di  quell'  angoscia  parea  lasso.  84 

Ben  m'accorsi  ch'egli  era  del  ciel  messo, 

E  volsimi  al  Maestro;  e  quei  fé'  segno, 


CANTO  IX.  229 

Ch'io  slessi  cheto,  ed  inchinassi  ad  esso.  87 

Ahi  quanto  mi  parca  pien  di  disdegno! 

Giunse  alla  porta,  e  con  una  verghetta 

L'aperse,  che  non  v'ebbe  alcun  ritegno.  90 

0  cacciati  del  ciel ,  gente  dispetta , 

Cominciò  egli  in  sulPorribil  soglia, 

Ond'esta  oltracotanza  in  voi  s'alletta?  93 

Perchè  recalcitrate  a  quella  voglia 

A  cui  non  puote  '1  fin  mai  esser  mozzo, 

E  che  più  volte  v'ha  cresciuta  doglia?  96 

Che  giova  nelle  fata  dar  di  cozzo? 

Cerbero  vostra,  se  ben  vi  ricorda , 

Ne  porta  ancor  pelato  '1  mento,  e  '1  gozzo,        99 
Poi  si  rivolse  per  la  strada  lorda, 

E  non  fé' motto  a  noi;  ma  fé' sembiante 

D'uomo,  cui  altra  cura  stringa,  e  morda,        102 
Che  quella  di  colui,  che  gli  è  davante: 

E  noi  movemmo  i  piedi  inver  la  terra , 

Sicuri  appresso  le  parole  sante.  105 

Dentro  v'intrammo  senza  alcuna  guerra: 

Ed  io,  che  avea  di  riguardar  disio 

La  condizion,  che  tal  fortezza  serra,  108 

Com'io  fui  dentro  l'occhio  intorno  invio, 

E  veggio  ad  ogni  man  grande  campagna , 

Piena  di  duolo,  e  di  tormento  rio.  Ili 

Siccome  ad  Arli ,  ove  '1  Rodano  stagna , 

Sì  come  a  Pola  presso  del  Quarnaro, 

Che  Italia  chiude,  e  i  suoi  termini  bagna,        114 
Fanno  i  sepolcri  tutto  '1  loco  varo; 

Così  facevan  quivi  d'ogni  parte, 

Salvo  che  'I  modo  v'era  più  amaro:  1 17 


230  INFERNO 

Che  tra  gli  avelli  fiamme  erano  s parte, 
Per  le  quali  eran  sì  del  tutto  accesi , 
Che  ferro  più  non  chiede  verun'arte.  120 

Tutti  gli  lor  coperchi  eran  sospesi , 
E  fuor  n' usci  va  n  sì  duri  lamenti, 
Che  ben  parean  di  miseri,  e  di  offesi:  123 

Ed  io  :  Maestro ,  quai  son  quelle  genti , 
Che  seppellite  dentro  da  quell'arche 
Si  fan  sentire  coi  sospir  dolenti?  126 

Ed  egli  a  me:  qui  son  gli  eresiarche 
Co'  lor  seguaci  d'ogni  setta,  e  molto 
Più  che  non  credi  son  le  tombe  carche.  129 

Simile  qui  con  simile  è  sepolto: 
E  i  monimenti  son  più,  e  meri  caldi: 
E  poi  che  alla  man  destra  si  fu  volto, 

Passammo  tra  i  martiri,  e  gli  alti  spaldi.  153 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dante  descrive  il  modo,  e  con  quale  ajuto  entrò  nella 
città  di  Dite.  In  quattro  parti  generali  può  dividersi  il  canto: 
nella  prima  si  hanno  la  determinazione,  e  consiglii  di  precau- 
zione di  Virgilio  rispetto  air  ingresso;  nella  seconda  — i  mo- 
stri infernali  apparsi  nella  torre  et  altro  disse  e  te;  nella  terza 
l'angelo  che  li  fece  entrare  e  già  venia  etc.  nella  quarta,  ed 
ultima  —  pena  degli  eretici  dentro  v  intramo  etc. 

Virgilio  era  fortemente  sdegnato  della  repulsa  dei  de- 
moni^ si  fece  rosso,  e  di  fuoco  nel  viso:  Pautore  all'incon- 
tro era  pieno  di  spavento,  e  sommamente  pallido.  E  Virgilio 
conoscendo  che  qualunque  discorso  non  menomava  il  timore 
di  Dante,  cominciò  dal  frenare  l' ira  sua,  nel  che  cambiò  co- 
lore; ma  Dante  conservava  la  sua  pallidezza,  ed  il  saggio  mac- 


CANTO  IX.  231 

slro  per  nascondere  lo  sdegno  della  repulsa,  rivolse  Tira  con- 
tro de/ vizj.  quel  color  pallore  che  me  pinse  di  fuor  che  ma- 
nifestò nel  viso  il  mio  timore,  indicando  il  pallore  per  lo  più 
spavento,  o  viltà  vedendo  el  duca  mio  Virgilio  tornar  in 
volta  tornar  indietro  —  e  questa  era  la  cagione  del  suo  timore 
restrinse  dentro  nell'intimo  dell'animo  el  suo  novo  color 
rosso,  che  nuovamente  lo  tingeva  per  Tira.  Virgilio  non  era 
naturalmente  colorito,  ma  anzi  di  tristo  colore  come  Dante, 
sebbene  anche  i  rossi,  e  gì'  infuocati  accrescano  il  colore  nel- 
l'ira. Che  Virgilio  fosse  irato,  è  certo,  per  quanto  avea  detto 
superiormente  tu  per  eh  io  m  adiri  —  piutosto  cui  aggiun- 
gerai —  che  se  non  avessi  veduto  me  pallido  —  ovvero  tal- 
mente acceso  da  non  deporre  l'ira  a  mio  solo  riguardo,  che 
vedeva  tanto  timoroso. 

Virgilio  faceva  come  colui,  che  trovandosi  in  selva,  o 
valle  palustre  in  tempo  di  notte,  od  in  giorno  di  folta  nebbia, 
non  può  vedere  alcun  oggetto,  e  distinguerlo  o  vicino, o  lon- 
tano: al  difetto  dell'occhio  supplisce  coli' orecchio,  notando 
ogni  piccolo  scroscio,  o  rumore  si  fermo  attento  come  homo 
che  ascolta  ceco  quasi  che  l'occhio  nolpotia  menar  a  lungo 
non  poteva  vedere  lontano  per  l'aria  oscurissima  di  quella 
valle  o  per  la  nebbia  folta  che  sorgeva  da  essa.  Virgilio  co- 
noscendo di  non  potere  vincere  la  opposizione  dei  demoni 
di  per  sé  solo,  si  determina  di  ricorrere  ad  un  tale  tanto  po- 
lente che  sarà  capace  di  far  entrare  ambidue.  pur  a  me  con- 
vien  vincer  Ut  pugna  questo  contrasto  (e  si  leggano  tali  pa- 
role di  Virgilio  ad  alta  voce  per  esprimere  lo  sdegno)  se  non 
(si  legga  a  voce  sommessa)  e  se  non  potremo  vincer  la  pugna 
tal  ne  s  offerse  tale  si  offerse  in  nostro  soccorso,  e  col  di  lui 
mezzo  certamente  entreremo.  Abbandona  poi  il  discorso  in- 
terrotto per  Tira,  come  per  solito  avviene  ai  parlatori  nello 


232  INFERNO 

sdegno.  Si  può  anche  tenere  la  seguente  lezione  tal  se  ne  of- 
ferse ed  esclama  o  quanto  iarda  a  me  eh  altri  agiunga  mi 
sembra  che  tardi  un  po' troppo  questo  aspettato,  io  vidi  bene 
dalle  ultime  parole  di  Virgilio  diverse  dalle  prime,  e  dalla 
sospensione  del  discorso  concepì  spavento.  Temeva  che  fosse 
vietato  l'ingresso  a  qualunque  anima,  fosse  pur  buona,  e  sa- 
piente io  vidi  bene  chiaramente  conobbi  che  le  parole  ultime 
fuor  diverse  alle  prime  nelle  quali  faceva  travedere  la  quasi 
certezza  d'ingresso,  quando  dalle  seguenti  pur  a  me  con- 
vien  vincer  la  pugna  sembrava  scemare  di  sicurezza,  ed  aver 
bisogno  del  soccorso  di  un  altro  se  non  tal  ne  s  offerse  così 
Dante  s'accorse  si  com  ei  ricoperse  come  Virgilio  copri,  e 
corresse  il  primo  detto  col  secondo  lo  cominciar  della  prima 
parola  pur  a  me  con  altro  che  poi  viene  colla  seconda,  che 
furono  se  non  fecero  dubitare  all'autore,  e  specialmente  quel 
dire  in  sospeso  ma  non  di  meno  il  suo  dir  dienne  paura 
non  ostante  che  Virgilio  mostrasse  di  fidare  in  sé,  enell'ajuto 
di  altri  pure  io  temeva  che  né  il  mio  duce,  od  altro  poeta 
fosse  mai  per  entrare  perch  io  traeva  la  parola  tronca  il  dir 
tronco  di  Virgilio  forse  a  peggior  sententia  che  non  tenne. 
Virgilio  che  altra  volta  aveva  vinto  altri  ingressi  mostrava  col 
fatto  non  essere  impossibile  l'ingresso  in  Dite.  E  per  alleviare 
il  timore  ricerca  Dante,  se  alcun  poeta  antico  abbia  mai  de- 
scritto l'Inferno,  come  egli  aveva  in  mente  di  fare  alcun  del 
primo  grado  se  alcun  illustre  fra  i  poeti  antichi  che  stanno 
nel  primo  cerchio,  senza  pena  di  senso  che  quel  primo  cer- 
chio, o  grado  tronca  la  speranza  sol  soltanto  per  pena  spe- 
ranza di  vedere  Iddio,  ossia  hanno  solo  la  pena  del  danno 
questa  quistion  fec  io  questione  è  proposizione  dubbiosa  e 
quei  Virgilio  mi  rispuose  con  poche  parole  di  rado  incontra 
di  rado  accade,  che  alcun  di  noi  poeti  faccia  il  camino  per 


CANTO  IX.  233 

lo  quale  io  vado  allegoricamente ,  pochi  furono  i  poeti  che 
trattarono  questa  materia,  o  corsero  questa  strada  infernale: 
e  dice  il  vero,  perchè  il  solo  Omero  in  greco,  e  Virgilio  in  la- 
tino avevano  descritto  l'Inferno.  E  qui  Virgilio  a  togliere  il 
timore  dall'animo  di  Dante  asserisce,  che  altra  volta  fu  tratto 
in  questo  luogo  per  arte  magica.  Secondo  Lucano  nel  VI,  Eri- 
tone  di  Tessaglia  fu  gran  maga  nel  tempo  della  guerra  civile 
fra  Cesare,  e  Pompeo.  Essa  cogl' incantesimi,  resuscitando 
un  morto  per  le  preghiere  di  Sesto  Pompeo,  predice  la  sven- 
tura della  detta  guerra  civile  vero  e  eppure  Virgilio  dice 
cosa  che  non  fu,  e  che  inventa  a  fine  d'istruir  Dante  eh 
altra  fiata  qua  giù  fui  in  questo  basso  Inferno  congiu- 
rato per  gli  scongiuri  da  quella  Eritho  cruda  cruda,  per- 
chè vivea  qual  belva,  separata  dagli  umani  consorzi,  gi- 
rando nuda  fra  1'  ombre  notturne  intorno  ai  sepolcri ,  e 
tenendo  concilii  cogli  spiriti  infernali  che  rivocava  l  ombre 
ai  corpi  suoi  resuscitava  i  morti  non  li  resuscitava  realmente, 
ma  con  illusioni  infernali,  la  carne  era  nuda  di  me  vale  a 
dire  —  io  Virgilio  era  morto  di  poco  da  poco  tempo  eh  ella 
mi  fece  entrar  dentro  a  quel  muro  mi  fece  entrare  dentro  le 
mura  di  Dite,  e  Virgilio  stava  dinanzi  alla  porta  della  detta 
città ,  quando  così  parlava  per  trarne  un  spirto  dal  cerchio 
di  Juda  eh' è  l'ultimo  cerchio  dell'Inferno,  e  nel  cui  centro 
è  posto  Giuda,  come  si  vedrà  nell'ultimo  canto.  Molti  ricerca- 
no in  qual  tempo  ciò  accadde,  cioè  quando  Eritone  per  le  pre- 
ghiere di  Sesto  resuscitò  un  morto?  Insulsa  domanda  dacché 
tutto  è  falso!  Altri  sostengono  che  la  maga  Eritone  resuscitò 
altro  morto  in  Tessaglia  a  preghiere  di  Cassio,  e  di  Bruto 
nella  guerra  contro  di  Augusto,  ed  Antonio;  ma  questo  pure 
è  falso ,  giacché  poco  dopo  tal  guerra  Virgilio  andò  a  Roma, 
confiscati  i  suoi  beni;  e  senza  tante  altre  dimostrazioni  basti 


234  INPERNO 

la  certezza  che  anche  quest'  ultimo  fatto  è  del  tutto  immaginato. 
Virgilio  voleva  determinare  l'autore;  e  come  fa  il  sapiente,  a 
maggiore  persuasione,  che  dice  —  io  di  ciò  ho  sperienza  ba- 
stante—  senza  che  sia  vero,  cosi  Virgilio  sapiente  a  tranquil- 
lare Dante  asserisce  di  essere  giunto  fino  all'ultimo  cerchio 
di  Giuda,  ossia  di  aver  corsi  tutti  i  cerchi  dell'Inferno,  ben- 
ché non  sia  vero.  Virgilio  fa  menzione  di  una  maga,  che  re- 
suscitava i  morti,  perchè  egli  stesso  conobbe  qualche  cosa 
dell'arte  magica,  ed  allegoricamente  co' suoi  versi  resusci- 
tava, e  faceva  rivivere  i  personaggi  già  morti:  quello  e  Ipiù 
basso  luogo  elpiuobscuro  come  il  più  lontano  da  Dio,  sede  di 
Lucifero,  luogo  di  castigo  de' traditori.  I  tradimenti  si  prepa- 
rano e  si  compiono  di  nascosto,  ed  all'oscuro  e  Ipiu  lonlan 
dal  del  che  tutto  gira  più  lontano  dall'empireo,  che  chiude, 
e  contiene  il  creato,  ben  so  il  camiti  pero  ti  fa  sicuro  ti  con- 
dussi incolume  sin  qui ,  e  ti  condurrò  anche  alla  fine.  Ad  onta 
per  altro  della  usata  finzione  per  rincuorai*  Dante,  nulla  di 
meno  conclude  Virgilio  eh'  è  difficile,  e  duro  entrare  nella 
città,  questa  palude  che  l  gran  puzzo  spira  che  tramanda 
tanto  fetore  d  intorno  cinge  la  citta  dolente  perchè  ha  do- 
lori maggiori  de' luoghi  esterni  u  non  potremo  intrar  ornai 
senz  ira  Virgilio  era  ancora  sdegnato  dalla  repulsa,  e  preve- 
deva nuova  opposizione  ad  onta  dell' ajuto,  che  aspettava. 

Et  cUtro  disse  seconda  parte  generale.  Dante  descrive 
i  mostri  dell'Inferno  che  sorsero  per  ispaventarlo.  Vedendo  i 
custodi,  che  né  Virgilio,  né  Dante  partivansi,  ma  stavano  in 
atteggiamento  di  aspettare  un  soccorso,  chiamarono  le  furie 
infernali  in  ajuto  per  discacciarli.  I  poeti  le  fingono  in  nu- 
mero di  tre,  perchè  ogni  male  deriva  dalla  mente,  dalla  lin- 
gua, e  dalla  mano;  quindi  Alelto,  Tisifone,  e  Megera;  la 
prima  —  cattivo  pensiero  —  sempre  irrequieta;  la  seconda 


CANTO  IX.  235 

—  pravo  discorso;  la  terza  —  opera  malvagia  —  e  spesso 
Megera  si  prende  per  lite  rabbiosa.  A  ragione  son  nomate 
furie  infernali ,  perchè  spingono  gli  uomini  ad  ogni  scellera- 
tezza, e  servono  come  strumenti  a  trascinare  gli  uomini  al- 
l'Inferno et  altro  disse  Virgilio  disse  altre  cose  per  confor- 
tarmi ma  non  lo  a  mente  mi  sono  dimenticato  di  quanto 
disse,  intento  al  mio  primo  oggetto  perocché  l  occhio  la  intel- 
lettuale speculazione  m  avea  tutto  tracto  mi  avea  trasportato 
ver  l  alta  torre  alla  cima  rovente  pel  foco,  che  in  essa  era. 
Questa  è  la  seconda  torre,  che  mostrò  di  convenire  colla  prima, 
ponendo  le  due  faci  dove  nella  qual  torre  tre  furie  infernali 
fuor  dritte  ratto  si  alzarono  tostamente  in  un  punto  in  un  mo- 
mento. L' uomo  assalito  da  esse  tosto  passa  o  col  pensiero,  o 
col  discorso,  o  col  Top  e  re  alla  colpa  tinte  di  sangue  sanguinanti 
eh  aveano  membra  femminili  et  acto  erano  d'atti,  e  di  mem- 
bra femminee,  e  le  virtù,  ed  i  vizj  si  rappresentano  in  abito 
donnesco.  Anche  le  scienze  si  rappresentano  femmine.  Dice 
Aristotile,  che  le  donne  son  capaci  di  tutto,  purché  molto 
odiino,  o  molto  amino  et  eran  cinte  cum  idre  viridissime 
cinte  di  serpenti  velenosi,  che  figurano  le  malizie,  le  astuzie, 
le  frodi  dalle  quali  l'anima  è  presa  havean  serpentelli  più 
sottili  serpenti  nel  capo  perchè  ivi  è  maggior  acume  di  mali- 
zia e  ceraste  la  cerasta  è  un  serpente  cornuto,  penetrante,  e 
sta  bene  invece  di  capelli  onde  dalle  quali  le  fere  tempie  di 
quelle  furie  erano  avvinte  cinte,  circondate,  e  quei  Virgilio 
che  ben  conobbe  le  avea  spesso  descritte  le  meschine  misere 
ancelle  della  regina  dell  eterno  pianto  di  Proserpina  che  si 
dice  regina  dell'  Inferno  me  disse  guarda  le  feroce  Erine  le 
furie  infernali ,  che  si  chiamano  Erinni,  cioè  assalitici  con 
animo,  lingua,  e  mano  perverse,  questa  e  Megera  dal  sini- 
stro canto  peggiore  quanto  allo  scandalo  quella  che  piange 


236  INFERNO 

dal  destro  e  Aletto  e  da  lei  emana  ogni  motivo  di  pianto  Te- 
sifone  e  nel  mezzo  il  discorso  è  l'organo  con  cui  l'animo  si 
manifesta.  L'uomo  commette  prima  il  peccato  nella  mente 
colla  scelta ,  e  la  lingua  lo  manifesta,  colla  mano  lo  ese- 
guisce; dunque  Tisifone  posta  a  ragione  nel  mezzo  con  l  un- 
ghie si  fendea  ciascuna  il  petto  con  acuti  stimoli  ciascuna 
trafiggeva^  il  cuore,  e  questo  è  l'uffizio  della  prima  battean 
le  palme  esprimendo  le  malvagie  operazioni,  uffizio  della 
terza  e  gridavansi  alto  pravo  discorso — uffizio  della  seconda 
eh  io  mi  strinsi  al  poeta  per  sospecto  temendo  da  osse  mag- 
gior danno  dei  demoni.  Tutte  poi  ad  una  voce  chiamavano  Me- 
dusa —  mostro  il  più  tremendo,  che  oltre  gli  orrendi  fregi,  sco- 
prendosi, petrificachi  la  guarda.  Pretendono  alcuni ,  che  Dan- 
te con  Medusa  figuri  la  libidine,  ossia  la  donna  libidinosa,  argu- 
endolo dall'essere  stata  Medusa  estremamente  bella,  e  la  bellez- 
za estrema  rende  gli  uomini  stupidi;  come  scrive  Plinio  di  Cam- 
pa spe,  che  Alessandro  mostrò  nuda  ad  Apelle,  il  quale  appena 
la  scòrse,  istupidì,  e  si  rese  come  statua  senza  sentimento,  toc- 
che visto  da  Alessandro  gliela  fece  per  compassione,  sposare. 
Le  furie  poi  chiamavano  Medusa  per  vincere  Dante  che  qual- 
che volta  fu  amico  di  libidine,  e  la  donna  spesso  vince  gli 
uomini  forti,  e  sapienti.  Questa  interpretazione  per  altro 
quantunque  ingegnosa  non  può  essere  della  mente  di  Dan- 
te, perchè  altrove  tratta  della  libidine,  che  si  punisce  fuori 
di  Dite,  né  la  donna  gì'  impedirebbe,  anzi  gli  faciliterebbe  l' in- 
gresso. Altri  vogliono  che  Medusa  figuri  l'astuzia,  perchè  fu 
astutissima,  ed  ha  il  crine  di  serpenti,  animali  più  astuti  di 
ogni  altro;  ma  Dante  tratta  dell'astuzia  in  Gerione.  V'è  chi 
pretende  che  significhi  cupidigia,  dacché  Medusa  suona  col- 
tivazione della  terra,  e  la  terra  coltivata  produce  ricchezza 
induratrice  della  mente  umana ,  e  secondo  costoro  Virgilio 


CANTO  IX.  237 

cioè  la  ragione  sembra  persuader  Dante  in  tal  modo  —  figlio 
mio,  allontana  gli  occhi  dalle  cose  terrene ,  perchè  se  in  esse 
li  fissi ,  non  potrai  entrare  nella  città,  e  ti  mancherà  la  cogni- 
zione de' mali  maggiori,  e  sarà  per  te  fallita  la  speranza  di 
giungere  alla  superna  felicità.  —  Benché  questa  interpre- 
tazione abbia  dell'apparenza,  pure  non  torna  al  proposito/ 
avendo  l' autore  ampiamente  trattato  della  cupidigia.  Medusa, 
sostengono  diversi,  ìion  può  significare  che  il  terrore,  e  que- 
sta è  la  vera  interpretazione ,  giacché  il  terrore  impediva 
Dante  ad  ogni  ingresso.  Lo  impedì  nell'ingresso  facile,  e  ge- 
nerale dell'  Inferno,  come  al  canto  II,  e  quanto  più  nel  diffici- 
lissimo di  questa  infernale  Dite,  cinta  di  ferro,  difesa  da  mi- 
gliaja  di  demoni,  e  custodita  da  furie,  e  da  mostri.  Le  furie 
(licevano  —  non  potremmo  usare  di  armi  più  efficaci  contro 
costui  per  forzarlo  a  fuggire,  quanto  del  terrore  che  istupi- 
disce, e  riduce  l'uomo  come  un  sasso;  Medusa  adunque  sola 
può  ottenere  P  intento,  tutte  le  furie  gridavan  ingiuso  sopra 
Dante  vegna  Medusa  che  può  far  di  un  vivo  un  sasso  si  l  fa- 
rem  di  smalto  così  duro  come  lo  smalto.  Se  noi  ci  fossimo 
opposte  a  Teseo  costui  non  azzarderebbe  ora  P  ingresso  mal 
non  vengiamo  in  Teseo  l  assalto  volgare  toscano  non  lom- 
bardo, che  ingannò  molti  interpreti  mal  no  vengiamo  bene 
vendichiamo:  si  deve  invece  ritenere  P opposto  così  mal  noi 
vengiamo  male  facemmo,  quando  non  vendicassimo  in  Teseo 
l'insulto  che  ci  fece,  e  quindi  male  ci  accadde,  come  dicono 
i  toscani  —  male  non  aver  fatto  così.  —  Finsero  i  poeti  che 
Teseo  andasse  all' Inferno  con  Piritoo  inlimo  amico  suo  per 
rapire  Proserpina  regina  dell'Inferno;  ma  quivi  fu  preso,  e 
stette  carcerato  finché  comparve  Ercole,  che  lo  sciolse,  ba- 
stonando e  trascinando  Cerbero  cane  infernale,  con  che  si 
vuol  significare  che  P  uomo  virtuoso  sa  domare  anche  i  mostri 


238  INFERNO 

infernali  mal  no  vengiamo  in  Teseo  l assalto  quasi  dicessero 
—  se  noi  avessimo  fatta  vendetta  di  Teseo,  che  vivente  scese 
all'Inferno,  costui,  ora  non  sarebbe  venuto:  dunque  air  erta, 
e  col  soccorso  anche  di  Medusa  facciamo  che  non  entri,  per- 
chè questo  solo  farà  più  danno,  che  non  fecero  coloro  che 
scesero,  o  scenderanno  all'Inferno.  Mi  maraviglio  pertanto, 
o  lettore,  che  siavi  qualcuno  che  legga  questo  canto,  e  non 
tenti  migliorare  sua  vita,  volgile  in  dreto  e  tien  l  viso  chiu- 
so disse  Virgilio  —  volgili  indietro,  e  tieni  gli  occhi  chiusi, 
giacché  Dante  teneva  gli  occhi  aperti,  e  fissi  nella  torre  che 
sei  Gorgon  si  mostra  se  si  mostra  Medusa,  che  con  altro 
nome  dicesi  Gorgone  e  tu  l  vedessi  —  nulla  sarebbe  di  tor- 
nar mai  suso  in  niun  modo  potresti  più  tornare  al  mondo 
de1  viventi,  perchè  diverresti  un  sasso  cosi  disse  l  maestro 
Virgilio  così  mi  parlò,  e  non  contento  di  avermi  dato  così 
buon  consiglio,  mi  porse  maggiore  soccorso  et  etti  stesso  mi 
volse  mi  tolse  al  di  lei  aspetto  et  non  si  tenne  alle  mie  mani 
e  non  lasciò  che  io  mi  mettessi  le  mani  agli  occhi  che  an- 
cor non  me  chiudesse  che  non  mi  serrasse  il  viso  con  le  sue 
mani  —  essendo  natura  del  desiderio  di  essere  più  ardente 
nelle  cose  vietate;  ma  dove  il  pericolo  è  maggiore,  si  deve  a- 
gire  più  cautamente,  ovoi  Dante  invita  i  sapienti,  e  gl'in- 
telligenti alla  considerazione  delle  sentenze  qui  nascoste,  così 
apostrofandoli,  o  voi  eh  avete  l  intellecti  sani — mirate  col- 
la contemplazione  gli  uomini  cominciarono  a  filosofare  la 
doctrina  la  morale  nascosta  nelle  allegorie  che  s  asconde  si 
copre  sotto  l  velame  degli  versi  strani  sotto  il  velo  di  nuovi 
carmi  rimati,  e  volgari  —  E  le  tante  volte  io  rido  nel  sentire 
i  semisapienti  persuasi  d'intendere  Dante,  perchè  intendono 
la  lettera  de' carmi,  e  non  sanno  che  intendere  non  vuol  dir 
leggere,  ma  sibbene  addentrarsi  nella  mente  dell'autore,  e  ri- 


CANTO  IX.  239 

levare  la  intenzione  sua  nelle  allegorie ,  nelle  quali  si  nasconde. 
E  già  venia  terza  parte  generale.  Arrivo  di  Mercurio. 
Mercurio  è  il  secondo  pianeta  sopra  la  luna,  e  si  tiene  pel  Dio 
della  eloquenza  e  della  sagacità.  L'influsso  di  tal  pianeta  ren- 
de gli  uomini  acuti,  astuti,  eloquenti,  industriosi  e  solleciti, 
come  veramente  sono  oggi  i  fiorentini.  Si  dice  anche  il  Dio 
de' mercanti,  cui  è  necessario  tal  quale  eloquenza,  e  sagacità; 
passò  quindi  in  proverbio  che  ogni  arte  ha  il  suo  Mercurio. 
Virgilio  adunque  dice  di  non  potere  entrare  nella  città  piena 
di  tante  frodi  senza  l'ajuto  di  Mercurio.  E  Dante  udiva  uno 
strepito  immenso,  perchè  i  demoni  con  Medusa  si  mettevano 
in  ordine  per  la  difesa  dell'ingresso,  mentre  Mercurio  dal- 
l'altra parte  correva  per  aprire  la  porta  a  Dante,  e  Virgilio: 
Io  strepito  somigliava  a  vento  impetuoso  che  soffi  incontro  ad 
una  selva  incendiata  e  un  fracasso  dunsuon  perche  Mercurio 
solcando  le  acque  della  valle  a  gran  forza  rompeva  l' onde  più 
di  veloce  galea  pien  di  spavento  quello  strepito  metteva  spa- 
vento in  chi  l'udiva  per  cui  tremarono  ambedue  le  sponde 
modo  iperbolico,  ma  che  esprime  la  velocità,  e  violenza  già 
venia  su  per  le  torbide  onde  per  l' acque  nere  di  quella  palude. 
Si  figura  in  tal  modo  la  virtù,  ed  il  potere  dell'eloquenza, 
che  rompe  ogni  ostacolo,  e  talvolta  anche  Tira  armata  dei 
nemici,  come  racconta  Valerio  Massimo.  Antonio  eloquentis- 
simo  oratore,  che  trpvavasi  con  Cesare  al  tempo  delle  iniquità 
di  Mario,  doveva  essere  ucciso  dai  satelliti  di  Mario  —  Ma 
giunti  questi  alla  casa  di  Antonio  per  trucidarlo,  colla  elo- 
quenza li  ammollì,  e  placò  in  maniera,  che  tornarono  indietro 
tutti  colla  spada  nel  fodero.  Per  isventura  di  Antonio  sopra- 
venne un  Satellite,  che  non  l'aveva  udito  parlare, e  l'uccise. 
Mercurio  è  tanto  eloquente  contro  gli  avversari,  quanto  il 
vento  contro  del  fuoco  è  stridente  non  altrimenti  fatto  quel 


240  INFERNO 

suono  o  strepito  che  d  un  vento  come  il  fischiar  del  vento 
impetuoso  per  li  adversi  ardori  di  selva  che  si  abbraccia  che 
fier  la  selva  fiero,  ed  eloquente  colpisce,  e  trascina  il  popolo 
e  fa  fuggir  le  fiere  et  li  pastori  cioè  vince  gli  audaci ,  i  cre- 
duli, i  buoni,  e  cattivi,  i  sudditi,  e  padroni.  Quante  volte 
Tullio  nelle  sue  orazioni  ci  offre  F  esempio  del  vento  contro 
la  selva  incendiata?  La  eloquenza  di  vero  è  qual  vento  impe- 
tuoso, il  popolo  è  la  selva ,  F  ira  il  fuoco  sanza  alcun  retento 
senza  ritegno,  ed  ostacolo,  nulla  potendo  resistere  all'elo- 
quenza, che  altrove  respinge,  e  trasporta  Fira  del  popolo, 
come  il  vento  il  fuoco  della  selva,  dinanzi  polveroso  va 
superbo  della  vittoria  spingendo  avanti  la  polvere  li  rami 
schianta  abatte  e  porta  fuori  annichila,  e  rende  vani  tutti  i 
contrari  argomenti. 

Virgilio  aveva  chiusi  gli  occhi  a  Dante,  perchè  non  guar- 
dasse Medusa,  ma  ora  glieli  apre  perchè  vegga  Mercurio,  mi 
sciolse  gli  occhi  allontanando  le  mani  che  vi  aveva  sovrap- 
poste et  disse  drizza  il  nerbo  del  viso  F  intensione  dell'  intel- 
letto. NelF occhio  secondo  i  fisici,  esiste  un  nervo  che  tras- 
mette le  impressioni ,  e  le  immagini  delle  cose  viste  all'  intel- 
letto, e  si  chiama  otticof  nervo  il  più  grosso  di  tutto  il  corpo, 
come  puoi  accertarti  sezionando  F  occhio  di  un  capretto,  od 
altro  anjmale.  Per  tal  nervo  poi  tu  intenderai  F  acume  del- 
l'intelletto,  occhio  dell'anima  super  quella  schiuma  antica 
schiuma  di  Stige  antichissima  perchè  creata  coli'  Inferno  per 
inde  ove  quel  fumo  è  più  accerbo  principalmente  per  quella 
parte  di  valle  ove  il  fumo  è  più  denso.  L'uomo  eloquente  scopre 
il  vero  di  mezzo  alle  nubi ,  e  caligini  che  offuscono  la  vista.  Lo 
anime  fuggivano  l'aspetto  di  Mercurio,  come  le  rane  fuggono 
dai  serpenti,  ecome  irei  dall' eloquenza  dell' accusatore.  Ecco 
perchè  i  poeti  finsero  che  Mercurio  uccida,  o  resusciti  gli  uo- 


CANTO  IX.  241 

mini,  come  faceva  Tullio  che  salvò  molti  condannati,  e  molti 
assoluti  fece  condannare  vid  io  più  di  mille  anime  destructe 
punite,  e  distrutte  dalla, punizione  ibi  fugir  — dinanti  a  un 
a  Mercurio  che  al  passo  passava  Stige  con  le  piante  asciutte 
perchè  passava  illeso  fra  i  tormenti  di  quelle  anime.  0  dirai 
meglio  —  perchè  Mercurio  ha  le  ali  ai  piedi  per  esprimere, 
che  nulla  è  più  veloce  delP  eloquenza  cosi  come  le  rane  se 
deleguan  tutte  per  timore,  e  spavento  dinanti  alla  nimica 
biscia  naturalmente  nemica  delle  rane  finch  a  la  terra  cia- 
scuna s  abica  si  slancia ,  e  si  nasconde  in  terra.  Le  rane 
stanno  in  paludi  come  le  anime  di  costoro:  gracidanti  le 
rane,  lamentose  queste  anime;  le  rane  fugaci  e  timide,  come 
qui  le  anime:  per  lorsi  dal  serpente  fuggono,  ed  ascondonsi, 
fuggono  i  rei  dall'aspetto  dell'oratore  eloquente.  E  quel  Mer- 
curio removia  dal  volto  quello  aere  grasso  respingeva  da  sé 
quel  fumo  denso  della  valle  menando  la  sinistra  inanti  spesso 
perchè  nella  destra  stringeva  una  verga,  colla  quale  voleva  a- 
prire  la  porta  negata.  Così  figura,  che  la  eloquenza  scopre  le 
occulte,  svela  le  secrete  cose,  e  rimove  ogni  velo,  e  falsa  ap- 
parenza, et  sol  di  quell  angoscia  paria  lasso  cioè  della  fa- 
tica di  scacciare  il  denso  fumo,  esprimendo  essere  molto  fati- 
coso scoprire  la  verità  paria  poi,  perchè  in  realtà  non  era 
lasso,  ma  per  far  conoscere  la  difficoltà  di  mostrare  il  falso, 
e  scoprire  il  vero  tante  volte  profondamente  ed  incredibil- 
mente nascosto. 

Ben  m  accorsi  chel  era  dal  del  messo  mi  accorsi  dalle 
operazioni  sue  maravigliose,  eh'  era  un  messo  dal  cielo,  per- 
chè passava  con  piede  asciutto  sulle  acque,  facendo  aere  se- 
reno da  caliginoso,  e  denso,  e  fugando  tutti  i  demoni  colla 
sola  presenza  mostrava  che  non  erano  umane,  ma  divine  le 
sue  azioni.  Mercurio  è  figlio  di  Giove,  e  Dio  della  eloquenza. 
Kambaldi  —  Voi.  1.  16 


2W  INFERNO 

e  quindi  storicamente  viene  dal  cielo;  allegoricamente  poi  il 
dono  dell'eloquenza  è  dono  celeste.  Molti  equivocarono  pren- 
dendo Mercurio  per  un  angelo,  locchè  si  oppone  alla  mente 
del  nostro  autore.  Poeticamente  guardandolo.  Mercurio  si  pren- 
de per  nunzio,  ed  interprete  degli  Dei,  ed  esecutore  de' loro 
comandi,  comesi  ha  da  Omero,  da  Virgilio,  da  Stazio,  da 
Marziano,  ed  altri  molti.  Non  era  poi  necessario  qui  far  ve- 
nire un  angelo  per  attestare  la  grazia  divina,  giacché  si  ma- 
nifesta per  sé  stessa,  e  tutta  l'opera  è  assistita  da  essa.  Gli  an- 
geli s' introducono  nel  solo  Purgatorio,  il  perchè  Virgilio  gli 
dice  nel  canto  secondo  ornai  vedrai  di  si  fatti  uffiziali.  Stu- 
pefatto quindi  volsimi  al  Maestro  quasi  dicendo  chi  è  questo 
maraviglioso?  et  quei  fé  cenno  —  eh  io  stessi  quieto  et  inchi- 
nassi ad  esso  con  un  cenno,  e  moto  degli  occhi  Virgilio  lo 
ammonì  a  riverirlo  aspettando  in  silenzio.  —  Aspetta,  e  ve- 
drai che  questi  è  quel  tale  desiderato.  La  riverenza  poi  era 
dovuta  come  a  divinità,  ossia  air  eloquenza  personificata. 

Ah  la  descrizione  dell'  apertura  della  porta  comincia  da 
un'esclamazione,  quanto  me  parea  de  disdegno  come  mi  pa- 
reva sdegnato  Mercurio  contro  quei  demoni!  vene  alla  porta 
chiusa,  e  rinforzata  ella  s  aperse  subitamente  che  non  ebbe 
alcun  ritegno  senza  resistenza  con  una  verghetta.  La  verga 
è  segno  di  podestà,  e  quindi  la  verghetta  esprime  il  potere, 
e  l'efficacia  dell'eloquenza,  che  rompe  ogni  cancello,  ed  o- 
stacolo,  anzi  la  verghetta,  o  piccola  lingua  (cosa quasi  incre- 
dibile) vince  la  stessa  morte,  eh' è  1'  ultimo  fra  i  mali.  Narra 
Valerio  del  filosofo  Egesia,  che  persuadeva  il  disprezzo  della 
morte  in  tale  maniera  che  molti  spontaneamente  si  toglievano 
la  vita  per  fuggir  le  miserie  di  questo  mondo.  Pericle  colla 
lingua  acquistò  il  dominio  di  Atene.  Cajo  Gracco  sollevò  colla 
lingua  il  popolo  romano.  A  giorni  nostri  Giacomo  Bussolari 


CANTO  IX.  243 

frate  eremita  colla  sola  voce  armava,  e  disarmava,  moveva, 
e  fermava  il  popolo  della  città  di  Pavia,  ed  era  senza  beni, 
senza  amicizie,  senza  potere,  solo  eloquente,  egli  incomincio 
Mercurio  così  gridò  in  lorribil  soglia  nell'ingresso  della 
porta  infernale  o  gente  suspecta  cacciati  dal  cielo  scacciali  dal 
cielo  per  la  vostra  superbia  ond  està  tracotanza  d' onde,  e 
perchè  tant'  audacia  in  voi  s  alecta  s' annida,  perchè  rical- 
citrate a  quella  voglia  al  volere  di  Dio  —  perchè  vi  opponete 
a  cui  non  pò  mai  il  fin  esser  mozzo  a  Dio,  cui  il  volere  non 
può  mai  esser  troncato  et  che  più  volte  v  a  cresciuto  dogli  al 
e  che,  altre  volte  provaste,  e  vi  crebbe  affanno,  liberando  le 
anime  de'  padri:  che  giova  nelle  fate  dar  di  cozzo?  Che  vi 
giova  cozzare  con  Dio,  e  col  potere  celeste,  se  questi,  per  di- 
vina grazia,  ed  influsso  di  cielo,  deve  percorrere  tutto  lo  In- 
ferno? Ercole  vi  scese,  e  ne  trasse  Cerbero  che  tanto  male 
trattò.  Cerbero  vostro  vostro  cane  custode  dell'Inferno  se  ben 
ve  recorda  ne  porta  ancor  pelato  l  mento  e  l  gozzo  segni  di 
schiavitù,  perchè  portò  le  catene  al  collo.  Non  resisteste  ad 
Ercole,  che  liberò  Teseo,  il  quale  vi  fece  il  massimo  insulto, 
e  per  cui  gridaron  le  Furie  ma  non  vegiamo  in  Teseo  l  as- 
salto che  equivale  —  Ercole,  Teseo,  Ulisse  non  scesero  forse 
ancor  viventi  all'Inferno,  e  perchè  lo  impedirete  a  questo  poe- 
ta cristiano  assistito  da  grazia  divina?poi  Mercurio  se  revotse 
tornò  indietro  per  la  lorda  strada  per  la  palude  lorda,  e  feten- 
te da  prima  solcata  et  non  fé  motto  a  noi  e  nulla  ci  disse  del- 
l' ajuto  prestato  ma  fé  sembiante  com  homo  cui  altra  cura 
stringa,  et  morda  ma  sembrava  avere  altro  pensiero  più  grave 
ed  urgente  del  nostro  che  quella  di  colui  che  gli  e  davante.  Così 
T  autore  vuol  significare,  che  l' eloquenza  servir  non  deve  ad 
un  solo  oggetto,  ma  a  molti,  e  se  allora  giovava  a  Dante,  po- 
teva ajutare  altri  in  luoghi  diversi,  il  mercante  al  negozio, 


"IKK  INFERNO 

l'oratore  nel  pergamo,  il  disputante  nella  cattedra  ecc.  Mer- 
curio entra  in  quasi  tutte  le  umane  operazioni,  eia  eloquenza, 
al  dir  di  Seneca,  è  tanto  varia,  ed  estesa,  che  per  quanto  fosse 
indulgente  a  qualcuno,  questi  non  potrebbe  mai  chiuderla,  e 
rinserrarla;  felice  può  reputarsi  chi  ebbe  qualche  di  lei  sguar- 
do benigno!  e  noi  movemo  i pie sicwri  piedi  da  primati- 
midi,  e  spaventati  in  ver  la  terra  la  cui  porta  era  aperta  ci- 
presso le  parole  sancte  dopo  le  parole  dette  da  Mercurio. 

Dentro  v  intramo.  Quarta  parte  generale.  —  Pena  degli 
eretici,  dentro  v  intramo  senza  alcuna  guerra  perchè  i  demo- 
ni, e  le  Furie  confusi  ci  diedero  il  passo  et  io  eh  avi  disio  di 
veder  la  condiclion  che  tal  fortuna  serra  che  desiderava  di 
conoscere  lo  stato  di  coloro,  che  Dite  in  sé  contiene,  e  rac- 
chiude invio  l  occhio  ntorno  volgo  lo  sguardo  intorno  com  io 
fui  dentro  appena  fui  dentro  e  veggio  grande  compagnia  im- 
mensa quantità  di  eretici  ad  ogni  man  da  tutte  parti  piene  di 
duolo  e  di  tormento  rio  gli  eretici  sono  colpiti  da  grave  pena, 
e  quindi  soffrono  grave  dolore.  Gli  eretici  stanno  dentro  se- 
polcri aperti,  dai  quali  emana  insoffribile  puzzo:  contempo- 
raneamente sono  arsi  dal  fuoco.  Così  Y  autore  indica,  che  gli 
eretici  sono  morti  in  quanto  alla  fede  ma  sono  sepolti  viventi 
ancora,  giacche  occultano  la  eresia,  e  non  ardiscono  pale- 
sarla. I  sepolcri  aperti  poi  indicano  che  ad  essi  non  era  chiusa 
la  strada  per  tornare  all'unità  della  Chiesa.  Sono  alzati,  e  pen- 
denti i  coperchi  dei  sepolcri,  perchè  la  loro  sentenza  finale  è 
sospesa  durante  la  vita,  e  potrebbero  risorgere  con  penitenza, 
si  bruciano  col  fuoco  perchè  la  cenere  loro  sia  dispersa  se  per- 
tinaci, e  continuamente  poi  cruci  la  loro  coscienza.  Stanno 
lungo  le  mura  della  città,  perchè  ordinariamente  si  separano 
dalla  comunione  de*  fedeli.  Tanti  poi  erano  i  sepolcri,  che 
T  autore  per  indicarne  la  quantità  dice  che  somigliavano  a 


CANTO  IX.  245 

quelli  presso  Arli  nel  Narbonese,  o  presso  Pola  nelF  Istria. 
I  sepulcri  faceano  cosi  tutto  il  luocho  varo  vario,  anche  per 
la  diversità  de'  colori  si  come  fanno  ad  Arli.  Questa  è  cittì* 
nella  provincia  narbonese,  una  volta  detta  Ariate,  posta  sul 
Rodano,  tre  leghe  circa  da  Avignone,  presso  la  quale  è  gran 
quantità  di  arche  sepolcrali ,  di  forme  varie,  e  diverse.  Al  tem- 
po di  Carlo  Magno,  dicesi,  che  ivi  si  operasse  gran  strage  fra 
cristiani ,  e  saraceni.  I  cristiani  vollero  seppellire  i  loro  morti, 
e  pregarono  Iddio,  che  fosse  loro  dato  di  potere  distinguere, 
in  tanta  strage  i  fedeli  dai  saraceni ,  e  tosto  sopra  ciascun  cri- 
stiano apparve  un'iscrizione  col  nome,  e  grado  del  morto,  e 
quindi  seguendo  i  dettami  del  celeste  prodigio,  alzarono  ar- 
che più,  e  men  grandi  in  proporzione  del  grado  e  qualità  del- 
l'ucciso.  Ma  io  ritengo  ciò  favoloso,  e  che  quelle  arche  fossero 
costrutte,  perchè  in  tutte  le  nazioni  è  rispettato  il  pio  costume  di 
seppellire  i  morti.  Eran  poi  molte  in  Arli,  perchè  città  antichis- 
sima, e  capitale  di  regno,  come  potei  accertarmene  al  tempo 
di  Urbano  V  quando  Carlo  moderno  imperatore  entrò  in  quella 
città,  e  si  fece  incoronare  re  di  quel  nome  ove  Rodano  sta- 
gna bagna,  inonda  si  come  a  Pola.  Anche  presso  Pola  veg- 
gonsi  molte  arche,  quasi  700  e  di  molte  forme.  Si  dice,  che 
contenessero  i  corpi  de'schiavoni,  ed  istrioti,  che  avevano 
per  legge  doversi  seppellire  in  vicinanza  al  mare  apresso  del 
Carnaro.  11  Quarnaro  è  golfo  nel  mare  adriatico  sui  confini 
d'Italia,  di  un  circuito  di  circa  quaranta  miglia,  luogo  assai 
pericoloso  che  qual  Quarnaro  Italia  chiude  da  quella  parte  et 
isuoi  termini  bagna  cioè  i  suoi  confini  salvo  che  Imodo 
vera  più  amaro  nelle  arche  su  descritte  le  osse  sepolte  erano 
senza  senso,  e  pena;  ma  in  quelle  di  Dite,  puzzo,  e  fuoco 
sensibile.  La  similitudine  è  abusiva  non  essendo  pena  in  quel- 
le come  in  queste;  e  quelle  sono  fuori  di  città,  e  queste  den- 


246  INFERNO 

irò  le  mura  della  città  che  fiamme  erano  sparte  Ira  li  avelli 
le  fiamme  scorgevansi  qua,  e  là  fra  le  arche,  o  sepolcri  perle 
quali  eran  si  del  tutto  accesi  ardenti  nell'interno  che  verun 
arte  arie  mondana  non  richiede  ferro  più  inceso  non  l'arte  di 
sciogliere  il  vetro,  o  di  colare  il  ferro,  e  Toro,  tutti  li  br 
coperchi  eran  sospesi  alzati,  e  pendenti  et  fuor  nusdan  si 
duri  lamenti  per  le  dure  pene  che  ben  parean  da  miseria 
offensi  sembravano  miseramente,  ed  orribilmente  tormentati. 
Et  io  Maestro  io  Dante  dissi  a  Virgilio  qual  son  queste 
genti  quali  anime  colpevoli  sono  che  seppellite  dentro  da 
quest  arche  perchè  non  si  mostravano  al  di  fuori  se  fan  sen- 
tir con  li  sospir  dolenti  gridano  si  che  anche  di  lontano  si 
odono  i  loro  lamenti,  et  quelli  a  me  Virgilio  rispose  li  here- 
siarche  gli  eretici — da  Archos  principe,  e  da  haeresis  eresia  — 
i  capi  eresiarchi  son  qui  da  questa  parte  sinistra.  Le  diverse 
sette  degli  eresiarchi  presero  il  nome  dai  loro  capi ,  e  per  que- 
sto l'autore  finge  che  ogni  capo-sella  abbia  una  grand' arca 
che  contenga  tutti  i  proseliti,  che  difesero,  sostennero,  e  pro- 
pagarono la  speciale  eresia,  come  Nestorio,  Ario,  Fotino, 
Fausto  ecc.  Ecco  il  perchè  dice  che  ogni  arca  contiene  gran 
moltitudine  et  le  tombe  i  sepolcri  di  costoro  son  carche  pieni 
di  eretici  molto  più  che  non  credi  e  non  sembrava  d'altron- 
de verosimile  che  un  arca  sola  contenesse  i  proseliti  tutti  della 
setta,  qualche  volta  innumerabili,  come  gli  epicurei.  Ma  l'a- 
nima separata  dal  corpo,  non  occupando  luogo,  rende  possi- 
bile che  un'arca  anche  piccola  contenga  le  anime  di  tutti  gli  e- 
retici.  Dante  poi  distinguendo  le  grandi  dalle  piccole  vuol  mo- 
strare la  diversa  gravità  della  colpa,  della  pena,  e  del  nu- 
mero de' settari,  simile  e  sepulto  con  simile  quivi  in  queste 
arche,  gli  ariani  sono  sepolti  con  Ario,  e  così  degli  altri,  es- 
sendo le  sette  numerosissime,  e  che  qui  non  nomino  perbre- 


CANTO   IX.  247 

vita,  e  per  non  far  pompa  di  vana  erudizione  e  i  monimcnti 
son  più  e  men  caldi  dal  fuoco,  secondo  le  maggiori,  o  mi- 
nori colpe. 

Poscia  Dante  chiude  il  canto  intramo  tra  i  martiri  e  gli 
alti  spalai  tra  i  tumuli  degli  eretici,  e  le  alte  mura  della  cit- 
tà poscia  che  si  fu  volto  alla  man  destra  quando  proce- 
demmo verso  la  parte  destra. 


CANTO  X. 


TESTO  KODKBHO 


Ora  sen  va  per  uno  stretto  oalle 

Tra'l  muro  della  terra,  e  gli  martiri 

Lo  mio  Maestro,  ed  io  dopo  le  spalle.  5 

0  virtù  somma,  che  per  gli  empi  giri 

Mi  volvi,  cominciai,  come  a  te  piace, 

Parlami,  e  soddisfammi  a'  miei  desiri.  6 

La  gente,  che  per  li  sepolcri  giace, 

Potrebbesi  veder?  già  son  levati 

Tutti  i  coperchi,  e  nessun  guardia  face.  9 

Ed  egli  a  me:  tutti  saran  serrati 

Quando  di  Josaphat  qui' torneranno 

Coi  corpi,  che  lassù  hanno  lasciati.  12 

Suo  cimitero  da  questa  parte  hanno 

Con  Epicuro  tutti  i  suoi  seguaci, 

Che  l'anima  col  corpo  morta  fanno.  15 

Però  alla  dimanda,  che  mi  faci, 

Quinc*  entro  soddisfatto  sarai  tosto, 

Ed  al  desio  ancor  che  tu  mi  taci.  18 

Ed  io:  buon  duca,  non  tegno  nascosto 

A  te  mio  cuor,  se  non  per  dicer  poco; 

E  tu  m'hai  non  pur  ora  a  ciò  disposto.  21 

0  Tosco,  che  per  la  città  del  fuoco 

Vivo  ten  vai  cosi  parlando  onesto, 

Piacciati  di  restare  in  questo  loco.  24 


CANTO  X.  w249 

La  tua  loquela  tifa  manifesto 

Di  quella  nobil  patria  natio, 

Alla  qual  forse  fui  troppo  molesto.  27 

Subitamente  questo  suono  uscio 

D'una  dell'  arche:  però  m'accostai, 

Temendo,  un  poco  più  al  duca  mio.  30 

Ed  ei  mi  disse;  volgiti,  che  fai? 

Vedi  là  Farinata,  che  s'è  dritto: 

Dalla  cintola  in  su  tutto '1  vedrai.  33 

lo  avea  già'l  mio  viso  nel  suo  fitto: 

Ed  ei  s'ergea  col  petto,  e  con  la  fronte, 

Com'avesse  lo  'nferno  in  gran  dispitto:  36 

E  l'animose  man  del  duca,  e  pronte 

Mi  pinser  tra  le  sepolture  a  lui, 

Dicendo,  le  parole  tue  sien  conte.  39 

Tosto  che  al  pie  della  sua  tomba  fui , 

Guardommi  un  poco,  e  poi  tutto  sdegnoso 

Mi  dimandò:  chi  far  gli  maggior  tui?  42 

lo  ch'era  d'ubbidir  desideroso 

Non  gliel  celai,  ma  tutte  gliele  apersi: 

Ond'ei  levò  le  ciglia  un  poco  in  soso.  45 

Poi  disse:  fieramente  furo  avversi 

A  me,  ed  a  miei  primi,  ed  a  mia  parte, 

Sì  che  per  due  fiate  gli  dispersi.  48 

S'ei  far  cacciati,  ei  tornar  d'ogni  parte, 

Rispos'io  lui,  e  l'una  e  l'altra  fiata: 

Ma  i  vostri  non  appreser  ben  quell'arte.  51 

Allor  surse  alla  vista  scoperchiata 

Un'ombra  lungo  questa  infino  al  mento: 

Credo  che  s'era  in  ginocchion  levala.  54 

D'intorno  mi  guardò,  come  talento 


250  INFERNO 

Avesse  di  veder  s'altri  enr  meco; 

Ma  poi  che  '1  sospicar  fu  tutto  spento,  57 

Piangendo  disse:  se  per  questo  cieco 

Carcere  vai  per  altezza  d'ingegno, 

Mio  figlio  ov'è,  o  perchè  non  è  teco?  60 

Ed  io  a  lui:  da  me  stesso  non  yegno: 

Colui  che  attende  là,  per  qui  mi  mena, 

Forse  cui  Guido  vostro  ebbe  a  disdegno.  63 

Le  sue  parole,  e  '1  modo  della  pena 

Mi  avevan  di  costui  già  letto  il  nome: 

Però  fu  la  risposta  così  piena.  66 

Di  subito  drizzato  gridò  :  come 

Dicesti,  egli  ebbe?  non  vi  v' egli  ancora? 

Non  fere  gli  occhi  suoi  lo  dolce  lome?  69 

Quando  si  accorse  d'alcuna  dimora 

Ch'io  faceva  dinanzi  alla  risposta, 

Supin  ricadde,  e  più  non  parve  fuora.  72 

Ma  quell'altro  magnanimo,  a  cui  posta 

Restato  m'era,  non  mutò  aspetto, 

Né  mosse  collo,  né  piegò  sua  costa.  75 

E  se,  continuando  al  primo  detto 

Egli  han  quell'arte,  disse,  male  appresa. 

Ciò  mi  tormenta  più  che  questo  letto:  78 

Ma  non  cinquanta  volte  fìa  raccesa 

La  faccia  della  donna,  che  qui  regge, 

Che  tu  saprai  quanto  quell'arte  pesa.  81 

E  se  tu  mai  nel  dolce  mondo  regge , 
Dimmi  :  perchè  quel  popolo  è  sì  empio 

Incontr'a'miei  in  ciascuna  sua  legge?  Hi 

Ond'io  a  lui:  lo  strazio,  e  'I  grande  scempio, 
Che  fece  l'Arbia  colorata  in  rosso, 


CANTO  X.  251 

Tale  orazion  fa  far  nel  nostro  tempio.  87 

Poi  ch'ebbe  sospirando  il  capo  scosso: 

A  ciò  non  fu' io  sol,  disse,  né  certo 

Senza  cagion  sarei  cogli  altri  mosso.  90 

Ma  fa' io  sol  colà,  dove  sofferto 

Fu  per  ciascun  di  torre  via  Fiorenza, 

Colui  che  la  difese  a  viso  aperto.  93 

Deh  se  riposi  mai  vostra  semenza, 

Prega'  io  lui,  solvetemi  quel  nodo, 

Che  qui  ha  inviluppata  mia  sentenza.  96 

E'  par  che  voi  veggiate,  s' io  ben  odo, 

Dinanzi  quel  che  '1  tempo  seco  adduce, 

E  nel  presente  tenete  altro  modo.  99 

Non  veggiam,  come  quei,  e' ha  mala  luce , 

Le  cose,  disse,  che  ne  son  lontano: 

Cotanto  ancor  ne  splende  '1  sommo  Duce.  102 
Quando  s'appressan,  o  son,  tutto  è  vano 

Nostro  intelletto,  e  s'altri  noi  ci  apporta, 

Nulla  sapem  di  vostro  stato  umano.  105 

Però  comprender  puoi,  che  tutta  morta 

Fia  nostra  conoscenza,  da  quel  punto, 

Che  del  futuro  fia  chiusa  la  porta.  108 

Allor,  come  di  mia  colpa  compunto, 

Diss'io:  ora  direte  a  quel  caduto 

Che  '1  suo  nato  è  coi  vivi  ancor  congiunto.  1 1 1 
E  s' io  fui  dianzi  alla  risposta  muto, 

Fat'ei  saper,  che'I  fei  perchè  pensava 

Già  nell'error  che  m'avete  soluto.  114 

E  già  '1  Maestro  mio  mi  richiamava: 

Perch'io  pregai  lo  spirito  più  avaccio, 

Che  mi  dicesse,  chi  con  lui  si  stava.  117 


2')2  INFERNO 

Dissemi:  qui  con  più  di  mille  giaccio: 

Qua  entro  è  lo  secondo  Federico, 

E  'I  Cardinale,  e  degli  altri  mi  taccio.  120 

Indi  s'ascose:  ed  io  in  ver  l'antico 

Poeta  volsi  i  passi,  ripensando 

A  quel  parlar,  che  mi  parea  nemico.  125 

Egli  si  mosse:  e  poi  così  in  andando, 

Mi  disse:  perchè  se'  tu  sì  smarrito? 

Ed  io  li  soddisfeci  al  suo  dimando.  126 

La  mente  tua  conservi  quel  che  udito 

Hai  contro  te,  mi  comandò  quel  saggio, 

Ed  ora  attendi  qui;  e  drizzò  '1  dito.  129 

Quando  sarai  dinanzi  al  dolce  raggio 

Di  quella,  il  cui  bell'occhio  tutto  vede, 

Da  lei  saprai  di  tua  vita  il  viaggio.  152 

Appresso  volse  a  man  sinistra  '1  piede: 

Lasciammo  il  muro,  e  gimmo  inver  lo  mezzo, 

Per  un  sentier  che  ad  una  valle  siede, 
Ch'infin  lassù  facea  spiacer  suo  lezzo.  136 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dante  prosegue  a  trattar  degli  eretici.  Il  canto  può  divi- 
dersi in  quattro  parti  generali:  nella  prima  —  introduzione 
di  un  eretico  che  parla  della  patria,  e  concittadini:  nella  se- 
conda—  altro  eretico  moderno,  che  chiede  del  proprio  figlio 
attor  surse:  nella  terza — il  primo  spirito  prosegue  a  parlare 
ma  quest  altro  ecc.  nella  quarta,  ed  ultima — P  autore  ricerca 
notizie  di  alcuni  dannati,  e  racconta  a  Virgilio  1'  esiglio  pre- 
conizzatogli dallo  spirito  stesso.  E  già  il  maestro  ecc. 

Lo  mio  Maestro  Virgilio  ora  sen  va  pei'  un  secreto  calle 
separato,  non  frequentato  sentiero  tra  l  muro  dalla  terra  e 


CANTO  X.  2;>3 

//  martiri  fra  le  mura  di  Dite,  ed  i  tormenti  degli  eretici  et 
io  dopo  le  spalle  seguendo  le  di  lui  vestigia.  Overtu  così  Dante 
a  captivarsi  la  benevolenza  di  Virgilio  Overtu  somma  o  Vir- 
gilio poeta  sommo  per  aver  descritto  P  Inferno,  come  nel  VI 
delP  Eneide  che  mi  volvi  per  li  ampi  giri  che  mi  conduci  in- 
torno ai  cerchi  dell'Inferno  così  gremiti  di  moltitudine.  La 
valle  vicina  al  centro,  di  cerchio  più  ristretto,  gira  ventidue 
miglia;  o  secondo  altra  lezione  empi  essendo  empio  ogni  cer- 
chio parlami  e  sodisfarai  ai  me  desiri  come  a  te  piace.  Tu  sai 
quanto  mi  convenga,  e  quanto  desideri:  vorrei  conoscere  al- 
cuno degli  eretici,  giacché  me  li  accennasti  solo  in  generale. 
La  gente  degli  eretici  che  giace  per  li  sepulcri  perchè  non 
si  veggono  potrebbesi  vedere?  Virgilio  risponde  che  possono 
vedersi,  perchè  sono  alzali  i  coperchi,  e  non  vi  sono  custodi 
già  son  levati  tutti  i  coperchi  ne'  sepolcri  aperti  ciascuno 
ha  diritto  di  guardare  a  ciò,  che  vi  è  dentro  e  nessun  guar- 
dia face  niuno  fa  guardia,  e  non  vi  è  alcun  custode  et  quelli 
a  me  Virgilio  mi  rispose  tutti  seran  serrati  benché  ora  siano 
aperti  quando  ritorneranno  da  Josaphat  dalla  valle  di  Gio 
safat  nel  giorno  del  giudizio  quivi  a  questo  tormento  dopo  la 
la  sentenza  finale,  che  non  lascia  più  luogo  a  penitenza  con 
i  corpi  che  lassù  lasciati  hanno  ritorneranno  uniti  al  corpo, 
ed  avranno  per  questo  maggior  tormento.  Dante  usò  in  questa 
parte  di  moltissimo  ingegno.  Diverse,  e  varie  furono  le  sette 
degli  eretici,  e  molte  ebbero  innumerevoli  seguaci,  come  la 
setta  di  Ario  al  tempo  di  s.  Ambrogio.  Se  avesse  voluto  far 
menzione  di  tutte,  od  anche  solo  delle  principali  non  sarebbe 
bastato  un  grosso  libro.  Scelse  pertanto  quella  setta  che  ebbe 
maggior  numero  di  seguaci ,  e  che  più  di  tutte  rovesciava 
i  fondamenti  della  fede.  Gli  epicurei  negano  P  immortalità 
dell' anima,  e  per  conseguenza  negano  P  Inferno,  ilPurgato: 


254  INFERNO 

rio,  il  Paradiso:  Si  oppongono  dunque  non  solo  alla  teologia, 
ma  ben  anche  alla  buona  filosofia;  errore  di  fede,  e  di  scienza. 
Ecco  perchè  l' autore  nomina  Epicuro  che  non  fu  cristiano 
perchè  qualunque  eresia  è  anche  antifilosofica  tutti  i  seguaci 
gli  epicurei  che  fanno  l  anima  morta  col  corpo  V  intelletto, 
secondo  essi,  non  differisce  dal  senso:  da  tale  errore  cadevano 
in  un  altro,  perchè  di  conseguenza  ponevano  il  sommo  bene 
nella  voluttà,  hanno  suo  cimiterio  il  sepolcro  nel  cimitero 
degli  eretici  da  questa  parte  e  mostrava  loro  il  luogo  accen- 
nandolo colla  mano.  Vuole  insegnare  così  che  i  capi-setta 
hanno  in  quel  cimitero  una  grand'  arca,  in  cui  sono  chiusi 
insieme  con  tutti  i  loro  seguaci.  Epicuro  poi  ha  un'arca  im- 
mensa perchè  innumerevoli  ebbe  i  seguaci.  Varie  sono  le  opi- 
nioni rispetto  ad  Epicuro:  Seneca  lo  loda,  e  riporta  le  di  lui 
sentenze.  S.  Girolamo  impugnando  Gioviano  afferma  che  Epi- 
curo fu  sobrio,  e  temperato.  Tullio  al  contrario  in  molti  libri 
grida  contro  di  lui,  e  nel  terzo  delle  Tuscolane  condanna  la 
di  lui  opinione  rispetto  a  voluttà,  sdegnandosi  con  coloro, 
che  allegano  di  non  capire  i  detti  di  Epicuro,  e  riporta  i  testi 
perchè  dalla  sola  lettera  appaja  l' errore.  Orazio  morale  lo 
chiama  —  porco  —  Dante  poi  lo  prescelse  fra  gli  eretici  con- 
dannati, perchè  professò  un  errore  direttamente  opposto  al 
fine  del  suo  lavoro;  ammessa  infatti  la  mortalità  dell'anima 
riescono  inutili  i  premi,  ed  i  castighi,  sui  quali  l'autore  basò 
tutto  r  edifizio.  Si  accorda  con  Tullio  che  scrisse  —  è  gran 
tempo  che  gli  epicurei  giudicarono  non  esistere  gli  Dei  —  ed 
altrove.  —  Se  Epicuro  non  azzardò  di  negare  apertamente  gli 
Dei,  asserisce  per  altro  che  niente  fanno,  e  niente  curano, 
locchè  torna  lo  stesso.  Pero  sarà  tosto  satisfatto  alla  do- 
manda che  me  faci  di  vedere,  e  conoscere  gì  i  eretici .  quinc  en- 
tro fra  queste  arche  et  ancora  al  disio  che  tu  me  taci  sod- 


CANTO  X.  255 

disfarò  anche  al  desiderio  che  tu  mi  nascondi,  di  conoscerne 
alcuno  specialmente,  come  Farinata  di  cui  si  parlò  nel  can- 
to VI.  Da  ciò  T  autore  trae  argomento  di  rispondere  che  non 
per  altro  motivo  chiede  poco,  se  non  per  timore  di  dispia- 
cergli, e  noiarlo.  et  io  io  Dante  risposi  o  buon  duca  o  Vir- 
gilio che  m'insegnasti  di  parlar  temperato  io  non  tegno  na- 
scoso a  te  mio  core  non  taccio  i  miei  pensieri  se  non  per  eli- 
cer poco  se  non  per  esser  corto  nel  dire,  non  recarti  molestia 
tu  m  ai  disposto  a  do  a  parlar  corto  non  più  mo  altre  volte 
spesso,  ed  anche  adesso.  Virgilio  amò  assai  la  brevità  nel  par- 
lare, e  nello  scrivere  e  persuade  a  tal  brevità  nelle  sue  opere, 
e  specialmente  nelle  georgiche  quando  dice  — 

Il  più  prezioso  tempo  della  vita, 
Dal  misero  mortili  ratto  seo  fugge 
Ma  fugge  intanto  irreparabil  tempo. 

Anche  Dante  parlava  poco,  e  corto,  e  quasi  mai  senza 
essere  interrogato:  a  vane  inchieste  nulla  rispondeva:  alle 
sensate  rispondeva  breve,  e  sentenzioso.  Orazio  quindi  —  bre- 
ve in  ogni  precetto  esser  tu  dèi. 

0  Tosco  così  uno  spirito  eretico  fiorentino  dice  a  Dante. 
Fu  questi  Farinata  degli  liberti  nobile,  e  potente,  ed  a'  suoi 
tempi  capo  di  parte  ghibellina,  ma  probo,  e  prudente.  Se- 
guace di  Epicuro,  non  credeva  in  altro  mondo,  che  in  quello 
de' viventi,  e  quindi  poneva  ogni  cura  nel  distinguersi  in  que- 
sta vita  breve,  perchè  non  ne  credeva  altra  migliore.  Finge 
pertanto  l'autore  che  costui  s'alzi  dalla  grand' arca  di  Epicu- 
ro, e  così  gli  parli  o  Tosco  Farinata  aveva  sentito  Dante  par- 
lar con  Virgilio  in  linguaggio  fiorentino,  e  quindi  gli  venne 
smania  di  vederlo,  e  conoscerlo  che  ten  vai  vivo  o  fiorentino 
che  non  moristi  in  alcuna  eresia,  ma  fosti  cattolico  più  di  o- 
gni  altro  poeta  così  parlando  onesto  decorosamente  parlan- 


256  INFERNO 

do,  io  temperato  modo  pei9  la  citta  del  fuoco.  Dite  chiamasi 
ci  Uà  del  fuoco,  benché  freddissima  nel  fondo,  giacché  nel- 
l'ingresso la  prima  .pena  è  del  fuoco  piacciati  di  restare  in 
questo  loco  trattienti,  ti  prego,  alcun  poco  a  parlar  meco  la 
tua  loquela  ti  fa  manifesto  il  tuo  linguaggio  mi  ti  fa  cono- 
scere fiorentino  di  quella  nobil  patria  della  città  di  Fiorenza 
nobile  mia,  e  tua  patria  alla  quale  forse  fui  troppo  molesto 
pei  danni  a  lei  da  me  recati,  come  in  breve  sarà  manifesto 
forse  perchè  esiliato  aveva  uoa  scusa  nella  vendetta ,  come  un 
giorno  Mario  Coriolano  contro  di  Roma,  troppo  perchè  ecce- 
dette la  misura  nello  spargere  il  sangue  de' suoi  concittadini. 
Per  la  patria  sua  doveva  imitare  Marco  Camillo,  che  sebbene 
fosse  stato  da  lei  ingratamente,  e  crudelmente  trattato,  pure 
volle  magnanimamente  liberarla  dalle  mani  de' nemici. 

Questo  sono  questa  voce  uscì  subitamente  d  una  dell  ar- 
che dall'arca  di  Epicuro  in  cui  stavasi  Farinata  pero  meteco- 
stai  un  poco  più  al  duca  mio  mi  trassi  più  verso  Virgilio,  al- 
lontanandomi dall'arca  temendo  le  cose  sconosciute  turbano 
l'animo,  e  lo  mettono  in  tema,  et  ei  Virgilio  mi  disse  volvete 
volgiti  verso  l'arca  che  fai  perchè  fuggi  da  lui?  vedi  la  Fa- 
rinata  che  tanto  bramasti  vedere  ches  e  dritto  s' è  alzato  tutto 
l  vedrai  dalla  cintola  n  su  dal  mezzo  in  su  et  io  havia  fido 
il  mio  viso  nel  suo  per  ben  conoscerlo  et  ei  Farinata  surgia 
col  pedo  e  con  la  fronte  col  petto,  e  fronte  alla  a  guisa  di 
superbo,  come  fu  di  fatto  al  pari  di  tutti  di  sua  stirpe,  e  per- 
ciò Dante  nel  canto  XVI  qui  son  disfadiper  lor  superbia  ei 
aggiunge  di  lui  come  avesse  l  inferno  a  gran  dispecto  dovrà 
interpretarsi  come  avesse  a  dispetto  il  mondo  dopo  morie, 
perchè  l'Inferno  a  ragione  lo  aveva  a  dispetto  e  le  man  proni- 
pie  et  animose  del  duca  di  Virgilio  mi  pinser  a  lui  Dante  a- 
veva  mostrato  desiderio  di  parlargli  sullo  stalo  della  patria. 


CANTO  X.  557 

e  (li  lei  mutazioni ,  delle  quali  fu  gran  parte  dicendo  le  parole 
tue  sien  conte  parla  amichevolmente  ed  apertamente  con  lui 
che  conobbe  le  cose  tutte,  che  tu  brami  conoscere. 

Quel  Farinata  guardome  un  poco  in  viso,  tentando  rico- 
noscermi com  io  fu  appo  de  la  sua  tomba  quando  fui  presso 
all'arca  sua  poi  quasi  sdegnoso  come  al  solito  i  superbi  mi 
dimando  chi  furono  li  maggiori  tuoi  di  quale  casato  fioren- 
tino fosti?  io  eh  era  d ubbidir  disideroso  per  le  dette  cose 
non  glie  celai  non  gli  nascosi  esser  io  di  nobile  schiatta,  co- 
m'egli era  ma  tutto  li  l  apersi  gli  dissi  quali  furono  gli  Al- 
dighieri,  che  vennero  dagli  Elisei  e  tutt' altro,  e  ciò  feci  per 
eccitarlo  a  dire  altrettanto  ondei  Farinata  levo  le  ciglia  un 
poco  in  suso  cioè  un  poco  più  sdegnoso  poi  disse  i  tuoi  mag- 
giori Guelfi  fieramente  furono  aversi  a  me  furono  acerba- 
mente, e  fieramente  nemici  a  me  Ghibellino  e  ai  mi  primi 
ed  agli  liberti  et  ame  parte  ed  alla  mia  parte. 

Dante  infatti  da  prima  fu  Guelfo,  e  di  Guelfi  genitori, 
checché  si  dica  in  contrario  da  molti  o  per  ignoranza,  o  per 
animosità.  E  Dante  non  sarebbe  stato  in  Fiorenza,  in  gran 
ricchezza,  e  nel  1300  uno  de' reggenti,  se  non  fosse  stalo 
Guelfo,  giacché  tanto  tempo  prima  i  Ghibellini  tutti  erano  stati 
scacciati  da  Fiorenza.  Ma  dopo  la  sua  cacciata  lo  diremo  Ghi- 
bellino, anzi  Ghibellino  in  superlativo  grado,  come  lo  attesta 
Boccaccio  da  Certaldo  nella  vita,  e  costumi  di  Dante.  Un  certo 
tale  della  stessa  fazione  mi  raccontava,  e  lo  dico  ridendo,  che 
udito  questo  asserito  dal  Boccaccio,  soggiunse  —  e  certo  sen- 
za esser  addivenuto  Ghibellino  non  poteva  compiere  un  tanto 
lavoro,  si  che  per  due  fiate  li  dispersi  li  scacciai  dalla  patria. 
Farinata  capo  de' Ghibellini  avea  di  vero  per  due  volte  scac- 
ciati i  Guelfi  da  Fiorenza,  e  specialmente  i  nobili  al  tempo 
di  Federico  II  quando  le  dette  fazioni  erano  in  gran  fervore 
Rambai.di  —  Voi.  i.  17 


258  INFERNO 

nella  Toscana,  ed  in  tutta  Italia,  lo  vidi  una  lettera  in  cui 
Federico  si  compiaceva,  che  i  Ghibellini  di  Fiorenza  suoi 
amici  avessero  espulso  i  Guelfi.  Lo  stesso  Federico  anzi,  im- 
prigionati alcuni  nobili  Guelfi,  li  trasportò  in  Puglia,  e  tutti 
acciecò,  e  li  fece  morir  di  mazza  nel  mare.  Una  sol  volta  Fe- 
derico assistette  al  comitato  fiorentino,  ma  ricusò  di  entrare 
in  citta,  perchè  gli  astrologi  gli  avevano  predetto,  che  sarebbe 
morto  in  Fiorenza.  Morì  peraltro  in  altra  Fiorenza,  nella  Pu- 
glia. Dante  rende  la  pariglia  a  Farinata,  che  gli  vantò  la  cac- 
ciata de' suoi  resposi  a  lui  a  quel  Farinata  et  i  miei  maggiori, 
e  gli  altri  Guelfi  tornar  on  d  ogni  parte  l  una  e  l  altra  fiata 
e  specialmente  per  Carlo  antico,  che  vinse  Manfredi  figlio  del 
predetto  Federico.  E  in  fatti  col  favore  di  Carlo  i  Guelfi  tor- 
narono a  Fiorenza,  e  fu  scacciato  Farinata  con  tutti  gli  altri 
Ghibellini,  s  ei  fuor  cacciati  e  per  maggior  disprezzo  ag- 
giunse mai  vostri  gli  Liberti,  e  gli  altri  Ghibellini  non  apre- 
ser  ben  quell  arte  non  impararono  ben  di  tornare,  come  im- 
pararono i  miei,  giacché  non  tornarono  mai,  anzi  rimasero 
dispersi  pel  mondo. 

Allor  surse  seconda  parte  generale.  Dante  introduce  al- 
tro spirito  fiorentino  epicureo,  che  lo  ricerca  del  proprio  fi- 
glio. Fu  questi  Cavalcante  de' Cavalcanti  caldo  seguace  di  Epi- 
curo, credendo  fermamente,  e  persuadendo  ad  altrui,  che 
T  anima  moriva  insieme  col  corpo.  Aveva  sempre  in  bocca 
quel  detto  di  Salomone  —  è  uguale  la  morte  dell'  uomo,  e 
del  giumento:  uguale  la  condizione  di  entrambi.  —  Costui 
fu  il  padre  di  Guido  Cavalcanti,  che  fu  altro  splendore  di 
Fiorenza  al  tempo  di  Dante.  Dante  pose  qui  il  padre  di  Guido, 
non  tanto  perchè  fosse  epicureo,  quanto  per  farsi  strada  a 
parlare  di  Guido  stesso,  che  fu  eccellente  personaggio. 

Una  ombra  V  anima  di  Cavalcante  sorse  allor  si  alzò 


"  CANTO  X.  259 

allora  non  lasciando  proseguir  Farinata  alla  vista  scoper- 
chiata all'  arca  di  alzalo  coperchio  lungo  questo  dietro  Fari- 
nata, eh'  era  con  lui  nell'  arca  stessa  in  fin  al  mento  non  si 
alzò  sui  piedi,  come  avea  fatto  Farinata,  credo  che  s  era  in 
ginocchio  levato.  V  autore  con  ciò  esprime,  che  Cavalcante 
non  fu  tanto  magnifico,  né  di  cosi  alto  cuore  come  Farinata. 
Sorge  poi  Cavalcante,  perchè  Farinata  parlando  contro  Dante 
dell'espulsione  guelfa,  implicitamente  toccava  ancora  la  es- 
pulsione di  Cavalcante  stesso.  Così  V  autore  mette  insieme 
due  epicurei  di  opposta  fazione,  Ghibellino  1' uno,  l'altro 
Guelfo,  l'uno  meritevole  di  fama  per  proprio  merito,  l'altro 
per  ragione  di  suo  figlio. 

Ille  quello  spirito  me  guardo  dintorno  come  havesse  ta- 
lento di  veder  s altri  era  meco.  Sembrava  infatti  probabilea  Ca- 
valcante, che  suo  figlio  Guido  fosse  in  compagnia  di  Dante,  per- 
chè due  contemporanei  lumi  di  Fiorenza  filosofo  l' uno,  l' altro 
poeta ,  della  medesima  parte,  amici,  e  compagni,  et  disse  pian- 
gendo scorgendo  che  Dante  era  solo  poiché  il  sospicar  fu  tutto 
spento  dopo  che  la  sua  lusinga ,  e  speranza  furono  rotte  mio  fi- 
glio Guido  dov  e?  che  fa?  et  perche  n  e  teco?  non  si  occupa  egli 
pure  di  qualche  grande  lavoro? — e  ciò  dico  se  tu  vai  per  que- 
sto career  cieco  per  V  Inferno,  carcere  degli  eretici  ciechi  nella 
fede ,  e  chiusi,  e  carcerati  in  queste  arche  per  altezza  d  in- 
gegno mio  figlio  Guido  non  fu  da  meno  di  te  per  ingegno.  Da 
ciò  si  può  argomentare,  che  Dante  scese  all'  Inferno  per  l'al- 
tezza dell'  ingegno  suo,  e  per  gran  forza  d' intelletto,  e  rispon- 
de a  Cavalcante,  che  Guido  non  potrebbe  fare  altrettanto  per- 
chè non  fu  poeta,  et  io  a  lui  risposi  da  me  stesso  non  vegno 
non  fui  il  primo  inventore  di  questa  discesa,  ma  ebbi  Virgilio 
che  mi  abbreviò  la  strada  colui  che  attende  la  Virgilio,  che  mi 
aspetta  me  mena  per  qui  per  Io  Inferno  forse  cui  Guido  vo- 


260  INFERNO 

stro  ebbe  a  disdegno  Guido  infatti  non  si  dilettò  di  poesia, 
ma  fu  acuto  filosofo,  e  sottile  inventore,  e  compose  una  can- 
zone sola  di  amore  tanto  ingegnosa,  che  Egidio  romano  la 
commentò,  come  fece  lo  stesso  Dino.  Guido  non  degnavasi  di 
leggere  i  poeti,  quindi  nemmeno  il  principe  di  essi  Virgilio; 
egli  piuttosto  si  occupava  di  filosofia  per  difendere  Y  errore 
del  padre  suo. 

Le  sue  parole  Qui  Y  autore  ripete  la  figura  detta  antipo- 
fora  rispondendo  tacitamente  ad  obbiezione  non  fatta,  ma  che 
far  si  potrebbe,  e  cioè  —  come  rispondesti  a  costui,  e  come 
sapevi  che  era  Cavalcante,  che  ti  avrebbe  ricercato  del  figlio? 
e  risponde,  che  lo  conobbe  dal  modo  del  dire,  e  dalla  pena 
le  sue  parole  vale  a  dire  come  suo  figlio  non  era  seco,  se 
Dante  scendeva  ali  Inferno  per  l  altezza  d  ingegno.  E  fu 
costretto  ad  accorgersi  che  si  parlava  di  Guido,  perchè  allora 
in  Firenze  non  eravi  altro  ingegno,  che  lo  arrivasse  e  l modo 
de  la  pena  la  pena  degli  Epicurei  m  avian  già  lecto  l  nome 
di  costui  di  Cavalcante  pero  fu  la  risposta  cosi  piena.  E  quello 
spirito  drizzato  di  subito  perchè  il  sospetto  della  morte  del 
figlio  lo  fece  balzare  in  piedi,  quando  prima  era  in  ginocchio 
grido  come  dicesti  egli  ebbe  perchè  dicesti  ebbe  passato,  e 
non  dici  ha  presente?  Dante  aveva  detto,  che  Guido  ebbe  a 
sdegno  Virgilio  usando  di  tempo  passato,  non  per  accennare 
la  di  lui  morte,  ma  per  far  conoscere,  che  in  gioventù  non  at- 
tese come  Dante  ai  poeti  ;  ma  Cavalcante  spaventalo  dall'  e- 
spressione  del  passato,  gridò  come  dicesti  ebbe?  —  non  vive 
egli  ancora  —  non  fiere  gli  occhi  suoi  il  dolce  lume  ?  non 
gode  del  sole  de'  viventi?  Guido  viveva  ancora,  ma  per  poco 
visse,  perchè  mancò  ne' confini  ucciso  in  una  zuffa  di  parte. 
Dante  tardò  alcun  poco  a  rispondere  a  Cavalcante  et  ille  spi- 
rito ricadde  supin  cadde  boccone  dentro  1* arca  quando  s  ac 


CANTO  X.  261 

corse  d  alcuna  dimora  che  io  facea  dinanti  alla  risposta 
quando  s' accorse  del  mio  ritardo  a  rispondere  et  più  non 
parve  fuora  non  tornò  più  fuori ,  quasi  certo  della  morte  del 
figlio.  Dante  non  tardò  a  rispondere  per  questo  motivo,  ma 
per  altra  ragione,  che  si  esporrà  nel  canto  seguente. 

Ma  quél  altro  terza  parte  generale.  Dante  termina  il  di- 
scorso con  Farinata  ma  quell  altro  magnanimo  Farinata  d'a- 
nimo alto  a  cui  posta  restato  m  era  per  cui  mi  era  soffermato 
allorché  mi  disse:  piacciati  di  ristare  in  questo  loco  non  muto 
aspecto  non  cambiò  aspetto  nella  mia  rivalsa  ne  mosse  collo 
ne  piego  sua  costa  non  piegò  per  nulla,  o  fece  moto,  e  da  ciò 
appare  la  di  lui  fermezza  nelle  avversità  ma  continuando  se 
al  primo  detto  ma  rispondendo  alla  mia  rivalsa  i  vostri 
non  appreser  ben  quest  arte  disse  a  me  do  mi  tormenta  più 
che  questo  letto  quest'  arca  in  cui  sto  tra  le  fiamme  s  egli  i 
Ghibellini  hanno  male  apresa  quest  arte  di  ritornare.  E  per 
vendicarsi  anch'  egli,  Farinata  preconizzò  a  Dante  la  sventu- 
ra, che  avrebbe  fatto  Ghibellino  pur  esso  Dante  ma  la  faccia 
de  la  donna  che  qui  regge  della  luna  eh' è  regina  dell'  Inferno 
non  fia  raccesa  non  si  rinnoverà  cinquanta  volle  non  pas- 
seranno cinquanta  lune,  o  cinquanta  mesi,  o  quattro  anni  che 
tu  saprai  quanto  quell  arte  pesa  quanto  sia  pesante,  e  grave 
F  essere  scacciato,  e  non  potere  più  far  ritorno.  E  si  avverò 
In  predizione,  perchè  Dante  fu  bandito  nell'anno  1303.  — 
Quanto  è  bella  la  maniera  di  esprimere  la  predizione!  Eppure 
alcuni  scioli  impugnano  a  Dante,  che  la  luna  sia  la  regina 
dell'  Inferno.  Ma  non  san  essi,  che  i  poeti  la  mettono  per  re- 
gina dell'  Inferno,  ossia  di  queste  parti  basse,  in  quanto  che 
regge  le  parti  sottoposte,  ed  inferiori  della  terra,  primamente 
per  ragione  di  vicinanza ,  comecché  inferiore  agli  altri  pianeti , 
e  si  dice  faccia  de'  pianeti  come  si  dice  la  terra  faccia  degli 


2(52  INFERNO 

elementi,  ed  è  madre  degli  umori,  come  il  sole  è  l' origine 
del  calore.  Per  la  sua  velocità,  perchè  in  meno  di  trenta 
giorni  percorre  tutto  lo  Zodiaco,  e  muta  l'aria,  e  cagiona  i 
venti  e  la  pioggia,  e  la  pioggia  trasforma  in  neve,  attraendo 
essa  gli  umori  di  lontano  nel  modo,  che  la  calamita  attrae  il 
ferro.  La  luna  è  la  significatrice  di  tutti  i  pianeti ,  ed  è  quasi 
imbuto  dell'influsso  planetario:  ecco  perchè  seguiamo  il  moto 
lunare  nelle  nostre  operazioni. 

E  se  tu  redi  mai  nel  dolce  mondo  se  tu  per  grazia  di- 
vina torni  al  mondo  de' viventi,  dolce  a  petto  di  questo  mondo 
infernale,  dice  Farinata  dimme per che  quel  popolo  fiorentino 
si  impio  non  usa  pietà,  e  misericordia  incontra  ai  miei  gli 
Uberti  e  Ghibellini  in  ciascuna  sua  legge  giacché  in  ogni  ri- 
forma, o  richiamo  sempre  si  escludevano  gli  Uberti.  Dunque 
i  fiorentini  sono  più  trasportati  dalle  passioni  di  parte,  se  niun 
Ghibellino  può  avere  la  pubblica  rappresentanza.  Dante  ag- 
giunge, che  la  strage  di  Monte-aperto  fu  la  cagione  dell'odio 
contro  i  ghibellini.  Ed  è  infatto,  che  nel  1258  gli  Uberti  vo- 
lendo per  superbia  sottomettere  il  popolo  fiorentino,  questo 
con  furore  li  scacciò  dalla  città,  e  nel  tumulto  fu  ucciso  Schia- 
tuzio  degli  Uberti,  e  Uberto  Caria  preso,  e  decapitato.  Fari- 
nata allora  con  altri  degli  Uberti,  e  con  molti  nobili  ghibel- 
lini si  rifuggiò  in  Siena,  dove  predominava  il  suo  partito.  Due 
anni  dopo,  nel  1260  i  fiorentini  insieme  coi  loro  aderenti,  e 
cioè  con  quei  di  Lucca,  di  Pistoia,  e  di  Orvieto,  essendo  l'a- 
gosto, tentarono  Montalcino  con  grande  apparato  di  vettova- 
glie. Montalcino  è  castello  nel  contado  di  Siena.  Gli  vennero 
incontro  Provinziano  Silvano  signore  di  Siena,  il  conte  Gior- 
dano parente  del  re  Manfredi,  cui  erano  statj  mandati  ottocen- 
to cavalli  tedeschi,  Farinata  degli  Uberti,  Gherardo  de' Lam- 
berti coi  Ghibellini  esiliati,  e  s'incontrarono  le  intere  forze 


CANTO  X.  263 

dell'una,  e  dell'altra  parte  innanzi  a  Monte-aperto,  dove  per 
dir  tutto  in  poco,  i  fiorentini  furono  sbaragliati  con  immen- 
sa loro  strage.  Pochi  cavalieri  rimasero  sul  campo,  ma  fu- 
rono uccisi  del  popolò:  quattro  mila  morti;  molti  fatti  pri- 
gionieri; perduta  la  immensa  provvigione.  Per  tale  sconfìtta 
rimase  indebolito  il  partito  Guelfo,  ed  il  cardinal  Ubaldino 
Ottaviano  fece  in  corte  per  ciò  il  più  brillante  tripudio.  Al- 
berto di  Parma  altro  cardinale  per  altro  gli  disse  —  perchè 
rallegrarsi,  quando  i  vincitori  saranno  vinti  in  perpetuo?  — 
Così  apparve  profeta,  perchè  mai  più  i  Ghibellini  furono  ca- 
paci di  tornare  in  Fiorenza.  Il  conflitto  ebbe  luogo  in  giorno 
di  sabbato  ai  4  di  Settembre,  et  io  a  lui  io  Dante  risposi  a 
Farinata  lo  stratio  grande  et  scempio  la  strage,  e  ruina  che 
fece  lurbia  colorata  in  rosso  che  voi,  e  gli  altri  Ghibellini 
faceste  de*  fiorentini  presso  T  Arbia,  fiume  che  scorre  alle  falde 
di  Monte-aperto  tinse  di  sangue  le  acque  di  quel  fiume  in  modo, 
che  tu  bere  non  ne  potesti ,  come  Mario  non  potè  bere  l'acqua 
di  Atene  guasta  dal  sangue  nemico  per  la  maravigliosa  strage 
da  lui  operata  fa  far  tal  oration  nel  nostro  tempio  come  si 
racconta  in  Fiorenza.  La  interpretazione  per  altro  mi  sembra 
Iroppo  libera  se  intendi  in  genere  tempio,  perchè  evvi  ra- 
gione di  maggior  restrizione.  Presso  al  palazzo  de*  priori  esi- 
ste una  chiesuola ,  che  una  volta  fu  capella  degli  liberti ,  e  dove 
erano  le  loro  arche  gentilizie.  In  questa  capella  spesso  tenevasi 
consiglio,  e  ad  ogni  riforma  sul  proposito  di  richiamo  dei 
banditi,  o  per  altro  oggetto,  o carica,  sempre  si  eccettuavano 
gli  Uberti,  ed  i  Lamberti.  Con  ragione  adunque  l'autore  pone, 
che  la  crudele  strage  di  Monte-aperto  fosse  motivo,  per  cui  si  fa 
orazione  nella  capella  degli  Uberti.  Quale  nobile  maniera  di  e- 
sprimersi!  In  quella  cappella  infatti  le  orazioni  erano  per  odio 
di  parte,  mentre  in  altri  tempi  sono  di  amore,  e  di  perdono 


264  INFERNO 

anche  degli  slessi  nemici.  E  l'odio  contro  gli  liberti  arrivò  a 
tanto,  che  si  apersero  i  sepolcri  di  quel  tempietto  e  le  ossa, 
o  ceneri  degli  liberti  furono  gettate  nell'Arno,  poi  Farinata  a 
scusarsi  di  tale  strage ,  ricordava  un  atto  di  pietà  verso  la  Pa- 
tria —  io  non  fui  solo  a  fare  la  patria  desolata,  ei  diceva,  ma 
fui  ben  solo  a  difenderla  —  e  per  comprendere  la  forza  ditali 
detti  è  a  sapersi,  che  una  volta  i  Ghibellini  cacciati  da  Firenze, 
e  gli  altri  della  Toscana  si  radunarono  in  valle  Elsa  presso  di 
Empoli,  e  tenuto  consiglio,  deliberarono  di  prendere  Fiorenza, 
saccheggiarla,  ed  interamente  demolirla  col  ferro,  e  col  fuoco, 
perchè  era  impossibile  tenerla,  ed  era,  e  sarebbe  sempre  stata 
un  fomite  delle  guerre  di  Toscana  tutta,  anzi  d'Italia.  Ma  Fa- 
rinata con  libera,  ferma,  e  magnanima  voce  si  oppose  di- 
cendo—  ciò  non  sarebbe  mai  avvenuto  —  anteporrebbe  esser 
esule  per  tutta  la  vita  —  anteporrebbe  morire  anzi  che  mirar 
la  ruina  della  sua  patria:  e  snudata  la  spada  gridò  qualunque 
si  opponga  abbia  questo  ferro  nel  cuore  —  Farinata  seguì  l'e- 
sempio di  Scipione  africano,  che  presso  Canne,  fatta  im- 
mensa strage  de' romani,  e  consigliando  alcuni  nobili,  e  vili 
di  fuggire  abbandonando  la  patria,  e  l'Italia,  esso  rampo- 
gnandoli si  oppose,  e  li  tolse  dall'infame  proponimento,  et 
Me  Farinata  disse  io  non  fui  solo  a  ciò  a  commettere  la 
strage  de' miei  concittadini  ne  certo  sarei  mosso  con  gli  altri 
Ghibellini  sanza  cagionmz  perchè  fui  così  maltrattato,  come 
si  disse  poich  ebbe  sospirando  mosso  il  capo  in  segno  di  do- 
lore ma  fui  solo  che  la  difesi  a  viso  aperto  con  fermo  e  sin- 
cero cuore  cola  dove  sofferto  nel  luogo  dove  si  deliberò  per 
ciascuno  anche  fiorentino  di  tor  via  Firenze  di  distruggerla. 
Se  io  solo  non  mi  fossi  opposto,  o  Firenze  più  non  sarebbe, 
o  non  sarebbe  florida,  e  potente  com'ora.  Ed  un  tale  mi  di- 
ceva—  ben  fece  Dante  a  castigar  col  fuoco  Farinata,  perchè 


CANTO  X.  265 

si  oppose  alla  distruzione  di  Firenze,  che  è  fuoco  di  discor- 
dia di  tutta  Italia,  e  specialmente  della  ribellione  contro  della 
Chiesa  romana.  Ma  Farinata  non  ebbe  altro  fine  nel  vantare 
il  reso  servigio,  se  non  se  di  rompere  la  durezza  fiorentina 
contro  de' suoi. 

Dante  infine  ricerca  Farinata  sulla  prescienza  de'  dannati 
delle  cose  future.  Ciano  gli  aveva  predetta  la  discordia  di 
Fiorenza,  e  la  di  lui  espulsione;  ma  non  per  tanto  sembrava 
che  i  dannati  ignorassero  le  cose  presenti,  mentre  Cavalcante 
ignorava,  se  Guido  figlio  suo  fosse  vivo,  o  fosse  morto  io  pre- 
gai io  Dante  pregai  Farinata  deh  esclamazione  deprecativa 
scioglieteme  quel  nodo  il  dubbio  che  qui  a  inviluppata  mia 
sentenza  e  non  potei  rispondere  tosto  a  Cavalcante  se  vostra 
semenza  riposi  mai  se  Dio  accorderà  a  vostri  nipoti  riposar 
nella  patria.  Alcuni  portano  diversa  interpretazione,  e  cioè 
—  se  quelli  di  tua  schiatta  saranno  salvi,  o  dannati —  La 
prima  interpretazione  è  migliore,  e  più  secondo  la  mente  del- 
l'autore, tanto  più  che  Farinata  aveva  detto  prima  tormen- 
tarlo più  la  dispersione  de' suoi,  che  il  suo  castigo  et  par  che 
voi  vegiate  se  bene  odo  se  il  vero  ascolto,  pare  che  voi  pre- 
vediate quel  che  l  tempo  seco  aduce  cioè  il  futuro  e  nel  pre- 
sente tenete  altro  modo  ma  ignorate  il  presente. 

Risponde  Farinata,  che  i  dannati  preveggono  il  futuro  in 
quel  modo,  che  taluno  di  vista  debole,  vede.  Sono  varie  le  in- 
terpretazioni di  questa  risposta.  Alcuni  dicono,  che  chi  ha  de- 
bol  vista  non  vede  mai  perfettamente  alcuna  cosa,  se  non  gli 
viene  mostrata  da  altri:  e  così  i  dannati  non  conoscono  né 
presente,  né  futuro,  se  non  in  quanto  gliel  riferisca  o  il  de- 
monio, od  altro  spirito  giunto  di  nuovo  all'Inferno.  —  Bella, 
e  cattolica  interpretazione,  ma  non  vera!  Altri  sostengono, 
che  i  dannati  non  possono  predir  che  la  morte,  ma  questa 


266  INFERNO 

interpretazione  è  arbitraria,  e  contro  la  lettera  del  testo,  per- 
chè Farinata  predisse  a  Dante  l'esigi  io,  come  lo  predissero 
altri.  A  cogliere  il  vero  parmi,  che  si  debba  premettere  il  ri- 
flesso, che  quelli  di  cattiva  vista  alcune  volte  veggono  meglio 
degli  altri,  alcuni  di  lontano,  altri  da  vicino,  la  cui  ragione  è 
rispettiva.  Chi  ha  molta  vista  ma  non  chiara  scorge  meglio  di 
lontano,  perchè  i  raggi  più  son  lontani  più  son  divisi.  Chi  ha 
poca  vista,  ma  chiara  vede  bene  da  vicino;  ma  Dante  parla 
di  coloro  che  veggono  in  lontananza ,  e  così  i  dannati  veggo- 
no le  future,  e  non  le  cose  presenti.  iUe  quel  Farinata  disse 
mi  rispose  noi  vegiam  le  cose  che  ne  son  lontane  le  cose  fu- 
ture come  quei  eh  a  mala  luce  che  ha  cattiva  vista.  Dà  la 
ragione  di  ciò  el  sommo  Duce  tanto  ne  spira  ancora  ancora 
spira  a  noi  luce  di  cognizione;  ed  air  incontro  nostro  intel- 
lecto  e  tutto  vano  nulla  intendiamo,  e  le  sappiamo  quando 
s appressano  o  sono  quando  son  vicine,  o  presenti  et  nulla 
sepem  di  vostro  stato  fiumano  delle  cose  del  mondo  attuali 
s  altri  noi  n  aporta  se  alcuno  venendo  all'  Inferno  non  rac- 
conti le  notizie  de' viventi,  come  tu  ora,  o Dante,  e  come  nel 
canto  XVI.  I  dannati  conoscono  le  cose  funeste  di  quelli ,  dei 
quali  furono  in  vita  conoscenti,  ed  amici,  e  da  tale  cognizio- 
ne possono  congetturare  del  futuro,  come  del  cambiamenlo 
di  stato  della  patria.  Così  Farinata,  e  Ciano  furono  congettu- 
ranti, ma  non  prescienti.  Dante  poi  ha  seguito  s.  Agostino, 
che  lasciò  scritto  —  i  morti  non  sanno  quel  che  si  fa,  e  dopo 
possono  impararlo  da  quelli,  che  di  qui,  morendo  giungono 
ad  essi:  lo  possono  anche  sapere  dagli  angeli.  —  Dalle  pre- 
messe ne  viene  spontanea  conclusione,  che  dopo  il  giorno 
del  giudizio  finale  i  dannati  resteranno  in  un  assoluta  igno- 
ranza pero  puoi  comprendere  dalle  mie  parole  che  nostra  co- 
noscenza  la  nostra  prescienza  sira  tutta  morta  perduta  da 


CANTO  X.  267 

quel  punto  che  la  porta  dell'inferno  fia  chiusa  dopo  il  di 
del  giudizio  perchè  niuno  potrà  più  peccare,  e  scendere  al* 
T Inferno.  0  secondo  altra  interpretazione  —  perchè  dopo  il 
giudizio  niuna  cosa  sarà  più  futura,  non  essendovi  più  tem- 
po, ma  solo  eternità. 

Allor  allora  io  Dante  come  compunclo  di  mia  colpa  quasi 
pentito  od  assoluto  di  mia  colpa  dissi  a  Farinata  or  dite  dunque 
a  quel  caduto  a  Cavalcante,  che  era  caduto  boccone  nell'arca, 
quando  Dante  tardò  a  rispondere  che  l  suo  nato  Guido  suo 
figlio  e  ancor  congiunto  coi  vieti  e  significategli  et  fateli  a 
sapere  per  parte  mia  s  io  fui  di  anti  muto  poco  sollecito  a 
rispondere  che  Ifei  perche  pensava  già  nell  errore  perchè 
era  nel  dubbio  che  m  avete  soluto  sulla  prescienza  dei  dan- 
nati. Guido  era  genero  di  Farinata,  e  l'incombenza  di  assicu- 
rar Cavalcante,  che  viveva  il  figlio,  è  giustificata  nell'autore. 

E  già  l  maestro  quarta,  ed  ultima  parte.  Altri  spiriti  epi- 
curei, e  colloquio  con  Virgilio  sull'esiglio  di  Dante  preconiz- 
zato da  Farinata  e  già  l  maestro  mio  mi  richiamava  dicen- 
domi non  dover  perdere  più  tempo  perch  io  pregai  lo  spirto 
più  avaccio  più  sollecitamente,  più  presto  che  mi  dicesse  chi 
con  lui  si  stava  gli  altri  epicurei  puniti  nella  grand' arca  col 
fuoco,  ille  Farinata  dissemi  io  giaccio  qui  in  quest'arca 
con  più  di  mille  mette  F  incerto  per  esprimere  la  inumera- 
bilità  degli  epicurei.  E  del  numero  sterminato  di  essi  sorsero 
due  notissimi,  l'uno  secolare,  Faltro  sacerdote  insignito  di 
gran  dignità.  Il  primo  Federico  II  del  quale  altrove  molto  si 
dirà,  fu  vero  epicureo.  Avuto  V  impero  con  mezzi  leciti ,  ed  ille- 
citi, si  mostrò  ingratissimo  contro  alla  santa  Madre  Chiesa  Cat- 
tolica, che  Io  aveva  difeso,  ed  educato  pupillo ,  e  lo  aveva  a 
tanto  inalzato.  Trent'anni  afflisse  con  guerre  la  madre  sua, 
la  Chiesa.  Segnò  pace  vergognosa  col  Soldano,  mentre  poteva 


268  INFERNO 

ricuperare  tutta  la  Terra  santa.  Trattò  crudelmente,  ed  inde- 
gnamente molti  prelati ,  che  per  mare  passar  volevano  al  Con- 
cilio, e  carcerati,  li  fece  marcire  in  dure  prigioni,  e  morire. 
Spinse  i  Saraceni  in  Italia.  Conferì  beneficii  ecclesiastici,  e 
gran  parte  ne  usurpò.  Nella  Siria  fu  preso  d' amore  per  una 
principessa  di  Antiochia;  ma  essa,  perchè  Federico  aveva 
moglie,  ricusò  qualunque  offerta.  Allora  il  libidinoso  diede 
ordine,  che  in  dato  giorno  arrivassero  due  galee  in  mare  con 
nocchieri  a  bruno  vestiti,  i  quali  dicessero  esser  venuti  da 
occidente,  e  versando  lagrime,  annunciassero,  che  la  impe- 
ratrice moglie  di  Federico  era  morta.  Con  tal  frode  la  sedusse, 
e  tenne  qual  legittima  consorte,  ed  ebbe  un  figlio,  che  nomò 
Federico  di  Antiochia,  quello  che  a  nome  del  padre  fu  man- 
dato Vicario  in  Turchia,  e  spedito  a  Fiorenza  con  1500  cava- 
lieri in  sussidio  de' Ghibellini.  Pqr  dirla  in  breve  Federico 
morì  scomunicato,  e  come  alcuni  vogliono,  soffocato  dal  fi- 
glio suo  Manfredi.  Fu  non  pertanto  valorosissimo,  e  poten- 
tissimo, come  si  dirà  nel  canto  XIV. 

Dice  quel  Farinata  el  secondo  Federico  secondo  per  di- 
stinguerlo dall'avo  suo  Federico  Barbarossa,  ossia  Federico 
primo  e  qua  entro  in  quest'  arca,  dove  son  io,  e  cui  non  ba- 
stavano tutti  i  regni  del  mondo,  ed  ora  è  qui  rinchiuso  e 
/  Cardinale.  Il  cardinale  Ottaviano  degli  Ubaldini,  chiaro  al 
tempo  di  Manfredi,  e  di  Carlo  primo.  Veramente  Dante  non 
lo  specifica,  ma  fu  uomo  tanto  chiaro  a  suo  tempo,  molto 
sagace,  ed  ardito,  il  quale  opponevasi  alla  corte  romana,  e 
qualche  volta  la  tenne  nel  fiorentino  nelle  terre  de'  suoi,  e 
spesso  difendeva  i  ribelli  della  Chiesa  contro  i  cardinali,  ed  il 
Papa.  Fu  protettore  de*  Ghibellini,  ed  otteneva  quanto  gli  ve- 
niva in  capo,  e  per  suo  mezzo  fu  eletto  P  arcivescovo  di  Mi- 
lano, che  esaltò  la  sua  stirpe  al  dominio  di  quella  città,  e  ad 


CANTO  X.  269 

altri  domimi  in  Lombardia.  Fu  molto  onorato,  e  temuto. 
Quando  si  diceva  —  il  cardinale  ha  detto  —  il  cardinale  ha 
fatto,  s'  intendeva  del  cardinale  Ottaviano  degli  Ubaldiniper 
eccellenza.  Ad  onta  di  tutto  questo  fu  epicureo  di  parole , 
e  di  fatti.  Avendo  una  volta  chiesta  ai  Ghibellini  di  Toscana 
certa  quantità  di  denaro,  ed  essendogli  stata  negata,  proruppe 
in  queste  parole  —  se  si  ha  un'anima  io  la  perdetti  molte  volte 
pei  Ghibellini  —  conclude  Farinata  e  degli  altri  mi  tacio  per- 
chè sarebbe  impossibile  menzionare  i  magnifici  personaggi 
della  setta  di  Epicuro,  e  sarebbe  cattivo  esempio  infamare  gli 
uomini  con  tal  colpa  quando  non  fosse  pubblica,  e  notoria. 
Oh  quanti  eretici  si  fingono  cattolici  per  timore  dell' infamia! 
Indi  s  ascose  quel  Farinata  et  io  volsi  i  passi  ritornai 
in  ver  l  antico  poeta  verso  Virgilio  poeta  antico,  perchè  fiorì 
al  tempo  di  Ottaviano  ripensando  a  quel  parlar  che  mi  pa- 
rea  nemico  al  discorso  di  Farinata,  else  mosse  perchè  dap- 
prima era  fermo  ad  aspettare  e  poi  cosi  andando  per  non 
perder  tempo  mi  disse  perche  se  tu  si  smarrito?  et  io  li  so- 
disfeci al  suo  domando  gli  raccontai  il  pronostico  fattomi 
da  Farinata,  quel  saggio  quel  savio  Virgilio  mi  comando  la 
mente  tua  conservi  quel  che  ai  udito  contro  di  te  tienti  a 
mente  quanto  udisti,  perchè  a  suo  tempo  avrai  bisogno  di 
forza  per  sopportare  i  rovesci  di  tua  fortuna .  et  ora  attendi 
qui  e  dricio  l  dito  alzandolo  al  cielo,  quando  sarai  dinanti 
al  dolce  raggio  in  cielo  dinanzi  al  lume  di  Beatrice  di  quella 
il  cui  bel  viso  tutto  vede  della  scienza  sacra  che  legge  nelle 
cose  umane  e  divine  da  lei  saprai  il  viaggio  di  tua  vita  il 
corso  di  tua  fortuna,  il  tuo  esilio,  tutto.  Ma  Dante  non  ascol- 
terà queste  cose  direttamente  da  Beatrice ,  sibbene  da  Caccia- 
guida  nel  canto  XVII  del  Paradiso,  quale  per  altro  parla  ad 
insinuazione  di  Beatrice  stessa,  mosse  poi  l  piede  a  man  si- 


270  INFERNO 

nistra  volse  poi  alla  sinistra,  giacché  prima  aveva  voltato 
alla  destra  lasciamo  l  muro  lasciammo  le  mura  della  città  e 
gimo  in  ver  lo  mezzo  verso  il  mezzo  di  essa  per  un  sentier 
per  una  stradetta  eh  a  una  valle  sede  che  termina  in  una 
valle  che  qual  valle  facea  spiacer  suo  lezzo  mandava  un  fe- 
tore in  fin  la  su  che  si  facea  sentire  fino  nel  punto  dal  quale 
discendevamo  verso  la  valle. 


CANTO  XI. 


TESTO  MODERNO 


In  su  l'estremità  d'un' alta  ripa, 
Che  facevan  gran  pietre  tutte  in  cerchio, 
Venimmo  sopra  più  crudele  stipa:  3 

E  quivi  per  l'orribile  soperchio 
Del  puzzo,  che  il  profondo  abisso  gitta, 
Ci  raccostammo  dietro  ad  un  coperchio,  6 

D'un  grand' avello,  ov'io  vidi  una  scritta, 
Che  diceva:  Anastasio  papa  guardo, 
Lo  qual  trasse  Fotin  dalla  via  dritta.  9 

Lo  nostro  scender  convien  che  sia  tardo, 
Sì  che  s'ausi  in  prima  un  poco  il  senso 
Al  tristo  fiato,  e  poi  non  fia  riguardo.  12 

Così  '1  Maestro.  E  io:  Alcun  compenso, 
Dissi  lui,  trova,  che  il  tempo  non  passi 
Perduto.  Ed  egli:  vedi  che  a  ciò  penso.  18 

Figliuolo  mio,  dentr'a  cotesti  sassi, 
Cominciò  poi  a  dir,  son  tre  cerchietti 
Di  grado  in  grado,  come  quei  che  lassi.  18 

Tutti  son  pien  di  spirti  maledetti  : 
Ma  perchè  poi  ti  basti  pur  la  vista, 
Intendi  come,  e  perchè  son  costretti.  21 

D'ogni  malizia,  ch'odio  in  cielo  acquista, 
Ingiuria  è  il  fine:  e  ogni  fin  cotale 
0  con  forza  o  con  frode  altrui  contrista.  24 


272  INFERNO 

Ma  perchè  frode  è  dell'  uom  proprio  male , 
Più  spiace  a  Dio:  e  però  stari  di  sotto 
Gli  fraudolenti,  e  più  dolor  gli  assale.  27 

*  De*  violenti  il  primo  cerchio  è  tutto: 
Ma  perchè  si  fa  forza  a  tre  persone 
In  tre  gironi  è  distinto,  e  costruito.  30 

A  Dio,  a  sé,  al  prossimo  si  puone 
Far  forza:  dico  in  loro  e  in  lor  cose, 
Come  udirai  con  aperta  ragione.  33 

Morte  per  forza,  e  ferule  dogliose 
Nel  prossimo  si  danno,  e  nel  suo  avere 
Ruine,  incendi,  e  collette  dannose:  36 

Onde  omicidi,  e  ciascun  che  mal  fiere, 
Guastatori ,  e  predon  tutti  tormenta 
Lo  giron  primo  per  diverse  schiere.  39 

Può  uomo  avere  ip  sé  man  violenta, 
E  ne*  suoi  beni  :  e  però  nel  secondo 
Giron  convien  che  senza  prò  si  penta  42 

Qualunque  priva  se  del  vostro  mondo, 
Biscazza,  e  fonde  la  sua  fa  colta  de, 
E  piange  là  dov'esser  dee  giocondo.  45 

Puossi,  far  forza  nella  Deitade, 
Col  cuor  negando,  e  bestemmiando  quella, 
E  spregiando  Natura ,  e  sua  bontade:  48 

E  però  lo  minor  giron  suggella 
Del  segno  suo  e  Soddoma  e  Caorsa, 
E  chi,  spregiando  Dio,  col  cuor  favella.  51 

La  frode,  ond'ogni  coscienza  è  morsa, 
Può  l'uomo  usare  in  quei  che  in  lui  si  fida, 
Ed  in  quel  che  fidanza  non  imborsa.  54 

Questo  modo  di  retro  par  che  uccida 


CANTO  XI.  273 

Par  lo  vincol  d'amor,  che  fa  Natura: 

Onde  nel  cerchio  secondo  s'annida.  57 

Ipocrisia,  lusinghe,  e  chi  affattura, 

Falsità,  ladroneccio,  e  simonia, 

Ruffian,  baratti,  e  simile  lordura.  60 

Per  l'altro  modo  quell'amor  s'oblia, 

Che  fa  Natura,  e  quel  eh' è  poi  aggiunto, 

Di  che  la  fede  speziai  si  cria:  63 

Onde  nel  cerchio  minore  ov'è  il  punto 

Dell'universo,  in  su  che  Dite  siede, 

Qualunque  trade  in  eterno  è  consunto.  66 

E  io:  Maestro  assai  chiaro  procede 

La  tua  ragione,  e  assai  ben  distingue 

Questo  baratro,  e  '1  popol  che  il  possiede.  69 

Ma  dimmi:  quei  della  palude  pingue, 

Che  mena  il  vento,  e  che  batte  la  pioggia, 

E  che  si  scontrati  con  sì  aspre  lingue,  72 

Perchè  non  dentro  della  città  roggia 

Son  ei  puniti,  se  Dio  gli  ha  in  ira? 

E  s'ei  non  gli  ha,  perchè  sono  a  tal  foggia?      75 
Ed  egli  a  me:  perchè  tanto  delira, 

Disse,  lo  ingegno  tuo  da  quel  ch'ei  suole, 

Ower  la  mente  dove  altrove  mira?  78 

Non  ti  rimembra  di  quelle  parole , 

Con  le  quai  la  tua  Etica  pertratta 

Le  tre  disposizion  che  '1  Ciel  non  vuole:  81 

Incontinenza,  malizia,  e  la  matta 

Bestialitade?  e  come  incontinenza 

Men  Dio  offende,  e  men  biasimo  accatta?  84 

Se  tu  riguardi  ben  questa  sentenza , 

E  rechiti  alla  mente  chi  son  quelli, 
Rambaldi  —  Voi.  1.  18 


274  INIKKNO 

Che  su  di  fuor  soslengon  penitenza,  87 

Tu  vedrai  ben  perchè  da  questi  felli 

Sien  dipartiti,  e  perchè  men  cruciata 

La  divina  Giustizia  li  martelli.  90 

0  Sol  che  sani  ogni  vista  turbata» 

Tu  mi  contenti  sì  quando  tu  solvi , 

Che  non  men  che  saver,  dubbiar,  m'aggrata!   93 
Ancor  un  poco  indietro  ti  rivolvi, 

Diss'io  là  dove  di',  ch'usura  offende 

La  divina  bontade,  e  il  groppo  svolvi.  96 

Filosofia,  mi  disse,  a  chi  l'attende, 

Nota  non  pure  in  una  sola  parte, 

Come  Natura  lo  suo  corso  prende  99 

Dal  divino  intelletto ,  e  da  sua  arte: 

E  se  tu  ben  la  tua  Fisica  note, 

Tu  troverai  non  dopo  molte  carte,  1M 

Che  l'arte  vostra  quella,  quanto  puote, 

Segue,  come  il  maestro  fa  il  discente, 

Sì  che  vostr'  arte  a  Dio  quasi  è  nipote.  105 

Da  queste  due,  se  tu  ti  rechi  a  mente 

Lo  Genesi  dal  principio,  conviene 

Prender  sua  vita,  e  avanzar  la  gente.  108 

E  perchè  l'usuriere  altra  via  tiene, 

Per  sé  natura ,  e  per  la  sua  seguace. 

Dispregia ,  poi ,  che  in  altro  pon  la  spene.        1 1 1 
Ma  seguimi  oramai,  che  il  gir  mi  piace: 

Che  i  Pesci  guizzan  su  per  l'orizzonta, 

E  il  Carro  tutto  sovra  Coro  giace, 
E  il  balzo  via  là  oltre  si  dismonta.  H5 


canto  xi.  275 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dante  descrive  i  tre  cerchi,  che  restano  a  percorrersi.  Il 
canto  può  dividersi  in  tre  parti  generali:  nella  prima  prose- 
gue il  cammino:  nella  seconda  descrive  i  cerchi  figliol  mio 
nella  terza  rischiara  due  dubbii  sulla  trattata  materia  et  io 
magistro  ecc. 

Venimo  sopra  più  crudele  stipa  Virgilio,  ed  io  Dante. 
Stipa,  come  dissi  altra  volta  suona  —  chiude,  calca,  addensa: 
qualche  volta  è  volgare  bolognese  equivalente  a  sia;  (quan- 
do si  voglia  per  equivalente  a  sia  bisogna  leggere sipa)  altre 
volte  è  nome  di  —  gabbia —  in  cui  si  chiudono  i  polli,  ed  in 
questo  senso  si  prende  qui  metaforicamente,  imperocché  nel 
modo  stesso  che  i  polli  chiudonsi  nelle  gabbie,  così  le  anime 
sono  chiuse  in  questo  carcere  duro.  Insù  l estremità  di  un 
alta  ripa  —  che  facean  gran  petre  rotte  in  cerchio  sassi 
grossi  posti  in  cerchio;  anche  questo  luogo  è  circolare,  come 
tutti  dell'Inferno,  e  vuole  indicare  la  difficoltà,  e  scabrosità 
della  materia.  Dante  finge  di  sentire  un  gran  fetore,  e  siccome 
il  nome  della  virtù  dicesi  buon  odore,  così  quello  de' vizi  di- 
cesi fetore:  il  fetore  poi  proviene  dalle  molte  lagrime  versate, 
essendo  valle  bollente  Cuna  di  pece  ardente,  l'altra  piena  di 
serpenti,  una  terza  ecc.  In  esse  sono  castigate  le  frodi,  e  le  ma- 
lizie, e  Dante  dice  della  frode  ecco  colei  che  tutto  l  mondo 
appuzza  —  quivi  ci  raccostamo  in  dentro  chiudendoci  le 
nari  per  l  horribel  soperchio  del  puzzo  per  l'eccesso,  e  so- 
prabbondanza del  fetore  che  l  profondo  abisso  gitta  appog- 
giandoci ad  un  coperchio  d  un  grande  avello  Dante  vuole 
esprimere,  che  mai  non  perdette  tempo:  nel  mentre,  pel  fe- 
tore, si  era  ritirato  verso  le  arche,  si  appoggiò  ad  una  grande, 
non  a  quella  di  Epicuro,  da  cui  si  era  già  allontanato,  ma  a 
quella  di  un  altro  grande  eresiarca  Fotino,  in  cui  era  sepolto  A- 


* 


276  INFERNO 

naslasio  papa.  E  perchè  l'autore  aveva  troppo  brevemente  trat- 
tato la  materia  dell'  eresia ,  ora  crede  di  ritornare  sulla  materia 
stessa,  e  parla  brevissimamente  di  Fotino,  che  tenne  l'errore  di 
Maometto,  il  quale  sosteneva,  che  Cristo  era  nato  secondo  la 
carne,  e  col  mezzo  di  coito  da  Giuseppe  e  Maria.  Fotino  fu  un 
diacono  greco  di  Tessalonica,  e  fu  vescovo  di  Smirne  patria  del 
gran  poeta  Omero.  Esso  pure  sostenne,  che  Cristo  fu  concetto 
da  Giuseppe,  e  da  Maria  coi  modi  ordinari  della  carne.  —  A- 
nastasio  secondo,  romano,  fu  in  Costantinopoli  al  tempo  di 
Zenone,  e  quando  in  Roma  comandava  Teodorico  re  de7  Goti 
che  esiliò,  e  fece  morire  Boezio.  Molti  chierici,  e  sacerdoti  si 
allontanarono  dalla  comunione  di  Anastasio,  perchè  in  rela- 
zione con  Fotino,  e  perchè  sosteneva,  e  difendeva  lo  slesso 
errore;  anche  il  papa  pertinace  nell'eresia  può  essere  deposto. 
Si  accorda  ad  Anastasio  una  grand' arca,  perchè  il  primo  fra 
i  sacerdoti  cristiani,  e  perchè  l'arca  doveva  contenere  i  se- 
guaci di  Fotino;  e  l'arca  aveva  un  epitafio,  come  lo  hanno 
tutti  i  sepolcri  de'  grandi  :  l' epitafio  poi  inciso  nel  coperchio 
era  —  Fotino  seduttore,  ed  Anastasio  sedotto —  ove  io  vidi 
una  scripta  nel  coperchio  che  dicea  scolpito  con  queste 
parole  Anastagio  Papa  guardo  chiudo  in  quest'arca  sepol- 
crale lo  qual  trasse  Fotin  de  la  via  dritta  dalla  via  retta  della 
fede.  In  questo  verso  commette  un'anfibologia,  cioè  una  dub- 
bia locuzione,  imperocché  alla  retta  intelligenza  si  deve  sup- 
porre di  Fotino  una  cosa,  e  di  Anastasio  un'altra,  eia  lettera 
deve  porsi  così  lo  qual  quale  Anastasio  Fotin  trasse  fuor  de 
la  via  dritta  e  non  diversamente.  Fotino  deve  essere  l'agente, 
Anastasio  il  paziente,  lo  nostro  scender  convien  esser  tardo 
dobbiamo  scendere  lentamente ,  e  con  precauzione  si  chel 
senso  l'odorato  s  ausi  prima  un  poco  al  tristo  fiato  al  fetore. 
Natura  sdegna  le  repentine  mutazioni,  come  lo  mostra  espe- 


CANTO  XI.  277 

rienza.  Chi  la  prima  volta  entra  nel  mare  si  conturba,  esente 
destarsi  il  vomito,  ma  dopo  qualche  tempo  vi  si  avvezza,  ed 
il  molo  marino  gli  cresce  sempre  l'appetito.  Così  Dante  a 
poco  a  poco  nella  contemplazione  crescerà  di  acutezza  e  di 
energia,  e  si  assuefarà  a  quell'amara,  e  puzzolente  materia 
et  poi  non  fia  riguardo  e  poi  non  avremo  soggezione  e  ri- 
spetti cosi  el  maestro  in  tal  modo  mi  parlò  Virgilio  etto  dissi 
a  lui  trova  alcun  compenso  che  l  tempo  non  passi  perduto 
insegnami  qualche  cosa,  dammi  qualche  istruzione,  prima 
di  entrare  più  innanzi  in  città,  et  elli  Virgilio  rispose  vedi  che 
penso  a  ciò  vedi  che  abbiamo  lo  stesso  pensiero.  Dante  pre- 
parava la  descrizione  dei  compartimenti  della  città,  per  evi- 
tare ogni  confusione. 

Figliol  mio  seconda  parte  generale.  L' autore  dice,  che 
la  città  è  ripartita  in  tre  gran  cerchi  principali,  ciascuno  dei 
quali  contiene  altri  cerchi  minori,  e  particolari.  Poi  comintio 
a  dire  lo  stesso  Virgilio  figliol  mio  tre  cerchietti  tre  cerchi 
son  dentro  da  cotesti  sassi  trovansi  dentro  questa  cinta  for- 
mata di  sassi  in  cerchio,  come  si  disse  nel  primo  canto  di 
grado  in  grado  gradatamente  come  quei  che  lassi  sono  posti 
nello  stesso  ordine,  come  i  sassi  dei  cerchi,  che  finora  scor- 
resti, e  lasciasti,  tutti  sonpien  di  spirti  maladetli  tutti  i 
cerchi  son  pieni  di  perversi  viziosi,  ma  intendi  perche  et 
corno  son  costretti  ma  rifletti  al  perchè,  e  come  questi  spirili 
vi  son  carcerati;  contempla  la  colpa,  e  la  pena  perche  poi  le 
basti  più  la  vista  perchè  colla  sola  vista  tu  conosca  le  loro 
scelleratezze,  e  la  pena  condegna  senza  bisogno  di  altra  mia 
spiegazione.  —  Ogni  colpa,  colla  quale  si  offende  Dio,  si  com- 
mette in  due  modi,  per  violenza  cioè,  e  per  frode:  il  secondo 
modo  è  più  detestabile  del  primo,  perchè  ha  sempre  con  sé 
la  fredda  premeditazione,  ingiuria  e  il  fine  d  ogni  malizia 


278  LNFERSO 

d'ogni  opera  cattiva  eh  acquista  odio  in  celo  clic  rende 
l'uomo  odioso  a  Dio.  L'uomo  infatti  male  operando  fa  ingiu- 
ria o  a  Dio,  o  a  sé ,  od  al  prossimo  e  ogni  fin  cotale,  ed  ogni 
azione  consimile  contrista  altrui  reca  altrui  tristezza  o  con 
forza  o  con  frode  con  violenza,  o  con  frode  ma  frode  più 
spiace  a  Dio  perclie  proprio  male  del  omo  essendo  la  frode, 
in  cui  è  malizia,  —  propria  soltanto  dell'uomo,  mentre  la 
violenza  è  propria  anche  degli  altri  animali.  La  frode  infatti 
non  si  opera  senza  calcolo,  e  deliberazione;  ma  la  violenza  è 
impetuosa,  non  calcolata,  come  veggiamo  ne7 bruti,  o  cau- 
sata da  impeto  naturale  e  pero  slan  di  sotto  li  fraudolenti 
più  verso  il  centro  in  più  grave  supplizio  et  più  dolor  li  as- 
sale. Il  primo  cerchio  generale  contiene  i  violenti  in  genere, 
e  si  suddivide  in  altri  tre  cerchi  minori,  perchè  la  violenza  è 
contro  Dio,  contro  sé,  contro  il  prossimo,  il  primo  cerchio 
e  tutto  di  violenti  senza  nessun  fraudolento  ma  e  distincto  e 
costructo  in  tre  gironi  questo  primo  cerchio  generale  si  sud- 
divide in  tre  cerchi  particolari  perche  si  fa  forza  a  tre  per- 
sone a  Dio,  a  sé,  al  prossimo.  Il  primo  dei  tre  punisce  le  in- 
giurie al  prossimo,  ed  é  cerchio  maggiore,  perchè  contiene 
maggior  quantità  di  anime,  ma  la  pena  è  minore:  —  il  se- 
condo punisce  le  ingiurie  a  sé,  ed  è  minore  del  primo,  perchè 
contiene  minor  numero  di  anime,  ma  ha  pena  maggiore:  il 
terzo  è  minore  del  secondo,  ma  contiene  pena  anche  mag- 
giore, forza  si  paone  si  può  fare  a  Dio  a  se  al  prossimo  e 
suddistingue  la  triplice  violenza  dico  in  lor  et  in  far  cose. 
Ciascuna  delle  tre  violenze  si  può  commettere  in  due  manie- 
re —  nella  persona,  e  nelle  cose.  La  prima  ingiuria  contro 
del  prossimo  si  commette  nella  persona  —  colla  uccisione  — 
ferite  —  percosse  —  parole  ecc.  La  seconda  nelle  cose  —  ru- 
bando —  o  recando  danno  ne'  beni  ecc.  La  seconda  violenza 


CANTO  XI.  979 

in  sé  parimente  si  commette  in  due  modi,  nella  persona— uc- 
cidendosi— ferendosi  ecc.  nelle  cose — pazzamente  dilapidan- 
do ,  e  disperdendo  le  proprie  cose.  —  La  terza  violenza  pure 
contro  Dio  si  commette  nella  persona  —  bestemmiando,  o  ne- 
gando Iddio  —  nelle  cose  disprezzando  la  bontà  divina  nella 
natura,  ed  arte  come  udirai  con  aperta  ragione.  Chi  offende 
il  prossimo,  viola  il  precetto  di  carità,  meno  stretto  per  altro 
di  quello  verso  di  sé  morte  per  forza  morte  violenta  e  ferite 
dogliose  dolorose  se  danno  nel  prossimo  quanto  alla  persona 
e  mine  incendi  nelle  cose  e  toilette  dannose  violenti  estor- 
sioni, rapine  5e  danno  nel  suo  avere  si  commettono  nelle 
cose. 

Lo  giron  primo  tormenta  tutti  omicidi  tutti  coloro,  che 
violentemente  uccisero  il  prossimo  et  ciascun  che  mal  fere  i  fe- 
ritori guastator  devastatori  de'  beni  predon  assassini  per  di- 
verse schiere  secondo  la  diversità  di  tali  violenze  nella  per- 
sona, o  cose  del  prossimo. 

L  omo  puote  haver  man  violenta  in  se  et  ne  suoi  beni 
nella  persona,  e  beni  propri  qualunque  priva  se  del  vostro 
mondo  qualunque  si  uccide,  biscazza  et  fonde  la  sua  faculr 
tade  dissipa  le  proprie  sostanze  piange  la  dove  dia  esser  gio- 
condo rattristandosi,  e  dolendosi  quando  poteva  esser  lieto, 
e  contento  convien  che  se  penta  che  si  punisca  nel  secondo 
giron  secondo  cerchio  de'  violenti  sanza  prò  senza  profitto, 
perchè  il  pentirsi  è  troppo  tardi. 

Puossi  far  forza  nella  deitade  in  Dio  nella  persona  ne- 
gando e  bestemmiando  quella  con  bestemmie,  od  eresie  che 
impugnino  la  esistenza  di  Dio;  e  similmente  nelle  cose  dispre- 
giando natura  et  sua  bontade  V  arte,  che  procede  dalla  bontà 
della  natura  e  pero  lo  minor  giron  il  terzo  cerchio  de'  vio- 
lenti, che  è  minore  dei  tre  su-gella  Sodoma  contiene  i  Sodo- 


280  INFERNO 

miti  e  Caorsa  gli  usurai.  Caorsa  è  città  nelle  Gallie  piena  di 
usurai  e  chi  favella  col  cor  spregiando  Dio  bestemmiando 
Dio  col  segno  suo  colle  fiamme  che  lor  cadono  addosso  ed  im- 
primono indelebili  cicatrici,  come  si  dirà. 

La  violenza  per  frode  avviene  in  due  modi.  La  frode  in 
genere  viola,  e  rompe  il  vincolo  generale  di  natura,  giacché 
ogni  uomo  è  per  natura  amico  dell'uomo.  In  forza  di  tal  vin- 
colo è  nato  il  precetto  --  non  fare  agli  altri  quello  che  non 
vuoi  fatto  a  te  —  serba  fede  a  tutti.  —  Altra  frode  secondaria 
è  quella,  che  viola  un  vincolo  aggiunto  al  vincolo  generale— la 
fraude  del  padrone  —  del  parente  —  del  vicino  —  del  socio 
—  dell'amico,  e  questa  seconda  è  peggiore.  Ecco  perchè  i 
traditori  si  puniscono  nel  più  basso  fondo.  La  prima  frode  è 
di  minor  gravità,  e  può  commettersi  in  dieci  modi,  ed  il  cer- 
chio, in  cui  si  punisce,  è  per  conseguenza  subdiviso  in  altre 
dieci  parti,  che  Dante  chiama  bolge. 

Il  tradimento  si  commette  in  quattro  modi ,  e  quindi  il  cer- 
chio, in  cui  si  puniscono  i  traditori,  è  diviso  in  quattro  parti. 
Dalle  cose  dette  puoi  rilevare  pertanto  che  sono  nove  i  cerchi 
generali,  e  primari  dell'Inferno,  cinque  fuori  della  città,  uno 
dentro,  e  presso  la  mura,  dove  son  puniti  gli  eretici,  e  gli 
altri  tre  nell'  interno,  e  come  sopra  suddivisi. 

L  omo  può  usar  la  frode  ond  ogni  conscienza  e  morsa 
non  può  commettersi  frode  senza  rimorso  di  coscienza,  per- 
chè la  frode  si  esercita  con  appensamento ,  e  non  per  impeto 
in  colui  eh  in  lui  fida  che  confida  in  lui,  cioè  contro  il  pa- 
dre, la  patria,  l' amico,  il  congiunto  et  in  quel  che  non  im- 
borsa fidanza  in  colui  che  non  ebbe  fiducia  per  qualche  spe- 
ciale motivo,  questo  modo  di  retro  quest'  ultima  frode  par 
eh  incida  sciolga,  rompa  più  lo  vincola  amor  che  fa  natura 
il  vincolo  generale  di  natura,  come  ingannando  lo  straniero, 


CANTO -XI.  281 

cui  non  ci  lega  che  carità ,  e  pietà  naturale.  Specifica  poi 
costoro,  e  mostra  dove  son  posti  ipocresia  gì'  ipocriti  lusin- 
ghe adulatori  et  chi-uffattura  i  maleficianti,  o  facitori  di  ma- 
lie, ed  incantesimi  falsità  falsatori  di  metalli,  di  merci,  od 
altro  ecc.  ladronegio  i  ladri,  assassini  et  simonia  i simoniaci 
venditori,  e  compratori  di  cose  sacre  et  rufiani  mezzani, 
lenoni,  i  corruttori  di  donne  e  barati  i  barattieri,  anche  del 
proprio  ufficio  e  simele  lordura  e  consimili  malvagi  s  an- 
nida son  posti ,  e  castigati  nel  secondo  cerchio  nel  secondo 
cerchio  generale  ripartito  in  dieci  bolge.  Dante  per  altro  nelle 
divisioni  non  serba  ordine  alcuno,  come  vedi» 

Quell  amor  generale,  o  vincolo  generale,  cui  la  fede  ag- 
giunge altro  vincolo  di  che  la  fede  speciale  si  cria  —  s  oblia 
quando  cioè  taluno  oltre  al  vincolo  generale  viola  il  vincolo 
speciale  di  fede,  si  oblia  per  l  altro  modo  per  la  prima  specie 
di  frode  unde  qualunche  tv  ade  ogni  traditore  e  consunto  in 
eterno  eternamente,  perchè  la  morte  eterna  serve  alla  vita 
dell'anima,  come  l'erba  alla  vita  dell'animale,  nel  cer- 
chio minore  nel  terzo  cerchio  generale,  eh' è  il  nono  del- 
l' Inferno,  ed  ha  forma  di  pozzo  nel  centro  della  terra  del- 
l  universo  in  su  che  Dite  siede  sopra  del  qual  cerchio,  o 
nel  qual  centro  sta  il  re  dell'Inferno,  e  dov'  è  il  fondamen- 
to della  città  di  Dite. 

Ed  io  maestro  terza  parte  generale.  Dante  ricerca  se  nel 
riparto  su  espresso  sia  compresa  ogni  malizia,  ed  ogni  altra 
colpa;  e  sembra  che  no,  giacché  fuori  di  questi  cerchi  tro- 
vansi  i  lussuriosi,  i  golosi,  gli  avari,  i  prodighi,  gl'iracondi, 
gli  accidiosi,  i  superbi — ;  la  distinzione  adunque  non  sem- 
bra perfetta  et  io  dissi  o  Maestro  la  tua  ragione  procede  assai 
chiara  perchè  bene,  e  chiaramente  distinguesti,,  e  ripartisti 
questa  città  e  assai  bene  distingue  questo  baratro  questa  vo- 


282  INFERNO 

ragine  infernale  e  l  popol  che  l  possedè  la  moltitudine  de' pu- 
niti in  esso  ma  dimme  per  far  sparire  ogni  dubbiezza  quei  dal- 
la palude  pingue  quelli  che  si  castigano  nella  palude  Stige, 
grassa,  e  pantanosa  et  UH  che  mena  il  vento  i  lussuriosi,  che 
il  vento  trasporta  così  velocemente  et  che  batte  la  pioggia  i 
golosi,  quali  macera  continua  pioggia  et  che  s incontran  con 
si  aspre  lingue  e  gli  avari ,  e  prodighi  che  mordacemente  s' in- 
giuriano, questi  tutti  e  simili  perche  non  son  puniti  dentro 
de  la  citta  rogia  perchè  non  son  puniti  nella  città  rossa  dal 
fuoco  degli  eretici  intorno  alle  mura  se  Dio  li  ha  in  ira  se 
sono  in  ira  a  Dio?  ma  se  non  han  colpe  e  perchè  si  tormen- 
tano con  vari  supplizi?  et  se  non  li  ha  in  ira  perche  sono  a 
tal  foggia  perchè  sono  separati  da  costoro  fuori  della  città  in 
più  libero  campo? 

Et  etti  a  me  quel  Virgilio  mi  rispose  lingegno  tuo  over 
la  mente9  la  memoria  perche  tanto  delira  tanto  è  alterata  da 
quel  eh  e  suole  ed  era  solito  di  far  ricerche  più  gravi  dove  al- 
trove mira?  il  tuo  ingegno  che  soleva  ricercarmi  sulle  cause 
nascoste,  e  ciò  era  inchiesta  da  filosofo.  1  predetti  viziosi  non 
son  puniti  dentro  la  città,  perchè  i  lor  vizi  sono  men  gravi ,  es- 
sendo la  incontinenza,  secondo  Aristotile,  distinta  rispetto  a  co- 
stume in  malizia,  e  bestialità.  Il  solo  appetito  che  non  è  guasto 
e  al  caso  di  scegliere  buoni  cibi,  ma  non  così  quando  è  corrotto. 
Quando  l'appetito  ascolta  la  ragione,  l'incontinenza  non  sarà 
colpevole;  ma  quando  non  l'ascolta,  anzi  l'appetito  opprime- 
rà la  ragione,  ed  allora  l'incontinenza  sarà  perversa,  od  al- 
meno maliziosa.  Se  infine  l'appetito,  e  ragione  siano  perver- 
titi, allora  si  cade  in  bestialità.  All'incontinenza  si  oppone  la 
castigatezza,  alla  malizia  la  virtù  aperta,  alla  bestialità  l'eroi- 
smo. L'anima  umana  è  un  quid  medio  fra  gli  angeli  per  l' in- 
telletto, e  fra  le  bestie  pel  senso.  Siccome  poi  il  senso  qualche 


CANTO  XI,  283 

volta  nell'  uomo  vien  depravato  tanto,  eh' è  bestialità,  così 
al  contrario  la  ragione  qualche  volta  si  perfeziona,  e  si  rin- 
forza a  modo  da  eccedere  la  propria  natura,  ed  accostasi  alla 
natura  degli  angeli,  e  questa  chiamasi  virtù  divina;  il  perchè 
dai  poeti  antichi  gli  uomini  eccellenti  si  convertivano  in  divi- 
nità, come  Ercole,  Romolo.  Perchè  poi  negli  eccellenti  rare 
volte  si  trova  virtù  divina,  del  pari  la  bestialità  rare  volte  s'in- 
contra negli  uomini.  E  più  spesso  s'incontra  fra  coloro,  che  per 
lunga  consuetudine,  sprezzando  ogni  legge,  o  trasportati  da 
passione,  che  contrastata  trasse  il  passionato  ad  alienazione 
mentale,  e  in  tale  stato  violarono  la  madre,  uccisero  il  servo 
mangiandone  il  fegato,  aprirono  il  ventre  di  donne  per  ci- 
barsi del  portato.  Azioni  proprie  de' barbari,  avvezzi  nelle  sel- 
ve, tra  le  fiere,  vicini  al  Ponto,  i  quali  mangiano  crude  le 
carni,  ed  anche  le  membra  umane!  S.  Girolamo  scrivendo 
contro  Gioviano  afferma  —  aver  egli  veduti  barbari  mangiare 
i  nasi  de' fanciulli  e  le  pupille  delle  donne.  —  Dalle  cose  dette 
risulta  adunque,  che  l'incontinenza  è  cattiva,  la  malizia  peg- 
giore, la  bestialità  pessima.  Chiamasi  incontinente  chi  nell'o- 
perare  sfugge  il  giudizio  della  ragione,  non  ti  rimembra  di 
quelle  parole  dice  Virgilio  a  Dante,  non  ti  ricordi  di  quelle 
parole  con  le  quali  la  tua  etica  che  tu  conosci  come  buon 
moralista  pertralta  tratta  perfettamente  le  tre  disposition  so- 
praddette intorno  a  costume  che  l  cielo  non  vuole  perchè  con- 
trarie alla  ragione,  ed  alla  virtù  incontinenlia ,  malitia  e  la 
inatta  bestialità  quali  snaturano  l'uomo  cambiandolo  in  be- 
stia. Non  ricordi  forse  come  incontinenza  men  Dio  offende 
perchè  opera  spinta,  e  poca  parte  vi  ha  la  elezione.  Gl'incon- 
tinenti si  assomigliano  in  qualche  modo  ai  dormienti,  ed  a- 
gli  ebri;  perciò  sono  più  scusabili,  e  meno  offendono  Dio  e 
men  biasmo  acatta  perciò  se  tu  riguardi  ben  questa  sentenza 


284  INFERNO 

di  Aristotile,  eh*  è  buona,  e  vera  et  rechiti  a  la  mente  e  ri- 
chiami alla  memoria  quai  son  quei  che  sostengati  penitenze 
senza  effetto  però,  perchè  la  penitenza  viene  imposta  invece 
di  pena  qua  su  di  fuor  fuori  della  città ,  nel  luogo  più  alto  tu 
vedrai  bene  facilmente  potrai  conoscere  perche  sian  dipartiti 
da  questi  felli  siano  separati  da  questi,  che  son  puniti  dentro 
la  città  et  perche  la  divina  vendetta  la  divina  giustizia  men 
cruciata  meno  sdegnata  li  martelli  li  tormenti. 

Tu  ponesti  l'usuraio  fra  quelli  che  offendono  Dio,  chiese 
in  secondo  luogo  Dante  a  Virgilio,  ma  sembra  a  me  che  of- 
fenda piuttosto  il  prossimo?  E  per  rendersi  benevolo  Virgilio 
che  doveva  rispondere  a  questa  seconda  domanda  più  fina 
della  prima  incomincia  dal  lodare  la  prima  risposta  così 
o  sol  che  sani  ogni  vista  turbata  o  Virgilio,  che  scacci  o- 
gni  tenebra  dal  mio  intelletto  coi  raggi  della  sapienza  tua 
al  pari  del  sole ,  che  coi  suoi  raggi  dilegua  ogni  nube  tu 
mi  contenti  si  quando  tu  solvi  tanto  mi  appaghi  che  du- 
biar  non  men  agrata  me  che  saver  è  a  me  più  grato  avere 
dubbiezza,  che  cognizione  delle  cose,  giacché  dalle  tue  rispo- 
ste acquisto  maggiore  certezza.  Spesso  per  altro  accade,  che 
avendo  confusa  cognizione  di  una  cosa  si  creda  di  conoscerla 
perfettamente ,  donde  viene  che  non  dubitando,  non  si  do- 
manda, e  non  si  schiarisce  giammai.  Ma  se  la  ricerca  viene 
da  uomo  capace,  la  risposta  mette  in  possesso  di  certezza,  e 
di  verità,  e  tanto  voleva  esprimere  Dante  a  Virgilio  dissio  an- 
cora rivolvi  un  poco  in  dreto  alle  cose  già  dette  nella  distin- 
zione la  ove  di  che  usura  offende  la  divina  boutade  dove  so- 
pradicesti Caorsa  —  et  solvi  il  groppo  cioè  il  dubbio,  in  che 
modo  P  usuraio  offenda  la  bontà  divina,  perchè  ciò  a  molti  non 
sembra  ben  chiaro. 

Si  dirà  nel  primo  canto  del  Paradiso,  e  nella  filosofìa 


CANTO  XI.  285 

s'insegna  doversi  fissare  un  solo  principio  in  natura,  e  che 
questo  principio  coli' arte  sua  regoli  il  corso  delle  cose,  qua- 
le principio  nomasi  natura  naturante,  cioè  Dio,  da  cui  tutto 
dipende.  La  natura  proviene  da  Dio  come  il  figlio  dal  padre, 
e  può  dirsi  quasi  figlia  di  Dio:  l'arte  poi  è  figlia  della  natura, 
e  quegli  che  opera  contro  F  arte,  opera  contro  natura  di  lei 
madre,  e  quindi  contro  Dio  padre  della  natura.  Ciò  posto, 
vuol  dire  Virgilio  —  non  devi  maravigliarti  se  posi  gli  usurai 
fra  quelli  che  offendono  Dio. 

Filosofia  nota  insegna  come  natura  prende  il  suo  corso 
dal  divino  intellecto  dalla  mente  divina  e  da  sua  arte  dall'ori- 
gine sua  a  chi  la  intende  ai  filosofi  come  sei  tu  non  pur  in  una 
sola  parte  anzi  in  molti  libri  di  filosofia  et  tu  troverai  non 
dopo  molte  carte  al  quarto  capitolo  della  Fisica  dove  si  dice 
—  F  arte  imita  la  natura  ecc.  se  noti  ben  la  tua  fisica  essendo 
tu  filosofo  naturalista  che  larte  nostra  umana  segue  quella 
la  natura  quanto puote  perchè  l'arte  imita  la  natura  in  quanto 
può  come  il  discente  fa  il  maestro  come  il  discepolo  riceve 
norma  dal  precettore;  quindi  l'arte  è  l'i  magi  ne,  od  imitazio- 
ne della  natura  si  che  vostr  arte  e  quasi  nipote  a  Dio  perchè 
natura  è  figlia  di  Dio,  l'arte  figlia  della  natura;  dunque  l'arte 
nipote  a  Dio.  Il  violar  l'arte  è  dunque  operar  contro  Dio.  Chi 
violò  la  figlia  della  figlia  mia  operò  contro  di  me.  Applicando 
le  esposte  verità  —  l'uomo  ha  l'essere  dalla  natura:  riceve 
dall'arte  il  ben  essere;  deve  quindi  soddisfare  all' una ,  ed  al- 
l'altra. Dio  comandò  prima  — crescete,  e  moltiplicate — poi  — 
col  sudore  del  volto  vivrete. 

La  gente  il  genere  umano  convien  prendere  sua  vita  il 
il  suo  essere,  e  gli  bisogna  avanzar  guadagnare  il  sostenta- 
mento da  questo  dalla  natura,  e  dall'arte,  Funa,  e  l'altra  co- 
sa confermata  da  Dio,  come  nella  Genesi  se  tu  ti  rechi  a  mente 


286  INFERNO 

se  richiami  alla  memoria  lo  Genesi  il  primo  libro  della  Bibbia 
che  parla  della  creazione  dal  principio  e  nel  principio  di  tal 
libro  si  hanno  le  due  suddette  verità,  o  principii  et  lusurier 
dispregia  natura  per  la  sua  seguace  per  l'arte  che  seguita 
la  natura  poichin  altro  pon  la  speme  in  altri  oggetti  opposti 
all'  arte  perchel  tien  altra  via  perse  diversa  dall'  arte.  Non  è 
forse  fuori  d' arte  che  il  danaro  produca  danaro?  E  l'usuraio 
fa  appunto  questo.  Se  io  ti  presto  il  mantello,  è  ben  giusto  che 
ti  dimandi  il  prezzo  dell' uso,  perchè  il  mantello  si  va  consu- 
mando coli'  uso,  e  dopo  usato  non  è  più  il  mantello  di  prima; 
ma  del  danaro  non  è  così,  e  tu  non  sei  tenuto  a  restituirmi 
lo  stesso  danaro,  ma  altro  di  valore  uguale.  Le  altre  cose,  e 
mercatanzie  van  soggette  a  pericoli,  a  fortune,  ma  l'usuraio, 
o  piova,  o  sia  sereno,  o  infurii  il  mare,  od  il  cielo,  esige 
sempre  che  il  suo  denaro  gli  frutti  sempre  un  tanto  per  cento. 
E  sia  pure,  che  il  gius  civile  permetta  le  usure,  ma  ciò  non 
toglie  il  vizio  radicale  dell'usura:  tal  gius  ha  di  mira  special- 
mente, e  primamente  la  pace,  e  la  concordia  fra  cittadini;  e 
per  giungere  a  questo  scopo  tollera  molti  altri  inconvenienti. 
Ma  -segueme  ornai  Virgilio  termina  il  canto  dicendo  a 
Dante  seguimi,  che  più  oltre  non  si  deve  star  qui  che  l gir  mi 
piace  tanto  più  che  il  tempo  stringe.  Già  si  faceva  giorno, 
perchè  il  segno  —  Pesci  —  che  precede  l'Ariete,  ascendeva 
siili'  orizzonte  seguito  dal  sole.  L' orizzonte  è  quel  cerchio 
che  circoscrive  la  vista,  e  divide  l'emisfero  superiore  dal- 
l' inferiore,  che  i  pesci  guizzan  nel  puro  cielo,  come  per  l'ac- 
qua. Tal  segno  indica  il  termine  della  prima  notte  nell'  In- 
ferno e  l  carro  la  costellazione,  che  chiamasi  Carro,  od  Orsa 
giace  tutta  sopra  e  l  coro  quasi  dica  tende  all'  occaso,  per- 
chè coro  è  vento  occidentale,  ed  in  tal  modo  era  vicino  il 
giorno,  giacché  il  carro  discendeva.  Infine  mostra  il  luogo 


CANTO  XI.  287 

cui  arriveranno  e  l  balzo  se  desmonta  si  discende  la  oltre  via 
là  oltre  i  grossi  sassi  posti  in  giro  di  cui  si  parlò  al  principio 
del  canto. 


CANTO  XII. 


TBSTO  MODERNO 


Era  lo  loco,  ove  a  scender  la  riva 

Venimmo,  alpestro,  e  per  quel  eh*  iv'er'anco 

Tal,  che  ogni  visla  ne  sarebbe  schiva.  3 

Qual  è  quella  ruina  che  nel  fianco 

Di  qua  da  Trento  l' Adice  percosse, 

0  per  tremuoto,  o  per  sostegno  manco:  0 

Che  da  cima  del  monte,  onde  si  mosse 

Al  piano  è  sì  la  roccia  discoscesa, 

Ch'alcuna  via  darebbe  a  chi  su  fosse;  0 

Cotal  di  quel  burrato  era  la  scesa: 

E  'n  su  la  punta  della  rotta  lacca 

L'infamia  di  Creti  era  distesa,  12 

Che  fu  concetta  nella  falsa  vacca: 

E  quando  vide  noi  sé  stesso  morse, 

Sì  come  quei  cui  Tira  dentro  fiacca.  15 

Lo  savio  mio  in  ver  lui  gridò:  forse 

Tu  credi,  che  qui  sia '1  duca  d'Atene, 

Che  su  nel  mondo  la  morte  ti  porse?  18 

Partiti,  bestia,  che  questi  non  viene 

Ammaestrato  dalla  tua  sorella, 

Ma  viensi  per  veder  le  vostre  pene.  21 

Qual  è  quel  toro,  che  si  slaccia  in  quella, 

Ch'ha  ricevuto  già  il  colpo  mortale, 

Che  gir  non  sa,  ma  qua  e  là  saltella;  24 


CANTO  XII.  289 

Vid'io  lo  Minotauro  far  cotale, 

E  quegli  accorto  gridò;  corri  al  varco 

Mentre  eh' è  in  furia  è  buon  che  tu  ti  cale.         27 

Cosi  prendemmo  via  giù  per  lo  scarco 
Di  quelle  pietre ,  che  spesso  moviensi 
Sotto  i  miei  piedi  per  lo  nuovo  incarco.  30 

lo  già  pensando;  e  quei  disse:  tu  pensi 
Forse  a  questa  ruina,  eh' è  guardata 
Da  quell'ira  bestiai,  ch'io  ora  spensi.  33 

Or  vo',  che  sappi,  che  l'altra  fiata, 
Ch'io  discesi  quaggiù  nel  basso  inferno, 
Questa  roccia  non  era  ancor  cascata.  36 

Ma  certo  poco  pria,  se  ben  discerno, 
Che  venisse  colui ,  che  la  gran  preda 
Levò  a  Dite  del  cerchio  superno.  39 

Da  tutte  parti  l' alta  valle  feda 
Tremò  sì,  ch'io  pensai,  che  l'universo 
Sentisse  amor,  per  lo  quale  è  chi  creda  42 

Più  volte  il  mondo  in  càos  converso: 
Ed  in  quel  punto  questa  vecchia  roccia, 
Qui,  ed  altrove  più,  fece  riverso.  45 

Ma  ficca  gli  occhi  a  valle  che  s'approccia 
La  riviera  del  sangue,  in  la  qual  bolle, 
Qual  che  per  violenza  in  altrui  noccia.  48 

Oh  cieca  cupidigia!  oh  ira  folle 
Che  si  ci  sprona  nella  vita  corta , 
E  nell'eterna  poi  sì  mal  e' immolle!  Si 

lo  vidi  un'ampia  fossa  in  arco  torta, 
Come  quella,  che  tutto  il  piano  abbraccia, 
Secondo  eh'  avea  detto  la  mia  scorta  :  84 

E  tra  'I  pie  della  ripa  ed  essa,  in  traccia 
Rambaldi  —  Voi.  i.  19 


290  INFERNO 

Correan  Centauri  armati  di  saette, 

Che  solean  nel  mondo  andare  a  caccia.  57 

Vedendoci  calar  ciascun  ristette, 

E  della  schiera  tre  si  dipartirò 

Con  archi  ed  asticciuole  prima  elette:  60 

E  Pun  gridò  da  lungi:  a  qual  marti ro 

Venite  voi,  che  scendete  la  costa? 

Ditel  costinci;  se  non  l'arco  tiro.  63 

Lo  mio  Maestro  disse:  la  risposta 

Farem  noi  a  Chiron  costà  di  presso; 

Mal  fu  la  voglia  tua  sempre  sì  tosta.  66 

Poi  mi  tentò,  e  disse:  quegli  è  Nesso: 

Che  morì  per  la  bella  Dejanira, 

E  fé'  di  sé  la  vendetta  egli  stesso.  69 

E  quel  di  mezzo,  eh'  il  petto  si  mira, 

É  il  gran  Chirone,  che  nudrio  Achille: 

Quell'altro  è  Folo,  che  fu  si  pien  d' ira.  72 

D' intorno  al  fosso  vanno  a  mille  a  mille, 

Saettando  quale  anima  si  svelle 

Del  sangue  più,  che  sua  colpa  sortille.  75 

Noi  ci  appressammo  a  quelle  fiere  snelle: 

Chiron  prese  uno  strale,  e  con  la  coeca 

Fece  la  barba  indietro  alle  mascelle.  78 

Quando  s'ebbe  scoperta  la  gran  bocca, 

Disse  a' compagni:  siete  voi  accorti, 

Che  quel  di  retro  move  ciò,  che  tocca?  81 

Cosi  non  soglion  fare  i  pie  de' morti. 

E  '1  mio  buon  duca,  che  già  gli  era  al  petto, 

Ove  le  due  nature  son  consorti,  84 

Rispose:  ben  è  vivo,  e  sì  soletto 

Mostrargli  mi  convien  la  valle  buia: 


CANTO  XII.  291 

Necessità  '1  c'induce,  e  non  diletto.  87 

Tal  si  partì  dal  cantare  alleluia , 

Che  mi  commise  quest'ufficio  novo: 

Non  è  ladron,  né  io  anima  fuia.  90 

Ma  per  quella  virtù,  per  cui  io  movo 

Li  passi  miei  per  sì  selvaggia  strada, 

Danne  un  de' tuoi,  a  cui  noi  siamo  a  pruovo,     95 
E  che  ne  mostri  là  dove  si  guada, 

E  che  porti  costui  in  su  la  groppa; 

Ch'  el  non  è  spirto,  che  per  l'aere  vada.  9G 

Chiron  si  vuolse  in  su  la  destra  poppa, 

E  disse  a  Nesso:  torna,  e  sì  gli  guida 

E  fa  cansar  s'altra  schiera  s'intoppa.  99 

Or  ci  movemmo  con  la  scorta  fida 

Lungo  la  proda  del  color  vermiglio, 

Ove  i  bolliti  facean  alle  strida.  102 

lo  vidi  gente  sotto  infìno  al  ciglio, 

E  '1  gran  Centauro  disse:  ei  son  tiranni 

Che  dier  nel  sangue,  e  nell'aver  di  piglio.       105 
Quivi  si  piangon  gli  spietati  danni: 

Qui  v'è  Alessandro  e  Dionisio  fero, 

Che  fé'  Cicilia  aver  dolorosi  anni.  108 

E  quella  fronte,  eh'  ha  pel  così  nero 

É  Azzolino;  e  quell'altro,  clic  è  biondo, 

É  Obizzo  da  Este,  il  qual  per  vero  1 1 1 

Fu  spento  dal  figliastro  su  nel  mondo. 

Allor  mi  volsi  al  Poeta,  e  quei  disse: 

Questi  ti  sia  or  primo,  ed  io  secondo.  114 

Poco  più  oltre  'I  Centauro  s'affisse 

Sovr'  una  gente,  che  'nfino  alla  gola 

Parea,  che  di  quel  bulicame  uscisse.  117 


292  INFERNO 

Mostrocci  un'ombra  dall' un  canto  sola, 
Dicendo:  colui  fesse  in  grembo  a  Dio 
Lo  cuor,  che  in  sul  Tamigi  ancor  si  cola.  120 

Poi  vidi  gente,  che  fuori  del  rio 
Tenean  la  testa,  e  ancor  tutto '1  casso; 
E  di  costoro  assai  riconobb'io.  t23 

Così  a  più,  a  più  si  facea  basso 
Quel  sangue  sì ,  che  copria  pur  li  piedi  : 
E  quivi  fu  del  fosso  il  nostro  passo.  126 

Siccome  tu  da  questa  parte  vedi 
Lo  bulicame,  che  sempre  si  scema, 
Disse '1  Centauro,  voglio  che  tu  credi,  129 

Che  da  quest'altra  più,  e  più  giù  prema 
II  fondo  suo,  infin  che  si  raggiunge 
Ove  la  tirannia  convien  che  gema.  152 

La  divina  giustizia  di  qua  punge 
Quell'Attila,  che  fu  flagello  in  terra, 
E  Pirro,  e  Sesto;  ed  in  eterno  munge  135 

Le  lagrime,  che  col  bollor  disserra 
A  Rinier  da  Corneto,  e  Rinier  pazzo, 
Che  fecer  alle  strade  tanta  guerra. 

Poi  si  rivolse,  e  ripassossi  il  guazzo.  139 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dopo  avere  l' autore  divisa  la  città  infernale  in  cerchi 
generali,  e  speciali ,  tratta  in  questo  canto  del  primo  cerchio 
in  cui  si  puniscono  i  violenti  contro  del  prossimo.  Può  di- 
vidersi il  canto  in  quattro  parti  generali:  nella  prima  —  in- 
gresso al  cerchio,  e  custode  del  cerchio:  nella  seconda — pe- 
na de' violenti  contro  del  prossimo,  e  ministri  della  pena  ma 
ficha  gli  occhi  ecc.  nella  terza  —  guida  che  li  trasporta  pel 


CANTO  xu.  293 

fiume  veyiendoci  calar  ecc.  nella  quarta  —  descrizione  di 
alcuni  notabili  violenti  nella  persona,  e  beni  del  prossimo 
or  ci  movemo  ecc. 

Era  lo  luoco  aperto  per  due  motivi.  Vedesti  mai  l'Alpe, 
ed  in  essa  una  discesa  sassosa,  e  scabra,  ed  incontrasti  un  cin- 
ghiale, un'orsa,  od  altro  animale,  che  ti  facesse  credere  più 
selvaggio  il  luogo  di  quel  che  fosse?  Così  avvenne  a  Dante 
iti  quel  luogo  aspro,  alpestre,  e  precipitoso,  e  dove  trovò 
il  Minotauro  mostro  terribile  lo  luoco  dove  venimo  a  scender 
la  riva  a  basso  verso  la  valle  era  alpestro  aspro  scabroso  et 
per  quel  che  v  era  anco  pel  Minotauro  tal  eh  ogni  vista  ne 
sarebbe  schiva  tale,  che  avrebbe  spaventato  l'uomo  più  au- 
dace, ed  intrepido.  La  strada  ruinosa  che  doveva  battere  era 
simile  alla  riva  d' Arli  fra  Trento,  e  Verona.  Fu  tal  strada 
una  volta  tanto  erta  d' aversi  per  inaccessibile;  ma  per  ruina 
ora  permette  che  si  scenda  dall'alto  al  basso  la  scesa  di  quel 
baratro  di  quel  cerchio  buio,  e  chiuso  era  tal  qual  quella 
ruina  che  percosse  l  Adìce  dì  qua  di  Trento  venendo  da 
Trento  a  Verona.  Il  precipizio  si  chiama  dilamo  dai  villici  di 
quel  d'intorno,  ed  ivi  è  un  castello  nomato  Marco,  o  per  tre- 
muoio  o  per  sostegno  manco  la  ruina  che  rese  possibile  la 
discesa  avvenne  o  per  terremoto,  o  per  corrosione  delle  acque 
che  vi  battevano  da  molti  secoli.  Di  questa  maravigliosa  ruina 
fa  menzione  Alberto  Magno  nel  libro  de' Meta  uri,  e  dice  — 
che  i  monti  rovinano,  o  perchè  son  corrose  le  falde,  o  perchè 
non  han  fondamenti,  o  perchè  si  spaccano  per  terremoto,  e 
che  per  queste  cagioni  cadde  il  gran  monte  fra  Trento,  e  Ve- 
rona in  Italia  sopra  l'Adige,  ed  oppresse  persone,  e  case  pel 
tratto  di  molte  miglia  che  la  roccia  riva  sassosa  e  si  disco- 
scesa cosi  rotta  dalla  cima  del  monte  unde se  mosse  dal  punto 
in  cui  cominciò  la  ruina  al  piano  alla  valle,  od  all'alveo  del 


294  INFERMO 

fiume  che  darebbe  alcuna  via  a  chi  su  fusse  darebbe  luogo 
a  discendere,  quantunque  con  fatica:  tale  era  la  discesa  di 
Dante.  La  riva  dell'Adige  era  ruinosa,  e  ruinosa  quella  di  Fle- 
getonte:  la  discesa  si  cagionò  pel  terremoto,  e  quella  dell'Au- 
tore fu  cagionata  dal  maggiore  de' terremoti  che  mai  furono, 
o  saranno,  perchè  avvenne  al  punto  della  morte  di  N.  Signor 
G.  Cristo. 

Et  in  su  la  punta.  Descrizione  del  Minotauro.  Secondo 
i  poeti  greci,  e  latini  Minosse  re  di  Creta  potentissimo  quanto 
giusto,  ebbe  moglie,  che  macchiò  la  fama  del  marito.  Tanto 
fu  sfrenata  nella  libidine,  che  volle  ad  ogni  costo  soggiacere 
ad  un  toro.  Per  opera  di  Dedalo  artefice  ingegnosissimo  di 
Atene,  entrò  dentro  un  costrutto  di  legno,  che  aveva  forma 
di  vacca,  e  coperto  da  pelle  fresca  vaccina ,  e  così  il  toro  in- 
gannato la  conobbe  carnalmente,  e  restò  incinta,  e  partorì 
dessa  il  Minotauro  mezz'uomo,  e  mezzo  toro.  Costei  ebbe  dal 
buon  Minosse  un  altro  figlio  per  nome  Androgeo  somiglian- 
tissimo al  padre,  d' indole  dolcissima,  e  mandato  agli  studi 
in  Atene,  superò  tutti  gli  altri  per  ingegno;  ma  l'eccellenza 
della  mente  gli  fu  cagione  di  morte  crudele»  perchè  i  com- 
pagni invidiosi  lo  precipitarono  da  un  alto  luogo.  Il  padre 
sdegnato  sfogò  l' ira  sua  sopra  di  Atene,  imponendo  durissi- 
me leggi,  fra  le  quali  una,  che  ordinava  mandarsi  ciascun 
anno  sette  giovani  ateniesi  al  Minotauro  per  essere  divorati. 
Il  Minotauro  poi  era  custodito  in  luogo  detto  Labirinto  co- 
strutto di  tante  strade  sinuose,  ed  ingannevoli,  che  chi  en- 
trava non  ne  sapeva  o  poteva  sortire.  I  sette  giovani  si  estrae- 
vano a  sorte,  e  dopo  varie  estrazioni  toccò  quel  fiero  destino 
a  Teseo  figlio  di  Egeo  signore  di  Atene,  e  fu  mandato  a  Creta. 
Ma  visto  da  Arianna  figlia  di  Pasifae,  e  Minosse,  questa  fu 
presa  da  ardente  amore  per  lui,  bellissimo,  nobilissimo.  La 


CANTO  XII.  295 

innamorata  fanciulla  lo  donò  di  un  filo  per  norma  a  sortire 
dal  Labirinto:  gì' insegnò  come  vincere  il  Minotauro,  e  volle 
per  condizione,  che  scappati  ambibue  (essa  e  Teseo)  nasco- 
stamente, r  avrebbe  presa  in  legittima  consorte,  imponendo 
ad  Ippolito  figlio  di  Teseo  di  sposar  Fedra  che  sarebbesi  con- 
dotta insieme  nella  fuga.  Teseo,  legato  il  Minotauro,  l'uccise; 
prese  le  due  sorelle  con  sé,  e  nascostamente  si  allontanò  da 
Creta.  Ma  nel  viaggio  abbandonò  Arianna  addormentata  in  un 
isola  deserta,  e  prese  invece  per  moglie  Fedra. 

Si  vuole  da  molti,  che  il  racconto  sia  favoloso;  ma  la 
maggior  parte  degli  eruditi  ritengono  che  contenga  una  vera 
istoria  sotto  nomi  allegorici.  Fulgenzio  infatti  afferma  che 
quel  toro  era  un  cancelliere  dello  stesso  re  Minosse,  col  quale 
giacque  Pasifae  per  mediazione,  o  lenonismo  di  Dedalo,  il  quale 
condusse  la  vacca  al  toro.  Io  per  altro  tengo  ferma  opinione 
che  fosse  un  vero  toro  animale  quello  con  cui  giacque  Pasifae, 
imperocché  non  saprei  trovare  ragione  perchè  i  poeti  a  co- 
prire un  comune  adulterio  avessero  immaginata  così  strana 
bestialità.  Non  è  certo  impossibile  trovare  nelle  storie  com- 
merci carnali  di  umani  con  bestie.  Virgilio  nelle  buccoliche 
detesta  Pasifae  per  tale  concubito:  cosi  Dante  nel  Purgatorio 
canto  XXVI.  Né  deve  tenersi  per  incredibile  che  un  toro  co- 
prisse una  vacca  di  legno,  mentre  sappiamo  da  Valerio,  che 
un  toro  voleva  giacere  con  una  vacca  soltanto  dipinta,  senza 
T  apparato  artificiale  di  Pasifae.  E  posto  ancora  che  Pasifae 
non  giacesse  con  un  toro  animale,  non  fu  svergognata  sog- 
giacendo a  toro  cancelliere.  E  quando  si  dice  che  da  tal  coito 
nacque  il  Minotauro  parte  uomo,  e  parte  toro,  si  afferma  il 
vero,  imperocché  in  quanto  alla  umana  figura  era  uomo,  e 
quanto  ai  costumi  bestia.  I  poeti  poi  scelsero  un  toro  piutto- 
sto clic  altro  animalo,  perchè  colui  fu  feroce,  violento,  colle 


296  INFERNO 

corna  superbe,  che  irrompeva  contro  tutti,  e  si  deliziava  nel 
sangue,  e  nella  strage.  Ecco  perchè  si  dice  che  il  Minotauro 
divorasse  gli  uomini:  ecco  perchè  quei  di  Atene  si  forzavano 
a  combattere  con  lui,  che  opprimeva  Atene  di  crudeltà.  Ecco 
perchè  Dante  pone  il  Minotauro  alla  custodia  del  cerchio  so- 
pra un  fiume  di  sangue  per  denotare  il  vizio  generale  della 
violenza,  e  crudeltà.  Poco  fa,  che  sia  generato  da  toro,  o  da 
uomo:  basta  che  sia  venuto  da  impuro  concubito.  11  Labirin- 
to, carcere  del  Minotauro,  non  fu  fabbricato  da  Dedalo,  per 
quanto  io  credo,  giacché  l' età  d'  un  uomo  solo  non  poteva 
bastare  a  tanto  lavoro,  secondo  l' asserzione  di  quelli,  che  lo 
videro;  ed  io  vi  acconsento,  sebbene  non  abbia  visto  che  il 
labirinto  presso  Vicenza,  scavato  nel  sasso  di  un  monte,  per 
nulla  paragonabile  a  quel  di  Creta,  senza  confronto  più  gran- 
de, e  mirabile,  formato  da  camere  quadrate  ciascuna  a  quat- 
tro porte. 

E  l  infamia  di  Creta  il  Minotauro  che  fu  concepto  nella 
falsa  vacca  costrutta  di  legno,  e  coperta  di  pelle  vaccina  era 
discesa  in  su  la  punta  nel  principio  della  discesa  de  la  loca 
della  rotta  costa,  come  nel  canto  li  del  Purgatorio  in  fianco 
de  la  laca  —  rotta  —  per  la  ridetta  ruina  prodotta  dal  gran 
terremoto.  —  Quel  Minotauro  morse  se  stesso  si  morse  per  rab- 
bia quando  scorse  Virgilio,  e  Dante,  ambidue  costumatissimi, 
e  dolcissimi  si  come  quel  cui  l  ira  dentro  fiacca  rompe:  lo  sa- 
vio mio  grido  contro  il  Minotauro  tu  credi  forse  che  qui  sia 
l  duca  d  Atene  Teseo  che  ti  porse  la  morte  su  nel  mondo  nel 
mondo  de'  viventi;  ma  egli  non  è  qui.  partiti  bestia  che  va 
via  mostro,  perchè  questi  Dante  non  viene amacstrato dalla 
tua  sorella  Arianna  —  non  viene  con  frode  di  donne,  come 
Teseo,  ma  invece  per  virtù  sua:  viene  per  imparare,  con- 
templando le  pene  de* violenti,  a  vincere  il  vizio  della  violen- 


CANTO  XII.  297 

za,  e  perchè  gli  uomini  si  astengano  da  sangue  umano,  e 
dallo  rapine,  ma  vasti  per  veder  le  vostre  pene  onde  descri- 
vendole imprimer  terrore  ai  viziosi,  vid  io  lo  Minotauro  far 
cotale  —  quale  quel  toro  fa  che  si  stanza  si  slancia  rompen- 
do i  lacci  in  quella  nel  mentre  che  ha  ricevuto  l  colpo  mortale 
la  scure,  o  mazza  sul  capo  et  gir  non  sa  ma  qua  e  la  saltella. 
Bellissima  similitudine  del  toro  al  Minotauro,  toro  indomito 
senza  giogo  di  legge,  cui  dice  Orosio— bestia  disumana!  Punse 
il  Minotauro  la  parola  bestia ,  che  gli  ricordò  la  morte  violenta, 
eh'  ebbe  da  Teseo,  che  tradì  la  sorella,  e  quasi  accorto  grido. 
Accortosi  Virgilio  del  furore  del  Minotauro  gridò  corri  al  var- 
co guardati,  fuggi  e  buon  che  ti  cali  nel  mentre  che  n  furia 
nel  frattanto  eh' è  in  furore,  giacché  allora  è  tempo  oppor- 
tuno ,  prima  che  il  furore  si  sfoghi:  cosi  prendemo  via  giù  per 
lo  scarco  per  la  discesa  rotta,  e  sassosa  di  quelle  petre  che 
spesso  moviensi  sotto  i  mei  piedi  per  lo  novo  carco  move- 
vansi  sotto  i  miei  piedi  pel  peso  del  mio  corpo,  essendo  vivente 
ancora  e  vestito  di  carne.  Può  anche  allegoricamente  ritenersi, 
che  Dante  movesse  quelle  pietre  col  suo  lavoro ,  rendendole 
veloci  e  notissime  da  immobili,  od  ignote  eh'  erano. 

Io  già  pensando.  Seconda  parte  generale.  —  Dante  fra 
sé  diceva  —  quale  strada  è  mai  questa?  Fu  sempre  in  questo 
luogo  fino  dalla  creazione  dell'  Inferno,  oppure  è  opera  del 
caso?  e  quando  ciò  avvenne?  e  quei  Virgilio  disse  tu  pensi 
forse  a  questa  mina  che  sembra  operata  da  violenza  e  non 
da  natura  che  guardata  da  quella  ira  bestiale  da  quel  Mino- 
tauro infuriato  va  secondo  la  natura  sua  feroce  e  che  ora 
spensi  ossia  quietai  colle  mie  parole  partite  bestia.  Virgilio  ' 
aveva  conosciuto  il  dubbio  di  Dante,  ed  a  chiarirlo  incomin- 
cia alquanto  da  lontano  or  vo  che  sappi  che  questa  roccia 
questa  riva  non  era  ancor  cascata  minata,  ma  stavasi  intatta 


298  INFERNO 

/  altra  fiata  eh  io  discesi  qua  giù  nel  basso  nferno  1'  altra  vol- 
ta, che  scongiurato  dalla  cruda  Eritone  scosi  all'Inferno,  come 
al  canto  IX.  Questa  ruina  si  operò  da  terremoto,  che  scosse  il 
mondo  intero  nel  momento,  in  cui  Cristo  spirava  sulla  Croce, 
e  fu  tale  che  pareva  volesse  sciogliersi  il  creato,  e  tornare  nel 
caos.  Così  si  sarebbe  verificata  la  opinione  di  Empedocle, 
che  sosteneva  il  mondo  corrompersi ,  e  rigenerarsi ,  e  la  ma- 
teria prima  delle  cose  chiamava  caos,  nel  quale  in  ultimo  il 
mondo  anderebbe  a  finire.  I  principi  delle  cose  voleva  che 
fossero  sei  —  quattro  elementi  —  amore  ed  odio  —  concordia 
e  lite.  —  L' amore,  e  la  concordia  si  avveravano  nelle  cose  in- 
corporate, senza  forma,  in  modo,  che  ciascuna  parte  di  terra 
fosse  in  ciascuna  parte  d'acqua,  ciascuna  parte  di  fuoco  in 
ciascuna  d'aria,  ciascuna  parte  di  carne  in  ciascuna  d'osso 
ecc.  ed  al  contrario.  La  lite  poi,  e  1'  odio  si  avveravano  quan- 
do le  cose  restavano  distinte,  e  separate.  Dante  poi  vuol  e- 
sprimere,  che  credette  tornasse  il  caos  secondo  l'opinione 
d'Empedocle  lalta  valle  feda  valle  puzzolente,  profonda 
tremo  si  forte  da  ogni  parte  in  tutto  il  mondo  con  ecclissi 
del  sole,  e  con  altri  prodigi  eh  io  pensai  che  l  universo  sen- 
tisse amore  che  tutte  le  cose  si  congiugnessero  per  amore  in 
un  sol  tutto  per  lo  guai  amore  e  chi  creda  vi  è  chi  pensa, 
come  Empedocle  el  mundo  converso  il  mondo  sarebbe  per 
convertirsi  in  caos  più  volte  e  questo  è  il  caos,  che  Ovidio 
descrive  nel  principio  delle  metamorfosi.  —  Poiché  in  un  cor- 
po solo. 

Freddo  col  caldo,  il  secco  insiem  coli 'umido 
Gol  molle  il  duro  fean  contrasto  ecc. 

Poco  pria  s  io  bene  discerno  se  io  non  erro  per  la  lun- 
ghezza del  tempo  scorso  che  venisse  colui  N.  S.  Gesù  Cristo 
che  levo  la  gran  preda  le  anime  dei  santi  Padri  a  Dite  del- 


CANTO  XII.  299 

l' Inferno  del  cerchio  superno  dal  limbo  poco  pria  due  giorni 
prima,  perchè  nel  giorno  della  morte  di  Gesù  Cristo  si  sentì 
quel  gran  terremoto,  e  nel  giorno  della  risurrezione  di  Cristo 
avvenne  la  liberazione  delle  anime  del  limbo  questa  vecchia 
roccia  ripa  sassosa  fece  tal  riverso  tale  ruina  qui  e  altrove 
nel  cerchio  degP  ipocriti,  come  si  ha  nel  canto  XXII  in  quel 
punto.  Ma  perchè  pone  tale  ruina  in  quel  luogo?  Perchè  dopo 
la  morte  di  G.  Cristo  cessarono  le  violenze,  e  crudeltà  che 
erano  prima  assai  maggiori.  Perciò  scriveva  s.  Agostino,  ed 
Orosio — dove  si  trova  ora  un  altro  Alessandro  Macedone? 
dove  un  Domiziano,  un  Nerone?  Dopo  la  venuta  di  Cristo 
per  altro  nacquero  le  persecuzioni,  e  pullularono  varie  eresie 
nella  fede.  Avverti  bene  che  la  ruina  è  nella  parte  interna  del 
cerchio,  e  non  riguarda  gli  eretici  che  sono  fuori. 

Ma  ficca  gli  occhi  dell'intelletto  a  valle  dì  corso  dell' ac- 
qua del  fiume  che  perchè  la  rivera  del  sangue  del  fiume  rosso, 
sanguigno,  caldo,  e  nel  quale  bollono  i  violenti  s approccia 
si  avvicina  in  la  qual  bolle  qual  chenocciain  altrui  per  vio- 
lentici in  cui  son  puniti  coloro,  che  operarono  contro  del  pros- 
simo nelle  persone,  e  nelle  cose,  o  cupidigia  cieca  la  cupidi- 
gia di  dominare,  e  di  possedere  accieca  la  mente  umana;  quin- 
di spesso  vediamo,  che  per  piccolo  dominio  si  fa  grand' ef- 
fusione di  sangue,  e  per  poco  oro  massacri  orrendi,  ben  e  rea 
e  folle  che  si  ci  sprona  incita,  e  spinge  all' esterminio  de'  no- 
stri simili  nella  vita  corta  nella  vita  mortale  così  breve  et  poi 
dopo  mortori  mal  ci  molli  sommergendoci  in  questo  sangue 
bollente  nella  eterna  nella  vita  eterna  nell'  Inferno ,  qual  vita 
mai  non  avrà  fine!  ovvero — i  violenti  passano  il  breve  tempo 
di  lor  vita  spargendo  il  sangue  de'lor  simili,  e  vengono  a  bol- 
lire in  questo  sangue  per  V  eternità.  — Finge  V  autore,  che  i 
violenti  siano  sommersi  in  sangue  bollente,  e  che  intorno  cor- 


500  INFERNO 

rano  Centauri  armati  d'arco,  e  saette, che  impediscono,  che 
i  sommersi  sortan  dal  sangue.  I  centauri,  secondo  i  poeti, 
furono  mostri  in  forma  di  cavallo  dal  mezzo  in  giù,  d'uomo 
dal  mezzo  in  su.  in  che  salia  sembravano  un  corpo  solo  ca- 
vallo, e  uomo,  e  nati  dall'utero  stesso.  Essi  ordinariamente 
figurano  gli  stipendiari,  e  soldati  mercenari,  o  avventurieri, 
che  in  realtà  sono  parte  uomini,  e  parte  bestie.  Nella  for- 
ma del  corpo  superiore  sembrano  uomini,  ma  per  costumi 
son  bestie,  e  bestialmente  corrono,  ed  incrudeliscono  contro 
gli  uomini,  come  contro  gli  altri  animali.  Si  servono  del  ca- 
vallo, animai  bellicoso,  come  strumento  alle  prede,  alle  vio- 
lenze: il  cavallo,  è  animale  veloce,  come  lo  stipendiano  sem- 
pre  in  moto,  ed  in  corso  a  cenni  altrui,  e  vola  pronto  a  dar 
morte,  od  a  riceverla.  Benché  poi  il  cavallo  abbia  freno  in 
bocca,  spesso  recalcitra,  e  morde,  fugge  se  si  accorge  di  es- 
ser libero,  così  lo  stipendiano  è  soventi  ribelle,  contumace, 
e  fugge  quanto  più  può  dalla  caserma  o  dagli  accampamenti 

—  al  nostro  proposito  pertanto  i  violenti,  che  qui  si  puni- 
scono, i  tiranni  che  sparsero  il  sangue  umano,  o  rapirono  i 
beni  altrui  col  mezzo  di  mercenari  soldati,  o sicari,  sono  tor- 
mentati nella  valle  del  bollente  sangue,  che  sparsero.  La  vita 
de' tiranni  è  difesa  da  ribaldi,  che  rivolgono  spesso  le  armi 
contro  di  chi  li  paga,  e  si  spegne  secondo  quel  detto  comune 

—  un  barbiere  rade  l'altro  —  un  diavolo  scaccia  l'altro  io 
vidi  un  ampia  fossa  torta  in  arco  il  primo  cerchio  de'  vio- 
lenti come  quella  che  abbraccia  tutto  Ipiano  l'ampio  cerchio, 
che  contiene  in  sé  gli  altri  secondo  eh  avia  detto  la  mia  scorta 
secondo  che  mi  avea  predetto  Virgilio  con  centauri  armati 
di  saette  e  de' Centauri  si  dirà  nel  Purgatorio  canto  XVI  che 
correoan  tra  l  pe  della  ripa  et  essa  per  quello  spazio  di  arena 
asciutta,  di'  è  tra  la  riva,  e  la  valle  come  solean  nel  mondo 


CANTO  XII.  501 

andare  a  caccia  coni'  eran  soliti  nel  mondo  a  cacciare,  e 
colle  saette  ferir  di  lontano,  e  fuggire  ancora  combattendo, 
alla  maniera  degli  ungaresi  in  Italia. 

Vegendoci  terza  parte  generale  ciascun  ristette  ciascu- 
no fermò  il  suo  corso  vegiendoci  calare  discendere  da  quella 
ruina  al  piano  et  tre  si  dipartirò  dalla  schiera  scelti  fra  gli 
altri  —  due  furiosi  —  ed  un  temperato  a  corregger  Tira  degli 
altri  con  archi  e  asticiuole  prima  ellette  postando  archi,  e  sa- 
ette, perchè  i  poeti  furono  presi  per  violenti,  che  andassero  al 
castigo.  Spesso  il  vizioso  travede  il  vizio  negli  altri  quantun- 
que ne  sian  privi,  e  vorrebbe  che  tutti  ne  fossero  macchiati, 
e  fossero  egualmente  puniti,  e  l  un  di  questi  tre,  cioè  Nesso 
grido  da  lungi  con  voce  terribile  o  voi  che  scendete  la  costa 
verso  la  nostra  vallea  qual  martirio  venite*  qual  tormento? 
ditel  costinci  prima  di  proceder  oltre  se  non  l  arco  tiro  se 
non  rispondete  vi  saetterò.  Ecco  come  si  palesa  un  violento. 
lo  mio  maestro  disse  noi  farem  la  risposta  a  Chiron  di  co- 
sta presso  non  vogliamo  rispondere  a  te  pazzo,  ma  bensì  a 
Chirone  sapiente,  del  quale  si  dirà  in  seguito.  E  perchè  Nesso 
minacciava  di  saettare,  Virgilio  gli  rende  la  pariglia  rinfac- 
ciandogli la  morte,  che  con  saetta  più  forte,  Ercole  gli  diede 
—  pazzo,  perchè  minacci  di  saetta,  se  ferito  da  Ercole  facesti 
la  morte  de'  violenti?  mal  fu  la  voglia  tua  sempre  si  tosta 
subitanea  —  tuo  male,  tuo  danno:  fosti  sempre  precipitoso 
nelle  ingiurie,  e  fosti  ucciso  di  saetta. 

Nel  nono  delle  Metamorfosi  Ovidio  scrive,  eh'  Ercole  il 
più  forte  di  tutti  gli  uomini  ebbe  singoiar  tenzone  con  Arche- 
lao per  ottenere  Deianira  bellissima  figlia  di  Ocneo  re  di  Ca- 
ledonia,  sorella  di  Meleagro,  e  del  fortissimo  Tideo;  ed  otte- 
nuta vittoria,  tornava  lieto  alla  patria  colla  vergine  amata, 
quando  trovò  un  ostacolo,  che  gli  rompeva  il  ritorno.  Il  fiume 


302  INFERNO 

Ebono  si  era  per  pioggia  oltremodo  gonfiato,  ed  egli  non  ar- 
diva tentarne  il  guado.  Nesso  Centauro  si  presentò»  e  lo  per- 
suase di  tentarlo,  mentre  egli  avrebbe  portata  sul  dorso  Deja- 
nira.  Ercole,  nulla  temendo,  consegnò  la  vergine  tremante  al 
Centauro  Nesso,  che  nuotando  contro  l'impeto  del  fiume,  ben 
presto  giunse  all'opposta  riva.  Ma  tosto  si  sentirono  le  grida 
della  Vergine,  che  mal  resisteva  alla  libidinosa  violenza  di 
Nesso;  ed  Ercole  furente  prese  l'arco,  e  saetta,  e  gridando 
—  Nesso  Nesso  non  fuggirai,  perchè  la  mia  saetta  vince  la 
tua  velocità  di  cavallo;  in  un  baleno  lo  trafisse  con  un  dardo 
da  tergo,  che,  trapassandolo,  gli  fece  da  due  parti  versare 
l'anima  col  sangue.  Nesso  moriente  pensò  alla  vendetta»  e 
traendosi  di  dosso  la  camicia  tutta  intrisa  di  sangue,  la  diede 
come  pegno  di  amore  a  Dejanira  dicendole  —  prendila,  e  se 
Ercole  tuo,  te  tradendo,  amasse  qualch'altra  donna,  potrai 
con  questo  dono  richiamarlo  all'amore  primiero  —  e  spirò. 
Stette  molto  tempo  Ercole  fedele  a  Dejanira,  ma  nella  guerra 
presso  Otta  Ha,  vide,  ed  arse  d'amore  per  Iole  figlia  del  re 
di  quella  città.  Dejanira  lo  seppe,  e  sparsi  prima  molti  so- 
spiri, e  molte  lagrime  indarno  per  richiamare  l'amante,  e 
tutto  riuscendo  inefficace,  alfine  pel  suo  domestico  Licca  mandò 
la  veste  di  Nesso  in  dono  all'amante,  che  Cavea  dimenticata. 
Ercole  indossò  tal  veste,  e  tosto  un  ardente  fuoco  ricercandogli 
le  vene,  sentì  sciogliersi  le  membra,  e  spogliarsi  l'ossa  di 
carne,  e  dopo  alto  lamento  passato  in  furore  si  slanciò  nel 
fuoco,  dal  quale  fu  tosto  consunto.  Così  l'eroe  domator  de' 
Centauri,  e  degli  altri  mostri  più  orrendi,  fu  domato,  e  vinto 
dal  sangue  di  un  Centauro  moriente,  che  per  vendetta  di  De- 
janira perduta,  gli  aveva  giuralo  odio  di  morte.  Sostengono 
alcuni  tutto  ciò  essere  storia  e  non  favola,  perchè  scrive  Quinto 
Curzio  di  Alessandro  il  Macedone,  che  morì  del  veleno  della 


CANTO  XII.  503 

saelta  uguale  a  quello,  che  avea  infettato  il  sangue  di  Nesso. 
mi  tento  poi  mi  scosse,  per  rendermi  attento  a  guardare,  e 
conoscere  i  Centauri  et  disse  gitegli  e  Nesso  che  morì  per  la 
bella  Dejanira  amata  da  Ercole,  e  che  tentò  stuprare,  pas- 
sato il  fiume  et  elio  stesso  fece  la  vendetta  di  se  perchè  prima 
di  morire  per  la  freccia  d'Ercole  lasciò  la  vendetta  potenzial- 
mente, ma  non  attualmente.  Loda  indi  Chirone,  e  con  tal 
lode  significa,  che  alcune  volte  anche  fra  gli  stipendi  ari  si 
trova  qualcuno  buono,  prudente,  temperato,  alieno  dalle  vio- 
lenze, e  valoroso.  Chirone  fu  sapiente,  domator  di  cavalli, 
amante  di  musica,  conoscitore  della  virtù  dell'  erbe ,  sofferen- 
tissimo  di  stenti,  e  fatiche,  valentissimo  cacciatore,  anche 
contro  i  leoni,  e  le  altre  fiere,  molto  temperato,  che  tutto  in- 
segnò al  grande  Achille,  di  cui  fu  nutritore,  e  precettore,  et 
quel  di  mezzo  si  pone  nel  mezzo  in  segno  di  onore,  e  per  ra- 
gione di  nobiltà,  di  età  e  di  virtù  a  moderare,  ed  a  rompere 
l'ira,  ed  il  furore  de' compagni  eh  al  petto  si  mira  segno  in- 
dicante gravità,  e  maturità  e l  gran  Chiron  grande  di  corpo, 
e  di  animo  il  qual  nutrio  Achille  fin  da'  più  teneri  anni!  Ed 
è  glorioso  per  Chirone  aver  educato  un  alunno  tanto  valoroso, 
del  quale  si  parlerà  nel  canto  Vili  del  Purgatorio,  quello  altro 
a  Fola  che  fu  si  pien  d  ira  Vogliono  alcuni  per  Folo  interpre- 
tar Capaneo,  locchè  non  può  essere,  giacché  Capaneo  si  pu- 
nisce più  abbasso  fra  i  violenti  contro  Dio.  et  isti  Centauri 
vanno  d  intorno  al  fosso  vegliando  quando  gli  altri  dormono 
a  mille  a  mille  numero  esprimente  quantità  indeterminata  di 
militi,  anzi  si  dice  milite  per  uno  dei  mille  saettando  qualar 
nima  si  svelle  tutti  quelli  che  si  sollevano,  od  escono  dal 
sangue  più  che  sua  colpa  sortille  cioè  quelli ,  che  tentano 
di  partirsi  dalla  pena  loro  fissata  secondo  la  gravezza  delle 
colpe  p.  e.  alcuni  sono  immersi  fino  alle  ciglia,  altri  solo  fino 


504  INFERNO 

all'anche,  altri  lino  al  ginocchio,  e  se  rispettivamente  ciascu- 
na volesse  alterare,  diminuire  la  sommersione,  sarebbe  dai 
Centauri  saettata.  E  questi  stipendiari  sono  le  cagioni ,  e  mezzi 
delle  stragi,  e  quando  essi  non  fossero,  non  sarebbero  tante 
guerre,  tante  stragi,  tante  rapine.  Ma  oh  dolore!  Adesso  Ita- 
lia è  piena  di  costoro,  di  barbari  assoldati  di  ogni  nazione; 
degli  avidi  inglesi,  de' furibondi  alemanni,  de' fieri  bretoni, 
de' rapaci  guasconi,  degli  sporchi  ungaresi  e  tutti  corrono 
alla  ruina  della  misera  Italia,  non  solo  con  armi,  ma  con  frodi, 
con  tradimenti,  devastandola,  spogliandola,  assassinandola! 
Noi  ci  appressamo  a  quelle  fiere  snelle  ai  Centauri, 
che  son  tanto  fieri  quanto  veloci  e  Chiron  prese  uno  strale 
cioè  un  massile,  o  saetta,  e  fece  la  barba  indietro  a  le  ma- 
scelle  con  la  cocca  cocca  in  volgar  fiorentino  è  la  estremità  del- 
la saetta.  L'atto  di  Chirone  di  mettersi  indietro  la  barba  espri- 
me, che  l'aveva  lunga  e  folta,  e  gli  scendea  sino  al  petto  co- 
me era  costume  de' stipendiari:  l'atto  stesso  inoltre  fa  cono- 
scere che  voleva  parlare  più  speditamente.  Allontanò  poi  la 
barba  colla  estremità,  e  non  colla  punta  della  saetta  per  indi- 
care che  l'uomo  sapiente  pensa  prima  di  parlare,  e  volta  la 
saetta,  o  discorso  alla  bocca  prima  di  scoccarla.  E  difatti  la 
parola  può  dirsi  saetta,  che  vola,  e  penetra,  né  può  richia- 
marsi. Chirone  sapiente  doveva  parlare  con  premeditazione, 
e  non  coli' impeto  di  Nesso,  et  Me  Chirone  disse  ai  compagni 
a  Nesso,  e  Folo  siete  voi  accorti  che  quel  di  retro  ed  era  Dante 
move  ciò  eh  el  tocca?  move  i  sassi  coi  piedi  ìcosi  non soglion 
fare  i  pie  de  morti  sembra  un  vivo,  e  non  un  morto:  certo 
poi  è  un  uomo  maraviglioso  e  tu  Nesso  dovevi  più  cautamente 
parlare:  ebbero  ragione  di  non  darti  risposta.  Ciò  disse  Chi- 
rone quando  s  ebbe  scoperta  la  gran  bocca  prima  chiusa  dalla 
densa  barba  e  Imio  buon  Duca  il  saggio  Virgilio  che  già  gli 


CANTO  XII.  305 

era  al  pecto  del  cavallo,  e  lo  toccava  dove  le  due  nature  e- 
quina,  ed  umana  son  consorte  si  uniscono  rispose  ben  e  vivo 
certo  eh' è  vivo,  e  qui  viene  non  per  nuocere,  ma  per  gio- 
vare a  tutti:  non  fu  violento,  e  non  venne  al  tormento,  come 
Nesso  cercava  e  si  soletto  mi  li  convien  mostrar  la  valle  buja 
tutto  T  Inferno,  necessita  il  conduce  e  non  dilecto  come  si  vide 
nel  canto  I.  tal  si  parti  da  cantar  alleluia  Beatrice  che  canta 
alleluia  nella  Chiesa  militante,  e  trionfante,  ed  alleluia  è  nome 
ebraico,  che  esprime  —  canto  lodi  al  Signóre  —  secondo  la 
comune  interpretazione  che  mi  commise  questo  officio  novo 
come  nel  canto  II  di  soccorrere  ai  viziosi  non  e  ladron  ne  io 
anima  fuja  non  è  violento,  né  fraudolento.  Ladrone  dicesi 
colui,  che  con  aperta  violenza  spoglia  altrui  de' beni:  ladro 
chi  lo  fa  nascostamente,  e  con  frode,  ma  Virgilio  prega  Chi- 
rone  danne  uno  de  tuoi  compagni  a  cui  noi  siamo  a  provo 
con  cui  andremo  che  ne  mostri  la  dove  se  guada  da  qual 
parte  sia  il  passo  e  che  porti  costui  in  su  la  croppa  sulla  schie- 
na del  cavallo  che  non  e  spirto  che  per  l  aier  vada  perchè  non 
è  spirito,  come  son  io,  che  possa  andare  per  l'aria.  Chironsi 
volse  in  su  la  destra  poppa  sulla  destra  parte,  e  così  è  più 
chiaro  che  Chirone  era  nel  mezzo,  e  Nesso  a  destra,  e  Foloa 
sinistra  et  disse  a  Nesso  come  al  più  audace  torna  verso  il 
Grane  e  si  li  guida  perchè  hanno  grazia  da  Dio,  e  niuno  può  ar- 
dire di  far  loro  alcun  male  e  fa  campar  difendili  s  altra  schie- 
ra v  intoppa  se  incontri  altra  schiera  de' Centauri.  Successe 
un  caso  consimile  a  Dante  giunto  presso  di  nobile  castellano, 
dal  quale,  partendo,  chiedeva  una  seorta,  che  lo  accompa- 
gnasse sino  ai  confini.  E  l' ottenne,  e  spesse  volte  fu  onore- 
volmente accolto  da  illustri  signori,  giacché  la  virtù  si  tiene 
in  massimo  conto  per  tutto. 

Or  ci  movemmo,  quarta  parte  generale,  con  la  scorta 

Rambaldi  —  Voi.  1.  20 


30f>  INFERNO 

• 

fida  con  Nesso,  alla  cui  difesa  eravamo  consegnati  lungo  la 
proda  del  bollor  vermiglio  lungo  la  riva  del  fiume  sanguigno 
dove  i  bollii  i  violenti ,  che  bollono  nel  sangue  facean  alte  stri- 
da  pel  tormento,  io  vidi  gente  sotto  infino  al  ciglio  nulla  era 
fuori  del  sangue,  tranne  la  sommità  del  capo,  e  così  significa 
eh'  erano  i  più  gravemente  puniti ,  e  l  gran  Centauro  riten- 
gono alcuni  Chirone,  locchè  non  parrebbe,  giacché  aveva  det- 
to—  or  ci  movemmo  con  la  scorta  fida — ;  sarà  dunque  stato 
altro  Centauro  disse  son  tiranni  tiranno  qualche  volta  si 
prende  in  buon  senso,  onde  Virgilio  —  mi  fia  pegno  di  pace  a- 
ver  toccata  —  la  destra  del  tiranno — che  dier  di  piglio  che  mi- 
sero le  atroci  mani  nel  sangue  e  nello  haver  del  prossimo;  per- 
ciò  li  spietati  danni  recati  se  piange  quivi  in  questo  sangue, 
ed  il  pianto  consegue  la  pena. — Qui  mostrò  Alessandro,  e  mol- 
ti ritengono,  che  sia  diverso  da  Alessandro  il  Macedone,  loc- 
chè è  falso.  Nominando  Alessandro  sonz'  altro  aggiunto  è  forza 
ritenere,  che  fosse  Alessandro  Magno,  che  fu  il  più  violento 
di  tutti,  imperocché  usò  violenza  contro  Dio,  contro  sé  stesso, 
contro  del  prossimo,  contro  de'  suoi  congiunti.  Contro  Dio, 
perchè  volle  esser  tenuto  per  figlio  di  Dio,  e  comandare  alle 
menti,  e  lingue  degli  uomini.  Tanto  si  alzò  in  superbia,  che 
vincitore  de'  persiani ,  volle  farsi  adorare  come  Dio ,  e  Calistene 
condiscepolo  sotto  Aristotile,  che  azzardò  rimproverargli  tale 
follia,  fu  fatto  crudelmente  morire  ne' tormenti  dopo  il  barba- 
ro ludibrio  del  taglio  delle  orecchie,  delle  narici ,  e  delle  lab- 
bra. Aristotile  aveva  insegnato  a  Calistene  di  non  parlare  mai 
in  cospetto  di  Alessandro,  se  non  di  cose  gradite,  e  mostrò  di 
conoscere  assai  bene  quel  terribile  scolaro:  si  vuole  anzi  che 
Aristotile  lo  correggesse  qualche  volta  di  tal  vizio,  se  credia- 
mo a  Plinio.  Fu  violento  in  sé,  perchè  tentò  di  uccidersi,  se 
noi  tratteneva  Calistene  dopo  di  avere  nell'ira  ed  ubbriachezza 


CANTO  XII.  307 

ammazzato  Ci  ito  fratello  della  sua  nutrice,  e  suo  carissimo  a- 
mico,  perchè  lo  aveva  ripreso  di  porsi  dinanzi  e  maggiore  di 
suo  padre.  In  tutto  l'Oriente  usò  violenze,  e  sevizie.  Orosio 
afferma,  che  Alessandro  fu  il  gorgo  delle  miserie,  il  turbine 
dell'Oriente,  la  fiera  sitibonda  di  sangue  umano.  —  Fu  vio- 
lento contro  natura,  perchè  non  contento  di  sfogar  la  libidine 
colle  innumerevoli  donne,  che  aveva  in  potere,  la  rivolse  al 
sesso  maschile,  come  si  dirà  nel  canto  XXII,  e  ne  attesta  Quinto 
Curzio,  sebbene  sia  lodatore  di  Alessandro,  lo  non  nego,  che 
Alessandro  possedesse  grandi  virtù,  ma  bisogna  anche  con- 
venire, che  nelle  cose  magnanime,  e  grandi  da  lui  operate 
ebbe  gran  parte  la  fortuna.  Concluderò  con  Lucano  —  felice 
ladrone,  e  vincitore  del  mondo  fu  vinto  dall'  ebrietà  —  Giu- 
stino fa  il  paraleilo  tra  Filippo  padre,  ed  Alessandro  figlio,  e 
dice,  che  Filippo  ebro  infieriva  contro  i  nemici,  ma  invece 
Alessandro  ebro  infieriva  contro  de' suoi.  Va  dunque  a  pre- 
ferire Alessandro  a  Cesare,  se  ti  regge  l' animo,  come  alcuni 
pretendono,  e  chiedi  a  Dante,  perchè  non  pose  qui  Cesare,  che, 
oltre  le  grandi  virtù  ch'ebbe,  fu  il  più  sobrio  degli  uomini, 
del  che  faceva  testimonianza  il  suo  più  fiero  nemico,  lo  stesso 
Catone,  che  gridava — Cesare  sobrio  rovesciò  la  repubblica  — 
Alessandro  regnò  dodici  anni,  ne  visse  trentatrè,  ed  un  mese. 
Ebbe  dunque  l'autore  ragione  di  porlo  qui,  come  principe 
de' violenti  specialmente  contro  del  prossimo,  e  castigarlo  pel 
vizio  in  lui  predominante  quivi  e  Alessandro  e  non  mettendo 
altro  aggiunto,  indica  Alessandro  Magno;  e  perchè  di  Alessan- 
dro la  violenza  fu  somma,  così  il  solo  nomarlo  indicai! prin- 
cipe de'violenti.  Lucano  voleva,  che  ledi  lui  membra  fossero 
sparse  pel  mondo. 

E  Dionisio  di  Siracusa.  Scrive  Tullio  nel  quinto  delle 
Tuscolane,  che  fu  uomo  di  vitto  temperatissimo  all'opposto 


308  INFERNO 

di  Alessandro.  Fu  anche  sagace,  e  valente,  e  secondo  Giustino 
nel  libro  XXII  operò  grandi  guerre  nella  Sicilia  contro  di  Amil- 
care cartaginese.  Preso  l'impero  dell'  isola,  e  temendo  l'ozio 
del  suo  numeroso  esercito,  lo  condusse  in  Italia  per  eserci- 
zio, e  per  ampliare  l' impero  suo.  Primamente  fece  guerra  ai 
greci  nelle  Calabrie,  ed  i  greci  allora  occupavano  gran  parte 
d' Italia  detta  Magna-Grecia.  Prese  vari  luoghi ,  e  fu  richiamato 
in  Sicilia,  perchè  riparato  l'esercito,  i  cartaginesi  rinnova- 
vano la  guerra.  Dopo  poco  tempo  rotto,  e  vinto  in  molle  bat- 
taglie, per  frode  fu  scannato  da'  suoi.  Dionisio,  quantunque 
grande,  fu  malefico,  violento;  non  si  fidava  di  alcuno  fra  i 
molti  suoi  giovani  amici,  e  preferiva  farsi  difendere  da  bar- 
bari e  feroci  stipendiati.  Si  chiudeva  di  per  sé  in  una  carcere, 
cingendola  di  un  ampio  fosso,  cui  accedeva  per  un  ponte  di 
legno,  che,  chiusa  la  porta,  alzava  egli  stesso.  Spesso  par- 
lava da  un'  alta  torre,  perchè  non  ardiva  sedere  in  pubblico 
cogli  altri. Ebbe  due  mogli,  una  di  Siracusa,  l'altra  di  Locri 
di  Calabria,  e  non  entrava  mai  nelle  loro  camere,  se  prima 
non  erano  desse  diligentemente  frugate,  per  timore  che  na- 
scondessero un  ferro.  Insegnò  alle  proprie  figlie  di  radergli 
la  barba  non  fidandosi  del  barbiere;  ma  quando  le  figlie  creb- 
bero in  età,  non  si  fidò  neppure  di  esse,  e  prescelse  bruciarsi 
la  barba,  e  capelli  con  carboni  ardenti.  Giocando  alla  palla,  co- 
me pel  solito,  un  giorno  si  tolse  la  clamide,  e  la  consegnò  insie- 
me colla  spada  ad  un  giovane  sommamente  a  lui  caro.  Allora 
un  domestico  disse  scherzando  —  abbandoni  così  a  costui  la 
tua  vita?  —  Il  giovane  rise  dello  scherzo,  ma  Dionisio  tosto 
comandò,  che  l'uno  e  l'altro  fossero  scannati,  l'uno  perchè 
mostrò  la  maniera  di  ucciderlo,  l' altro  perchè  l' approvò  col 
riso.  Di  tale  violenza  ebbe  per  tutta  la  sua  vita  cordoglio,  ma 
non  imitò  Alessandro,  tentando  di  uccidersi,  perchè  regnò 


CANTO  XII.  509 

58  anni,  e  ne  aveva  25  quando  prese  V  impero.  Così  visse  al 
doppio  di  Alessandro,  commettendo  altre  violenze  anche  con- 
tro gli  Dei,  come  scrivono  Tullio,  e  Valerio.  Fu  di  color  san- 
guigno con  viso  lentiginoso  e  Dionisio  fero  —  che  fé  Cicilia 
aver  dolorosi  anni  che  per  tanti  anni  afflisse  la  Sicilia.  Ed 
intenderai  di  Dionisio  padre  sebbene  anche  il  di  lui  primo- 
genito affliggesse  la  stessa  Sicilia,  e  parte  delle  Calabrie  con 
violenze  maggiori  del  padre,  perchè  ammazzò  fratelli,  e  pa- 
renti, empì  di  strage  cittadina  Siracusa,  quando  il  padre  l'a- 
veva riempiuta  solo  di  carcerati.  Non  fu  né  grande,  né  tem- 
perato come  il  padre,  anzi  goloso,  ed  cbro  tanto,  che  dive- 
nulo  insopportabile  a  tutti  fu  espulso  dal  regno,  e  si  rifugiò 
a  Corinto,  dove  condusse  vita  coi  lenoni,  e  colle  meretrici, 
sebbene  di  quando  in  quando  insegnasse  le  lettere  ai  fanciulli. 

Ezzelino  fu  crudelissimo  tiranno  al  tempo  di  Federico  II, 
signore  del  castello  di  Romano  in  quel  di  Treviso,  potente 
nella  Marca  Tri vigiana,  in  cui  esercitò  la  massima  violenza,  e 
crudeltà,  ed  alcuni  voglion  che  facesse  morire  cinquanta  mila 
persone.  Ma  la  massima  crudeltà  esercitò,  perduta  Padova,  per- 
chè acciecato  dall'  ira,  fece  morire  dodici  mila  padovani,  che 
teneva  presso  di  sé,  per  fame,  per  ferro,  e  per  fuoco.  Regnò  Ez- 
zelino in  Verona  trenlaquattro  anni ,  e  si  dirà  di  lui  nel  canto  IX 
del  Paradiso,  et  quella  fronte  che  ha  pel  cosi  nero  negro.  Ez- 
zelino fu  di  corpo  mediocre,  nero,  peloso  tutto:  aveva  un  pelo 
lungo  sopra  del  naso,  che  gli  si  arricciava  quando  montava 
in  ira,  ed  allora  bisognava  fuggire  e  Azzolino  Dante  usa  del 
volgare  toscano  nel  nomarlo,  perchè  aveva  nome — Ecerino  — 
come  assicura  Musatto  padovano  nella  sua  tragedia  di  tal  no- 
me, ed  in  cui  finge,  che  fosse  generato  dal  diavolo. 

E  quellaltro  Opizzone  marchese  d'Estc:  aveva  un  oc- 
chio solo,  non  per  natura,  ma  per  caso  perduto  in  un  torneo, 


510  INFERIVO 

e  quindi  nominato  marchese  Opizzone  da  un  occhio  solo.  La 
casa  estense  ebbe  i  suoi  bellissimi  di  corpo,  come  Azzooel  si- 
gnore di  Verona,  di  cui  si  parlerà  nel  canto  VI  del  Purgato- 
rio, ed  Azzone  li  che  tolse  Padova  ad  Ezzelino,  e  lo  sconfisse 
presso  Abdua  fiume  di  Lombardia.  Vinse  anche  Federico  11 
presso  Parma,  come  si  dirà  altrove.  Opizzone  da  un  occhio 
solo,  nipote  di  Opizzone  11  nacque  da  Rainaldo  tenuto  in  car- 
cere da  Federico  li  nella  Puglia,  che  il  padre  gli  aveva  man- 
dato in  ostaggio.  E  quantunque  Federico  spesso  si  offrisse  di 
restituirglielo,  giammai  non  volle  il  padre  dipartirsi  dalla 
Chiesa  per  ricuperare  P  unico  figlio  suo.  Opizzone  favori  Carlo 
primo  contro  Manfredi  figlio  di  Federico  in  vendetta  del  pa- 
dre. Ebbe  costui  tre  magnifici  figli  —  un  Azzone  primogenito 
magnificentissimo  detto  Azzone  111  di  cui  si  parlerà,  e  Fran- 
cesco, ed  Aldobrandino,  da  cui  nacque  queir  Obizzo  che 
tenne  il  comando  a  giorni  nostri,  padre  di  Niccolò  ora  reg- 
gente, e  di  Rainaldo.  Nomina  poi  Dante  Opizzone  dall'occhio 
solo,  ed  Azzone  HI  di  lui  figlio,  perchè  V  uno,  e  I'  altro  fu- 
rono violenti  alla  volta  loro,  imperocché  Opizzone  non  con- 
tento del  suo  dominio  circoscritto  dal  Po,  occupò  Reggio,  e 
Mantova,  e  tenne  il  dominio  in  Ferrara  28  anni,  dove  mori 
nel  1293;  cosicché  Opizzone,  ed  Azzone  figlio  regnarono  al 
tempo  del  nostro  Dante.  Azzone  poi  afflisse  Bologna,  e  Parma 
con  molte  guerre,  ma  non  valse  ad  ottenere  né  1'  una  né  l'altra. 
Avrebbe  potuto  soggiogare  la  Lombardia,  presa  in  moglie  la 
figlia  di  Carlo  secondo  sorella  del  re  Roberto,  ma  perdute 
in  poco  tempo  Mantova  e  Reggio,  in  due  giornate  di  malattia 
spirò  senza  prole,  ed  il  dominio  fu  cagione  di  lite  fra  ni- 
poti e  fratelli.  Mori  Azzone  HI  nell'anno  1308  avendo  regnato 
15  anni  ecc.  che  biondo  e  Opizo  da  Z&teRicobaldoCronicista 
ferrarese  reputatissimo,  allora  vivente ,  attesta  che  Azzone 


CANTO  XII.  511 

mori  nel  castello  d'Este  temendo  la  morie  dai  suoi,  com'  era 
accaduto  ad  Opizzone  padre.  Ecco  perchè  Dante  aggiunge  et 
quel  per  vero  fu  spento  dal  figliastro  su  nel  mondo  chiama 
figliastro  il  vero  figlio,  quasi  voglia  significare  non  essere 
possibile,  che  un  figlio  attenti  alla  vita  del  padre. 

Il  Centauro  quando  si  fosse  trattenuto  nella  riva,  avreb- 
be accennati,  e  mostrati  i  tiranni  più  noti  che  si  tormentava- 
no nel  sangue,  ma  cominciò  ad  entrare  dentro  del  sangue,  e 
Dante  si  rivolse  a  Virgilio  chiedendo  cosa  fare  doveva. 

Attor  conosciuti  i  sunnominati  mi  volsi  alpoeta  Virgilio, 
chiedendo,  abbiam  visto  abbastanza  di  costoro?  ed  ora  come 
debbo  fare?  Virgilio  gli  comanda  di  montare  sul  dorso  del 
Centauro  e  quei  Virgilio  disse  questi  Nesso  te  sia  or  primo, 
et  io  secondo.  Il  Centauro  era  il  primo,  Virgilio  secondo,  e 
Dante  seguiva  terzo.  Ma  nell'atto  di  montare  sul  Centauro,  ed 
entrare  nel  sangue,  Virgilio  pose  Dante  nel  mezzo,  ed  egli  si 
mise  dopo  di  lui  per  sorreggerlo,  e  salvarlo  e  l  centauro  s  af- 
fisse. Nesso  si  fermò  sopra  una  gente  che  parea  eh  uscisse 
di  quel  bulicame  sopra  anime  che  pareano  uscir  da  quel  san- 
gue bollente.  É  un  bulicame  lago  di  acqua  rossa,  calda,  sul- 
furea presso  Viterbo,  e  di  questo  si  parlerà  nel  canto  XIV.  in 
fino  alla  gola  locchè  significava,  che  quelle  anime  non  furo- 
no de' primi  violenti,  e  perciò  meno  si  tormentavano, perchè 
soltanto  immersi  sino  alla  gola. 

Mostrocci  Enrico  re  d'Inghilterra  terzo  di  questo  nome, 
dilapidatore  delle  regali  sostanze,  e  sommamente  prodigo 
ebbe  ribelli  i  baroni,  coir  opera  de' quali  il  re  di  Francia  man- 
dò in  Inghilterra  Simone  conte  di  Monforte  personaggio  va- 
lorosissimo; e  capacissimo  di  regno,  che  mise  in  ceppi  En- 
rico re,  e  Riccardo  di  lui  fratello,  ed  i  figli  dello  stesso  re.  Ma 
Edoardo  primogenito,  uomo  d* inclita  virtù,  scappò  per  la  ve- 


512  INFERNO 

locilà  del  suo  cavallo,  e  poscia  sconfìsse  il  detto  Simone  già 
reso  insopportabile  ai  baroni,  perchè  sfacciatamente  aspirava 
al  soglio.  Edoardo  lo  fece  squartare,  facendogli  prima  met- 
tere in  bocca  i  proprii  testicoli  strappati.  Così  Edoardo  liberò 
il  padre,  lo  zio,  i  fratelli;  indi  successe  al  padre  nel  regno. 
Ma  della  insultante  morte  di  Simone  pagò  il  fio  un  parente  di 
Edoardo  cioè  Enrico  figlio  di  Riccardo.  Imperocché  quando 
Filippo  re  di  Francia,  figlio  di  Lodovico  il  santo,  tornava  da 
Tunisi  con  Carlo  re  di  Sicilia,  e  giunse  a  Viterbo  città  d'Italia, 
Guido  di  Monforte  figlio  di  Simone  uccise  lo  stesso  Enrico,  e 
trascinatolo  pel  fango,  lo  fece  squartare  nell'anno  1370.  E- 
doardo  da  Tunisi  passava  ad  Ocon  in  sussidio  di  Terra  santa, 
dove  si  trattenne  tre  anni,  e  questo  Enrico  tornava  con  altri 
re  per  restituirsi  in  Inghilterra,  giacché  il  di  lui  padre  Ric- 
cardo era  stato  eletto  re  de* romani,  deposto  Federico  secon- 
do. Guido  scomunicato  dal  Papa  Gregorio  X  finalmente  si  pre- 
sentò, e  fu  tradotto  in  carcere,  ma  fuggì  sulle  terre  di  Carlo: 
in  ultimo  cessò  di  vivere  di  mala  morte. 

Guido  di  Monforte  fu  del  partito  di  Carlo  fratello  del  re 
Lodovico  di  Francia,  ed  in  breve  gli  divenne  carissimo,  per- 
chè uomo  di  alto  cuore,  di  gran  consiglio,  e  probità.  Allor- 
ché Carlo  fu  chiamato  dalla  Chiesa  in  Italia  contro  Manfredi, 
e  voleva  portarsi  a  Roma  per  mare,  al  papa,  Carlo  affidò  la 
condotta  a  Guido,  ed  a  lui  consegnò  moglie,  e  tutti  i  suoi,  e 
T intero  esercito  da  guidarsi  per  terra,  mentre  egli  teneva  la 
via  di  mare.  Guido  adempì  esattamente  all'incarico,  e  fu  poi 
con  Carlo  in  tutte  le  guerre,  e  pericoli,  ed  ebbe  gran  parte 
nelle  vittorie.  Fu  per  questo  che  Carlo  già  vincitore  del  regno 
di  Puglia,  e  Sicilia  nominò  Guido  vicario  suo  in  Toscana,  qual 
vicariato  Carlo  aveva  avuto  dalla  Chiesa.  Carlo  si  trovò  in  Vi- 
terbo città  d'Italia  tornando  da  Tunisi  dov'  era  morto  suo 


CANTO  XII.  315 

fratello  Lodovico;  e  fra  gli  altri  re  vi  era  Filippo  figlio  del 
predetto  Lodovico,  che  raccolte  le  ossa  paterne,  le  portava 
alla  patria  in  Francia:  vi  era  anche  Enrico  figlio  del  re  Riccar- 
do. Essendo  in  quel  tempo  vacante  la  santa  sede,  quei  re  in- 
calzavano i  cardinali  discordanti,  a  sciegliere  un  nuovo  papa. 
Trovandosi  i  predetti  re,  e  cardinali,  e  gli  altri  nella  Chiesa 
primaria  di  Viterbo,  e  nell'atto  che  si  alzava  il  preziosissimo 
corpo  di  N.  S.  Gesù  Cristo,  Guido  di  Montarle  allora  vicario 
di  Carlo,  di  mano  propria,  con  un  pugnale  improvvisamente 
e  presso  l'altare,  trafisse  il  predetto  Enrico.  Gli  chiese  uno 
de*  suoi  che  avesse  fatto?  —  le  mie  vendette  —  rispose  —  e 
l'altro  replicò  —  Come  faceste  le  vostre  vendette  quando  vo- 
stro padre  fu  trascinato  pei  capegli?  Bastò  questo,  perchè  Gui- 
do tornasse  in  Chiesa  a  prendere  per  la  chioma  Enrico  mo- 
riente,  e  trascinarlo  fuori  della  Chiesa,  rendendo  stupidi  i  cir- 
costanti per  l'enorme  sacrilegio.  Indi  fuggì  inosservato  per 
mare  nelle  terre  del  conte  Russi  suo  suocero.  Da  tale  avveni- 
mento la  corte  romana  fu  sommamente  turbata ,  addebitan- 
dolo a  Carlo.  E  di  fatto,  o  fu  conscio, ed  operò  iniquamente, 
o  f u  ignaro,  e  perchè  lasciò  impunito  tanto  sacrilego  attenta- 
to? Il  corpo  di  Enrico  fu  portato  in  Londra,  e  sepolto  in  Went- 
rnister  nella  capella  dei  re  contornata  dai  ritratti  sovrani.  Sul- 
la di  lui  tomba  fu  posta  una  statua  dorata ,  che  nella  mano  de- 
stra tiene  un  calice  d'oro,  in  cui  è  il  cuore  di  Enrico  imbal- 
samato, e  sopra  il  cuore  un  pugnale  nudo,  strumento  di  sua 
morte:  nella  sinistra  stringe  una  carta  con  questa  iscrizione 
—  cuor  ferito  da  pugnale  dò  a  chi  mi  è  legato  per  sangue  — 
volendo  esprimere  che  lo  dava  ad  Eduardo,  il  quale  non  fu 
mai  più  amico  di  Carlo,  né  della  casa  di  Francia.  Dante  lo 
pone  in  questo  luogo,  non  perchè  Guido  avesse  sparso  molto 
sangue  nelle  guerre  in  compagnia  di  Carlo,  ma  per  l'ornici- 


514  INFERNO 

dio,  barbaro  per  ragione  di  luogo,  perchè  nelle  Chiese  di  Dio, 
ed  in  faccia  alla  corte  romana,  benché  vacante  la  sede;  bar- 
baro per  ragione  di  persona,  perchè  l'ucciso  era  figlio  di  re; 
barbaro  perchè  omicidio  per  causa  ingiusta  in  quanto,  che  il 
re  d'Inghilterra  fece  morire  il  padre  di  Guido  come  colpevole 
di  lesa  maestà,  mentre  Enrico  non  avea  colpa  alcuna,  mo- 
strocci  un  ombra  l'anima  di  Guido  di  Monforte  dal  un  canto 
sola  per  la  enorme  e  singolare  scelleratezza  commessa  dicen- 
do colui  fesse  in  grembo  a  Dio  ferì  dinanzi  a  queir  altare, 
in  cui  si  alzava  il  preziosissimo  corpo  di  N.  S.  G.  Cristo  con- 
sacrato lo  cor  che  su  Tamisi  ancor  si  cola  si  venera.  Cosi 
denota  Londra  pel  fiume,  perchè  il  Tamigi  è  il  fiume,  che 
scorre  in  mezzo  a  Londra  città  regale,  che  una  volta  chiama- 
vasi  Trinovanto  al  dir  di  Giulio  Celso.  Giulio  Cesare  passò  a 
nuoto  questo  fiume  coir  esercito  tenendo  la  sola  testa  fuori 
dell'  acqua,  poi  vidi  gente  —  tenian  la  testa  e  ancor  tutto 
l  casso  la  testa,  e  il  ventre  di  fuor  del  rio  fuori  del  sangue, 
e  ciò  indica  che  meno  peccarono,  e  meno  sono  puniti,  essen- 
do scarsa  la  lor  sommersione  et  io  riconobbi  assai  di  costoro 
perchè  trovansi  da  per  tutto  in  gran  numero,  cosi  quel  sangue 
acqua  sanguigna  se  facea  basso  a  più  a  più  si  faceva  minore 

« 

a  poco,  a  poco,  e  quanto  più  si  andava  innanzi  si  che  cocea 
pur  li  piedi  e  quindi  minore  la  pena  e  l  nostro  passo  del  fosso 
fu  quivi  e  qui  trovammo  il  passo. 

Parte  di  cerchio  è  presso  la  riva,  dove  primamente  Vir- 
gilio, e  Dante  entrarono  nel  sangue,  ed  ivi  il  sangue  è  pro- 
fondo assai,  ma  procedendo  verso  la  riva  opposta  il  sangue 
a  poco,  a  poco  cala,  e  resta  quasi  nullo  disse  l  Centauro  Nesso 
voltandosi  si  come  tu  vedi  el  bulicame  che  sempre  si  scema 
sempre  cala  da  questa  parte  sinistra  misi  voglio  che  tu  credi 
che  l  fondo  suo  a  più  giù  prema  più  si  abbassi  de  guest  altra 


CANTO  XII.  315 

parte  destra  infin  che  l  si  raggiunge  —  ove  la  tirannia  con- 
vien  che  gema  ove  piangono  i  tiranni  pel  tormento  che  sof- 
frono. 

La  divina.  Scrive  Paolo  Diacono  nelle  gesta  de' longo- 
bardi del  442  che  Attila  re  degli  unni  aveva  il  dominio  della 
Dalmazia,  dell'Ungheria,  della  Macedonia,  della  Mesia,  del- 
l' Àcaja ,  e  della  Tracia,  e  conduceva  seco  molti  re,  e  prin- 
cipi dipendenti,  con  innumerevole  popolazione  settentrionale. 
Così  entrò  in  Italia,  e  per  primo  tentò  Aquileia,  la  quale  per 
tre  anni  fu  dai  cittadini  valorosamente  difesa,  ma  finalmente 
dovette  cedere  e  fu  col  ferrò,  e  col  fuoco,  e  con  barbara  strage 
distrutta.  Fu  allora,  che  una  donna  degna  di  nome  eterno,  si 
precipitò  dall'alta  rocca  nel  fiume,  piuttosto  che  cadere  nelle 
mani  nemiche.  Attila  in  seguito  distrusse  Concordia,  Aitino, 
Padova ,  e  passò  senza  alcuna  resistenza  per  Vicenza,  Verona, 
Brescia,  e  Bergamo.  Saccheggiò  Pavia,  e  Milano,  ma  senza 
fuoco,  e  senza  strage.  Devastò  le  cittadella  Romagna,  e  Lom- 
bardia, ed  in  ultimo  giunse  dove  il  Mincio  entra  nel  Po.  Men- 
tre stava  in  dubbio  se  dovesse  andar  difilato  a  Roma ,  soprag- 
giunse il  papa  Leone ,  che  lo  placò,  ed  ottenne  frale  altre 
cose  la  liberazione  di  Roma,  e  dell'Italia.  Fermato  così  per 
miracolo,  Attila  tornò  in  Ungheria,  ed  ivi  prese  in  moglie  Ono- 
ria  sorella  dell'imperatore  Valentiniano.  Nei  conviti  smodati, 
e  lussuriosi  un  giorno  oltrepassato  ogni  limite,  con  molto 
sangue  sgorgatogli  dal  naso  l'anima  vomitò.  Tal  fine  ebbe 
l'uomo  sanguinario,  ed  è  falso  che  fosse  ucciso  in  Rimini, 
come  molti  pretendono.  —  Giunto  Attila  in  Modena  s.  Gemi- 
niano  vescovo  di  quella  città  gli  chiese  chi  era?  ed  ei  rispose 
—  sono  Attila  flagello  di  Dio  —  cui  il  vescovo — ed  io  sono  il 
servo  di  Dio,  — ed  Attila  passò  per  mezzo  della  città  senza  offen- 
dere alcuno.  La  divina  iusticia  punge  di  qua  da  questa  parte, 


3  Iti  INFERNO 

ove  sono  i  tiranni  quello  Attila  die  fu  flagello  in  terra — e  Pir- 
ro. Ritengono  molti,  chequi  si  accenni  Pirro  figlio  di  Achille, 
violento,  che  fece  parte  della  ruìna  di  Troia,  uccise  Priamo, 
immolò  Polissena,  e  rapì  la  moglie  di  Oreste.  Ma  l'autore  non 
può  aver  avuto  di  mira  quel  Pirro,  che  fu  violento  soltanto 
contro  nemici.  Credo,  che  invece  volesse  dir  Pirro  re  degli 
epiroti,  che  fu  valentissimo,  e  violentissimo:  altro  Alessandro, 
ma  più  furente,  e  più  somigliò  a  Pirro  di  Achille:  era  cugino 
di  Alessandro  Magno.  Così  quasi  uguali  furono  tre  capitani 
valorosissimi  in  armi,  Alessandro,  Pirro,  Annibale.  Pirro  di 
cui  parliamo,  secondo  Giustino,  ebbe  a  prima  passione,  e  di- 
letto la  guerra.  Venne  in  Italia  in  soccorso  de' tarantini  con- 
tro i  romani,  e  per  quattro  anni  affaticò  il  loro  valore.  Poi 
abbandonò  l' Italia,  passò  in  Sicilia,  e  creato  re  di  quell'isola 
operò  molte  guerre  contro  i  cartaginesi ,  ma  poco  dopo  per- 
dette la  Sicilia  anche  più  presto  che  non  l'aveva  ottenuta. 
Tornato  ne' suoi  stati  assalì  Antigono  di  Macedonia,  e  vinto 
che  l'ebbe  ne  occupò  il  regno:  Antigono  rifugiò  ad  Argo.  In- 
saziabile Pirro  di  guerra,  e  di  regni,  non  contento  dell'  Epiro, 
e  Macedonia,  ma  furente  per  la  Grecia,  e  l'Asia,  invase  i  la- 
cedemoni i  più  bellicosi  dopo  i  romani.  Respinto,  ma  non 
avvilito,  volse  contro  Argo  per  opprimere  Antigono  ivi  na- 
scosto; ma  nel  massimo  ardore  della  pugna,  un  sasso  gel- 
tato  da  mano  femminea  a  caso  lo  colpì,  e  stramazzò  sul  ter- 
reno. Così  per  mano  di  donna  quel  terribile  morì:  troncatogli 
il  capo  fu  presentato  ad  Antigono,  che  pietoso,  scordate  le  in- 
giurie ,  rese  il  capo  ed  il  resto  della  salma  ad  Eleno  figlio,  per- 
chè lo  seppellisse  in  patria,  liberando  il  figlio  del  suo  nemico 
dalla  schiavitù.  Dalle  predette  cose  è  dunque  chiaro,  che  Dante 
parla  di  questo  re.  —  Con  Pirro  poi  l'autore  nomina  un  altro 
—  Sesto  di  Pompeo  —  che  fu  gran  pirala.  Pirro  e  Sesto  Sesto 


CANTO  XII.  317 

glio  del  gran  Pompeo,  dopo  le  vittorie  di  Cesare,  raccolse 
olti  pirati,  occupò  la  Sicilia,  e  cominciò  ad  infestare  Augu- 
Lo  con  battaglie  navali,  con  gravissimi  danni,  e  specialmente 
olla  fame  di  Roma,  e  d'Italia.  Vinto  finalmente,  nell'atto  di 
ggire  in  Asia,  fu  ucciso  dai  parlitanti  di  Antonio.  L'autore 
a  seguito  Lucano  nel  chiamar  Sesto  un  gran  pirata,  perchè 
el  mare  stesso  dove  il  padre  aveva  disfatta  la  pirateria,  egli 
a  esercitò.  Né  io  lo  direi  violento,  perchè  ebbe  fortuna  con- 
raria:  mi  sembra  invece  magnanimo,  perchè  seppe  della  ne- 
essità  far  virtù.  Che  poteva  mai  fare  quel  Sesto  dopo  vinti, 
«d  uccisi  padre,  e  fratelli?  Non  aveva  consiglio,  non  aiuto: 
l'Oriente  occupato  da  Antonio:  l'Occidente  da  Augusto.  Si  ar- 
mò, come  gli  fu  possibile,  contro  di  Augusto  erede  di  Cesare, 
uccisor  di  suo  padre,  e  valorosamente  gli  tenne  guerra  sino 
alla  morte. 

Et  in  eterno  in  ultimo  Dante  ricorda  due  famosi  ladroni 

privati,  i  Rainieri  l'uno  di  Corneto,  l'altro  di  Aricia  di  Val- 

darno.  Quella  divina  giustizia  in  eterno  munge  dissecca ,  o 

spreme  le  lagrime  che  le  quali  disserra  fa  versare  col  bolor 

col  sangue  che  bolle  a  Rinier  da  Corneto  aggressore  sulla 

strada  romana  e  Rainer pazzo  assassino  della  strada  toscana. 

ille  Nesso  se  rivolse  poi  tornò  sulla  sua  strada  e  ripasso  il 

guazzo  ripassò  il  fiume  sanguigno. 


CANTO  XIII. 


TESTO   MODKRNO 


Non  era  ancor  di  là  Nesso  arrivato, 

Quando  noi  ci  mettemmo  per  un  bosco, 

Che  a  niun  sentiero  era  segnato.  3 

Non  fronda  verde,  ma  di  color  fosco; 

Non  rami  schietti,  ma  nodosi  e  involti; 

Non  pomi  v'eran,  ma  stecchi  con  tosco.  6 

Non  han  sì  aspri  sterpi ,  né  sì  folti 

Quelle  fiere  selvaggie,  che  in  odio  hanno 

Tra  Cecina  e  Corneto  i  luoghi  colti.  9 

Quivi  le  brutte  Arpie  lor  nido  fanno, 

Che  cacciar  delle  Strofade  i  Troiani, 

Con  tristo  annunzio  di  futuro  danno.  12 

Ale  hanno  late,  e  colli  e  visi  umani, 

Pie  con  artigli,  e  pennuto  il  gran  ventre: 

Fanno  lamenti  in  su  gli  alberi  strani.  15 

E  il  buon  Maestro:  prima  che  più  entre, 

Sappi ,  che  sei  nel  secondo  girone , 

Mi  cominciò  a  dire,  e  sarai,  mentre  18 

Che  tu  verrai  all'orribil  sabbione. 

Però  riguarda  bene,  e  sì  vedrai 

Cose,  che  daran  fede  al  mio  sermone.  21 

lo  sentia  già  d'ogni  parte  trar  guai, 

E  non  vedea  persona,  che  il  facesse: 

Per  eh* io  tulio  smarrito  m'arrestai.  24 


CANTO  XIII  319 

Io  credo,  ch'ei  credette,  ch'io  credesse, 
Che  tante  voci  uscisser  tra  que'  bronchi 
Da  gente,  che  per  noi  si  nascondesse:  27 

Però,  disse  il  Maestro,  se  tu  tronchi 
Qualche  fraschetta  d'una  d'este  piante, 
Li  pensier  ch'hai  si  faran  tutti  monchi.  30 

Allor  porsi  la  mano  un  poco  avante , 
E  colsi  un  ramuscel  da  un  gran  pruno, 
E  il  tronco  suo  gridò:  perchè  mi  schiante?        33 

Da  che  fatto  fu  poi  di  sangue  bruno, 
Ricominciò  a  gridar:  perchè  mi  scerpi? 
Non  hai  tu  spirto  di  pietate  alcuno?  36 

Uomini  fummo,  e  or  siam  fatti  sterpi: 
Ben  dovrebb' esser  la  tua  man  più  pia, 
Se  state  fossimo  anime  di  serpi.  39 

Come  d'un  stizzo  verde,  ch'arso  sia 
Dall' un  de' capi,  che  dall'altro  geme, 
E  cigola  per  vento,  che  va  via;  42 

Sì  della  scheggia  rotta  usciva  insieme 
Parole  e  sangue;  ond'io  lasciai  la  cima 
Cadere,  e  stetti  come  l'uom  che  teme.  45 

S'egli  avesse  potuto  creder  prima, 
Rispose  il  Savio  mio,  anima  lesa, 
Ciò,  ch'ha  veduto  pur  con  la  mia  rima,  48 

Non  averebbe  in  te  la  man  distesa; 
Ma  la  cosa  incredibile  mi  fece 
Indurlo  ad  ovra,  eh' a  me  stesso  pesa.  51 

Ma  dilli  chi  tu  fosti,  sì  che,  in  vece 
D'alcuna  ammenda,  tua  fama  rinfreschi 
Nel  mondo  suo,  dove  tornar  gii  lece,  54 

E  il  tronco:  sì  col  dolce  dir  mi  adeschi, 


320  INFERNO 

Ch'io  non  posso  lacere;  e  voi  non  gravi 
Perch'io  un  poco  a  ragionar  m'inveschi.  57 

lo  son  colui,  che  tenni  ambo  le  chiavi 
Del  cor  di  Federigo,  e  che  le  volsi, 
Serrando  e  disserrando,  sì  soavi,  60 

Che  dal  segreto  suo  quasi  ogni  uom  tolsi: 
Fede  portai  al  glorioso  ufizio, 
Tanto,  ch'io  ne  perdei  le  vene  e  i  polsi-  63 

La  meretrice,  che  mai  dall'ospizio 
Di  Cesare  non  torse  gli  occhi  putti, 
Morte  comune,  e  delle  Corti  vizio,  66 

Infiammò  contra  me  gli  animi  tutti, 
E  gì' infiammati  infiammar  sì  Augusto, 
Che  i  lieti  onor  tornaro  in  tristi  lutti.  69 

L'animo  mio  per  disdegnoso  gusto, 
Credendo  col  morir  fuggir  disdegno, 
Ingiusto  fece  me  contra  me  giusto.  72 

Per  le  nuove  radici  d'esto  legno 
Vi  giuro,  che  giammai  non  ruppi  fede 
Al  mio  signor,  che  fu  d'onor  sì  degno:  75 

E  se  di  voi  alcun  nel  mondo  riede, 
Conforti  la  memoria  mia,  che  giace 
Ancor  del  colpo  che  invidia  le  diede.  78 

Un  poco  attese,  e  poi:  da  ch'ei  si  tace, 
Disse  il  Poeta  a  me,  non  perder  l'ora; 
Ma  parla,  e  chiedi  a  lui,  se  più  ti  piace.  81 

Ond'io  a  lui  :  dimandai  tu  ancora 
Di  quel  che  credi,  che  a  me  soddisfaccia; 
Ch'io  non  potrei,  tanta  pietà  m'accora.  84 

Però  ricominciò:  se  l'uom  ti  faccia 
Liberamente  ciò,  che  il  tuo  dir  prega, 


CANTO  XI11.  321 

Spirito  incarceralo,  ancor  ti  piaccia  87 

Di  dirne  come  l'anima  si  lega 

In  questi  nocchi;  e  dinne,  se  tu  puoi, 

S'  alcuna  mai  da  tai  membra  si  spiega.  90 

Allor  soffiò  lo  tronco  forte,  e  poi 

Si  convertì  quel  vento  in  cotal  voce: 

Brevemente  sarà  risposto  a  voi.  93 

Quando  si  parte  l'anima  feroce 

Dal  corpo,  ond'ella  stessa  s'è  disvelta, 

Minos  la  manda  alla  settima  foce.  96 

Cade  in  la  selva,  e  non  l'è  parte  scelta; 

Ma  là  dove  fortuna  la  balestra, 

Quivi  germoglia,  come  gran  di  spelta.  99 

Surge  in  vermena,  e  in  pianta  silvestra: 

Le  Arpie,  pascendo  poi  delle  sue  foglie, 

Fanno  dolore,  e  al  dolor  finestra.  102 

Come  l'altre  verrem  per  nostre  spoglie: 

Ma  non  però  ch'alcuna  sen  rivesta; 

Che  non  è  giusto  aver  ciò,  eh'  uom  si  toglie.  105 
Qui  le  strascineremo,  e  per  la  mesta 

Selva  saranno  i  nostri  tiorpi  appesi, 

Ciascuno  al  prun  dell'ombra  sua  molesta.  108 
Noi  eravamo  ancora  al  tronco  attesi , 

Credendo  ch'altro  ne  volesse  dire, 

Quando  noi  fummo  d' un  rumor  sorpresi  ;  111 
Similemente  a  colui,  che  venire 

Sente  il  porco  e  la  caccia  alla  sua  posta , 

Ch'ode  le  bestie  e  le  frasche  stormire.  IH 

Ed  ecco  duo  dalla  sinistra  costa 

Nudi  e  graffiati,  fuggendo  sì  forte, 

Che  della  selva  rompieno  ogni  rosta.  #  117 
Kambw.di  —  Voi.  i.  21 


322  INFERNO 

Quel  dinanzi:  ora  accorri,  accorri,  Morte; 

E  l'altro,  a  cui  pareva  tardar  troppo, 

Gridava:  Lano,  sì  non  furo  accorte  120 

Le  gambe  tue  alle  giostre  del  Toppo. 

E  poi  che  forse  gli  fallia  la  lena, 

Di  sé  e  d'un  cespuglio  fé'  un  groppo.  123 

Diretro  a  loro  era  la  selva  piena 

Di  nere  cagne  bramose  e  correnti , 

Come  veltri  che  uscisser  di  catena.  126 

In  quel,  che  s'appiattò,  miser  li  denti, 

E  quel  dilacerare)  a  brano  a  brano, 

Poi  sen  portar  quelle  membra  dolenti.  129 

Presemi  allor  la  mia  scorta  per  mano, 

E  menommi  al  cespuglio,  che  piangea, 

Per  le  rotture  sanguinenti,  invano.  132 

0  Jacopo,  dicea,  da  sant'Andrea, 

Che  t' è  giovato  di  me  fare  schermo? 

Che  colpa  ho  io  della  tua  vita  rea?  135 

Quando  il  Maestro  fu  sovr'esso  fermo, 

Disse:  chi  fusti,  che  per  tante  punte 

Soffi  col  sangue  doloroso  sermo?  138 

E  quegli  a  noi:  o  anime,  che  giunte 

Siete  a  veder  lo  strazio  disonesto, 

Che  le  mie  frondi  ha  sì  da  me  disgiunte,  Ut 

Raccoglietele  al  pie  del  tristo  cesto: 

Io  fui  della  città,  che  nel  Battista 

Cangiò  il  primo  padrone,  ond'ei  per  questo     144 
Sempre  con  l' arte  sua  la  farà  trista  : 

E  se  non  fosse,  che  in  sul  passo  d'Arno 

Rimane  ancor  di  lui  alcuna  vista,  147 

Quei  cittadin,  che  poi  la  rifondamo 


CANTO  XIII.  323 

Sovra  il  cener,  che  d'Attila  rimase, 
Avrebber  fatto  lavorare  indarno. 
Io  fei  gibetto  a  me  delle  mie  case.  151 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Seconda  specie  de'  violenti  contro  sé  stessi ,  che  si  castiga 
nella  seconda  bolgia.  Il  canto  può  dividersi  in  quattro  parti 
generali ,  —  pena  de' violenti  in  sé  stessi ,  e  ministri  della  pena 
nella  prima; — spirito  moderno  violento  in  sé — nella  seconda 
io  sentia  ecc.  ricerche  al  detto  spirito  nella  terza  un  poco  at- 
tese ecc.  violenti  contro  i  beni,  e  loro  pena  nella  quarta  noi 
eravamo  ecc. 

Le  anime  di  questi  disperati  sono  chiuse  in  piante  sel- 
vaggie, dure,  aspre,  senza  foglie,  e  senza  frutto:  le  arpie, 
rapacissimi  animali,  ne  troncano  le  cime,  per  cui  dalle  rot- 
ture emana  sangue.  L'anima  ha  tre  facoltà — razionale — sen- 
sitiva—  e  vegetativa.  Costoro,  non  può  dirsi,  che  avessero 
anima  razionale,  perchè  la  ragione  allontana,  e  rifugge  dalla 
morte,  che  toglie  ogni  possibilità  di  pentimento:  —  non  anima 
sensitiva,  perche  il  senso  naturalmente  abborre  dalla  morte, 
come  vediamo  negli  animali,  che  mettono  ogni  sforzo  per  di- 
fendere la  loro  esistenza,  e  perfino i  vegetabili  cercano  la  lor 
conservazione.  Dunque  non  possono  aver  avuta  che  la  vege- 
tativa, perchè  uccidendosi,  non  ebbero  senso  maggiore  di 
una  pianta,  quando  però  sia  secca  o  prossima  a  seccarsi.  Le 
arpie,  che  troncano  le  cime,  e  spargono  il  sangue  di  costoro 
figurano  l'avari  zia  e  la  prodigalità,  le  quali  riducono  l'uomo 
alla  disperazione.  Nesso  non  era  ancor a  arrivato  di  la  all' ^al- 
tra riva ,  che  si  mise  a  correre  velocissimamente  perchè  non 
andava  contro  corso,  come  aveva  fatto  nel  venire  quando  noi 
ci  mettemmo  per  un  bosco  nella  seconda  bolgia  tutta  bosco , 


324  INFERNO 

e  gremita  d'alberi  selvaggi  che  da  nessun  sentier  era  se- 
gnato  per  mostrare,  che  non  vi  ò  mai  ragione  di  ridursi  a 
disperazione.  Niuna  verdura,  non  odore,  non  fiore,  non  frutto; 
ma  solo  turpi  uccelli  non  frondi  verdi  perchè  i  disperati  non 
ebber  mai  vera  vita  ma  di  color  fosco  ma  vita  d' infamia  non 
rami  schietti  ma  nodosi  e  involti  membra  scomposte  da  per- 
verse passioni  che  accelerarono  la  morte  non  pomi  v  eran 
ni  un  frutto,  ed  il  disperato  non  ha  mai  prodotto  frutto  alcuno 
ma  stecchi  con  tosco  ma  succhi,  e  spini  velenosi.  Le  fiere, 
che  fuggono  il  consorzio  degli  uomini  non  hanno  luoghi  tanto 
aspri,  come  questi,  quelle  fiere  selvaggie  orsi ,  cinghiali  .esi- 
mili che  anno  in  odio  i  luoghi  colti  che  fuggono  dai  luoghi 
coltivati,  e  dai  domestici  tetti  tra  Cecina  e  Corneto  due  parli 
vicine  al  mare:  Corneto  è  un  castello  sopra  il  mar  di  Toscana 
circondato  da  triplice  muro,  nel  quale,  si  vuole,  abitasse Dar- 
dano  primo  fondatore  di  Roma  non  an  si  aspri  sterpi  ne  si 
folti  come  queste  anime  hanno  le  piante  aspre,  spesse,  e  pun- 
genti. Le  fiere  hanno  fra  le  piante  le  loro  caverne,  delle  quali 
si  piacciono  e  fan  uso,  e  liberamente,  e  sicuramente:  le  ani- 
me di  costoro  air  incontro  hanno  nelle  piante  un  duro  carcere, 
nel  quale  forzatamente  son  chiuse,  e  vengono  ad  ogni  momen- 
to lacerale,  e  tormentate,  quivi  —  abbiamo  da  Virgilio  nel 
HI  dell'Eneide,  che  le  arpie  sono  uccelli  rapacissimi ,  col  viso 
di  vergine,  il  ventre  gonfio,  bocca  fetente,  pallide  per  fame, 
con  mani  adunche,  e  che  stercorizzavano  sulle  mense  di  Fi- 
neo, reso  cieco  per  avere  uccisi  ifigli.  Le  arpie,  come  si  disse, 
figurano  P  avarizia,  e  vengono  così  chiamate  dal  rapire,  llor 
nomi  sono  —  Aello  —  Occipito  e  —  Celeno  —  che  esprìmono 
gli  attributi  dell'  avaro.  L' appetito  della  roba  altrui  si  figura 
in  Aello,  che  suona  appetente  l'altrui  —  l'accumulare  si  figura 
in  Occipito,  che  suona  —  occupante  l'altrui:  —  il  nascondere, 


CANTO  XUI.  325 

custodire,  e  difendere  le  cose  apprese  si  figura  in  Colono  che 
suona —  nascondente  P  altrui.  Qncst'  ultima  è  peggiore,  e  più 
vile  delle  altre,  perchè  seppellendo  i  beni  non  servono  né  al 
possessore,  né  ad  alcun  altro.  A  tali  uccelli  si  attribuisce  il 
potere  di  guastare  ogni  vivanda ,  come  fecero  a  Fineo  celebre 
avaro,  usuraio,  e  tanto  vile,  che  non  ebbe  azione,  senza  che 
fosse  macchiata  di  sordidezza:  si  finge  cieco,  ed  è  voce  che 
uccidesse  i  propri  figli  —  Enea  partendo  da  Troia,  poi  da 
Creta,  giunse  alle  Strofadi,  isole  greche  nelPJonio,  ed  abitate 
da  tai  mostri.  Ivi  i  troiani,  arrostiti  i  bovi  che  trovarono  e  mi- 
nistrate le  mense,  erano  sul  punto  di  mangiare,  quando  giun- 
sero le  arpie  con  istrepito  d'ali,  calando  da  quei  monti,  e 
sporcarono  tutte  le  vivande  colP  immondo  lor  tocco.  I  troiani 
allora  cambiarono  posto,  e  si  ritirarono  in  luogo  remoto  sotto 
un  sasso  arcuato,  ed  ecco,  poste  le  mense,  tornar  le  arpie ,  e 
rapire  i  cibi,  e  renderli  polluti.  Enea  comandò  che  si  assalis- 
sero col  ferro,  ma  fuggendo  esse  velocissimamente,  reser  va- 
no lo  sforzo  de'troiani.  Celeno  posandosi  su  quelP  alto  sasso 
cosi  parlò  —  troiani,  fissate  in  mente  quanto  vi  predice  la 
massima  tra  le  furie;  giungerete  in  Italia  sospirata,  ma  prima 
di  fondar  ivi  la  gran  città,  triterete  coi  denti,  e  mangerete  le 
proprie  vostre  mense  —  spaventati  dal  tristo,  ed  oscuro  au- 
gurio, deposte  le  armi  i  troiani  si  volsero  alle  preci,  ed  An- 
chise  padre  di  Enea  scongiurò  gli  Dei,  perchè  allontanassero 
tanta  sventura.  Ma  essendo  Enea  giunto  in  Italia  sulle  spiau- 
gie  tiberine,  e  stando  a  mensa  cogli  altri  duci ,  sotto  i  rami ,  e 
P  ombra  di  albero  altissimo,  furono  apprestati  i  cibi  sopra  fo- 
caccic,  che  servivano  di  piatto  e  mensa,  e  consunti  i  cibi,  spez- 
zarono, e  mangiarono  anche  le  stesse  focaccie.  Allora  Giulio 
figlio  di  Enea  si  mise  a  gridare  —  abbiam  mangialo  le  nostre 
mense-    ed  Enea  prese  la  voce  in  buon  senso,  e  si  allietò, 


526  INFERNO 

pensando  essere  quella  la  terra  tante  volte  promessagli  dal 
destino.  Quanto  bene  il  racconto  di  Enea  tien  dietro  a  quanto 
si  disse  delle  arpie!  Enea  magnanimo  parte  da  Troia ,  terra  di 
voluttà,  e  piega  verso  Italia  terra  di  virtù.  Insorge  F  avarizia 
contro  di  lui  per  rompergli  il  proponimento  di  fondare  l' im- 
pero romano:  ha  un  augurio  di  dover  prima  mangiare  le  men- 
se quasi  — tutto  consumerai —  soffrirai  ogni  stento,  passe- 
rai tua  vita  peregrinando ,  e  scorrendo  mari — ma  Enea  co'  suoi 
combatte  Celeno,  la  mette  in  fuga,  la  discaccia,  ride degF in- 
fortuni, converte  in  buono  il  pessimo  augurio,  le  brutte  ar- 
pie perchè  guastano  quanto  toccano  fanno  lor  nidi  quivi  in 
queste  piante,  che  cacciarono  i  trojani  delle  Strofade  isole 
della  Grecia  in  Epiro,  chiamate  Echinadi,  ed  una  volta  Plotoe 
con  tristo  annunzio  di  futuro  danno  che  non  pertanto,  come 
si  disse,  fu  convertito  in  buon  augurio.  Avviene  spesso  nel 
mondo,  che  quando  F  uomo  si  crede  all'estrema  infelicità, 
trovi  la  felicità. 

Ale  anno  late  ampie,  perchè  volano  per  l'universo  offuscan- 
do, e  colli  e  visi  fiumani  cioè  viso  di  femmina:  secondo  Orazio. 
—  Se  un  pittor  scimunito  a  capo  umano  —  Giunger  volesse 
una  cervice  equina. — La  faccia  loro  di  vergine  significa  Fallet- 
tamento:  la  rapina  piace,  perchè  è  dolce  vivere  di  altrui  fatiche. 
La  vergine  finché  mantiensi  tale,  è  sterile,  e  non  produce  al- 
cun frutto  come  F  avarizia,  pie  con  artigli  s\  dice,  che  ab- 
biano i  piedi  di  gallo  d' india.  Il  gallo  non  si  contenta  delF  e- 
sca  offerta  se  non  raspa,  e  del  pari  F  avaro  non  si  contenta 
dello  stato  suo,  se  continuamente  non  rapisce.  Virgilio  le  de- 
scrive con  mani  adunche,  per  mostrare  che  la  mano  delF  a- 
varo  è  curva  pel  continuo  uso  di  rapire  pennuto  il  gran  ven- 
tre perchè  nel  ventre  tutto  conservano,  e  seppelliscono.  Han 
faccia  pallida  per  fame,  giacché  l'avarìzia  dopo  l pasto  ha 


CANTO  XIII.  327 

più  fame  che  pria  —  fanno  lamenti  sugli  arbori  strani  can- 
tano lamentosamente  su  que'  rami  tanto  strani,  o  forzano  ai 
lamenti  le  anime  lacerando  le  foglie  e  troncando  le  cime. 

E  l  buon  maestro  seconda  parte  generale.  Virgilio  che 
bramava  istruirmi  di  questo  luogo,  e  di  queste  pene  mi  co- 
mineio  a  dir  —  pria  che  più  entri  prima  che  t' inoltri  in 
questo  bosco  sappi  che  sei  nel  secondo  girone  nel  secondo 
cerchio  de' violenti.  Il  cerchio  de' violenti  è  diviso  in  tre;  nel 
primo  è  la  valle  sanguinosa  in  cui  son  puniti  i  violenti  in  al- 
trui—  nel  secondo  è  selva  selvaggia,  ed  aspra,  e  forte,  in 
cui  sono  puniti  i  violenti  in  sé  —  nel  terzo  è  arena  arida,  e 
sterile  in  cui  son  puniti  i  violenti  in  Dio.  Ora  si  tratta  del  se- 
condo e  sarai  mentre  che  tu  verrai  nell  orribil  sabione  ncl- 
T  arena  spaventosa  e  pero  guarda  bene  e  si  vedrai  —  cose 
che  torrian  fede  al  mio  sermone  vedrai  non  credibili  cose, 
se  non  le  scorgessi  cogli  occhi  tuoi,  io  sentia  d  ogni  parte 
trarre  guai  perchè  in  ogni  pianta  era  un'anima  chiusa  e  non 
vedea  persona  che  l  facesse  e  non  appariva  anima  alcuna  per- 
che io  tutto  smarrito  m  arrestai  per  lo  stupore,  e  spavento: 
temeva  insidie  più  facili  ne'boschi.  Virgilio,  scorgendolo  dub- 
bioso, non  potendolo  persuadere,  volle  col  fatto  farlo  maravi- 
gliare credo  eh  l  credea  eh  i  credessi  ed  era  vero,  perchè 
Virgilio  scorgeva  il  timore  di  Dante  per  tali  voci ,  giacché  rite- 
neva che  tante  voci  uscisser  di  que  bronchi  tronchi,  o  rami 
da  gente  che  per  noi  si  nascondesse  per  ispogliarci;  pero  disse 
l  maestro  Virgilio,  per  togliermi  la  falsa  credenza  li  pensier 
eh  hai  si  faran  tutti  monchi  si  troncheranno,  si  toglieranno 
dalla  tua  mente  se  tu  tronchi  qualche  fraschetta  duna  deste 
piante  qualche  cima,  o  ramu scello  di  queste  piante.  aUor 
porsi  la  mano  un  poco  avanti  e  colsi  un  ramicelo  dun 
gran  pruno  ruppi  un  ramuscello  d'un  albero  spinoso,  ed  a- 


328  INFERNO 

spro,  come  un  pruno.  Quivi  era  chiusa  l'anima  <T  un  gran- 
d' uomo,  e  P  albero  era  grande.  Era  P  anima  di  Pietro  Dalle 
Vigne,  gran  cancelliere  di  Federico  secondo,  ottimo  scrittore, 
di  cui  si  disse  con  ragione  —  qui  torna  al  nulla  chi  prima  fu 
nulla.  —  Nato  da  bassi  genitori,  da  padre  ignoto,  e  da  madre 
abbietta,  quale  la  propria,  e  la  vita  del  figlio  sostenne  nella 
miseria,  finché  dopo  lo  studio  di  belle  lettere,  miserabile  però 
anche  allora,  fu  condotto  dinanzi  alP  imperatore,  ed  impie- 
gato in  corte  divenne  ricco  per  ingegno,  e  fortuna,  e  tanto 
avanzò  nel  favore  imperiale  per  capacità  nel  dettare,  e  per 
cognizioni  di  civile  diritto,  che  non  ebbe  alcuno  che  lo  arri- 
vasse. Entrato  così  nella  stima  del  regnante,  e  addivenutogli 
caro,  lo  nominò  protonotario  della  gran  curia,  consigliere, e 
giudice,  e  divenne  consapevole  di  tutti  gli  arcani  politici.  La 
famigliarità  col  suo  sovrano  giunse  a  tal  segno,  che  in  Napoli 
vedevasi  la  effigie  dell'  imperatore  accanto  a  quella  di  Pietro, 
Puna  in  soglio,  P  altra  in  una  sedia  appresso.  11  popolo  caden- 
do ai  piedi  imperiali  dimandava,  che  gli  si  facesse  giustizia 
con  questi  versi. 

Cesare ,  amor  di  leggi ,  o  Federico 
Di  tutti  i  Regi ,  che  mai  fur  più  pio , 
L  nostri  lai  deb  rompi,  e  la  intricala 
Tela  dispiega  de'  nostri  lamenti  ! 

Sembrava  poi  che  la  risposta  dell'imperatore  fosse  la  seguente 

A  sopir  vostre  liti ,  i  gran  responsi 
Udite  del  Censor:  questi  daralli, 
0  pregherà  pereti'  io  li  dia  per  lui  : 
11  nome  è  Pier,  cognome  Dalle  Vigne. 

In  tale  altezza  di  favore  la  invidia  gli  tramò  un  tradi- 
mento. L'imperatore  lo  fece  carcerare  :  cavatigli  con  ferro  ro- 
vente ambid uè  gli  occhi ,  ei  mal  soffrendo  i  tormenti  si  uccise. 
E  siccome  fu  pubblica  la  opinione  del  tradimento;  così  l'au- 
tore finge  in  questo  luogo,  che  Pietro  chiegga  che  gli  venga 


CANTO  XIII.  329 

restituita  la  fama.  Dante  rompe  un  ramuscello  piccolissimo 
per  fare  all'albero  il  minore  possibile  danno;  non  pertanto  il 
dolore  dovette  esser  grande,  perchè  il  paziente  tosto  mise  il 
lagno  seguente  e  l  tronco  suo  grido  perche  me  schianti?  e  ri- 
pete ad  espressione  di  maggior  dolore  e  comintio  a  gridar 
perche  me  sterpi?  perchè  mi  laceri,  mi  strappi?  se  fui  vio- 
lento, lo  fui  soltanto  in  me  stesso  :  e  dalla  rottura  tosto  si  vide 
scorrere  il  sangue  e  la  voce  con  esso  da  che  facto  fu  bruno  di 
sangue:  invita  Dante  alla  compassione  così  non  hai  tu  spirto 
di  pietate  alcuno*  non  sai  tu  che  homini  fummo  noi  tutti, 
qui  chiusi,  in  queste  piante,  siamo  stati  uomini  come  te,  e 
dice  noi9  perchè  le  pubbliche  persone  parlano  in  plurale;  or 
siam  fatti  sterpi  alberi,  e  piante  dure  —  o  anima  crudele, 
non  pensi  tu  che  fui  un  composto  di  anima,  e  di  corpo,  e 
quantunque  violentemente  mi  togliessi  la  esistenza,  perche 
vuoi  tu  or  togliermene  parte?  la  tua  man  ben  dovrebbe  esser 
più  pia  se  fossimo  state  anime  di  serpi  non  già  d'uomini. 
E  le  anime  di  questi  disperati  furono  più  crude  dei  serpenti, 
i  quali  non  infieriscono  contro  sé  stessi,  parole  e  sangue  si 
uscia  dalla  rotta  scheggia  dal  rotto  ramo  come  esce  l'umore, 
e  lo  stridore  dun  stizzo  verde  che  sia  arso  dal  un  de  capi 
che  geme  stride,  ed  emette  goccie,  come  quest'anime  lagnatisi, 
e  versali  sangue  dall altro  dall'altro  capo.  L'umido  nel  legno 
verde  pel  calore  del  fuoco  si  risolve  in  aria,  e  trovando  osta- 
colo nell'umido  non  risoluto,  lo  spinge  fuori  stridendo.  Non 
potrebbe  la  similitudine  essere  più  propria!  da  ramo  a  ramo, 
da  umore  a  sangue ,  da  stridore  a  lamento,  dalla  violenza  del 
fuoco  alla  violenza  del  dolore!  e  cigola  per  vento  che  va  via 
per  vento,  che  stridendo  sorte.  Siccome  dal  tizzone  pel  calore 
esce  l'umore  a  goccia  a  goccia  stridendo,  e  poi  svanisce,  così 
il  ramo  di  Pietro  emise  sangue  a  goccia  a  goccia  insieme  col 


550  inkeb.no 

lamento,  ina  presto  cessò,  ed  ebbe  posa  e  l  savio  mio  rispose 
Virgilio  rispose  a  Pietro  o  anima  lesa  offesa  ora  dalla  mano 
di  Dante  e  l  non  avrebbe  distesa  la  mano  in  te  non  avrebbe 
troncato  il  ramuscello  s  egli  avesse  potuto  veder  prima  pri- 
ma di  rompere  pur  con  la  mia  rima  coi  miei  versi,  e  Vir- 
gilio finse  altrettanto  di  Polidoro  figlio  di  Priamo  ciò  eh  a  ve- 
duto che  le  anime  fossero  chiuse  dentro  queste  piante;  ma  la 
cosa  incredibile  eppur  vera  mi  fece  indurlo  ad  opra  eh  a  me 
stesso  pesa  così  mi  scusa  la  necessità.  Virgilio  a  compenso 
persuade  Pietro,  che  si  manifesti  a  Dante,  perchè  gli  restitui- 
sca il  buon  nome  fra  i  viventi  ma  dilli  chi  tu  fusti  si  che  rin- 
freschi tua  fama  nel  mondo  su  mondo  de'  vivi  dove  tornar 
li  lece  essendo  lecito  a  lui  quanto  non  è  lecito  a  te,  né  agli 
altri  disperati  ;  ovvero  —  può  rivendicare  la  tua  fama  nel  mon- 
do, perchè  tuttora  vive,  e  presto  sarà  di  ritorno  fra  i  viventi. 
in  vice  d  alcuna  mercede  in  luogo  di  ammenda,  e  compenso 
di  offesa,  che  ti  si  fece  sebbene  senza  colpa:  e  l  tronco — ri- 
spose —  tu  m  adeschi  mi  prendi,  mi  leghi  con  dolce  dire  es- 
sendo dolce,  e  caro  all'uomo  ricuperare  la  fama  dopo  un  in- 
giusto giudizio  eh  io  non  posso  tacere  e  se  debbo  parlare  non 
posso  dir  poco  ;  perciò  e  voi  non  gravi  perch  io  un  poco  m  in- 
veschi a  ragionar  m'impegni  in  lungo  racconto.  Pietro  ebbe 
un  poco  il  difetto  di  prolissità. 

Io  son  —  Pietro  dalle  Vigne  fu  il  famoso  cancelliere  di 
Federico  11,  gran  dottore  nell'  uno,  e  nell'altro  diritto,  dettato- 
re sommo  in  lingua  cortigiana.  Fu  diligentissimo  nell'  ufficio 
suo,  ch'esercitò  inoltre  con  molta  prudenza,  e  si  guadagnò 
il  cuore  del  suo  imperatore  a  modo  di  saperne  i  secreti,  che 
poteva  confermare,  o  cambiare  ad  arbitrio:  insomma  poteva 
tutto  che  voleva.  La  troppa  felicità  gli  suscitò  contro  l'invi- 
dia, e  l'odio  degli  altri  cortigiani,  i  quali  ritenevano,  che  la  di 


CANTO  XIII.  331 

lui  esaltazione  si  convertisse  in  loro  depressione,  e  disprezzo. 
Congiurarono,  e  l'accusarono  di  falsi  delitti,  spargendo  che 
si  era  fatto  più  ricco  dello  stesso  suo  sovrano;  che  ascriveva 
a  sé  solo,  ed  al  suo  ingegno  ogni  felice  risultato;  che  rivelava 
i  secreti  di  Stato  al  Pontefice  Romano.  Federico  sospettoso,  e 
naturalmente  crudele,  cambiando  l'amore  in  odio,  gli  fece 
cavare  ambidue  gli  occhi,  e  gettare  in  un  carcere  profondo. 
Ma  Pietro  sdegnando  di  soffrire  così  barbara,  ed  ingrata  in- 
giustizia, nel  carcere  si  uccise  da  per  sé  stesso.  Scrivono  altri, 
che  si  frangesse  il  capo  nel  muro  in  vicinanza  di  Pesaro,  quando 
Federico  andava  in  Toscana.  Altri  vogliono,  che  si  gettasse  da 
un'altissima  fenestra  diCapua  sua  patria,  nel  mentre  passava 
l'imperatore.  Ma  io  sono  di  ferma  opinione,  che  si  uccidesse 
nella  carcere,  perchè  non  è  verosimile  che  l'imperatore  sei 
conducesse  seco  dopo  averlo  acciecato.  Non  avendogli  tolta 
la  mente,  avrebbe  potuto  molto  nuocergli,  come  Appio  sapien- 
tissimo fra  i  romani,  che  quantunque  cieco  tanto  nocque  a  Pir- 
ro infestissimo  nemico.  /  animo  mio  fece  me  iniusto  contro  me 
justo  perchè  laddove  era  innocente, per  impazienza  mi  resi  col- 
pevole. Quanto  meglio  operò  Boezio,  che  consolatosi  di  per  sé 
e  con  molta  fermezza  sostenne  la  sua  indegna,  ed  ingiusta 
fortuna:  per  disdegno  justo  per  giusto  sdegno  del  tradimento 
credendo  fuggir  disdegno  col  morir  molti  uccidendosi  cre- 
dono fuggire  al  dolore,  alla  vergogna,  alla  pena,  e  ad  altri 
mali.  Disgraziati,  che  incappano  in  peggio!  Senza  ricorrere 
alle  sacre  carte,  Virgilio  poeta  pagano  dice  nel  VI  dell' Eneide 
quanti  or  vorrian  fra  vivi  —  or  povertade,  or  sopportar 
sventura.  Pietro  assicura  che  fu  innocente  io  vi  giuro  per  le 
nove  radici  d  esto  legno  vi  giuro  per  l'anima  mia,  che  fu, 
non  è  molto,  anima  chiara  nel  mondo  che  giammai  non  ruppi 
fede  al  mio  Signor  che  fu  d  onor  si  degno  a  Federico.  Ma  Pie- 


532  INFERNO 

tro  slesso  in  alcune  sue  lettere»  oppongono  alcuni,  si  confessa 
colpevole.  Rispondo  io,  che  tali  lettere  benché  scritte  nel  mo- 
do, e  stile  suo,  non  furono  sue,  e  posto  che  fossero,  non 
provano  che  fosse  reo,  giacché  le  avrebbe  scritte  solo  per  con- 
ciliarsi nuovamente  l'amore  del  suo  sovrano.  Ma  perchè  dice 
che  fu  donor  si  degno  quando  invece  fu  eretico,  epicureo, 
e  scomunicato,  come  nel  canto  X?  Perchè,  rispondo  io,  come 
sovrano  meritava  onore,  giacché  secondo  l'Apostolo — o  servi, 
state  soggetti  ai  padroni  quantunque  discoli  —  Federico  poi 
fu  veramente  glorioso,  e  da  Carlo  Magno  in  poi  non  vi  fu  im- 
peratore più  magnifico ,  e  più  potente  di  lui  :  imperatore  de'  ro- 
mani, re  di  Alemagna,  re  di  Sicilia,  e  di  Puglia,  re  di  Geru- 
salemme, duca  di  Svezia ,  e  di  gran  parte  della  Siria  fu  temuto 
dai  cristiani,  e  dai  saraceni  in  mare,  ed  in  terra.  Ebbe  inclita 
figliolanza,  Enrico  primogenito,  che  fu  zoppo,  ma  dritto  di 
mente;  il  bellissimo  Corrado,  il  libéralissimo  Manfredi,  il 
valorosissimo  Enzio.  Eresse  grandi  castelli  specialmente  nella 
Puglia.  Di  statura  comune,  di  viso  lieto,  di  colore  mezzano, 
di  membra  quadre;  il  suo  fisico  nulla  toglieva  alla  dignità  del 
grado:  prudente,  erudito,  adatto  ad  ogni  cosa:  perito  nelle 
arti  meccaniche,  dotto  in  molte  lingue  parlò  il  latino,  il  tede- 
sco, il  francese,  il  greco,  il  saraceno:  coraggioso  in  anni, 
spesso  liberale,  severo  punitore:  si  dilettò  della  caccia  del 
falcone,  ed  anche  più  degli  amplessi  femminili  .'teneva  presso 
di  sé  molte  donne  bellissime,  e  per  dir  tutto  in  poco  fu  tutto 
terreno ,  avido  dell'  impero  mondano  più  che  del  regno  del 
cielo:  imperò  trent'anni,  e  morì  di  anni  cinquantasette. 

E  se  alcun  di  voi  mai  riede  nel  mondo  e  ciò  riguardava 
Dante  ancor  vivo  conforti  la  memoria  mia  che  giace  prostrata 
ancor  del  colpo  che  nvidia  le  diede.  Pietro  non  poteva  di- 
mandare cosa  più  desiderabile,  la  vera  medicina  del  suo  male. 


CANTO  XI11.  333 

E  di  vero  la  invidia  lo  aveva  colpito  nella  parte  più  sensibile, 
nella  fama,  imputandolo  di  tradimento  contro  del  suo  signore, 
che  tanto  lo  amava.  Ma  Dante  serbò  la  promessa  a  Pietro  in 
questo  libro,  purgandolo  da  ogni  macchia,  e  finché  il  libro 
vivrà,  il  mondo  riterrà  che  Pietro  fu  ingiustamente  infamato, 
ed  ingiustamente  punito.  L'autore  poi  non  ha  operato  contro 
coscienza,  perchè  oltre  la  fama,  e  gli  scritti  di  autori  rispet- 
tabili a  favore  di  Pietro,  aveva  argomenti  in  Federico  stesso, 
che  fece  morire  in  carcere  il  figlio  suo  egualmente  innocente, 
ed  imputato  di  tradimento.  Enrico  di  lui  primogenito  infatti, 
eletto  re  de' romani  con  paterno  consenso,  si  credette  in  do- 
vere  di  pregare  con  tutto  rispetto  il  padre  suo,  a  cessare  le 
persecuzioni  alla  Chiesa  romana  cui  doveva  la  più  alta  grati- 
tudine per  averlo  educato  fanciullo,  e  messo  nel  più  alto  gra- 
do di  regno.  Non  valsero  le  preghiere,  ed  Enrico  passò  al  più 
aperto  rimprovero.  Bastò  questo  a  Federico  per  sospettarlo  un 
congiurato  della  Chiesa  contro  di  lui,  e  col  pretesto,  che  vo- 
leva usurparsi  il  regno  di  Sicilia,  mentre  egli  trovavasi  in  Si- 
ria, lo  fece  chiudere  in  duro  carcere  insieme  con  due  suoi  fi- 
glioletti, ed  ivi  gravato  di  catene,  e  dopo  molti  stenti  cessò  di 
vivere.  Altri  pretendono,  che  Federico  pentito  mandasse  am- 
basciatori al  figlio  per  riconciliarselo,"  ma  Enrico  conoscendo 
il  padre  suo,  e  temendo  che  volesse  aggiungere  altre  crudel- 
tà, si  precipitò  insieme  col  cavallo  da  un  ponte,  e  così  mise- 
ramente morì.  Che  se  ciò  fosse  vero,  Enrico  insieme  con  Pie- 
tro dovrebb'  esser  chiuso  in  una  pianta  in  questa  selva.  Se  poi 
Federico  fu  capace  di  condannare  un  figlio  innocente,  quanto 
più  facilmente  un  suo  amico,  ma  sempre  suo  servo?  E  bene 
stette  a  Federico  di  trovare  un  altro  figlio  crudele  contro  di 
lui,  che  ad  esempio  di  Mitridate  era  stato  tanto  barbaro  col 
primogenito! 


334  INPERNO 

Un  pocq  attese  terza  parte  generale  et  poi  disse  il  poeta 
a  me  non  perder  l  ora  da  che  l  se  tace  che  perder  tempo  a 
chi  più  sa  più  spiace.  Ma  parla  e  chiedi  a  lui  se  più  te 
piace  sembra,  che  Pietro  abbia  risposto  air  inchiesta  quanto 
basta.  Ma  tu  dimanda  se  brami  sapere  altre  cose  ondio  alui 
risposi  a  Virgilio  dimandai  tu  ancor  di  quel  die  credi  come 
soddisfaccia  tu  conosci  la  mia  intenzione,  come  la  conosco  io 
stesso,  perciò  ricercalo  a  seconda  del  mio  desiderio  eh  io  non 
potrei  non  sarei  al  caso  di  farlo  tanta  pietà  meteora  tanto  sono 
commosso  a  pietà!  Dante  era  vivamente  commosso  sul  riflesso 
che  tanti  uomini  illustri  si  ridussero  alla  stessa  disperazione 
di  Pietro  Dalle  Vigne;  pero  ricomincio  Virgilio  se  /  hom  se 
questo  vivente  ti  faccia  liberamente  ciò  eh  il  tuo  dir  prega 
ti  restituisca  alla  fama  o  spirto  incarcerato  nella  pianta  an- 
cor ti  piaccia  di  dirne  e  non  adontarti  come  l  anima  del  di- 
sperato si  lega  in  questi  nochi  in  questi  alberi  nodosi  e  din- 
ne se  tu  puoi  se  ti  è  dato  dirlo  o  conoscerlo  se  alcuna  mai  si 
spiega  si  cava,  o  si  scioglie  dalla  pianta  da  lai  membra  da 
tai  rami.  Con  questa  dimanda  cerca  in  sostanza,  se  le  anime 
di  tai  disperati  rivestiranno  la  umana  carne,  come  gli  altri 
morti . 

Allor  lo  tronco  soffio  forte  die  un  alto  sospiro,  perchè 
era  un  ricordare  la  sua  condanna  et  poi  quel  vento  si  con- 
verti in  cotal  voce  cioè  brevemente  sarà  risposto  a  voi  non 
userò  di  lungo  racconto,  quando  l  anima  feroce  veramente 
crudele  se  parte  dal  corpo  ond  ella  stessa  s  e  disvelta  si  strap- 
pò per  violenza,  giacché  l'amore  dell'  anima  al  corpo  è  som- 
mo Minos  giudice  come  al  canto  V  la  manda  alla  settima 
foce  al  settimo  cerchio  —  de'  violenti  —  cade  in  la  selva  in 
questa  selva  e  non  gli  è  parte  scelta  destinata  ma  germo- 
glia qui  tra  gli  altri  alberi  la  dove  la  fortuna  la  balestrami 


CANTO  XIII.  335 

essendovi  stata  elezione  come  gran  di  spelta  cresce  in  tanti 
steli  come  il  grano  di  spelta  sorge  in  vermena  in  tenero  vir- 
gulto prima ,  e  poscia  in  pianta  silvestra  in  albero  aspro , 
e  duro.  Questa  arborificazione  è  proprissima.  L'anima  nel 
corpo  esercita  diverse  facoltà  col  mezzo  delle  membra,  e  così 
avviene  neir  albero  pei  rami,  poi  le  arpie  pascendo  de  lor 
foglie  fanno  dolor  strappando  le  foglie  di  quelle  piante  ad- 
dolorano le  anime  ivi  chiuse  et  al  dolor  fenestra  il  forame 
per  T  escita  del  lamento,  e  del  sangue.  Qui  P  autore  pone  le 
arpie  che  figurano  P  avarizia,  perchè  P  avarizia,  è  una  delle 
principali  cagioni  della  disperazione  degli  uomini,  noi  ver- 
rem  per  le  nostre  spoglie  per  riassumere  la  nostra  carne  ma 
non  pero  eh  alcuna  anima  —  se  n  rivesta  quelle  spoglie  che 
perchè  non  e  licito  haver  do  eh  hom  si  toglie  P  uomo  non 
ha  diritto  a  ricuperare  quanto  spontaneamente  abbandonò:  qui 
le  strascineremo  violentemente  trarremo  i  nostri  corpi  per 
la  selva  e  i  nostri  corpi  saran  apesi,  sospesi ,  e  pendenti 
ciascuno  al  pruno  alP  albero  spinoso  dell'  ombra  sua  mole- 
sta alP  ombra  dell'  albero  funesto.  Questo  passo  è  molto  ar- 
duo, giacché  sarebbe  contro  la  fede,  che  costoro  non  rivestis- 
sero la  loro  carne  nel  giorno  del  giudizio;  e  Dante  cristiano 
non  potrebbe  scusarsi  col  dire ,  che  ciò  affermò  per  più  spa- 
ventare, ed  allontanare  dalla  disperazione.  Sembra  piuttosto 
che  potesse  spiegarsi  col  riflesso,  che Pautore parla d'  Inferno 
morale,  e  le  anime  degli  altri  viziosi  siano  sempre  nella  pos- 
sibilità di  emenda;  ma  pei  disperati  non  sia  più  luogo  a  pe- 
nitenza ,  e  cosi  per  mezzo  della  morte  reale  P  autore  vo- 
glia significare  la  morte  morale,  e  per  la  resurrezione,  non 
de*  corpi ,  ma  degli  spiriti.  Anche  questa  interpretazione, 
quantunque  ingegnosa,  non  sarebbe  della  mente  dell'autore, 
lo  quindi  son  persuaso  che  Dante  finga,  che  il  disperato  dica 


336  INPERNO 

così,  perchè  così  credette,  imperocché  se  avesse  avuta  fede 
nella  resurrezione,  non  si  sarebbe  ucciso:  anzi  se  avesse  po- 
tuto sospettare  che  l'anima  immortale  dovesse  patire  dopo  la 
separazione  dal  corpo,  non  avrebbe  scelto  il  suicidio  come 
termine  del  suo  patire.  Così  Dante  resta  giustificato,  egli  cat- 
tolico fino  all'entusiasmo,  e  che  non  può  supporsi,  che  igno- 
rasse, quanto  sanno  anche  le  donnicciuole  del  contado. 

Noi  eravamo.  Quarta,  ed  ultima  parte  generale.  Violenti 
contro  i  beni,  e  loro  pena.  Un  nuovo  rumore  tolse  Virgilio, 
e  Dante  dal  più  oltre  ascoltare  Pietro  Dalle  Vigne,  e  il  spinse 
a  vedere  altri  tormenti,  ed  altri  tormentati,  noi  eravamo  an- 
cora attesi  intenti  al  tronco  di  Pietro  dalle  Vigne  credendo 
eh  altro  ci  volesse  dire  specialmente  a  schiarire  il  falso  asserto 
quando  noi  fummo  dun  romor  sorpresi  colpiti  da  un  nuovo 
rumore  similemente  a  colui  al  cacciatore  che  sente  l  porco  al 
la  caccia  venire  alla  sua  posta  al  passo  cui  fu  spinto  dai  cani 
che  ode  le  bestie  il  cinghiale,  il  cervo  e  le  frasche  le  frondi 
degli  alberi  stormire  risuonare  per  la  foresta.  Dante  finge,  che 
i  violenti  contro  i  beni  corrano  sempre  spaventati  per  la  sel- 
va fuggendo  con  tant' impeto,  che  rompoòo  tutti  gì' inciampi, 
e  siano  inseguiti  da  cani  affamati  e  rabbiosi,  che  arrivandoli, 
coi  denti  lacerano,  e  sbranano,  e  non  arrivandoli  spaventano  e 
fan  fuggire,  finché  si  dileguino.  Pel  cacciatore  qui  si  figura  il 
creditore,  che  perseguita  il  debitore  sempre  fuggente;  ed  una 
volta  il  debitore  insolvibile  si  consegnava  al  creditore,  che  po- 
teva tenerlo  in  carcere;  narra  Tito  Livio ,  che  un  nobile  romano 
fu  orribilmente  percosso,  perchè  era  fuggito  dal  carcere  del 
suo  creditore,  eccitando  tumulto  nel  popolo.  Pei  cani  rabbiosi 
si  figurano  la  fame,  la  sete,  la  nudità,  e  simili,  che  circondano 
il  violento  dilapidatore.  E  qui  potrebbe  taluno  obbiettare,  che 
Dante  altrove  trattò  de' prodighi,  che  punì  insieme  agli  avari. 


CANTO  XIII.  337 

e  che  non  pareva  che  qui  dovesse  ripetere  lo  stesso  vizio.  Ma 
io  rispondo,  che  allora  trattò  de'  prodighi  in  genere,  mentre 
qui  tratta  de*  prodighi  violenti,  e  furiosi  che  formano  una 
classe  speciale  et  ecco  due  Giano  senese ,  e  Giacomo  padovano 
da  la  sinistra  costa  sinistra  riva;  e  nel!'  Inferno  sempre  si 
va  alla  sinistra  nudi  violentemente  prodighi,  che  giunsero 
alla  totale  nudità  e  graffiati  dai  cani  che  della  selva  rom- 
peano  ogni  rosta  ogni  ostacolo,  ogni  siepe,  ogni  sterpo,  ed 
allegoricamente  rompendo  la  folla  che  incontrano,  od  a  lei 
opponendosi. 

Nel  1278  i  fiorentini,  ed  altri  Guelfi  di  Toscana  seppero  che 
Guglielmo  degli  libertini  vescovo  aretino,  valorosissimo,  facea 
capo  in  Aricia  coi  seguaci  Ghibellini  di  Toscana ,  della  Roma- 
gnuola,  della  Marca,  e  del  ducato.  Adunata  la  gente  a  cavallo,  ed 
i  fanti,  voltava  la  guerra  sopra  Fiorenza  e  Siena.  I  fiorentini  de- 
liberarono di  rompere  tanta  audacia,  e  raccolsero  tante  forze, 
che  la  parte  guelfa  non  ebbe  mai  maggiore:  2600  cavalieri: 
12000  di  fanteria  volsero  contro  di  Arezzo,  e  tutto  devastando , 
presero  vari  castelli,  fra  i  quali  Laterina,  in  cui  trovavasi  Lupo 
degli  liberti  9  il  quale  vedendo,  che  i  nemici  gli  scavavano  un 
fosso  d'intorno,  cedette,  e  rimproverato  di  tanta  viltà,  rispon- 
deva ridendo,  che  il  lupo  non  era  disposto  per  natura  a  star 
chiuso.  Si  aggiunsero  quei  di  Siena  con  400  cavalli,  e  4000 
pedoni  a  devastare  la  terra  di  Aricia.  Ma  nella  vigilia  di  s.  Gio. 
Battista  il  cielo  si  fece  nero  in  un  momento;  pioggia,  vento, 
grandine,  fulmini  spaventarono  l'esercito,  perchè  strappa- 
vano, rompevano  e  portavano  in  aria  tende,  baracche,  ed  at- 
trezzi guerreschi,  locchè  si  prese  per  cattivo  augurio  di  pros- 
sima sconfitta.  Ed  il  terzo  giorno  i  fiorentini  levavano  infatti 
gli  accampamenti,  e  persuadevano  i  senesi  anche  più  spaven- 
tati, a  stare  uniti,  perchè  sarebbero  più  sicuri.  Ma  i  senesi 

Rami; aldi  —  Voi.  i.  22 


338  INFERNO 

superbi,  e  vili  nel  tempo  stesso,  scelsero  di  andar  soli,  e  per 
la  strada  dritta  con  a  capo  il  conte  Alessandro  da  Romena. 
Allora  quei  di  Arezzo,  valorosi  tutti,  Buoncompagno  figlio  del 
conte  Guido  di  Montefeitro,  e  Guglielmo  de' Pazzi,  avuta  di 
ciò  notizia,  misero  300  cavalli,  e  2000  pedoni  in  imboscata 
al  passo  della  Pieve  del  Topo,  i  quali  si  scagliarono  contro 
de' senesi  che  spensieratamente,  e  senza  ordine  procedevano, 
e  li  dispersero,  trucidando  più  di  300  de' migliori.  In  tal  mo- 
do gli  aretini  guastati  dai  senesi  nelle  cose  guastarono  i  se- 
nesi nelle  persone.  La  letizia  de'  Ghibellini  di  Arezzo  fu  per 
altro  corta,  perchè  nell'  anno  dopo  gli  aretini  ebbero  la  ter- 
ribile sconfìtta  presso  Bibiena,  e  nella  quale  morirono  i  due 
predetti  lor  capi ,  il  vescovo  aretino,  e  Buonconte,  de' quali 
si  parlerà  nel  canto  V  del  Purgatorio.  In  tale  conflitto  La  no 
nobile  di  Siena,  che  violentemente  aveva  gettato  il  suo  ricchis- 
simo patrimonio,  mischiatosi  fra  i  combattenti,  gloriosamente 
perì  nella  zuffa,  quel  dinanzi  Lano  gridava  accorri  accorri 
morte  perchè  reso  mendico,  temeva  che  i  cani  lo  inseguisse- 
ro,  e  tentava  sparir  loro  e  l  altro  Giacomo  padovano  che  lo 
seguiva,  ed  avrebbe  voluto  sorpassarlo  gridava  anch'  esso  cui 
parea  tardar  troppo  gridava  o  Lano  le  gambe  tue  non  far 
cosi  accorte  leste  nel  correre  alle  giostre  del  Toppo  tu  non 
fuggisti  così  veloce  dalla  strage  della  Pieve  del  Topo  distante 
da  Arezzo  quattro  miglia.  Nota  bene,  che  i  cani  non  arrivarono 
Lano,  perchè  la  morte  lo  soccorse,  arrivarono  invece  Giaco- 
mo, il  quale  entrò  dentro  di  un  cespo  occupato  dall'  anima 
di  altro  fiorentino  poi  fece  un  groppo  di  se  e  d  un  cespuglio 
così  esprimendo  che  s' implicò,  e  nascose  dentro  di  un  roveto 
che  perchè  forse  li  fallia  la  lena  forse  più  non  poteva  re- 
spirare, la  selva  era  piena  dietro  a  loro  di  cagne  nere  di  ca- 
gne, perchè  le  femmine  sono  più  rabbiose,  e  più  crudeli  dei 


CANTO  XIII.  339 

maschi  —  nere  —  per  fame  bramose  avide  di  preda  e  cur- 
renti  per  trovar  pasto  come  veltri  cani  da  caccia  che  uscis- 
ser  di  catena  che  allora  sono  più  avidi,  e  più  snelli  e  veloci. 
Le  stesse  cagne  poi  miser  li  denti  in  quel  che  s  appiatto 
in  Giacomo  padovano  et  dilacerar  quel  a  brano  a  brano  a 
membro,  a  membro. 

La  mia  scorta  Virgilio  mi  prese  allor  per  la  mano  per 
scemarmi  lo  spavento  provato  per  la  rottura  della  pianta  di 
Pietro  Dalle  Vigne,  e  del  cespuglio  di  Giacomo,  che  nell'atto 
di  esser  lacerato  esso  stesso,  faceva  lacerare  anche  lo  spirito, 
eh'  era  prima  nel  cespuglio  nascosto  et  menommi  al  cespu- 
glio che  piangeva  invano  invano,  perchè  le  lagrime  non  to- 
glievano le  ferite  o  Jacopo  de  saneto  Andrea  che  t  e  giovato 
di  far  schermo  di  me  così  gridava  quello  spirito  da  prima  rac- 
chiuso nel  cespuglio  che  colpa  o  io  de  la  tua  vita  rea?  io 
gettai  la  vita,  e  tu  i  beni,  e  perchè  povero  ricorri  a  me  pove- 
rissimo? Giacomo  fu  di  Padova ,  nobile ,  della  cappella  di  s.  An- 
drea, da  cui  prese  nome,  il  più  ricco  per  campi,  ville,  de- 
naro, armenti.  Tanta  ricchezza  pazzamente  sperdette  per  fri- 
voli motivi,  secondo  quanto  mi  raccontarono  alcuni  suoi  con- 
cittadini degni  di  fede.  Non  potendo  egli  dormire,  una  volta 
ordinò  che  fossero  portate  molle  pezze  di  tela  di  ceperano,  che 
acquistano  durezza  dalla  colla  od  amido  che  le  rende  lucide, 
e  fossero  stracciate  finamente  per  conciliarsi  il  sonno  collo 
stridore  della  stracciatura.  Forse  per  questo  l'autore  lo  fa 
lacerare  dai  cani.  Un'altra  volta,  andando  a  Venezia  perla 
Brenta  nella  barca  corriera  con  altri  compagni  suonatori,  e 
cantanti,  costui,  per  non  parere  egli  solo  inutile,  si  cavò  di 
tasca  molti  danari,  e  ad  uno  ad  uno  li  gettò  nel  canale.  Final- 
mente, trovandosi  in  villa,  ebbe  avviso,  che  un  altro  signore 
con  molti  nobili  andava  a  pranzo  da  lui,  e  colto  alla  sprov- 


340  INFERNO 

vista,  né  potendo  ripiegare  sul  momento  in  modo  degno  di 
sua  pazza  prodigalità  fece  appiccar  fuoco  ad  ogni  abitato  della 
sua  villa,  composto,  come  si  suole,  di  paglia,  cannuccie,  e 
stoppie,  e  venendo  incontro  ai  commensali  disse  aver  loro 
fatta  festa  ed  allegria  per  degnamente  onorarli.  In  ciò  più 
violento  di  Nerone  che  fece  incendiare  le  case  di  Roma  non 
sue,  ma  costui  le  proprie:  e  Nerone,  secondo  Svetonio, 
temeva  la  strettezza  delle  strade  di  Roma  per  insidie,  mentre 
costui  nulla  poteva  temere  dagli  abituri  de'  suoi  contadini. 

E  l  Maestro  Virgilio  disse  o  tu  che  soffi  spingi  fuori  doloro- 
so  sermo  doloroso  sermone  col  sangue  insieme  col  sangue  per 
tante  punte  per  tante  ferite  dei  denti  canini  chi  fosti  nel  mondo 
de' viventi?  quando  fu  fermo  sovr  esso  quando  Virgilio  si  fer- 
mò sopra  il  cespuglio,  et  etti  anoi  rispose  a  noi  o  anime  che 
siete  giunte  arrivate  a  veder  lo  strazio  disonesto  il  crudele 
ludibrio  eh  a  così  disgiunte  separate  le  mie  fronde  da  me  dal 
mio  cespo  raccoglietele  perchè  non  gi  disperdino  al  pie  del 
tristo  cesto  presso  del  cespo  così  deformemente  spogliato. 
Ma  perchè  cerca  questo  spirito  di  riaver  le  sue  frondi?  Perchè 
i  disperati  spesso  mutan  pensiero,  e  sempre  poi  vorrebbero 
restituirsi  allo  stato  di  prima:  così  anche  i  dannati  nell'In- 
ferno sogliono  imprecare  ai  loro  peccati,  io  fui  della  citta  cioè 
di  Fiorenza.  E  non  si  può  congetturare  chi  fosse,  perchè  molti 
furono  quei  di  Firenze  che  si  appiccarono  per  la  gola,  come 
costui:  Rucco,  o  Ruco  de'  Modi,  Lotto  degli  Àgli,  che  dopo 
aver  data  un'ingiusta  sentenza,  andò  a  casa,  e  s'appese  ad  un 
laccio,  e  molti  altri,  de' quali  non  ricordo  il  nome.  Forse  l'au- 
tore tacque  il  nome,  perchè  tutti  i  violenti  di  Fiorenza  avessero 
tale  infamia,  io  fui  della  citta  che  muto  il  primo  padrone  il 
primo  padrone  era  Marte  nel  Battista  s.  Giovanni  Battista  è 
oggi  il  patrono,  o  protettore  di  Fiorenza.  Una  volta  Fiorenza 


CANTO  XIII.  341 

ebbe  Marte  per  Dio  protettore.  Stette  essa  sotto  gF  imperatori 
romani,  e  con  legge  del  Paganesimo  301  anni.  I  pochi  cri- 
stiani vissero  nascosti  fino  a  Costantino,  che  assicurò  la  li- 
bertà della  Chiesa,  e  diffuse  la  fede  cristiana.  Allora  i  fioren- 
tini tolsero  dal  tempio  la  statua  di  Marte,  e  vi  sostituirono 
S.  Giovanni  Battista,  lasciando  intatta  però  la  forma  del  pri- 
mo tempio.  Quel  Marte  si  collocò  sopra  di  alta  torre,  perchè 
vi  era  il  pregiudizio,  che  alterata  minimamente  la  statua  di 
Marte,  sarebbe  corso  gran  pericolo  alla  città, e  sarebbe  avve- 
nuta gran  mutazione,  e  tal  pregiudizio  durò  lungo  tempo.  Il 
Marte  per  altro  si  dice  perduto,  quando  Fiorenza  fu  distrutta 
da  Attila:  riedificata  però  la  città,  si  rinvenne,  e  si  pose  in 
cima  ad  un  pilastro  in  testa  a  ponte  vecchio,  ove  stette  fino  ai 
tempi  di  Dante,  anzi  fino  all' innondazione  dell' anno  del  1335 
quale  atterrò  il  ponte,  e  trasportò  la  statua,  e  cagionò  altri 
gravissimi  danni.  Finché  però  stette  la  statua,  durò  il  pregiudi- 
zio caparbio  nella  mente  di  molti  cittadini,  e  perciò  Boccaccio 
da  Certaldo  mi  raccontava  averlo  spesse  volte  udito  dai  vec- 
chi, e  che  quando  un  fanciullo  gettava  fango,  o  sassi  contro 
la  statua  gli  si  diceva  —  farai  cattivo  fine  —  e  la  predizione 
si  avverò  in  un  tale  che  si  affogò  nell'Arno,  ed  in  altroché  si 
appiccò  per  la  gola,  onde  per  questo  perchè  cessarono  di  a- 
dorar  Marte  e  adorarono  invece  S.  Giovanni  Battista  sempre 
la  farà  trista  con  latte  sua  sempre  sventurata  nelle  guerre 
—  E  nota,  o  lettore,  quanto  il  canto  presente  sia  artificiosa- 
mente oscuro.  Dante  pare,  che  dica  un'eresia  nel  mostrare  Fio- 
renza decaduta,  perchè  si  convertì  al  cristianesimo;  ma  la 
mente  di  Dante  è  tutt' altra,  e  vuole  ridersi  di  Fiorenza  signi- 
ficando, che  dopo  Marte  perdette  la  forza  nell'armi  ed  adorò  il 
Battista,  non  il  santo,  ma  il  Fiorino  in  cui  è  scolpito  s.  Gio- 
vanni Battista.  Edi  veroi  fiorentini  un  giorno  intesi  alleguer- 


542  INFERNO 

re,  ed  alle  fatiche  riuscirono  valorosi,  e  vittoriosi;  ma  dopo 
che  si  cambiarono  in  arpie  rapaci,  intente  ai  cumuli  dell'oro, 
sebbene  avessero  nome  di  ricchi  e  polenti,  furono  poco  ono- 
rati e  gloriosi,  e  molte  volte  sconfitti  ed  oppressi,  quei  cit- 

m 

tadin  che  poi  la  rifondarno  sovra  l  dner  che  d  Attila  rimase 
la  ricostrussero  sulle  ruine  di  Attila  avrebber  fatto  lavorare 
indarno  perchè  sarebbe  stata  nuovamente  distrutta  e  minata 
se  non  fosse  che  alcuna  vista  di  lui  qualche  vestigio  dello 
stesso  Marte  rimane  ancor  in  sul  passo  dArno  in  testa  al 
ponte  vecchio.  E  questa  interpretazione  concorda  col  pensiero 
dell'autore,  che  cioè  non  abbia  rapporto  coli' idolo,  come 
pare  suonare  la  lettera.  Vuol  dire  invece,  che  se  non  vi  fosse 
ancora  qualche  poco  di  probità,  e  virtù  antica,  Fiorenza  sa- 
rebbe stata  le  tante  volte  distrutta.  Se  la  virtù,  e  prudenza  di 
pochi  non  difendessero  le  città  dall' ira  degli  Dei,  e  del  cielo, 
son  tanti  i  mali ,  che  spesso  le  città  minerebbero.  Così  s.  Ago- 
stino. Nell'anno  440,  seppur  è  vero,  distrutte  molte  terre  lom- 
barde, Attila  passò  in  Toscana,  ed  assediò  Fiorenza.  Ma  dopo 
vari  tentativi,  sembrandogli  inespugnabile,  usò  della  frode, 
e  tradimento.  Avendo  saputo  che  Pistoia  era  sempre  stata  ne- 
mica a  Fiorenza,  promise  ai  fiorentini  distrugger  Pistoia,  ed 
accordare  ai  fiorentini  stessi  ogni  indennità,  e  libertà,  come 
ad  amici.  Troppo  creduli  questi  gli  aprirono  le  porte;  ma  ap- 
pena dentro  la  città  con  tutte  le  sue  forze,  adunò  in  apparen- 
za di  consiglio  i  più  notabili  della  città,  i  quali  mentre  ad  uno 
ad  uno  passavano  da  certo  luogo  erano  scannati,  e  si  caccia- 
vano in  un  acquedotto  sotterraneo  al  palazzo.  Tanta  scellerata 
strage  sarebbe  stata  per  qualche  tempo  nascosta,  se  l'acqua 
del  condotto  non  si  fosse  mostrata  piena  di  sangue  scarican- 
dosi in  Arno.  Fu  allora  scoperta  la  frode,  ma  troppo  tardi. 
Attila  aveva  già  dato  l'ordine  ai  suoi  soldati,  che  saccheggias- 


CANTO  XIII.  343 

sero,  abbruciassero,  abbattessero ,  minassero  tutto.  Molti  cit- 
tadini fuggirono  nascondendosi  in  castelli,  e  perfino  nelle  ca- 
verne, e  ne' boschi.  Fatta  orrenda  strage,  i  soldati  di  Attila  ro- 
vesciarono la  città  fino  dai  fondamenti ,  e  fino  lo  stesso  tem- 
pio di  Marte,  che  si  aveva  per  non  distruggibile.  Avvenne  tanto 
eccidio  li  25  giugno  del  450,  e  cioè  515  anni  dopo  la  sua  e- 
dificazione.  Ma  io  non  posso  convenire  su  tale  racconto,  per- 
chè a  seconda  di  quanto  dissi  di  Attila  nel  canto  precedente, 
non  sembra  che  Attila  abbia  mai  passati  gli  Apennini,  né  Paolo 
Diacono,  né  altri  lo  affermano.  Dante  forse  volle  seguire  le 
cronache  della  sua  patria ,  che  molte  altre  favole  contengono, 
come  si  vedrà  nel  canto  XV.  Potrebbe  anche  aver  visto  au- 
tentico documento  a  me  sconosciuto  —  Ma  qualunque  cosa  si 
dica,  io  rimango  fermo  a  non  crederlo. 

In  ultimo  lo  spirito  fiorentino  incognito  tocca  la  maniera 
di  sua  morte  miseranda  dicendo  io  fei  gibeih  a  me  de  le  mie 
case  mi  misi  un  laccio  al  collo  nelle  mie  case.  Gibet  in  lin- 
gua francese  vuol  dir  forca,  ossia  quello  strumento  con  cui 
i  ladri  sono  appiccati  per  la  gola. 


CANTO  XIV. 


TESTO   MODERNO 


Poi  che  la  carità  del  «natio  loco 

Mi  strinse,  ratinai  le  fronde  sparte, 

E  rende'le  a  colui,  eh'  era  già  roco.  3 

Indi  venimmo  al  fine,  onde  si  parte 

Lo  secondo  giron  dal  terzo,  e  dove 

Si  vede  di  giustizia  orribil'  arte.  6 

A  ben  manifestar  le  cose  nuove, 

Dico  che  arrivammo  ad  una  landa, 

Che  dal  suo  letto  ogni  pianta  rimove.  9 

La  dolorosa  selva  V  è  ghirlanda 

Intorno,  come  il  fosso  tristo  ad  essa: 

Quivi  fermammo  i  piedi  a  randa  a  randa.  12 

Lo  spazzo  era  un'arena  arida  e  spessa, 

Non  di  altra  foggia  fatta,  che  colei, 

Che  da'  pie'  di  Caton  già  fu  soppressa.  15 

0  vendetta  di  Dio,  quanto  tu  dei 

Esser  temuta  da  ciascun ,  che  legge 

Ciò  che  fu  manifesto  agli  occhi  miei  !  18 

D'anime  nude  vidi  molte  gregge, 

Che  piangean  tutte  assai  miseramente, 

E  parea  posta  lor  diversa  legge.  2 1 

Supin  giaceva  in  terra  alcuna  gente; 

Alcuna  si  sedea  tutta  raccolta, 

E  altra  andava  continuamente.  24 


CANTO  XIV.  345 

Quella,  che  giva  intorno,  era  più  molla, 

E  quella  men,  che  giaceva  al  tormento; 

Ma  più  al  duolo  avca  la  lingua  sciolta.  27 

Sovra  tutto  il  sabbion  d'un  cader  lento 

Piovean  di  fuoco  dilatate  falde , 

Come  di  neve  in  alpe  senza  vento.  30 

Quali  Alessandro  in  quelle  parti  calde 

D' India  vide  sovra  lo  suo  stuolo 

Fiamme  cadere  infino  a  terra  salde,  33 

Per  eh'  ei  provvide  a  scalpitar  lo  suolo 

Con  le  sue  schiere,  per  ciò  che  il  vapore 

Me'  si  stingueva  mentre  ch'era  solo;  36 

Tale  scendeva  l'eternale  ardore: 

Onde  l'arena  s' accendea,  com'esca 

Sotto  il  focile,  a  raddoppiar  dolore.  39 

Senza  riposo  mai  era  la  tresca 

Delle  misere  mani,  or  quindi  or  quinci 

Iscotendo  da  sé  l'arsura  fresca.  42 

lo  cominciai:  Maestro,  tu  che  vinci 

Tutte  le  cose,  fuor  che  i  Dimon  duri, 

Ch'ali' entrar  della  porta  incontro  uscinci,  45 
Chi  è  quel  grande,  che  non  par  che  curi 

Lo  incendio ,  e  giace  dispettoso  e  torto 

Sì,  che  la  pioggia  non  par  che  il  maturi?  48 

E  quel  medesmo,  che  si  fue  accorto, 

Ch'io  dimandava  il  mio  duca  di  lui, 

Gridò:  qual  io  fui  vivo,  tal  son  morto.  51 

Se  Giove  stanchi  i  suoi  fabbri,  da  cui 

Crucciato  prese  la  folgore  acuta, 

Onde  T  ultimo  di  percosso  fui  :    .  54 

0  s'egli  stanchi  gli  altri  a  muta  a  muta 


546  INFERNO 

In  Mongibello  alla  fucina  negra, 

Chiamando:  buon  Vulcano,  aiuta,  aiuta;  57 

Sì  com'  ei  fece  alla  pugna  di  Flegra, 

E  me  saetti  di  tutta  sua  forza, 

Non  ne  potrebbe  aver  vendetta  allegra.  60 

Allora  il  duca  mio  parlò  di  forza 

Tanto,  eh'  io  non  Y  avea  sì  forte  udito  : 

0  Capaneo  in  ciò,  che  non  s' ammorza  63 

La  tua  superbia,  sei  tu  più  punito: 

Nullo  martirio,  fuor  che  la  tua  rabbia , 

Sarebbe  al  tuo  furor  dolor  compito.  66 

Poi  si  rivolse  a  me  con  miglior  labbia , 

Dicendo  :  quel  fu  1'  un  de'  sette  regi 

Ch'  assiser  Tebe,  ed  ebbe,  e  par  eh'  egli  abbia  69 
Dio  in  disdegno,  e  poco  par  che  '1  pregi  : 

Ma,  come  io  dissi  lui,  li  suoi  dispetti 

Sono  al  suo  petto  assai  debiti  fregi.  72 

Or  mi  vien  detro,  e  guarda,  che  non  metti 

Ancor  li  piedi  nell'  arena  arsiccia; 

Ma  sempre  al  bosco  sì  li  tieni  stretti.  75 

Tacendo  divenimmo  là,  ove  spiccia 

Fuor  della  selva  un  picciol  fiumicello, 

Lo  cui  rossore  ancor  mi  raccapriccia.  78 

Quale  del  bulicame  esce  il  ruscello, 

Che  parton  poi  tra  lor  le  peccatrici  ; 

Tal  per  l' arena  giù  sen  giva  quello.  81 

Lo  fondo  suo  e  ambo  le  pendici 

Fatt'  eran  pietra,  e  i  margini  da  lato: 

Per  eh'  io  m'  accorsi,  che  il  passo  era  liei.         84 
Tra  tutto  l'altro  ch'io  t'ho  dimostrato, 

Poscia  che  noi  entrammo  per  la  porta. 


CANTO  XIV  .  347 

Lo  cui  sogliare  a  nessuno  è  negalo,  87 

Cosa  non  fu  dagli  occhi  tuoi  scoria 

Notabile,  com'è  il  presente  rio, 

Che  sopra  sé  tutte  fiammelle  ammorta.  90 

Queste  parole  fur  del  duca  mio: 

Perch'io  pregai,  che  mi  largisse  il  pasto, 

Di  cui  largito  m'aveva  il  desio.  93 

In  mezzo  il  mar  siede  un  paese  guasto, 

Diss'egli  allora,  che  s'appella  Creta, 

Sotto  il  cui  rege  fu  già  il  mondo  casto.  96 

Una  montagna  v'è,  che  già  fu  lieta 

D'acque  e  di  fronde,  che  si  chiama  Ida; 

Ora  è  deserta  come  cosa  vieta.  99 

Rea  la  scelse  già  per  cuna  fida 

Del  suo  figliuolo;  e  per  celarlo  meglro, 

Quando  piangea,  vi  facea  far  le  grida.  102 

Dentro  dal  monte  sta  dritto  un  gran  veglio, 

Che  tien  volte  le  spalle  inver  Damiata, 

E  Roma  guarda  sì  come  suo  speglio.  105 

La  sua  testa  è  di  fin'  oro  formata, 

E  puro  argento  son  le  braccia  e  il  petto , 

Poi  è  di  rame  infino  alla  forcata:  108 

Da  indi  in  giuso  è  tutto  ferro  eletto; 

Salvo  che  il  destro  piede  è  terra  cotta , 

E  sta  in  su  quel,  più  che  in  su  l'altro,  eretto.  Ili 
Ciascuna  parte,  fuor  che  l'oro,  è  rotta 

D'una  fessura  che  lagrime  goccia, 

Le  quali  accolte  foran  quella  grotta.  114 

Lor  corso  in  questa  valle  si  diroccia: 

Fanno  Acheronte,  Stige  e  Flegetonta; 

Poi  sen  van  giù  per  questa  stretta  doccia         117 


348  INFERNO 

Infln  là,  ove  più  non  si  dismonta: 

Fanno  Cocito;  e  qual  sia  quello  stagno, 

Tu  il  vederai;  però  qui  non  si  conta.  120 

E  io  a  lui:  se  il  presente  rigaglie 

Si  deriva  così  dal  nostro  mondo , 

Perchè  ci  appar  pur  a  questo  vivagno?  123 

Ed  egli  a  me:  tu  sai,  che  il  luogo  è  tondo  ; 

E  tutto  che  tu  sii  venuto  molto 

Pur  a  sinistra  giù  calando  al  fondo,  126 

Non  sei  ancor  per  tutto  il  cerchio  vólto; 

Per  che,  se  cosa  n'apparisce  nuova, 

Non  dee  addur  maraviglia  al  tuo  volto.  129 

E  io  ancor:  Maestro,  ove  si  trova 

Flegetonte  e  Lete,  che  dell' un  taci, 

E  T  altro  di'  che  si  fa  d' està  piova?  132 

In  tutte  tue  question  certo  mi  piaci, 

Rispose;  ma  il  bollor  dell'acqua  rossa 

Dovea  ben  solver  l'una  che  tu  faci.  135 

Lete  vedrai,  ma  fuor  di  questa  fossa, 

Là  ove  vanno  l'anime  a  lavarsi, 

Quando  la  colpa  pentuta  è  rimossa.  138 

Poi  disse:  ornai  è  tempo  da  scostarsi 

Dal  bosco;  fa  che  diretro  a  me  vegne: 

Li  margini  fan  via,  che  non  son  arsi, 
E  sopra  loro  ogni  vapor  si  spegne.  152 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Violenti  contro  Dio  in  natura,  ed  arte  che  son  puniti  nella 
terza  bolgia.  Il  canto  può  dividersi  in  quattro  parti  generali: 
nella  prima  —  luogo,  e  pena  in  genere  de'  violenti:  nella  se- 
conda—  spirilo  antico  sommamente  violento  contro  Dio  io 


CANTO  XIV.  349 

cominciai  ecc.  nella  terza  —  origine  de*  fiumi  infernali  or  mi 
vien  dicto  ecc.  nella  quarta  Dante  fa  due  ricerche  a  Virgilio 
et  io  a  lui  ecc. 

Come  aveva  desiderato  lo  spirito  così  crudelmente  lace- 
rato dai  cani  ragunai  le  fronde  sparte  dai  cani  et  rendali  a 
colui  allo  spirito  fiorentino  chiuso  nel  cespuglio  eh  era  già 
fiocho  lasso  dal  gridare  poiché  la  carità  del  natio  loco  —  mi 
strinse  il  naturale  amore  di  patria  mi  mosse  a  pietà,  indi  ve- 
nimmo lasciando  la  selva  al  fine  all'  estremità  dove  se  parte 
il  secondo  girone  dove  si  divide  il  secondo  cerchio,  o  bolgia 
dal  terzo  di  cui  orasi  parlerà  e  dove  dal  qual  secondo  cerchio 
si  vede  horribile  arte  dijusticia  perchè  orribili  sono  le  col- 
pe. Quelli  che  stanno  all'  estremità  della  selva  possono  scor- 
gere le  pene  de'  violenti  contro  Dio  nell'arena  dico  che  arri- 
vammo  ad  una  landa  ad  una  pianura  che  rimuove  ogni 
pianta  dal  suo  letto  perchè  non  vi  è  pianta,  non  erba,  non 
verdura  a  ben  manifestar  le  cose  nove  a  ben  descrivere  quanto 
non  si  è  ancora  trattato,  la  dolorosa  selva  di  que'  disperati 
della  seconda  bolgia  gli  è  ghirlanda  la  cinge  intorno  a  guisa 
di  ghirlanda  come  l  tristo  fosso  il  rio  di  sangue  ad  essa  se\\a 
cinge:  quivi  —  feriano  i  passi  volgeano  i  passi  a  randa  a 
randa  rasente  rasente  la  selva.  Dante  finge,  che  i  violenti  con- 
tro Dio  stiano  in  mezzo  ad  arena  secca,  arida,  ardente,  e  che 
sui  detti  violenti  cadano  dal  cielo  fiamme,  le  quali,  trovando 
il  suolo  arsiccio,  raddoppiano  P  ardore,  e  quindi  la  pena  di 
quelle  anime  dannate.  L' arena  sterile  figura  la  violenza  con- 
tro Dio  che  non  produce  alcun  frutto.  11  bestemmiatore  semi- 
na nell'arena  sterile,  cosi  il  sodomita,  e  I'  usurajo;  ed  è  giu- 
sto ,  che  costoro  siano  castigati  in  luogo  privo  d'erba  e  di 
piante,  sterile,  arsiccio,  ardente.  Il  calore  delle  fiamme  deve 
raddoppiarsi ,  per  figurare,  che  V  ira  divina  è  più  terribile  della 


350  INFERNO 

mondana  lo  spazio  la  pianura  era  un  arena  arida,  espessa. 
Secondo  Lucano  Catone  J  uni  ore  dopo  la  battaglia  di  Tessalo 
raccolse  gli  avanzi  dell'esercito  di  Pompeo  dispersi  per  la  Gre- 
cia; e  per  mare  coir  esercito  adunato  giunse  ai  lidi  affricani, 
tentando  di  passare  nel  regno  di  Giuba,  amico  di  Pompeo. 
Gli  fu  dunque  forza  di  traversare  le  sirti,  ed  incontrò  naufra- 
gio. Lasciate  allora  le  navi  a  Gneo  figlio  di  Pompeo,  prescelse 
di  passare  i  deserti  di  arena,  non  potendo  tollerare  gli  ozi 
de'  quartieri  d* inverno,  né  perdere  il  tempo  inutilmente.  Anzi 
la  stagione  invernale  doveva,  secondo  lui,  temperare  il  calore 
eccessivo  di  que'  luoghi.  Prima  per  altro  di  mettersi  in  cosi 
pericoloso  cammino,  volle  prevenire  i  compagni  degl'  immensi 
pericoli  ai  quali  andavasi  incontro,  e  li  animò  colla  promessa, 
che  egli  sarebbe  sempre  stato  il  primo  a  soffrirli. 

Che  i  serpenti,  la  sete,  e  dell'arena 
L'immenso  ardor,  eran  disagi  amati 
Dal  marziale  valor.  La  sofferenza 
Del  contrario  destin  sempre  si  piace. 

Incontrò  il  primo  disastro  nel  vento  d'Austro,  che  tanto 
forte  soffiava  da  strappar  gli  elmi  di  testa,  e  gli  scudi  dalle 
braccia,  e  di  alzare  P  uomo  sebbene  armato,  e  trasportarlo 
per  Paria.  I  soldati  non  avevano  altro  scampo  che  di  gettarsi 
boccone  per  terra,  ma  spesso  cumuli  di  arena  coprivano,  e 
soffocavano  i  giacenti.  Tal  vento  esercita  in  que' luoghi  Te- 
stremo  suo  sforzo,  cui  non  resistono  né  selve  né  monti.  L' a- 
rena  africana  vicina  alla  Zona  torrida  è  tutta  piana,  spaziosa, 
sterile,  senza  un  albero,  uno  sterpo,  una  foglia  ;  orribile,  inabi- 
tabile. E  Catone  non  aveva  scorta  che  il  dirigesse,  ma  vagava, 
secondando  il  corso  delle  stelle.  E  deviavano  i  compagni,  an- 
che per  la  smania  di  trovar  acqua,  che  temprasse  P  ardore 
della  insoffribile  sete.  Un  giorno,  scoperta  da  un  soldato  pic- 
cola quantità  d'acqua,  la  raccolse,  e  la  offerse  a  Catone,  il 


CANTO  XIV.  351 

quale  anziché  usarne,  e  ringraziarlo,  rimproverò  il  trovatore, 
e  la  sparse  in  presenza  di  tutti  sul  terreno.  Egli  ricusò  di  bere, 
perchè  tutti  bere  non  potevano,  ed  era  innanzi  ad  ogni  pedo- 
ne, e  portava  Tasta,  come  il  gregario,  ed  esortando  gli  altri, 
pel  primo  offriva  l'esempio  di  tolleranza:  molto  vegliava  :  be- 
veva per  ultimo  al  rinvenirsi  dell'  acqua.  Lucano  lodandolo 
dice  di  lui  —  che  vorrebbe  piuttosto  condurre  il  trionfo  per 
quell'arena  una  volta  sola,  di  quello  che  per  tre  volte  ascen- 
dere al  Campidoglio  trionfante  come  Pompeo,  o  trascinando 
Giugurta  come  Mario.  Catone  sempre  inoltrando,  più  soffriva 
la  sete,  perchè  P  arena  facevasi  sempre  più  ardente,  quan- 
d'ecco  gli  si  mostra  un  lago  abbondantissimo,  che  avrebbe 
sedato  ogni  bisogno;  ma  dentro  del  lago  guizzavano  innume- 
revoli serpenti,  e  se  Catone  non  vinceva  lo  spavento  affer- 
mando, che  i  serpenti  nell'acqua  non  han  forza  di  offendere, 
e  non  avesse  pel  primo  bevuto,  forse  tutti  cadevano  per  sete. 
Superato  anche  questo  disastro,  ne  incontrò  altro  assai  peg- 
giore nell'infinito  numero  di  serpenti  fuori  di  acqua,  de' quali 
si  parlerà  nel  castigo  dei  ladri,  harena  dico  non  fatta  d  altra 
foggia  in  altro  modo,  o  diversa  che  colei  da  queir  arena  che 
fu  già  sopressa  calcata  dal  pie  di  Caton  nella  Libia.  Arena 
estesissima,  sterile,  secca,  calda.  Catone  sapiente  per  le  li- 
biche arene  soffrì  gravi  disagi,  come  Dante  gravi  fatiche  nel 
descrivere  questa:  Catone  trovò  serpenti,  e  Dante  trova  orri- 
bili colpe,  e  colpevoli:  Catone  ha  più  gloria  pel  cammino  di 
quei  deserti,  e  Dante  ha  più  fama  per  aver  corsa  mentalmente 
quest'  arena  infernale.  Lucano  ha  lode  per  aver  descritta  l'a- 
rena superata  da  Catone:  Dante  ha  lode  assai  maggiore  per 
aver  descritta  l' arena  infernale. 

O  vendetta  di  Dio  terribile!  quanto  tu  dei  —  esser  te- 
muta  da  ciascun  che  legge  ciò  che  fu  manifesto  agli  occhi 


352  INFERNO 

miei  ai  mici  occhi  intellettuali!  vidi  molti gregi  d  anime  mol- 
le schiere  gnude  spogliate  che  piangean  tutte  assai  misera- 
mente tutte  piangevano  lamentando  e  diversa  legge  diversa 
pena  parca  posta  a  loro  sembrava  imposta  a  ciascuna  schie- 
ra: alcuna  gente  parea  supin  perierra  ecco  la  prima  schiera 
di  quelli  che  negano,  e  bestemmiano  Dio:  alcuna  si  sedea 
tutta  raccolta  altra  schiera  —  gli  usurai  e  altra  andava  con- 
tinuamente i  sodomiti.  QueHi  che  negano,  o  bestemmiano  Id- 
dio, stan  bène  supini  perchè  fulminati.  Corrono  i  sodomiti: 
per  esprimere  che  la  libidine  li  trasporta  in  ogni  luogo.  Stan- 
no a  sedere  gli  usurai ,  perchè  il  loro  costume  è  quello  di  se- 
dere per  far  conti,  per  custodire,  e  difendere  il  tesoro;  quella 
che  già  intorno  i  sodomiti  era  più  molta  di  maggior  numero 
e  quella  men  che  giaceva  al  tormento  gli  sprezzatori  di  Dio. 
Così  gli  usurai  tengono  il  mezzo  ma  più  avea  la  lingua  sciolta 
al  duolo  al  dolore;  perchè  giacendo  avevano  maggior  tormen- 
to de' seduti,  e  più  i  seduti  di  quelli  che  correvano  Falde  di 
fuoco  dilatate  ampie ,  e  roventi  piovean  sopra  tutto  l  sabbion 
d  un  cader  lento  piovean  dal  cielo  nella  sabbia  lentamente 
come  le  falde  di  neve  piovono  sulle  Alpi  sanza  vento  ed  allora 
le  falde  sono  più  ampie  perchè  non  rotte  dal  vento.  La  simi- 
litudine conviene  in  parte,  e  disconviene  in  altra:  disconviene 
nel  colore,  bianca  la  neve ,  rosso  il  fuoco:  caldo  il  fuoco,  fred- 
da la  neve:  cade  la  neve  sui  monti,  il  fuoco  nella  pianura: 
poco  danneggia  il  cader  della  neve,  molto  il  cader  del  fuoco, 
che  arde ,  e  distrugge.  /  eternale  ardore  scendeva  tale  così  no- 
ccnte  quali  fiamme  Alessandro  vide  cader  salde  insino  a 
terra  sovra  l  suo  stuolo  sopra  il  suo  esercito  in  quelle  parti 
calde  de  India  dove  allora  trovavasi  Alessandro  dopo  aver 
soggiogato  T  Oriente  perche  l  provide  a  calpestar  lo  suolo  a 
calcare  P  arena  con  le  sue  schiere  col  suo  esercito  accioche 


CANTO  XIV.  353 

/  vapor  l'ardenza  mei  s  stinguisse  mentre  eh  era  solo  affin- 
chè non  sopraggiungesse  altra  fiamma  che  accrescesse,  o  rad- 
doppiasse l'ardore  —  molti  si  maravigliano  di  Dante,  che  az- 
zardò dir  tali  cose  di  Alessandro,  mentre  Quinto  Curzio,  Giu- 
stino, e  Gallieno,  che  tanto  scrissero  di  Alessandro,  non  danno 
un  cenno  solo  di  questo.  Ma  io  risponderò,  che  lo  stesso  Ales: 
sandro  scriveva  ad  Aristotile  così.  —  In  India  nubi  ignite  ca- 
devano dall'  alto  a  guisa  di  neve.  Io  comandai  a'  miei  soldati 
di  calcarle  col  piede  — ed  Alberto  Magno  spiega  il  fenomeno: 
onde  l  arena  s  accendea  com  esca  sotto  l  fucile  perchè  arida, 
secca,  e  quindi  facilmente  accendibile  a  dopiar  lo  dolore  a 
raddoppiar  la  pena.  —  Come  nell'  India  caldissima  cadevano 
fiamme  sopra  l'esercito  d'uomini  violenti,  così  in  questo 
luogo  ardente  cadevano  falde  infuocate  sui  violenti  contro  Dio, 
e  gli  uni  e  gli  altri  correndo  a  diversi  luoghi  tentavano  di 
mitigare  l'arsura.  E  queir  Alessandro  insegnava  di  comprime- 
re l' ardore  delle  fiamme,  ma  non  seppe  estinguere  in  sé  le 
fiamme  dell'  ira,  e  della  libidine!  Abbiamo  da  Quinto  Curzio, 
che  un  gran  principe  di  Persia  —  Orzine  —  si  presentò  ad 
Alessandro  con  magnifici,  e  superbissimi  doni,  e  ne  fece  parte 
anche  agli  altri  di  corte,  sprezzando  Bazor  che  passava  per 
concubino  del  re,  dicendo  —  intendo  far  onore  agli  amici  del 
re,  non  alle  meretrici  —  Bazor  in  vendetta  lo  accusò  di  ava- 
rizia, e  di  tradimento,  allorché  stava  in  secreto  colloquio  con 
Alessandro,  e  tosto  fu  preso,  e  condannato  a  morte.  Bazor  volle 
avere  il  contento  di  far  parte  della  esecuzione  della  sentenza,  ed 
Orzine  moriente  diceva — nonavea  mai  saputo  che  in  Asia  re- 
gnassero le  femmine,  ma  orami  accorgo  che  vi  regnano  i  ca- 
strati. —  Così  Alessandro  si  privò  di  un  innocente  alleato,  e  di 
un  libéralissimo  principe,  la  tresca  delle  misere  mani  il  di- 
menar  che  faceano  era  senza  riposo  mai  perchè  sempre  ten- 
Rambaldi  -  Voi.  1.  23 


354  INFERNO 

lavano  di  allontanare  le  fiamme  cadentfe  scoiendo  da  se  l  ar- 
sura fresca  cioè  le  fiamme  che  sopravenivano,  or  quindi  or 
quinci  or  da  questo,  or  da  quel  lato.  Tresca  è  una  danza  spe- 
ciale, che  si  esercita  in  Napoli  ad  espressione  di  tripudio,  con- 
sistendo  in  un  giuoco  molto  intricato:  si  mettono  in  due  linee 
gli  uni  opposti  agli  altri:  alza  uno  la  mano,  o  tutte  due  le 
mani  e  così  fanno  gli  altri,  seguendole  direzioni  tutte  del 
primo  esempio.  Ecco  perchè  queste  anime  dannate  facevano  la 
tresca  suesposta  per  allontanare  le  fiamme  d'intorno  ad  esse. 
Io  cominciai  seconda  parte  generale.  Abbiamo  da  Stazio 
nella  Tebaide,  che  sette  furono  i  re  che  si  adunarono  in  Argo 
per  la  guerra  di  Tebe,  e  solo  si  aspettava  il  responso  di  An- 
fiarao augure  temuto.  Capaneo  uno  dei  re,  superbo  sprezza- 
tola degli  Dei,  intollerante  di  ogni  ritardo,  rideva  di  Anfiarao, 
e  gridava  improperii  contro  dell'  augure  —  quale  viltà,  che 
tanti  valorosi,  dipendano  dalla  voce  di  un  solo?  le  deità  sono 
la  mia  spada,  il  mio  coraggio:  esca  una  volta  quest'  augure,  che 
si  copre  di  sua  viltà  con  sogni ,  e  con  frode.  —  Anfiarao  sortì  a 
questi  detti,  e  sgridando  Capaneo  del  sacrilego  ardire  tentava  di 
allontanare  il  popolo  da  una  guerra  contrariata  dai  destini  ;  ma 
il  popolo  credette  più  a  Capaneo,  che  all'augure,  e  movendo 
verso  Tebe  coli' esercito  Capaneo  replicò  —  resta  Augure  vile 
entro  tua  casa,  custode  de' luoghi  che  abbandoniamo,  e  ti 
segua  il  destino,  che  a  noi  predicesti.  Restati  colla  moglie,  e 
co' figli,  creduto  dai  timidi,  ma  sprezzato  dagli  animosi.  Lo 
spavento  creò  nel  mondo  i  tuoi  Dei  —  e  pose  a  Tebe  V  asse- 
dio. Perirono  in  poco  tempo  quattro  re  per  morti  diverse,  ma 
Capaneo  non  perdeva  coraggio,  e  sdegnando  le  insidie,  e 
r  ombre  notturne,  così  parlava  all'  esercito  —  greci  fin  qui 
gli  occulti  modi:  ora  è  tempo  di  agire  all'aperto:  il  valor  mio, 
il  valor  vostro  si  mostrino  di  giorno,  ed  il  sole  illuminile  no- 


L 


CANTO  XIV.  358 

stre  vittorie  —  e  tosto  guidò  i  soldati  all'  assalto.  Ma  i  tebani 
corsero  alle  mura  con  ogni  genere  d' armi,  che  lo  spavento 
loro  ministrava.  Capaneo  furente  si  arrampicava  alle  mura ,  e 
tutto  abbatteva,  e  struggeva:  pareva  che  solo  avesse  animo  di 
espugnare  la  città:  rotta  la  spada  impugnò  una  grand'asta ,  con 
fuoco  all'estremità  di  essa,  e  salendo  le  mura  gridava ,  che  per 
quella  strada  dovevasi  entrare  in  Tebe.  Quasi  inchiodato  sui 
muri  della  città  rompeva  i  sassi ,  e  li  slanciava  contro  i  nemici, 
e  mentre  fulminava  col  braccio,  vi  aggiungeva  la  voce  teme- 
raria, con  che  sfidava  Ercole  e  Bacco  a  singolare  certame. 
Epentendosi  di  provocare  gli  Dei  minori,  a  Giove  stesso  vol- 
geva il  furore,  e  lo  sfidava  coi  fulmini,  perchè  solo  degno  di 
pugnare  con  lui.  Giove,  secondo  Stazio,  rise  del  nuovo  atten- 
tato dopo  la  battaglia  di  Flegra;  quand'ecco  un  rumor  di 
tuoni,  un'improvvisa  oscurità  universale,  rotta  dai  rossi,  e  fre- 
quenti fulmini  che  fendeano  il  cielo,  e  Capaneo  tentava  colla 
mano  di  prenderli,  ancor  pendente  dai  muri,  e  diceva  che 
avrebbe  con  essi  riaccesa  la  estinta  sua  trave ,  e  con  essi 
incendiata  la  città.  In  quel  dire  un  fulmine  lo  colse  nel  ca- 
po, e  gli  arse  criniera,  elmo  e  scudo,  e  molte  parti  delle 
membra,  e  non  potendo  più  reggersi,  mezzo  arso,  precipi- 
tò nella  fossa.  Vogliono  alcuni,  che  invece  di  un  fulmine, 
Capaneo  fosse  percosso  da  uno  strumento  militare  nemico, 
ma  io  ritengo,  che  fosse  percosso  dal  cielo:  anche  Tulio  Osti- 
lio terzo  re  de'  romani  fu  colto  da  fulmine  al  dire  di  Livio,  e 
perchè  non  potè  esserlo  quest'empio  bestemmiatore,  e  provo- 
catore degli  Dei?  Anche  gli  Dei  de'  gentili ,  volendo  stare  agli 
storici ,  vendicarono  spesse  volte  la  empietà  de'  soggetti . 

Io  cominciai  a  dire  o  tu  maestro  che  vinci  tutte  le  cose 
tutti  gli  ostacoli  fuorché  i  demon  duri  che  ti  fecero  tanto 
cruda  opposizione  che  uscirci  ncontro  ali  intrar  de  la  porta 


356  INFERNO 

della  città  di  Dite.  E  non  è  senza  perchè  tale  ricordo,  volendo 
l'autore  esprimere,  che  dubitava  che  Virgilio  potesse  entrare 
nel  gran  sabbione  senz'altro  divino  aiuto  scorgendo  un  demone 
furente  in  mezzo  alle  fiamme,  chi  e  quel  grande?  Capaneo  fu  di 
forme  gigantesche ,  e  di  alta  superbia ,  e  per  questo  abbiamo  da 
Stazio,  che  quando  ascese  le  mura,  spaventò  i  cittadini  col- 
l'ombra,  che  presero  per  un  alta  torre  ch^  non  par  che  curi  lo 
incendio  non  sembra  addarsi  dell'  ardor  delle  fiamme  e  giace 
dispectoso  e  torto  colla  faccia  incontro  al  cielo  siche  non  par 
che  la  pioggia  il  martiri  non  sembra  che  il  fuoco  che  gli  ca- 
de sopra  lo  pieghi.  La  violenza  contro  Dio  si  esercita  in  tre 
maniere  semplicemente  bestemmiandolo,  contro  arte  colle 
usure,  e  contro  natura  soddomizzando.  Rispetto  a  Capaneo 
l' autore  ha  di  mira  la  prima  maniera  e  quel  medesmo  che  si 
fu  accorto  eh  io  dimandava  il  mio  duca  di  lui  grido  io  son 
tal  morto  qual  fui  vivo  Capaneo  accortosi  che  io  ricercava 
Virgilio  chi  fosse,  spontaneo  gridò — sono  io  quello  sprezza- 
tore  degli  uomini,  e  degli  Dei,  e  come  fui  in  vita  lo  son  in 
morte,  sebbene  per  mia  superbia  fulminato.  Così  anche  pro- 
strato mostrossi  altero,  e  superbo.  Ed  aggiunse  —  se  Giove 
oltre  le  fiamme  colle  quali  mi  copre,  lanciasse  i  fulmini  di 
Flegra  sul  mio  capo,  sarei  non  pertanto  lo  stesso  —  I  gi- 
ganti nati  dalla  terra,  secondo  tutti  i  poeti,  pensarono  di  far 
guerra  al  cielo,  per  togliere  il  regno  a  Giove.  Posero  monti 
sopra  alti  monti,  de' quali  farsi  sgabello  a  salire;  ma  Giove 
sdegnato  li  fulminò,  precipitandoli  morti  sul  piano  di  Flegra. 
Sia  poi  questa  una  favola,  o  non  sia,  è  certo  per  altro  che  in 
essi  figuransi  i  superbi  potenti,  che  giustamente  si  ritengono 
figli  della  terra  perchè  nulla  sanno,  nulla  cercano,  nulla 
curano ,  se  non  le  cose  terrene.  Quel  sovrapporre  monte  a 
monte  niente  altro  esprime,  se  non  se  che  aggiungono  pò- 


CANTO  XIV.  357 

lenza  a  potenza  e  regno  a  regno,  e  giunti  a  sommo  grado 
presumono  contro  Dio  negandolo,  bestemmiandolo,  sprez- 
zandolo. Perciò  Macrobio  scrive  —  che  altro  crediamo  fos- 
sero i  giganti,  se  non  potenti  della  terra,  che  negavano 
Iddio?  —  ed  il  profeta  —  nou  è  Dio  nel  cuore  dell'igno- 
rante. Giove  li  fulminò^  essendo  il  fulmine  simbolo  di  su- 
perbia, e  Dio  punisce  qui  la  superbia  colla  superbia.  Jove 
non  potrebbe  avere  vendetta  allegra  di  me  se  elio  stanchi 
Isuo  fabro  Vulcano,  che  si  chiama  dai  poeti  il  Dio  del  fuo- 
co, e  che  fabbrica  i  fulmini  a  Giove  nelT  Etna  monte  di  Si- 
cilia sempre  ardente.  Il  fulmine  è  materia  ignea ,  cioè  di  caldo 
vapore,  come  altrove  si  dirà;  dunque  —  se  Giove  scagliasse 
contro  di  me  i  fulmini  tutti,  che  gli  fabbricasse  Vulcano  da 
cui  dal  quale  Vulcano  Giove  crucciato  sdegnato  prese  la  fol- 
gore acuta  che  penetrò  la  mia  armatura  onde  dal  qual  ful- 
mine io  percosso  fui  l  ultimo  di  di  mia  vita  quando  precipitai 
dalle  mura  di  Tebe  o  s  egli  lo  stesso  Giove  stanchi  gli  altri 
gli  altri  fabbri  compagni  di  Vulcano  —  Bronte  —  Sterope  — 
Piracmone —  nel  fabbricare  i  fulmini.  Questi  tutti  chiamansi 
con  nome  generico  Ciclopi,  de' quali  parla  Ovidio  ne' Fasti,  a 
muta  a  muta  alternativamente,  a  vicenda  in  mongibello  nel- 
T  Etna  monte  di  Sicilia ,  che  vomita  fuoco.  Si  dice  volgarmente 
Mongibello  dalla  fucina  negra  —  perchè  nero  il  luogo  dove  i 
fabbri  lavorano  il  ferro  chiamando  o  buon  Vulcano  buon  fab- 
bricatore aiuta  aiuta  soccorri  colle  acute  saette  si  com  el  fece 
alla  pugna  di  Flegra.  Vulcano ,  e  gli  altri  Ciclopi  avevano 
fabbricato  que'  fulmini,  che  precipitarono  morti  i  giganti  in 
Flegra  di  Tessaglia  s  el  saetti  me  di  tutta  sua  forza  quan- 
d' anche  mi  colpisse  con  tutti  i  suoi  fulmini.  Parole  di  super- 
bo sprezzatore  de1  Numi  che  prostrato  in  terra  alzava  la  testa 
sdegnosa  contro  del  cielo!  lo  conobbi  un  empio,  che  irato 


358  INFERNO 

gridava  battendosi  il  petto  —  tu,  o  Dio,  con  tutto  il  tuo  potere 
non  avrai  parte  di  quest'  anima. 

Allora  il  duca  mio  parlo  di  forza  disse  a  Capaneo  per 
rendergli  la  pariglia  tanto  eh  io  non  l  avea  si  forte  udito  parlò 
con  forza  minore  a  Plutone,  a  Flegia,  al  Minotauro  o  Capaneo 
tu  se  più  punito  in  ciò  che  non  s  amor  za  la  tua  superbia 
sei  punito  più  che  se  la  tua  superbia  fosse  estinta.  Nullo  mar- 
tiro  niun  supplizio  quantunque  grande  fuorché  la  tua  rabbia 
colla  quale  ti  tormenti  sarebbe  dolor  compito  bastante  al  tuo 
furor:  il  superbo  punito  non  può  avere  maggior  tormento  della 
sua  rabbia,  anche  nel  mondo  de*  viventi,  poi  poscia  Virgilio 
se  rivolse  a  me  con  miglior  labia  con  volto  più  quieto  di- 
cendo quel  fu  un  de  septi  regi  fu  uno  de'sette  re  di  Tebe  — 
Adrasto,  Anfiarao,  Partanopeo,  Ippomedonte,  Tideo,  Capaneo, 
Polinice  che  ctssiser  Tebe  che  assediarono  Tebe  et  ebbe  in  vita 
e  pare  eh  egli  abbia  anche  dopo  morte  Dio  in  disdegno  in 
isprezzo  sdegnoso  e  poco  par  eh  el  preghi  e  non  mai  pre- 
ga ma  i  suoi  dispecti  sono  assai  debiti  fregi  al  suo  pecto 
gli  servono  di  condegno  tormento  al  cuore:  i  fregi  sono  or- 
namenti per  lo  più  posti  sul  petto  dove  trovasi  il  cuore:  e  lo 
sdegno,  la  rabbia,  il  furore  sono  i  fregi  del  cuor  del  superbo 
sprezzatore  di  Dio. 

Or  mi  vien  dreto  terza  parte  generale.  Dicemmo  quanto 
basta  dell'empio  Capaneo,  e  della  pena  de' violenti  contro  Dio, 
ed  ora  mi  segui ,  disse  Virgilio  et  guarda  che  non  metti  li  piedi 
ancora  nella  rena  arsiccia  guardati  dall'entrare  nuovamente 
nell'arido  sabbione  per  non  esser  bruciato  dalle  fiamme  che 
cadon  dall'alto,  e  dall'ardore  del  suolo;  dunque  finora  stet- 
tero all'estremità  della  selva  ma  sempre  tien  li  piedi  stretti 
al  bosco  alla  selva  predetta,  sulla  quale  non  cade  fuoco,  dive- 
nimmo tacendo  giungemmo  senza  parlare,  e  meditando  la 


CANTO  XIV.  389 

ove  tifi  piccol  fiumicello  spiccia  si  mostra,  vien  fuori,  sgorga. 
Terzo  fiume  infernale  —  Flegetonte  —  che  forma  la  bolgia, 
in  cui  sono  puniti  i  violenti  contro  del  prossimo.  Questo  fiu- 
me ha  origine  dalla  valle  sanguigna,  e  scorre  a  guisa  di  ca- 
nale per  la  selva  e  poscia  per  questo  sabbione.  Flegetonte 
suona  —  ardente  —  lo  cui  ruscello  ancor  mi  raccapriccia 
mi  fa  orrore.  L'acqua  è  rossa,  calda,  puzzolente  di  zolfo.  Così 
presso  Viterbo  scorre  un'acqua  calda,  rossa,  sulfurea,  pro- 
fonda, della  quale  si  forma  un  rigagnolo,  che  bagna  le  case 
delle  pubbliche  donne,  ossia  delle  meretrici,  che  se  ne  ser- 
vono a  lavacri,  quello  sen  giva  su  per  l'arena  tal  quale  l  ru- 
scello esce  del  bulicame  dall'  aduno  di  acqua  bollente  cAiqual 
ruscello  le  peccatrici  partonpoi  tra  loro  si  dividono  fra  loro: 
ed  il  Flegetonte  bollente  bagna  le  arene  scorrendo  fra  le  ani- 
me dannate.  La  meretrice  a  ragione  nomasi  peccatrice,  per- 
chè manca  alla  fede  dello  sposo  N.  S.  Gesù  Cristo,  lo  fondo 
suo  e  ambe  le  pendici  l'alveo,  e  le  sponde  e  i  margini  da 
lato  ambo  le  rive  eran  facte  di  petra  l'acqua  di  Flegetonte  è 
tale ,  che  petrifica  tutto  su  cui  passa  perch  io  m  accorsi  che  l 
passo  era  liei  per  quegli  argini.  Non  potevasi  passare  il  sab- 
bione con  sicurezza  in  altro  luogo,  fuorché  battendo  le  rive 
suddette. 

Dal  sopraesposto  l'autore  coglie  occasione  di  parlare  del- 
l'origine  de' fiumi  infernali,  e  primamente  finge,  che  il  suo 
maestro  lo  renda  ben  attento  alla  difficile  materia  cosa  nobile 
non  fu  scorta  dagli  occhi  tuoi  non  fu  da  te  vista ,  e  notata 
tra  tutte  l  altre  eh  io  to  dimostrato  fra  le  cose  maravigliose 
che  hai  per  mio  mezzo  sin  qui  vedute  posciache  noi  entram- 
mo per  la  porta  dopo  P  ingresso  primo  dell'Inferno  lo  cui  so- 
gliar  a  ninno  e  negato  essendo  sempre  aperto  quell'ingresso 
com  e  lo  presente  rio  cioè  il  ruscello  di  Flegetonte  queste  pa- 


360  INFERO 

rote  fur  del  duca  mio  di  Virgilio  perche  l  pregai  che  mi  lar- 
gisse l  pasto  per  lo  che  lo  pregai  d' istruirmi  largamente  di 
cui  m  avea  largito  l  desio  dacché  m'avea  destato  tanto  de- 
siderio. Il  cibo  o  naturale,  od  artificiato  non  diletta  tanto,  né 
riempie  il  ventre,  come  la  dottrina  conforta  l'animo. 

Insegna  Virgilio,  che  i  fiumi  infernali  provengono  da  mo- 
struosa statua  dell'isola  di  Creta.  Fu  quest'isola  una  volta  in 
floridissimo  stato,  ed  aveva  dominio  sulle  altre  isole  adiacenti, 
e  vicine.  Aristotile  scrive  che  la  politica  de' cretesi,  se  non  era 
del  tutto  perfetta,  copriva  almeno  i  difetti  col  potere;  ma  nulla 
ostante  la  guerra  vi  si  era  introdotta  —  aveva  soggette  cento 
altre  isole  ed  il  primo  suo  re  fu  Saturno  giustissimo,  sotto  cui, 
si  finge  da' poeti,  scorresse  1'  età  dell'oro.  Saturno  poi  fu 
sventurato  nella  prole,  e  da  Rea  consorte  ebbe  un  figlio,  che 
secondo  gli  oracoli,  lo  avrebbe  scacciato  dal  soglio;  ordinò 
quindi  che  qualunque  bambino  appena  nascesse,  fosse  scan- 
nalo. E  Rea  partorì  Giove;  e  per  sottrarlo  alla  cruda  legge  del 
padre,  lo  mandò  in  Ida.  Giove  adulto  avverò  gli  oracoli,  e 
violentemente  scacciò  dal  regno  il  proprio  padre.  Di  Saturno 
si  parlerà  nel  canto  XVI  del  Paradiso,  diss  egli  allora  Virgilio 
un  paese  guasto  che  s  appella  Creta  lo  chiama  guasto  avendo 
<di  mira  ai  tempi  d'oggi,  perchè  Creta  è  adesso  sotto  dominio 
di  Venezia,  oppressa  da  schiavitù,  desolata:  oggi  mutò  nome, 
e  chiamasi  Candia  sotto  il  cui  regefo  sotto  Saturno  già  l  mondo 
casto  l'età  dell'oro,  cioè  gli  uomini  vissero  castamente,  ed 
onestamente  sede  in  mezzo  mare  in  mezzo  alle  acque  marine. 
una  montagna  v  e  fra  le  altre  notabile,  e  singolare,  essendo 
Creta  cinta  all'intorno  di  monti,  e  montuosa,  e  selvosa  nell'in- 
terno che  s  appella  Ida  ed  ha  ritenuto  il  nome  suo  che  fu  già 
lieta  d  acqua  e  di  (rondi  cioè  fertile,  ed  amena.  Oggi  giorno 
corre  opinione  fra  il  volgo,  che  l'erba  d'Ida  faccia  i  denti  d'oro 


CANTO  XIV.  361 

agii  animali  che  la  divorano  ore  deserta  disabitata  come  cosa 
meta  inutile  per  vetustà.  Ovvero  potrebbe  significare  l'espres- 
sione cosa  vieta  che  un  giorno  nutrì  colui,  che  diede  il  pes- 
simo esempio  di  scacciare  il  padre  per  usurparne  il  regno. 
Rea  moglie  di  Saturno,  con  altro  nome  Cibele,  ed  anche  Be- 
recinzia,  ed  Opi  per  una  fida  per  mezzo  di  ancella  fedele  del 
suo  figlio  Giove  lo  spedì  in  Creta  ordinando  che  al  vagito 
del  figlio  si  fosse  alzato  alto  schiamazzo  con  cembali,  ed  altri 
musicali  strumenti,  perchè  non  apparisse  indizio  di  fanciullo 
cui  facea  far  le  grida  dai  sacerdoti  particolarmente,  che  avea- 
no  debito  di  battere  i  timpani  in  onor  di  Cibele  per  celarlo 
meglio  all'ira  paterna.  Così  da  Ovidio  ne' Fasti.  Coli' isola  di 
Creta  Dante  figura  l'origine  della  terra  abitabile:  cinta  dal 
mare,  e  distante  da  terra  più  delle  altre  isole  trovasi  quasi 
nel  mezzo  del  mondo,  perchè  ogni  lido  volge,  e  termina  verso 
Creta,  e  da  lei,  secondo  i  poeti,  ebbero  origine  i  regni. 

La  statua  sul  monte  Ida  figura  un  gran  vecchio,  che  vol- 
ge il  tergo  a  Babilonia  in  oriente,  e  drizza  la  faccia  a  Roma 
in  occidente.  E  vuole  con  ciò  significare  tutte  le  età,  perchè 
dall'  uomo  si  trascorrono  le  età  nel  mondo,  ed  i  filosofi  chia- 
mano l'uomo  mondo  minore.  Vecchio  poi,  perchè  grave  di 
molti  secoli.  Col  tergo  rivolto  a  Babilonia  significa  la  distru- 
zione del  potente  regno  degli  Assiri,  e  colla  faccia  indica  l'im- 
pero della  Chiesa  romana  un  gran  veio  gran  vecchio,  perchè 
rappresenta  il  mondo  eh' è  grande  sta  dricto  ed  è  maravi- 
glia dentro  del  monte  d' Ida  che  tien  volte  le  spalle  in  ver  Da- 
miata  verso  Oriente:  quando  cominciò  a  ruinare  il  regno  de- 
gli Assiri  sorse  il  regno  de' romani,  come  si  dirà  nel  canto  IV 
del  Paradiso.  Anche  qui  sembra  che  l'autore  abbia  preso  Ba- 
bilonia di  Egitto  per  la  grande  antica  Babilonia,  essendo  certo, 
che  Damiata  è  nell'Egitto,  nomata  un  giorno  Menfi  dai  prò- 


562  INFERNO 

feti,  e  dai  poeti.  Fu  presa  dai  cristiani,  e  perchè  non  servisse 
più  di  rifugio  fu  distrutta  poscia  dai  saraceni.  Ma  Dante  con 
Damiata  volle  significare  la  Babilonia  degli  Assiri  sotto  la  po- 
testà del  Soldano  e  guarda  Roma  come  suo  specchio  spec- 
chiandosi in  Roma,  matrona  avvenente,  e  decorosa ,  e  più  gio- 
vane di  Babilonia  ora  deserta,  e  desolata  la  sua  testa  era  for- 
mata di  fino  oro  il  capo  di  quel  gran  vecchio  era  d'oro  fino, 
esprimendo  così  la  prima  età,  che  si  disse  età  dell'  oro,  cioè 
pura,  perfetta,  preziosa,  nella  quale,  sotlo  Saturno,  gli  uo- 
mini vissero  sobrii,  casti,  e  senza  amor  di  guadagno,  ed  ebbero 
stato  tanto  eccellente  in  confronto  degli  altri,  come  Toro  è  il 
più  prezioso  in  confronto  degli  altri  metalli,  e  le  braccia  e 
Ipecto  sono  di  puro  argento  esprimendo  così  la  seconda  età, 
sotto  Giove,  incominciando  gli  uomini  a  conoscere  il  diritto 
di  proprietà,  età  tanto  meno  perfetta  della  prima,  quanto  l'ar- 
gento è  men  perfetto  dell'  oro  poi  e  di  rame  fino  alla  far- 
cala  cioè  avea  il  ventre  di  rame  fino  alle  coscie,  ove  l'uomo 
s'inforca.  Così  vien  significata  la  terza  età  di  avarizia  ,  che 
fu  tanto  più  vile  in  confronto  della  prima,  e  seconda  età, 
quanto  il  rame  è  più  vile  dell' argento,  e  dell' oro.  Era  di  rame 
perchè  il  denaro  primamente  si  formò  col  rame  da  inde  in 
giuso  dall'inforcata  in  giù,  per  le  coscie,  gambe,  e  piedi  e 
tutto  ferro  ellecto  ferro  puro.  Così  è  mostrata  la  quarta  età 
d'uomini  duri,  violenti,  dediti  solo  alle  armi,  spargitori  di 
sangue  umano,  e  pronti  ad  ogni  scelleratezza  salvo  che  l  de- 
stro pede  e  terra  cotta.  In  tal  modo  vien  figurala  la  Chiesa 
romana, prima  terra  umile,  e  povera,  poi  ricca,  forte,  ornata 
e  splendiente  per  la  dote  di  Costantino  e  sta  in  su  quello  ere- 
cto il  gran  vecchio  sta  più  posato,  e  dritto  su  quello  cioè  so- 
pra il  piede  di  terra  cotta  che  su  l  altro  che  sopra  il  sinistro 
di  ferro.  Così  l'autore  significa,  che  da  molti  secoli  è  più  io 


CANTO   XIV.  363 

vigore  la  Chiesa,  che  non  è  l'impero:  anzi  questo  sempre 
scemò,  ma  la  Chiesa  fu  più  esaltata  dopo  di  Costantino.  Ora 
da  tutte  parti  della  statua  del  vecchio,  meno  che  del  capo , 
trasudono  goccie,  che  si  uniscono,  e  penetrano  nella  terra, 
e  formano  così  i  fiumi  dell'Inferno,  ossia  allegoricamente  da 
ogni  età  del  mondo  corrotto  emanarono  le  prave  passioni,  i 
vizi  tutti,  ciascuna  parte  fuorché  V  oro  e  rotta  ogni  età  fuori 
di  quella  dell'oro  è  viziata.  L'autore  non  intende  già  figurare 
la  statua  veduta  in  sogno  da  Nabucodònosor,  della  quale  si 
parlerà  nel  canto  IV  del  Paradiso,  sebbene  quella  di  Dante 
abbia  con  l'altra  molta  somiglianza',  tranne  la  parte  dell'oro. 
d  una  fessura  che  lagrime  goccia  da  una  fessura  escono  la- 
grime le  quali  accolte  insieme  unite  foran  quella  grotta  fo- 
rano la  montagna  d' Ida  e  lor  corso  si  diroccia  e  il  loro  corso 
serpeggia,  e  cade  per  diversi  fori  in  questo  vallo  in  questa 
valle  d'Inferno,  al  pari  de' fiumi  che  si  formano  da'rii  ne' 
monti,  che  poi  uniti  scendono  nelle  valli,  fanno  Acheronte 
prima  formano  Acheronte,  passo  generale  dell'Inferno,  poi 
formano  Stige,  secondo  fiume  ma  lento,  e  quasi  palude,  e 
Flegetonte  terzo  fiume  già  descritto,  poi  sen  va  giudi  cerchio 
in  cerchio:  Flegetonte  scorre  per  la  selva,  e  l'arena  per  que- 
sta strecta  doccia  per  questo  stretto  canale  infin  la  dove  più 
non  si  dismonta  fino  al  centro,  dove  non  si  può  più  discen- 
dere, perchè  naturalmente  ogni  grave  tendendo  al  centro  non 
può  passare  tal  punto  senza  ascendere.  Moralmente  può  spie- 
garsi che  essendo  Giuda  nel  centro,  non  può  peccarsi  di  più 
eh'  egli  fece,  tradendo  il  proprio  Signore  Iddio.  Perchè  poi 
le  acque  non  possono  oltrepassare  il  centro,  ivi  stagnano  e 
formano  il  lago  di  ghiaccio  nomato  Caina,  del  quale  si  par- 
lerà in  fine  del  libro,  fanno  Oocito  in  cui  si  puniscono  i  tra- 
ditori e  qual  sia  quel  stagno  quell'acqua  ferma,  e  ghiacciata 


564  INFERNO 

tu  lo  vedrai  a  suo  luogo,  e  tempo  pero  qui  non  si  conta  per 
non  narrarlo  inutilmente  due  volte. 

Ed  io  a  lui  quarta  parte  generale.  Dimanda  l'autore  a 
Virgilio  perchè  abbia  veduto  soltanto  Flegetonte?  e  l presente 
rigagno  da  rigare  perche  ci  appare  pure  a  questo  vivagno 
perchè  si  mostra  a  questa  estremità,  sei  si  deriva  cosi  dal 
nostro  mondo  se  vien  dal  mondo  de*  viventi!  Virgilio  rispon- 
de che  non  si  vide  sempre  il  corso  di  Flegetonte  perla  figura 
circolare  del  luogo,  avendo  tenuta  la  sinistra  nel  discendere, 
mentre  dalla  parte  opposta  poteva  trovarsi  l'acqua  cercata,  o 
diversa,  et  elli  a  me  Virgilio  rispose  tu  sai  che  lloco  e  tondo 
sferico  et  non  s  e  ancor  volto  per  tutto  l  cerchio  non  bai  an- 
cora scorso  il  cerchio  intorno  intorno  tutto  che  sii  venuto 
molto  quantunque  molto  abbi  frugato  pur  a  sinistra  qui  ca- 
lando al  fondo  discendendo  sempre  verso  del  centro  perche 
se  cosa  n  apparisce  nuova  non  per  anche  da  te  osservata  non 
de  adur  maraviglia  al  tuo  volto  non  devi  maravigliarti.  Dante 
aveva  veduto  il  Flegetonte  dove  si  puniscono  i  violenti  contro 
del  prossimo,  ma  non  aveva  potuto  scorgere,  come  da  esso 
derivasse  il  ruscello,  perchè  non  seguì  il  fiume  per  la  selva, 
e  lo  trova  poi  nella  sabbia.  Io  potrei  vedere  il  lagodiBenaco, 
poi  il  Mincio,  senza  conoscere  che  nasce  da  quello  presso  Pe- 
schiera, et  io  dissi  o  maestro  o  Virgilio  che  mi  spiegasti  l'ori- 
gine de'  fiumi,  insegnami  ove  si  trova  Flegetonte  e  Lete  per- 
chè dell  un  taci  di  Lete  non  parli  e  l  altro  Flegetonte  di  tu 
dici  che  se  fa  d  està  piova  si  forma  dalle  lagrime,  eh'  e- 
manano  dalla  statua  del  gran  vecchio.  Ogni  poeta  greco, 
o  latino  ritiene  che  cinque  siano  i  fiumi  infernali,  cioè  Ache- 
ronte —  Stige  —  Flegetonte  —  Cocito  —  e  Lete;  ma  Dante  non 
parla  di  Lete ,  ed  esso  era  dubbioso  sopra  Flegetonte  veduto 
bensì,  ma  non  riconosciuto,  quando  scorse  il  ruscello  sangui-. 


CANTO  XIV.  365 

gno,  che  derivava  da  quello,  etille  Virgilio  rispuose  certo  tu 
mi  piaci  in  tutte  tue  quistioni  nelle  ricerche  ingegnose  ma 
l  bollor  dell  acqua  rossa  dovia  ben  solver  l  una  che  tu  faci  do- 
vevi congetturare  da  segni  evidenti ,  che  il  Flegetonte  mostra- 
vasi  di  nuovo,  quando  rivedesti  le  acque  sanguigne,  e  bol- 
lenti, giacché  sapevi  che  Flegetonte  significa  ardente.  E  la  fin- 
zione di  Dante  per  queste  ricerche,  e  dubbiezze  serve  mira- 
bilmente alla  più  precisa  cognizione  della  trattata  materia.  Lete 
il  fiume  Lete  che  qui  non  nominai  vederai  troverai,  scorge- 
rai ma  fuor  di  questa  fossa  fuori  dell'  Inferno,  o  di  questa 
fossa  infernale.  Bisogna  però  notare,  che  l' autore,  non  segue 
gli  altri  poeti,  in  quanto  che  non  pone  il  fiume  Lete  nel  nu- 
mero de' fiumi  infernali,  ma  sibbene  nel  Purgatorio,  ed  a  ra- 
gione; imperocché  Lete  esprime  l'oblio  del  passato,  e  nel  detto 
luogo,  dopo  la  purgazione  delle  colpe,  adempie  all'ufficio 
suo.  Inoltre  Dante  parla  cattolicamente,  e  moralmente  risguar- 
dandolo,  non  si  allontana  dagli  altri  poeti  la  ove  vanno  la- 
nime  a  lavarsi  dalle  colpe  colla  penitenza,  e  castigo  quan- 
do la  colpa  pentola  nel  Purgatorio  e  rimessa  è  perdonata. 

Poi  disse  Virgilio  ornai  e  tempo  da  scostarsi  dal  bosco 
ed  entrare  nell'arena,  o  sabbione.  Stando  sul  confine  della 
selVa  vide  i  violenti  contro  Dio,  e  senza  progredire  nel  cam- 
mino dell'  arena  non  avrebbe  potuto  scorgere  i  violenti  con- 
tro natura  fa  che  vegna  dreto  a  me  sieguimi ,  disse  Virgilio , 
e  gli  mostrò  un  sentieruccio  rasente  V  arena  li  margini  fan 
via  che  non  son  arsi  perchè  le  fiamme  si  estinguono  dai  va- 
pori dell'  acqua  e  sopra  loro  ogni  vapor  si  spegne  ogni  ar- 
denza si  ammorza  su  quel  sentiero. 


CANTO  XV. 


TR8TO  MODERNO 


Ora  cen  porta  l' un  de'  duri  margini , 

E  il  fumo  del  ruscel  di  sopra  aduggia 

Sì,  che  dal  fuoco  salva  l' acquagli  argini.  3 

Quale  i  Fiamminghi  tra  Guzzante  e  Br uggia, 

Temendo  il  fiotto  che  inver  lor  s' avventa , 

Fanno  lo  schermo,  perchè  il  mar  si  f uggia;  6 
E  quale  i  Padovan  lungo  la  Brenta, 

Per  difender  lor  ville  e  lor  castelli , 

Anzi  che  Chiarentana  il  caldo  senta;  9 

A  tale  imagine  eran  fatti  quelli, 

Tutto  che  né  sì  alti  né  sì  grossi , 

Qual  che  si  fosse,  lo  maestro  felli.  12 

Già  eravam  dalla  selva  rimossi 

Tanto,  ch'io  non  avrei  visto  dov'era, 

Perch'  io  indietro  rivolto  mi  fossi,  '  IS 

Quando  incontrammo  d'anime  una  schiera, 

Che  venia n  lungo  l'argine;  e  ciascuna 

Ci  riguardava,  come  suol  da  sera  18 

Guardar  l'un  l'altro  sotto  nuova  luna; 

E  sì  ver  noi  aguzzavan  le  ciglia , 

Come  vecchio  sartor  fa  nella  cruna.  21 

Così  adocchiato  da  cotal  famiglia 

Fui  conosciuto  da  un ,  che  mi  prese 

Per  lo  lembo,  e  gridò:  qual  maraviglia?  44 


CANTO  XV.  367 

Ed  io,  quando  il  suo  braccio  a  me  distese, 

Ficcai  gli  occhi  per  lo  cotto  aspetto, 

Sì  che  il  viso  abbruciato  non  difese  27 

La  conoscenza  sua  al  mio  intelletto: 

E  chinando  la  mia  alla  sua  faccia. 

Risposi:  siete  voi  qui,  ser  Brunetto?  30 

E  quegli:  o  figliuol  mio,  non  ti  dispiaccia 

Se  Brunetto  Latini  un  poco  teco 

Ritorna  indietro,  e  lascia  andar  la  traccia.  33 

Io  dissi  a  lui:  quanto  posso  ven  preco; 

E  se  volete  che  con  voi  m'asseggia, 

Faról,  se  piace  a  costui,  che  vo  seco.  36 

0  figliuol,  disse,  qual  di  questa  greggia 

S'arresta  punto,  giace  poi  cent'anni 

Senza  arrostarsi  quando  il  fuoco  il  feggia.         39 
Però  va  oltre:  io  ti  verrò  a' panni, 

E  poi  rigiugnerò  la  mia  masnada, 

Che  va  piangendo  i  suoi  eterni  danni.  42 

lo  non  osava  scender  della  strada 

Per  andar  par  di  lui;  ma  il  capo  chino 

Tenea,  com'uom  che  riverente  vada.  45 

Ei  cominciò:  qual  fortuna  o  destino, 

Anzi  P  ultimo  dì  quaggiù  ti  mena? 

E  chi  è  questi  che  mostra  il  cammino?  48 

Lassù  di  sopra  in  la  vita  serena, 

Mi  smarrii,  gli  risposi,  in  una  valle, 

Avanti  che  l'età  mia  fosse  piena.  SI 

Pur  ier  mattina  le  volsi  le  spalle: 

Questi  m'apparve,  tornando  io  in  quella, 

E  riducèmi  a  ca  per  questo  calle.  54 

Ed  egli  a  me:  se  tu  segui  tua  stella. 


368  INFERNO 

Non  puoi  fallire  a  glorioso  porto, 

Se  ben  m'accorsi  nella  vita  bella.  57 

E  s'io  non  fossi  sì  per  tempo  morto, 

Veggendo  il  Cielo  a  te  così  benigno, 

Dato  t'avrei  all'opera  conforto.  60 

Ma  quello  ingrato  popolo  maligno,  • 

Che  discese  di  Fiesole  ab  antico, 

E  tiene  ancor  del  monte,  e  del  macigno,  63 

Ti  si  farà  per  tuo  ben  far,  nimico: 

Ed  è  ragion  ;  che  tra  gli  lazzi  sorbi 

Si  disconvien  fruttare  al  dolce  fico.  66 

Vecchia  fama  nel  mondo  li  chiama  orbi , 

Gente  avara,  invidiosa,  e  superba: 

Dai  lor  costumi  fa  che  tu  ti  forbi.  69 

La  tua  fortuna  tanto  onor  ti  serba, 

Che  l'una  parte,  e  l'altra  avranno  fame 

Di  te;  ma  lungi  fia  dal  becco  l'erba.  72 

Faccian  le  bestie  Fiesolane  strame 

Di  lor  medesme,  e  non  tocchin  la  pianta, 

S' alcuna  surge  ancor  nel  lor  letame,  75 

In  cui  riviva  la  sementa  santa 

Di  quei  Roman,  che  vi  rimaser,  quando 

Fu  fatto  il  nido  di  malizia  tanta.  78 

Se  fosse  pieno  tutto  'I  mio  dimando, 

Risposi  lui ,  voi  non  sareste  ancora 

Dall'umana  natura  posto  in  bando:    '  81 

Che  in  la  mente  m'è  fitta,  e  or  m'accora 

La  cara,  buona  imagine  paterna 

Di  voi ,  quando  nel  mondo  ad  ora  ad  ora  84 

M'insegnavate  come  l'uom  s'eterna: 

E  quant'io  l'abbia  in  grado,  mentr'io  vivo. 


CANTO  XV.  369 

Convien  che  nella  mia  lingua  si  scerna.  87 

Ciò  che  narrate  di  mio  corso  scrivo, 

E  serbolo  a  chiosar  con  altro  testo 

A  donna,  che  il  saprà,  se  a  lei  arrivo.  90 

Tanto  vogl'io  che  vi  sia  manifesto, 

Pur  che  mia  coscienza  non  mi  garra, 

Che  alla  fortuna,  come  vuol,  son  presto.  93 

Non  è  nuova  agli  orecchi  miei  tale  arra: 

Però  giri  fortuna  la  sua  rota, 

Come  le  piace,  e  il  villan  la  sua  marra.  96 

Lo  mio  Maestro  allora  in  sulla  gota 

Destra  si  volse  indietro,  e  riguardommi; 

Poi  disse:  bene  ascolta  chi  la  nota:  99 

Né  per  tanto  di  men  parlando  vommi 

Con  ser  Brunetto,  e  dimando  chi  sono 

Li  suoi  compagni  più  noti  e  più  sommi.  102 

Ed  egli  a  me:  saper  d' alcuno  è  buono; 

Degli  altri  fia  laudabile  il  tacerci, 

Che  il  tempo  saria  corto  a  tanto  suono.  105 

In  somma  sappi,  che  tutti  fur  cherci, 

E  letterati  grandi  e  di  gran  fama , 

D' un  medesmo  peccato  al  mondo  lerci.  108 

Priscian  sen  va  con  quella  turba  grama, 

E  Francesco  d'  Accorso;  anco  vedervi, 

S' avessi  avuto  di  tal  tigna  brama,  1 1 1 

Colui  potei,  che  dal  Servo  de*  servi 

Fu  trasmutato  d'  Arno  in  Bacchigliene, 

Ove  lasciò  li  mal  protesi  nervi.  1 14 

Di  più  direi;  ma  il  venir  e  il  sermone 

Più  lungo  esser  non  può,  però  eh1  io  veggio 

Là  surger  nuovo  fumo  dal  sabbione.  1 17 

Uambaldi  —  Voi.  !.  24 


370  INFERNO 

Gente  vien  con  la  quale  esser  non  deggio: 

Sieti  raccomandato  il  mio  Tesoro, 

Nel  quale  io  vivo  ancora;  e  più  non  cheggio.   120 
Poi  si  rivolse,  e  parve  di  coloro, 

Che  corrono  a  Verona  il  drappo  verde 

Per  la  campagna;  e  parve  di  costoro 
Quegli  che  vince  e  non  colui  che  perde.  124 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  de'  violenti  contro  Dio  per  natura.  H  canto  può  di- 
vidersi in  quattro  parti  generali:  nella  prima  —  descrizione 
dell'entrata  nella  bolgia,  e  moltitudine  dei  dannati,  fra  i 
quali  Dante  ravvisa  un  conoscente:  nella  seconda  —  lo  stesso 
spirito  parla  a  Dante  sullo  stato  della  patria,  e  predice  a  lui 
il  futuro  destino  ei  comintio  ecc.  nella  terza —  colloquio,  ed 
apertura  d' animo  con  detto  spirito  se  fosse  ecc.  nella  quarta, 
ed  ultima  descrive  alcuni  sodomiti  del  primo  gregge  che  in- 
contrò ne  pertanto  ecc. 

Per  evitare  P  ardore  delle  fiamme  che  cadevano  dal 
ciclo,  Dante  immaginò,  che  sui  margini,  od  estremità  del- 
l'arena  fosse  uri  sentiero,  sul  quale  cadendo  le  fiamme, 
perdessero  P  ardore  smorzato  dagli  umori  del  ruscello  pres- 
so al  margine  stesso  l  un  de  margini  duri  perchè  formato 
da  sassi,  come  si  disse  nel  canto  precedente  ora  cen  porta  ci 
guida  el  fumo  del  ruscello  P  umore  o  nebbia  che  sorge  dal 
ruscello  aduggia  di  sopra  estingue  superiormente  siche  sal- 
va l  acqua  e  gli  argini  li  fa  illesi,  ed  intatti  dal  foco  foli'  ar- 
dore delle  fiamme  che  cadono.  Tali  argini  somigliano  quelli 
che  sono  vicini  alla  città  di  Burge,  e  che  resistono  all' impeto 
del  mare,  od  a  quelli  di  Padova  presso  la  città  per  far  fronte 
all'  impeto  del  fiume  Brenta.  E  qui  Dante  introduce  la  teoria 
del  flusso,  e  riflusso  del  mare,  cosi  dicendo  —  la  luna  chia- 


CANTO  XV.  371 

mala  dall'autore  regina  dell'  Inferno  move,  per  sua  natura, 
due  volte  il  mare  in  ogni  giorno,  e  cagiona  il  detto  fenomeno 
in  vcntiquatlr' ore,  come  nel  canto  XVI  del  Paradiso.  La  luna 
madre  degli  umori  come  il  sole  padre  del  calore,  attrae  l'acqua 
di  lontano  nel  modo  che  la  calamita  attrae  il  ferro.  L' attra- 
zione dell'  acqua  cagiona  il  movimento  in  Occidente,  quando 
la  luna  è  quintadecima,  del  che  fanno  le  maraviglie  anche  i 
più  esperti  marinari,  perchè  non  accade  altrettanto  in  Orien- 
te, e  nel  Mediterraneo.  L'acqua  cresce  in  Occidente  alcune 
volte  tanto,  che  fa  retrocedere  i  fiumi,  in  Londra  nell'Oceano 
occidentale  il  Tamigi  spesso  sorpassa  i  più  alti  ponti.  Ed  al 
proposito  nostro,  nelle  Fiandre  presso  l'Oceano,  il  Set- 
tentrione, scopre  qualche  volta  il  lido  per  cinque  miglia,  q 
lo  ricopre  a  sua  volta  con  tanta  velocità  pel  riflusso,  che  un 
cavallo  correndo  velocissimamente  non  potrebbe  scappare  a- 
sciutto.  Il  fenomeno  tanto  grande  si  mostra  più  spesso  nelle 
Fiandre,  perchè  terreno  di  basso  fondo,  e  d'aria  sempre  pregna 
di  vapori:  piove  qualche  volta  per  sei  mesi  continui.  Gli  abi- 
tanti più  presso  al  mare  costruiscono  argini  altissimi  per  difen- 
dersi dalle  inondazioni  del  flusso,  e  non  pertanto  spessissimo  le 
acque  marine  inondano  le  provincie.  Questo  disastro,  cui  non 
snpeano  riparare,  determinò  molti  abitanti  ad  abbandonare 
quei  luoghi,  e  venire  in  Italia.  Ma  sono  inutili  gli  esempi  anti- 
chi, mentre,  al  tempo  nostro,  uno  straordinario  riflusso  affogò 
più  di  quindici  mila  persone.  I  padovani  incitarono  spesso  i 
fiandresi  nel  riparare  l'impeto  della  Brenta,  quelli  argini  del- 
l'una,  ed  altra  parte  di  Flegctonte  eran  fatti  a  tale  imagine 
cioè  consimili  quali  i  Fiaminghi  una  volta  nomati  cimbri  te- 
mendo il  fiotto  che  ver  lor  s  aventa  il  flusso  del  mare  Oceano 
grande  e  repentino  fanno  lo  schermo  perche  l  mar  si  fuggia 
mclton  ripari  all'  impeto  marino  tra  Guizante  porto  di  Fian- 


372  INFERNO 

dra.  e  Bruggia  città  famosa  come  Venezia,  e  dove  concorre- 
vano d'ogni  parte  le  merci  d'Occidente,  e  quindi  le  navi 
molto  vi  si  fermavano  perche  l  mar  si  fuggia  si  riparava 
l'impeto  del  mare  e  quale  riparo  i  Padoani  fanno  lungo  la 
Brenta,  fiume  che  deriva  dalla  Carinzia,  e  perciò  alcuni  si- 
gnori vengono  nomati  duchi  di  Carinzia.  La  Brenta,  in  pri- 
mavera ed  allo  sciogliersi  delle  nevi  si  gonfia  anzi  che  Chia- 
rentana il  caldo  senta.  I  padovani  proveggono  al  riparo,  al- 
zando gli  argini  prima  dello  sciogliersi  delle  nevi  per  difender 
lor  ville  e  lor  castelli  dall'  inondazione.  Altrettanto  fanno  i 
ferraresi  per  ripararsi  dalle  inondazioni  del  Po.  E  resto  ben 
sorpreso,  come  Dante  non  facesse  confronto  cogli  argini  del 
Po,  fiume  il  più  nobile  d'Italia,  del  quale  tante  volte  Virgilio 
fa  menzione,  e  lode  al  par  di  Lucano.  Forse  gli  argini  del  Po 
per  la  diversa  maniera  di  lor  costruzione,  o  perchè  troppo  alti 
non  servivano  al  caso,  e  Dante  aveva  già  espresso,  che  gli  ar- 
gini dell'Inferno  non  erano  alti,  e  forli  neppure  come  quei 
di  Fiandra,  e  di  Padova  tutti  sebbene  ne  si  alti  ne  si  grossi 
lo  maestro  felli  non  li  costrusse  come  i  predetti  quale  che  si 
fosse  quasi  dicendo  —  non  so  chi  li  abbia  fatti  —  ma  qualun- 
que fosse  l'autore  fu  gran  maestro  —  ossia  Dio.  Gli  argini  di 
Fiandra,  e  Padova  dovevano  impedire  P  impelo  del  flusso  del 
mare,  o  le  acque  del  Brenta,  e  questi  riparare  l'ardore  delle 
fiamme,  che  piovevan  dal  cielo. 

Già  eravam  rimossi  da  la  selva  di  que'  disperati  et  era- 
vamo allungati  tanto  che  non  havia  visto  dov  era  non  avea 
visto  dove  mi  trovava  perche  io  mi  fossi  rivolto  indreto  quan- 
tunque mi  fossi  voltato  indietro,  non  avrei  potuto  più  scorgere 
la  selva,  dalla  quale  era  partilo.  Le  anime  de' violenti  contro 
Dio  Irovavansi  nel  principio  dell' arena,  prostrati  e  si  potevano 
vedere  dall'  estremità  della  selva.  E  non  avevamo  fatta  lunga 


CANTO  XV.  373 

strada  por  vedere  le  altre  anime  de'violenti  contro  natura  quan- 
do incontrammo  una  schiera  una  quantità  grande  di  anime  che 
venian  lungo  l  argine  rasente  l'argine  da  noi  battuto  ciascuna 
si  guardava  ciascuno  ci  guardava  maravigliato  nello  scorgere 
due  senza  pena,  andar  lentamente,  mentre  essi  correvano 
movendo  celermente  le  mani  per  iscansare  le  fiamme  come 
luno  suol  guardar  l  altro  da  sera  sotto  nova  luna  come 
quando  1'  uno  guarda  un  altro  a  luna  nuova,  che  fa  poco  lu- 
me, air  apposto  di  quando  è  piena,  che  getta  lume  quasi  di- 
urno, e  si  aguzzavan  le  ciglia  ver  noi  per  conoscerci  come 
l  vecchio  sartor  fa  nella  cruna  il  sartore  vecchio,  e  di  vista 
debole,  stringe  le  ciglia  per  rendere  la  vista  più  intensa  a 
cogliere  col  filo  nel  piccol  forame  dell' ago.  Aristotile  nel  libro 
de'Problemi  ricerca  la  ragione  di  ciò,  e  risolve,  chela  ragione 
è  simile  a  quella  de' balestrieri,  che  nelP  atto  di  scagliare  il 
dardo,  e  per  più  sicura  direzione  raccolgono  la  virtù  visiva 
stringendo  le  ciglia. 

Fra  quelle  anime  l'autore  trova  un  suo  amico  compatrio- 
ta. Era  questi  ser  Brunetto  Latini ,  che  fiorì  al  tempo  di  Dante: 
uomo  di  sommo  ingegno,  e  di  rara  eloquenza,  ma  troppo 
pieno  di  sé  medesimo.  Notaro  di  gran  nome  in  Fiorenza,  a- 
vendo  commesso  uno  sbaglio,  che  facilmente  poteva  emen- 
dare, volle  piuttosto  essere  accusato  di  falso,  di  quello  che 
sottoporsi  ad  una  ricredenza  ed  emenda  volontaria,  avendole 
per  dimostrazioni  d' ignoranza.  Fu  cacciato  perciò  da  Fiorenza 
col  bando  del  fuoco;  ma  quel  fuoco  che  scansò  vivente,  Io 
colse  in  questo  luogo,  e  di  più  rinnovò  la  infamia  del  suo 
vizio  violento  contro  natura,  cosi  adocchiato  io  Dante  tanto 
fisamente  guardato  da  cotal  famiglia  da  quella  moltitudine 
fui  conosciuto  da  un  fui  riconosciuto  da  un  tele  che  mi  prese 
pel  lembo  per  l'estremità  della  veste  in  segno  d'  amicizia  e 


574  INFERNO 

grido  qual  maraviglia  oli  chi  veggio  mai!  Brunetto  oltre 
la  maraviglia  di  veder  Dante  vivo  ancora ,  e  senza  pena  in 
quel  luogo,  ne  provava  un'altra,  di  vederlo  cioè  alzato  a  tanta 
grazia  e  gloria,  da  tentare  nel  mezzo  del  cammino  della  vita 
la  discesa  air  Inferno  per  così  nobile  oggetto,  e  fine  diverso 
dallo  scopo  del  tesoro  di  esso  Brunetto,  et  io  ficcai  l  oc- 
chio fissai  lo  sguardo  in  lui  per  ravvisarlo  per  aspetto  cotto 
benché  fosse  tutto  bruciato  quand  elio  distese  l  suo  brac- 
cio a  me  per  tirarmi  pel  lembo  della  guarnaccia,  essendo  io 
alto  suir  argine,  ed  egli  basso  nella  sabbia  si  che  l  viso  ab- 
brusciato  noi  difese  il  volto  abbruciato  non  m' impedì  la 
conoscenza  sua  al  mio  intellecto  Dante  lo  riconobbe  coir  oc- 
chio dell'intelletto  per  insegnare,  che  l'uomo  il  quale  ha 
singolari  virtù  sebbene  macchiato  di  altri  vizi,  deve  cono- 
scersi e  rispettarsi  e  chinando  la  mano  alla  sua  faccia  al- 
zandogli la  fronte  rispuosi  con  maraviglia  sete  voi  qui  ser 
Brunetto?  come  in  luogo  tanto  infame  voi  Brunetto?  Voi  vi 
siete  maravigliato  di  veder  me  vivo,  e  senza  pena  nelT  Infer- 
no, ma  io  più  mi  stupisco  di  veder  voi  sapiente  dannato  qui 
per  vizio  tanto  infame!  Usa  del  —  voi  —  in  segno  di  rispetto, 
come  a  maggiore. 

E  quei  Brunetto  risponde  captivandosi  benevolenza  o  fi- 
glio mio  ser  Brunetto  Latini  non  ti  dispiaccia  un  poco  teco 
non  ti  dispiaccia  che  sia  con  te  un  poco  —  quantunque  sia 
tutto  deformato,  ed  in  luogo  di  pena,  pure  non  ti  sia  noioso 
di  parlare  con  me  alcun  poco,  dacché  tanto  tempo  solevi  meco 
in  vita  trattenerti:  ritorna  in  dreto  gli  altri  correvano  tanto  ve- 
locemente, che  volendo  Brunetto  parlare  a  Dante,  non  avrebbe 
potuto  raggiungerli  e  lascia  andar  la  traccia  de' tuoi  com- 
pagni ,  e  camminiamo  noi  pari  passo,  io  dissi  a  lui  io  ve  prego 
quanto  posso  invece  di  camminare  insieme  mi  fermerò  anche, 


CANTO  XV.  375 

se  vi  piace  e  se  volete  che  con  voi  mi  seggio,  farollo  volente- 
rissimamente  se  piace  a  costui  che  vo  seco  se  piace  a  Virgilio, 
in  compagnia  dei  quale  vado,  ossia  s'  è  ragionevole  il  farlo, 
dovendo  parlare  con  uno  spirito  dannato,  ma  sapiente,  e  di 
tanto  oscena  materia,  o  figliuolo  disse  Brunetto  a  Dante  quale 
qualunque  di  questa  greggia  di  questi  sodomiti  s  arresta 
punto,  giace  cent  anni  senza  arostarsi  senza  che  possa  colle 
mani  allontanare  le  fiamme  quando  il  fuoco  il  fregia  lo  ab- 
brucia. Il  vizioso  che  ha  contratto  l'abito  difficilmente,  e  con 
gran  fatica  recede,  ed  io  conobbi  anche  uomini  attempati,  e 
vecchi  che  sentivano  al  vivo  tal  fatta  di  libidine.  Così  quelli 
che  si  fermano  sono  assai  più  tormentati  :  pero  va  oltre  dac- 
ché non  posso  sedermi  conte  io  ti  verro  ai  panni  ti  verrò 
dietro  vicino  all'argine,  tanto  sotto  di  te  da  sfiorarti  P abito 
colla  testa  et  poi  e  quando  avrò  teco  alcun  poco  parlato  rag- 
giungerò la  mia  masnada  la  mia  schiera  che  va  piangendo 
i  suoi  eterni  danni  eterni,  perchè  eternalmente  peccarono,  e 
rimasero  nel  vizio  ostinati.  Secondo  i  riguardi  doveva  prece- 
dere Brunetto  sull'argine,  e  Dante  venir  dopo  nelP arena;  ma 
perchè  Dante  era  impedito  dalle  fiamme  suppliva  cogli  spessi 
inchini,  io  non  osava  scender  de  la  strada  scendere  dall' ar- 
gine per  andar  par  di  lui  insieme  con  lui  nella  sabbia  ma 
tenia  il  capo  chino  come  homo  che  vada  riverente  dobbia- 
mo sempre  onorar  la  virtù,  ma  trattar  di  corto  cogP infami, 
per  non  contrar  macchia  dal  loro  consorzio. 

Ei  comincio  seconda  parte  generale,  qual  fortuna  o  de- 
stino quale  costellazione,  o  predestinazione  ti  mena  qua  giù 
nelP  Inferno  anzi  l ultimo  di  prima  di  morire  et  chi  e  questi 
che  mostra  il  camino  e  deve  essere  virtuoso  e  valente,  se 
ti  conduce  quaggiù  senza  pena  fra  tanti  dannati,  rispuos  io  a 
lui  io  Dante  risposi  a  Brunetto  io  mi  smarrii  in  una  valle 


376  INFERNO 

cioè  nella  selva,  come  nel  1°  canto  quando  dice  che  la  diritta 
via  era  smarrita  ma  non  perduta  la  su  di  sopra  nel  mondo 
de' viventi  in  la  vita  serena  in  confronto  a  questa  vita  sul- 
l'arena ardente  avanti  che  l  età  mia  fosse  piena  prima  del 
mezzo  del  cammin  della  vita,  ovvero  nella  mia  prima  gioventù 
pur  her  mattina  nella  prima  ora  del  giorno,  quando  il  sole 
entrava  in  Ariete  come  nel  primo  canto  tempo  era  dai  prin- 
cipio del  mattino:  ti  è  forza  dunque  ritenere  che  Dante  stesse 
un  giorno  solo  nell'Inferno  li  volsi  le  spalle  alla  detta  selva, 
o  valle,  perchè  cioè  fuggì  dai  vizi  questi  Virgilio  m  apparse 
tornando  in  quella  mentre  tornava  alla  \a\leereducemi  a  ca 
alla  patria  celeste  per  questo  calle  per  questa  contemplazione. 
et  elli  a  me  Brunetto  mi  disse  tu  non  puoi  fallare  al  glorioso 
porto  tu  arriverai  certo  alla  beatitudine  se  tu  segui  tua  stella 
Dante  nacque  sotto  Gemini  nell'atto  che  il  sole  s'alzava,  e 
quindi  in  buon  punto,  come  si  dirà  nel  Paradiso  canto  XXII. 
se  ben  m  accorsi  nella  vita  bella.  E  qui  sembra  dare  giudizio 
astrologico,  e  veramente  Brunetto  ebbe  qualche  cognizione 
anche  di  astrologia;  ma  parla  dubitativamente,  perchè  voleva 
esser  cauto,  e  prudente,  lo  credo  per  altro,  che  i  giudici  astro- 
logici fossero  meglio  fondati  sulla  fisonomia,  la  quale  non 
pertanto  è  spesso  fallace;  Brunetto  aveva  conosciuto  l' indole 
buona  di  Dante  ancora  fanciullo,  e  poteva  preconizzare  bene 
di  lui  et  arrei  dato  conforto  ali  opra  veggendo  il  Cielo  cosi 
benigno  a  te  se  fossi  più  a  lungo  vissuto  ti  avrei  incoraggilo 
a  questa  grand'  opera  scorgendoti  così  ben  influenzato  dal 
cielo  s  io  non  fossi  si  per  tempo  morto  prima  che  l' avessi 
intrapresa. 

Ma  quello  Brunetto  preconizza  a  Dante  l'avversa  fortuna, 
che  spesso  si  mostra  tale  ai  virtuosi:  cosi  Roma  verso  Scipio- 
ne, cosi  Atene  verso  di  Teseo.  Molti  sostengono,  che  questo 


CANTO  XV.  377 

canto  sia  facile,  e  piano,  ed  a  me  sembra  l'opposto;  perchè 
seguendo  le  cronache  fiorentine  si  corre  in  errori,  come  si 
vede  nelle  cronache  delle  altre  città,  di  Ravenna,  di  Genova, 
di  Venezia,  e  di  Napoli.  Molto  più  indurranno  in  errore  le 
cronache  fiorentine  stese  da  uomini  innamoratissimi  della  pa- 
tria, ed  eloquentissimi.  Asseriscono  infatti,  che  Fiesole  si  fon- 
dò da  Atlante,  il  quale,  secondo  i  suggerimenti  del  suo  grande 
astronomo  Apollo,  volle  fondare  una  nobilissima  città,  in  ot- 
timo luogo  d'Italia,  e  fu  per  questo,  che  Fiesole  fu  sempre  a- 
mica  de' romani;  del  pari  scrivono,  che  di  Fiesole  fu  Dardano, 
il  primo  fondatore  di  Troja,  e  così  molte  altre  cose  immaginate, 
e  non  vere,  imperocché  Atlante  non  fu  che  grande  astronomo, 
e  si  finge  che  portasse  il  cielo  sulle  spalle  per  questo;  ma  Er- 
cole lo  superò.  Atlante  non  è  mai  stato  in  Italia,  non  trovan- 
dosi in  alcuna  storia,  e  molto  meno  Apollo.  La  città  di  Fiesole 
poi  non  fu  mai  né  nobile,  né  famosa,  anzi  di  lei  è  fatta 
scarsa  menzione.  Tutto  dunque  fu  immaginato  per  magnificare 
la  origine  di  Fiorenza.  Livio  scrive,  che  Annibale  tra  Fiesole, 
ed  Arezzo  soffrì  terribile  tempesta,  ed  il  sito  era  alpestre,  a- 
spro,  sterile;  onde  Radagaso  re  de/ goti  perì  di  fame,  e  di  fred- 
do insieme  cogl'  innumerevoli  suoi  barbari  ne' monti  di  Fie- 
sole. Ma  perchè  mi  perdo  nel  cercare  antichi  argomenti?  Scrive 
il  moderno  poeta  Boccaccio  da  Certaldo,  che  i  sassi  del  monte 
di  Fiesole  color  di  piombo,  quando  si  rompono,  con  nuovi 
incrementi  si  riuniscono,  e  si  restaurano  da  per  sé  stessi.  E 
se  ciò  è  vero,  appare  chiaro  di  qual  natura  siano  que' fiori  di 
gentilezza,  che  germogliano  da  simile  radice.  Dardano  poi 
non  fu  di  Fiesole,  ma  di  Corinto,  come  altrove  si  disse.  Rispetto 
all'  amicizia  ed  inimicizia  coi  romani  scrive  Floro  —  Trionfam- 
mo  de'fiesolani  — ,  per  esprimere  i  deboli  trionfi  de' romani. 
Ed  al  tempo  di  Catilina  quei  di  Fiesole  ebbero  parte  nelP  ini- 


378  INFERNO 

quissima  congiura.  Ad  onta  di  tulio  ciò  non  può  negarsi,  che 
Fiesole  non  sia  mollo  antica.  Ritengon  alcuni,  che  non  avesse 
fondatore,  e  che  si  chiami  Fiesole  da  Fie-sola,  cioè  fallasi  da 
sé.  É  una  soperchieria  trarre  argomento  di  antichità,  e  po- 
tenza dall' ignoranza  di  chi  la  fondasse,  ed  inqual  tempo  fosse 
fondata.  Quante  origini  di  nobili  città  sono  ignorate?  lo  tengo 
per  fermo,  che  se  Fiesole  fosse  stala  tanto  nobile,  come  si 
pretende,  gli  antichi  scrittori,  e  storici  non  l'avrebbero  cer- 
tamente dimenticata.  Vogliono  anche,  che  Cesare,  con  dodici 
condottieri  romani,  tenesse  l'assedio  a  Fiesole  persene  anni, 
e,  finalmente  presala,  la  rovesciasse  dai  fondamenti,  e  colle 
macerie  incominciasse  a  costruire  Fiorenza  coll'ajuto  de'ro- 
manij  e  fiesolani,  come  avvenne  di  Roma,  per  cui  Fiorenza 
sia  slata  rispettata  da  Cesare  nelle  guerre  civili.  Ma  il  più  ri- 
dicolo si  è  V  affermare,  che  Lucano  facendo  menzione  di  Sarno 
abbia  parlato  d' Arno.  Come  allora  avrebbe  potuto  Cesare  per- 
dere il  tempo  nella  costruzione  di  Fiorenza,  quel  tempo  della 
pestifera  congiura,  se  accusato,  se  ne  purgò  per  la  testimo- 
nianza di  Quinto  Cicerone  fratello  di  M.Tullio  Cicerone  allora 
console?  E  come  mai  i  romani  avrebbero  speso  tanto  tempo 
neir espugnare  Fiesole  piccola  città  nell'epoca  in  cui  Roma 
aveva  tanto  potere,  che  soggiogò  in  quattro  anni,  colla  guerra 
sociale,  tutti  i  popoli  dell'  Italia,  sottoponendoli  al  giogo  ro- 
mano? E  come  Fiorenza,  che  appena  nasceva  potè  poi  trovarsi 
nel  partito  di  Cesare?  Sarno  è  cosa  diversa  dall'Arno  come 
altrove  si  dirà.  Chi  edificasse  Fiorenza  lo  ignoro;  ma  non  ere- 
do  che  fosse  così  nomata  da  Fiorentino  nobile  cittadino  di  Ro- 
ma, uè  pei  floridi  campi,  come  altri  vogliono.  Plinio  afferma, 
che  Fiorenza  una  volta  si  chiamò  Fluenzia.  Dante  non  vuole 
che  abbia  avuto  origine  da  Fiesole,  ma  quando,  in  che  modo, 
o  per  mezzo  di  chi  fosse  edificata, confesso  di  non  saperlo. 


CANTO  XIV.  379 

Ma  quello  —  popolo  fiorentino  ingrato  eonlro  di  Dante, 
perchè  non  conoscendo  la  costui  virtù,  lo  tenne  ingiustamente 
in  perpetuo  esilio  maligno  perchè  malignamente  eccitatoci 
discese  dà  Fiesole  ab  antiquo  che  venne  da  Fiesole  antica- 
mente; ed  avverti  che  P  autore  non  parla  qui  -storicamente, 
ma  allegoricamente  in  altro  senso.  Leggiamo  nella  storia  del 
beato  Romolo,  che  Pretro  mandò  a  predicare  ai  fiesolani  uo- 
mini maligni,  e  distrutta  la  città  dai  romani  sorse  Fiorenza,  e 
così  vuole  significare  1*  autore,  Otte  i  fiorentini  conservano 
ancora  gli  aitimi,  e  costumi  di  tali,  equindi  aggiunge  e  tiene 
ancor  del  monte  e  del  macigno  e  così  allegoricamente  signi- 
fica, che  i  fiorentini  tuttora  conservano  la  durezza,  l'audacia, 
la  malizia,  e  rapacità  montane,  come  per  Io  più  sogliono  es- 
sere i  montanari,  che  poco  diversificano  dai  loro  orsi,  o  ci- 
gnali. I  pianeggiarli  all'  incontro  hanno  sangue  di  rana  o  di 
biscia.  Il  macigno  è  sasso  arido,  e  liscio,  e  figura  la  invidia, 
come  nel  Purgatorio  canto  XIX  ti  si  farà  per  tuo  ben  far  ne- 
micó'in  mercede  de'mferiti  tuoi  ti  scaccierà  dalla  patria  et  e 
ragion  che  perchè  al  dolce  fico  se  disconvien  fructare  pro- 
durre, fruttificare  tra  lazzi  sorbi  tra  sorbi  acerbi. 

Abbiamo  dalle  cronache  fiorentine  che  nell'  anno  1117  i 
pisani,  in  quel  tempo  molto  poteriti  nel*  mare,  allestissero 
molte  navi  pel  conquisto  dell'  isola  di  Maiorica  posseduta  dai 
saraceni;  ma  mentre  erano  ih  cammino,  ecco  presentarsi  quei 
di  Lucca  ed  assalire  i  pisani:  l'armata  credette  quindi  di  far 
ritorno  sollecito,  perché  fa  città  non  fosse  dai  lucchesi  di- 
strutta. Ma  non  volendo  recedere  dal  fissato  disegno ,  anche 
per  non  pèrdere  nome,  e  la  immensa  spesa  incontrata,  tenuto 
consiglio  alla  presta  spedirono  messi  ai  fiorentini  loro  amici, 
perchè  assumessero  la  custodia  della  città.  I  fiorentini  di  buon 
grado  assunsero  di  difendere  Pisa,  e  tosto  spedirono  cavalli, 


580  INFERNO 

e  pedoni,  e  si  piantarono  gli  accampamenti  due  miglia  lungi 
dalla  città.  Prudente,  e  cauto  il  podestà  di  Pisa  ordinò,  che 
nessuno  de*  fiorentini  entrasse  in  città,  ed  un  tale,  che  volle 
sprezzare  il  comando,  fu  tratto  alla  morte.  Ma  i  più  vecchi  di 
Pisa  pregavano  il  podestà  di  rimettere  la  pena  a  quel  misera- 
bile, od  almeno  che  non  fosse  ucciso  dentro  del  loro  territorio. 
Sospesa  per  poco  la  esecuzione,  il  podestà  fece  occultamente 
comprare  un  campo  fuori  del  territorio  a  nome  de' fiorentini, 
ed  ivi  fece  appiccar  per  la  gola  il  condannato.  Tornati  i  pisani 
dal  glorioso  conquisto  di  Maiorica  resero  grazie  ai  fiorentini 
pel  prestato  liberale  servigio,  e  loro  offersero  di  scegliere  tra 
gli  oggetti  della  vittoria  quanto  avessero  creduto,  o  le  porte 
di  bronzo,  o  le  colonne  di  porfido  trasportate  dall'  isola.  I 
fiorentini  addimandarono  le  colonne,  ma  i  pisani  per  invidia 
le  bruciarono,  e  fasciate  di  scarlatto,  sotto  pretesto  di  onore, 
e  di  maggior  pompa,  le  consegnarono  ai  fiorentini.  Questi  alla 
presenza  di  molti,  svestendo  il  dono,  e  scoperta  la  frode,  si 
dice  che  gridassero.  — Quanto  siam  stati  ciechi  nel  confidare 
in  volpi  pisane,  che  non  conoscono  che  la  frode!  —  Di  qui  il 
ditterio  di  fiorentini  ciechi,  e  le  colonne  furono  collocate  a- 
vanti  la  porta  di  s.  Giovanni,  dove  sono  tuttora.  Ma  io  non 
sono  persuaso  del  racconto  a  giustificare  quel  ciechi  imperoc- 
ché se  furono  ingannati  da  coloro  in  cui  avevano  ragione  di 
fidare,  e  cui  resero  tanto  segnalato  servigio,  non  veggo  qual 
cecità  sia  questa.  —  Altri  vogliono,  che  sian  chiamati  ciechi, 
perchè  Annibale,  nella  inondazione  dell'Arno,  perdette  un  oc- 
chio, come  scrive  Boccaccio  nel  suo  libro  de'Monti,  e  de'Fiumi. 
Ma  questa  non  è  la  mente  di  Dante,  perchè  parla  di  Fiorenza 
più  male  che  può.  lo  riterrei  che  i  fiorentini  si  mostrassero 
ciechi  allora  solo,  che  credettero  ad  Attila,  secondo  quanto 
si  disse  al  canto  XII.  Colle  orecchie  mie  udii  un  fiorentino  e- 


CANTO  XV.  381 

spormi  una  bella  interpretazione  di  quel  ciechi,  sebbene  fuori 
della  intenzione  dell'autore:  disse  costui  essere  i  fiorentini  cie- 
chi attivamente»  perchè  rendono  gli  altri  ciechi,  vecchia  fa- 
ma li  chiama  orbi  nel  mondo  allegoricamente  ciechi  di 
mente,  perchè  al  contrario  di  virtù  operarono  gente  avara 
invidiosa  e  superba  tre  vizi  accennati  da  Dante  nel  canto  VI 
fa  che  tu  ti  forbì  dai  lor  costumi  ti  purghi  dai  costumi  vergo- 
gnosi di  tal  popolo  maligno. 

La  tua  fortuna  costellazione,  influsso  di  cielo  tanto 
honor  ti  serba  che  l  una  parte  e  l  altra  scacciarne,  e  scacciata, 
o  bianca  e  nera  avrà  fame  di  te  desiderio  di  averti  per  lei  ; 
Ma  ciò  non  avverrà,  perchè  tu  farai  parte  da  te  solo,  come 
nel  Paradiso  canto  XVIII  ma  lungi  fia  dal  becco  l  herba  ma 
quelle  arpie  rapaci  macchieranno  la  tua  fama,  e  dopo  si  or- 
neranno, e  si  glorieranno  di  te  facciano.  Brunetto  dalle  dette 
cose  preconizza,  che  le  parti  si  strazieranno  a  vicenda,  fuori 
di  Dan  le,  ch'ebbe  un'origine  ben  diversa  da  Fiesole.  Scrive 
Boccaccio  nella  vita,  e  costumi  di  Dante  che  dopo  la  puma  di 
Fiorenza  cagionata  da  Attila,  alcuni  antichi  nobili  Fiorentini 
radunati  a  consiglio  spedirono  ambasciatori  a  Carlo  Magno  al- 
lora in  Roma,  perchè  aiutasse  la  riedificazione  di  Fiorenza,  e 
mandasse  armi,  ed  armali  contro  quei  di  Fiesole  loro  nemici. 
Così  fu  fatto.  E  vennero  di  Roma  alcuni  dell'  antica  nobilissi- 
ma stirpe  Frangipane,  da  cui  discesero  gli  Elisoi ,  e  dagli  Elisei 
gli  Aldighieri,  de' quali  fu  Dante,  come  si  dirà  nel  canto  XV 
del  Paradiso.  Dunque  l'autore  proveniva  da  sangue  romano. 
le  bestie  fiesolane  i  fiorentini  bestiali  per  loro  costumi  bru- 
tali facciano  strame  sterco  et  ledo  di  lor  medesimi  e  si  op- 
primano, e  si  calchino,  e  si  strazino  da  loro  stessi  e  lancino 
star  la  pianta  romana  la  nobile  progenie  di  Roma  s  alcuna 
buona  pianta  surga  ancora  nel  lor  letame  si  alzi  ancora  dal 


382  INFERNO 

lor  carname  in  cui  nella  qual  pianta  reviva  ripulluli  la  se- 
menza  saera  od  alma,  perchè  Roma  dicesi  alma  città  di  quei 
romani  die  vi  rimason  quando  fu  facto  l  nido  di  malitia 
tanta  di  quelli  mandati  perla  riedificazione  di  Fiorenza.  E  di 
vero  i  fiorentini  si  ritengono  più  maligni,  che  lussuriosi,  eia 
malizia  è  peggiore  pel  freddo  calcolo  con  cui  si  opera:  avvero 
prendi  malizia,  come  la  prende  il  volgo  per  frode. -i 

Se  fossi  tutto  terza  parte  generale:  dice  Dante  a  Brunetto 
voi  non  saresti  ancora  posto  in  bando  della  fiumana  na- 
tura  non  saresti  per  anche  morto  se  l  mio  domando  fosse  tutto 
pien  se  il  mio  pregare  fosse  del  tutlo  esaudito.  Il  sapiente  si 
duole  della  mancanza  di  altri  sapienti ,  sapendo  quanto  costi 
l'addivenir  tale.  Ecco  perchè  il  filosofo  Teofrasto  morendo, 
accusava  la  natura  che  accordò  lunga  vita  alle  bestie,  e  ne 
diede  una  tanto  corta  all'uomo,  mentre  la  vita  di  questi  è 
tanto  agli  altri  vantaggiosa,  che  la  imagine  paterna  di  voi 
bona  et  cara  m  e  fitta  nella  mente  mi  ricordo  ancora  del  vo- 
stro paterno  affetto  et  or  m  accora  mi  contrista  la  vostra  fac- 
cia che  veggo  tanto  arsa,  e  bruciata  quando  m  insegnavate 
al  mondo  a  hora  a  hora  di  quando  in  quando.  Brunetto  non 
solo  a  Dante,  ma  insegnava  a  molti  altri  giovani,  alcuni  dei 
quali  divennero  per  eloquenza  chiarissimi  come  Ihuom  se- 
terna.  L'uomo  colla  scienza  si  eterna  in  due  maniere,  nell'una 
in  questo  mondo  per  fama,  onde  Ovidio  —  L'uomo  si  fa  Dio 
non  mancandogli  fama  —  nell'altra,  entrando  nella  patria  ce- 
leste dove  la  gloria  è  eterna:  la  gloria  mondana  dovrebbe  dirsi 
piuttosto  perpetua,  di  quello  che  eterna.  Dante  vorrebbe  per 
gratitudine  redimere  la  infamia  di  Brunetto:  conviencìie  nella 
mia  lingua  si  cerna  nell'  opera  mia  si  contenga  la  vostra  lode 
mentre  io  vivo  durante  la  mia  vita  nel  mondo  quanto  l  ab- 
bia in  grato  finché  durerà  la  mia  gratitudine,  et  io  scrivo 


CANTO  XV.  383 

nella  mia  memoria  per  poi  eternarlo  ne!P  opere  do  che  nar- 
rate di  mio  corso  della  mia  fortuna  e  Servolo  con  l  altro  testo 
con  quanto  mi  disse  Ciacco  e  Farinata.  Perciò  a  glossar  a 
spiegarlo  con  donna  con  Beatrice  che  Isappia  — glossar  —  a 
sa  lei  arrivo  se  Dio  mi  darà  grazia  di  sortir  da  questo  Infer- 
no, e  dal  Purgatorio  giunga  al  Paradiso,  farò  allora  menzione 
della  mia  fortuna.  E  difatti  nel  canto  X.YII  del  Paradiso  intro- 
duce uno  spirito  abitatole  dj  Marte,  e  della  sua  schiatta,  che 
gli  manifesta  apertamente  il  corso  di  fortuna  per  mezzodì 
Beatrice,  quale  predizione  era  stata  oscura  negli  altri,  tanto 
voglio  che  sia  manifesto >.per  vostro  contento  eh  alla  fortuna 
alle  vicendee  colpi, di  fortuna  son  presto  come  vuol.  Edi  vero 
egli  fece  come  disse,  perchè  coraggiosamente  sopportò  le 
sventure  —  V esiglio  —  la  povertà— ria  mancanza  di  libri  — 
la  perdita  degli  amici  —  la  peregri naziwie — la  cura  delle  cose 
domestiche  —  la  detrazione  degli, emuli,  purghe  conscienza 
non  mi  garra  pur<?bè  non  abbia  rimorsa  di  coscienza  per  ille- 
cite azioni  tale  arra  tale  caparra  non,  e  nova  alle  orecchie  mie 
caparra  è  pegno  di  contratto  da  farsi,  come  il  vaticinio  avviso 
di  quantaavyerrà pwagirì  fortuna  la  sua  rota  come  li  piace 
faccia  fortuna  quanto  vuole. o  quanto,  può  di  peggio,  contro  di 
me,  dicendo  essa         .    .  .  ,  ;. 

Quella  son  io  Fortuna,  e  sola  il  mondo 
.    Reggo,  e  miei  donj  reco,  ola  sventura. 

Inalzando  il  mortale,  o  A  suol  premendo. 

•    •       •  .  •  '  -  

Come  regina  siede- sul  la  ruota,  e  stringe  lo  scettro,  ed  e- 
sercita  il  poter  suo  sulle  cose  tutte  del  mondo,  ma  nulla  può 
suir  animo  del  sapiente  e  Ivillan  la  sita  marra  e  lo  stesso 
villano  gli  è  dipendente  movendo  la  marra.  Ovvero  allegorica- 
mente—  ciascuno  faccia, il  debito  suo,  (Cambi  il  cielo,  cam- 
bino gli  uomini;  io  non  cambierò  ;  imperocché  P  uomo  sapiente 


384  INFERNO 

secondo  Seneca*è  simile  al  mare,  che  non  muta  né  sapore, 
né  colore,  sebbene  prenda  nel  suo  seno  le  acque  de' laghi, 
de'  fiumi,  e  de'  fonli. 

Lo  mio  maestro  si  volse  allora  in  dreto  su  la  gota  de- 
stra Virgilio,  che  mi  precedeva  si  volse  indietro  dalla  parte 
destra,  perchè  era  sull'argine  destro  ad  ascoltar  Dante  tanto 
magnanimo  contro  l'avversa  fortuna  e  riguardami  con  occhi 
di  contento,  e  di  plauso:  poi  disse  bene  ascolla  chi  la  nota 
non  parlasti  a  sordi:  avrai  lode  se  farai  quanto  dicesti:  il  sa- 
piente al  dir  di  Tolomeo  è  dominato  dagli  astri  — :  perchè  poi 
i  sapienti  sono  pochissimi,  e  gì'  ignoranti  senza  numero,  così 
sono  pochissimi  quelli  che  la  possano  contro  de]  cielo,  e  della 
fortuna. 

Non  pertanto  quarta,  ed  ultima  parte  generale  non 
pertanto  di  meno  sebbene  Virgilio  si  fosse  voltato  indietro 
per  lusingarmi,  non  pertanto  io  tralasciai  di  discorrere  con 
Brunetto  parlando  vommi  con  ser  Brunetto  omesso  l'argo- 
mento di  mia  fortuna  et  dimando  chi  sono  li  suoi  compagni 
più  noti  e  più  sommi  più  macchiati  notevolmente  da  questa 
turpitudine,  et  elli  a  me  Brunetto  mi  rispose  elle  borio  saper 
d  alcuno,  e  tacer  degli  altri  sia  laudabile  è  indegno  infamare 
di  sì  vii  colpa  che  l  tempo  siria  corto  a  tanto  suono  e  sarebbe 
corto  il  tempo  per  tanta  descrizione  in  somma  —  sappi  che 
tutti  fuor  cherci  tutti  furono  chierici ,  o  letterati  grandi  e  di 
gran  fama  sommi,  e  famosi.  Non  ritenere,  che  ogni  letterato 
sia  chierico,  perchè  Dante  tosto  soggiunge  e  letterati.  Né  ri- 
tenere egualmente  che  tutti  i  pederasti  siano  chierici  tutti  fuor 
cherci  e  letterati.  Dante  voleva  sapere  de'  compagni  di  Bru- 
netto, che  fu  gran  letterato  famoso  del  tempo  suo,  e  li  distin- 
gue da  altri  violenti  contro  natura,  e  de' quali  parlerà  nel 
canto  seguente.  I  ricercati  da  Dante  avevano  colpe  men  gravi 


CANTO  XV.  385 

cherci,  e  letterati  dico  lerci  e  macchiati  dxm  medesimo  pec- 
cato contro  natura  al  mondo  in  vita  loro.  Meglio  per  costoro 
se  avessero  presa  moglie»  o  più  mogli,  secondo  la  legge  di 
Maometto  ! 

Ecco  alcuni  speciali  pederasti.  Prisciano  monaco,  che 
addivenne  apostata  per  maggior  fama,  e  gloria,  come  accade  y 
di  molti ,  che  bestemmiano  la  fede  per  farsi  nome  di  filosofi. 
Gallieno  disse ,  che  fra  i  cristiani  non  vi  erano  sapienti  —  Pri- 
sciano fu  anche  distinto  per  eloquenza:  era  dottore,  stese  una 
grammatica,  e  corrèsse  le  grammatiche  anteriori:  fu  orato- 
re e  storico  molto  reputato.  Priscian  sen  va  correndo  co- 
gli altri  sotto  la  pioggia  di  fiamme  con  quella  turba  grama 
coi  grammatici ,  o  tristi  pedagoghi.  Gramo  fra  i  lombardi 
suona  tristo.  Si  ritengono  poi  più  degli  altri  macchiati  da  tale 
laidezza  quelli  che  sono  oziosi,  divoratori  di  cibi  i  più  ecci- 
tanti, e  senza  moglie:  anche  i  letterati,  e  per  lo  più  gl'istrut- 
tori della  gioventù,  e  fra  questi  Accursio  fiorentino,  ma  che 
lesse  in  Bologna  la  maggior  parte  di  sua  vita.  Del  pari  Odo- 
fredo  degli  Odofredi  bolognese,  chiarissimo  dottore.  Accursio 
fingendosi  malato  per  febbre,  e  facendosi  ogni  di  visitare  dal 
medico,  si  chiuse  in  casa,  e  si  diede  a  corpo  morto  a  com- 
mentare il  corpo  del  diritto  romano.  Odofredo  scoperto  l'in* 
ganno,  ed  altamente  dolendosi,  scrisse  molto  più  di  lui,  ma 
troppo  tardi.  Il  figlio  di  Accursio  —  Francesco  ebbe  febbre 
più  laida  del  padre,  e  Francesco  d Accorso  anco.  Lagnansi  mol- 
ti, che  Dante  abbia  in  questo  canto  infamati  tanti  illustri  perso- 
naggi, e  confesso  che  la  prima  volta,  leggendo  il  canto,  io  pure  */ 
fui  preso  da  sdegno.  Ma  Dante  conosceva,  che  il  vizio  aveva  /^ 
presa  troppa  radice,  e  nel  1375 mentre  io  in  Bologna  leggeva 
questo  libro  m'accorsi,  che  tra  miei  uditori  sorgevano  faville 
dalle  ceneri  di  Sodoma,  e  non  sapendo  più  tollerare  l'ardenza 

Kambildi  —  Voi.  i.  ss 


X 


386  INFERNO 

che  minacciava  ogni  pudore  non  senza  mio  grave  pericolo  ri- 
corsi air  Eminentissimo  sig.  Cardinale  Pietro  Biturcense,  al- 
lora Legato  di  Bologna,  il  quale  detestando,  come  tutti  i  buo- 
ni, quella  brutale  passione,  comandò,  che  si  procedesse  con- 
tro i  più  noti,  e  più  sfacciati,  come  avvenne,  e  molti  spaven- 
tati si  sottrassero  al  meritato  castigo.  Se  il  processo  affidato  ad 
un  sacerdote  macchiato  del  vizio  stesso ,  contro  cui  doveva  pro- 
cedere, non  fosse  stato  viziato,  anzi  falsato,  molti  colpevoli  si 
sarebbesi  consegnati  alle  fiamme.  Per  questo  incorsi  nell'o- 
dio di  molti,  ma  la  divina  giustizia  sin  qui  mi  protesse. 

Brunetto  nomina  Andrea  de' Modi  vescovo  di  Fiorenza, 
uomo  il  più  imbecille,  o  pazzo  che  fosse»  il  quale  predicando 
al  popolo  >  diceva  tali  ridicolaggini  da  farsi  zimbello  alla  ple- 
baglia—  p.  e.  —  La  provvidenza  di  Dio  è  come  il  sorcio,  che 
nascosto  nella  trave,  vede  quanto  si  fa  nella  casa,  e  non  è 
veduto  da  alcuno  —  la  grazia  di  Dio  è  come  lo  sterco  delle 
capre,  che  cadendo  dall'alto,  si  sparge  in  molte  parti  —  La 
potenza  di  Dio  è  come  il  seme  di  questa  rapa  (e  toglie  va  si  di 
sotto  il  manto  una  rapa  grossissima)  piccolissimo  il  seme, 
grandissimo  il  frutto.  Un  imbecille  di  tal  fatta  fu  non  pertanto 
un  pederaste  et  potei  vedervi  in  quella  turba  d'anime  che  velo- 
cemente correvano  colui  il  vescovo  Andrea  che  fu  trasmutato 
damo  in  bacchiglione  da  vescovo  fiorentino  fu  traslata  lo  alla 
sede  di  Vicenza.  L'Arno  fiume  passa  per  Fiorenza,  il  Bacchi- 
glione per  Vicenza.  Accenna  Dante  questa  traslazione  per  far 
nota  un'  altra  indegnità  di  Andrea,  il  quale  predicando  nella 
vecchia  chiesa  disse — signori, e  signore  vi  raccomando  monna 
Tessa  mia  cognata  che  presto  va  a  Roma:  fu  dessa  per  verità 
molto  carnale,  e  lussuriosa»  ma  ora  è  pentita,  e  va  ad  acqui- 
starsi indulgenza. — Tommaso  fratello  di  Andrea,  giurista  ce- 
lebre, vergognando  non  solo  della  fraterna  ignoranza ,  ma  ben 


CANTO  XV.  387 

anche  dell'impudente  vizio  di  sodomia  che  tanto  lo  infamava, 
si  adoperò  con  Nicolò  degli  Ursini  allora  papa,  ohe  lo  al* 
lontanò  sino  a  Vicenza  che  dal  servo  de  servi  dal  papa,  che 
così  si  chiama,  dopo  che  s.  Gregorio  fu  il  primo  a  darsi  tale 
titolo  dove  nella  qual  città  di  Vicenza  lascio  li  mal  protesi 
nervi  i  nervi  che  male  si  stesero  a  sodomia.  Altri  spiegano, 
che  i  nervi  tendendosi  nell'atto  di  morte,  malamente  costui 
morì,  come  malamente  visse;  o  perchè  fu  podagroso,  mala- 
mente stese  i  suoi  nervi  morendo.  Ma  io  tengo  per  fermo,  che 
l'autore  guardasse  alla  corporea  disposizione  air  infame  vizio 
nel  quale  malamente  visse,  e  malamente  morì,  se  avessi  avuto 
di  tal  tigna  brama  se  avessi  avuta  smania  di  sapere  più  oltre 
in  tanto  infame  materia  di  più  direi  di  molti  altri  chierici, 
e  letterati  sodomiti  ma  il  venire  e  l  sermone  non  può  esser 
più  longo  ma  mi  è  forza  tornare  al  mio  corso  pero  eh  io  veg- 
gio novo  fumo  surger  dal  sabione  veggo  sorgere  nuovo  fuoco, 
essendo  il  fumo  indizio  certo  di  fuoco:  per  fumo  può  inten* 
dersi  anche  il  puzzo  di  sodomia  la  lontano.  E  sopraggiungeva 
di  fatti  altra  schiera,  che  più  gravemente  peccò,  e  quindi  era 
più  crudelmente  tormentata,  come  si  dirà  nel  canto  seguente; 
gente  vien  con  le  quali  esser  non  deggio  perché  di  setta  di* 
versa.  Brunetto  Latini  aveva  fatta  un'  opera  in  prosa,  in  lingua 
francese  che  divise  in  tre  libri,  e  nel  primo  trattò  delle  0096 
operate  nell'antico,  e  nuovo  Testamento  —  delle  età  del  mOO* 
do  —  dei  regni  —  delle  genti  —  de'  profeti  —  degli  apostoli 
—  della  dotazione  delle  chiese,  —  della  traslazione  dell'im- 
pero romano  —  de*  galli  —  degli  alemanni  —  della  posizione , 
e  confini  delle  provincie  —  degli  elementi  —  de' pesci  —  degli 
uccelli,  —  de' serpenti  —  degli  animali  in  genere:  nel  secondo 
trattò  dell'etica  di  Aristotile,  delle  virtù,  e  de'  vizi:  nel  terzo 
della  rettorica  di  Tullio  —  e  dell'  eloquenza  secondo  Parte,  e 


388  INFERNO 

del  modo  di  reggere,  e  governare  le  città,  e  regni.  La  prima 
parte  nomò  moneta  d  uso:  la  seconda  pietra  preziosa:  la  ter- 
za purissimoro.  Compose  anche  un  altro  libretto,  che  chiamò 
piccolo  Tesoro,  o  Tesoretto,  in  volgare  italiano  e  ritmico — de? 
costumi  — dei  casi  — della  mobilità  della  fortuna,  e  stato  uma- 
no. Ora  Brunetto  nel  partire  raccomanda  a  Dante  siati  racco- 
mandato il  mio  tesoro  V  opera  prima,  maggiore,  che  noma 
Tesoro,  quasi  unione  di  molte  cose  preziose;  e  nel  proemio 
di  tal  libro  somiglia  l'opera  ad  un  favo  composto  dal  meglio 
de'  fiori,  poi  si  rivolse  dette  tali  parole  verso  i  compagni  che 
velocemente  gli  vennero  incontro  et  parve  di  coloro  del  nu- 
mero di  quelli  che  corrono  a  Verona  l  drappo  verde.  Nella 
prima  domenica  di  quaresima  in  Verona  ogni  anno  uomini  a 
piedi  corrono  verso  di  un  pallio  verde,  premio  a  chi  corre  di 
più.  Come  a  quel  pallio  in  Verona  si  corre  velocemente  in  mez- 
zo allo  schiamazzo,  ed  eccitamento  degli  spettatori  coll'avidità 
del  premio,  cosi  corrono  i  sodomiti  nell'arena  per  timore  di  es- 
sere colti  dalle  fiamme  che  cadono  sopra  di  essi  e  parve  quei 
che  vince  quello  che  arriva  al  premio  non  colui  che  perde  Bru- 
netto doveva  molto  più  correre  per  arrivare  i  compagni,  che 
erano  di  molto  sorpassati.  Avrà  avuta  maggior  pena  nel  trat- 
tenersi con  Dante  per  la  maggior  quantità  di  fiamme,  che  gli 
caddero  addosso,  ma  ne  fu  compensato  dal  giocondo  e  lusin- 
ghiero conversare. 


CANTO  XVI. 


FUSTO  NODKRNO 


Già  era  in  loco  onde  s'udia  il  rimbombo 

Dell'acqua,  che  cadea  nell'altro  giro, 

Simile  a  quel  che  l'arnie  fanno  rombo;  3 

Quando  tre  ombre  insieme  si  partirò, 

Correndo,  d'una  torma  che  passava 

Sotto  la  pioggia  dell'aspro  martiro.  6 

Venien  vèr  noi;  e  ciascuna  gridava: 

Sostati  tu ,  che  all'  abito  ne  sembri 

Essere  alcun  di  nostra  terra  prava.  9 

Aimè,  che  piaghe  vidi  ne'lor  membri, 

Recenti  e  vecchie  dalle  fiamme  incese! 

Ancor  men  duol,  pur  ch'io  me  ne  rimembri.  12 
Alle  lor  grida  il  mio  Dottor  s'attese; 

Volse  il  viso  vèr  me,  e:  ora  aspetta, 

Disse;  a  costor  si  vuole  esser  cortese:  15 

E  se  non  fosse  il  fuoco,  che  saetta 

La  natura  del  luogo,  io  dicerei, 

Che  meglio  stesse  a  te,  eh' a  lor,  la  fretta.  18 

Ricominciar,  come  noi  ristemmo,  ei 

L'antico  verso;  e  quando  a  noi  fur  giunti, 

Fenno  una  ruota  di  sé  tutti  e  trei.  91 

Qual  sogliono  i  campion  far  nudi  ed  unti, 

Avvisando  lor  presa  e  lor  vantaggio, 

Prima  che  sien  tra  lor  battuti  e  punti;  94 


390  INFERMO 

Cosi  rotando  ciascuno  il  visaggio 

Drizzava  a  me;  si  che  contrario  il  collo 

Faceva  a' pie  continuo  viaggio.  57 

Deb,  se  miseria  d'esto  loco  sollo 

Rende  in  dispetto  noi  e  i  nostri  preghi, 

Cominciò  l'uno,  e  il  tristo  aspetto  e  b rollo,       30 
La  fama  nostra  il  tuo  animo  pieghi 

A  dime  chi  tu  sei,  che  i  vivi  piedi 

Così  sicuro  per  lo  Inferno  freghi.  33 

Questi,  Torme  di  cui  pestar  mi  vedi, 

Tutto  che  nudo  e  dipelato  vada , 

Fu  di  grado  maggior  che  tu  non  credi:  36 

Nepote  fu  della  buona  Gualdrada: 

Guidoguerra  ebbe  nome,  ed  in  sua  vita 

Fece  col  sénno  assai,  e  con  la  spada.  39 

L'altro,  che  appresso  me  la  rena  trita, 

É  Tegghiaio  Aldobrandi  la  cui  voce 

Nel  mondo  su  dovrebbe  esser  gradita.  42 

E  io,  che  posto  son  con  loro  in  croce, 

Jacopo  Rusticucci  fui  ;  e  certo 

La  fiera  moglie,  più  ch'altro,  mi  nuoce.  45 

S'io  fussi  stato  dal  fuoco  coverto, 

Gittato  mi  sarei  tra  lor  disotto, 

E  credo,  che  il  Dottor  l'avria  sofferto.  48 

Ma  perch'io  mi  sarei  bruciato  e  cotto, 

Vinse  paura  la  mia  buona  voglia, 

Che  di  loro  abbracciar  mi  facea  ghiotto.  51 

Poi  cominciai:  non  dispetto,  ma  doglia 

La  vostra  condizion  dentro  mi  fisse 

Tanto,  che  tardi  tutta  si  dispoglia,  54 

Tosto  che  questo  mio  Signor  mi  disse 


CANTO  XVI.  391 

Parole,  per  le  quali  io  mi  pensai, 

Che  qual  voi  siete,  tal  gente  venisse.  57 

Di  vostra  terra  sono;  e  sempre  mai 

L'ovra  di  voi  e  gli  onorati  nomi 

Con  affezion  ritrassi  ed  ascoltai.  60 

Lascio  lo  fele,  e  vo  per  dolci  pomi 

Promessi  a  me  per  lo  verace  Duca; 

Ma  fino  al  centro  pria  convien  ch'io  tomi.         63 
Se  lungamente  l'anima  conduca 

Le  membra  tue,  rispose  quegli  allora, 

E  se  la  fama  tua  dopo  te  luca , .  66 

Cortesia  e  valor,  di',  se  dimora 

Nella  nostra  città,  sì  come  suole, 

0  se  del  tutto  se  n'è  gito  fuora?  69 

Che  Guglielmo  Borsiere,  il  qual  si  duole 

Con  noi  per  poco,  e  va  là  coi  compagni, 

Assai  ne  cruccia  con  le  sue  parole.  72 

La  gente  nuova  e  i  subiti  guadagni, 

Orgoglio,  e  dismisura  han  generata, 

Fiorenza,  in  te,  sì  che  tu  già  ten  piagni.  75 

Così  gridai  con  la  faccia  levata: 

E  i  tre,  che  ciò  in  tese  r  per  risposta, 

Guatar  l'un  l'altro,  come  al  ver  si  guata.  78 

Se  l'altre  volte  sì  poco  ti  costa, 

Risposar  tutti,  il  soddisfare  altrui, 

Felice  te,  che  sì  parli  a  tua  posta!  81 

Però,  se  campi  d'esti  luoghi  bui, 

E  torni  a  riveder  le  belle  stelle, 

Quando  ti  gioverà  dicere:  io  fui:  84 

Fa  che  di  noi  alla  gente  favelle. 
'Indi  rupper  la  ruota,  e  a  fuggirsi 


392  INFERNO 

Ali  sembiaron  le  lor  gambe  snelle.  87 

Un  amen  non  saria  potuto  dirsi 

Tosto  così,  com'ei  fur  dispariti: 

Per  che  al  Maestro  parve  di  partirsi.  90 

lo  lo  seguiva,  e  poco  eravam  iti, 

Che  il  suon  dell'acqua  n'era  sì  vicino, 

Che  per  parlar  saremmo  appena  uditi.  93 

Come  quel  fiume,  ch'ha  proprio  cammino 

Prima  da  monte  Veso  in  vèr  levante, 

Dalla  sinistra  costa  d'Apennino,  96 

Che  si  chiama  Acquacheta  suso,  avante 

Che  si  divalli  giù  nel  basso  letto, 

E  a  Forlì  di  quel  nome  è  vacante,  99 

Rimbomba  là  sovra  san  Benedetto 

Dall'Alpe,  per  cadere  a  una  scesa, 

Dove  dovea  per  mille  esser  ricetto;  102 

Così,  giù  d'una  ripa  discoscesa, 

Trovammo  risonar  quell'acqua  tinta, 

Sì  che  in  poc'ora  avria. l'orecchia  offesa.  105 

lo  aveva  una  corda  intorno  cinta, 

E  con  essa  pensai  alcuna  volta 

Prender  la  lonza  alla  pelle  dipinta.  108 

Poscia  che  l' ebbi  tutta  da  me  sciolta , 

Sì  come  il  Duca  m'avea  comandato, 

Porsila  a  lui  aggroppala  e  ravvolta.  Ili 

Ond'ei  si  volse  inver  lo  destro  lato, 

E  alquanto  di  lungi  dalla  sponda 

La  giltò  giù  in  quell'alto  burraio.  114 

E  pur  convien  che  novità  risponda, 

Dicea  fra  me  medesmo,  al  nuovo  cenno, 

Che  il  Maestro  con  l'occhio  sì  seconda.  '  117 


CANTO  XVI.  393 

Ahi  quanto  cauti  gli  uomini  esser  denno 
Presso  a  color,  che  non  veggon  pur  l'opra, 
Ma  per  entro  i  pensier  miran  col  senno!  120 

Ei  disse  a  me:  tosto  verrà  di  sopra 
Ciò  ch'io  attendo;  e  che  il  tuo  pensier  sogna, 
Tosto  convien  che  al  tuo  viso  si  scopra.  123 

Sempre  a  quel  ver,  che  ha  faccia  di  menzogna 
Dee  l'uom  chiuder  le  labbra  quant'ei  puote 
Però  che  senza  colpa  fa  vergogna:  126 

Ma  qui  tacer  noi  posso;  e  per  le  note 
Di  questa  Commedia ,  lettor,  ti  giuro, 
S'elle  non  sien  di  lunga  grazia  vote,  129 

Ch'io  vidi  per  queir aer  grosso  e  scuro 
Venir  notando  una  figura  in  suso, 
Meravigliosa  ad  ogni  cor  sicuro;  132 

Sì  come  torna  colui,  che  va  giuso 
Talvolta  a  sciogliere  àncora,  che  aggrappa 
A  scoglio  o  altro  che  nel  mare  è  chiuso, 

Che  in  su  si  stende,  e  da  pie  si  rattrappa.  136 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  di  coloro  che  avendo  donne  furono  con  esse  violenti 
contro  natura,  come  lo  furono  coi  maschi. — 11  canto  si  divide 
in  quattro  parti  generali:  nella  prima  —  tre  spiriti  moderni 
vengono  incontro  a  Dante:  nella  seconda  uno  de'  tre  predetti 
ricerca  chi  sia  Dante,  e  narra  chi  sono  essi  tre:  deh  se  mise- 
ria ecc.  nella  terza  —  Dante  soddisfa  all'  inchiesta,  e  narra  i 
cambiamenti  della  patria  se  fossi  stato  ecc.  nella  quarta  ed  ul- 
tima—  Dante  si  dispone  a  trattare  de' fraudolenti  et  io  li  se- 
guia. 

Già  era  in  loco  io  Dante  già  era  arrivato  con  Virgilio  ad 


394  INKEKM) 

un  luogo  ove  sudia  Irimhombo  dove  s'  udiva  un  gran  suono 
de  l  acqua  del  fiume  che  cadea  nell  altro  girone  nel  cerchio 
de' fraudolenti  simile  a  quel  rombo  a  quel  gran  suono  che 
l  arne  le  api  fanno  le  api  infatti  quando  voglion  mover  guerra 
fanno  uno  strepito  grande:  le  più  animose  emettono  uno  stri- 
dor  rauco,  come  tromba  eh'  ecciti  l'ardor  alla  pugna.  Si  strin- 
gono esse  d'intorno  al  re,  ed  operano  le  maraviglie  descritte 
da  Virgilio  nel  IV  delle  Georgiche.  Ed  al  proposito  nostro  l' ac- 
qua cadendo  dal  settimo  nell'ottavo  cerchio  faceva  suono 
qual  fanno  le  api  in  guerra,  quando  tre  ombre  si  partiron 
da  una  torma  da  una  turba  che  passava  sotto  la  pioggia 
dell  altro  martiro.  Neil'  Inferno  cadono  diverse  pioggie  —  di 
neve,  e  grandine  sopra  i  golosi  —  e  di  fuoco  sopra  i  violenti 
contro  natura,  e  la  prima  è  rugiada  rispetto  alla  seconda. 
Quelle  tre  anime  venian  ver  noi  et  ciascuna  ognuna  gridava 
la  stessa  cosa ,  e  cioè  sostati  tu  fermati  che  ne  sembri  che 
sembri  esser  uno  di  nostra  terra  prava  uno  di  Fiorenza  pie- 
na di  malvagi  ali  abito  per  foggia  di  vestire. 

Ahimè!  dir  non  posso  senza  dolore  che  piaghe  vid  io  in 
lor  membra  quali  piaghe  scorsi  nelle  membra  loro  per  arro- 
stimento, scarnificazione,  e  lacerazione  di  ferri  roventi,  re- 
centi et  vecchie  nuove ,  ed  antiche ,  allegoricamente  estinta  una 
fiamma  di  lussuria,  altra  rinasce  incese  dalle  fiamme  ardenti 
e  rosolate  dalle  fiamme:  ancor  men  duol  pur  eh  io  mene  ri- 
membri anche  adesso  ne  ho  orrore  se  le  rammento.  Virgilio 
sentendo,  che  queste  anime  non  conosciute  da  Dante,  e  che 
esse  noi  conoscevano,  pure  lochiamavan  per  nome,  persuase 
lo  stesso  a  fare  quanto  cercavano,  giacché  furono  distinte  per 
probità,  e  prudenza  nel  mondo,  el  mio  doclor  Virgilio  s  ai- 
tese  allor  si  fermò.  Dante  girava  con  Brunetto  sempre  par- 
lando di  lieve  argomento r  ma  ora  si  ferma  con  costoro,  perche 


CANTO  XVI.  395 

la  materia  è  più  grave,  e  volse  il  viso  ver  me  giacché  Virgilio 
mi  era  dinanzi  et  disse  or  aspecta  el  se  vuol  esser  cortesi  con 
costoro  che  sono  ingegnosi,  e  valenti,  et  io  dicerei  che  la 
fretta  stesse  meglio  a  te  che  a  loro  sarebbe  più  conveniente 
che  tu  scendessi  dall'argine,  e  andassi  loro  incontro  per  mo- 
strar così  maggiore  onoranza  se  non  fosse  il  fuoco  che  la  na- 
tura del  loco  saetta  se  non  fossero  le  fiamme  che  cadono  so- 
pra costoro,  quasi  altrettanti  dardi,  e  saette  in  questo  luogo. 
Le  anime  non  potevano  camminare  pari  passo  con  Dante,  co- 
me fece  ser  Brunetto,  che  anzi  si  era  fermato.  Avevano  esse 
minor  tormento  correndo,  e  fermandosi,  per  cent'anni  perde- 
vano il  sollievo  di  respingere  la  fiamma.  Trovarono  quindi 
un'artificiosa  maniera  di  parlare  con  Dante,  col  minor  danno 
possibile,  e  si  misero  a  correre  velocemente  in  giro  presso 
dell'argine.  Dante  finge,  che  facessero  quasi  una  ruota,  che 
meglio  figura  la  loro  bestialità,  la  quale  non  viene  da  natura, 
né  pone  nella  natura  il  suo  fine:  non  vien  da  natura,  perché 
vi  è  contraria,  e  s-  Girolamo  accerta,  che  costoro  saran  muti 
nel  dì  del  giudizio,  perchè  senza  scusa,  giacché  la  natura  non 
li  aveva  inclinati,  al  pari  di  quelli  che  agiscono  per  istinto, 
e  per  conservazione  della  specie.  Non  secondano  poi  il  fine 
della  natura,  perchè  distruggono  il  mezzo  di  procreazione ,  e 
propagazione  del  genere  umano.  Scrisse  a  ragione  Svetonio, 
che  l' impurissimo  Nerone  teneva  un  ragazzo  continuamente 
fra  le  meretrici,  e  che  se  Dionigi  avesse  avuto  tal  moglie,  sa- 
rebbe staio  neir  ordine,  che  non  fosse  nato  Nerone  il  quale 
fu  ingiuria,  e  vitupero  della  natura,  avendo  preso  invece  di 
moglie  il  ragazzo  Sporo.  Ecco  perchè  erano  figurati  ottima- 
mente nella  ruota  che  non  ha  principio,  e  fine,  non  comin- 
ciando essi  da  natura,  né  facendo  in  essa  fine.  Crescete,  e 
moltiplicale  disse  Iddio,  ed  essi  fecero  al  contrario  et  quei  tre 


396  INFERNO 

ricominciar  l antiquo  verso  ahi!  esclamazione  di  dolore,  an- 
tico, per  I*  antica  pena,  e  verso  equivale  a  suono  dicendosi 
comunemente  —  il  tale  ha  fatto  un  verso  doloroso  come  noi 
risiamo  quando  ci  fermammo  e  tutti  tre  feno  una  rota  disc 
un  ballo  in  giro  quando  fur  giunti  a  noi  arrivarono  pres- 
so alla  riva  dove  noi  eravamo. 

In  Grecia  nella  solennità  degli  Dei,  e  presso  il  monte 
Olimpo  si  ordinavano  spettacoli,  ai  quali  concorreva  infinita 
moltitudine.  E  nella  lotta ,  i  lottatori  si  spogliavano  affinchè 
le  vesti  non  fossero  loro  d' impedimento ,  e  si  ungevano  con 
olio  le  membra,  onde  più  facilmente  scorressero  le  mani  ne- 
miche, che  quanto  più  un  membro  si  unge,  tanto  più  facil- 
mente sfugge  a  chi  lo  afferra.  Ed  anche  oggi  nelle  feste  cam- 
pestri i  lottatori  si  spogliano,  e  si  piantano  in  posizioni  da 
essére  altrui  maggiormente  infesti,  e  meglio  difesi  e  ciascuno 
drizzava  il  visaggio  la  vista  a  me  andando  circolarmente 
volgeva  sempre  la  faccia  a  Dante  si  che  l  collo  così  che  il  collo 
facia  viaggio  contrario  al  pie  il  collo  volge  vasi  in  modo  con- 
trario al  piede  continuo  non  già  che  tutti  tre  continuamente 
tenessero  la  faccia  rivolta,  ma  ciascuno  alla  volta  sua,  quan- 
do cioè  nel  giro  volgeva  il  tergo  a  Dante,  e  piegava  nel  tem- 
po stesso  la  faccia  verso  di  lui  rotandosi  girando  in  cerchio 
qual  campione  lottatore  nudo,  ed  unto.  Così  fece  Ercole  nel 
punto  di  lottare  con  Anteo,  che  gettò  la  pelle  del  lione,  e  si 
unse  con  olio  al  dir  di  Lucano  soleno  far  avvisando  lor  pre- 
sa, e  lor  vantaggio — prima  che  siano  battuti  e  punti  tra 
loro  prima  che  incominci  la  lotta.  E  non  avéano  ferro  quei 
lottatori,  come  i  due  Regoli,  che  al  cospetto  di  Scipione  io 
Cartagine  combattevano,  e  come  i  tre  Orazi  contro  de'Cu- 
riazi,  ma  erano  nudi,  unti,  e  combatteva n  solo  coi  pugni,  a 
miravano  a  scansare  le  percosse  del  nemico:  del  pari  questa 


CANTO  XVI.  397 

anime  colle  palme  combattevano  le  fiamme  tentando  di  evi- 
tare l'arsura  loro:  e  come  i  lottatori,  e  pugilatori  nell'arena, 
queste  anime  del  pari  combattevano  colle  fiamme  dentro  Par- 
dente  sabbione. 

Deh  se  miseria!  seconda  parte  generale.  Dante  intro- 
duce uno  di  essi  a  parlare.  Era  questi  ser  Giacomo  Rustie  ucci, 
che  bellamente  persuade  Dante  a  manifestarsi  loro,  non  avuto 
riguardo  alla  pena,  ma  soltanto  alla  fama  di  loro  virtù.  I  un 
Rusticucci  comincio  a  dirmi  deprecativamente  de  la  fama  no- 
stra abbastanza  chiara  nella  patria  pieghi  l  animo  tuo  a  dirne 
chi  tu  sie  tutte  tre  quelle  anime  smaniavano  di  sapere  chi  fosse 
che  cosi  sicuro  sprezzando  l'ardore  delle  fiamme  fregi  i  vivi 
piedi  per  l  Inferno  vivente  ancora  vai  girando  per  l'Inferno 
a  tuo  bell'agio,  mentre  noi  trepidanti,  e  sotto  tremendo  ca- 
stigo corriamo  velocemente  per  l'ardente  sabbione  se  miseria 
d  esto  loco  solo  di  questo  sabbione  che  brucia  el  tristo  aspecto 
il  fumo  caliginoso,  o  la  faccia  arsa  e  brolo  spoglia,  e  nuda  di 
capelli,  e  barba  rende  in  dispecto  noi  e 4  nostri  prieghi  le 
tante  volte  il  luogo,  e  l'abito  meschino  rendono  l'uomo  spre- 
gevole. 

Qui  Dante  fa  menzione  di  Guido  Guerra,  e  meravigliano 
molti  della  modestia  dell' autore,  che  da  costui,  e  dalla  di  lui 
moglie  tragga  l'origine  sua,  mentre  poteva  derivarla  da  più  no- 
bile fonte.  Ma  io  in  tale  modestia  trovo  merito  maggiore,  per- 
chè non  volle  mancare  di  gratitudine  affettuosa  a  quella  —  Gual- 
drada  —  stipite  suo  —  dandole  nome  e  tramandandola  quasi 
all'eternità,  mentre  per  sé  stessa  sarebbe  forse  rimasta  sco- 
nosciuta. Ottone  IV  calato  in  Italia  passò  qualche  giorno  in 
Fiorenza,  allora  veramente  in  fiore,  e  città  dell'impero.  Cad- 
de in  quel  tempo  la  festa  di  s.  Gio.  Battista,  festa  maggiore 
di  tutte  le  altre  in  Fiorenza,  e  mentre  contemplava  le  giovi- 


598  INFERNO 

nette  per  la  strada ,  eccoti  fra  le  altre  una  di  elegantissime  for- 
me passargli  dinanzi.  Stupefatto  l' imperatore  di  tanta  maravi- 
glila bellezza  si  volse  a  ser  Bellincione,  uomo  probo,  e  di 
specchiata  virtù,  e  padre  di  quell'unica  avvenentissima  figlia, 
e  gli  chiese  chi  fosse  la  vaga  donzella.  Il  Bellincione  rispose 
—  Sire,  è  figlia  di  un  tale,  che  volendolo,  anche  adesso,  po- 
trebbe farvela  baciare.  —  E  la  fanciulla  sorpassata,  ma  colle 
orecchie  tese,  udita  la  risposta  del  padre,  a  lui  si  volse  e 
francamente  ma  con  modestia  soggiunse  —  perdonatemi ,  pa- 
dre mio,  nessuno  mi  bacierà  quando  non  -sia  mio  legittimo 
sposo.  —  L'imperatore  sorpreso  della  nobile  risposta  della 
vergine  la  fece  venire  dinanzi  a  sé  insieme  col  padre,  e  chia- 
mato pure  un  valorosissimo  capitano  del  suo  seguito  per  no- 
me Guido,  a  lei  presentò  un  anello,  e  la  uni  con  Guido  in 
matrimonio,  dandole  per  dote  il  Casentino,  che  per  lungo 
tempo  stette  in  dominio  de1  conti  Guido.  Da  questo  Guido  di- 
scesero tutti  gli  altri  conti  Guido,  che  divisero  in  molte  parti 
il  dominio  bensì,  ma  non  pertanto  formarono  una  famiglia 
assai  famosa,  e  potente,  posseditrice  di  molli  castelli  nelle  Alpi, 
e  nella  Romagna. 

Questi  l  orme  di  cui  mi  vedi  pestar  questi  cui  vado  die- 
tro fu  di  grado  maggior  che  tu  non  credi  fu  nobile,  conte, 
valoroso  guerriero,  tutto  che  nudo  e  dispelato  vada  era  sen- 
za capelli,  e  senza  barba:  nipote  fu  della  buona  Gualdrada 
Guido  seniore  ebbe  da  Gualdrada  molti  figli,  uno  de' quali 
per  nome  Guillelmo,  dal  quale  venne  Guido  Novello,  che  ab- 
bracciò la  parte  ghibellina,  che  fu  valoroso,  e  molto  vantag- 
giò la  propria  parte,  e  del  quale  spesso  in  quest'  opera  si  fa 
ricordo.  Un  altro  figlio  di  Gualdrada  si  nomò  Ruggero,  e  da 
lui  venne  Guido  Guerra  ;  così  Novello,  e  Guerra  le  eran  nipoti. 
Dapprima  il  nome  fu  Inghirdrada,  ma  Dante  lo  specifica  col 


CANTO  XVI.  399 

nome  comune,  e  sincopato,  all'  uso  di  quel  tempo  special- 
mente tra  donne.  Conobbi  un  mio  amico,  che  volendo  chia- 
mare Lucrezia  sua  figlia  correttamente  la  diceva  —  Alegrina. 
et  iste  Guido  Guerra  ebbe  nome.  Quando  Carlo  primo  di 
Francia  venne  in  Italia  questo  Guido  con  quattrocento  cavalli 
fiorentini  esiliati,  andò  incontro  a  Guido  di  Mon  forte,  che  co- 
mandava per  terra  l'esercito  di  Carlo  fino  a  Mantova  e  con  lui 
passò  per  Bologna,  per  la  Romagna,  per  le  Marche,  e  pel 
ducato.  Non  poterono  passare  per  la  Toscana  perchè  tutta  ghi- 
bellina e  sotto  il  dominio  di  Manfredi:  dopo  molto  tempo  —  fi- 
nalmente giunse  a  Roma  dove  trovavasi  lo  stesso  Carlo.  In- 
tervenne all'  assedio  di  s.  Germano,  e  nella  guerra  contro 
Manfredi  a  Benevento,  e  fu  allora  che  scorgendolo  Manfredi, 
si  dice,  che  esclamasse  —  dove  sono  i  Ghibellini  pei  quali 
incontrai  tante  spese,  e  fatiche?  —  Ah  tal  gente,  soggiunse, 
non  potrà  perdere  giammai  !  Ed  aveva  ragione ,  perchè  se 
Carlo  avesse  vinto  erano  vincitori  con  lui;  se  avesse  vinto 
Manfredi»  era  l'amico  loro.  E  di  fatto  Guido  Guerra,  disfatto 
Manfredi,  colle  genti  di  Carlo  tornò  a  Fiorenza,  e  poco  dopo 
scacciò  i  Ghibellini,  e  usua  vita  fece  col  senno  assai  e  con  la 
spada.  Non  è  picco!  vanto,  perchè  i  guerrieri  sono  per  lo  più 
senza  senno,  e  prudenza;  ma  questi  fu  valoroso  in  armi,  e 
prudente  ne 'pericoli,  al  pari  di  Annibale ,  stando  agli  scritti 
di  Livio. 

L  altro  Tegghiaio  nobile  degli  Adiraari,  uomo  di  sano,  e 
grave  consiglio  nella  repubblica,  cui  se  i  fiorentini  avessero 
creduto,  avrebbero  scansata  la  fatale  strage  di  Monteaperto. 
Nel  pubblico  consiglio  si  quistionò  di  andar  contro  i  senesi 
per  sostener  Montalcino,  e  Tegghiaio  pel  primo  si  oppose, 
travedendo  un  tradimento,  tanto  più  che  i  nemici  non  avreb- 
bero potuto  a  lungo  sostenere  le  spese  de' tedeschi,  che  ave- 


400  INFERNO 

vano  avuti  da  Manfredi.  Furono  di  tal  parere  Guido  Guerra, 
e  Deco  de1  Gherardini  che  sostennero  pertinacemente  la  opi- 
nione di  Giacomo.  Finalmente  il  consiglio  impose  silenzio  sotto 
pena  del  capo.  Contro  il  parere  di  tanti  esperti,  e  valorosi, 
andarono  i  fiorentini,  e  furono  sconfitti  l altro  che  trita  l  a- 
rena  presso  a  me  che  corre  a  me  vicino  e  Tegghiaio  Aldo- 
brandi  nome  aggiunto,  non  di  origine,  perchè  come  dissi  fu 
degli  Adimari  famiglia  assai  chiara  la  cui  voce  la  cui  fama 
dovria  esser  gradita  su  nel  mondo  dovrebbe  esser  grata  ri- 
cordandola nel  mondo. 

Et  io  Giacomo  Rusticucci,  uomo  popolare,  valente  po- 
litico, molto  ricco,  prudente,  placido,  e  liberale.  Poteva 
ritenersi  felice,  se  non  avesse  avuta  un'iniqua  moglie,  e 
tanto  irrequieta  da  non  passare  un  momento  in  pace:  fu 
questo  un  motivo  per  cui  cercò  sollievo  in  altra  turpitu- 
dine. Si  narra,  che  avendo  Giacomo  introdotto  un  ragazzo 
nella  propria  camera,  la  moglie  furibonda  corse  alla  fenestra 
gridando  ad  alta  voce  —  al  fuoco  al  fuoco  —  E  tutto,  il  vici- 
nato accorse,  e  Giacomo  fu  costretto  a  sortire  dalla  camera 
mostrando  chi  aveva  in  compagnia,  e  sdegnato  colla  moglie, 
minacciava  di  ucciderla.  Costei  riaffacciatasi  al  balcone  tornò 
a  gridare  —  non  serve  che  corriate  perchè  il  fuoco  è  smor- 
zato. É  pena  d'infèrno  una  perfida  moglie,  che  nulla  ha  di 
buono  nel  giorno,  nulla  nella  notte,  et  io  che  posto  son  con 
loro  in  croce  nello  stesso  tormento  fui  Jacopo  Rusticucci  e 
certo  la  fera  moglie  mi  noce  più  eh  altro  stolta  scusa!  Co- 
stui fece  come  Orfeo,  che  perduta  la  moglie  si  mise  ad  odiare 
le  donne,  le  quali  in  ultimo  lo  fecero  in  brani. 

S  io  fossi  stato  terza  parte  generale.  Dante  narra  il 
cambiamento  di  stato  di  Fiorenza,  io  mi  sarei  gittato  di  sotto 
da  loro  sarei  saltato  dall'argine  nell'arena  a  congratularmi 


CANTO  XVI.  401 

con  essi  s  io  fossi  stato  coperto  dal  fuoco  se  non  fossi  stato 
toccato  dalle  fiamme,  come  non  lo  era  sulla  riva  e  credo  che 
l  dottor  l  avvia  sofferto  che  Virgilio  me  lo  avrebbe  concesso, 
ma  paura  vinse  la  mia  buona  voglia  che  mi  faeia  ghiotto 
mi  faceva  avido  di  loro  abbracciare.  Dante  vuol  significare, 
che  avrebbe  volentieri  trattato  con  famigliarità  tali  perso- 
naggi, quando  non  avesse  temuto  derivargli  dalla  loro  infa- 
mia un  pregiudizio  nel  nome,  poi  poscia  disse  Dante  la  vostra 
conditione  sebbene  miserabile  non  mi  fisse  dentro  dispecto 
ma  doglia  non  mi  destò  nel  cuore  disprezzo,  ma  compas- 
sione tanto  che  tardi  tutta  si  dispoglia  tanto  grande,  che  a 
slento  mi  lascia,  e  spesso  la  ricordo.  Oppongono  alcuni,  che 
Dante,  così  parlando, faccia  dubitare  di  essere  stato  inclinato 
alla  turpitudine  che  qui  si  punisce,  giacché  mostra  di  tanto 
compatirli.  La  opposizione  per  altro  è  irragionevole,  giacché 
se  la  compassione  mostrata  dall'autore  ne' vari  incontri  di 
quest'opera  fosse  ragione  di  sospettare  di  essere  affetto  dai 
vizi  compassionati,  non  vi  sarebbe  un  vizioso  peggiore  di  lui 
nell'  Inferno.  Dante  fu  amoroso,  ed  amatore  delle  donne, 
come  si  disse  trattando  de' lussuriosi,  ma  qui  compatisce  a 
costoro,  non  per  ragione  dell'infame  loro  vizio,  che  sempre 
aborrì,  ma  per  le  grandi  virtù  che  possedettero  e  che  furono 
sporcate  da  tanta  turpitudine  Tosto  che  questo  mio  signore 
subito  che  Virgilio  mi  disse  parole  queste  parole  a  costor 
si  voi  esser  cortese  bisogna  mostrarsi  cortese  con  costoro  per 
le  quali  per  le  quali  parole  io  mi  pensai  che  tal  gente  ritenni 
che  tal  gente  fosse  veramente  nobile,  e  degna  di  onore  qual 
voi  siete.  Aveva  detto  superiormente  che  ne  sembri  alcun  di 
nostra  terra  prava  e  risponde  di  vostra  terra  sono  cioè  'di 
Fiorenza  et  sempre  mai  ritrassi  et  ascoltai  raccontai ,  ed  udii 
con  affetto  /  opra  di  voi  le  opere  vostre  e  gli  onorati  nomi 
Rambaldi  —  Voi.  1.  20 


402  INFERNO 

ed  il  vostro  nome  onorato.  Lo  spirito  aveva  detto  superior- 
mente che  i  vivi  piedi  così  sicuro  per  lo  inferno  freghi  ed  ora 
aggiunge  lascio  lo  fele  i  vizi  amari  come  i\  {eie  et  vo per  dolci 
pomi  pel  frutto  della  virtù,  ossia  per  la  vera  felicità,  come  dice 
al  canto  XXII  del  Purgatorio  que  dolci  pomi  promessi  a  me 
per  lo  verace  duca  da  Virgilio,  che  mi  promise  la  vera  feli- 
cità: ma  pria  convien  eh  io  tomi  fino  al  centro  che  io  scenda 
fino  al  centro,  perchè  non  basta  avere  cominciata  la  contem- 
plazione de'  vizi ,  e  delle  pene  infernali,  se  non  si  compie  l'o- 
pera, secondo  il  ditterio.  non  chi  comincia,  ma  ecc.  Era 
necessario  infatti  a  chi  tentava  di  arrivare  alla  beatitudine  di 
discendere  prima  air  Inferno,  poscia  alla  purgazione  nel  Pur- 
gatorio, per  finalmente  giungere  alla  verace  gloria  del  Para- 
diso: tomi  cada,  discenda  sino  al  centro  dell'Inferno,  dove  ar- 
rivato, volgerò  il  capo  dove  prima  ebbi  i  piedi,  quelli  Rusti- 
cucci  rispuose  ancora  nuovamente  chiedendo  di  racconta  a 
noi  se  cortesia  et  valor  dimora  nella  nostra  citta  in  Fiorenza 
*t  come  suole  come  prima,  e  si  trovavano  molti  che  nobil- 
mente, liberalmente,  anzi  magnificamente  vivevano.  La  lar- 
ghezza, o  liberalità  chiamavasi — cortegianismo,  o  curialità 
in  quanto  che  si  traeva  dal  modo  di  vita  della  curia,  o  corte 
del  principe.  Chi  fu  nella  vita  largo  e  liberale,  non  può  a 
meno  di  non  avere  fatto  opere  virtuose  o  se  del  tutto  se  gita 
via  o  si  estinse,  o  fu  scacciata?  E  se  l anima  conduca  lun- 
gamente modo  di  augurio  —  se  abbia  lunga  vitaese  la  fama 
tua  luca  dopo  te  splenda  dopo  tua  morte.  Vuol  dire  in  so- 
stanza. —  Non  maravigliarti  se  ricerco  e  dimando  tante  cose 
giacché  un  nuovo  qui  disceso  riferì  molte  sventure  di  nostra 
patria — Guillelmo  Borsari — fabbricatore  di  borse,  piacevole, 
e  liberale  essendosi  arricchito,  lasciò  il  mestiere,  e  si  diede  a 
frequentare  le  case  de*  gran  signori.  Trasferitosi  a  Genova  fu 


CANTO  XVI.  403 

per  vari  giorni  trattenuto,  ed  onorevolmente  trattato,  dai  no- 
bili più  distinti  di  quella  città.  Ed  in  Genova  si  trovava  allora 
ser  Ernio  de*  Grimaldi,  che  per  ricchezza  superava  non  solo  i 
ricchissimi  genovesi,  ma  anche  gli  altri  italiani.  Ma  quanto  era 
più  ricco,  tanto  era  tirchio,  avaro,  senza  civiltà,  ed  onoranza 
ospitale,  vestendo  con  turpitudine,  quando  air  incontro  quei 
di  Genova ,  se  sono  parchi  nel  cibo  vogliono  comparire  splen- 
didi  nel  vestire.  Ernio,  avuta  notizia  che  Guillelmo  di  cui  tanta 
fama  si  alzava,  era  già  in  città,  mandò  in  cerca  di  lui,  e  lo 
introdusse  in  una  camera,  che  allora  stava  costruendo  di  nuo- 
vo, e  punto  da  superbia  disse  —  ser  Guillelmo,  voi  che  vede- 
ste tante  cose,  sapreste  suggerirmi  qualche  idea  peregrina  da 
far  dipingere  in  questa  camera?  — Guillelmo  rispose  —  male 
v'  indirizzaste,  perchè  io  non  saprei  suggerire  che  cose  da  nul- 
la; ma  se  così  volete  suggerirò  cosa  non  più  veduta  da  alcuno — 
deh,  soggiunse  Ernio,  vi  prego,  ditela!  — e  Guillelmo — Fate 
dipingere  in  questa  camera  la  liberalità  —  Sentì  Ernio  al  vivo 
la  frizzante  allusione,  e  con  viso  infiammato  soggiunse  —  farò 
dipingere  un  tale  che  né  voi,  né  altri  potranno  asserire  d'aver 
visto  giammai  -—e  da  quel  giorno  in  poi  si  mostrò  il  più  libe- 
rale di  tutti  —  non  divenne  per  altro  un  prodigo,  come  ac- 
cadde a  ser  Grimaldi,  che,  gettato  il  ricco  patrimonio,  corse, 
pirata  valorosissimo  i  mari ,  e  piantò  sua  sede  presso  il  mara- 
viglioso  Castello  di  Monaco,  temuto  da  mercatanti ,  e  da  prin- 
cipi. Con  quant'arte  l'autore  introduce  il  Borsari  a  piangere 
sulla  civile  ospitalità  perduta  in  Fiorenza,  se  fu  tanto  nemico 
dell'avarizia  fra  suoi,  e  fra  gli  strani!  che  perchè  Guielmo  Bor- 
sieri  il  quale  se  dolse  con  noi  punito  qui  con  eguale  martirio 
perpoco  tempo,giacchè  era  poco  tempo  scorso  dalla  sua  morte, 
e  questa  è  la  vera  interpretazione,  non  già  come  vogliono  al- 
cuni, che  avesse  poche  colpe.  I  dannati  non  sanno  quanto  ac- 


406  INFERNO 

monte  Ida,  e  scorre  pei  cerchi  de' lussuriosi  e  violenti,  poscia 
rumoroso  cade  ne*  cerchi  de' fraudolenti ,  e  finalmente  costitui- 
sce Cocito,  mutando  nome  perchè  muta  luogo.  Può  dirsi  che 
anche  nel  basso  Inferno  scorra  per  luoghi  montani,  giacché 
i  cerchi  infernali  sono  rispettivamente  uno  più  basso  dell'altro. 
Così  la  similitudine  appare  propriissima  in  quanto  lo  stesso  fiu- 
me dapprima  Acheronte,  poscia  Flegetonte,  somiglia  al  fiume  di 
acqua  quieta,  che  poscia  viene  nomato  Montone,  noi  trovamo 
risonar  quel  acqua  tinta  in  rosso  per  una  ripa  discoscesa 
dirupata  si  che  avria  offesa  l  orechia  in  poca  ora  per  l'ecces- 
sivo rombo  cosi  come  quel  fiume  che  ha  pria  proprio  camino 
come  quel  fiume  che  nel  proprio  corso  va  direttamente  al  mare 
de  la  sinistra  costa  d  apennino  tutti  i  fiumi  della  sinistra  d' A- 
penninosi  scaricano  nell'Adriatico;  quelli  della  destra  nel  Me- 
diterraneo  da  monte  Vexolo  da  monte  Vesolo.  Alcuni  vorreb- 
bero che  tal  fiume  nascesse  da  Vesolo,  locchè  sarebbe  impos- 
sibile perchè  vi  sono  più  di  duecento  miglia  da  Vesolo  da  cui 
nasce  il  Po,  al  Montone  che  viene  dalle  alpi  della  Romagna 
sopra  Forlì.  Alcuni  anche  storpiano  la  lezione  dicendo — Mon- 
tenito  —  invece  di  Montone  —  che  qual  fiume  si  chiama  oc- 
qua  queta  forse  perchè  nasce,  e  scorre  senza  rumore,  come 
olio  suso  ne' monti  avanti  che  divalli  prima  che  cada  giù  nel 
basso  ledo  nella  Romagna  ed  e  vacante  di  quel  nome  a  Forlì 
non  si  chiamapiù  acqua  quieta,  ma  presso  a  Forlì  Montone,  for- 
se perchè  cadendo  impetuosamente  rimbomba  e  fa  un  alto  rom- 
bo la  sopra  san  Benedetto  dal  alpe.  Vi  è  di  fatti  un  convento  di 
monaci  Benedtttini  nelle  alpi  tra  Romagna  e  Toscana  per  cade- 
re a  una  scesa  nel  precipitare  da  un  dirupo,  ove  quel  luogo  di 
s.  Benedetto  dovia  esser  recepto  ospizio  capace  di  molte  per- 
sone. E  difatti  un  Conte  di  que' luoghi  aveva  fissato  di  costru- 
irsi un  castello  fortissimo,  nel  quale  ridurre  tutti  gli  abitanti 


CANTO  XVI.  407 

del  dintorno,  che  avevano  case,  e  capanne  sparse,  e  distanti. 
Io  havea  una  corda  la  corda  figura  la  frode;  ed  essendo  com- 
posta di  molti  filamenti,  esprimono  questi  le  malizie,  ed  i  tra- 
nelli che  ne  formano  il  corredo  intorno  cinta  perchè  Dante 
se  n'  era  servito  nelle  cose  d' amore,  e  l'aveva  intorno  ai  lombi, 
e  vicina  così  alle  regioni  della  libidine;  pensai  alcuna  volta 
prender  la  lonza  qualche  vaga  donna  olla  pelle  dipinta  la 
lussuria  viene  figurata  nella  lonza  di  pelle  dipinta,  come  nel 
canto  primo  con  essa  colla  corda,  e  colla  frode:  porsila  a  lui 
a  Virgilio  agropata  e  rivolta  nodata,  ed  avvolta,  ossia  com- 
posta di  molti  lacciuoli  e  tranelli  per  ingannare  poscia  che 
lebbi  tutta  sciolta  da  me  dopo  avergli  confessato  l'uso  che  ne 
aveva  fatto  si  come  l  duca  m  avea  comandato  come  m'aveva 
comandato  Virgilio,  perchè  la  maniera  di  trar  profitto  della 
contemplazione  in  genere  di  frodi,  comincia  dalla  investiga- 
zione della  propria:  ond'ei  se  volse  in  su  el  destro  lato  era 
nel  destro  lato  della  riva  e  la  gitto  guso  in  quel  altro  bara- 
tro nell'altra  bolgia  oscura  più  bassa  alquanto  di  lungi  dalla 
sponda  lontano  dalla  riva,  io  dicea  fra  me  medesmo  in  mente 
mia  el  pur  convien  è  forza  che  novità  risponda  scorgendo 
Virgilio  stare  attento,  e  fisso  al  nuovo  cenno  al  nuovo  segno 
che  appariva,  dopo  aver  gittata  la  corda  che  l  maestro  si  se- 
conda che  Virgilio  tanto  costantemente  segue  con  l  occhio. 

Ah  quanto  gli  homini  deano  esser  cauti  circospetti 
presso  color  presso  i  sapienti  che  non  veghon  pur  lopra  non 
guardano  solo  all'esterno,  ma  anche  al  pensiero  ma  miran  col 
senno  ma  penetrano  acutamente  per  entro  i  pensieri  dentro  le 
intenzioni.  E  Virgilio  infatti  conobbe  l'Inferno  pensiero  di  Dan- 
te, e  lo  avvisò  che  bisogna  guardarsi  non  solo  da  quel  che  si 
dice  e  si  opera  all'esterno,  ma  anche  da  quello  che  si  pensa, 
trovandosi  al  cospetto  de'sapienti,  che  penetrano  sino  nell'ani- 


408  INFERNO 

mo.  ei  Virgilio  disse  a  me  do  eh  io  attendo  aspetto  nel  mio 
pensiero  e  che  l  tuo  parlar  della  mente  segue  va  macchinando 
congetturando  tosto  conven  che  se  scopra  al  tuo  viso  si  sveli, 
e  si  scopra.  Ed  ecco  un  precetto  dell'autore  Ihomo  dee  sempre 
chiuder  le  labra  sempre  tacere  fin  eh  el  puote  finché  noi  forzi 
necessità  essendo  l'uomo  spinto  più  a  dir  le  incredibili,  che 
le  credibili  cose  a  quel  ver  che  ha  faccia  di  menzogna  che 
ha  l'apparenza  d'incredibilità  pero  che  senza  colpa  fa  ver- 
gogna giacché  il  narratore  si  ritiene  bugiardo,  ma  qui  noi 
posso  tacere  non  posso  astenermi  dal  palesare  una  cosa  incre- 
dibile, ed  apostrofa  il  lettore  con  giuramento  io  lector  tei  giuro 
per  le  note  te  lo  giuro  per  le  parole  di  questa  comedia  Dante 
chiama  quest'opera  commedia  non  tanto  per  la  materia,  quanto 
per  lo  stile  volgare,  e  piano  s  elle  non  sian  vuote  di  lunga 
gratta  di  un  lungo  favore  degli  uomini:  e  Dante  giura  per 
quanto  ha  di  più  caro,  ossia  per  la  sua  fama,  che  tanto  amò 
anteponendola  nel  mondo  ad  ogni  altra  cosa  eh  io  vidi  una 
figura  mar avigliosa  ad  ogni  cor  sicuro  io  vidi  un  mostro  che 
avrebbe  messa  paura  anche  al  più  coraggioso  venir  notando 
in  suso  nuotando  apparire  sulla  superficie  dell'  acqua  per  quel 
aer  grosso  e  scuro  aria  grossa,  grassa,  caliginosa.  Il  mostro 
nuotava  si  come  torna  nuotando  in  su  colui  che  va  giuso  ta- 
lora a  scioglier  l  ancora  piantata  nell'arena  per  fermare  la 
nave  che  agrappa  s' attacca  o  scoglio  o  altro  che  e  giuso  nel 
mare  che  n  su  si  stende  agli  scogli ,  od  altro  che  trovi  sotto 
l'acque  e  vien  sopra  colle  braccia  et  se  rattrappa  e  si  racco- 
glie dai  pie  si  raccorcia  dai  piedi,  come  fanno  i  palombari, 
che  vanno  sott'acqua,  e  vengono  sulla  superficie  col  mezzodì 
una  corda.  Bellissima  similitudine!  Gerione  nascosto  sotto 
quelle  acque  appare  sulla  superficie  con  faccia  scoperta ,  brac- 
cia stese,  e  piedi  raccolti,  ovvero  colla  coda  di  scorpione  con- 
tratta, alla  guisa  de' palombari. 


CANTO  XVII, 


TESTO  MODERNO 


Ecco  la  fiera  con  la  coda  aguzza, 

Che  passa  i  monti,  e  rompe  muri  e  armi: 

Ecco  colei,  che  tutto  il  mondo  appuzza.  3 

Sì  cominciò  lo  mio  duca  a  parlarmi, 

E  accennolle  che  venisse  a  proda, 

Vicino  al  fin  de*  passeggiati  marmi.  6 

E  quella  sozza  imagine  di  froda 

Sen  venne,  e  arrivò  la  testa  e  il  busto; 

Ma  in  su  la  riva  non  trasse  la  coda.  9 

La  faccia  sua  era  faccia  d'uom  giusto, 

Tanto  benigna  avea  di  fuor  la  pelle; 

E  d'un  serpente  tutto  l'altro  fusto.  12 

Duo  branche  avea  pilose  infin  l'ascelle: 

Lo  dosso  e  il  petto  ed  amendue  le  coste 

Dipinte  avea  di  nodi  e  di  rotelle.  15 

Con  più  color  sommesse  e  sovrapposte 

Non  fer  mai  drappo  Tartari  né  Turchi, 

Né  fur  tai  tele  per  Aragne  imposte.  18 

Come  tal  volta  stanno  a  riva  i  burchi, 

Che  parte  sono  in  acqua  e  parte  in  terra, 

E  come  là  tra  li  Tedeschi  lurchi  21 

Lo  bevero  s'asselta  a  far  sua  guerra: 

Così  la  fiera  pessima  si  stava 

Su  l'orlo  che,  di  pietra,  il  sabbion  serra.  24 


410  INFERNO 

Nei  vano  tutta  sua  coda  guizzava , 

Torcendo  in  su  la  venenosa  forca, 

Che  a  guisa  di  scorpion  la  punta  armava.  27 

Lo  duca  disse:  or  convien  che  si  torca 

La  nostra  via  un  poco,  infino  a  quella 

Bestia  malvagia  che  colà  si  corca.  30 

Però  scendemmo  alla  destra  mammella, 

E  dieci  passi  femmo  in  su  lo  stremo, 

Per  ben  cessar  la  rena  e  la  fiammella  :  33 

E  quando  noi  a  lei  venuti  semo, 

Poco  più  oltre  veggio  in  su  la  rena 

Gente  seder  propinqua  al  luogo  scemo.  36 

Quivi  il  Maestro:  a  ciò  che  tutta  piena 

Esperienza  d'esto  giron  porti, 

Mi  disse,  or  va,  e  vedi  la  lor  mena.  39 

Li  tuoi  ragionamenti  sien  là  corti  : 

Mentre  che  torni  parlerò  con  questa, 

Che  ne  conceda  i  suoi  omeri  forti.  42 

Così  ancor  su  per  la  strema  testa 

Di  quel  settimo  cerchio,  tutto  solo 

Andai ,  ove  sedea  la  gente  mesta.  45 

Per  gli  occhi  fuori  scoppiava  lor  duolo: 

Di  qua,  di  là  soccorrean  con  le  mani, 

Quando  a'  vapori  e  quando  al  caldo  suolo.  48 
Non  altrimenti  fan  di  state  i  cani, 

Or  col  ceffo  or  col  pie,  quando  son  morsi 

0  da  pulci  o  da  mosche  o  da  tafani,  51 

Poi  che  nel  viso  a  certi  gli  occhi  porsi , 

Ne' quali  il  doloroso  fuoco  casca, 

Non  ne  conobbi  alcun;  ma  io  m'accorsi,  54 

Che  dal  collo  a  ciascun  pendea  una  tasca, 


CANTO  XVII.  411 

Ch'avea  certo  colore  e  certo  segno, 

E  quindi  par  che  il  loro  occhio  si  pasca.  57 

E  com'io  riguardando  tra  lor  vegno, 

In  una  borsa  gialla  vidi  azzurro, 

Che  di  lione  avea  faccia  e  contegno.  60 

Poi  procedendo  di  mio  sguardo  il  curro, 

Vidine  un'  altra  più  che  sangue  rossa 

Mostrare  un'oca  bianca  più  che  burro.  63 

E  un ,  che  d' una  scrofa  azzurra  e  grossa 

Segnato  avea  lo  suo  sacchetto  bianco, 

Mi  disse:  che  fai  tu  in  questa  fossa?  69 

Or  te  ne  va;  e  perchè  sei  viv'anco, 

Sappi  che  il  mio  vicin  Vitaliano 

Sederà  qui  dal  mio  sinistro  fianco.  69 

Con  questi  Fiorentin  son  Padovano: 

Spesse  fiate  m'intruonan  gli  orecchi, 

Gridando:  vegna  il  cavalier  sovrano,  72 

Che  recherà  la  tasca  coi  tre  becchi. 

Quindi  storse  la  bocca,  e  di  fuor  trasse 

La  lingua,  come  bue  che  il  naso  lecchi.  75 

E  io  temendo  no'l  più  star  crucciasse 

Lui,  che  di  poco  star  m'avea  ammonito, 

Tornai  indietro  dall'anime  lasse.  78 

Trovai  lo  Duca  mio,  ch'era  salito 

Già  su  la  groppa  del  fiero  animale, 

E  disse  a  me:  or  sie  forte  e  ardito.  81 

Ornai  si  scende  per  sì  fatte  scale  : 

Monta  dinanzi,  ch'io  voglio  esser  mezzo, 

Sì  che  la  coda  non  possa  far  male.  84 

Qual  è  colui ,  eh'  ha  sì  presso  il  ribrezzo 

Della  quartana ,  eh'  ha  già  P  unghie  smorte , 


412  INFERNO 

E  trema  tutto  pur  guardando  il  rezzo;  87 

Tal  diventilo  alle  parole  porte: 
Ma  vergogna  mi  fer  le  sue  minacce, 
Che  innanzi  a  buon  signor  fa  servo  forte.  90 

lo  m'assettai  in  su  quelle  spallacce: 
Sì  volli  dir,  ma  la  voce  non  venne 
Com'io  credetti:  fa  che  tu  m'abbracce.  93 

Ma  esso  ch'altra  volta  ini  sovvenne 
Ad  altro  forte,  tosto  ch'io  montai, 
Con  le  braccia  m'avvinse  e  mi  sostenne;  96 

E  disse:  Gerion,  moviti  ornai: 
Le  ruote  larghe  e  lo  scender  sia  poco  : 
Pensa  la  nuova  soma  che  tu  hai.  99 

Come  la  navicella  esce  di  loco 
In  dietro  in  dietro,  sì  quindi  si  tolse: 
E  poi  che  al  tutto  si  sentì  a  giuoco,  102 

Là  ov'era  il  petto,  la  coda  rivolse, 
E  quella  tesa,  com' anguilla,  mosse, 
E  con  le  branche  l'aer  a  sé  raccolse.  105 

Maggior  paura  non  credo  che  fosse, 
Quando  Fetonte  abbandonò  gli  freni, 
Per  che  il  Ciel,  come  appar  ancor,  si  cosse;     108 

Né  quando  Icaro  misero  le  reni 
Sentì  spennar  per  la  scaldata  cera, 
Gridando  il  padre  a  lui:  mala  via  tieni;  1 1 1 

Che  fu  la  mia,  quando  vidi,  ch'io  era 
Nell'aer  d'ogni  parte,  e  vidi  spenta 
Ogni  veduta,  fuor  che  della  fiera.  11* 

Ella  sen  va  notando  lenta  lenta; 
Ruota,  e  discende,  ma  non  me  n'accorgo, 
Se  non  che  al  viso  e  di  sotto  mi  venta.  1 17 


CANTO  XVII.  413 

lo  sentia  già  dalla  man  destra  il  gorgo 

Far  sotto  noi  un  mirabile  stroscio: 

Per  che  con  gli  occhi  in  giù  la  testa  sporgo.     120 
Allor  io  fui  più  timido  allo  scoscio: 

Però  eh'  io  vidi  fuochi  e  sentii  pianti  ; 

Ond'  io  tremando  tutto  mi  raccoscio.  123 

E  vidi  poi,  che  non  l' udia  davanti 

Lo  scendere,  il  girar,  per  tanti  mali, 

Che  s' appressa van  da  diversi  canti.  126 

Come  il  falcon,  ch'è  stato  assai  su  l' ali, 

Che  senza  veder  logoro  o  uccello 

Fa  dire  al  falconiere:  oimè  tu  cali  :  129 

Discende  lasso,  onde  si  move  snello 

Per  cento  ruote,  e  da  lungi  si  pone 

Dal  suo  maestro,  disdegnoso  e  fello:  132 

Così  ne  pose  al  fondo  Gerione 

A  pie  da  pie  della  stagliata  rocca: 

E  discarcate  le  nostre  persone, 
Si  dileguò,  come  da  corda  cocca.  136 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Descrizione  di  Gerione.  11  canto  può  dividersi  in  tre  parti 
generali:  nella  prima — descrizione  del  suddetto  mostro:  nella 
seconda  —  pena  speciale  degli  usurai  e  quando  noi  ecc.  nella 
terza  —  salita  sulla  schiena  di  Gerione,  che  porta  i  poeti  al 
cerchio  de'  fraudolenti  et  io  taccendo  ecc. 

Dante  non  senza  perchè  nell'atto  di  discendere  al  cerchio 
de'  fraudolenti  ci  presenta  una  figura  maravigliosa,  colla  fac- 
cia d' uomo  benigno,  e  col  corpo  di  serpente  meno  la  coda, 
eh'  era  di  scorpione:  tale  figura  mostruosa  nomasi  Gerione, 
e  cosi  vien  chiamato  da  altri  poeti.  E  poeticamente  parlando 


414  INFERNO 

Gerione  fu  un  re  di  Spagna,  eh'  ebbe  tre  corpi ,  e  Ire  anime. 
Fu  vinto  da  Ercole  in  tutte  tre  le  vite,  e  da  lui  spogliato  di  nu- 
merosissimo armento.  Storicamente  parlando  poi,  e  secondo 
Giustino,  furono  i  Gerioni  tre  fratelli  di  tanta  concordia,  ed 
unanimità,  che  sembravano  avere  un'anima  sola  in  tre  corpi. 
Rodorigo  Vescovo  di  Toledo  nella  cronaca  di  Spagna  dice  — 
che  Gerione  ebbe  tre  regni — laLusitania,  la  Galizia,  e  la  Be- 
tica.  Altri  diversamente  scrivono,  ed  io  sono  con  questi  ulti- 
mi, che  Gerione  ebbe  nella  Spagna  tre  regni  —  le  due  Isole 
Maiorica,  e  Minorica,  e  Valenza  capitale  della  Spagna.  Ercole 
primo  domatore  delle  Spagne,  tolse  a  Gerione  i  tre  regni,  e 
la  vita.  Gerione  per  avere  avuto  tre  regni  nomavasi  Tergemi- 
no.  Ma  Dante  con  Gerione  intende  figurare  la  frode  eh'  è  tri- 
plice, giacché  si  fa  frode  colle  parole,  e  poiché  la  parola  è 
propria  dell'uomo,  così  gli  si  accorda  faccia  umana,  e  beni- 
gna. —  La  frode  si  commette  nelle  cose,  nelle  arti,  nelle  mer- 
cature, e  quindi  gli  compone  il  corpo  di  serpente,  che  ha  di- 
versi colori,  ed  è  il  più  astuto  degli  altri  animali.  La  frode  si 
commette  colle  opere,  e  quindi  mostra  la  coda  di  scorpione 
biforcuta,  velenosa,  perforante,  e  mortale — volendo  così  dar 
a  conoscere  gli  assassini,  i  barattieri,  i  simoniaci,  i  traditori. 
melio  duca  comincio  si  a  parlarmi  Virgilio  appena  vide 
Gerione  comparire  si  mise  a  gridare  ecco  la  fera  ecco  la  fiera 
il  mostro,  ecco  la  frode  che  rende  Y  uomo  somigliante  alla  vol- 
pe, ed  al  serpente  con  la  coda  aguzza  colla  coda  di  scorpione 
che  passa  i  monti  pel  commercio  di  scienze,  arti ,  e  mercato  n- 
zie.  Pei  monti  poi  allegoricamente  si  possono  intendere  i  sa- 
pienti, i  virtuosi,  gli  uomini  distinti  per  potenza ,  e  sapere,  che 
spesso  sono  vinti  dalla  frode  e  rompe  muri  come  lo  mostrò  il 
tradimento  di  Si  none,  che  col  finto  dono  di  Minerva,  ossia  col 
cavallo  di  legno  prese  Troja.  Per  muri  puoi  anche  interpretare 


CANTO  XVII.  415 

gli  uomini  forti,  ed  immutabili  e  larmi  le  armate:  la  frode 
senz'  armi  vince  guerriero  armato;  povera  vince  i  ricchi,  pic- 
cola vince  i  grandi.  Annibale  ebbe  colla  frode  le  più  grandi 
vittorie.  Trovandosi  stretto  da  Fabio  Massimo,  radunò  tutti 
i  buoi  che  aveva  nel  campo,  quasi  due  mila,  ed  alle  corna 
legò  fasci  di  stoppia  che  si  accesero  nella  notte,  facendoli  cor- 
rere verso  del  monte  presoda  Fabio:  la  stoppia  accesa  arriva- 
ta alla  pelle  degli  animali,  e  dalla  pelle  al  cervello,  divennero 
furenti, e  si  misero  a  correre  tanto,  che  Paria  sembrava,  che 
ardesse;  ed  i  romani  temendo  di  esser  circondati  dalle  armi  di 
Annibale,  gittarono  le  proprie  e  si  diedero  a  fuga  precipitosa. 
Così  Annibale  potè  liberarsi  dalle  mani  nemiche,  che  di  certo 
lo  avrebbero  preso  fra  quei  monti ,  ne'quali  incautamente  erasi 
chiuso.  Ecco  dunque  la  frode  vincer  le  armate  senza  far  uso 
delle  armi  ecco  colei  che  tutto  il  mondo  appuzza  appesta  col 
puzzo  suo  l' intero  mondo,  e  quella  sozza  imagine  di  fro- 
da Gerione  mostro  triforme  sen  venne  comparve  e  arrivo  la 
testa  la  testa  di  sembianza  umana  e  l  busto  il  corpo  di  serpente 
ma  non  trasse  la  coda  ma  non  mostrò  la  coda  di  scorpione 
su  la  ripa  perchè  la  frode  ha  sempre  con  sé  qualche  cosa  di 
occulto  per  esser  certa  di  riuscire:  la  faccia  sua  era  faccia 
duom  giusto  volendo  comparir  tale  in  tutte  le  operazioni,  e 
protestandosi  sempre  tale;  di  fuor  la  pelle  tutta  benigna  Te- 
sterna  apparenza  dolce  e  tutto  l  altro  fusto  tutto  il  resto  del 
corpo  era  duno  serpente  i  serpenti  hanno  il  cuore  pieno  di 
veleno,  e  le  altre  membra  sordide,  e  fetenti.  Aveva  due  chele 
le  quali  figurano  due  maniere  di  frodi  —  perchè  colla  frode 
si  rompono  i  vincoli  di  natura  e  di  fede  canto  XI  ;  ovvero  due 
branche  delle  quali  Gerione  faceva  uso.  Da  ciò  s' impara,  che 
P  opre  del  fraudolento  son  sempre  doppie,  perchè  mostra  di 
far  una  cosa,  e  ne  fa  veramente  un'altra  diversa,  ed  opposta. 


416  INFERNO 

due  branche  avea  pelose  infin  l  ascelle  le  branche  che  ter- 
minavano alle  ascelle  eran  tutte  coperte  da  pelo;  perciò  Dante 
nel  canto  XXVII  dice  de*  fraudolenti  gli  accorgimenti ,  eie 
coperte  vie  —  havia  dipinte  colorati  el  dosso  el  pedo  et  am- 
bedue le  coste  quasi  l'intero  corpo  di  nodi  e  di  rotelle  di  grup- 
pi, e  di  macchine  a  ruote,  essendo  le  frodi  di  forme  innume- 
rabili, ed  infinite,  tartari  ne  turchi — non  fer  non  fecero  mai 
drappi  con  più  colori  commessi  e  sopraposte  con  colori  cosi 
vari,  e  sovraposti  Puno  sulP  altro,  com'  erano  i  colori  del 
serpente  ne  tali  tele  furono  imposte  per  oragne,  Pretendono 
alcuni  che  Dante  in  questo  luogo  parli  del  ragno  animale,  che 
veramente  tesse  colla  sua  bava  una  tela  maravigliosa;  ma  altri 
vogliono,  che  Dante  parli  di  Àracne,  che  fu  ingegnosissima, 
della  quale  si  dirà  nel  canto  XII  del  Purgatorio  o  folle  Aragne 
che  più  seconda  la  mente  dell'  autore,  in  quanto  che  la  tela 
artificiale  di  diversi  colori  più  conviene  a  frode  artificiosa,  ed 
a  pelle  colorata,  di  quel  che  la  debole  tela  dell'animale  — 
Gerione  poi  viveva  parte  in  terra,  e  parte  in  acqua,  come  le 
navi  tirate  in  riva,  e  come  il  bivaro,  o  castoro.  Il  bivaro  è 
animale  piccolo,  grosso,  corto  come  un  tasso.  Ha  i  piedi  di 
dietro  della  forma  delle  oche,  che  gli  servono  a  nuotare,  ed 
i  due  davanti  a  guisa  di  quelli  del  cane:  la  pelle  cenerina  ten- 
dente al  nero:  il  pelo  spesso,  e  corto:  coda  larga  come  lingua 
di  bue,  pingue,  squammosa:  nel  capo  un  testicolo  caldo  e 
secco,  animatore  de'  nervi,  e  quindi  creduto  giovevole  a  se- 
darne il  tremore.  É  quest'  animaletto  sagace,  ed  ingegnoso 
nel  fabbricarsi  la  propria  casa.  Coi  denti  acuti  rode  gli  alberi 
altissimi,  ed  i  rami  più  grossi,  e  li  atterra:  si  serve  de'  legni 
atterrati  per  fabbricarsi  case  a  vari  piani  a  traverso  le  correnti 
de'  fiumi,  e  nel  tempo  di  gonfiamento  d' acqua  vive  ne'piani 
superiori,  come  vive  negli  inferiori  quando  1'  acqua  è  abbas- 


CANTO  XVII.  417 

sata.  Si  dice  anche,  che  il  bivaro  chiuda  i  girovaghi ,  e  ponga 
gì' infingardi  colla  schiena  a  terra,  e  li  carichi  sulla  pancia  di 
legna  con  molt'arte  accatastata,  e  li  trascini  per  la  coda  al 
luogo  dove  si  costruisce  la  casa.  In  essa  nascosto  lascia  sem- 
pre la  coda  nella  corrente,  ed  i  pesci  avidissimi  si  fermano 
sulla  coda,  ch'egli  velocemente  rilira,  e  così  li  prende,  e  se 
ne  ciba.  Si  pasce  anche  di  melga,  e  delle  scorze  degli  alberi. 
La  coda  sua  serve  nell'acqua,  come  il  timone  alla  nave.  Quanto 
mai  fu  ingegnoso  l'autore  in  questa  similitudine!  Plinio  ci 
avvisa,  che  il  bivaro  somiglia  molto  alla  lontra,  la  quale  se 
arriva  a  prendere  un  uomo  in  qualche  parte  noi  lascia,  se  non 
le  si  frangon  le  ossa.  Il  bivaro  è  animale  biforme,  coi  piedi  di 
dietro  come  le  oche,  animali  vigilanti,  finamente  audienti ,  e 
quei  davanti  da  cane  per  correr  veloce:  tiene  la  coda  sott'ac- 
qua per  prendere  con  astuzia  i  pesci  :  Gerione  è  mostro  tri- 
forme, con  testa  umana,  corpo  di  serpe,  coda  di  scorpio- 
ne, e  con  questa  nuota,  e  con  quella  si  regge,  ed  inganna 
colla  faccia  gli  uomini  di  buona  fede,  ed  ingenui.  Il  bivaro  ri- 
duce i  girovaghi  in  servitù,  e  carica  di  pesi  gì'  infingardi  :  vive 
in  terra,  ed  in  acqua:  atterra  gli  alberi,  taglia  i  rami:  ha  un 
testicolo  nel  capo  che  giova  a  sanare  la  debolezza,  e  tremore 
de' nervi:  si  costruisce  case  a  molti  piani.  —  Gerione  vince 
ogni  frode,  e  li  volge  a  proprio  vantaggio:  egli  vive  nell'ac- 
qua, come  in  terra,  e  si  pasce  de' pesci,  o  de' prodotti  di  ter- 
ra:— abbassai  potenti,  ed  i  deboli:  si  costruisce  in  mente  pro- 
getti più  intricati  del  labirinto  di  Creta:  quelli  eh'  entrano  in 
essi  di  rado,  o  giammai  possono  uscirne,  la  fiera  pessima  Ge- 
rione o  la  frode  si  stava  sul  orlo  all'estremo  della  vw^chedi 
petra  il  sabion  serra  la  riva  di  pietre  chiude  la  sabbia  ar- 
dente cosi  come  stanno  i  burchi  a  riva  talvolta  che  parte 
sono  in  terra  i  burchielli  tirali  alla  riva  han  la  propria  testa, 
Rambaldi  —  Voi.  1.  27 


418  INFERNO 

ossia  la  prora  fuori  d'acqua,  ed  il  restante  sott'acqua  parte 
in  aqua  la  poppa,  eh'  è  qual  coda  del  burchiello  et  come  lo 

9  bivaro  in  greco  fiber  in  italiano  castoro  così  detto  non  per- 
chè sia  da  castrarsi,  ma  perchè  non  si  lagna  della  castrazione. 
Alberto  Magno  nega  l'asserzione  d'Isidoro,  che  il  castoro  in- 
seguito dai  cacciatori  si  strappi  coi  denti  il  didimo,  o castorio 
ed  alzandosi  sulle  gambe  di  dietro  mostri  di  non  più  averlo. 
Ed  è  più  credibile  Alberto  Magno,  perchè  gran  naturalista,  e 
perchè  acuto  sperimentatore  per  la  gran  quantità  de'  castori 

^che  si  propagano  nel  di  lui  paese.  —  Anche  Dioscoride  con- 
viene con  Alberto,  perchè  non  potè  leggere  alcun  testimonio 
dell'  asserzione  d' Isidoro  s  assetta  a  fare  sua  guerra  contro  i 
pesci  la  tra  li  todeschi  turchi  golosi,  voraci.  1  castori  abbon- 

[  dano  specialmente  in  Alemagna  sulle  rive  del  Danubio,  e  presso 

»  il  Ponto  nel  mar  maggiore.  Trovansi  anche  nelle  terre  de'mar- 
chesi  d'Este  sul  Ferrarese  e  guizza  tutta  sua  coda  nel  vano 
nel  vuoto  torcendo  insù  la venenosa  forca  lo  scorpione  ha  il 
veleno  nella  coda  a  guisa  di  forca  che  qual  coda  armava  la 
punta  a  guisa  di  scorpione  in  tal  modo  ti  viene  incontro  colle 
zanne  aperte,  e  colla  coda  di  dietro  occultamente  ti  punge. 

Lo  duca  Virgilio  disse  or  convien  che  la  nostra  via  si 
torca  un  poco  Gerione  tirato  colla  corda  non  approdò  diret- 
tamente al  punto,  a  cui  era  tirato  fino  a  quella  bestia  mal- 
vaggia  fino  a  Gerione  che  se  corca  si  ferma,  siede  cola.  Vir- 
gilio mostrava  a  Dante  il  punto  non  molto  lontano  dall' argine 
destro  in  cui  Gerione  approdò:  poi  discendemo  discesero  più 
basso  nella  riva  alla  mammella  destra  in  sulla  destra  e  femmo 
dieci  passi  forse  volendo  significare  le  dieci  bolgie  in  cui  son 
puniti  dieci  generi  di  frodisi  lo  stremo  sull'estremità  del  cer- 
chio per  ben  causar  la  rena  e  la  fiammella  per  evitare  l' ar- 
dor  dell'arena,  che  cuoceva  i  piedi,  e  Pardor  delle  fiamme 


CANTO  XVII.  419 

che  cadevano  di  sopra.  Tal  riva  è  senza  fiamme,  come  lo  sono 
gli. argini  del  canale,  per  la  stessa  ragione,  che  gli  umori, 
eh'  esalano,  estinguono  le  fiamme  prima  che  arrivino  a  terra. 
E  quando  seconda  parte  generale  e  veggio  poco  più  oltre 
poco  più  in  là  da  Gerione  gente  propinqua  a  luogo  scemo 
gente  vicina  ad  un  luogo  scavato,  in  cui  era  Gerione  sedere 
in  su  l  arena  ed  è  grave  pena  sedere  sopra  del  fuoco  quando 
noisemo  venuti  a  lei  quando  giungemmo  a  Gerione.  Mara- 
vigliano alcuni,  che  Dante  abbia  messi  gli  usurai  fra  i  violenti, 
ed  ora  ne  descriva  la  pena;  ma  costoro  non  arrivano  alla  gran- 
d'arte  dell'autore.  Qui  li  pone  di  nuovo  per  far  conoscere,  che 
gli  usurai  sono  colpevoli  di  violenza  contr'arte  non  solo,  ma 
ben  anche  sono  colpevoli  di  frode,  perchè  negano  le  dilazioni, 
il  denaro  ricevuto,  i  patti  o  verbali,  o  scritti,  o  se  non  li  ne- 
gano del  tutto,  li  alterano,  e  modificano.  Partecipando  adun- 
que dell'uno,  o  dell'altro  vizio,  Dante  a  ragione  li  mette  nella 
sabbia  ardente  vicini  a  Gerione.  il  maestro  Virgilio  me  disse 
qui  nel  luogo  dov'  era  Gerione  va  et  vedi  la  lor  mena  la  loro 
pena  speciale,  ossia  il  continuo  dimenar  delle  mani  accioche 
porti  tutta  piena  esperienza  de  sto  giron  sabbione,  nel  quale 
non  avea  distinti  gli  usurai,  li  tuoi  ragionamenti sien  corti  la 
sbrigati  presto  con  costoro,  perchè  di  loro  trattasti  altrove ,  e 
la  materia  è  nota  et  io  parlerò  con  questa  fiera  di  Gerione  che 
ne  conceda  i  suoi  omeri  forti  che  ci  presti  i  suoi  omeri 
vigorosi,  e  saran  tali,  se  tutto  il  mondo  è  basato  sulla  frode 
mentre  che  tu  torni  finché  tornerai,  cosi  andai  ancor  tutto 
solo  senza  Virgilio,  e  ciò  finge  l'autore  per  non  perdere  inu- 
tilmente il  tempo,  essendo  la  materia  già  stata  discussa  super 
la  stretta  testa  per  P  estremità  della  riva  ove  la  gente  mesta 
sedea  gli  usurai  che  Dante  chiama  mesti  per  la  doppia  pena, 
e  perchè  Pusurajo  è  sempre  pensieroso,  e  cogitabondo  sulle 


420  INFERNO 

sue  cose,  che  mai  non  lo  appagano,  il  duol  scopiava  fuor 
degli  occhi  loro  si  dolgono,  e  piangono  appena  perdono  un 
soldo  e  soccorrevan  con  le  mani  quando  ai  vapori  ora  con- 
tro V  ardor  delle  fiamme  quando  al  caldo  solo  ora  contro  V  a- 
rena,  o  sabbia  ardente.  Così  gli  usurai  operano  nel  mondo 
sempre  contando  denari  o  prestando,  o  ricevendo,  ora  scri- 
vendo, ora  notando,  e  quanto  più  cresce  Toro,  tanto  più 
crescon  le  cure,  i  cani  non  fanno  altrimenti  —  distate  nella 
stagion  estiva  or  col  ceffo  or  col  muso  or  col  piede  —  quanr 
do  son  morsi  oda  pulci  o  da  tafani.  E  gli  usurai  somigliano 
ai  cani  per  vigilanza,  e  malizia.  I  cani  frangendo  le  ossa  suc- 
chiano il  midollo,  non  han  pietà  de' poveri,  anzi  li  mordono, 
e  lacerano,  ed  altrettanto  fanno  gli  usurai.  Dice  il  Profeta  —  1 
cani  fan  guerra  con  tutte  le  membra  alle  mosche,  alle  pulci , 
ai  tafani  nati  da  corruzione:  e  gli  usurai  per  gli  stimoli  d'a- 
varizia nati  dalla  corruzione  della  mente  fan  guerra  ai  loro  si- 
mili. Quindi  a  ragione  il  proverbio  chi  si  coliga  con  i  cani  hi 
alza  con  le  pulci  e  tanto  ti  stimoleranno  che  non  potrai  più  a- 
ver  pace,  nonne  conosco  alcuno  di  costoro  niuno  era  in  rino- 
manza ond' essere  dall'autore  conosciuto,  egli  usurai  non 
sono  mai  distinti  per  qualche  virtù.  E  se  taluno,  benché  raro, 
si  trovi  virtuoso  fra  gli  usurai ,  dirò  che  in  genere  sta  il  mio 
vero,  e  che  una  rondine  non  fa  primavera,  poiché  porsi  gli 
occhi  dacché  fissai  lo  sguardo  nel  viso  a  certi  nella  faccia  di 
taluno  ne  quali  il  doloroso  foco  casca  sopra  de*  quali  piovon 
le  fiamme  ma  io  m  accorsi  che  una  tasca  una  borsa  pendea 
dal  collo  di  ciascuno  pendea  dal  collo  di  quegli  usurai  eh  a- 
vea  certo  colore  e  certo  segno  avea  un'arma,  o  stemma  e  par 
che  lor  occhio  pasca  quindi  che  contenti  l'occhio  loro,  te- 
nendovi fisso  lo  sguardo,  ed  il  pensiero,  essendo  l'oro  il  loro 
Dio,  e  la  loro  felicità. 


CANTO  XVII.  421 

Danle  scorge  alcuni  usurai  fiorentini,  e  fra  questi  uno 
de'  Gianfigliacci  che  aveva  nello  stemma  un  leone  azzurro  in 
campo  giallognolo  e  vidi  azurro  vidi  un  colore  azzurro  che  di 
leon  avea  faccia  e  contegno  apparenza ,  e  posa  in  una  borsa 
gialla  in  campo  giallognolo  della  stessa  borsa  com  io  vegno 
riguardando  fra  loro  per  distinguere  fra  gli  usurai  qualche 
persona  a  me  nota,  poi  il  curro  del  mio  sguardo  poi  il  corso  di 
mia  contemplazione  procedendo  vidine  un  altra  borsa  rossa 
come  sangue  in  cui  era  un'oca  che  beveva  il  sangue  mostrando 
un  oca  bianca  più  che  burro  più  bianca  del  butirro,  secondo 
il  volgare  di  Apuleio.  Et  uno  altro  usuraio  padovano  —  ser 
Rainaldo  degli  Scrovigni  immensamente  ricco.  Gli  Scrovigni 
hanno  una  scrofa  azzurra  in  campo  bianco,  e  quindi  sopra- 
nomati scrofa,  come  alcuni  nobili  romani  eh  avea  segnato 
l  suo  sachetto  bianco  la  sua  borsa  duna  scroffa  azzurra,  e 
gravida:  mi  disse  che  fai  tu  in  questa  fossa?  perchè  vivo,  e 
senza  castigo  sei  qua  venuto?  or  te  ne  va  sono  infiniti  gli  u- 
surai,  ma  pure  te  ne  indicherò  due  de' principali  e  perche  sei 
vivo  ancor  e  sei  per  tornare  al  mondo  de' viventi  sappi  che 
l  miovicin  Vitaliano  il  mio  vicino  di  Padova  sedera  qui  starà 
nel  tormento  con  me  dal  mio  sinistro  fianco.  Vitaliano  fu  un 
nobile  della  stirpe  del  Dente  che  vivente  ancora  fu  posto  da 
Dante  nelF  Inferno,  perchè  riteneva  che  sarebbe  dannato  fra 
gli  usurai,  con  questi  fiorentin  son  padovano  in  compagnia 
di  questi  fiorentini  aspetto  un  altro  padovano.  In  ultimo  Scro- 
vigni palesa  un  fiorentino  —  Ser  Giovanni  Baiamonte  che  sor- 
passò nelle  usure  tutti  de'tempi  suoi,  e  per  questo  gli  usurai 
lo  chiamavano  il  gran  capo,  o  principe  della  setta  questi  usu- 
rai spesse  fiate  mintronan  l'orecchi  mi  assordano  gridan- 
do vegna  il  Cavalier  Sovrano.  Ser  Baiamonte,  e  ser  Vitaliano 
del  Dente  vivevano  ancora,  ma  Danieli  pose  all' Inferno,  per- 


422  INFERNO 

che  ritenne  certa  la  loro  dannazione  fra  gli  usurai.  Chia- 
mano poi  Baiamonte  per  coprire  in  qualche  modo  il  loro  vi- 
zio, e  perchè  si  ama  di  aver  compagni  nelle  pene.  I  tristi 
poi  si  fan  gloria  di  avere  fra  loro  qualche  eccellente»  che 
amano  ed  onorano.  Dante  lo  distingue  dallo  stemma  in  cam- 
po d' oro  che  recherà  la  tasca  coi  tre  becchi  che  avrà  tre  bec- 
chi nel  campo  d' oro  della  borsa. 

Questi  usurai  si  vantano  di  avere  concorso  al  pubblico 
bene  col  prestito  del  denaro,  perchè  sovvennero  air  indi- 
genza; ma  nel  vanto  loro  tacciono  le  usure  eccessive  spre- 
mute in  misura  tanto  maggiore,  quanto  più  grande  era  il 
bisogno.  Oggidì  gli  usurai  non  istanno  più  occulti ,  ma  si  mo- 
strano apertamente,  e  tengono  banco  pubblico,  e  ne  spie- 
gano le  insegne,  come  di  un'arte  nobilissima.  L'usura  passò 
a  tutte  le  classi,  ai  contadini,  ai  mercanti,  agli  artieri,  anche 
(vergogna  a  dirsi)  ai  sacerdoti,  ai  prelati,  ed  ai  frati,  gwt  po- 
sto fine  a'  suoi  delti  trasse  di  fuor  la  lingua  mise  fuori  la 
lingua  come  l  bo  che  l  naso  lecchi.  Baiamonte  aveva  il  vizio 
di  sporgere  bestialmente  la  lingua  verso  il  naso,  quando  par- 
lava con  alcuno. 

Et  io  temendo  terza  parte  generale.  Dante  temendo  noi 
più  star  crucciasse  il  più  lungo  trattenersi  spiacesse  a  Virgi- 
lio che  m  avea  ammonito  di  star  poco  come  si  vide  tornami 
indreto  dall anime  lasse  dagli  usurai  lassi  dalle  fatiche  delle 
mani,  trovai  Iduca  mio  trovai  Virgilio  eh  era  salito  già  sulla 
groppa  del  fiero  animale  sulla  schiena  di  Gerione  di  cui  neH 
l'Inferno  non  è  mostro  peggiore,  non  Caronte,  non  Flegia. 
Gerione  fu  re  violento,  e  fraudolento,  e  perciò  Dante  lo  fa 
trascinare  i  violenti  al  castigo.  Che  se  Ercole  lo  vinse ,  e  lo 
privò  de' regni,  e  della  vita,  ciò  mostra  che  la  virtù,  e  la  sa- 
pienza vincono,  ed  abbattono  anche  le  frodi,  e  disse  a  me: 


CANTO  XVII.  425 

or  sie  forte  e  ardito.  La  fortezza,  e  P  ardire  giovano  assai 
contro  gli  oggetti  terribili,  e  non  vi  è  nell'Inferno  mostro  più 
terribile  di  Gerione,  non  Cerbero  dalle  tre  teste,  non  Mino- 
tauro che  ha  due  corpi  :  Gerione  ha  tre  teste,  ed  offende  colla 
coda  più  che  gli  altri  animali,  colle  unghie,  e  coi  denti,  ornai 
si  scende  per  si  fatte  scale  non  per  nave,  come  per  due  volte 
facesti,  ma  per  nuova  scala  di  tre  diversi  gradi,  cioè  uomo , 
serpente,  e  scorpione,  monta  dinanti  avanti  a  me,  nel  posto 
della  sella  per  esser  più  sicuro,  non  sapendo  cavalcare  tal 
fiera,  ed  io  starò  alla  coda  perchè  conosco  la  bestia,  che  so- 
miglia al  mulo,  il  quale  sta  lungo  tempo  senza  dar  calci, 
ma  uno  che  ne  dia  è  mortale;  si  che  la  coda  non  possa  far 
male.  Il  sapiente  avvisa  di  star  sempre  in  guardia  contro  della 
frode.  Dante  invitato  a  montare  sulle  spalle  di  quel  mostro  co- 
minciò a  tremare  in  tutto  il  corpo  come  preso  dalla  quartana 
io  divenni  tale  alle  parole  porte  cioè  all'  invito  di  montare 
su  quel  mostro  quale  diviene  colui  eh  a  si  presso  l  riprezzo 
quando  arriva  il  giorno,  ed  il  freddo  della  quartana  della 
febbre  che  si  rinnova  ogni  quattro  dì  eh  a  già  l  i+nghie  smorte 
incominciando  il  pallore  dall'  estremità  e  trema  tutto  pur 
guardando  il  rezzo  il  freddo,  o  brivido  febbrile.  Ottima  simi- 
litudine! Chi  aspetta  la  quartana  comincia  dal  tremare,  come 
Dante  prima  di  montare  quel  mostro.  Aveva  egli  avuto  timore 
nell'ingresso  dell'Inferno,  maggiore  nell'ingresso  di  Dite, 
spavento  nell'  accedere  a  questo  cerchio:  in  tal  modo  cresce 
la  profondità,  e  difficoltà  della  materia,  imperocché  la  vio- 
lenza si  manifesta  di  per  sé  stessa,  ma  la  frode  è  occulta,  né 
si  trattò  mai  da  alcun  poeta;  qui  dunque  abbisognava  uno 
sforzo  d'ingegno  ma  le  sue  minacce  mi  fecer  vergogna  e  si 
noli,  che  Virgilio  per  dileguare  i  timori  di  Dante  altra  volta 
usò  di  lodi,  di  consigli,  di  avvertimenti,  ma  qui  sgrida,  e  mi- 


424  INFERNO 

naccia.  —  Ahi  misero,  pusillanime,  vile;  non  avrai  un  nome 
giammai,  non  fama  duratura,  non  gloria!  Ache  tante  vigìlie, 
e  fatiche  se  non  ti  crebbero  animo,  e  coraggio  per  tentare  la 
meta,  che  ti  prefiggesti?  Perchè  ti  si  para  un  mostro  vorresti 
volgere  il  tergo?  Ma  egli  ti  arriverebbe  colla  lingua,  ti  punge- 
rebbe colla  coda  di  scorpione.  —  Animo  dunque:  non  ti  sca- 
valcherà, non  sarai  affogato  in  queste  acque  quantunque  pro- 
fonde: monta  su  nella  schiena  del  mostro:  io  ti  terrò  fra  le 
mie  braccia.  —  Ed  ecco  espressa  la  lotta  della  mente  nella 
trattazione  del  difficile  tema,  ma  la  vinse  vergogna  la  quale 
fa  servo  forte  nanti  a  suo  signore  rende  il  servo  coraggioso 
dinanzi  al  suo  padrone.  La  vergogna  è  stimolo  forte  per  con- 
vertire i  timidi  in  audaci,  in  vincitori.  Scrive  Giulio  Celso,  che 
nelle  Gallie  Cesare,  scorgendo  un  soldato  che  fuggiva  dalla 
guerra,  lo  prese  pel  naso ,  e  riconducendolo  al  campo  gli  disse 
—  là  sono  i  nemici.  —  Lo  stesso  accadde  in  Ispagna  combat- 
tendo contro  i  figli  di  Pompeo.  Cesare  vedendo  fuggire  i  suoi 
veterani  discese  da  cavallo  e  si  mise  alla  testa  della  prima  fila 
a  combattere.  La  vergogna  fermò  i  fuggenti,  quali  Cesare  non 
aveva  potuto  arrestare  colle  preghiere,  e  così  tolse  la  vittoria 
ai  nemici.  La  vergogna  operò  ugualmente  in  Dante,  io  m  as- 
settai su  quelle  spallacele  sulle  spalle  di  Gerione.  Le  grandi 
spalle  di  Gerione  esprimono  che  ognuno  vive  nel  mondo  se- 
condo le  apparenze,  e  se  un  calzolajo  dicesse,  che  la  tomaia 
è  debole,  la  suola  mal  concia,  se  il  mereiaio  avvisasse  del  co- 
tone misto  alla  lana  nel  panno,  o  del  falso  colore,  ridurreb- 
bersi  presto  in  miseria,  e  morirebber  di  fame  in  ogni  parte  del 
mondo.  Perciò  venne  il  ditterio  —  chi  commette  fraudi  andrà 
air  Inferno,  chi  non  ne  commette  andrà  all'  elemosina,  et  si 
volli  dire  :  fa  che  tu  m  abbracci  ma  perchè  non  aveva  ancora 
deposto  il  timore  la  voce  non  venne  mancò  la  voce,  ma  esso 


CANTO  XVII.  425 

che  mi  sovenne  ad  altro  forse  in  altra  simile  dubitazione  mi 
avvinse  mi  cinse  e  sostenne  con  le  braccia  perchè  non  vacil- 
lassi, o  cadessi  tosto  che  io  montai  appena  salii  sul  dorso  della 
fiera. o  Gerion  portatore  moveti  ornai  moviti,  nuota,  allonta- 
nati dalla  riva:  le  rote  i  movimenti  del  nuoto  sien  larghe  et 
l ascender  sia  poco  sian  larghi  e  lenti,  esprimendo  così,  che 
conviene  andar  cauti  contro  la  frode;  pensa  la  nova  soma  che 
tu  hai  perchè  hai  un  corpo  vivo,  e  grave,  insolita  cosa  a  te 
portatore  di  anime.  Allegoricamente  poi  è  un  precetto,  che 
Dante  dà  a  sé  medesimo,  di  procedere  lentamente,  e  di  fare 
larghi  giri  nel  trattato  di  questa  materia. 

Gerione  si  allontanò  dalla  riva  come  nave,  che  allontanan- 
dosi dal  lido,  o  dal  porto,  volge  la  prora  dove  prima  teneva  la 
poppa.  Gerione  che  prima  aveva  la  faccia  alla  terra,  e  la  coda 
all'acquasi  rivoltò,  se  tolse  quindi  siccome  la  navicella  esce 
di  loco  in  terra  dietro  si  allontanò  dal  luogo  in  cui  era  ferma 
e  rivolse  la  coda  la  ove  era  Ipecto  voltò  la  coda  dove  aveva 
il  petto  poiché  tutto  si  senti  a  gioco  dopo  che  tutto  si  som- 
merse neir  acqua,  e  si  mise  a  nuotare  a  guisa  di  pesce.  Ge- 
rione trasporta  le  anime,  come  la  nave  gli  uomini  da  luogo 
a  luogo,  e  movesi  senza  gomene,  o  timone:  i  remi  erano  due 
chele  anteriori  aperte,  e  per  timone  serviva  la  coda  ei  mosse 
quella  testa  come  vela  e  come  anguilla  V  anguilla  è  molto  so- 
migliante al  serpente:  quanto  più  si  stringe  tanto  più  sfugge 
dalle  mani:  così  il  fraudolento  quando  credi  tenerlo  pel  capo 
lo  hai  per  la  coda  e  raccolse  l  aiere  a  se  con  le  branche  alto 
del  nuotare,  gettando  le  branche  sopra  le  acque. 

Fetonte,  secondo  Ovidio,  Omero,  e  Platone,  figlio  del  sole, 
caldamente  pregò  il  padre  suo,  che  lo  lasciasse  almeno  per 
un  giorno  reggere  il  carro  solare.  Lo  concedette  il  padre;  ma 
il  figlio  mal  reggendo  i  corsieri  passò  (ulti  i  confini  prescritti, 


426  INFERNO 

e  cagionò  l' incendio  della  terra.  Sotto  di  questa  favola  sono 
indicati  vari  fenomeni  naturali ,  giacché  secondo  Aristotile  è  in 
natura  che  accada  un  diluvio,  ed  un  incendio.  Fetonte  signi- 
fica l'ardenza  del  sole,  che  dopo  il  giro  de' secoli  natural- 
mente esce  dai  primi  confini,  e  cuoce  la  terra:  è  questa  V  o- 
pinione  anche  di  Alberto  Magno  sulla  favola  di  Fetonte;  que- 
sti poi  affogò  nel  Po,  perchè  in  Italia  tutti  i  fiumi  si  disecca- 
rono, meno  di  questo  fiume,  che  al  dir  di  Lucano,  colle  pro- 
prie abbondantissime  onde  potè  resistere,  e  paralizzare  P  ar- 
denza solare  —  anche  Dedalo,  secondo  il  VI  dell'  Eneide,  fug- 
ga ndo  da  Creta,  e  dall'  ira  di  Minosse  per  aver  sottoposta  Pa- 
sifaeal  toro  da  lui  artefatto,  costruì  per  sé,  e  pel  figlio  Icaro, 
due  ali,  fermando  le  penne  con  cera,  e  prescrivendo  al  figlio 
di  non  volare  né  troppo  alto  né  troppo  basso,  ma  di  tenere 
la  via  di  mezzo.  Ma  Icaro  spinto  dall'  ardore  giovanile  volò 
troppo  vicino  al  sole  per  cui,  liquefatta  la  cera,  caddero  le 
penne,  ed  affogò  nel  mare.  Storicamente  parlando  poi,  Dedalo 
fuggì  da  Creta  con  mani  intrise  nella  pegola,  ossia  con  barca, 
che  può  dirsi  uccello  di  legno,  con  vele  che  somigliano  alle 
ali  e  con  remi ,  che  formano  i  piedi  ;  ma  il  figlio  eh'  era  in 
altra  nave  molto  essendosi  allontanato  dal  padre  urtò  negli 
scogli  e  si  sommerse.  Allegoricamente  poi  Dedalo  ingegnoso 
figura  il  sapiente,  che  istruisce  a  non  mirare  troppo  in  alto, 
ossia  a  cose  superiori  alle  proprie  forze ,  e  parimenti  ad  al- 
lontanarsi dalle  cose  vili  e  spregevoli.  Dante  figlio  del  sole 
come  sapiente,  e  figlio  di  Dedalo  ingegnoso  temendo,  dell'in- 
domito mostro,  pensava  di  cadere,  e  di  affogare  in  quelle 
acque  profonde,  sozze,  ed  oscure,  non  credo  che  fosse  mag- 
gior paura  in  Fetonte  —  quando  abbandono  li  freni  le  bri- 
glie  de' cavalli  del  sole  perchè  Idei  si  cosse  come  pare  anco- 
ra secondo  hh\  oh  allora  nel  cielo  apparve  la  Galasia  —  via 


CANTO  XVII.  427 

lucida  — o  Lattea—  ed  in  molte  parti  d'  Italia  —via  di  s.  Gia- 
como. —  Si  dice  ancora  che  gli  etiopi  secondo  la  favola  allora 
.divennero  neri,  ne  fu  maggiore  il  timore  d' Icaro  quando  senti 
spennar  le  reni  sciogliersi  la  cera  che  fermava  l^penne,  o 
lacerarsi  le  vele,  e  frangersi  negli  scogli  la  nave  gridando 
Ipadre  a  lui  mala  via  tieni  perchè  troppo  si  allontanava  che 
fu  la  mia  la  mia  paura  superò  quella  d' Icaro ,  e  Fetonte,  vi- 
di eh  era  nel  aere  dogni  parte  sedendo  sulla  schiena  del  mo- 
stro et  vidi  spenta  ogni  veduta  fuor  che  della  fiera  era  tanto 
lontano  da  terra,  che  non  vedeva  che  il  mostro  su  cui  era.  Si 
suol  dire  al  giovane  presuntuoso  —  figlio  non  volare  prima  di 
aver  messe  le  ali;  e  messe  che  le  abbia  non  tentare  alto  volo, 
ma  segui  i  vestigi  de  tuoi  maggiori ,  e  perciò  Dante  non  ar- 
diva stendere  il  volo  oltre  quello  del  suo  maestro  Virgilio — . 
Pur  non  ostante  vincendo  ogni  ritrosia  sciolse  il  freno  alla  fan- 
tasia, e  distinse  il  cerchio  ottavo  in  dieci  bolgie,  imaginando 
nuove  forme  di  castighi  non  mai  trovate  da  altri,  ed  allora  gli 
sovvennero  icasi  di  Fetonte,  ed  Icaro,  che  gli  destarono  spa- 
vento, e  se  non  avesse  potuto  il  riflesso,  che  que'due  giovani 
operarono  contro  i  precetti  paterni,  mentr'egli  all'incontro 
li  seguiva,  forse  avrebbe  abbandonata  1'  impresa,  le  rote  lar- 
ghe e  lo  scender  sia  poco  comandò  Virgilio ,  ed  ella  la  fiera 
sen  va  notando  lenta  lenta  nuota  adagio ,  adagio  rota  si  vol- 
ge in  giro  e  discende  verso  l'altro  cerchio,  ma  non  me  ne  ac- 
corgo non  m' avvedo  di  nulla  se  non  che  al  viso,  e  di  sotto 
maventa  non  mi  accorgo  che  all'ondular  della  schiena  ed  al 
passaggio  di  luogo  a  luogo,  io  sentia  già  l gorgo  l'acqua  pro- 
fonda far  sotto  noi  un  horribile  scroscio  un  romore  terribile, 
giacché  il  mostro  col  petto  rompeva  l'acqua,  e  l'agitava  colle 
chele  da  la  man  destra  dalla  parte  destra  perche  sporgo  la 
testa  in  giù  con  gli  occhi  chino  lo  sguardo  in  giù  nell'acqua. 


428  INFERNO 

allor  fu  io  più  timido  allo  scoscio  al  molo  poiché  io  vidi 
fuochi  nel  cerchio  degli  astuti  i  quali  son  puniti,  chiusi  nel 
fuoco  e  senti  pianti  versali  pel  tormento,  ond  io  tremando 
tutto  mi  r accoscio  tutto  mi  strinsi  colle  coscie  alla  fiera,  giac- 
ché dapprima  soltanto  temeva  Gerione,  ed  ora  paventava 
de' fuochi,  e  dei  pianti.  Così  quel  cavaliere,  che  modta  per 
la  prima  volta  un  poledro  poco  teme  nella  via  piana,  e  sgom- 
bra; ma  quando  passar  deve  in  mezzo  ad  oggetti  non  comuni, 
in  mezzo  a  suoni,  e  schiamazzi,  più  temendo,  più  si  stringe 
al  dorso  delF  animale,  e  vidi  poi  el  scender  el girar  i  giri 
larghi  nel  discendere  per  li  gran  mali  per  le  bolgie  in  cui 
si  puniscono  le  frodi,  gran  materia  di  mali,  una  sotto  dell' al- 
tra gradatamente  andando  al  basso  che  s  appressavan  da  di- 
versi  canti  diversi  lati  che  noi  vedea  davanti  prima  d' avvi- 
cinarmi. In  tal  modo  cominciò  a  scorgere  le  dieci  bolge,  nelle 
quali  son  puniti  dieci  generi  di  frodi. 

Dopo  che  il  falcone  ha  fatti  molti  giri  in  cerca  di  preda,  las- 
so discende  a  terra  bensì,  ma  lontano  dal  luogo  da  cui  si  mos- 
se: così  fece  Gerione,  che  dopo  molti  giri  per  l'acqua,  e  nulla 
potendo  ottenere  di  vantaggio,  corse  alla  riva  di  quel  cerchio 
cui  mirava,  e  disparve.  Gerione  ne  pose  al  fondo  a  pie  a  pie 
della  statata  rocca  ci  depose  presso  la  riva  ruinosa,  alta, 
e  forte  qual  rocca  cosi  come  el  falcone  che  stato  assai  in  su 
l  ale  fa  dire  al  falconiere  oime  tu  cali  ahimè  tu  cali  senza 
preda  senza  veder  logoro  il  logoro  è  quello  strumento  con  cui 
si  richiama  V  uccello;  descende  lasso  senza  forza  onde  si  mosse 
snello  fiacco  dove  prima  si  mosse  veloce,  o  forte  per  cento  rote 
per  cento  giri  e  disdegnoso  e  fello  sdegnato,  e  malvagio  perchè 
non  trovò  preda  se  pone  da  lunga  del  suo  maestro  dal  falco- 
niere el  se  dilegua  come  cocca  de  corda  come  saetta  dalla 
corda  dell'arco,  e  la  cocca  è  T estremità  della  saetta.  Spe- 
rava Gerione  portar  Dante  al  castigo  dev fraudolenti  e  fu  del  uso. 


CANTO  XVIII. 


tf.sto  MonKRmo 


Luogo  è  in  Inferno  detto  Malebolge, 

Tutto  di  pietra  e  di  color  ferrigno, 

Come  la  cerchia,  che  d' intorno  il  volge.  5 

Nel  dritto  mezzo  del  campo  maligno 

Vaneggia  un  pozzo  assai  largo  e  profondo, 

Di  cui  sua  forma  conterà  F  ordigno.  6 

Quel  cinghio  che  rimane  adunque  è  tondo 

Tra  il  pozzo  e  il  pie  dell'  alta  ripa  dura, 

E  ha  distinto  in  dieci  valli  il  fondo.  9 

Quale  dove  per  guardia  delle  mura 

Più  e  più  fossi  cingon  li  castelli, 

La  parte  dov'  ei  son  rende  figura:  12 

Tale  imagine  quivi  facean  quelli: 

E  come  a  tai  fortezze  da'  lor  sogli 

Alla  ripa  di  fuor  son  ponticelli;  13 

Così  da  imo  della  roccia  scogli 

Movean,  che  ricedean  gli  argini  e  i  fossi 

Infino  al  pozzo,  che  i  tronca  e  raccogli.  18 

In  questo  luogo,  dalla  schiena  scossi 

Di  Gerion,  trovammoci;  e  il  Poeta 

Tenne  a  sinistra,  ed  io  dietro  mi  mossi.  21 

Alla  man  destra  vidi  nuova  pietà  ; 

Nuovi  tormenti  e  nuovi  frustatori, 

Di  che  la  prima  bolgia  era  repleta.  24 


430  INFERNO 

Nel  fondo  erano  nudi  i  peccatori: 

Dal  mezzo  in  qua  ci  venian  verso  il  volto; 

Di  là  con  noi,  ma  con  passi  maggiori:  27 

Come  i  Roman,  per  P  esercito  molto, 

L' anno  del  Giubbileo,  su  per  lo  ponte 

Hanno  a  passar  la  gente  modo  tolto;  30 

Che  dall'  un  lato  tutti  hanno  la  fronte 

Verso  il  Castello,  e  vanno  a  Santo  Pietro, 

Dall'  altra  sponda  vanno  verso  il  monte.  33 

Di  qua,  di  là  su  per  lo  sasso  tetro 

Vidi  dimon  cornuti  con  gran  ferze, 

Che  li  battean  crudelmente  di  retro.  36 

Ahi  come  facean  lor  levar  le  berze 

Alle  prime  percosse!  e  già  nessuno 

Le  seconde  aspettava  né  le  terze.  39 

Mentr'  io  andava,  gli  occhi  miei  in  uno 

Furo  scontrati;  e  io  sì  tosto  dissi: 

Già  di  veder  costui  non  son  digiuno.  42 

Perciò  a  figurarlo  i  piedi  affissi; 

E  il  dolce  Duca  meco  si  ristette, 

E  assentì  eh'  alquanto  indietro  gissi.  45 

E  quel  frustato  celar  si  credette 

Bassando  il  viso;  ma  poco  gli  valse, 

Ch'  io  dissi  :  0  tu ,  che  l' occhio  a  terra  gette,    48 
Se  le  fazion  che  porti  non  son  false, 

Venedico  se'  tu  Caccianimico; 

Ma  che  ti  mena  a  sì  pungenti  salse  !  51 

Ed  egli  a  me  :  Mal  volontier  lo  dico , 

Ma  sforzami  la  tua  chiara  favella, 

Che  mi  fa  sovvenir  del  mondo  antico.  54 

lo  fui  colui ,  che  la  Ghisola  bella 


CANTO  XVIII.  431 

Condussi  a  far  la  voglia  del  Marchese, 

Come  che  suoni  la  sconcia  novella.  57 

E  non  pur  io  qui  piango  Bolognese  ; 

Anzi  n'  è  questo  luogo  tanto  pieno, 

Che  tante  lingue  non  son  ora  apprese  60 

A  dicer  sipa  tra  Savena  e  il  Reno: 

E  se  di  ciò  vuoi  fede  o  testimonio, 

Recati  a  mente  il  nostro  avaro  seno.  63 

Così  parlando  il  percosse  un  demonio 

Della  sua  scuriada,  e  disse:  Via, 

Ruffian,  qui  non  son  femmine  da  conio.  66 

10  mi  raggiunsi  con  la  Scorta  mia  : 
Poscia  con  pochi  passi  divenimmo 

Dove  uno  scoglio  della  ripa  uscia.  69 

Assai  leggieremente  quel  salimmo, 

E  volti  a  destra  su  per  la  sua  scheggia , 

Da  quelle  cerchie  eterne  ci  partimmo.  72 

Quando  noi  fummo  là ,  dov'  ei  vaneggia 

Di  sotto,  per  dar  passo  agli  sferzati, 

Lo  Duca  disse:  Attienti,  e  fa  che  feggia  75 

Lo  viso  in  te  di  questi  altri  mal  nati, 

A' quali  ancor  non  vedesti  la  faccia, 

Però  che  son  con  noi  insieme  andati.  78 

Dal  vecchio  ponte  guardavam  la  traccia, 

Che  venia  verso  noi  dall'  altra  banda, 

E  che  la  ferza  similmente  scaccia.  81 

11  buon  Maestro,  senza  mia  dimanda, 

Mi  disse:  Guarda  quel  grande  che  viene, 
E  per  dolor  non  par  lagrima  spanda  :  84 

Quanto  aspelto  reale  ancor  ritiene  ! 
Quelli  è  Jason,  che  per  core  e  per  senno 


432  INFERNO 

Li  Colcbi  del  monton  privati  fene.  87 

Elio  passò  per  F  isola  di  Lenno, 

Poi  che  le  ardite  femmine  spietate 

Tutti  li  maschi  loro  a  morte  dienno.  90 

Ivi  con  segni  e  con  parole  ornate 

Isifìle  ingannò,  la  giovinetta, 

Che  prima  F  altre  avea  tutte  ingannate.  95 

Lasciolla  quivi  gravida  e  soletta: 

Tal  colpa  a  tal  martirio  lui  condanna; 

E  anche  di  Medea  si  fa  vendetta.  96 

Con  lui  sen  va  chi  da  tal  parte  inganna: 

E  questo  basti  della  prima  valle 

Sapere,  e  di  color  che  in  sé  assanna.  99 

Già  eravam  ove  lo  stretto  calle 

Con  F  argine  secondo  s*  incrocicchia, 

E  fa  di  quello  ad  un  altr'  arco  spalle.  102 

Quindi  sentimmo  gente,  che  si  annicchia 

NelF  altra  bolgia,  e  che  col  muso  sbuffa, 

E  sé  raedesma  con  le  palme  picchia.  105 

Le  ripe  eran  grommate  d'  una  muffa, 

Per  F  alito  di  giù,  che  vi  si  appasta , 

Che  con  gli  occhi  e  col  naso  facea  zuffa.  108 

Lo  fondo  è  cupo  sì ,  che  non  ci  basta 

L*  occhio  a  veder  senza  montare  al  dosso 

DelF  arco,  ove  lo  scoglio  più  sovrasta.  1 1 1 

Quivi  venimmo:  e  quindi  giù  nel  fosso 

Vidi  gente  attuffata  in  uno  sterco, 

Che  dagli  uman  privati  parea  mosso:  114 

E  mentre  eh'  io  laggiù  con  F  occhio  cerco, 

Vidi  un  col  capo  sì  di  merda  lordo, 

Che  non  parea  s' era  laico  o  cherco.  1 17 


canto  xvjii  433 

Quei  mi  sgridò:  perchè  se' tu  sì  ingordo 
Di  riguardar  più  me,  che  gli  altri  brutti? 
E  io  a  lui:  perchè,  se  ben  ricordo,  120 

Già  t*  ho  veduto  coi  capelli  asciutti, 
E  sei  Alessio  hiterminei  da  Lucca: 
Però  t' adocchio  più  che  gli  altri  tutti.  123 

Ed  egli  allor,  battendosi' la  zucca: 
Quaggiù  m*  hanno  sommerso  le  lusinghe, 
Ond'  io  non  ebbi  mai  la  lingua  stucca.  126 

Appresso  ciò  lo  Duca:  fa  che  pinghe, 
Mi  disse,  un  poco  il  viso  più  avante, 
Sì  che  la  faccia  ben  con  gli  occhi  attinghe        129 

Di  quella  sozza  scapigliata  fante, 
Che  là  si  graffia  con  l' unghie  merdose, 
Ed  or  s' accoscia,  e  ora  è  in  piede  stante.         132 

Taida  è,  la  puttana,  che  rispose 
Al  drudo  suo,  quando  disse  :  ho  io  grazie 
Grandi  appo  te?  anzi  meravigliose. 

E  quinci  sien  le  nostre  viste  sazie.  136 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dopo  la  frode  figurata  da  Gerione,  ora  Dante  descrive  il 
cerchio  de'fraudolenti ,  e  due  bolge  principali  di  questo  cer- 
chio. In  quattro  parti  generali  dividesi  il  canto:  nella  prima  — 
descrizione  di  tutto  il  cerchio  -  luogo -e  pena  della  prima  spe- 
cie di  frodi  cioè  lenocinlo,  che  si  punisce  nella  prima  bolgia  : 
nella  seconda — menzione  di  uno  spirito  moderno  mentr  io  gri- 
dava ecc.  nella  terza  —  menzione  di  uno  spirito  antico  io  mi 
ravinsi  ecc.  nella  quarta  ed  ultima  — descrizione  di  altre  fro- 
di—  dell*  adulazione  punita  nella  seconda  bolgia  già  erava- 
mo ecc. 

RAMB\M)I  —  Voi.  1.  28 


kAK  inferno 

Luogo  e  in  inferno  detto  malebolge  bolgia  in  volgare  fio- 
rentino suona  valle  concava,  ed  il  cerchio  contiene  in  sé  mol- 
te valli.  Sebbene  ogni  valle  d' Inferno  sia  cattiva,  queste  però 
si  posson  dire  per  eccellenza  tali  tutte  di  pietra  e  di  color 
ferrigno  simile  al  ferro,  e  così  vuol  indicare  più  duro  castigo 
come  la  ripa  che  d' intorno  l  cinge  qual  riva  è  pure  di  pietra 
di  color  ferrigno,  un  pozzo  assai  largo  nel  quale  sono  casti- 
gati quattro  traditori  e  profondo  perchè  nel  più  basso  dell'  In- 
ferno di  cui  del  qual  pozzo  l ordegno  V  ordine  del  libro  di- 
cera tratterà  a  suo  luogo,  cioè  alla  fine  di  questo  libro  va- 
neggia è  scavato,  nel  dritto  mezzo  precisamente  nel  centro 
del  capo  maligno.  Il  pozzo  è  sferico ,  e  tutte  le  bolge  sono  sfe- 
riche, adunche  quel  cierchio  che  rimane  tra  l  pozzo  e  l  pie 
dell  alta  ripa  dura  di  cui  si  è  parlato  e  tondo  è  rotondo  et  il 
fondo  la  gran  pianura  e  destinto  in  dieci  valli  che  si  chia- 
mano bolge.  Fingi  in  tua  mente  un  castello  di  forma  sferica 
in  mezzo  a  gran  pianura,  che  abbia  intorno  più  fosse  di  e- 
gual  forma  del  castello,  e  vicino  all'  ingresso,  edalla  riva  più 
bassa  sorga  una  volta  di  pietre  od  un  ponte,  che  copra  la  pri- 
ma fossa  fino  alla  riva  opposta,  e  la  seconda  volta  o  ponte  co- 
minci dalla  seconda  riva,  e  coprala  fossa  fino  alla  terza  riva, 
e  così  successivamente  per  tutte  le  dieci  a  modo  che  dieci  ar- 
chi contigui  coprano  le  dieci  bolge  :  ivi  si  trovi  un  ponte  rotto. 
Il  pozzo  poi  abbia  intorno  sei  fosse,  e  dieci  porte,  quelle 
valli  facean  qui  in  tale  pianura  tale  imagine  quale  figura 
rende  la  parte  dove  sono  li  castelli  qual'  è  V  aspetto ,  o  la 
figura  della  fossa  d' un  castello  dove  più  e  più  fossi  cingon 
quelli  castelli  per  guardia  delle  mura  per  difesa  e  scogli  e 
ponti  di  pietra  che  ricidean  tagliavano  gli  argini  le  rive  e  i 
fossi  e  le  valli ,  o  bolge  infino  al  pozzo  predetto  che  tronca 
termina  e  raccoglie:  tutte  le  cose  tendono  al  centro,  così  tutte 


CANTO  XVIII.  435 

le  ncque  qui  si  raccolgono  e  stagnano,  non  potendo  discen- 
dere ulteriormente  movean  avevano  principio  da  uno  de  la 
rocca  dalla  più  bassa  riva,  come  vediamo  nel  ponte  a  Fiorenza 
sopra  T  Arno,  in  quello  di  Roma  sul  Tevere,  in  quello  di  Avi- 
gnone sul  Rodano  cosi  come  ponticelli  sono  a  tali  fortezze 
sono  come  ponti  dai  lor  sogli  delle  porte  alla  ripa  di  fuori 
alla  ripa  esterna  della  fossata.  L'autore  insegna  così,  che  sco- 
perta una  frode  facilmente  si  arriva  alla  scoperta  delle  altre , 
essendo  esse  per  così  dire  fra  loro  tessute,  e  concatenate  a  gui- 
sa di  maglia,  nella  quale,  una  rotta,  serve  a  scioglierle  tutte. 
noi  scossi  scaricati  de  la  schiena  di  Gerione  ci  trovammo  in 
questo  loco  ci  trovammo  nell'ottavo  cerchio  e  l  Poeta  Virgilio 
ascendendo  il  primo  ponte  tene  a  sinistra  et  io  mi  mossi  die- 

• 

tro  seguendo  le  di  lui  pedate — La  prima  bolgia  è  maggiore 
delle  altre,  più  lontana  dal  centro,  ed  ha  in  sé  pena  minore. 
Come  superiormente  l'autore  cominciò  dalla  lussuria  vizio  me- 
no grave,  ma  di  molta  infamia,  così  ora  comincia  dai  frau- 
dolenti, per  lussuria,  di  minore  gravezza,  ma  d'infamia 
maggiore.  I  seduttori  delle  donne  sono  di  due  sorla  sedut- 
tori per  guadagno,  od  altro  vantaggio,  e  sono  i  più  vili,  e 
seduttori  con  promesse  di  conjugio,  o  fede,  cui  mancano. 
E  costoro  corrono  velocemente  per  quella  valle  colla  fac- 
cia voltata  all'opposto,  parte  dal  mezzo  in  qua,  parte  dal 
mezzo  in  là.  La  prima  parte  si  compone  di  quelli,  che  ingan- 
narono le  donne  per  rispetto  a  vantaggio  altrui  ;  l'altra  di  quelli 
che  ingannarono  le  donne  con  adulazioni,  e  promesse,  e  che 
abbandonarono,  ottenuto  l'intento,  vidi  a  la  man  destra  nova 
pietà  nuova  pena  e  nuovi  frustatori  nuovi  tormentatori,  cioè 
demoni  con  fruste  che  percuotono  duramente  di  che  la  pri- 
ma bolgia  era  repleta  perchè  è  innumerevole  la  moltitudine 
de'ruffiani  et  li  peccatori  eran  gnndi  nudi  nel  fondo  (Vi  que- 


436  INFKRNO 

sta  prima  bolgia  verso  l  volto  e  questi  eran  lenoni  et  di  tool- 
tre  il  mezzo  della  bolgia  andavano  con  noi  perchè  tenevano 
le  spalle  voltate  a  noi,  e  questi  erano  gl'ingannatori  delle 
donne  ma  con  passi  maiori  perchè  noi  andavamo  lenti  sul 
ponte,  ma  quelli  correvano  frettolosamente  per  la  valle,  spin- 
ti dalle  frustate  dei  demoni. 

Nell'anno  1300,  e  quando  Dante  cominciò  quest' opera, 
Bonifacio  Vili  allora  sedente  sulla  Cattedra  di  S.  Pietro,  ac- 
cordò generale  indulgenza  in  Roma,  cui,  siccome  vedemmo, 
corse  immensa  moltitudine  di  genti  da  tutte  le  nazioni  obbe- 
dienti alla  Chiesa  romana.  Il  ponte  sul  Tevere  era  poco  capa- 
ce della  folla  concorrente,  e  per  evitare  che  passando  il  pon- 
te non  cadesse  nel  Tevere  ed  affogasse,  si  divise  il  ponte  in 
due  parti  pel  lungo,  e  quelli  che  andavano  a  S.  Pietro  volges- 
sero la  faccia  al  Castello,  e  quelli  che  venivano  da  S.  Pietro 
avessero  la  faccia  volta  al  monte  tenendo  la  rispettiva  metà 
del  ponte.  Del  pari  alcuni  de'  frustatori  andavano  a  sinistra 
contro  il  pozzo  ed  altri  a  destra  verso  il  settimo  cerchio,  da  cui 
erano  partiti  Virgilio  e  Dante.  La  similitudine  è  propria,  ma  i 
pellegrini  andavano  a  Roma  per  indulgenza,  e  per  l'assoluzio- 
ne di  loro  colpe,  mentre  costoro  corrono  al  castigo  delle  colpe 
commesse,  come  i  roman  hanno  colto  modo  e  conservano  tal 
modo  anche  adesso  se  il  concorso  è  grande  a  passar  la  gente 
super  lo  ponte  del  Tevere  per  lo  esercito  molto  per  la  gran  mol- 
titudine di  pellegrini  tanno  del  lubileo  ossia  della  universale 
indulgenza.  Giubileo  significa  remissione,  ed  è  nome  ebraico: 
il  giubileo  corre  ogni  cinquant'  anni.  Giubileo  è  anche  un 
canto  di  letizia,  multiforme  per  allegrezza.  E  quando  cor- 
reva il  giubileo  si  facevano  feste  per  molti  giorni  annunziati 
con  squilli  di  tromba,  e  si  assolvevano  i  debitori,  si  con- 
fermavano le  libertà,  si  restituivano  i  beni.  Ritengono  al- 


CANTO  XVIII.  437 

cimi,  che  il  giubileo  avesse  origine  dalla  vittoria  di  Abramo, 
quando  redense  Loth  nipote  dalle  mani  dei  tre  re.  tutti  han- 
no la  fronte  da  un  lato  verso  il  castello  di  S.  Angelo.  Fu  tal 
castello  la  sepoltura  dell'  imperatore  Adriano,  essendo  costu- 
me che  i  principi  fossero  in  alto  sepolti,  e  Giulio  Cesare  eb- 
be le  ceneri  sopra  di  alta  colonna  di  sasso  numidico:  Augusto 
però  fu  sepolto  al  disotto  di  una  torre.  Castel  S.  Angelo  air  in- 
contro, alta  ,  e  maravigliosa  sepoltura  fu  da  Adriano  costrutta 
sopra  il  muro  della  città,  e  fu  nomato  per  molti  secoli  se- 
polcro di  Adriano.  Al  tempo  di  Gregorio  I ,  si  racconta,  che 
sulla  sommità  di  tal  mole  apparisse  un  angelo  colla  spada  in 
mano,  e  dopo  fu  sempre  detto  costei  S.  Angelo.  Oh  sventura  ! 
Quest'  opera  sontuosa  fu  distrutta  nell'  anno  1389  dal  popolo 
romano,  perchè  fu  per  poco  posseduta  da  quel  Roberto  car- 
dinale, il  quale,  dai  scismatici  era  stalo  fatto  antipapa  con- 
tro di  Urbano  VI  e  vanno  a  santo  Pietro  per  indulgenze  van- 
no verso  il  monte  dall  altra  sponda  dair  altra  parte  del  ponte, 
come  aveva  notato  Dante,  allorché  nel  giubileo  egli  pure  era 
corso  a  Roma  a  prendere  le  indulgenze.  Dante  parla  d'  Inferno 
morale,  che  s' incontra  anche  in  questo  mondo,  perchè  i  ruffia- 
ni spesso  sono  percossi,  e  flagellati;  ed  ecco  perchè  nelP  In- 
ferno i  demoni  frustano  tali  anime  vidi  dimoni  che  li  battean 
crudelmente  di  retro  ed  i  frustati  erano  nudi  con  gran  ferze 
isterie  su  per  lo  sasso  che  chiude  detta  bolgia  tetro  scuro,  fer- 
rigno di  qua  di  la  di  qua  dal  mezzo,  ed  oltre  il  mezzo,  oh  come 
quei  demoni  facean  loro  a  quei  frustati  levar  le  berze  alzare 
i  calcagni,  e  correre  velocemente,  alle  prime  percosse  alle 
prime  frustate  :  già  nessuno  aspettava  le  seconde  ne  le  terze 
i  demoni  ripeteano  cosi  spesso  le  frustate,  che  i  miseri  non 
avean  campo  di  dir  parola,  o  non  potevano  udirsi. 

Mentre  seconda  parte  generale.  Dante  descrive  un  sin- 


458  INFERNO 

golare  lenone  del  tempo  suo.  Fu  questi  Caccianemici  bolo- 
gnese, uomo  largo,  nobile,  piacevole,  molto  potente,  che  si 
prestò  pel  marchese  d' Este  Azzone  IH  allora  che  facea  guerra 
ai  bolognesi,  come  si  dirà  nel  Purgatorio  canto  V.  Procurò  al 
marchese  molti  fautori  in  Bologna,  ed  allora  quella  parte  fu 
nomata  Marchesana.  Caccianemici  aveva  nome  Venedico,  ed 
ebbe  bellissima  sorella,  che,  per  meritarsi  maggior  grazia  con- 
dusse a  servire  della  propria  persona  il  marchese,  gli  occhi 
miei  furori  scontrati  in  uno  scontrai  un  tale  mentr  io  an- 
dava andava,  meditando,  dietro  Virgilio.  Quando  P autore 
tratta  di  cosa  lieve  finge  di  andar  sempre  girando:  se  poi 
di  cosa  grave,  ed  ignota,  finge  fermarsi,  ed  allora  è  segno 
che  ivi  deve  farsi  maggiore  attenzione,  et  io  si  tosto  dissi  ed 
io  subito  dissi  non  son  già  digiuno  di  veder  costui  V  ho  visto 
tante  altre  volte,  e  lo  conosco  ;  pero  fissi  ipiedi  mi  fermai  per 
a/figurarlo  per  riconoscerlo  e  Iduca  Virgilio  stette  et  assenti 
che  alquanto  gisse  in  dretro  perchè  così  tornava  conto,  impe- 
rocché Venedico  correva  velocemente  dinauzi  al  demonio, 
che  lo  perseguitava  colla  frusta  e  Dante  al  contrario  andava 
lentamente,  e  quel  frustato  si  credette  celare  chinando  Iviso 
credette  nascondersi,  chinando  il  viso  per  vergogna  ma  pò- 
co  li  valse  che  non  pertanto  lo  riconobbi.  Non  basta  l' arte 
a  nasondere  tal  vizio,  per  la  molta  infamia,  che  lo  segue  eh  io 
dissi  o  tu  che  gieti  l  occhio  a  terra  per  vergogna  tu  se  Vene- 
tico  Caccianemici  ma  non  puoi  nascondere  la  infamia  tua 
se  le  fazion  i  lineamenti  della  faccia,  altrimenti  detti  fattez- 
ze—  che  porti  non  son  false  io  ti  conosco  senza  equivoco  a- 
vendo  presente  le  tue  fattezze.  E  mi  fu  detto,  che  Venedico 
concepì  per  questo  tant'  odio  contro  Dante  che  le  molte  volte 
gli  tentò  la  vita.  Così  Dante  non  la  perdonava  ad  alcuno,  o 
vivente,  o  morto,  non  a  parenti,  non  a  patria,  non  a  prin- 


CANTO  XVIII.  439 

cipi ,  non  a  re,  non  a  pontefici:  ma  chi  ti  mena  a  si  pungenti 
salse9  Col  nome  di  salse  in  Bologna  viene  indicato  certo  luogo 
declive  fuori  di  città,  e  vicino  a  santa  Maria  in  Monte,  in  cui 
solevano  gettarsi  le  morte  salme  dei  disperati,  degli  usurai, 
e  degli  altri  infami.  I  fanciulli  stizziti  fra  loro  soleano  rimpro- 
verarsi cosi  —  tuo  padre  fu  gitlato  alle  salse  —  Cosi  Dante 
vuol  esprimere  —  chi  ti  conduce  a  luogo  tanto  infame,  come 
le  salse  della  tua  patria?  — Quasi  tutti,  malamente  interpre- 
tando questo  passo,  ritengono  salse  per. condimento  saporito, 
e  non  sarebbe  metafora  al  proposito,  et  etti  a  me  Venedico  mi 
disse  mal  volontieri  il  dico  essendo  ignominioso  ma  la 
tua  chiara  favella  mostrandoti  vivo  che  mi  fa  savenire  del 
mondo  antico  quando  gli  uomini  erano  liberali,  e  virtuosi 
—  quasi  —  tu  mi  sembri  un  buon  antico  romano  da  cui  avesti 
origine  mi  sforza  a  dire  quanto  più  converrebbe  tacere:  io  son 
colui  che  condusse  la  Ghisola  bella  la  sorella  mia  Ghisola 
bellissima  fra  le  altre  a  far  la  voglia  del  marchese  di  Azzone 
III  d' Este.  Dante  usa  della  parola  sola  marchese  a  denotare 
Azzone  terzo  d' Este,  perchè  i  chiarissimi  per  qualche  virtù 
vengono  indicali  con  un  sol  nome  senza  altra  aggiunzione  di 
parole;  ed  Azzone  fu  magnifico,  e  bellissimo,  come  che  suoni 
la  sconcia  novella  in  qualunque  modo  venga  contata  la  sto- 
ria; perchè  ritengono  alcuni  che  tal  bellissima  donna  fosse  se- 
dotta, e  rapita  senza  consenso  fraterno;  ed  altri  vogliono,  che 
il  marchese  sotto  mentite  vesti,  e  di  notte  s'introducesse  in 
Bologna,  ed  entrato  nella  casa  dell'  amico,  gli  manifestasse  il 
perchè  erasi  colà  portato  ;  e  Venedico  non  seppe  opporsi  ad 
uomo  cosi  potente,  e  non  pur  io  non  io  solo  qui  piango  Bo- 
lognese sono  punito  per  tal  colpa,  anzi  n  e  questo  luoco  questa 
prima  bolgia  tanto  pieno  che  tante  lingue  non  son  ora  ap- 
prese non  sono  ora  intese  a  dicer  sipa  tra  Savena  e  l  Reno 


440  INFERNO 

quasi  dica  —  molti  bolognesi  sono  qui  puniti  per  tal  vizio,  e 
maggiori  di  numero  di  quelli,  che  ora  trovansi  in  Bologna. 
Altri  vogliono  che  significhi  un  piccol  numero,  in  quanto  ora 
pochi  bolognesi  usan  del  sipa.  Allora  bisognerebbe  interpre- 
tare, che  i  ruffiani  fossero  pochi.  Ma  questa  non  è  la  mente  di 
Dante.  Quell'arrese  mostra  l' attitudine,  e  non  Tatto,  e  Dante 
vuol  significare,  che  non  tutte  le  lingue  sono  disposte  a  dir 
sipa,  e  così  ha  di  mira  alle  lingue  tutte.  Le  lingue  de' bambini 
naturalmente,  e  potenzialmente  sono  disposte  a  dirlo,  quan- 
tunque in  realtà  ancora  noi  dicano.  Ned  è  un  iperbole  dire 
che  tanti  sono  ivi  i  puniti  per  tal  colpa,  quanto  i  viventi  in  Bolo- 
gna, giacché  non  vi  è  terra  piccola  quanto  vuoi,  che  non  ab- 
bia ruffiani  di  numero  pari  ai  viventi  bolognesi ,  o  che  parlano 
il  dialetto  di  Bologna.  Oggigiorno  per  altro  a  lode  del  vero, 
Bologna  ha  molto  scemalo  tale  infamia,  mentre  in  Italia  tutta 
ha  gettate  estese,  e  profonde  radici,  per  tacere  di  Parigi,  e 
della  intera  Francia.  I  bolognesi  usano  del  sipa  in  luogo  di 
sia  usato  dai  lombardi.  Bologna  ha  verso  occidente  il  fiume 
Reno,  diverso  dal  gran  Reno,  che  divide  Germania  dalle  Gal- 
lie.  11  Renodi  Bologna  ha  acque  potabili,  mulini  bellissimi 
per  macinare  il  frumento,  e  per  altri  usi  e  comodi  di  vita. 
Dalla  parte  orientale  ha  il  fiume  Savena,  verso  Romagna:  ha 
pure  un  torrente  nomato  Ansa,  che  la  taglia  in  molte  parti: 
un  monte  fertile  ed  ameno  la  copre  dal  mezzodì,  riparo  al 
vento  d'austro,  e  che  Dante  accennò  facendo  menzione  del 
luogo  delle  salse ,  eh'  è  un  precipizio  dello  stesso  monte. 
Queste  poche  cose  bastino  a  descriverti  tal  città,  e  territorio,  la 
cui  fertilità,  e  bontà  di  tutte  cose  tralascio,  perchè  troppo  mi 
allontanerei  dal  proposilo  mio,  e  perchè  è  nota  a  tutte  le  genti, 
e  Io  stesso  nome  lo  accerta  Bono  ni  a  -  bona  per  omnia  buo- 
na  per  lutto,  recati  a  mente  l  nostro  avaro  seno  avarizia,  e 


CANTO   XVIII.  441 

cupidigia.  Ma  qui  Dante  prende  1'  avarizia  in  senso  lato;  im- 
perocché i  bolognesi  non  sono  avari,  invece  prodighi  pel  lus- 
so oltre  le  forze,  ed  ecco  il  perchè  vanno  in  traccia  di  gua- 
dagni siano  pur  turpi,  giochi,  furti,  lenocini,  esponendo  le 
figlie,  le  sorelle,  le  mogli  per  soddisfare  alla  gola,  ed  alle  al- 
tre vergognose  passioni  e  se  di  ciò  vuoi  fede  e  testimonio  se 
vuoi  esserne  certo  rammenta  1'  esperienza  che  tu  ne  facesti. 
Dante  fu  in  Bologna  vari  anni  per  oggetto  di  studi,  ed  avea  vi- 
ste, e  notate  tutte  le  sopradette  cose.  Forse  anch'  egli  trafficò 
in  tal  merce  come  spesso  usano  gli  scolari.  Venedico  pertanto 
intende  significare  —  tu  devi  bene  sapere  tutto  ciò  perchè  lo 
hai  sperimentato,  un  dimonio  il  percosse  de  la  sua  scuriada 
un  demonio  gli  scagliò  una  frustata  così  parlando  mentre  così 
Venedico  parlava  e  disse  via  ruffian  e  quel  demonio  disse 
—  via  di  qua  in  malora  ruffiano,  che  non  puoi  guadagnare 
dal  tuo  discorso,  se  non  colpi  di  frusta  qui  non  son  femine 
da  conio  qui  non  son  donne  da  traffico,  non  son  meretrici. 
iNola  che  Dante  fa  menzione  de' bolognesi  macchiandoli  de'vi- 
zi  minori,  giacché  per  vero  i  bolognesi  non  conobbero  mai 
le  frodi  serpentine,  né  le  violenze  crudeli,  delle  quali  Dante 
fa  colpa  alle  altre  nazioni.  1  bolognesi  sono  dolci,  cortesi, 
gentili,  e  primi  fra  gì'  italiani  per  1'  ospitalità:  accolgono  con 
famigliarità,  ed  onorano  i  forestieri.  Userò  dell'argomento  di 
Dante  —  non  cerco  altra  prova  che  l' esperienza  perchè  stetti 
in  Bologna  per  ben  dieci  anni. 

Io  mi  ragiunsi  terza  parte  generale  —  Dante  tratta  de- 
gl' ingannatori  delle  donne  io  mi  raggiunsi  con  la  scorta 
mia  con  Virgilio  che  aspettava  poscia  divenissimo  con  pochi 
passi  dove  uno  scoglio  un  arco  di  ponte  usciva  de  la  riva 
sorgeva  dal  basso  della  riva  e  si  estendeva  all'altra  riva,  sic- 
ché copriva  la  bolgia  e  salimmo  quello  quel  primo  ponte  assai 


442  INFERNO 

leggeramente  non  essendo  né  allo,  né  arduo  come  la  riva  per 
cui  erau  vernili  et  noi  volti  a  destra  super  la  sua  scheggia  pel 
sasso  ci  partimmo  da  quelle  cerchie  eterne  ci  allontanammo 
da  quel  cerchio,  che  chiude  tutte  le  bolge,  cioè  ci  togliemmo 
dalla  riva  esteriore  del  cerchio.  Erano  a  mezzo  del  ponte, 
quando  Virgilio  disse  —  aspetta ,  rivolgiti ,  e  mira  altri  miseri, 
che  non  hai  per  anche  distinto  lo  duca  disse  attienti  fermati 
in  mezzo  del  ponte  e  fa  che  Iviso  di  questi  malnati  di  questi 
fraudolenti  ai  quali  non  vedesti  ancora  la  faccia  perchè pc- 
roche  sono  andati  insieme  con  noi  portavano  la  faccia  nello 
stesso  modo,  che  la  portiam  noi  feggia  ferisca,  affinchè  l'oc- 
chio tuo  sia  colpito  dai  loro  volti  quando  noi  fummo  la  dov  et 
vaneggia  dove  quel  ponte  è  vuoto,  e  vacuo  di  sotto  per  dar 
passo  agli  sferzati  perchè  gli  sferzati  vi  passino  sotto. 

Noi  guardavam  nel  vecchio  ponte,  lo  Dante,  e  Virgilio 
in  questo  ponte  più  vecchio  di  quel  d'  Arno  in  Fiorenza  osser- 
vavamo la  traccia  la  nuova  turba  che  venia  verso  noi,  e 
che  qual  traccia  la  sferza  una  verga  similmente  scaccia  u- 
gualmente  fa  correre  questa  turba  bastonata,  come  l'altra  fru- 
stala e  l  mio  maestro  disse  sanza  mia  domanda  Virgilio 
mi  prevenne  dicendo  guarda  quel  grande  che  viene  grande 
di  corpo,  e  maggiore  d'animo  e  non  par  che  per  dolore 
spanda  lagrime  atto  d'uomo  forte,  perchè  disdice  il  pianto 
ad  un  eroe  quant  aspecto  regale  ancor  ritiene.  Fu  Giasone  di 
stirpe  regia,  figlio  è  nipote  di  re:  spogliato  del  regno,  op- 
presso dalle  avversità,  divenne  probo,  come  si  dirà:  elio  e 
Jason  è  Giasone  che  fene  li  Colchi  popoli  della  Colchide  nel 
Settentrione.  I  Colchi  erano  all'estremità  del  Ponto,  o  mar 
maggiore  in  una  terra,  non  isola,  come  alcuni  malamente  so- 
stengono; imperocché  nel  mar  maggiore  non  trovasi  isola  al- 
cuna, e  Giasone  passò  lo  stretto  fra  Troia,  e  Grecia.  Tolse  il 


CANTO  XVIII.  443 

vello  ai  colchi  privati  del  montone  ossia  vello  d'oro,  del 
quale  si  parlerà  nel  canto  II  del  Paradiso  per  cuore  e  per 
senno  cori  ardire  e  prudenza.  Secondo  Stazio,  Lenno  è  Isola 
nel  mar  di  Grecia,  una  delle  Cicladi  dell'  Arcipelago,  i  cui  a- 
bitanli  anticamente  mossero  contro  la  Tracia  con  armata  na- 
vale. Stettero  per  tre  auni  ostinati  in  tal  guerra,  ne  valsero  a 
distorli  le  preghiere,  le  carezze,  ed  i  pianti  delle  mogli.  Sde- 
gnate allora  le  donne  presero  la  fiera  determinazione  di  ucci- 
dere lutti  i  loro  mariti,  e  tutti  i  maschi.  Ciò  è  storicamente 
vero  secondo  Orosio,  sebbene  i  poeti  vogliono,  che  Venere 
infondesse  tal  furore  in  quelle  donne  di  Lenno,  perchè  i  ma- 
schi non  facevano  sagrifizi  a  lai  Dea,  eh'  essi  non  adoravano, 
ma  solo  a  Marte,  locchè  equivale  a  non  essere  servi  di  lussuria, 
ma  dediti  alla  guerra.  In  senso  storico  poi  tali  donne  ardenti 
di  libidine,  ed  ira,  perchè  i  mariti  o  non  le  curavano,  o  non 
rispondevano  alle  loro  inchieste  amorose,  convertirono  l' a- 
more  in  odio  il  più  crudele,  e  sentendo  che  i  mariti  loro  final- 
mente tornavano  colla  vittoria,  e  forse  conducevano  belle 
schiave  delle  vinte  città,  fatta  congiura,  e  dopo  i  più  tremendi 
giuramenti,  accolsero  i  mariti  e  gli  altri  maschi  simulando 
gioia,  e  trasporto;  e  giunta  la  notte,  lutti  li  scannarono,  men- 
tre stanchi ,  ed  oppressi  dal  vino  erano  sepolti  nel  sonno,  lsi- 
pile  sola,  figlia  del  re  Toante,  vinta  da  pietà,  non  uccise  il 
vecchio  suo  padre,  re  di  quell'isola,  e  postolo  di  nascosto  in 
una  barchetta  lo  raccomandò  agli  Dei,  ed  alla  fortuna.  Fece 
per  altro  alzare  un  gran  rogo,  e  compiè  tulli  i  riti  di  un  regio 
funerale.  Così  queir  Isola  distinta  per  campi  colti,  per  ric- 
chezze, per  forze,  e  poco  prima  chiara  per  trionfi,  perdette 
in  un  punto  solo  tutti  i  maschi,  che  l'avevano  alzata  a  tale 
stato.  Ed  in  quel  mentre,  ecco  comparire  neir  isola  una  nave 
grandissima,  nomata  PArgo  che  portava  Giasone,  ed  i  gio- 


444  INFERNO 

vani  animosi  compagni  suoi,  diretti  a  Coleo  in  cerca  del  vello 
d'  oro.  Le  donne  di  Lenno  maravigliate  di  tal  mole,  e  degli 
uomini  che  la  governavano,  sospettarono  che  fosse  mandata 
dagli  Dei  a  fare  vendetta  delle  loro  scelleratezze,  e  corsero 
alle  mura,  e  munirono  di  grossi  sassi  le  torri,  e  vestendo  le 
armi  degli  uccisi  mariti,  ancora  calde  del  lor  sangue,  si  ac- 
cingevano alla  difesa;  e  già  scagliavano  dardi  sul  naviglio  di- 
stante un  tratto  d'  arco,  dei  quali  dardi  ridevano  Ercole,  Te- 
lamone, Nestore,  Castore  e  Polluce,  ed  altri  fortissimi  com- 
pagni argonauti.  Allora  Giasone  alzando  un  ramo  di  olivo,  e 
con  fronte  serena,  chiesta  brevissima  tregua,  narrò  il  motivo 
delP  arrivo  in  quella  parte,  e  pregò  di  corta  ospitalità.  Com- 
mosse le  donne  al  discorso  di  Giasone,  aprirono  le  porte  della 
città  a  lui,  ed  ai  compagni  e  li  accolsero  con  trasporto,  e  in 
luogo  de' scannati  mariti.  Gli  argonauti  avendo  trovato  ivi  un 
doppio  cibo,  sorpassarono  d*  assai  il  termine  fissato  alla  tre- 
gua, fermandosi  per  più  di  un  anno,  nel  qual  tempo  Isipile 
gravida  di  Giasone  partorì  due  gemelli.  L'  onore,  e  la  gloria 
non  pertanto  stimolando  gli  argonauti  si  determinarono  di 
proseguire  nell*  impresa,  abbandonando  P  isola  incantevole, 
promettendo  Giasone  con  giuramento  ad  Isifile,  che  sarebbe 
tornato  in  breve,  e  l'avrebbe  presa  per  unica,  e  legittima 
moglie,  quando  avesse  compiuti  e  sciolti  i  suoi  voti.  Ma  Gia- 
sone arse  in  quel  tempo  di  nuovo  amore  per  Medea ,  e  scordò 
le  promesse  d' Isifile,  e  volse  nel  ritorno  a  tuff  altra  parte 
fuori  che  a  Lenno.  Alla  tradita  Isifile  avvenne  altra  sventura, 
perchè  fu  scoperto,  che  nella  notte  fatale,  aveva  salvalo  il 
padre ,  e  fu  costretta  a  fuggire  V  ira  dell'  altre  donne  e  rico- 
vrarsi  presso  del  padre,  che  allora  regnava  nell'Isola  di  Chio; 
ma  nel  tragitto  di  mare  fu  presa  dai  pirati  della  Tessaglia, 
della  cui  maravigliosa  fortuna  si  dirà  nel  canto  XXVI  del  Pur- 


camo  xviu.  445 

gatorio.  etti  quel  Giasone  passo  per  l  isola  di  Lenno  mentre 
andava  al  conquisto  del  vello  d'  oro  poiché  le  femmine  spie- 
tate ed  osesse  dienno  a  morte  tutti  i  maschi  loro  et  inganno 
ivi  in  queir  isola  ingannò  con  ingratitudine,  ed  empietà  /ti- 
file la  giovinetta  con  segni  e  con  parole  ornate  con  segni  di 
amore,  e  con  dolci  parole,  e  lusinghe  che  pria  avea  ingan- 
nate tutte  l  altre  salvando  il  proprio  padre  aveva  ingannate 
le  altre  che  uccisero  gli  altri  maschi,  e  mariti,  lasciolla  quivi 
gravida  e  soletta  senza  padre,  e  fratelli,  in  odio  alle  altre 
femmine,  e  perciò  tal  colpa  tanta  viltà  condanna  lui  a  tal 
martirio  a  tal  pena  et  anche  di  Medea  si  fa  vendetta  quasi 
dica  —  non  solo  per  Isifile  tradita  vien  punito,  ma  anche  per 
Medea  che  più  crudamente  ingannò.  E  ciò  è  vero  storicamente, 
e  se  Giasone  crudelmente  tradì  Medea,  essa  crudelmente  gli 
uccise  i  figli,  ed  esso  fu  crudelmente  da  seguaci  suoi  truci- 
dalo. Giasone  vincitore,  riportando  il  vello  d'oro,  tornò  con 
Medea  in  patria;  ma  stancatosi  di  lei,  preso  d'amore  per  un'al- 
tra ,  la  scacciò.  Ma  fu  scacciato  esso  pure  dai  figli  di  Pellia 
re,  e  si  riconciliò  con  Medea,  e  tornato  in  Coleo  con  valore,  e 
fortuna  riacquistò  il  regno  allo  suocero,  dal  quale  era  stato 
espulso.  Lo  suocero  trovavasi  esule,  e  ramingo,  ma  Giasone 
gP  ingrandì  il  regno  ricuperato,  al  dir  di  Giustino,  col  con- 
quisto di  molte  altre  città.  Ciò  fece  per  compenso  delle  ingiu- 
rie, che  gli  aveva  recato.  Infine,  mentre  combatteva  coi  per- 
siani in  Oriente,  incontrò  la  estrema  sua  sorte.  Scrive  Valerio 
che  un  giovane  conoscente  di  Giasone  fu  percosso  nel  ginna- 
sio da  vari  scolari  col  flagello  della  scuola  composto  di  molte 
verghetle:  il  percosso  ricorse  a  Giasone,  perchè  gì'  indicasse 
una  riparazione  conveniente.  Giasone  suggerì  —  o  tu  riceve- 
rai trenta  denari  da  ciascuno,  che  ti  ha  percosso,  o  darai  a 
ciascuno  de' percuotitori  dieci  bastonate.  —  Il  percosso,  più 


448  INFERNO 

tina:  quel  Alessio  mi  sguardo  col  suo  viso  fetido  pieno  di  sterco 
perche  se  tu  si  ingordo  avido  di  riguardar  più  me  che  gli 
altri  brulliì  gli  altri  sporcali  da  merda  ?  Qui  son  tant'altri,  di 
cui  puoi  fare  menzione  et  io  a  lui  io  gli  risposi  perche  già 
tho  veduto  con  i  capelli  asciutti  ti  conobbi  sovente  onorato, 
e  compito  cavaliere  pero  t  adocchio  più  che  gli  altri  tutti  Così 
abbiam  prova  che  vivesse  ai  tempi  di  Dante,  et  elli  Alessio 
rispose  battendosi  la  zucca  percuotendosi  il  capo  colle  mani 
in  segno  di  dolore  le  lusinghe  ond  io  delle  quali  io  non  ebbi 
mai  la  lingua  sciolta  della  quale  non  ebbi  mai  la  lingua  sa- 
zia, o  stanca  furon  cagione  di  mie  pene. 

Taide  fu  bellissima,  e  famosa  meretrice  di  Atene,  la  qua- 
le, adulando,  coglieva  nella  rete  i  personaggi  i  più  illustri , 
e  li  forzava  ad  amarla.  Scrive  Valerio  che  Demostene  il  più 
eloquente  fra  i  greci,  come  Gicerone  fra  i  latini,  entrò  un  gior- 
no nelle  di  lei  case,  e  sentendo  che  il  prezzo  di  libidine  era 
da  lei  fissato  cento  talenti,  disse  non  voglio  spendere  tanto  in 
un  pentimento  Demostene  conosceva  cìie  P  atto  venereo  con- 
ducea  a  dolore,  e  pentimento,  e  quindi  non  corrispondeva  il 
piacere  al  costo.  Ma  se  Demostene  seppe  scapparne,  non  Io 
seppero  tanti  altri  come  scrive  Terenzio  nella  commedia  — 
P  Eunuco.  —  Narra  pure,  che  costei  amava  un  ateniese  per  no- 
me Fedria  — ;  ma  vide  altro  per  nome  Trasso,  che  le  fece  mag- 
giore impressione,  e  cominciò  a  trascurar  quello  per  pelar 
questo.  Trasso,  per  sempre  più  interessarla  a  lasciare  il  pri- 
mo amante,  le  promise  in  dono  una  cameriera  vergine,  che 
servisse  di  mezzo  perchè  Fedria  perdesse  P amore  di  Taide; 
e  di  fatto  la  mandò  per  mezzo  del  mezzano  Gnatone,  esper- 
tissimo adulatore,  che  andava  ripetendo  —  quanto  più  s'in- 
ganna si  ha  maggiore  trionfo  —  Ed  è  il  fine  degli  adulatori  in- 
gannare, come  è  dei  medici  il  risanare,  de'  retori  il  persuadere. 


CANTO  XVIII.  449 

Trassone  gli  dimandò,  se  Taide  aveva  ringraziato  del  dono»  e 
rispose  Gnatone  con  isfacciata  iperbole,  che  massimi,  maravi- 
gliosi,  immensi  erano  stali  i  ringraziamenti,  e  l  duca  Virgilio 
mi  disse  appresso  do  dopo  quanto  disse  Alessio  fa  che  pinghe 
che  spinga  ulteriormente  il  viso  la  vista  intellettuale  un  poco 
più  avanti  al  di  là  di  queir  Alessio  si  che  attinghe  arrivi  a 
conoscere  con  gli  occhi  la  faccia  di  quella  sozza  fante  sca- 
pigliata di  Taide  così  bella.,  e  vezzosa  mentre  viveva,  ed  ora 
così  deformata,  e  coperta  da  sterco.  Ella stracciavasi  iterine, 
e  si  lacerava  coir  unghie  le  gote  eh  ella  si  graffia  con  l  unghie 
merdose.  Dante  gai  viene  taccialo  di  sozzura,  ma  non  poteva, 
meglio  trattare  simile  materia,  né  con  maggiore  evidenza.  I 
santi  dottori  usano  pure  di  simili  pitture,  e  non  avranno  tal 
facoltà  i  poeti  ?  Come  poteva  Dante  parlare  diversamente  di 
una  meretrice  tanto  rinomata,  se  dice  Salomone  —  tutti  gli 
atti  di  fornicazione  sono  sterco  calcato  sulla  strada  —  mere- 
trice suona  —  meritamente  trita  —  Essa  non  riposa  mai,  e 
muta  luogo,  ed  atto  ad  ogni  ora  et  or  s accoscia  et  ora  e  in 
piedi  stante  Salomone  dice  —  ecco  la  donna  ornata  pronta  ad 
opera  meretricia:  garrula,  vaga,  impaziente  di  quiete;  non 
può  tenere  fermi  in  casa  i  piedi:  bacia  il  giovane  che  incon- 
tra, e  carezzandolo  gli  dice:  vieni,  V  inebria  delle  mie  poppe: 
vieni  a  deliziarli  ne'miei  amplessi:  sana  la  piaga,  che  mi  apri- 
sti nel  cuore  —  cosi  diceva,  e  facea  Taide  col  giovane  nomato. 
Taide  e  la  puttana  come  lo  fu  altea  famosa  meretrice  di  Ales- 
sandro Magno,  la  quale,  mettendo,  esso  già  ebro,  il  fuoco  alla 
regia  di  Persia ,  come  nel  canto  Xll  che  rispose  al  drudo  suo  al 
suo  amante,  al  suo  proco  che  la  ingannava  e  le  chiedeva  o  io 
grazie  grande  appo  te?  rispose  antimeravigliose  grandissi- 
me, inesplicabili.  Oppongono  alcuni,  negando  che  Taide  ris- 
pondesse in  tal  modo  a  Trassone,  ma  invece  rispodesse  a  Gna- 
iumbaldi  —  Voi.  i.  *iy 


450  INFERNO 

toDe;ma  la  opposizione  è  ridicola ,  imperocché  se  i  ringrazia- 
menti iperbolici  esternò  a  Gnatone  è  lo  stesso  che  li  rendes- 
se a  Trassone,  essendo  il  primo  mandato  da  quest'  ultimo  e 
quinci  sian  le  nostre  viste  saccie  siamo  stati  quanto  basta  sul- 
P  alto  del  ponte  ad  osservare  questo  fondaco  di  farmacia.  Lode- 
vole anche  in  questo  l'autore,  che  tanto  presto  siasi  sbrigato 
della  materia  delle  prime  due  bolge;  e  siccome  il  senso  abbor- 
re  da  tale  materia,  perciò  il  leggitore  chiuda  le  narici,  e  torca  la 
faccia,  come  fa  Dante,  che  passa  a  trattare  di  altro  argomento. 


CANTO  XIX 


TP.STO  MODRRNO 


0  SimoD  mago,  o  miseri  seguaci , 

Che  le  cose  di  Dio,  che  di  bontate 

Deano  essere  spose,  e  voi  rapaci  3 

Per  oro  e  per  argento  adulterate; 

Or  convien  che  per  voi  suoni  la  tromba , 

Però  che  nella  terza  bolgia  state.  6 

Già  eravamo  alla  seguente  tomba 

Montati  dello  scoglio  in  quella  parte , 

Che  appunto  sovra  il  mezzo  fosso  piomba.  9 

0  somma  Sapienza,  quanta  è  l' arte, 

Che  mostri  in  Cielo,  in  Terra  e  nel  mal  Mondo; 

Quanta  giustizia  tua  virtù  comparte  !  12 

Io  vidi  per  le  coste  e  per  lo  fondo 

Fessa  la  pietra  livida  di  fori 

D' un  largo  tutti,  e  ciascuno  era  tondo.  15 

Non  mi  parean  meno  ampj  né  maggiori, 

Che  quei,  che  son  nel  mio  bel  San  Giovanni 

Fatti  per  luoghi  de'  battezzatori;  18 

L' uno  de'  quali,  ancor  non  è  molt'  anni, 

Rupp'  io  per  un  che  dentro  vi  annegava  : 

E  questo  fia  suggel,  eh'  ogni  uomo  sganni.  21 
Fuor  della  bocca  a  ciascun  soperchiava 

D' un  peccatore  i  piedi,  e  delle  gambe 

In  fino  al  grosso,  e  l'altro  dentro  stava.  24 


452  INFERNO 

Le  piante  erano  a  lutti  accese  entrambe; 
Per  che  sì  forte  guizzavan  le  giunte, 
Che  spezzate  averian  ritorte  e  strambe.  27 

Qual  suole  il  fiammeggiar  delle  cose  unte 
Muoversi  pur  su  per  l' estrema  buccia; 
Tal  era  lì  da'  calcagni  alle  punte.  30 

Chi  è  colui,  Maestro,  che  si  cruccia, 
Guizzando  più  che  gli  altri  suoi  consorti, 
Diss'  io,  e  cui  più  rossa  fiamma  succia  ?  33 

Ed  egli  a  me  :  se  tu  vuoi,  eh'  io  ti  porti 
Laggiù  per  quella  ripa  che  più  giace , 
Da  lui  saprai  di  sé  e  de1  suoi  torti.  36 

Ed  io:  tanto  m'è  bel  quanto  a  te  piace: 
Tu  sei  signore,  e  sai  eh'  io  non  mi  parlo 
Dal  tuo  volere,  e  sai  quel  che  si  tace.  39 

Allor  venimmo  in  su  l' argine  quarto: 
Volgemmo,  e  discendemmo  a  mano  stanca 
Laggiù  nel  fondo  foracchiato  ed  arto.  42 

E  il  buon  Maestro  ancor  dalla  sua  anca 
Non  mi  dipose,  sii)  mi  giunse  al  rotto 
Di  quei  che  sì  piangeva  con  la  zanca.  45 

0  qual  che  sei ,  che  il  di  su  tien  di  sotto , 
Anima  trista,  come  pai  commessa, 
Cominciai  io  a  dir,  se  puoi,  fa  motto.  48 

lo  stava,  come  il  frate,  che  confessa 
Lo  perfido  a s sassi n  che,  poi  eh'  è  fitto, 
Richiama  lui ,  perchè  la  morte  cessa.  51 

Ed  ei  gridò:  sei  tu  già  costì  ritto, 
Sei  tu  già  costì  ritto,  Bonifazio? 
Di  parecchi  anni  mi  mentì  lo  scritto.  54 

Sei  tu  sì  tosto  di  queir  aver  sazio, 


CANTO  XIX.  453 

Per  lo  qual  uon  temesti  torre  a  inganno 

La  bella  Donna,  e  di  poi  farne  strazio  ?  57 

Tal  mi  fec'  io  quai  son  color  che  stanno, 

Per  non  intender  ciò  eh'  èlor  risposto, 

Quasi  scornati,  e  risponder  non  sanno.  60 

Allor  Virgilio  disse:  dilli  tosto, 

Non  son  colui ,  non  son  colui  che  credi  : 

E  io  risposi  come  a  me  fu  imposto.  63 

Per  che  lo  spirto  tutti  storse  i  piedi  : 

Poi  sospirando,  e  con  voce  di  pianto, 

Mi  disse  :  dunque  che  a  me  richiedi  ?  66 

Se  di  saper  chi  io  sia  ti  cai  cotanto , 

Che  tu  abbi  però  la  ripa  scorsa, 

Sappi  eh'  io  fui  vestito  del  gran  manto:  69 

E  veramente  fui  figliuol  dell'  orsa, 

Cupido  sì,  per  avanzar  gli  órsatti, 

Che  su  l'avere,  e  qui  me  misi  in  borsa.  72 

Di  sotto  al  capo  mio  son  gli  altri  tratti , 

Che  precedetter  me  simoneggiando , 

Per  le  fessure  della  pietra  piatti.  75 

Laggiù  cascherò  io  altresì,  quando 

Verrà  colui,  eh'  io  credea  che  tu  fossi, 

Allor  eh'  io  feci  il  subito  dimando.  78 

Ma  più  è  il  tempo  già,  che  i  pie  mi  cossi, 

E  eh'  io  son  stato  così  sottosopra, 

Ch'  ei  non  starà  piantato  co'  pie  rossi  ;  81 

Che  dopo  lui  verrà  di  più  laida  opra, 

Di  ver  ponente,  un  Pastor  senza  legge, 

Tal  che  convien  che  lui  e  me  ricopra.  84 

Nuovo  Jason  sarà,  di  cui  si  legge 

Ne'  Maccabei  ;  e  come  a  quel  fu  molle 


454  INFERNO 

Suo  re,  così  fia  a  lui  chi  Francia  regge.  87 

lo  non  so  s' io  mi  fui  qui  troppo  folle, 

Ch'  io  pur  risposi  lui  a  questo  metro: 

Deh  or  mi  di'  quanto  tesoro  volle  90 

Nostro  Signore  in  prima  da  San  Pietro, 

Che  ponesse  le  chiavi  in  sua  balia  ? 

Certo  non  chiese,  se  non:  viemmi  dietro.  93 

Né  Pier  né  gli  altri  tolsero  a  Mattia 

Oro  o  argento,  quando  fu  sortito 

Nel  luogo,  che  perde  F  anima  ria.  96 

Però  ti  sta,  che  tu  se'  ben  punito  ; 

E  guarda  ben  la  mal  tolta  moneta, 

Ch'  esser  ti  fece  contro  a  Carlo  ardito.  99 

E  se  non  fosse  che  ancor  lo  mi  vieta 

La  riverenza  delle  somme  chiavi, 

Che  tu  tenesti  nella  vita  lieta,  102 

lo  userei  parole  ancor  più  gravi; 

Che  la  vostra  avarizia  il  mondo  attrista, 

Calcando  i  buoni  e  sollevando  i  pravi.  105 

Di  voi  pastor  s'accorse  il  Vangelista, 

Quando  colei,  che  siede  sovra  F  acque, 

Puttaneggiar  coi  Regi  a  lui  fu  vista  :  108 

Quella,  che  con  le  sette  teste  nacque, 

E  dalle  dieci  corna  ebbe  argomento, 

Fin  che  virtute  al  suo  marito  piacque.  1 1 1 

Fatto  v'  avete  Dio  d' oro  e  d' argento  : 

E  che  altro  è  da  voi  all'  idolatre, 

Se  non  eh'  egli  uno,  e  voi  n'  orate  cento  ?         114 
Ahi,  Costantin,  di  quanto  mal  fu  matre, 

Non  la  tua  conversion ,  ma  quella  dote 

Che  da  te  prese  il  primo  ricco  patre  !  117 


CANTO  XIX.  455 

E  mentre  io  gli  cantava  coiai  note, 

0  ira  o  coscienza  che  il  mordesse , 

Forte  spingava  con  ambo  le  piote.  130 

lo  credo  ben  che  al  mio  duca  piacesse, 

Con  sì  contenta  labbia  sempre  attese 

Lo  suon  delle  parole  vere  espresse.  133 

Però  con  ambo  le  braccia  mi  prese; 

E  poi  che  tutto  su  mi  s' ebbe  al  petto , 

Rimontò  per  la  via  onde  discese:  126 

Né  si  stancò  d' avermi  a  sé  ristretto, 

Sin  mi  portò  sovra  il  colmo  dell'  arco, 

Che  dal  quarto  al  quinto  argine  è  tragetto.        129 
Quivi  soavemente  pose  il  carco, 

Soave  per  lo  scoglio  sconcio  e  erto, 

Che  sarebbe  alle  capre  duro  varco: 
Indi  un  altro  vallon  mi  fu  scoverto.  133 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

simonia,  e  simoniaci  castigati  nella  terza  bolgia.  In  quat- 
tro parti  generali  può  dividersi  il  canto:  nella  prima  —  pena 
de'  simoniaci:  nella  seconda  —  un  pontefice  simoniaco  chi  e 
maestro  ecc.  nella  terza—*,  il  detto  pontefice  nomina  altri  si- 
moniaci sedi  sapere  ecc.  nella  quarta  ed  ultima,  imprecazione 
contro  la  simonia  pervertitrice  del  mondo  io  non  so  ecc. 

Simon  mago  giudeo,  fin  dalla  prima  gioventù  fu  istruito 
in  filosofia,  astrologia,  e  negromanzia.  Avendo  visto  s.  Pietro, 
e  gli  altri  Apostoli  operare  cose  maravigliose,  e  resuscitare  i 
morti ,  e  non  potendo  col  suo  sapere  ed  arte  giungere  a  tanto, 
avido  di  fama,  pensò  di  ottenere  consimili  poteri  per  grazia, 
e  recatosi  con  molto  denaro  dimandò  a  s.  Pietro,  che  gli  ven- 
desse la  grazia  dello  Spirito  Santo.  San  Pietro  arretrandosi  ris- 


456  INFERNO 

pose  —  tienti  il  tuo  denaro  io  perdizione  dell'  anima  tua  — 
Simon  mago  d'allora  in  poi  denigrava  s.  Pietro,  finché  av- 
vilito, ed  oppresso  si  piegò,  e  venerò  gli  Apostoli.  Fu  dunque 
Simon  mago  il  primo  del  nuovo  Testamento  che  tentasse  com- 
prare le  cose  sacre  ad  oggetto  anche  di  rivenderle  altrui  o  Si- 
mon mago  così  chiamato  perchè  esercitava  negromanzia  o  mi- 
seri seguaci  simoniaci  che  le  cose  di  Dio  le  cose  sacre,  e  re- 
ligiose che  detto  esser  spose  di  bontate  che  debbono  appar- 
tenere solo  ai  buoni,  e  virtuosi,  il  perchè  si  vieta  al  bigamo 
addivenir  sacerdote,  in  quanto  Gesù  Cristo  ebbe  una  sposa 
sola  la  Chiesa  e  voi  rapaci  e  voi  rapite  adulterate  e  commet- 
tete adulterii,  dandole  a  uomini  indegni,  e  viziosi  per  oro  e  per 
argento  non  al  merito  della  persona,  ma  al  possessor  del  de- 
naro. Chi  marita  una  donna,  suol  darle  una  dote;  questi  air  in- 
contro mal  maritando  la  Chiesa  ricevono  regali,  e  denaro  or 
convien  che  la  tromba  soni  per  voi  ora  i  miei  carmi  parle- 
ranno di  voi  pero  che  nella  terza  bolgia  state. 

Già  eravamo  smontati  de  lo  scoglio  alla  seguente  tomba 
alla  terza  bolgia  che  dicesi  a  ragione  tomba,  perchè  in  essa 
sono  sepolti  i  simoniaci  in  quella  parte  che  a  punto  piomba 
sopra  il  mezzo  fosso  la  metà  del  ponte  corrisponde  esatta- 
mente e  perpendicolarmente  alla  meta  della  valle,  o  Stimma 
Sapienza  o  sapienza  divina  quanta  e  larte  maravigliosa  che 
mostri  in  Cielo  nei  diversi  gradi  di  gloria  degli  angeli,  e 
beati  in  terra  enei  mal  mondo  nell'inferno  de' viventi,  e 
nelP  inferno  dei  morti  e  quanto  giusto  quanta  giustizia  tua 
virtù  comparte  distribuisce,  dando  equamente  a  ciascuno 
quanto  si  merita!  La  pena  de'  simoniaci  consiste  nelP  essere 
sepolti  in  buchi  rotondi  scavati  nel  suolo  o  riva  colla  testa  in 
giù,  e  i  piedi  insù.  Essendole  piante  de' piedi  continuamente 
bruciate  dal  fuoco,  essi  agitano  furiosamente  le  gambe,  ed  i 


CANTO  XIX.  457 

piedi  fuori  del  sepolcro.  Pena  condegna,  perchè  costoro  avreb- 
bero dovuto  contemplare  il  cielo,  e  meditare  sulla  legge  di 
Cristo  che  professarono,  ed  essi  al  contrario  s'immersero  to- 
talmente nelle  cose  terrene;  quindi  stan  bene  col  capo  sot- 
terra, ed  i  piedi  al  cielo  che  sprezzarono:  va  bene  che  cer- 
chino sotterra  Toro, eie  gemme,  dacché  non  vollero  tesoriz- 
zare in  cielo.  I  piedi  figurano  le  affezioni,  che  per  V  ardenza 
loro  continuamente  si  agitano,  io  vidi  la  petra  livida  piena 
di  fori  —  tutti  dun  largo  i  fori  erano  tutti  rotondi,  e  capaci 
di  un  uomo  soltanto  e  ciascun  era  tondo  per  le  coste  per  gli 
argini,  o  rive  e  per  lo  fondo  di  quella  terza  bolgia.  In  Fio- 
renza, nella  Chiesa  di  s.  Giovanni  Battista  patrono,  e  presso 
al  fonte  battesimale  erano  alcuni  pozzetti  scavati  nel  marmo, 
rotondi,  posti  in  giro,  e  capaci  soltanto  di  una  persona,  e  ne' 
quali  solevano  mettersi  colle  gambe  i  sacerdoti  nell'  atto  di 
battezzare  i  bambini,  per  più  liberamente  esercitare  l'uffi- 
cio loro  in  tempo  di  concorrenza,  non  avendo  la  popolosa 
Fiorenza  che  un  solo  battistero,  come  uno  solo  ne  ha  Bolo- 
gna, non  mi  parean  meno  ampli  ne  maggiori — che  quei  che 
son  nel  mio  bel  san  Giovanni  giacché  al  dire  de1  fiorentini 
era  una  volta  il  tempio  di  Marte,  ed  anche  ora  non  mostra  di 
essere  un  tempio  cristiano,  perchè  rotondo,  angolato,  ottagono. 
Non  so  per  altro,  se  questo  sia  argomento  di  verità,  perchè 
un  tempio  cristiano  simile  si  trova  in  Parma  città  lombarda 
fatti  per  luoghi  de  battezzatori  Dante  per  incidenza  fa  men- 
zione di  un  caso  singolare  accaduto  in  questo  luogo.  Alcuni 
ragazzi  facevan  bordello  nella  piazza  di  san  Giovanni  presso 
del  battistero,  ed  uno  d' essi  entrò  in  uno  di  que'  pozzetti  di 
marmo:  ma  entrato  che  fu,  rimase  tanto  chiuso  e  stretto  nelle 
membra,  che  non  valeva  né  arte,  né  trovato  per  cavamelo. 
Si  mise  il  ragazzo  a  gridare,  e  lo  stesso  facondo  i  compagni 


458  INFERNO 

ben  presto  accorse  un'immensità  di  persone.  Niuno  potendo, 
o sapendo  soccorrere  quel  meschino,  sopravenne  Dante,  uno 
de'  priori  reggenti ,  che  veduto  il  grave  pericolo  del  fanciullo, 
ordinò  che  gli  fosse  portata  una  mannaia,  colla  quale  egli  slesso 
battendo  nel  marmo,  lo  ruppe  a  modo  di  liberarne  quel  mise- 
ro, che  si  era  nel  pozzetto  cacciato  l  un  di  quali  Y  uno  de'quali 
fori ,  o  pozzetti  rupp  io  per  un  che  v  anegava  dentro  come 
superiormente  si  è  detto,  et  questo  sia  suggello  sia  prova,  e 
dimostrazione  eh  ogni  uomo  sganni  che  disinganni  ognuno, 
perchè  fu  rotto  da  me  a  buon  fine,  cioè  per  liberare  il  fan- 
ciullo che  dentro  vi  sarebbe  morto,  ma  non  mai  per  disprezzo, 
o  violazione  di  sacra  cosa.  In  san  Giovanni  di  Fiorenza  esistono 
ancora  que'fori  nel  marmo  ed  in  detti  fori  si  mettono  i  sacer- 
doti nel  ministrare  il  battesimo,  come  ne' fori  infernali  sono 
quelli,  che  trafficarono  sulle  cose  sacre  i  primi  coi  piedi  in 
giù,  questi  co'  piedi  in  su. 

Li  piedi  et  de  le  gambe  infino  al  grosso  le  gambe  fino  alla 
polpa  soperchiava  stava  fuori  fuor  de  la  bocca  a  ciascun  fuori 
della  bocca  di  ciascun  foro  e  l altro  il  resto  del  corpo  stavo  den- 
tro nascosto,  e  sotto  terra  dentro  del  foro  e  le  piante  entrambi  e- 
rano  accese  a  tutti  cioè  arse  da  fiduntneperche  le  giunte  le  giun- 
ture t/utezavan  si  forte  così  si  agitavano  che  arian  spezzate 
ritorte  ritorte  sono  que'vinchi  che  servono  al  tiro  de'carri  et 
strambe  corde  composte  di  virgulti,  o  paglie,  colle  quali  si 
stringono  i  corami  in  Barberia.  Come  i  violenti  superiormen- 
te descritti  agilavan  le  braccia,  così  i  simoniaci  agitavan  le 
gambe,  il  fiammeggiar  le  fiamme  eccitate  dai  venti  era  li  da 
calcagni  a  le  punte  scorrevano  per  tutte  le  piante  de' piedi 
qual  sole  come  avviene  nella  fiamma  de  le  cose  unte  moversi 
pur  per  la  buccia  estrema  per  la  scorza  tutta.  Il  fuoco  corre 


canto  xix.  459 

sempre  verso  il  suo  maggior  nutrimento,  e  la  fiamma  correva 
quindi  per  tutta  la  pianta  dei  piedi  di  que' pingui  simoniaci. 
Chi  e  maestro  seconda  parte  generale,  chi  e  colui  che  se  cru- 
cia chiesi  a  Virgilio,  chi  è  colui  che  si  tormenta  guizzando  più 
che  gli  altri  suoi  consorti,  che  si  agita  più  degli  altri?  Era 
infatti  Nicolò  degli  Orsini  papa ,  ritenuto  dall'autore  simoniaco 
e  cui  fiamma  più  rossa  succia  fiamma  più  ardente  dissecca,  ed 
abbrustolisce  le  piante?  et  elli  a  me  Virgilio  mi  rispose  tu  sa- 
perai  da  lui  di  se  saprai  da  lui  stesso  chi  egli  sia  et  de  suoi  torti 
e  delle  sue  colpe  se  tu  vuoi  che  ti  porti  la  giù  da  questo  ponte 
alto  a  quella  bassa  pianura  per  quella  ripa  che  più  giace  per 
la  costa  meno  ripida,  et  io  a  lui  dissi  tanto  m  e  bello  volen- 
tieri acconsento  a  quanto  a  te  piace  perchè  tu  signore  devi 
comandare,  non  curando  se,  o  no  mi  piaccia  e  sai  eh  io  non 
mi  parto  dal  tuo  volere  il  mio  volere  sai  eh'  è  voler  tuo  et 
sai  quello  che  si  tace  e  conosci  anche  i  miei  interni  pensieri. 
Virgilio  si  offriva  portar  Dante  vicino  a  que' simoniaci,  per- 
chè nella  loro  situazione  non  avrebbero  potuto  farsi  sentire, 
parlando,  se  non  se  a  quelli  cui  fossero  stati  sopra,  e  vicinis- 
simi, allor  venimmo  sul  argine  quarto  alla  fine  del  ponte 
della  terza  bolgia,  e  che  vien  rotto  dall'argine  quarto,  e  di- 
scesero per  la  riva  interna  più  abbasso:  volgemmo  e  discen- 
demmo a  mano  stanca  alla  sinistra  laggiù  nel  fondo  forac- 
chiato et  arto  nel  piano  foracchiato  dai  pozzi  sudescritti.  lo 
buon  maestro  non  mi  dispuose  ancora  de  la  sua  anclia  dagli 
omeri  suoi,  sui  quali  mi  portava  sin  me  giunse  al  rotto  foro, 
o  pozzo  di  quel  che  si  piangea  con  la  zanca  i  simoniaci  pian- 
gono con  le  zanche,  ossia  colle  gambe,  perchè  nella  loro  po- 
sizione non  hanno  libero  altro  movimento  per  esprimere  il 
dolore,  io  cominciai  a  dire  o  quel  che  sie  qualunque  tu  sia 
die  tieni  l  in  su  di  sotto  che  tieni  il  capo  sotterra,  ed  i  piedi 


460  INFERNO 

volti  al  cielo  —  tu  che  corresti  dietro  alle  cose  terrene,  sprez- 
zando il  cielo  anima  trista  come  palo  commessa  piantata 
come  un  palo,  e  non  sarai  svelta  giammai,  ma  ti  torrai  di  luo- 
go, quando  un  altro  palo  ti  spingerà  oltre  fa  motto  s  tu  puoi 
parla  se  puoi,  dubitando  che  il  potesse  per  la  terra,  che  do- 
veva chiudergli  la  bocca.  Quando  un  malfattore  è  condannato 
ad  essere  sepolto  vivo,  e  si  è  fatto  discendere  col  capo  in  giù 
nella  fossa  scava  la,  se  mai  richiamasse  il  confessore  per  dirgli 
altro  peccato,  o  rivelargli  un  secreto,  il  confessore  inchine- 
rebbe il  suo  orecchio  alla  fossa  per  ascoltarlo;  e  cosi  Dante 
stava  inchinato  sul  foro  aspettando  una  risposta,  e  non  respi- 
rava quasi  pel  timore  di  non  udirla  io  stava  coir  orecchio 
presso  la  bocca  del  foro  come  l  frate  confessore  che  confessa 
il  perfido  assassino  il  malfattore  condannato  ad  esser  sepolto 
vivo  che  richiama  lui  richiama  il  confessore  allontanatosi 
dalla  fossa  dopo  gli  ultimi  conforti  poiché  fido  dopo  esser 
quasi  sepolto  perche  la  morte  cessa  perchè  di  poco  ritarda  la 
morte,  stando  pronto  l'esecutore  a  riempire  di  terra  la  fossa 
—  ovvero  perche  la  morte  la  morte  dell'anima  cessa  dopo  la 
confessione  del  peccato.  —  E  questa  seconda  è  migliore  inter- 
pretazione. Nicolò  degli  Orsini  papa  aveva  letto  in  una  pro- 
fezia, od  aveva  saputo  per  rivelazione,  che  Bonifacio  V4I1  a- 
vrebbe  tenuto  il  papato  otto  anni,  e  nove  mesi. 

E  perchè  Bonifacio  vien  supposto  il  secondo  simoniaco, 
cosi  Dante  finge  che  l'Orsini  sentendo  parlare  Dante  credesse  in- 
vece che  fosse  Bonifacio,  tanto  più  che  in  quella  bolgia  non  tro- 
vansi  che  simoniaci,  et  ei  papa  Nicolò  grido  stupefatto  o  Boni- 
facio  se  tu  già  costi  ritto  sei  già  venuto  in  questo  luogo ,  a  que- 
sto castigo?  e  lo  ripete  due  volte  secondo  il  costume  di  quelli 
che  si  maravigliano  lo  scritto  la  scritta  profezìa  che  lessi  mi 
menti  fu  menzognera  di  parecchi  anni.  Bonifacio  infatti  morì 


CANTO  XIX.  46* 

nel  1303,  e  Dante  finge  avere  avuta  questa  visione  nel  1300 ,  di 
parecchi  anni  mi  mentì  di  vari  anni.  L'autore,  ritenendo  Boni- 
facio qual  simoniaco,  lo  pone  ancor  vivente  in  questa  bolgia,  ed 
ingegnosamente  da  un  altro  papa  stimato  anch'ei  simoniaco  gli 
fa  predire  la  pena.  Bonifacio  veramente  non  fu  il  papa,  che 
immediatamente  successe  a  Nicolò,  ma  dall'autore  creduto  il 
secondo  simoniaco.  Furono  di  mezzo  due  altri  pontefici  —  Pa- 
pa Martino  di  Tours  —  di  coscienza  illibata,  e  Celestino  di 
santa  vita,  e  del  quale  già  si  parlò,  se  tu  si  tosto  come  sei  ve- 
nuto tanto  presto!  —  Nell'anno  1294  radunati  i  cardinali  in 
Perugia,  e  molto  pressati  all'elezione  del  papa,  perchè  la 
Santa  Sede  era  stata  vacante  due  anni,  e  non  potendo  combi- 
narsi gli  animi  ad  eleggere  un  cardinale  del  Collegio,  final- 
mente si  determinarano  di  scegliere  un  sant'uomo.  Pietro  di 
Morone,  dell'Abruzzo,  che  aveva  raccolti  vari  monaci ,  ed  erasi 
con  essi  ritirato  sul  monte  Morone  sopra  Sulmona  per  menar 
vita  di  rigida  penitenza.  Si  chiamò  Celestino  V:  creò  dodici 
cardinali  nel  mese  di  settembre,  per  la  maggior  parte  oltre- 
montani, ad  istanza  di  Carlo  II,  locchè operalo,  andò  insieme 
colla  sua  corte  a  Napoli.  Era  uomo  semplice,  illetterato,  e  cre- 
devasi  incapace  a  tanto  incarico;  tentava  quindi  ogni  mezzo 
per  deporlo.  E  fra  i  cardinali,  cui  si  apriva,  trovavasi  Bene- 
detto d'Anagni  città  della  Campania  uomo  astutissimo,  pe- 
rito d'affari,  e  conoscitore  delle  altre  corti:  affettava  un  con- 
tegno il  più  umile,  e  riservato.  Nascostamente  esplorò  il  sen- 
timento di  Carlo,  e  degli  altri  cardinali,  ed  avuta  certezza  che 
tutti  bramavano  di  cambiare  un  tal  pastore,  tanto  si  adoprò 
con  Celestino,  che  lo  persuase  a  firmare  una  decretale,  in  forza 
della  quale,  ogni  papa,  sull'esempio  di  Clemente  I,  potesse 
rinunciare  al  papato.  Dopo  del  che  Celestino  nel  dì  della  fe- 
sta di  santa  Lucia,  in  presenza  de'  cardinali,  spogliandosi  de* 


462  IftFBRNO 

gli  abiti  pontificali,  rinunciò  solennemente  al  papato,  dopo  un 
regno  di  cinque  mesi,  ed  otto  giorni ,  e  corse  frettoloso  alla  pe- 
nitenza dell'  eremo  suo.  Bla  Bonifacio  lo  forzò  a  restare  in  quel 
ritiro,  e  secretamante  tradurre  nella  rocca  di  Sulmona,  affin- 
chè vivente  non  fosse  d'ostacolo  alla  propria  elezione.  Molti 
fra  i  cristiani  difatto  sostenevano  che  Celestino  fosse  tuttora  il 
vero  e  legittimo  Pontefice  non  ostante  la  fatta  rinuncia,  per- 
suasi che  una  tal  dignità  come  direttamente  venuta  da  Dio, 
non  possa  dall'  uomo  rinunciarsi,  e  sebbene  Clemente  I  avesse 
fatto  altrettanto,  nulladimeno  dai  fedeli  fu  sempre  tenuto  per 
papa,  e  dopo  la  morie  dell'eletto,  fatta  la  rinuncia,  gli  fu  for- 
za riassumere  la  tiara.  Celestino  dopo  tale  disastro  poco  visse, 
e  fu  sepolto  in  piccola  chiesa  dell'ordine  suo,  e  meschina- 
mente posto  sotterra  oltre  dieci  braccia,  perchè  le  di  lui  re- 
liquie non  potessero  trovarsi.  Nello  slesso  anno  poi  Bonifa- 
cio, coli' aiuto  di  Carlo  II,  che  aveva  dodici  cardinali  da  lui 
dipendenti,  i  dodici  creati  da  Celestino,  fu  eletto  papa.  Cor- 
re voce  che  prima  avesse  tenuto  a  Carlo  questo  discorso —Mae- 
stà, se  Celestino  papa  ebbe  il  volere  di  giovarti  nella  guerra 
di  Sicilia,  non  ebbe  però  la  capacità  di  farlo;  ma  se  tu 
vorrai  che  i  cardinali  tuoi  amici  eleggono  me  papa,  io  ti 
servirò  meglio,  promettendoti  con  giuramento  quanto  sarà  in 
poter  mio.  —  In  seguito  del  che  Carlo  comandò  ai  cardinali 
di  dare  il  voto  a  Bonifacio.  Così  nella  città  di  Napoli,  e  nella 
vigilia  del  s.  Natale  fu  eletto  papa  Bonifacio  Vili.  Tosto  dopo 
abbandonò  Napoli,  e  si  trasferì  a  Roma  coi  cardinali  suoi,  e 
molto  si  adoprò  per  Carlo  al  conquisto  della  Sicilia.  Bonifa- 
cio era  nobile  di  schiatta,  grande  di  animo  forse  più  che  a  sa- 
cerdote convenga,  imperioso,  amante  di  decoro,  dello  stato, 
e  ricchezze  della  chiesa.  Fu  molto  temuto  per  saga  e  ita,  e  po- 
tere: molto  denaroso  agognando  al  guadagno,  sempre  dicen- 


CANTO  XIX.  465 

do  ch'era  lecito,  quanto  risguardava  la  esaltazione  della  Chie- 
sa. Fece  i  suoi  parenti  ricchissimi,  e  magnifici  —  0 Bonifa- 
cio se  tu  si  tosto  di  quel  aver  sazio  di  quel  gran  tesoro  per 
lo  qual  per  acquistare  il  quale  non  temesti  di  torre angarino 
di  togliere  per  frode  la  Chiesa  dalle  mani  di  Celestino  la  bella 
donna  la  Chiesa  bellissima  sposa  di  Cristo  e  di  poi  farne  stra- 
zio disonestamente  trattandola,  e  prostituendola.  Alcuni  vo- 
gliono, che  invece  della  Chiesa  debba  qui  intendersi  dalla  Con- 
tessa Margherita  che  Bonifacio  diede  in  moglie  ad  un  suo  ni- 
pote ;  ma  abbia  egli ,  o  no  fatto  tal  matrimonio,  Dante  fuor  di 
dubbio  parla  della  Chiesa  a  danno  della  quale  Bonifacio  acqui- 
stò un  immenso  tesoro. 

L' autore  restò  smarrito,  e  confuso  a  tale  risposta  io  mi 
fei  tale  quai  son  color  che  stanno  quasi  scornati  quali  resta- 
no i  delusi  nelle  più  forti  aspettative  per  non  intender  ciò  eh  e 
lor  risposto  essendo  la  risposta  strana  alla  dimanda,  e  per- 
ciò risponder  non  sanno.  Allora  Virgilio  vedendomi  stare  sos- 
peso, e  dubbioso  disse  dille  tosto  prestamente  non  son  colui 
non  son  colui  che  credi  non  son  Bonifacio,  che  non  è  ancor 
morto  :  sono  un  vivente,  ma  non  simoniaco.  Ed  avendogli  sug- 
gerito Virgilio  di  rispondere  nel  modo  di  Niccolò,  cioè  ripe- 
tendo due  volte  la  inchiesta  ed  io  risposi  come  a  me  fu  im- 
posto cioè  che  non  era  Bonifacio,  perche  lo  spirto  torse  tutti 
i  piedi  in  segno  d' ira,  e  di  dolore  poi  mi  disse  sospirando 
con  voce  di  pianto  dunche  che  a  me  richiedi  dunque  cosa 
vuoi  ?  che  ho  io  a  fare  con  te  ? 

Se  di  saper  terza  parte  generale.  Dante  avea  prima  detto 
se  puoi  fa  motto  ed  ecco  la  risposta  sappi  eh  io  fui  vestito 
del  gan  manto  del  manto  di  San  Pietro  Apostolo  se  te  cale  co- 
tanto chio  sia  se  hai  tanto  desiderio  di  conoscermi  che  tu  ab- 
bi pero  la  ripa  corsa  se  per  questo  dalla  costa  difficile  veni- 


464  INFERNO 

sti  a  questo  fondo,  e  fui  figlimi  dell  orsa  Orsino  figlio  dell'orsa 
veramente  non  sol  di  nome  ma  di  fatti.  L' orsa  è  animale  fe- 
roce ,  ed  avido,  così  detta  da  urgendo  di  imo  torti  avido  si 
avido  tanto  per  avanzar  gli  orsatti  per  guadagnar  gli  Or- 
sini obbligandoli  a  me,  e  per  arricchirli  di  beni  e  potere  che 
misi  l  avere  in  borsa  su  misi  i  beni  in  borsa  su  nel  mondo  et 
misi  me  qui  e  mi  condanna;  in  questo  pozzo  —  ovvero  —  in 
questo  pozzo  posi  me  nella  borsa.  Dante  allude  air  esaltazio- 
ne degli  Orsini  che  avvenne  neir  anno  1286  quando  fu  eletto 
papa  Niccolò  III  degli  Orsini  di  Roma,  nomato  prima  Giovanni. 
Costui  chierico,  e  cardinale  fu  di  buona  vita,  ma  eletto  papa 
fu  larghissimo  per  la  sola  propria  casa.  Creò  sette  cardinali 
la  maggior  parte  suoi  attinenti ,  e  fra  questi  ser  Giacomo  Co- 
lonna, affinchè  i  Colonnesinon  si  mettessero  nella  parte  degli 
Amibaleschi  suoi  nemici,  e  fu  creduta  gran  cosa,  imperocché 
i  Colonnesi  erano  stati  spogliati  d' ogni  benefizio  ecclesiastico 
da  Alessandro  III  perchè  favorirono  le  parli  di  Federico  1  con- 
tro della  Chiesa.  Egli  fece  erigere  nobili ,  e  vasti  palazzi  vi- 
cino a  s.  Pietro.  Si  fece  donare  il  dominio  della  città  di  Bolo- 
gna, e  del  contado  della  Romagna  da  Rodolfo  re  de'  romani , 
perchè  non  era  passato  in  Italia,  come  aveva  promesso;  qual 
donazione  non  si  ritenne  poi  valida,  imperocché  Rodolfo  fu 
impedito  da  altre  brighe,  e  guerre  proprie,  e  non  potè  ve- 
nire a  Roma  per  ricevere  la  benedizione  papale.  Creò  suo 
nipote  Bertoldo  conte  della  Romagna  e  nominò  legato  il  car- 
dinal Latino  figlio  di  sua  sorella,  gli  altri  e  non  nomina  al- 
cuno, perchè  niuno  fu  tanto  macchiate  prima  di  lui  che  pre- 
cedette? me  simonizzando  mercanteggiando  le  cose  sacre 
sono  tratti  di  sotto  al  mio  capo  più  non  lasciano  traccia , 
o  memoria  di  loro  macchia  dacché  io  venni  piatti  per  la 
fessura  della  petra  nascosti   in  terra  più  di  Celestino,  il 


CANTO  XIX.  465 

cui  corpo  si  mise  dieci  braccia  sotterra,  mentre  l'anima  Vo- 
lava al  Cielo,  all'incontro  di  costoro,  che  nell'Inferno  son 
piantati  come  pali,  mentre  nel  mondo  hanno  magnifici  se- 
polcri io  altresì  cercherò  la  giù  sotto  terra  sopra  gli  altri  quan- 
do verrà  colui  Bonifacio  cui  io  credea  che  fossi  allor  eh  io  feci 
il  subito  dimando  quando  maravigliato  per  la  novità  della  cosa 
subito  chiesi  —  sei  tu  già  qui  Bonifacio?  E  con  ciò  vuol  Dante 
significare,  che,  a  norma  che  cresce  l'avarizia,  cresce  anche 
la  simonia;  dopo  un  simoniaco  ne  viene  altro,  il  quale  copre 
la  infamia  del  primo.  Finge  pertanto,  che  Niccolò  copra  ogni 
suo  predecessore,  perchè  al  di  lui  arrivo  spariva  la  memoria 
degli  antecessori,  e  spariva  la  propria  al  comparire  di  Boni- 
facio, e  dopo  Bonifacio  verrà  un  francese  che  coprirà  la  si- 
monia di  tutti  gli  altri.  Del  pari  poi  che  ogni  eresia  ha  un'arca 
che  contiene  il  capo,  e  tutti  i  seguaci,  così  i  simoniaci,  che 
hanno  tanto  rapporto  cogli  eretici,  hanno  il  foro,  o  pozzo 
proprio,  e  dopo  un  simoniaco  altro  venendo,  il  primo  vada 
sempre  più  innanzi.  Dante  non  fece  menzione  che  di  Anasta- 
sio, e  di  pochi  altri  pontefici,  ad  oggetto  specialmente  di 
mostrare  quanto  sia  grande  il  potere  dell'  avarizia ,  se  som- 
merte perfino  qualche  rettore  del  mondo. 

Dopo  la  morte  di  Bonifacio  fu  eletto  papa  Benedetto  XI 
di  Treviso,  fatto  cardinale  dallo  stesso  Bonifacio,  che  lo  a- 
veva  conosciuto  dotto  e  virtuoso.  Ma  visse,  e  regnò  soltanto 
otto  mesi  e  mezzo,  e  morì  di  veleno,  come  pretendono  alcuni. 
Morto  Benedetto,  e  sepolto  in  Perugia,  sorse  gran  disparere 
fra  i  cardinali  divisi  in  due  parli  quasi  uguali  nel  potere.  Capo 
dell'  una  era  ser  Matteo  Rosso  degli  Orsini  con  ser  Francesco 
Guaitano  nipote  di  Bonifazio:  capo  dell'altra  era  ser  Napo- 
leone degli  Orsini,  ed  il  cardinal  Nicola  del  Prato,  frate  pre- 
dicatore, uomo  erudito  e  prudente,  che  tentava  rimettere  i 

Rambaldi  —  Voi.  i.  so 


466  INFERNO 

Colonnesi.  Stettero  i  cardinali  otto  mesi  in  conclave,  e  non 
potendo  convenire  ed  accordarsi,  il  cardinal  Pratese  sagacis- 
simo segretamente  persuase  ser  Francesco  Guaitano  di  eleg- 
gere papa  Raimondo  de  Gott  arcivescovo  di  Bourges,  nemico 
del  re  di  Francia  per  le  offese  che  la  propria  famiglia  avea 
ricevute  da  Carlo  di  Valois  fratello  dello  stesso  re  nella  guerra 
di  Guascogna ,  giacché  allora  il  cardinal  Matteo  degli  Orsini 
avrebbe  acconsentito,  ed  il  re  di  Francia  Filippo  il  Bello  era 
amico  de' Colonnesi,  coli' aiuto  de' quali  si  era  disfatto  di  Bo- 
nifazio. Locchè  eseguito  il  cardinal  Pratese  col  suo  partito,  e 
senza  che  ne  fosse  avvertita  la  parte  degli  Orsini,  mandò  na- 
scostamente, e  con  prestezza  un  messo  a  Parigi  con  lettere  al 
re,  dicendogli,  che  se  voleva  ricuperare  il  suo  stato  per 
mezzo  della  Chiesa,  e  rialzare  i  Colonnesi,  si  facesse  da  ne- 
mico un  amico  nelT  arcivescovo  di  Bourges,  quale  sarebbe 
eletto  papa  dalla  parte  contraria ,  perchè  lo  riteneva  nemico 
del  re.  Filippo  avvisò  l' arcivescovo,  che  gli  venisse  incontro, 
giacché  egli  moveva  verso  di  lui  per  un  affare  di  grande  im- 
portanza ed  a  lui  vantaggioso.  Dopo  sei  giorni  il  re,  e  1'  arci- 
vescovo erano  insieme  in  un'abbazia,  nella  quale,  udita  messa, 
Parcivescovo  ed  il  re  si  giurarono  fede  a  vicenda  sopra  Tal- 
tare.  Il  re,  premesse  dolci  parole,  onde  l'arcivescovo  si  ricon- 
ciliasse col  fratello  Carlo  di  Valois  —  vedi,  disse,  o  arcive- 
scovo; sta  in  mia  mano  il  farti  papa  se  voglio:  venni  da  te  a 
questo  oggetto,  e  se  prometti  fare  quanto  ti  dirò,  in  ricambio 
ti  metterò  in  quest'  altezza  —  ed  in  prova  mise  fuori  la  lettera. 
Allora  il  Guascone  avidissimo,  quasi  stupido  per  la  gioia,  si 
gettò  ai  piedi  del  re,  e  disse:  maestà,  ora  ben  conosco  che 
mi  amate  più  che  ogni  altro  nel  mondo,  e  volete  rendermi 
bene  per  male.  Tocca  a  voi  comandare,  a  me  l'ubbidire.  Il  re 
allora  si  alzò,  e  baciatolo  in  bocca  soggiunse:  ecco  quanto 


CANTO  XIX.  467 

voglio— che  la  Chiesa  si  riconciliiconme,  e  mi  rimetta  il  de- 
litto contro  Bonifacio,  ammettendo  alla  comunione  me,  ed  i 
seguaci  miei:  che  non  esiga  per  cinque  anni  le  decime  dal 
mio  regno,  e  siano  a  me  cedute  in  compenso  delle  spese  in- 
contrate nella  guerra  di  Fiandra:  che  tu  debba  distruggere, 
e  cancellare  la  memoria  di  Bonifazio:  che  tu  renda  il  cardi- 
nalato a  Giacomo  e  Pietro  Colonna:  che  tu  distrugga  l'ordine 
de' Templari:  che  mi  sia  riservata  una  grazia  da  concedere  a 
suo  tempo.  —  Allora  l'arcivescovo  giurò  di  far  tutte  le  cose 
sues presse,  ed  oltre  a  ciò  diede  in  ostaggio  il  fratel  suo,  e  due 
nipoti.  Il  re  air  incontro  giurò  di  farlo  papa,  e  condusse  seco 
gli  ostaggi  sotto  apparenza  di  amore  e  di  conciliarli  con  Carlo 
senza  terra.  Appena  giunto  a  Parigi  avvisò  il  cardinal  Pratese, 
ed  i  cardinali  amici,  ch'eleggessero  ser  Raimondo  in  ponte- 
fice come  ottimo  amico,  e  trentacinque  giorni  dopo  fu  eletto 
il  papa  designato  dal  redi  Francia,  cantando  il  Te  Deuml'una 
e  l'altra  parte  nell'anno  1315  nel  giorno  5  giugno,  essendo 
stata  sede  vacante  dieci  mesi,  e  ventisette  giorni.  Vedi  dall'es- 
posto, se  la  frode  di  questa  elezione  fosse  maggiore  di  quella 
di  Bonifacio!  Ma  i  cardinali  eleggenti  furono  ben  bene  casti- 
gati dal  Guascone,  che  trasportò  la  sede  oltremonte.  Appena 
gli  si  presentò  Tatto  dell'elezione,  ei  l'accettò  con  trasporto, 
e  subito  citò  i  cardinali  a  trovarsi  a  Lione  per  la  incoronazione 
sua,  assumendo  il  nome  di  Clemente  V.  Chiamò  ad  assistere 
all'incoronazione  il  redi  Francia, edi  Aragona,  e  tutti  i  prin- 
cipi francesi ,  dai  quali  i  cardinali  italiani  restarono  con- 
fusi,  ed  oppressi;  e  Matteo  Rosso,  decano  de' cardinali,  sco- 
perta la  frode  dell'elezione  disse  al  cardinal  Pratese  —  giun- 
gesti a  quanto  desideravi,  ma  tardi  tornerà  la  sede  papale  in 
Italia  —  rivolto  poi  al  cardinale  Napoleone  aggiunse  —  oh  mi- 
sero, ed  infelice!  oggi  hai  fatto  capo  del  mondo  chi  non  ha 


468  INFERNO 

capo. — Successe  la  incoronazione  di  Clemente  in  Lione,  il  gior- 
no 8  novembre,  in  presenza  del  re  di  Francia,  che  fu  comu- 
nicato da)  papa  secondo  i  concerti,  restituendolo  ad  ogni  ono- 
re e  dignità,  delle  quali  Bonifacio  lo  aveva  privato.  Gli  donò  le 
decime  del  regno  per  cinque  anni,  e  per  insistenza  dello  slesso 
re  creò  dodici  cardinali  guasconi,  e  francesi  tutti  amici,  ed 
ubbidienti  al  re.  Restituì  agli  onori,  e  dignità  i  due  cardinali 
Colonna.  Queste  cose  operate,  partì  coir  intera  corte  alla  sua 
sede  in  Bourges,  dove  i  cardinali,  e  gli  altri  italiani  furono 
maltrattati  dai  guasconi,  e  francesi,  che  tutto  maneggiavano, 
e  reggevano.  Non  è  dunque  a  maravigliarsi  se  fra  i  simoniaci 
Dante  ponesse  questo  pontefice,  che  aveva  conosciuto  al  tempo 
suo — Nicolò  degli  Orsini  dice  inoltre  che  Bonifacio  starà  poco 
piantato  ma  el  tempo  che  i  pe  me  cossi  per  la  fiamma  che  so- 
pra vi  scorse  eh  io  son  stato  cosi  sotto  sopra  piantato  col  capo 
in  giù  e  già  più  era  stato  dieci  anni  in  quel  pozzo  che  l  Bo- 
nifazio non  stara  piantato  con  i  pie  rossi  bruciati,  arrostiti 
che  uno  pastore  Clemente  predetto  di  più  laid  opra  più  si- 
moniaco di  Bonifazio  sanza  legge  senza  freno  verrà  dopo  lui 
dopo  Bonifacio  di  ver  ponente  di  Francia,  o  da  Occidente  tal 
che  convien  che  ricopra  lui  e  me  la  di  lui  simonia  coprirà 
quella  di  Bonifacio,  e  la  mia. 

Abbiamo  dal  libro  dc'Maccabei  cap.  X  che,  morto  Seleuco 
re  della  Siria,  e  successo  Antioco  soprannomato  il  nobile,  Iaso- 
ne  (fratello  di  Oria,  sommo  sacerdote,  ed  ottimo  per  costumi) 
per  la  smania  di  ottenere  il  sommo  sacerdozio,  pregò  calda- 
mente Antioco  re,  e  promise  ingente  massa  di  denaro,  quando 
l'avesse  ottenuto.  E  l'ottenne;  ma  ridusse  il  rito,  come  quello 
de'  gentili ,  comettendo  le  maggiori  enormità.  Pose  sotto  la 
rocca  del  tempio  un  ginnasio,  ossia  luogo  per  giochi:  ne' lupa- 
nari obbligò  che  abitassero  le  più  oneste  persone.  E  sul  di  lui 


CANTO  XIX.  469 

esempio,  cominciarono  allora  i  sacerdoti  a  farsi  vedere  nelle 
palestre,  ne' tea  tri,  ne'postriboli.  lasone  finalmente  tre  anni 
dopo  fu  spogliato  del  sommo  sacerdozio,  e  scacciato  dal  tem- 
pio, e  dal  regno.  Ecco  perchè  Niccolò  dice  che  quel  pontefice 
sarà  novo  lason  un  altro  lasone  di  cui  si  legge  ne  Macabei 
libro  secondo  e  chi  regge  Francia  il  re  Filippo  fia  molle  a 
lui  gli  sarà  protettore  cosi  come  suo  re  come  Antioco  fo  mol- 
le fu  a  lasone  tanto  condiscendente — lasone  simoniacamen- 
te  ottenne  da  Antioco  il  sommo  Sacerdozio,  ed  oppresse,  e 
deturpò  la  santa  terra:  del  pari  Clemente  simoniacamente  eb- 
be il  pontificato  dal  re  Filippo,  e  conculcò  la  santa  Chiesa  do- 
po di  Bonifacio.  Comparazione  propria  da  re  a  re,  da  sacer- 
dote sommo  ad  altro  sommo  sacerdote,  e  come  sotto  Jasone 
si  fece  di  un  tempio  un  postribolo,  e  furon  guasti  coir  esem- 
pio gli  altri  sacerdoti,  così  sotto  Clemente  si  ridusse  a  ludi- 
brio la  Chiesa,  e  la  corte  fu  resa  dissoluta,  e  simoniaca:  tutto 
barattavano  secondo  Ricobaldo  nella  Cronaca  ferrarese  par- 
lando di  questo  tempo  come  si  dirà  nel  Paradiso  canto  XXVII. 
Io  non  so  quarta  parte  generale  io  non  so  s  io  mi  fui 
qui  troppo  folle  troppo  temerario  a  così  parlare  eh  io  pur  ri- 
sposi lui  a  questo  metro  a  questo  modo  deh  or  mi  di  depre- 
cativamente —  dimmi ,  ti  prego  quanto  tesoro  volle  Mon- 
signor Gesù  Cristo  da  san  Petro  il  primo  papa  in  pria  che 
ponesse  le  chiavi  in  sua  balia  pria  che  ponesse  in  sue  mani 
le  chiavi  del  Paradiso?  —  Di  queste  chiavi  si  dirà  nel  Purga- 
torio canto  IX.  certo  noti  chiese  se  non  viemmi  dietro  segui  la 
mia  dottrina,  la  mia  povertà,  la  mia  umiltà,  e  perciò  s.  Pietro 
nell'atto  di  assistere  un  malato  diceva — non  ho  né  argento ,  né 
oro,  ma  tutto  che  ho,  ti  do.  ne  Pietro  primo  pontefice  negli  al- 
tri apostoli  tolsero  a  Mattia  all'apostolo  Mattia  oro  o  argento 
quando  fu  sortito  eletto  per  sorte  al  loco  che  perde  l  anima 


470  INFERNO 

ria  T anima  rea  di  Giuda.  Mattia  fu  eletto  in  luogo  di  Giuda, 
come  si  ha  dagli  Atti  degli  apostoli.  Niccolò  per  più  innal- 
zare la  propria  famiglia  tentò  di  dare  in  moglie  una  propria 
nipote  al  nipote  di  Carlo  primo  di  Francia.  Si  dice,  che  Carlo 
gli  rispondesse  —  benché  tu  abbia  le  calze  rosse,  il  sangue 
di  tua  nipote  non  può  esser  degno  di  mischiarsi  col  nostro.  — 
Sdegnato  per  tale  ripulsa  Niccolò  gli  tolse  il  titolo  di  senatore 
di  Roma,  e  di  vicario  di  Toscana,  avuto  dalla  Chiesa:  accon- 
sentì alla  ribellione  della  Sicilia,  aiutando  Giovanni  di  Preci- 
da, della  qual  ribellione  si  dirà  nel  canto  Vili  del  Purgatorio 
pero  ti  stali  sta  bene  questa  pena  e  guarda  ben  conserva  bene 
lamal  tolta  moneta  che  illecitamente  avesti  per  tal  ribellione, 
imperocché  se  Carlo  sdegnò  d'imparentarsi  teco,  non  era  que- 
sta ragione  che  tu  acconsentissi,  e  concorressi  ad  un  atto  cru- 
dele, e  proditorio  eh  esser  ti  fece  contra  Carlo  ardito.  Quan- 
tunque Niccolò  desiderasse  la  distruzione  di  Carlo,  pure  non 
avrebbe  ardito  di  aiutare  il  tradimento  della  Sicilia,  se  non 
fosse  stato  spinto  dal  molt'  oro,  che  ritrasse  dal  prestato  con- 
corso, et  io  isserei  parole  ancor  più  gravi  contro  di  te,  e  contro 
altri  se  non  fosse  che  mei  vieta  me  lo  proibisce  la  reverentia 
de  le  somme  chiavi  che  tu  lenisti  ne  la  vita  lieta  il  rispetto 
delle  chiavi  del  Paradiso  che  avesti  in  potere,  quando  vivevi: 
che  la  vostra  avaritia  l  mondo  attrista  perchè  V  avarizia  vo- 
stra guasta  l'ordine,  e  la  giustizia,  e  sconvolge  l' intero  mon- 
do, calcando  i  boni  e  sollevando  i  pravi  opprimendo  i  buo- 
ni, e  dando  premi  agi'  indegni. 

A  confermare  il  suo  detto  l'autore  qui  riporta  una  profezia 
che  torna  mirabilmente  al  proposito.  San  Giovanni  relegato  in 
Patmos  scrisse  l'Apocalisse,  che  si  tiene  da  tutti  pel  libro  delle 
rivelazioni.  Profetizzando  sotto  il  velo  di  ardite  figure  ci  predi- 
ce, ed  avvisa  di  molti  eventi  futuri.  É  difficile  la  interpretazione 


CANTO  XIX.  471 

di  tal  libro,  ed  il  senso,  ovvero  l'allegoria  può  trarsi  a  molte 
parti  al  pari  delle  visioni  di  Daniele.  Tra  le  altre  s.  Giovanni  al 
e.  17  scrive  che  un  Angelo  parlò  con  lui  così  —  vieni ,  e  vedrai 
la  pena  di  gran  meretrice,  la  quale  siede  sopra  molte  acque:  con 
lei  peccarono  di  fornicazione  i  re  della  terra,  ed  i  popoli  s'ine- 
briarono del  vino  della  di  lei  prostituzione. -E mi  trasportò  col- 
lo spirito  in  un  deserto:  e  vidi  matrona  sedente  sopra  di  bestia 
rossa  con  sette  teste,  e  dieci  coma:  e  la  matrona  aveva  palu- 
damento di  porpora,  ornamenti  d'oro,  di  pietre  preziose,  e  di 
margarite:  teneva  in  mano  un  nappo  d'oro  pieno  di  abbomi- 
nazione,  e  d' immondezze  di  sua  fornicazione:  in  sulla  fronte 
aveva  scritto  —  Babilonia  madre  di  fornicazione  —  abbomina- 
zione  della  terra —  Vidi  pure  una  donna  ebradel  sangue  dei 
martiri  —  stupii  scorgendola  distinta,  ed  ammirala.  —  Sosten- 
gono molti,  che  in  tale  visione  si  abbia  di  mira  Babilonia  an- 
tica, da  cui  nascerà  l'Anticristo.  Ma  l'autore  invece  ritie- 
ne in  essa  figurata  la  corte  romana,  con  cui  peccarono  di 
adulterio  i  re,  e  principi  della  terra,  mercanteggiando  sulle 
cose  divine,  spirituali,  e  temporali.  La  bestia  su  cui  siede  la 
donna  figura  la  Chiesa  di  Dio  militante,  che  nelle  sette  teste 
mostra  i  sette  doni  dello  Spirito  Santo  o  tre  virtù  teologa- 
li, e  quattro  morali,  e  nelle  dieci  corna  i  dieci  precetti  della 
legge.  É  rossa  perchè  aspersa  del  sangue  de' martiri:  siede 
sopra  molte  acque,  figurando  le  acque,  anche  secondo  1'  E- 
vangelista,  i  popoli,  e  le  nazioni  cui  Roma  impera;  ed  il  no- 
vissimo poeta  Petrarca  ritiene  che  la  gran  Babilonia  sia  Avi- 
gnone nelle  Gallie,  non  per  grandezza  di  circuito ,  ma  per  ismi- 
surata  ambizione.  Veramente  dessa  è  la  madre  di  fornicazio- 
ne, lussuria,  ebrietà,  ed  immondezza,  e  siede  fra  le  acque 
rapaci  del  Rodano,  e  Sorga.  I  redimiti  di  porpora,  d'oro, 
d'argento,  e  di  gemme  ,  sono  ebri  del  sangue de'martiri.  Ma 


472  INFERNO 

li  arriverà  il  castigo  minacciato  dall'  Angelo,  come  nel  canto 
ultimo  del  Purgatorio.  San  Giovanni  stupì  della  propria  vi- 
sione, come  Dante  si  maravigliò  della  visione  sua,  dicendo  el 
Vangelista  Giovanni  s  accorse  di  voi  pastori  nell'  Apocalisse 
quando  colei  che  sede  sopra  tacque  la  gran  meretrice  sedente 
sopra  molt'  acque,  o  molti  popoli  cristiani  fu  vista  a  lui  ap- 
parve a  lui  puttaneggiar  coi  re.  Siede  la  bestia  rossa  quella 
che  naque  con  le  sette  teste  et  ebbe  augmento  dalle  dieci 
coma  come  le  corna  adornano,  e  difendono,  così  i  precetti 
della  legge  divina  ornano,  e  difendon  la  Chiesa  finche  virtute 
un  pastor  virtuoso  piacque  al  suo  marito  piacque  a  Cri- 
sto marito  della  Chiesa.  Sostengono  alcuni,  che  le  teste,  e  le 
corna  stesser  salde  sino  alla  donazione  di  Costantino,  ma  in 
seguito  la  bestia  gettasse  le  antiche  teste,  e  corna,  e  ne  assu- 
messe di  nuove,  cioè  i  sette  vizi  capitali,  coi  quali  violò  i  die- 
ci precetti,  e  si  creò  gli  Dei  coir  argento,  e  coli'  oro.  Ma  ciò 
non  sembra  essere  giustificato  dal  fatto,  imperocché  tosto  do- 
po tal  donazione  i  prelati  non  si  depravarono,  invece  furono 
sapienti,  e  santi  —  s.  Gregorio  papa  —  s.  Girolamo  cardina- 
le—  s.  Agostino — s.  Ambrogio  vescovi  —  e  così  molti  altri. 
Ma,  trascorsi  vari  secoli,  alcuni  di  essi  impinguati,  ed  oltremo- 
do arricchiti  incominciarono  a  deviare  dal  retto  sentiero,  come 
accade  in  ogni  potere,  che  ha  origine  buona,  ma  a  poco  a 
poco  si  guasta,  e  cade.  Costantino  non  può  addebitarsi  che  di 
causa  remota. 

Ahi  Costantin  de  quanto  mal  fu  matre  quanto  male  ca- 
gionò non  la  tua  conversione  si  convertì  Costantino  alla  ve- 
ra fede  molto  innanzi  nell'età, ma  quella  dote  ma  quella  dona- 
zione che  da  te  prese  prima  il  ricco  patre  papa  Silvestro 
che  avendoti  guarito  dalla  lebbra  corporale  e  spirituale,  tu 
volesti  compensare  qual  medico,  e  mentre  li  cantava  tali 


CANTO  XIX  473 

note  mentre  io  così  diceva  quello  spingava  con  ambo  le  piote 
fuori  del  consueto  agitava  i  piedi  o  ira  o  coscientia  che  l  mor- 
desse o  sdegno,  o  coscienza  pungesse  Niccolò,  io  non  so  sio 
foi  qui  troppo  folle  non  so  bene  se  fui  troppo  temerario  così 
dicendo;  ma  avendo  Virgilio  sempre  taciuto  ne  interpretai 
il  tacito  consenso  io  credo  ben  che  l  suon  de  le  parole  vere 
espresse  dette  con  verità,  e  libertà  di  espressioni  piacesse  al 
duca  mio  a  Virgilio  con  si  contenta  labbia  sempre  attese  per- 
chè stette  sempre  intento,  e  non  mostrò  segno  di  riprovazione. 
Pero  mi  prese  con  ambe  le  braccia  Dante  non  aveva  po- 
tuto discendere  per  sé  solo  al  fondo  della  valle,  e  molto  meno 
avrebbe  potuto  ascendere  per  la  riva  rimonto  per  la  via  onde 
discese  la  meno  ripida  che  ivi  fosse  poiché  mi  s  ebbe  tutto  al 
pedo  dacché  m'ebbe  di  peso  sul  petto  ne  si  stanco  d avermi 
a  se  distretto  né  si  stancò  di  tenermi  strettamente  colle  brac- 
cia sin  men  porto  sopra  l  colmo  de  larco  nel  colmo  di  questo 
ponte  eh  e  tragetto  qual  ponte  è  passaggio  dal  quarto  argine 
al  quinto  espose  l  carco  depose  me  grave  perchè  vivente  quivi 
nel  colmo  del  ponte  dolcemente  per  non  farmi  male  soave 
per  lo  scoglio  sconcio  et  erto  ponte  scabro,  ed  alto  che  sarebbe 
duro  varco  alle  capre.  Così  Dante  fa  presentire  la  difficoltà 
della  materia  seguente,  indi  dal  colmo  di  quel  ponte  uno  altro 
vallone  mi  fu  scoperto  altra  valle,  o  bolgia  sotto  del  ponte  si 
offerse  agli  occhi  miei. 


CANTO  XX. 


TKSTO  MODERNO 


Di  nuova  pena  mi  convien  far  versi , 

E  dar  materia  al  ventesimo  canto 

Della  prima  canzon ,  eh'  è  de'  sommersi.  3 

lo  era  già  disposto  tutto  quanto 

A  risguardar  nello  scoverto  fondo, 

Che  si  bagnava  d'angoscioso  pianto:  6 

E  vidi  gente  per  lo  vallon  tondo 

Venir  tacendo  e  lagri mando,  al  passo, 

Che  fanno  le  letane  in  questo  mondo.  9 

Come  il  viso  mi  scese  in  lor  più  basso, 

Mirabilmente  apparve  esser  travolto 

Ciascun  tra  il  mento  e  il  principio  del  casso:  12 
Che  dalle  reni  era  tornato  il  volto, 

E  indietro  venir  li  con  venia, 

Perchè  il  veder  dinanzi  era  lor  tolto.  15 

Porse  per  forza  già  di  parlasia 

Si  travolse  così  alcun  del  tutto: 

Ma  io  noi  vidi,  né  credo  che  sia.  18 

Se  Dio  ti  lasci,  Lettor,  prender  frutto 

Di  tua  lezione,  or  pensa  per  te  stesso, 

Com'io  potea  tener  lo  viso  asciutto,  21 

Quando  la  nostra  imagi  ne  da  presso 

Vidi  sì  torta,  che  il  pianto  degli  occhi 

Le  natiche  bagnava  per  lo  fesso.  24 


CANTO  XX.  475 

Certo  io  piangea,  poggiato  a  un  de' rocchi 

Del  duro  scoglio ,  sì  che  la  mia  scorta 

Mi  disse:  ancor  se' tu  degli  altri  sciocchi?  27 

Qui  vive  la  pietà  quando  è  ben  morta: 

Chi  è  più  scellerato  di  colui , 

Che  al  giudicio  divin  passion  comporta?  30 

Drizza  la  testa,  drizza,  e  vedi  a  cui 

S'aperse,  agli  occhi  de'Teban,  la  terra, 

Quando  gridavan  tutti:  dove  rui  33 

Anfiarao?  perchè  lasci  la  guerra? 

E  non  restò  di  ruinare  a  valle 

Fino  a  Minos,  che  ciascheduno  afferra.  36 

Mira,  che  ha  fatto  petto  delle  spalle: 

Perchè  volle  veder  troppo  davante, 

Dirietro  guarda,  e  fa  ritroso  calle.  39 

Vedi  Tiresia,  che  mutò  sembiante, 

Quando  di  maschio  femmina  divenne, 

Cangiandosi  le  membra  tutte  quante:  42 

E  prima  poi  ribatter  le  convenne 

Li  duo  serpenti  avvolti  con  la  verga 

Che  riavesse  le  maschili  penne.  45 

Aronta  è  quel  che  al  ventre  gli  s'atterga, 

Che  ne' monti  di  Luni,  dove  ronca 

Lo  Carrarese  che  di  sotto  alberga,  48 

Ebbe  tra  bianchi  marmi  la  spelonca 

Per  sua  dimora;  onde  a  guardar  le  stelle 

E  il  mar  non  gli  era  la  veduta  tronca.  51 

E  quella  che  ricopre  le  mammelle 

Che  tu  non  vedi,  con  le  treccie  sciolte, 

E  ha  di  là  ogni  pilosa  pelle,  '  54 

Manto  fu,  che  cercò  per  terre  molte; 


476  INFERNO 

Poscia  si  pose  là,  dove  nacqu'io: 

Onde  un  poco  mi  piace  che  m' ascolte.  57 

Poscia  che  il  padre  suo  di  vita  uscio, 
E  venne  serva  la  città  di  Baco, 
Questa  gran  tempo  per  lo  mondo  gìo.  60 

Suso  in  Italia  bella  giace  un  laco 
A  pie  dell'Alpe,  che  serra  Lamagna, 
Sovra  Teriolo,  e  ha  nome  Benaco.  63 

Per  mille  fonti  e  più,  credo,  si  bagna, 
Tra  Garda  e  Val  Camonica,  Pennino 
Dell'acqua  che  nel  detto  lago  stagna.  66 

Luogo  è  nel  mezzo  là,  dove  il  Trentino 
Pastore,  e  quel  di  Brescia,  e  il  Veronese 
Segnar  potria,  se  fesse  quel  cammino.  69 

Siede  Peschiera,  bello  e  forte  arnese 
Da  fronteggiar  Bresciani  e  Bergamaschi , 
Ove  la  riva  intorno  più  discese.  72 

Ivi  convien  che  tutto  quanto  caschi, 
Ciò  che  in  grembo  a  Benaco  star  non  può, 
E  fassi  fiume  giù  pei  verdi  paschi.  75 

Tosto  che  T acqua  a  correr  mette  co, 
Non  più  Benaco,  ma  Mincio  si  chiama 
Fino  a  Governo,  dove  cade  in  Po.  78 

Non  molto  ha  corso,  che  trova  una  lama, 
Nella  qual  si  distende  e  la  impaluda, 
E  suol  di  state  talora  esser  grama.  81 

Quindi  passando  la  vergine  cruda 
Vide  terra  nel  mezzo  del  pantano, 
Senza  cultura,  e  d'abitanti  nuda.  84 

Lì,  per  fuggire  ogni  consorzio  umano, 
Ristette  co*  suoi  servi  a  far  sue  arti, 


CANTO  XX.  477 

E  visse,  e  vi  lasciò  suo  corpo  vano.  87 

Gli  uomini  poi,  che  intorno  erano  sparti, 

S'accolsero  a  quel  luogo,  ch'era  forte 

Per  lo  pantan  che  avea  da  tutte  parti.  90 

Fer  la  città  sovra  quell'ossa  morte; 

E  per  colei,  che  il  luogo  prima  elesse, 

Mantova  l'appellar  senz' altra  sorte.  93 

Già  fur  le  genti  sue  dentro  più  spesse, 

Prima  che  la  mattìa  di  Casalodi, 

Da  Pinamonte  inganno  ricevesse.  96 

Però  t'assenno,  che  se  tu  mai  odi 

Originar  la  mia  terra  altrimenti, 

La  verità  nulla  menzogna  frodi.  99 

E  io:  Maestro,  i  tuoi  ragionamenti 

Mi  son  sì  certi,  e  prendon  sì  mia  fede, 

Che  gli  altri  mi  sarian  carboni  spenti.  102 

Ma  dimmi  della  gente,  che  procede; 

Se  tu  ne  vedi  alcun  degno  di  nota: 

Che  solo  a  ciò  la  mia  mente  rifiede.  105 

Allor  mi  disse  :  quel  che  dalla  gota 

Porge  la  barba  in  su  le  spalle  brune, 

Fu  (quando  Grecia  fu  di  maschi  vota  108 

Sì  che  appena  rimaser  per  le  cune) 

Augure,  e  diede  il  punto  con  Calcanta 

In  Aulide  a  tagliar  la  prima  fune.  1 1 1 

Euripilo  ebbe  nome;  e  così  il  canta 

L'alta  mia  Tragedia  in  alcun  loco: 

Ben  lo  sai  tu,  che  la  sai  tutta  quanta.  114 

Quell'altro  che  ne' fianchi  è  così  poco, 

Michele  Scotto  fu,  che  veramente 

Delle  magiche  frode  seppe  il  giuoco.  117 


478  INFERNO 

Vedi  Guido  Bonatti,  vedi  Asdente, 
Che  avere  inteso  al  cuoio  ed  allo  spago 
Ora  vorrebbe,  ma  tardi  si  pente.  120 

Vedi  le  triste,  che  lasciaron  l'ago, 
La  spola,  e  il  fuso,  e  fecersi  indovine; 
Fecer  malia  con  erbe  e  con  imago.  123 

Ma  vienne  ornai,  che  già  tiene  il  confine 
D'amenduo  gli  emisperi,  e  tocca  Tonda 
Sotto  Sibilia,  Caino  e  le  spine.  126 

E  già  iernotte  fu  la  Luna  tonda: 

Ben  ten  dee  ricordar,  che  non  ti  nocque 
Alcuna  volta  per  la  selva  fonda. 

Sì  mi  parlava,  ed  andavamo  introcque.  130 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Astrologi,  e  loro  pena  in  questa  prima  parte  del  canto: 
nella  seconda  parte  tratta  specialmente  di  alcuni  astrologi  an- 
tichi drizza  la  testa  ecc.  nella  terza  descrive  Mantova  patria 
di  Virgilio  poscia  che  ecc.  nella  quarta  Dante  tornando  alla 
prima  materia  descrive  altri  astrologi  antichi,  e  moderni  ma 
dimmi  ecc. 

El  miconvien  far  versi  cantare  di  nova  pena  di  nuovo 
tormento,  non  solo  diverso  dagli  altri,  ma  anche  da  me  tro- 
vato, e  non  imaginato  né  da  Virgilio,  né  da  Omero  e  dar  ma- 
teria al  ventesimo  canto — eh  e  de  sommersi  il  canto  riguarda 
gli  Astrologi  che  sono  qui  sommersi.  Alcuni  leggono  eh  io  dis- 
somersi  cioè  trassi  fuori,  scoprii,  trassi  a  luce,  dacché  nulla 
prima  si  era  detto  di  essi;  ma  la  prima  interpretazione  è  mi- 
gliore. Ma  obbietterai,  e  come  possono  dirsi  sommersi  tutti  i 
dannati,  quando  alcuni  volano  per  aria,  i  lussuriosi?  E  rispon- 
derò, diesi  chiamano  sommersi  in  quanto  sono  sotterra,  seb- 


CANTO  XX.  479 

bene  in  diversa  posizione.  Anche  nelle  carceri  sotterranee  del 
mondo  de*  viventi  i  condannati  sono  in  diversi  luoghi,  al  pri- 
mo, al  secondo  piano,  e  sotto  terra.  Dante  finge  pertanto,  che 
gli  astrologi  vadano  lentamente  pel  fondo  di  una  valle,  ed 
abbiano  la  faccia  voltata  al  tergo  continuamente  piangendo. 

—  Lentamente,  perchè  gli  astrologi  procedono  con  lunghe 
meditazioni  sul  moto  de' pianeti,  sul  volo  degli  uccelli,  sugli 
intestini  delle  vittime  ecc.  e  nulla  si  permettono,  o  fanno  se 
non  in  dati  momenti,  e  nel  frattanto  son  sospesi  ed  incerti. 

—  Se  vai  alla  guerra  tornerai  vittorioso  alla  tal  ora:  se  an- 
drai nel  Foro  ti  sarà  fatale  l' andata — e  così  d'altre  risposte: 
hanno  faccia  storta,  tras versa,  occhi  raccolti  e  semiaperti  per 
vedere  di  lontano.  Ma  in  questo  luogo  infernale  hanno  gli  oc- 
chi nel  dorso,  giacche  gli  astrologi  son  sempre  ciechi,  men- 
dichi, e  retrogradi:  possono  paragonarsi  alle  scimie,  che 
quanto  più  vanno  avanti  più  vi  mostrano  il  sedere.  Non  è 
molto,  che  conobbi  un  astrologo  famoso  esser  giunto  a  tanta 
miseria,  da  non  ardire  più  di  mostrarsi  in  pubblico,  e  tanto  di- 
sperato che  attentava  alla  propria  vita,  lo  era  già  tutto  quanto 
disposto  coli' occhio  dell'intelletto  a  risguardar  nel  fondo 
scoperto:  gli  adulatori,  secondo  quanto  si  vide,  sono  coperti 
di  sterco;  i  simoniaci  sono  sotterra  col  capo  in  giù  ne' fori; 
ma  gl'indovini  vanno  scopertamente  pel  fondo  della  valle,  o 
bolgia  che  se  bagna  d  angoscioso  pianto  che  si  bagna  dalle 
lagrime  spremute  dall'angoscia  ;  e  vidi  gente  venir  tacendo 
perchè  astratti  e  lacrimando  perchè  sventurati  al  passo  con 
passo  misurato  che  tengono  quelli  che  fanno  le  letane  in  que- 
sto mondo  andando  processionai  mente,  ciascuno  aparve  es- 
ser travolto  mirabilmente  sembravano  mostri  tra  l  mento  e  l 
principio  del  casso  nella  parte  eh'  è  tra  il  mento,  ed  il  prin- 
cipio del  corpo,  ossia  per  gran  parte  della  gola  comeilviso  mi 


480  INFERNO 

scese  più  basso  in  loro  mentre  mi  misi  a  più  attentamente  con- 
siderarli che  il  volto  era  tornato  dalle  reni  la  faccia  era  vol- 
tata alla  schiena,  e  li  convenia  venir  in  retro  per  vedere  il 
sentiero,  giacché  avevan  gli  occhi  a  tergo,  e  perche  il  veder  di- 
nanzi era  lor  tolto  e  così  loro  era  impossibile  vedere  dinanzi. 
Non  vi  è  paralisi  tanto  potente,  che  arrivi  in  tal  modo  ad  alte- 
rare la  postura  de*  membri  del  corpo  umano,  alcun  forse  si 
travolse  cosi  del  tutto  nessuno,  in  tal  modo  tanto  travoltola 
per  forza  di  parlasia  preso  da  violenta  paralisi  mai  noi  vidi 
ne  credo  che  sia  non  vidi  mai  né  in  vecchi,  né  in  giovani,  né 
credo  possa  darsi:  allegoricamente  poi  la  mutazione  de' co- 
stumi pel  vizio  è  molto  peggiore  della  paralisi  corporale.  Al 
pari  del  paralitico,  che  di  continuo  move  i  menbri  affetti,  cosi 
gl'indovini  mutano  pensieri,  idee,  dubbiezze  timori, per  mo- 
menti, per  minuti,  per  un  tuono,  per  un  baleno,  per  l'appa- 
rizione di  qualche  segno  nel  cielo,  ed  anche  per  qualche  stra- 
nino; sicché  la  loro  vita  è  di  palpito,  di  vergogna ,  di  male- 
dizione. E  la  mania  della  divinazione  attacca  anche  gli  uomini 
i  più  sapienti,  e  virtuosi,  e  Dante  n' ebbe  prova  in  sé  stesso 
per  non  dire  che  offra  argomento  spessissimo  in  questo  libro: 
Ecco  perchè  nel  piangere  di  que'  dannati ,  piange  anche  di  sé 
stesso,  o  Lettor  pensa  per  te  stesso  —  come  io  poteva  tenere 
il  viso  asciutto  non  versar  lagrime  quando  vidi  si  torta  così 
voltata  la  nostra  imagine  la  faccia  da  presso  quando  furono 
sotto  degli  occhi  miei  che  l  pianto  degli  occhi  che  le  lagrime 
loro,  quali  solevano  scorrere  sul  petto  bagnavan  le  natiche 
per  lo  fesso  scorrevano  per  la  schiena,  e  bagnavano  il  fesso 
delle  natiche.  Gli  astrologi  infatti  veggono  pel  deretano,  e  pre- 
tendendo scorgere  nel  futuro  spesso  non  distinguono  quanto 
hanno  davanti.  Si  può  dir  loro  quanto  disse  la  vecchiarella  a 
Talele  filosofo,  il  quale  giunto  a  pie  d*  un  monte,  e  disposto  a 


CANTO  XX.  481 

salirlo  per  osservare  le  stelle,  pregavate  di  guidarlo  e  nel  cam- 
mino cadde  in  un  fosso.  —  Pazzo  che  sei,  diss'  ella,  come  ve- 
drai il  corso  delle  stelle,  e  degli  astri  in  cielo,  se  non  vedi  la 
terra  che  hai  sotto  de*  piedi?  se  Dio  ti  lasci  prender  frutto  di 
tua  letione.  Il  frutto  in  ciò  consiste —  non  cercare  vanamente 
il  futuro —  non  dir  bugie  a  perdita  dell'anima  tua,  e  con  de- 
risione altrui  —  Pietro  d'Abano  padovano,  uomo  eccellente, 
nel  punto  di  morte  diceva  agli  amici,  ai  maestri,  e  discepoli, 
ed  ai  medici  che  assistevano  —  applicai  durante  mia  vita  a 
tre  nobilissime  scienze;  l'una  mi  rese  sottile,  e  fu  la  filosofia 
—  la  seconda  mi  fece  ricco,  e  fu  la  medicina  —  la  terza  mi 
rese  bugiardo  e  fu  V  astrologia.  —  Averroè  conclude  che  l'a- 
strologia del  tempo  nostro  è  vera  sciocchezza  —  che  se  op- 
porrà un  astrologo,  che  Averroè  non  conobbe  astrologia,  e  che 
gli  astri  non  mentiscono,  risponderai  —  insegnami  uno  solo, 
che  abbia  indovinato  con  certezza  di  evento.  Confesso  anch'io, 
che  gli  astri  non  mentiscono,  ma  son  gl'indovini,  che  menti 
scono  degli  astri,  certo  io  piangea  poggiato  ad  wn  de  rocchi 
appoggiato  ad  un  sasso  del  duro  scoglio  di  quel  ponte  si  che 
la  mia  scorta  Virgilio  mi  disse  ancor  se  tu  degli  altri  scioc- 
chi tu  pure  sei  del  numero  di  quelli  stolti,  che  compassionano 
tal  razza  di  gente?  E  stava  bene  a  Virgilio  di  sgridar  Dante, 
perchè  esso  pure  fu  preso  dalla  mania  di  divinazione,  come 
si  ha  dal  libro  delle  georgiche,  qui  vive  la  pietà  quando  e 
ben  morta  sai  tu  quale  pietà  si  deve  aver  per  costoro?  niuna 
compassione  della  pena,  nel  modo  stesso  che  non  sarebbe 
pietà  piangere  di  Nerone  o  Giuda.  La  vera  pietà  consiste  nel 
non  avere  in  questo  luogo  alcuna  pietà  di  chi  tradì  natura  e 
Dio,  e  presuntuoso,  e  temerario  nella  caligine  del  futuro  tentò 
di  ascendere  al  cielo,  ed  usurparsi  gli  attributi  della  divinità. 
Sono  di  più  gl'indovini  ostinati  nel  loro  proposito,  e  quanto 
Rambaldi  —  Voi.  1.  31 


;:\ 


482  INFERNO 

più  son  lontani  dal  vero,  tanto  più  affermano  la  verità  de' loro 
sogni,  chi  e  più  scelerato  di  colui  che  al  giudizio  divin  pas- 
sion  porta  è  una  stoltezza  compassionare  i  dannati  dalla  di- 
vina giustizia.  E  qui  si  avverta,  che  Dante  parla  d'inferno  es- 
senziale, e  non  d'inferno  morale:  nel  primo  la  compassione 
è  delitto,  nel  secondo  all'opposto  si  può  cambiare  in  virtù. 

Drizza  la  testa  seconda  parte  generale.  Antichi  indo- 
vini. Anfiarao  uno  de' sette  guerrieri  dell'assedio  di  Tebe,  fu 
re,  e  sacerdote  al  pari  di  Melchisedech  delle  sacre  carte ,  e  fu 
augure  riputatissimo,  del  quale  Omero  fa  ricordo  nelF  XI  del- 
l' Odissea.  Ne' fatti  di  guerra  suggeriva  il  favorevole  momento 
della  partenza,  di  fermarsi,  di  operare,  di  cominciar  la  bat- 
taglia,  e  previde  l'infelice  esito  di  quella  guerra.  Persuadeva 
i  greci  a  non  intraprenderla,  quando  si  alzò  Capaneo,  che  vo- 
mitò contro  dell'augure  le  contumelie  di  sopra  al  canto  XIV; 
e  fu  Anfiarao  costretto  tacersi,  e  seguir  gli  altri,  montando  sul 
suo  carro  alla  guisa  dei  re  d'Oriente,  —  di  Dario  re  de*  per- 
siani quando  si  mosse  contro  Alessandro  Magno.  Certo  di  sua 
morte,  raccomandò  la  casa  ed  il  figlio  ad  Apollo,  e  quasi  la 
certezza  di  morte  gli  crescesse  l'ardore,  pugnava  come  leone, 
quando  gli  si  aprì  la  terra  di  sotto  spalancando  un  abisso,  nel 
quale  esso,  carro,  armi,  e  cavalli  furono  inghiottiti.  Precipi- 
tando tenea  la  faccia  rivolta  al  cielo,  dolevasi  che  la  terra 
sovra  lui  si  chiudesse.  In  tal  modo  morì  sepolto  vivo.  E  que- 
sta è  storia,  imperocché  un  tremuoto  aprì  l'abisso,  e  non  è 
nuovo  che  scossa  la  terra  inghiotta  non  già  uomini,  e  cavalli, 
ma  intere  città  anche  in  tempo  sereno,  ed  in  mare  tranquillo. 
Alberto  Magno  attribuisce  tal  fenomeno  all'aprirsi  della  terra 
in  fondo  al  mare,  drizza  la  testa  alza  la  mente,  e  ripete  drizza 
la  lesta  —  per  maggiore  comando,  o  persuasione:  e  mette  per 
primo  Anfiarao  augure  sommo,  re  e  sacerdote,  et  vidi  quello 


CANTO  XX.  483 

a  cui  la  terra  s'aperse  mentre  combatteva  agli  occhi  de  Te- 
tani sugli  occhi  di  quei  di  Tebe,  presso  le  mura  della  città 
perocch  ei  i  tebani  gridavan  tutti  dai  muri  della  città  o  An- 
fiarao  dove  rui  secondo  Stazio  ridevano  dell'  augure  ignaro 
di  sua  morte,  e  per  questo  sprezzavano  Tiresia  augure  loro. 
I  greci  gli  alzarono  un  sepolcro,  anzi  un  tempio  nel  luogo 
stesso  in  cui  si  aprì  la  voragine,  secondo  la  testimonianza  di 
Valerio  Massimo,  e  non  resto  di  ruinare  a  valle  fino  a  Minos 
non  si  fermò  finché  non  giunse  all'  Inferno,  in  cui  Minosse  è 
giudice,  come  si  vide:  Minosse  che  ciascuno  afferra  tutti  con- 
danna e  forza  alla  pena  meritata,  mira  cosa  maravigliosa  che 
ha  facto  pedo  de  le  spalle  perchè  vede  dalla  schiena  e  guarda 
di  retro  e  fa  ritroso  calle  gira  retrogrado  perche  volle  veder 
troppo  davanti  imperocché  al  dir  delle  vecchie  —  chi  troppo 
si  assotilia  dopo  il  culo  si  segna.  -  - 

Scrive  Omero  nell'XI  dell'Odissea,  che  Tiresia  apparve 
ad  Ulisse  nell'Inferno,  e  molte  cose  gli  predisse,  di  cui  Stazio 
e  Seneca  fan  menzione.  Avendo  Giove  aperta  una  contesa, 
scherzando  con  Giunone,  sostenendo  esso,  che  nelle  donne  la 
lussuria  era  maggiore  che  negli  uomini,  mentre  a  tutto  potere 
lo  negava  Giunone,  fu  rimessa  la  decisione  a  Tiresia,  che  si 
dice,  fosse  un  ermafrodito,  e  quindi  non  sospetto  alle  parti. 
Traversando  l'augure  una  selva  vide  due  serpenti  insieme u- 
niti,  e  li  percosse  colla  verga;  ma  tosto  Tiresia  si  cambiò  in 
una  femmina,  e  stette  femmina  per  sette  anni.  Dopo  il  setten- 
nio passando  Tiresia  per  la  stessa  selva  vide  i  serpenti  nuova- 
mente congiunti,  e  percossi  dalla  verga,  tornò  esso  alla  prima 
figura  maschile.  Un  tale  arbitro,  eh'  era  stato  per  sette  anni 
femmina ,  ed  era  tornato  maschio  per  maggior  tempo,  diede  la 
soluzione  del  quesito  in  favore  di  Giove.  Ma  Giunone  sdegnata 
privò  l'arbitro  della  luce  degli  occhi,  perchè  ritenne,  che  fosse 


484  INPERNO 

cieco  il  dato  giudizio.  Giove  per  non  opporsi  direttamente  alla 
moglie,  per  la  luce  degli  occhi  corporei  toltagli  dalla  consor- 
te, diede  a  Tiresia  la  luce  del  futuro,  e  così  in  qualche  ma- 
niera lo  compensò  dell'incontrata  sventura.  11  primo  vaticinio 
fu  quello  di  Narciso,  di  cui  si  dirà  nel  III  canto  del  Paradiso. 
Giove  in  questa  favola  figura  l'elemento  del  fuoco,  Giunone 
quello  dell'aria,  stantechè  la  generazione  derivi  specialmente 
7  dal  calore.  Ogni  uomo  è  certamente  più  caldo  della  donna, 
perchè  più  sanguigno  di  lei:  la  donna  all' incontro  per  natura 
flemmatica  è  più  lussuriosa  del  maschio,  in  quanto  che  le  ma- 
terie incendiate  sono  più  tarde  a  spegnersi,  quanto  sono  più 
fredde  di  natura  come  vediamo  nel  ferro.  La  donna  per  natura 
è  sempre  capace  e  disposta,  a  differenza  del  maschio  che  non 
sempre  anche  volendo,  può  coire;  fu  dunque  giusto  il  giudi- 
zio di  Tiresia.  1  serpenti  uniti  figurano  le  stagioni,  perchè 
nell'inverno,  la  terra  contristata  non  produce  cosa  alcuna  e 
sembra  convertita  in  maschio;  ma  nella  primavera,  tutti  gli 
animali  sentono  la  smania  di  unione,  le  piante  vanno  in  a- 
more,  il  caldo  invita,  o  riscalda,  e  la  terra  tornata  femmina 
produce,  e  partorisce.  Nell'autunno  Tiresia  percuote  di  nuovo 
i  serpenti  colla  verga,  e  così  la  terra  riassume  la  natura  ma- 
scolina, e  quindi  le  erbe  muoiono,  si  diminuiscono  i  succhi 
delle  piante,  cascano  le  foglie,  e  la  terra  ridiviene  maschio. 
Giunone  poi  che  accieca  Tiresia,  figura  il  tempo  cieco  per  le 
nubi,  le  nebbie,  le  nevi,  le  pioggie  invernali:  e  Giove  che  gli 
concede  di  veder  nel  futuro,  significa  che  a  traverso  delle  o- 
scurità,  e  de' ghiacci  invernali  si  possono  preconizzare  i  frutti 
venturi.  Tiresia  insomma  fu  un  augure  reputassimo,  che 
secondo  Stazio,  molte  cose  predisse  in  vita  verificate  dagli  e- 
venti  e  dopo  morte,  e  nelP  Inferno  assai  di  più  ne  preconiz- 
zò ad  Ulisse.  Viene  posto  dopo  Anfiarao,  perchè  anche  Tire- 


canto  xx.  485 

sia  fiorì  in  Tebe  al  tempo  della  guerra  suddetta,  nella  quale 
intervenne,  e  morì  lo  stesso  Anfiarao.  Vedi  Tiresia  che  mu- 
toe  sembiante  cangiò  figura ,  e  sesso  quando  divenne  f emina 
di  maschio  cambiandosi  tutte  quante  le  membra  Y  aria  ora 
calda,  ora  fredda,  or  umida,  or  secca  è  figurata  nel  cam- 
biamento di  Tiresia  e  poi  li  conviene  ribatter  con  la  virga  li 
due  serpenti  avolti  legati  insieme  prima  che  riavesse  le  pen- 
ne maschili  le  membra  mascoline,  la  barba,  egli  altri  distin- 
tivi del  sesso. 

Scrive  Lucano,  che  Arunte  toscano  fu  augure,  il  quale 
esercitò  la  divinazione  presso  1'  antica  città  Luna.  Nel  tempo 
della  guerra  civile  chiamato  a  Roma,  perchè  ne  predicesse  Te- 
vento,  compiè  vari  sagrifizi  e  T  olocausto  di  un  toro  a  Giove 
ottimo  massimo.  Divise  gP  intestini  dell'  olocausto ,  e  parte  ne 
diede  a  Cesare,  parte  a  Pompeo.  Insomma  previde,  che  la  par- 
te di  Cesare  sarebbe  stata  vittoriosa.  Ma  pronunciò  il  vaticinio 
sotto  velo  di  ambigue  parole,  com'è  costume  degli  auguri , 
e  secondo  i  precetti  di  Jago  che  fu  il  primo  inventore  dell' arte 
di  divinare  per  testimonianza  di  Tullio.  La  Toscana  era  di- 
stinta per  gli  auguri,  pei  sagrifizi,  e  tutt'  altro  spettante  a  re- 
ligione, il  perchè  gli  antichi  romani  spedirono  in  toscana  vari 
sacerdoti  per  imparare  i  riti  sacri,  secondo  scrive  Valerio. 
Arunte  e  quel  che  li  s  atterga  al  ventre  col  tergo  è  aderente 
al  ventre  dello  stesso  Tiresia,  e  questi  il  tergo  contro  il  ven- 
tre di  Anfiarao,  e  così  gli  altri.  Un  cieco  conduce  un  altro  cie- 
co, e  tutti  cadono  nella  fossa  che  ebbe  la  spilunca  per  sua  di- 
mora  stette  in  una  caverna  per  osservare  il  moto  degli  uccelli, 
il  volo  a  destra,  o  sinistra,  e  la  direzione  del  fulmine  tra  i 
marmi  bianchi  perchè  la  caverna  era  uno  scavo  di  marmi 
bianchi  ne'monti  Luni,  sui  quali  era  la  città  ora  caduta,  e 
deserta,  e  di  cui  non  si  serbano  che  pochi  ruderi,  e  quella 


486  INFERNO 

parte  vien  detta  Lunigiana,  dove  nel  qual  luogo  lo  Carrarese 
Carrara  è  una  terra  in  quel  dintorno  ronca  lavora,  coltiva; 
imperocché  il  roncare  nienf  altro  significa  che  sterpare  le 
erbe  nocive  dalla  terra  coltivata,  e  qui  si  prende  in  senso  lato 
per  coltivare  che  di  sotto  alberga  i  Carraresi  abitano  alle  falde 
di  quei  monti  onde  la  veduta  non  gli  era  tronca  non  gli  era 
impedita  a  guardar  le  stelle  e  Imare  il  corso  delle  stelle ,  ed 
il  moto  delle  onde  marine. 

Virgilio  accenna  una  divinatrice  —  Manto  figlia  di  Tire- 
sia,  della  quale  Omero  fa  menzione  nelPXI  dell'Odissea, 
Stazio  nelle  maggiori ,  diffusamente  poi  Virgilio  e  quella  che 
ricopre  le  mamelle  che  tu  non  vedi  ciò  dice  in  quanto  essa 
prima  d' essere  trasformata  soleva  portare  sparsi  i  capelli  sul 
tergo:  ora  così  trasfigurata  ha  i  capelli  sparsi  sul  petto,  e  così 
copre  le  mammelle  che  non  appaiono  con  le  treccie  sciolte  le 
indovine  coi  crini  sparsi  vanno  di  notte  a  scavar  le  tombe, 
trasportando  da  quelle  materia  dai  lor  maleficii,  come  Lucano 
scrive  di  Eritone  eh  a  di  la  dalla  parte  del  petto  ogni  pelle 
pilosa  Manto  prima  di  essere  così  punita  era  pelosa  per  tutte 
le  membra  manto  fui.  Manlhis  in  greco,  ed  in  latino  suona 
divinazione  che  cerco  per  tre  volte  quanto  si  dirà  nella  parte 
seguente;  poscia  si  pose  la  dove  nacqui  io  nel  luogo  dove  ora 
è  Mantova,  così  nomata  per  lei,  e  dove  io  nacqui.  Virgilio 
richiama  V  attenzione  di  Dante  così  dicendo  onde  un  poco  mi 
piace  che  m  ascolti.  Perdona,  o  lettore,  se  alquanto  mi  allon- 
tano dal  proposito  mio.  Dante  aveva  debito  di  descrivere  la 
patria  di  Virgilio  sua  guida,  signóre,  maestro,  e  perchè  la 
descrisse  anche  lo  stesso  Virgilio. 

Poscia  terza  parte  generale.  —  Manto  dopo  la  morte  del 
padre  Tiresia  lungo  tempo  errò  pel  mondo.  —  E  vinta  Tebe, 
morti  i  sette  re,  meno  Adrasto,  uccisi  fra  loro  i  due  fratelli 


CANTO  XX.  487 

Eteocle,  e  Polinice,  Creonte  tiranno  crudele  si  cinse  la  corona, 
e  fra  le  altre  barbare  leggi,  proibì  che  le  salme  degli  estinti 
ìd  battaglia  fossero  sepolte.  Le  mogli  di  Capaneo,di  Tideo,  e 
di  altri  capitani,  spinte  dall'amor  degli  estinti,  corsero  in  A- 
tene,  ed  implorarono  l'aiuto  di  Teseo,  che  allora  rognava 
trionfo  per  la  vittoria  delle  Amazzoni,  traendo  seco  Ippolita 
regina  vinta  e  schiava ,  ma  che  poscia  ei  prese  in  isposa.  Com- 
mosso dalle  lagrime  di  quelle  vedove  desolate,  Teseo  con  e- 
sercito  imponente  mosse  contro  Tebe,  e  gli  venne  incontro 
Creonte.  Sdegnava  il  vincitor  delle  Amazzoni  di  spargere  il 
sangue  del  popolo,  e  solo  cercava  il  tiranno  sul  quale  sfogare 
suo  sdegno:  costui  all'incontro  benché  vile,  e  tremante  gli 
disse  —  qui  non  troverai  donne  da  vincere,  né  armi  trattate 
da  mano  di  vergini  —  Teseo  rise  di  sprezzo,  e  gli  die  rispo- 
sta conficcandogli  l'asta  nel  petto.  Caduto  Creonte  Ja  città  si 
diede  al  di  lui  vincitore  —  Manto  angosciata  dalla  schiavitù 
della  patria  sua,  sempre  vagando,  giunse  in  Italia,  e  presso 
del  lago,  che  da  Manto  fu  detto  mantovano,  questa  Manto  già 
andava  errando  gran  tempo  per  lo  mondo  per  trovar  loco, 
che  le  piacesse  poscia  che  l  padre  suo  Tiresia  usci  di  vita 
morì  e  poscia  che  la  citta  di  Bacco  Tebe,  imperocché  Bacco 
nato  da  Semele  del  sangue  di  Cadmo  fu  Tebano,  e  primo  in- 
ventò la  fabbricazione  del  vino,  e  per  tale  invenzione  fu  te- 
nulo  per  Dio  dopo  morte ,  e  nomato  il  Dio  del  vino:  Bacco  a- 
veva  debellato  le  Indie  venne  serva  Tebe  divenne  serva  di 
Creonte,  e  sotto  Teseo  tributaria  di  Atene. 

Un  loco  eh  a  nome  Benaco  così  era  detto  anticamente , 
ma  ora  si  chiama  il  lago  di  Garda,  ed  è  luogo  deliziosissimo 
giace  trovasi  suso  nel  mondo  de'  viventi  in  Italia  bella  per- 
chè Italia  è  il  giardino  del  mondo  a  pie  de  l  alpe  che  serra 
la  Magna  nel  confine  dell'  Alemagna  rispetto  all'Italia  ho- 


488  INFERNO 

pra  Firulli  ora  Friuli,  contado  nell'ingresso  d'Alemagna 
si  bagna  dell  acqua  che  stagna  che  sta  ferma  —  nel  detto 
laco  per  mille  fonti  —  e  più  credo  e  sono  io  pure  quasi 
certo,  che  i  fonti  che  concorrono  a  formare  il  lago  siano 
più  assai  di  mille.  Concorre  anche  il  fiume  Sarca ,  che  ca- 
de tanto  d'alto  nel  lago,  che  lo  spruzzo  imita  la  farina 
bianchissima.  11  lago  poi  è  lungo  trentadue  miglia,  e  largo 
sedici:  nei  punti,  ne'quali  più  si  restringe  ha  sempre  sei  mi- 
glia di  larghezza ,  e  soffre  le  stesse  vicende  del  mare.  In  quiete 
è  lucido  e  chiaro  come  un  cristallo,  tra  Garda  castello  nella 
riva  del  lago  verso  Verona,  essendo  il  lago  contornato  da  ca- 
stelli, e  da  olivi  et  Valdimonica  valle  del  territorio  bresciano 
e  Apennino  non  già  quello  che  divide  per  mezzo  l'Italia,  e 
chiude  colle  alpi  dalla  parte  delle  Gallie,  e  di  Alemagna;  per 
cui  disse  a  pie  dell  alpe  che  serra  la  Magna  e  dice  altrettanto 
in  questo  luogo,  luogo  e  nel  mezzo  la  trovasi  nel  mezzo  un 
luogo  dove  l  Pastore  Trentino  il  vescovo  di  Trento  e  quel  di 
Brescia  il  Vescovo  di  Brescia  e  l  Veronese  il  vescovo  di  Ve- 
rona porta  segnar  fare  il  segno  della  croce  se  fesser  quel  cam- 
mino se  passassero  per  quella  parte.  Fuori  di  diocesi  non  può 
per  dritto  canonico  il  vescovo  fare  il  segno  della  croce,  ossia 
benedire.  E  perchè  in  quel  luogo  concorrono  i  confini  di  tre 
giurisdizioni  diocesane,  così  possono  tre  vescovi  fare  il  segnt 
di  croce. 

Peschiera  è  un  castello  sul  confine  di  questo  lago.  Una 
volta  il  castello  era  bellissimo,  e  si  chiamava  riva  della  dio- 
cesi di  Trento.  Ora  vi  è  un  forte,  che  chiamasi  Peschiera  della 
diocesi  di  Verona.  Lungi  sei  miglia  da  Peschiera  si  vede  un'iso- 
letta  nomata  Sirmione,  in  cui  trovansi  ruderi  di  antichi  edifizi, 
ed  è  abitata  soltanto  da  persone  di  mare,  contornata  da  olivi, 
nel  di  cui  olio  friggonsi  i  carpioni  ottimi  al  palato.  Peschiera 


CANTO  XX.  489 

bello  e  forte  arnese  arnese  è  ornamento  di  casa,  e  Peschie- 
ra è  ornamento  della  suddescritta  riviera ,  perchè  forte  di 
nuova  costruzione,  munito  di  torri,  e  di  rocche,  quasi  a 
tutela  di  quella  contrada  da  fronteggiar  bresciani ,  e  ber- 
gamaschi, da  far  fronte  a  quelli  di  Brescia,  e  di  Berga- 
mo sede  è  posta  ove  la  riva  più  scese  intorno  dove  l'ac- 
qua comincia  a  scorrere,  ed  a  formare  il  Mincio,  ciò  che  non 
può  stare  in  grembo  a  Benaco  queir  eccesso  d' acqua  che  non 
può  stare  nel  lago  convien  che  caschi  qui  cade  qui  presso  Pe- 
schiera, e  formi  fiume  e  fossi  fiume  Mincio  giù  per  verdi  pa- 
schi scorrendo  al  basso  per  prati  verdeggianti,  ottimo  pascolo 
di  armenti,  e  specialmente  di  razze  bovine,  e  di  cavalli. 

L'acqua  non  si  chiama  più  Benaco  ma  Manzo  lungo  il  suo 
corso  fino  a  Governo  castello  de'  mantovani  nel  luogo  dove 
Mincio  entra  in  Po  dove  cade  in  Po  che  vien  detto  il  re  de'  fiumi 
tosto  che  l  acqua  mette  co  che  l'acqua  termina  di  scorrere  en- 
trando in  Po.  non  molto  corso  ha  il  Mincio  eh  elio  trova  una 
lama  una  pianura  nella  quale  si  distendevi  espande  e  la  im- 
paluda e  là  si  fa  palude  e  suol  esser  di  slate  quella  lama  suol 
essere  nel  gran  caldo  estivo  tallor  qualche  volta  grama  trista, 
per  la  scarsezza  dell'acqua,  che  si  corrompe,  e  riempie  l'a- 
ria di  miasmi. 

La  Vergine  Manto.  Virgilio  disse  che  prese  a  marito  un 
toscano,  cui  partorì  vari  figli,  uno  de' quali  andò  in  aju- 
to  di  Turno  contro  di  Enea.  Pomponio  Mela  di  più  asserisce 
che  fu  madre  di  Mopso  augure  sommo.  Dovrà  quindi  spie- 
garsi vergine  per  virago,  che  suona  femmina  virile;  per  questo 
nelle  buccoliche  lo  stesso  Virgilio  chiama  vergine  Pasifae, 
che  fu  madre  di  Fedra,  di  Arianna,  e  di  Androgeo.  Si  può  an- 
che ritenere  Manto  vergine  quando  giunse  a  questo  luogo, 
ma  dopo,  preso  marito,  avesse  figli.  Stazio  dice,  che  Manto  fu 


490  INFERNO 

sacerdotessa  di  Apollo,  e  che  il  Dio  saettò  Lampo  che  l'aveva 
tentata,  cruda  selvaggia,  fuggiva  ogni  umano  consorzio; po- 
sando quivi  per  questi  luoghi  vide  terra  la  detta  lama  in 
mezzo  del  pantano  senza  coltura  senza  coltivazione  et  nuda 
d  abitanti  senza  case,  ed  abitatori;  perciò  ristette  li  fermò 
ivi  sua  dimora  £0  suoi  servi  a  far  sue  arti  di  divinazione  per 
fuggire  ogni  consorzio  umano ,  come  vogliono  le  dette  arti 
e  visse  ivi  e  vi  lascio  silo  corpo  vano  e  vi  morì.  Ovvero  corpo 
vanoy  perchè  esercitò  arti  che  son  vane,  ed  illusorie  piut- 
tosto che  sostanziali ,  e  vere,  li  homini  eh  erano  sparti  in- 
torno gli  uomini  dispersi  nel  dintorno  poi  s  accolsero  a 
quel  loco  eh  era  forte  per  lo  pantano  che  avia  da  tutte  parti 
forte  per  località,  per  fertilità  fer  la  citta  sopra  quell  ossa 
morte  sopra  le  ossa  di  Manto  e  l  appellar on  Mantova  quasi 
difesa  da' Mani,  perchè  essa  ivi  evocava  le  ombre  de' morti 
per  colei  che  prima  elesse  il  loco  per  Manto  senz  altra  sorte. 
Nella  fondazione  delle  città  era  costume  di  tentare  prima  gli 
auguri,  come  nella  fondazione  di  Roma;  anzi,  secondo  Vale- 
rio, gli  antichi  non  operavano  alcuna  cosa  o  privata,  o  pub- 
blica senza  di  essi.  L' augurio  è  una  specie  di  divinazione. 
Mantova  bella,  e  ricca  città  fu  una  volta  popolata,  e  fiorente 
al  tempo  de'conti  Casalodi.  Casalodio  è  un  castello  del  territo- 
rio bresciano  da  cui  ebbero  origine  i  detti  conti,  che  poi  fu- 
rono signori  di  Mantova.  Pinamonte  de'Bonacossi  mantovano 
d'  animo  grande,  ed  audace,  aveva  molti  militi  dipendenti; 
ed  essendosi  al  popolo  resa  odiosa  la  nobiltà  mantovana,  Pi- 
namonte persuase  il  conte  Alberto  allora  reggente,  di  mandare 
certi  nobili,  specialmente  i  sospetti,  eh' erano  sparsi  ne' con- 
torni, partitamente  a  villeggiare  per  un  dato  tempo ,  e  eh'  egli 
frattanto  avrebbe  placata  la  plebe  sdegnata.  Appena  ciò  fu  ese- 
guito fra  gli  applausi  del  popolo  egli  usurpò  la  signoria  <J» 


CANTO  XX.  491 

Mantova  ;  indi  crudelmente  fece  scannare  molte  nobili  fami- 
glie, o  devastare  le  loro  case,  o  relegarli,  od  imprigionarli. 
Fra  questi  si  annoverarono  i  conti  di  Casale  alto,  i  conti 
delle  Rive ,  i  conti  Arlati,  i  conti  Ganfarri,  i  conti  Zanecali,  i 
conti  Caccianemici,  i  conti  de1  Buoi,  alcuni  degl'Ippoliti,  de' 
Sa  vi  ola,  ed  altri  molti,  le  genti  sue  le  genti  mantovane  far  più 
spesso  dentro  cinquanta  e  più  famiglie  furono  distrutte  da  Pi- 
namonte  prima  che  la  mattia  mattana,  o  mattezza  di  quel 
conte  semplice,  e  credulo  ricevesse  inganno  da  Pinamonte  a- 
stutissimo.  In  tal  modo,  e  per  molto  tempo  quelli  di  casa  Pina- 
monte  regnarono,  pero  t  assenno  ti  avviso,  t'insegno  che  nulla 
menzogna  niuna  bugia  frodi  la  verità  già  detta  se  tu  odi  mai 
originar  la  mia  terra  altrimenti  diversamente  da  quel  che 
t'ho  detto,  et  io  risposi  i  tuoi  argomenti  i  tuoi  raziocini  mi 
son  si  certi  e  prendon  si  mia  fede  tanto  presto  fede  a  tuoi 
detti  che  gli  altri  i  raziocini  altrui  mi  sarian  carboni  spenti 
mi  sembrerebbero  vani ,  e  morti  rispetto  a  tuoi. 

Ma  dimmi  quarta  parte  generale  de  la  gente  che  procede 
che  vien  dopo  gli  altri  indovini  se  tu  ne  vedi  alcun  degno 
di  nota  non  di  tutti,  che  sarebbe  impossibile,  ma  di  alcuni 
pochi  più  notabili  che  la  mente  mia  solamente  rifede  rife- 
risce solo  a  do  soltanto  alla  materia  degl'  indovini.  Euripilo 
fu  augure  greco,  ed  era  fra  gli  armati  all'assedio  di  Troja. 
Se  la  Grecia  si  valse  di  lui,  specialmente  nella  deliberazione 
dell'assedio,  convien  dire  che  fosse  molto  stimato.  Egli  era 
interpellato,  come  grande  osservatore,  e  prescriveva  l'ora  di 
qualunque  mossa,  e  spiegava  i  responsi.  Adunati  in  Aulide 
tutti  i  re  che  pugnarono  contro  di  Troja,  egli  pel  primo  diede 
il  segnale  della  partenza,  allor  mi  disse  mi  rispose  quel  che 
porge  la  barba  de  la  gota  in  su  le  spalle  brune.  Euripilo  eb- 
be la  barba  cadente  dalla  faccia  sul  petto,  ed  ora  la  barba  gli 


492  INFERNO 

cadeva  sulle  reni.  Era  costume  de'  Greci  aver  molta  cura  della 
barba,  e  de' capelli,  il  perchè  Omero  li  chiama  achei  chio- 
mati e  fino  al  giorno  d'  oggi  portano  lunghi  capelli,  e  barba 
fue  augure  specialmente  quando  Grecia  fu  vuota  di  maschi 
perchè  tutti  periti ,  o  alla  guerra  ;  perciò  Omero  fa  dire 
ad  Agamennone  così  —  se  i  greci  fossero  a  dieci  a  dieci  partiti, 
ed  ogni  trojano  desse  da  bere  ad  ogni  decina,  i  trojani  non 
basterebbero  a  tanto  si  che  a  pena  rimaser  per  le  cune  i  fan- 
ciulli si  conducevano  all'  assedio,  che  durò  dieci  anni  e  diede 
il  punto  a  tagliar  la  prima  fune  a  salpare  da  Aulide. 

Con  Calcante  altro  augure  compagno  di  Euripilo,  benché 
fosse  augure  trojano,  mandato  da  Priamo  al  tempio  di  Apollo 
per  avere  la  predizione  dell'esito  della  guerra,  che  fu  la  vitto- 
ria de'  greci.  Dopo  tale  responso  Calcante  tradì  la  sua  mis- 
sione, e  passò  fra  i  greci.  Omero  lo  descrive  abilissimo  nel- 
l' interpretare  il  presente,  il  passato,  il  futuro,  e  che  disse  ai 
greci  sempre  il  vero  per  ispirazione  di  Apollo.  Euripilo  ebbe 
nome  e  l  alta  mia  tragedia  alta  per  lo  stile ,  e  materia  el  canta 
poeticamente  lo  mostra  in  alcun  loco  nel  terzo  dell'  Eneide 
ben  lo  sai  tu  che  la  sai  tutta  quanta  tu  lo  sai ,  o  Dante ,  che 
conosci  perfettamente  tutta  la  Eneide. 

Michele  Scotto  indovino,  esercitò  la  divinazione  presso 
Federico  II,  cui  scrisse,  e  dedicò  un  libro  di  cose  natura- 
li, che  io  vidi,  e  nel  quale  tra  le  altre  cose  tratta  di  a- 
strologia,  allora  creduta  per  infallibile.  Predisse  alcune  co- 
se a  varie  città  che  si  verificarono.  Disse  di  Mantova:  —  guai 
a  te  città  piena  di  dolore  — ;  ma  malamente  preconizzò  la 
morte  di  Federico  suo  iu  Fiorenza,  quando  cessò  di  vive- 
re in  Puglia.  Si  vuole  per  altro,  che  prevedesse  la  pro- 
pria morte,  quale  non  fu  capace  di  scansare.  Aveva  preconiz- 
zato che  sarebbe  morto  di  un  piccol  sasso  cadutogli  sul  capo, 


i 


f 


CANTO  XX.  493 

e  teneva  sempre  una  celata  di  ferro  sotto  il  capuccio  per  evi- 
tare tal  disastro.  Ma  entrando  in  una  Chiesa  per  la  festa  del 
Corpus  Domini,  abbassò  il  capuccio,  insegnodi  venerazione, 
non  già  a  Cristo,  cui  non  credeva,  ma  per  imporre  al  volgo, 
e  gli  cadde  dall'  alto  piccolissimo  sasso  sul  capo  nudo,  che  ap- 
pena appena  gli  lese  la  cute.  Ma  Michele,  fatta  ben  bene  esa- 
minare la  ferita  trovò  avverata  la  sua  predizione,  perchè  morì 
di  quella  dopo  avere  disposto  delle  cose  sue.  quel  altro  che 
cosi  poco  in  fianchi  o  perchè  tale  per  natura ,  o  perchè  este- 
nuato del  continuo  studio  fu  Michele  Scotto  di  Scozia  che  ve- 
ramente seppe  il  giocho  seppe  giocare,  o  far  uso  delle  magi- 
che frodi,  fan  più  illusione  le  cose  non  vere  nel  volgo,  per- 
chè trovandole  maravigliose,  le  attribuisce  a  magia.  Molte  cose 
furono  dette  di  Scotto,  che  io  reputo  piuttosto  inventate,  che 
vere. 

Guido  Boccati  fu  l'astrologo  del  conte  Guido  di  Monte- 
feltro.  E  molti  credettero,  che  il  conte  ottenesse  belle  vittorie 
contro  i  bolognesi  ad  altri  nemici  per  opera  magica  di  que- 
sto Bonati,  il  quale  sebbene  fosse  dal  volgo  tenuto  per  fanta- 
stico, non  pertanto  molte  volte  coglieva  nel  segno.  Determinò 
il  conte  ad  uscire  contro  i  francesi,  e  predisse  eh'  esso  stesso 
sarebbe  stato  ferito,  come  avvenne,  in  una  coscia,  che  il  me- 
dico coprì  con  ovo  e  stoppa,  che  seco  sempre  portava,  e  co- 
ni' egli  attesta  nella  grande  opera  di  astrologia  che  compose, 
e  che  io  vidi,  nella  quale  spiega  molte  dottrine  astrologiche 
per  istruzione  delle  donne.  Non  seppe  per  altro  conservare  il 
suo  conte  nel  dominio,  perchè  in  un  anno  tutto  perdette,  co- 
me si  vedrà  nel  canto  XXVII.  Fu  anche  burlato  sonoramente 
da  un  contadino  ignorante  in  Forlì.  Era  il  conte  in  piazza,  in 
giorno  sereno  e  bellissimo,  quando  un  montanaro  accostan- 
dosi gli  regalò  un  bel  cesto  di  pere.  Grato  il  conte  invitava  il 


494  INFERNO 

donatore  a  star  seco  a  cena  —  ma  il  montanaro  rispondeva  — 
perdonate;  voglio  tornarmi  a  casa  prima  che  piova,  perchè 
infallibilmente  quest'  oggi  cadrà  molt'  acqua  —  maravigliò  il 
conte  della  ferma  asserzione  del  montanaro,  e  fece  chiamare 
l'astrologo  Guido  dicendogli  —  senti  un  poco  che  dice  co- 
stui!—  L'astrologo  apostrofò  il  montanaro  dicendogli,  che 
era  un  asino,  né  sapeva  quello  che  diceva:  e  poi,  aspetta, 
soggiunse,  e  scappò  nello  studio  suo,  esaminò  l'astrolabio, 
e  tornò  colla  sentenza,  che  in  quel  giorno  sarebbe  stato  impos- 
sibile che  piovesse.  11  montanaro  giurava  il  contrario.  Ma  co- 
me lo  sai,  Guido  dimandava?  perchè  oggi  l'asino  mio  nel- 
P uscire  di  stalla  alzò  prestamente  la  testa,  e  drizzò  le  orec- 
chie, e  questi  son  segni  infallibili  che  il  tempo  si  cambia. 
—  E  come  sai  che  la  pioggia  sarà  molta?  perchè  l'asino 
mio,  drizzate  le  orecchie,  voltò  la  testa,  e  girò  in  tondo  più  del 
solito.  —  Presa  licenza  dal  conte,  il  montanaro  se  ne  partì, 
accelerando  il  passo.  Quand'ecco,  il  sereno  poco  dopo  cam- 
biarsi, e  tuoni  e  lampi,  ed  acqua  quasi  a  diluvio.  Guido 
con  molta  disinvoltura  diceva — ahimè  chi  mi  tolse  d'inganno, 
chi  mi  fece  arrossire!  ma  il  popolo  rise  molto,  che  il  monta- 
naro Agaso  coir  asino  suo  avesse  confuso  un  astrologo  tanto 
sapiente  vedi  Guido  Boriati  e  Guido  non  ebbe  chi  lo  arrivasse 
al  suo  tempo. 

Vedi  Asdente  un  ciabattino  di  Parma,  che  abbando- 
nalo il  mestiere  si  diede  tutto  alla  divinazione,  e  spesso 
colse  nel  futuro  da  lui  preconizzato.  Credo  che  avesse  natu- 
rale acutezza  di  mente  perchè  illetterato,  avendo  alcuni  la  fa- 
coltà della  divinazione  per  influsso  di  cielo.  Si  dice,  che  egli 
predicesse,  sebbene  oscuramente ,  che  Federico  II  dovesse  far 
costruire  una  città  chiamata  vittoria  nella  quale  fu  debellato 
eh  aver  inteso  al  cuoio  et  a  lo  spago  —  ora  vorrebbe  ora 


CANTO  XX.  495 

vorrebbe  piuttosto  trovarsi  ad  unire  la  toniaja  alla  suola  ma 
tardi  si  pente  essendo  inutile  il  pentirsi  nell'Inferno,  o  par- 
lando moralmente,  perchè  costoro  giammai  si  ricredono,  o  si 
pentono. 

Virgilio  avverte,  che  si  faceva  giorno  dicendo,  che  la 
luna  era  tonda,  e  trovavasi  al  tramonto  in  occidente,  ed  il 
sole  montava  in  oriente:  la  luna  piena  è  opposta  al  sole,  e 
quindi  essa  tramontando,  il  sole  nasce  all'opposta  parte.  Così 
hai  anche  certezza  che  Dante  stette  due  giorni  naturali  nelP  In- 
ferno, cioè  due  giorni  e  due  notti,  ed  ora  comincia  il  terzo 
giorno  ma  vieni  ornai  a  veder  altre  cose  che  perchè  Caino  e 
le  spine  la  luna  in  cui  volgarmente  si  dice  essere  Caino  colle 
spine,  dalle  quali  è  tormentato  tiene  il  confine  l'orizzonte  d  a- 
mendue  li  emisperi  inferiore  e  superiore,  essendo  l'orizzonte 
un  cerchio  che  taglia  in  due  parti  la  sfera  et  tocca  l  onda  il 
sole  e  la  luna  cadendo ,  sembra  che  tocchino  il  mare  sotto 
Sibilia  famosa  città  in  Occidente,  ed  entrando  il  mare  nella 
terra  si  dice  stretto  di  Sicilia  et  la  luna  fu  tonda  heri  nocte 
nella  notte  del  giorno  precedente  ben  ti  dia  ricordar  che  non 
ti  nocque  anzi  ti  fu  vantaggiosa,  come  guida  nella  notte  per 
la  selva  fonda  del  canto  primo.  Vuol  significare,  che  la  luna 
piena  giovò  nel  mondo  qualche  volta  a  Dante,  quando  errava 
nella  notte  per  apprendere ,  ed  imparare.  Certo  gli  fu  gran 
maestra  esperienza,  come  a  Pitagora,  e  Platone,  i  quali  tanto 
peregrinarono, e  tanto  impararono  peregrinando.  La  luna  piena 
di  più,  è  opinione,  che  renda  i  prodotti  della  terra  migliori: 
si  mi  parlava  e  andavamo  introque  così  mi  parlava,  e  nel 
frattanto  andavamo.  I  fiorentini  non  usano  più  di  tal  vocabolo, 
usato  adesso  dai  soli  perugini. 


CANTO  XXL 


TESTO  MODERNO 


Così  di  ponte  in  ponte  altro  parlando, 

Che  la  mia  Commedia  cantar  non  cura, 

Venimmo,  e  tenevamo  il  colmo,  quando  3 

Ristemmo  per  veder  l'altra  fessura 

Di  Malebolge,  e  gli  altri  pianti  vani; 

E  vidila  mirabilmente  oscura.  6 

Quale  nelT  Arsenal  de' Veneziani 

Bolle  di  verno  la  tenace  pece 

A  rimpalmare  i  legni  lor  non  sani ,  9 

Che  navicar  non  ponno;  e  in  quella  vece 

Chi  fa  suo  legno  nuovo,  e  chi  ristoppa 

Le  coste  a  quel  che  più  viaggi  fece;  12 

Chi  ribatte  da  prora  e  chi  da  poppa ; 

Altri  fa  remi,  ed  altri  volge  sarte  ; 

Chi  terzeruolo  e  artimon  rintoppa:  ts 

Tal,  non  per  fuoco,  ma  per  divina  arte 

Bollia  1  aggi  uso  una  pegola  spessa, 

Che  inviscava  la  ripa  da  ogni  parte.  18 

lo  vedea  lei,  ma  non  vedeva  in  essa 

Ma' che  le  bolle  che  il  bollor  levava, 

E  gonfiar  tutta,  e  riseder  compressa.  21 

Mentr'io  laggiù  fisamente  mirava , 

Lo  duca  mio  dicendo:  guarda,  guarda! 

Mi  trasse  a  sé  del  luogo  dov'io  stava.  2* 


CANTO  XXI.  497 

Allor  mi  volsi  come  l' uom  cui  tarda 
Di  veder  quel  che  gli  convien  fuggire, 
E  cui  paura  subita  sgagliarda,  27 

Che  per  veder  non  indugia  il  partire: 
E  vidi  dietro  a  noi  un  diavol  nero 
Correndo  su  per  lo  scoglio  venire.  30 

Ahi  quanto  egli  era  nell'aspetto  fiero! 
E  quanto  mi  parea  nell'atto  acerbo, 
Con  Tale  aperte  e  sovra  i  pie  leggiero!  33 

L'omero  suo,  ch'era  acuto  e  superbo, 
Carcava  un  peccatorcon  ambo  Tanche, 
E  ei  tenea  de' pie  ghermito  il  nerbo.  36 

Del  nostro  ponte  disse:  o  Malebranche, 
Ecco  un  degli  anzian  di  santa  Zita: 
Mettetel  sotto,  ch'io  torno  per  anche  39 

A  quella  terra  che  n'è  ben  fornita. 
Ogni  uom  v'è  barattier,  fuor  che  Bonturo: 
Del  no,  per  li  denar,  vi  si  fa  ita.  42 

Laggiù  il  buttò;  e  per  lo  scoglio  duro 
Si  volse,  e  mai  non  fu  mastino  sciolto 
Con  tanta  fretta  a  seguitar  lo  furo.  45 

Quei  s'attuffò,  e  tornò  su  con  volto; 
Ma  i  demon,  che  del  ponte  avean  coverchio, 
Gridar:  qui  non  ha  luogo  il  santo  volto;  48 

Qui  si  nuota  altrimenti,  che  nel  Serchio: 
Però,  se  tu  non  vuoi  de' nostri  graffi, 
Non  far  sovra  la  pegola  soverchio.  51 

Poi  l'addentar  con  più  di  cento  raffi: 
Disser:  coverto  convien  che  qui  balli, 
Sì  che,  se  puoi,  nascosamente  accadi.  54 

Non  altrimenti  i  cuochi  ai  lor  vassalli 
Rambaldi  —  Voi.  1.  32 


498  INFERNO 

Fanno  altuffare  in  mezzo  la  caldaia 

La  carne  cogli  uncin,  perchè  non  galli.  57 

Lo  buon  Maestro:  a  ciò  che  non  si  paia 
Che  tu  ci  sii,  mi  disse,  giù  t'acquatta 
Dopo  uno  scheggio  ch'alcun  schermo  t'haia:     60 

E  per  nulla  offension  che  a  me  sia  fatta , 
Non  temer  tu,  ch'io  ho  le  cose  conte, 
Perch'  altra  volta  fui  a  tal  baratta.  63 

Poscia  passò  di  là  dal  co  del  ponte, 
E  com'ei  giunse  in  su  la  ripa  sesta,  ' 
Mestier  gli  fu  d'aver  sicura  fronte.  66 

Con  quel  furore,  e  con  quella  tempesta, 
Ch'escono  i  cani  addosso  al  poverello, 
Che  di  subito  chiede  ove  s'arresta;  69 

Usciron  quei  di  sotto  il  ponticello, 
E  volser  contra  lui  tutti  i  roncigli; 
Ma  ei  gridò:  nessun  di  voi  sia  fello.  72 

Innanzi  che  l' uncin  vostro  mi  pigli, 
Traggasi  avanti  l'un  di  voi  che  m'oda, 
E  poi  di  roncigliarmi  si  consigli.  75 

Tutti  gridaron  :  vada  Malacoda  ; 
Perchè  un  si  mosse,  e  gli  altri  stetter  fermi , 
E  venne  a  lui ,  dicendo:  che  t'approda!  78 

Credi  tu,  Malacoda,  qui  vedermi 
Esser  venuto,  disse  il  mio  Maestro, 
Securo  già  da  tutti  i  vostri  schermi,  81 

Senza  voler  divino  e  fato  destro! 
Lasciami  andar,  che  nel  cielo  è  voluto, 
Ch'io  mostri  altrui  questo  cammin  Silvestro.       84 

Allor  gli  fu  l'orgoglio  sì  caduto, 
Che  si  lasciò  cascar  l'uncino  a' piedi, 


CANTO  XXI.  499 

E  disse  agli  altri:  ornai  non  sia  feruto.  87 

E  il  duca  mio  a  me:  o  tu,  che  siedi 

Tra  gli  scheggion  del  ponte  quatto  quatto, 

Sicuramente  ornai  a  me  ti  riedi.  90 

Perch'io  mi  mossi,  e  a  lui  venni  ratto; 

E  i  diavoli  si  fecer  tutti  avanti , 

Sì  eh'  io  temetti  non  tenesser  patto.  95 

E  così  vid'io  già  temer  li  fanti, 

Ch'uscivan  patteggiati  di  Caprona, 

Veggendosè  tra  nemici  cotanti.  96 

lo  m'accostai  con  tutta  la  persona 

Lungo  il  mio  duca,  e  non  torceva  gli  occhi 

Dalla  sembianza  lor,  ch'era  non  buona.  99 

Ei  chinavan  gli  raffi,  e:  vuoi  eh'  io  il  tocchi, 

(Diceva  Pun  con  l'altro)  in  sul  groppone? 

E  rispondean:  sì,  fa  che  gliel  accocchi.  102 

Ma  quel  demonio,  che  tenea  sermone 

Col  duca  mio,  si  volse  tutto  presto, 

E  disse:  posa,  posa,  Scarmiglione.  105 

Poi  disse  a  noi:  più  oltre  andar  per  questo 

Scoglio  non  si  potrà;  perocché  giace 

Tutto  spezzato  al  fondo  l'arco  sesto:  108 

E  se  l'andare  avanti  pur  vi  piace, 

Andatevene  su  per  questa  grotta: 

Presso  è  un  altro  scoglio  che  via  face.  1 1 1 

ler,  più  oltre  cinqu'ore,  che  quest'otta , 

Mille  ducento  con  sessanta  sei 

Anni  compier,  che  qui  la  via  fu  rotta.  1 1 4 

lo  mando  verso  là  di  questi  miei 

A  riguardar  s' alcun  se  ne  sciorina: 

Gite  con  lor,  eh'  ei  non  saranno  rei.  1 17 


SOO  INFERNO 

Tratti  avanti,  Alichino  e  Calcabrina, 
Cominciò  egli  a  dire,  e  tu  Cagnazzo, 
E  Barbariccia  guidi  la  decina.  120 

Libicocco  vegna  oltre,  e  Draghignazzo , 
Ciriatto  sannuto,  e  Graffiacane, 
E  Farfarello,  e  Rubicante  pazzo.  122 

Cercate  intorno  le  bollenti  pane: 
Costor  sien  salvi  insino  all'altro  scheggio, 
Che  tutto  intero  va  sopra  le  tane.  126 

Oh  me!  Maestro,  eh'  è  quel  che  io  veggio? 
Diss'io:  deh!  senza  scorta  andiamei  soli, 
Se  tu  sa'ir,  ch'io  per  me  non  la  chieggio.         129 

Se  tu  sei  si  accorto  come  suoli, 
Non  vedi  tu  ch'ei  digrignan  li  denti, 
E  con  le  ciglia  ne  minaccian  duoli!  152 

Ed  egli  a  me:  non  vo'che  tu  paventi; 
Lasciali  digrignar  pure  a  lor  senno, 
Ch'ei  fanno  ciò  per  li  lessi  dolenti.  133 

Per  l'argine  sinistro  volta  dienno; 
Ma  prima  avea  ciascun  la  lingua  stretta 
Co'denti  verso  lor  duca  per  cenno, 

Ed  egli  avea  del  cui  fatto  trombetta.  159 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Quinta  specie  di  frode,  detta  baratteria,  e  che  si  punisce 
nella  quinta  bolgia.  In  quattro  parti  generali  può  dividersi  il 
canto  —  nella  prima  —  castigo  de' barattieri:  nella  seconda 
—  demonio  che  porta  un  barattiere  moderno  menlr  io  ecc. 
nella  terza  —  Dante,  e  Virgilio  corrono  qualche  pericolo  in- 
contrando i  demoni  custodi  della  bolgia  lo  buon  maestro  ecc. 
nella  quarta  ed  ultima  —  si  mostra  la  via,  e  si  dà  scorta  per 
proseguire  il  cammino  poi  disse  ecc. 


CANTO  XXI.  501 

Cosi  di  ponte  in  ponte  dal  ponte  quarto  al  quinto  par- 
lando altr  o  d\  a\tve  cose  dì  divinazione,  per  cui  tanto  le  menti 
umane  si  arrovellano  con  arti  ora  di  astrologia,  ora  di  negro- 
manzia, ora  di  geomanzia  che  la  mia  commedia  cantar  non 
cura  di  trattare  poeticamente  e  tenevamo  il  colmo  il  mezzo  del 
ponte  quando  noi  ristemmo  ci  fermammo  per  vedere  l  altra 
fessura  de  male  bolgie  la  quinta  bolgia  e  gli  altri  pianti  vani 
le  altre  vane  doglianze,  perchè  troppo  tarde  e  vidila  oscura 
mirabilemente  singolarmente  oscura  in  quanto  che  le  altre 
bolge  superiori  sono  oscure,  ma  questa  per  propria  materia, 
eh' è  pece  bollente  nerissima,  agitata  da  diavoli  anche  più 
neri.  Dante  finge,  che  i  barattieri  siano  tormentati  in  una  fossa 
ripiena  di  pece  ardente,  e  continuamente  bolliente,  perchè  la 
pece  nera  figura  la  nerezza  de* barattieri ,  e  la  di  lei  tenacità, 
o  viscosità  si  accosta  alla  tenacità  dell'avarizia  eh'  è  il  primo 
movente  di  baratteria.  La  pece  macchia  chi  la  tocca,  e  Salo- 
mone lasciò  scritto  —  chi  toccherà  la  pece  sarà  tinto  dalla 
pece.  —  Del  pari  chi  fece  una  sol  volta  la  baratteria,  ne  re- 
sta macchiato,  sebbene  quanto  è  sotto  la  pece  non  si  vegga, 
e  quanto  si  opera  dai  barattieri  resti  occulto,  e  nascosto,  una 
pegola  spessa  densa  che  vischiava  la  ripa  d  ogni  parte  che 
invischiava  ogni  parte  della  riva,  trovandosi  barattieri  in  ogni 
luogo  bollia  la  giuso  nel  fondo  della  bolgia  non  per  fuoco 
naturale  ma  per  divina  arte  per  giustizia,  e  poter  divino  si 
bene  così  fortemente  tal  qual  la  tenace  pece  bolle  d  inverno 
nell'inverno,  stagione  poco  atta  a  navigare  a  riparare  i  lor 
legni  non  sani  i  marinari  in  tal  tempo  si  occupano  a  riparare 
alla  rottura  delle  navi  che  non  potino  in  quella  vece  perchè 
non  possono  in  quel  tempo  navigare  chi  fa  suo  legno  novo  un 
nuovo  naviglio  e  chi  ristoppa  chiude  con  la  stoppa  le  coste  a 
quel  che  fece  più  viaggiali*  più  logora  parte  del  legno  più  viag- 


50*2  INFERNO 

giatorecAt  ribatte  da  proday  e  chi  da  poppa  chi  batte  legno, 
o  chiodo  dalla  parte  anteriore,  chi  dalla  posteriore  altri  fa  re- 
mi e  altri  volge  sarte  forma  i  remi,  e  torce  le  funi  chi  rin- 
toppa  terzarolo  ed  artimone  due  vele  che  han  questo  nome 
proprio  neW arzenà  di  veneziani  nell'arsenale  di  Venezia. 
Allegoricamente  per  arsenale  s'intende  ogni  corte,  e  la  pece, 
che  bolle  nell'arsenale,  è  la  baratteria  che  bolle  nelle  corti 
specialmente  d'inverno,  ossia  in  tempo  di  sventura,  che  al- 
lora i  barattieri  si  affaticano  per  ottenere  grazie,  e  favori.  Al 
giungere  di  primavera,  tempo  di  prosperità  gettano  in  mare 
le  navi  già  riparate.  Le  varie  incombenze,  ed  operazioni  del- 
l'arsenale, incominciando  dal  direttore  fino  al  mozzo,  espri- 
mono esattamente  le  operazioni  de' barattieri  nella  corte  —  e 
chi  suda  per  far  ottenere  un  altro  impiego,  chi  restaurando 
un  legno  vecchio,  tornalo  a  spingere  in  mare,  chi  a  chiudere 
i  buchi  formati  dalla  maldicenza,  e  dall' invidia  all' ultimo  na- 
viglio arrivato  o  ricco,  o  che  ruppe  in  qualche  scoglio,  impe- 
dendo che  affondi,  col  riparo  di  denaro,  e  di  doni,  affinchè 
non  si  perdano  le  ultime  reliquie,  e  la  vita.  Taluno  è  percosso 
da  prora,  tal  altro  da  poppa,  e  vi  accorrono  i  barattieri  con 
tutti  i  mezzi  o  leciti,  od  illeciti,  e  l'uno  entra  pel  davanti, 
l'altro  sorte  per  di  dietro.  Chi  rasente  il  lido  si  fabbrica  i  re- 
mi, non  azzardando  in  alto  mare,  perchè  non  gli  è  dato  pene- 
trare ne' segreti  politici  avvolgimenti.  Chi  tesse  le  funi  ossia  i 
lacci,  gl'inganni,  le  frodi,  giacché  altra  volta  si  disse, chela 
fune  figurava  la  frode,  e  della  fune  usò  Virgilio  per  prendere 
Gerione.  Altri  tesse,  e  cuce  le  vele  coli' intenzione  di  affrontar 
l'alto  mare,  e  quindi  colle  sarte  o  coir  ingegno  tenta  di  pren- 
dere molto  vento,  o  grazia,  o  favore  di  sovrano,  o  di  popolo, 
favore  simile  al  vento  che  ora  in  alto,  ora  spinge  la  nave  nel 
profondo  del  mare.  Alcuni  contenti  di  mediocre  vela  si  con- 


CANTO  XXI.  503 

tentano  di  mediocre  fortuna,  altri  tutto  volendo,  tutte  le  spie- 
gano in  azzardo  io  vidia  lei  la  pece  oscura  ma  non  vedea  in 
essa  ma'  che  le  bolle  se  non  le  bolle,  comesi  formano  nell'ac- 
qua quando  piove  in  estale  che  l  bollor  levava  Dante  non  po- 
teva scorgere  i  barattieri  immersi  nella  pece,  ma  solo  le  bolle  ' 
della  bollitura.  La  baratteria  per  sé  nascosta  si  fa  conoscere , 
e  si  manifesta  dalle  mormorazioni  —  colui  ha  guadagnato  in 
un  momento  mille  fiorini  —  tu  non  sai  nulla:  prese  dall'una 
e  l'altra  parte,  e  così  corbellò  tutte  due.  lo  la  vedea  gonfiar 
tutta  alzarsi  tutta  la  pece  e  risedere  e  tornar  piana  e  compressa: 
diversa  è  la  bollitura  dell'acqua,  dalla  bollitura  della  pece: 
l'acqua  pel  calore  si  converte  in  fumo/ed  aria;  ma  l'aria  esce 
gorgogliando  senza  aver  nulla  perduto,  e  liberamente  fugge; 
nella  pece  all' incontro  l'umidità  per  l'ardore  del  fuoco  si  con- 
verte anch'essa  parte  in  aria,  e  parte  in  vapore,  ma  l'aria 
giunta  alla  superficie  è  trattenuta  dalla  viscosità  della  piece,  e 
non  può  liberamente  sortire. 

Mentrio  seconda  parte  generale.  Dante  stando  sul  colmo 
del  ponte  ad  osservare  la  pece  vide  un  demonio  venir  corren- 
do verso  del  ponte,  il  quale  portava  un  barattiere  da  gettar  giù 
nella  pece  bollente.  Virgilio  scorgendo  il  demonio,  tirò  in  dis- 
parte Dante  per  dar  luogo  a  quel  maledetto  lo  Duca  mio  Vir- 
gilio mi  trasse  a  se  de  loco  ove  io  stava  cioè  dal  mezzo  del 
ponte  dicendo  guarda  guarda  guardati  dal  cadere  nelle  mani 
de' barattieri,  perchè  sarebbe  lo  stesso  che  cadere  nelle  mani 
del  diavolo,  mentrio  mirava  fissamente  tediti  mentre  io  era 
intento  a  guardarla  pece,  o  meditava  sulla  baratteria  allor mi 
volsi  come  l  hom  che  tarda  come  Y  uomo  che  ritarda  a  distin- 
guere di  veder  quel  che  li  convien  fugire  il  pericolo  che  gli 
si  mostra,  e  vede,  e  fugge  quasi  nel  tempo  stesso,  et  cui  pau- 
ra sgagliarda  cui  la  paura  toglie  coraggio,  e  forza  che  per 


S04  INFERNO 

vedere  non  indugia  l  partire  anzi  vedere ,  e  fuggire  è  un  punta 
solo.  Il  demonio  portava  il  barattiere  sulle  spalle,  e  figurava 
un  ufficiale  di  corte;  demonio  nero,  perchè  il  barattiere  è  nero 
di  vita,  e  di  nome.  II  demonio  si  figura  agile,  pronto  con  ugne, 
e  malignità,  perchè  altrettanto  è  il  barattiere  sempre  pronto 
e  lesto  alle  frodi,  sempre  vigilante,  dimani  adunche  per  rac- 
cogliere, pien  di  malizie  per  allettare,  e  vidi  un  diavolo  nero 
venir  correndo  lieto  della  preda  che  portava  dietro  a  noi  su 
per  lo  scoglio  su  pel  ponte  ahi  con  dolore  io  narro  quanto 
egli  era  nell  aspecto  fiero  perchè  aveva  un  terribile  volto  — 
e  quanto  mi  paria  nellaclo  acerbo  nell'atto  crudele,  alto  di 
frode,  e  baratteria,  col  quale  tradisce  la  causa  de' poveri,  de'pu- 
pilli,  delle  vedove  con  l  ali  aperte  e  sopra  ipie  leggiero  veniva 
lieto,  perchè  aveva  fatta  gran  preda ,  ed  aspettava  farne  una 
maggiore.  II  demonio  portava  un  peccatore  in  ispalla  :  il  cor- 
po pendeva  lungo  le  reni  col  capo  in  giù ,  e  le  gambe  per  forza 
piegate  dalle  spalle  sul  petto  del  demonio,  che  le  teneva  chiu- 
se fra  le  unghie  nel  modo  del  maccellaio,  che  porla  l'animale 
scannato  per  {scorticarlo,  un  peccatore  barattiere  carcava  l  u- 
mero  suo  Tornerò  del  demonio,  che  era  acuto  e  superbo  alto, 
secco  e  dritto  con  ambo  le  anche  intendi  le  anche  del  barat- 
tiere e  quei  il  demonio  tenia  ghermito  l  nerbo  depiei  come 
Tavvoltojo  tiene  la  quaglia.  Ghermire  è  proprio  degli  animali 
di  rapina,  ed  il  diavolo  si  mostra  in  forma  di  uccello,  con  ali, 
ed  unghie,  e  perciò  lo  chiama  malvase  uccello. 

Quel  diavolo  disse  del  nostro  ponteDante  lo  dice  nostro  per- 
chè occupato  da  lui,  e  da  Virgilio  o  malebranche  o  diavoli  di 
cattive  branche,  ossia  unghie  rapaci ,  e  guai  a  coloro  che  capi- 
tano sott'esse;  così  malebranche  non  è  nome  proprio  di  qual- 
che diavolo,  come  pretendono  alcuni  mette  tei  so  tto  immergete- 
lo nella  pece  bollente.  Più  avanti  troverai,  che  Dante  chiama  eia- 


CANTO  XXI.  OOO 

senno  de' demoni  col  proprio  nome,  ecco  uno  degli  anziani  de' 
reggitori  di  Lucca,  che  son  nomati  anziani ,  come  lo  sono  in  Bo- 
logna; ma  in  Fiorenza  si  chiamano  priori  di  santa  Cita,  Cita 
fu  donna  santa  di  Lucca ,  celebre  per  molti  miracoli  in  vita,  e 
dopo  morte,  il  cui  corpo  intatto  ancorasi  venera.  Dante  parla 
de'  barattieri  che  frodarono  il  comune.  Lucca  ha  barattieri  nel 
comune,  ed  ha  legali  mercanti:  mettetel  sotto  sotto  la  pece 
perchè  sia  cotto  eh  io  torni  pur  anche  affinchè  io  possa  tor- 
nare a  far  preda  di  altri  anziani  a  quella  terra  che  n  e  ben  for- 
nita. In  Lucca  di  fatto  ogn  omo  ve  baratiere  limitatamente 
però  agli  amministratori  del  comune  fuorché  Bontura.  Qui 
Dante  parla  di  Bontura  ironicamente,  giacché  costui  fu  il  più 
astuto  barattiere  di  ogni  altro ,  e  conduceva,  e  maneggiava  l'in- 
tero comune,  e  dava  gì'  impieghi  a  suoi,  escludendo  qualun- 
que non  gli  andasse  a  sangue.  Il  papa  Bonifacio  eh'  era  cono- 
scitore degli  uomini, lo  prese  per  un  braccio  quando  lo  ebbe  da- 
vanti ambasciatore,  e  scotendolo  molto  forte  gli  disse — tu  con- 
quassasti mezzo  Lucca — ,  e  forse  costui  era  il  portato  dal  demo- 
nio, sebbene  alcuni  siano  di  parere  che  l'autore  parli  di  Bontu- 
ra in  buona  fede  vi  si  fa  del  no  per  lidenar<ìe\  no  fanno  il  si, 
e  del  falso  il  vero  per  denaro. 

La  giù  il  buto  il  demonio  precipitò  queir  anziano  nel- 
la pece  e  se  volse  per  lo  scoglio  duro  tornò  indietro  per 
T  alto  ponte  e  l  mastino  mastino  è  grosso  cane  non  fu 
mai  sciolto  pronto  e  spedito  a  seguitar  lo  furo  a  perse- 
guitare il  ladro  con  tanta  fretta  così  celermente,  con  quan- 
ta prestezza  quel  demonio  si  volse  correndo  per  riprendere 
altro  anziano  di  santa  Cita:  quel  s  attuffo  s' immerse  sotto 
la  pece  e  torno  su  sopra,  come  chi  nuota,  che  si  caccia  nel- 
l'acqua col  capo  in  giù,  e  poscia  si  vede  apparire  colla  faccia 
in  su  ;  e  costui  aveva  imparato  a  nuotare;  ma  i  demoni  eh  a- 


506  INFERNO 

vian  coperchio  del  ponte  che  stavano  coperti  dal  ponte  gridar 
qui  non  a  luogo  il  santo  volto  quelli  di  Lucca  nelle  avversità 
sono  soliti  di  ricorrere  al  volto  santo.  Lessi  in  un  vecchio 
scritto,  che  il  venerabile  vescovo  Gualfredo,  andando  a  Ge- 
rusalemme per  visitare  i  luoghi  santi,  vide  in  sogno  un  angelo, 
che  gli  disse  —  cerca  il  santissimo  volto  del  Salvatore  nella 
casa  di  Seleucio  uomo  cristianissimo  —  Nicodemo infatti,  do- 
po la  risurrezione  di  Cristo,  tanto  amava  Gesù ,  che  s' impresse 
visibilmente  nel  cuore  la  di  lui  immagine  con  tale  verità,  che 
pareva  veramente  Gesù  Cristo,  e  fu  chiamato  volto,  giacché 
il  volto  distingue  gli  uomini  fra  loro;  Nicodemo  poi  lasciò 
tale  immagine  ad  Isacar,  che  per  timore  degli  ebrei,  nasco- 
stamente la  venerava  ogni  giorno.,  e  successivamente  passò 
agli  eredi  suoi.  Il  vescovo  spinto  dalla  visione,  andò  a  trovare 
Seleucio,  dal  quale  con  moli'  arte  ed  ingegno  ottenne  la  im- 
magine, che  portò  con  venerazione  fino  al  lido  di  Joppa,dove 
per  miracolo,  si  presentò  una  barca  coperta  senza  remi,  e  ve- 
le, che  ricevuta  la  detta  immagine,  la  trasportò  al  porto  della 
città  Luna,  della  quale  si  parlò  nel  canto  precedente.  I  lunesi 
stupefatti  dal  miracolo,  corsero  per  fermare  la  barca,  ma  in- 
darno, e  mai  non  poterono  arrivarla.  Ma  il  vescovo  di  Lucca 
—  Giovanni  —  avvisato  dagli  Angeli  andò  a  Luna,  e  trovò  la 
barca,  che  spontaneamente  la  incontrò,  e  ricevette,  e  quella 
reliquia  preziosa  in  mezzo  ad  innumerevole  concorso  portò  a 
Lucca  e  depose  nella  Chiesa  di  s.  Martino,  dove  fece,  e  fa  in- 
credibili miracoli  —  credi,  o  lettore,  questa  leggenda,  o  non 
credila  eh'  è  lo  stesso,  giacché  non  è  articolo  di  fede  —  Quei 
demoni  pertanto  lo  deridevano  gridando,  che  non  aveva  luo- 
go il  volto  santo,  perchè  ivi  non  era  speranza  di  rifugio,  o  sol- 
lievo. Qui  si  nota  altrimenti  che  nelSerchio  il  Serchio  è  un  fiu- 
me di  Lucca,  che  dagli  alti  monti  scendendo  precipitoso,  scor- 


CANTO  XXI  507 

recon  impeto  presso  della  città.  Ma  nel  Serchiodi  acqua  pura 
si  nuota  diversamente  che  nella  bolgia  di  nera  pece:  là  si  nuota 
per  sollazzo,  qua  per  supplizio:  là  in  acqua  sempre  nuova,  e 
fredda  a  refrigerio  nell'estivo  calore,  qua  in  fetida ,  e  calda  pe- 
ce, in  cui  i  barattieri  si  cuociono  a  calore  ardentissimo:  là  è  nuo- 
to volontario,  qua  nuoto  forzato:  là  per  un'ora,  qua  in  perpe- 
tuo pero  non  far  coperchio  sopra  la  pegola  non  venir  sopra, 
alla  superficie  se  non  vuoi  de  nostri  graffi  se  non  vuoi  provare 
la  forza  dell'  unghie  nostre,  poi  l  adentaro  coi  denti  de'  graffi 
lo  presero  con  più  di  cento  e  mette  il  numero  pel  numero , 
come  suol  dirsi,  giacché  i  demoni  non  eran  che  dieci,  ed  ogni 
graffio  aveva  dieci  uncini  o  denti ,  ovvero  ripetevano  così  spes- 
si i  colpi  da  darne  un  solo  più  di  cento,  dissero  el  convien 
che  tu  balli  coperto  bisogna  che  tu  nuoti  sotto  —  barattasti 
altrui ,  e  qui  tu  sarai  barattato  si  che  acca/fi  ti  appropri ,  e  strin- 
ga l' altrui  nascosamente  occultamente.  Accaffare  è  lo  stesso 
che  togliere  con  prestezza,  i  cuochi  fanno  attuffare  sommer- 
gere la  carne  in  mezzo  la  caldaia  ai  suoi  vassalli  agli  altri 
servi  con  gli  uncini  di  ferro  perche  non  galli  non  nuoti,  e 
stia  a  galla  non  altrimenti  che  fanno  i  demoni.  I  sottocuo- 
chi cogli  uncini  tengono  le  carni  da  cuocersi  ferme  sotto  l'ac- 
qua bollente,  ed  i  demoni  tengono  coi  graffi  sotto  la  pece  que- 
sti barattieri,  perchè  siano  puniti  delle  loro  frodi. 

Lo  buon  maestro  terza  parte  generale  —  Virgilio  va  ad 
esplorare  se  poteva  avere  libero  passo,  e  fa  restar  Dante  na- 
scosto, perchè  con  molta  precauzione  bisogna  entrare  nelle 
case  de'  barattieri ,  specialmente  se  trattasi  di  un  inesperto 
nella  frode.  Virgilio  conosceva  il  luogo,  noi  conosceva  Dan- 
te, lo  buon  maestro  Virgilio  che  cautamente  operava  ne'  pe- 
ricoli mi  disse  qui  t  aguata  o  secondo  altra  lezione  qui  a- 
scondi  te  (lupo  uno  scoglio  di  dietro  ad  un  masso  di  questo 


508  LNFERXO 

ponle  che  thaja  che  ti  offre  alcuno  schermo  riparo  accio  che 
nonsipajache  tu  ci  sia.  Tu  non  sai  come  si  vada  fra  tal  gen- 
te: lascia  che  io  prima  vegga  che  far  si  può,  giacché  sono 
più  pratico  di  te  e  non  temer  tu  per  nulla  offension  che  mi  sia 
fatta  quantunque  fossi  mal  trattato  non  ispaventarti  eh  io  ho 
le  cose  conte  mi  son  note  le  frodi  di  costoro.  Virgilio  volle  allu- 
dere alla  propria  discesa  air  Inferno  per  gli  scongiuri  di  Erito- 
ne  cruda:  altre  volle  fui  a  tal  barratta.  Istoricamente  poi  volle 
significare,  che  giovane,  spogliato  de' beni,  giunse  alla  corte 
di  Augusto,  e  prima  di  ottenere  la  grazia  dell'  imperatore,  fu 
costretto  mettersi  nelle  mani  de' cortigiani,  de' quali  alcuni 
erano  barattieri ,  e  dalle  cui  frodi  è  impossibile  che  vada  il- 
leso anche  il  più  giusto,  e  come  avvenne  allo  stesso  Augusto. 
Diceva  quindi  Diocleziano  —  si  vende  anche  un  buono,  un 
santo,  un  ottimo  imperatore. 

Poscia  passo  di  la  dal  co  del  ponte  Virgilio  passò  al- 
l'altro  capo  del  quinto  ponte  in  cui  eravamo  mestier  li 
fu  de  aver  sicura  fronte  di  esser  audace ,  perchè  la  for- 
tuna ajuta  gli  audaci  secondo  Virgilio,  e  si  dice  in  pro- 
verbio chi  ha  fronte  si  marita  —  come  ei  giunse  in  su 
la  ripa  sesta  principio  della  sesta  bolgia.  I  demoni  corsero 
furiosamente  contro  Virgilio,  come  i  cani  si  avventano  al 
mendico  che  si  ferma  alla  porta  del  ricco  chiedendo  elemosina 
quei  demoni  usciron  di  sotto  al  ponticello  di  sotto  al  ponte 
quinto  dove  stavano,  allorché  ghermirono  quel  di  Lucca  con 
quel  furore  e  con  quella  tempesta  con  quell'impeto  furibondo 
chescon  i  cani  adosso  al  poverello  con  cui  i  cani  corrono 
addosso  al  povero  che  chiede  di  subito  l'elemosina  ove  s ar- 
resta alle  case  de' ricchi,  nelle  quali  i  cani  son  molti.  Ed  i  ba- 
rattieri son  quasi  cani,  che  a  bocca  aperta  corrono  per  istra- 
ziare  il  povero,  conoscendolo  all' odorato,  quando  s'introduce 


CANTO  XXI.  509 

in  corte  e  volser  contro  lui  tutti  i  roncigli  gli  uncini,  ed  i 
graffi  tutti,  ma  et  Virgilio  grido  con  fronte  sicura,  e  voce  alta 
nessun  di  voi  sia  fello  sia  tanto  temerario,  ed  ardito  ma  luno 
di  voi  che  m  oda  Y  uno  di  voi  traggasi  avante  venga  innanzi. 
Così  far  deve  chi  entra  in  corte,  e  trova  rigidi  ufficiali  di  pri- 
mo aspetto  inanzi  che  luncin  vostro  mi  pigli  innanzi  che  sia 
preso  dalle  vostre  frodi  e  poi  si  consigli  di  roncigliarmi  di 
uncinarmi. 

Tutti  gridavan  vada  Malacoda  questi  era  il  capo  dei  de- 
moni, cui  si  addiceva  tal  nome,  perchè  aveva  la  coda  di  scor- 
pione al  pari  di  Gerione,  che  punge  nell'estremità,  ed  oc- 
cultamente, perche  un  mosse  uno  sconosciuto  e  gli  altri  stet- 
ter  fermi  aspettando  che  questo  fosse  per  parlare  e  venia  a 
/ma  Virgilio  dicendo  che  gli  aproda  chi  viene  sul  ponte?  ov- 
vero che  gli  aproda  che  giova  a  costui  quanto  dimanda?  che 
gli  monta  che  gli  valeperchio  vada*  e  così  approda  sarà 
verbo.  Altri  leggono  che  t approda  in  persona  propria,  e 
torna  lo  stesso,  disse  l  mio  maestro  rispondendo  —  o  Mala- 
coda  credi  tu  vedermi  esser  giunto  quivi  fino  a  questa  bol- 
gia securo  già  da  tutti  i  vostri  schermi  immune  dalle  vostre 
minaccie,ed  illeso  da  ogni  male  fra  i  violenti,  e  fraudolenti? 
0  Malacoda:  io  montai  sul  dorso  a  Gerione,  e  sortii  senza  il 
minimo  danno,  né  lo  avrei  potuto  senza  voler  divino ,  e  fato 
destro  senza  predestinazione,  e  grazia  divina  lasciami  andar 
che  nel  Cielo  e  voluto  è  decretato  che  io  mostri  questo  cam- 
min  Silvestro  il  sentiero  de' vizj  asprissimo  altrui  ad  altri. 
Dante  slava  nascosto,  attor  l  orgoglio  li  fu  caduto  gli  mancò 
l'arroganza  dapprima  mostrata'  che  si  lascio  cader  l uncino 
a  piedi  Y  arma  di  ghermire,  o  avidità  di  rapire  et  disse  agli 
altri  compagni  demoni  ornai  non  sia  feruto  e  così  Y  autore 
fa  conoscere,  che  Y  uomo  buona,  e  prudente  non  si  corrompe 


510  INFERNO 

in  mezzo  de'  barattieri,  quando  vi  si  trovi  per  giusto  motivo, 
ma  vi  si  mantiene  puro,  ed  innocente  col  divino  ajuto. 

E  l  Duca  mio  Virgilio  a  me  disse  o  tu  che  sedi  tra  li 
scheggion  del  ponte  quato  quato  o  Dante  che  stai  nascosto  fra 
i  massi  del  ponte  sicuramente  ornai  a  me  ti  riedi  torna  a  me 
sicuro,  giacché,  priore,  e  reggente  di  Fiorenza ,  non  fosti  mac- 
chiato di  baratterie  perch  io  mi  mossi  e  venni  ratto  a  lui  volai 
a  lui,  angoscialo  pel  timore,  e  ritardo  e  i  diavoli  tutti  si  fece- 
rono  tutti  avanti  tutti  avanzarono  contro  Virgilio  si  eh  io  te- 
metti non  tenesser  patto  che  non  mantenessero  le  promesse. 
Bellissima  finzione,  perchè  di  rado,  o  quasi  mai  i  barattieri 
mantengono  la  data  parola,  se  non  torni  a  loro  vantaggio. 

I  cittadini  di  Lucca  insieme  coi  fiorentini  nell'anno  1289 
in  agosto,  raccolti  in  esercito,  mossero  contro  la  città  di  Pisa, 
assediando  primamente  il  castello — Caprona. —  [difensori  per 
monopolio  si  arresero,  salve  le  persone.  E  mentre,  sortendo  dal 
castello,  passavano  in  mezzo  dell'esercito  nemico,  andavano 
dimessi  per  timore  di  essere  trucidati.  Ora  1'  autor  nostro  in- 
tende significare,  che,  a  guisa  di  quelli  che  si  arresero,  e 
passarono  in  mezzo  a  nemici,  tremava  per  la  memoria  dello 
strazio  fatto  all' anziano,  cosi  vidio  già  li  fanti  quei  difensori 
di  Caprona  che  patteggiati  uscivan  di  Caprona  resi  a  patto 
di  aver  salva  la  vita  temer  di  essere  trucidati  veggendo  se  tra 
cotanti  nimici  fiorentini,  e  lucchesi;  fra  i  quali  era  anche 
Dante,  giovane  di  anni  25,  ricordando  il  fatto  di  Caprona  per 
accertare,  ch'esso  pure  aveva  trattate  le  armi.  E  come  que'  di- 
fensori non  potevan  liberarsi  che  a  patto  della  vita  salva,  ma 
passando  fra  nemici,  ai  quali  erano  stati  infesti  tanto  da  rite- 
ner probabile  una  vendetta,  così  Virgilio,  e  Dante,  colla  pro- 
messa incolumità,  passarono  fra  demoni  armati,  cui  avevano 
recato  sommi  danni  per  tutto  V  Inferno,  paventando  che  vio- 


CANTO  XXI.  SU 

lasserò  il  patio.  Pochi,  ed  inermi  i  difensori  di  Caprona  pas- 
sarono in  mezzo  a  numerosi  nemici,  e  due  soli,  Virgilio,  e 
Dante  inermi,  e  timorosi  fra  dieci  demoni  armati  di  unghie, 
sanne,  ed  uncini. 

Io  m  accostai  con  tutta  la  persona  —  lungo  l  mio  duca 
mi  raccolsi  intorno  a  Virgilio  quasi  dicendogli  —  m'abban- 
dono tutto  nelle  tue  braccia,  perchè  nulla  conosco,  né  del 
luogo,  né  di  costoro.  E  Dante  nel  1300  non  aveva  per  anche 
conosciuti  i  barattieri  delle  corti,  come  in  seguito  li  conobbe 
e  non  torcea  gli  occhi  dalla  sembianza  lor  eh  era  non  bona 
non  toglieva  gli  occhi  di  dosso  ai  demoni,  che  parevano  molto 
disposti  a  mal  fare:  ei  i  demoni  chinavan  i  m/rabbassavano 
gli  uncini  per  prendermi  e  dicea  l  uno  con  l  altro  vuoi  che  io  il 
tocchi  in  sul  gropone  vuoi  che  gli  rompa  le  reni?  e  rispon- 
dean  gli  altri  sì  sì  dagli  dagli  si  fa  che  li  accocchi  prendili 
tirali.  Così  mostra  V  autore  quanto  sia  difficile  passar  fra  le 
mani  di  barattieri,  perchè  bisogna  lasciar  pelo  se  non  pelle; 
ovvero  è  forza  lodare,  pregare,  adulare,  cose  tutte  insoffri- 
bili air  uomo  onesto,  ma  quel  dimonio  Malacoda  che  linia 
sermone  col  duca  mio  sulla  volontà  de'compagni  se  volse  tutto 
presto  contro  di  essi  e  disse  posa  posa  Scarmiglione  era  que- 
sto un  demonio,  che  più  feroce  correva  contro  Dante — Scar- 
miglione—  o  spezza  patto  —  Malacoda  doveva  frenare  quel 
dimonio  dipendente,  perchè  sarebbe  stato  troppo  manifesto 
il  tradimento,  se  avesse  permesso,  che  al  suo  cospetto  Dante 
si  offendesse.  Doveva  aspettare  almeno  di  allontanarsi  alcun 
poco  per  non  parere  complice  della  frode. 

Poi  disse  quarta  parte  generale.  Quel  Malacoda,  dopo  a- 
ver  fermato  il  furore  degli  altri  diavoli  disse  a  noi  a  me,  e 
Virgilio  non  si  potrà  ire  per  questo  scoglio  per  questo  ponte 
più  oltre  nel  sesto  ponte.  La  strada  è  rotta  perocché  l  arco  se- 


512  INFERNO 

sto  il  ponte  sesto  giace  tutto  spezzato  al  fondo  perchè  ruinò 
nel  tempo  della  passione ,  e  morte  di  N.  S.  Gesù  Cristo.  Aggi  un - 
geMalacoda,  che  se  pure  vogliono  passar  oltre,  possono  tentare 
altra  via  trasversale  e  andarvene  super  questa  cinta  per  que- 
sta riva,  che  cinge  la  quinta  bolgia  se  vi  piace  laudare  più 
oltre  perchè  Virgilio  aveva  detto  di  dover  mostrare  ad  altri 
il  sentiero  selvaggio,  e  di  voler  scorrer  P  inferno  tutto,  un  al- 
tro scoglio  un  altro  ponte  e  presso  che  via  face  Malacoda  dice 
il  vero  in  parte,  ed  in  parte  il  falso,  con  che  più  facilmente 
s' inganna.  Era  ben  vero  che  il  ponte  sesto  era  rotto,  e  cadu- 
to; ma  non  era  vero  che  vicino  fosse  altro  ponte  che  offrisse 
strade,  come  si  vedrà  nel  canto  XXIII.  Così  sarebbersi  allon- 
tanati dalla  via  retta,  e  dal  termine. 

E  sogliono  i  fraudolenti  sotto  aspetto  di  salutare  consiglio 
più  inviluppare,  e  spingere  a  mina.  Figlio  mio,  parea  dir  Mala- 
coda,  tu  non  puoi  arrivare  al  fine  desiderato,  battendo  la  retta 
via,  per  una  causa  giustissima:  ti  è  necessità  volgere  ad  altro 
sentiero.  Il  tale  è  un  parente,  altro  fratello ,  un  terzo  amicissimo 
del  papa,  ossia  del  padre  misericordioso  de'popoli.  Mi  è  testi- 
monio Iddio  che  con  profitto  tentai  questo  mezzo  in  Avignone 
nella  corte  romana  ;  imperocché  il  tesoriere  maggiore  di  Urba- 
no V  dopo  avermi  tenuto  sospeso,  cominciò  ad  accogliermi  con 
occhio  torbido,  essendo  Strabone  non  solo  di  corpo ,  ma  anche 
di  animo,  e  mi  cacciò  contro  lo  scoglio  della  disperazione. 
Del  pari  aveva  operato  Malacoda  nelT  indicarmi  altra  strada, 
che  mi  guidava  a  punto  diverso  da  quello  che  mi  era  pro- 
posto. —  Quel  ponte  poi  veramente  fu  rotto  con  orribile  ter- 
remoto al  momento  della  morte  di  Gesù  Cristo.  E  Dante  col- 
F  accennarlo  tocca  il  tempo  in  cui  diede  principio  a  quest'ar- 
duo lavoro,  nel  1300,  circa  la  metà  di  Marzo,  nel  venerdì  san- 
to. La  Pasqua  cadde  allora  in  marzo.  Allegoricamente  poi  si- 


CANTO  XXI.  513 

gnifica  che  per  la  morte,  e  risurrezione  di  Cristo  il  genere 
umano  risorse  da  morte  a  vita, e  del  pari  Egli  per  grazia  di- 
vina in  tal  giorno  dalla  morte  e  dalle  tenebre  dei  vizi  fu  con- 
dotto al  sentiero  dell'  eterna  felicità.  Cristo  morì  nel  trente- 
simo terzo  anno  di  sua  età*  incominciando  il  trentesimo  quar- 
to; se  pertanto  aggiungi  trentaquattro  a  1266  avrai  gli  anni 
1300.  Ovvero  dirai  che  Dante  comincia  l'era  dall'  incarnazio- 
ne, come  la  intendono  i  toscani,  ed  allora  non  è  necessario 
aggiungere  il  rotto  del  trentaquattresimo  anno.  Dante  comin- 
cia gli  anni  dalla  morte,  non  dalla  incarnazione  mille  dugen- 
lo  con  seasantasei  anni  —  compier  hier  cinque  bore  più  ol- 
tre che  questa  otta  avverti,  che  quando  l' autore  così  parlava 
era  nella  prima  ora  del  sabbaio  santo,  e  vuol  dire  che  nel 
giorno  del  venerdì  santo  passalo,  all'ora  sesta  avvenne  questa 
mina  fieri  più  oltre  che  questa  otta  oltre  questa  prima  ora 
del  giorno  che  la  via  fu  rotta  qui  alcuni  testi  moderni  hanno 
diversa  lezione,  ma  tale  discordanza  proviene  dalle  opinioni  di- 
verse sulla  morte  di  Cristo,  posta  d'alcuni  negli  anni  33, da 
altri  negli  anni  34,  e  su  questo  ho  sentite  le  più  fiere  conte- 
stazioni. Ma  la  prima  interpretazione  sembra  la  migliore,  e 
Dante  contò  gli  anni  dalla  passione,  io  mando  verso  la  di 
questi  miei  io  mando  questi  miei  compagni  verso  la  riva  che 
chiude  la  bolgia  a  guardar  se  alcun  se  ne  sciorina  se  alcuno 
azzarda  di  venire  alla  superficie  per  refrigerio;  gite  con  loro 
andate  insieme  che  non  saranno  rei  che  non  vi  molesteranno, 
perchè  non  siete  barattieri.  Etti  Malacoda  comincio  a  dire 
chiamando  ciascuno  de'  demoni  col  proprio  nome  state  a- 
vanti  venite  avanti  Alichino,  nome  del  primo  demonio  che 
persuase  gli  altri  alle  frodi ,  Calcabrina  nome  del  secondo 
demonio  che  ne  fece  di  duro,  e  di  molle  e  tu  Cagnazzo 
terzo  demonio  così  nomalo  per  sua  rapacità ,  e  Cagnaccio 

R  A  MB  A  1/1)1  —  Voi.  1.  33 


$14  INFERNO 

indica  gran  cane  e  Barbariccia  guidi  la  decina  il  crespo 
della  barba ,  e  capelli  indica  malignità ,  e  doveva  quindi 
condurre  la  torma,  mentre  Malacoda  restava  sull'estremo  del 
ponte  ad  osservarli  :  Libicocco  vegna  oltre  significa  ardente 
e  Draghinazzo  sesto,  gran  serpante,  velenoso,  gran  dra- 
go, o dragone:  Ciriatto  Sanuto settimo,  da ciros mano,  quasi 
di  armate  mani,  e  sana  gran  dente  acuto,  e  che  serve  a  la- 
cerare: Graffiatane  ottavo,  che  graffiagli  altri  e  Farfarello 
nono  demonio,  infrascatone,  imbrattatore  e  Rubi cante  pazzo 
decimo  demonio,  rosso,  temerario,  precipitoso,  audace  qual 
meretrice,  conculcatore  di  verecondia.  Non  si  pone  l'undecimo 
Malacoda,  perchè  padrone,  e  signore.  Ma  chi  era  quel  de- 
monio che  tornava  da  Lucca?  Forse  Cagnazzo:  ma  egli  era 
qui:  i  demoni  vanno,  e  vengono  in  un  istante,  essendo  spi- 
riti, e  non  corpi,  cercate  intorno  le  bollenti  pane  pane ,  o  pa- 
nie sono  paglie,  o  vimini  sottili  con  visco,  che  servono  a  pren- 
der gli  uccelli,  e  tale  appunto  è  la  baratteria,  questi  Virgilio 
e  Dante  sien  salvi  fino  ali  altro  scoglio  fino  al  ponte  che  co- 
pre la  settima  bolgia  che  tutto  intero  va  sopra  le  tane  fosse, 
valli,  caverne,  o  bolge  —  Ma  Malacoda  comanda  l'impossi- 
bile a  servi  suoi,  perchè  era  lor  legge  non  sortire  dalla  quinta 
bolgia.  E  Dante  anche  in  questo  mostra  il  costume  de*  capi 
barattieri,  che  promettono  più  di  quello  che  vogliono,  o  pos- 
sono mantenere;  e  diede  nomi  singolari  ai  demoni  per  enu- 
merare le  arti,  i  tranelli,  e  le  varie  frodi  delle  corti. 

Dante  si  lagna  con  Virgilio  di  così  orribile  compagnia 
dissio  o  me  ahimè  !  o  maestro  mio  che  e  quello  che  io  veggio 
e  dice  deprecativamente  deh  andiamci  soli  andiamo  da  noi 
senza  quella  scorta  se  tu  sai  ire  giacché  fosti  altra  volta  eh  io 
per  me  non  la  chegio  io  non  la  cerco,  non  vedi  tu  eh  et  di- 
grignano i  denti  f  a  guisa  de'  cani  che  stan  per  mordere  e  ne 


CANTO  XXI.  315 

minacciati  duoli  minacciano  mali  con  le  ciglia  cogli  occhi 
torvi ,  ed  infuocati  se  tu  sei  così  accorto  come  suoli  se  tu  sei 
come  al  solito  previdente,  e  provvidente,  et  elliame  Virgilio 
mi  disse  non  vo  che  tu  paventi  non  voglio,  che  abbi  paura; 
lasciali  pure  digrignar  a  lor  senno  lascia  che  facciano  quanto 
credono  eh  ei  fanno  ciò  per  li  dolenti  lesi  per  i  colpevoli  ba- 
rattieri lessati,  e  colti  nella  pece.  Quei  dieci  demoni  deron  volta 
per  l  argine  sinistro  si  volsero  a  sinistra  per  la  riva  che  chiude 
la  bolgia  ma  prima  avea  ciascun  la  lingua  stretta  co  denti 
verso  lor  duca  per  cenno  con  lingua  disposta  a  far  atto  scon- 
cio et  elli  havea  fatta  trombetta  del  culo  esso  duca  avea  fatto 
peti.  Ciò  figura  l'allegria,  e  le  scede  de' barattieri  facendo  fro- 
di ,  e  T  uno  ingannando  V  altro.  Quanti  ne  vidi,  e  ne  udii  far  peti 
neir  atto  di  esprimere  la  gran  compiacenza  di  avere  ingannato. 
Ritengono  alcuni,  che  in  questo  canto  l' autore  castighi 
non  solo  i  barattieri  in  senso  lato,  ma  anche  i  giuocatori ,  toc- 
che a  me  non  sembra,  perchè  non  si  trova  parola,  che  vi  si 
riferisca.  Quattro  personaggi  nomina  —  l'anziano  di  Lucca  in 
questo  canto  —  Ciampolo  Novarese  —  Fra  Gomita  —  e  ser  Mi- 
chele Zanche  in  quel  che  segue.  I  giuocatori  stan  meglio  nel 
cerchio  degli  avari ,  o  prodighi  e  tra  i  violenti  contro  i  loro 
beni.  Altri  incapaci  di  penetrare  nella  mente  di  Dante  lo  ac- 
cusano di  superfluità,  ed  a  me  pare  il  contrario,  perché  espri- 
me al  vivo  il  carattere  de' barattieri.  Piuttosto  mi  fa  sorpresa, 
che  Dante  astratto,  abbia  così  finamente  osservato,  e  son  per- 
suaso, che  ridesse  quando  scriveva  questo  canto.  Concluderò 
notando,  che  V  autore  pose  V  adulazione  nello  sterco,  la  ba- 
ratteria nella  pece,  e  come  accordò  unghie  coperte  da  sterco 
alle  meretrici,  colle  quali  si  sfregiano  la  faccia,  qui  accorda 
al  capo  de'  barattieri  un  sibilo  del  deretano,  perchè  serva  ad 
infamia  di  sé  già  tulio  denigrato  col  suono  il  più  vile. 


CANTO  XXII. 


TRSTO  MODERNO 


lo  vidi  già  cavalier  muover  campo , 

E  cominciare  stormo,  e  far  lor  mostra, 

E  talvolta  partir  per  loro  scampo;  3 

Corridor  vidi  per  la  terra  vostra , 

0  Aretini,  e  vidi  gir  gualdane, 

Ferir  torneamenti ,  e  correr  giostra ,  6 

Quando  con  trombe  e  quando  con  campane , 

Con  tamburi  e  con  cenni  di  castella, 

E  con  cose  nostrali  e  con  istrane:  9 

Né  già  con  sì  diversa  cennamella 

Cavalier  vidi  mover,  né  pedoni, 

Né  nave  a  segno  di  terra  o  di  stella.  12 

Noi  andavam  con  li  dieci  dimoni: 

Ahi  fiera  compagnia!  ma  nella  chiesa 

Co' santi,  e  in  taverna  co' ghiottoni.  15 

Pure  alla  pegola  era  la  mia  intesa, 

Per  veder  della  bolgia  ogni  contegno, 

E  della  gente  ch'entro  v'era  incesa.  18 

Come  i  delfini,  quando  fanno  segno 

A' marinar  con  l'arco  della  schiena, 

Che  s'argomentin  di  campar  lor  legno;  21 

Talor  così  ad  alleggiar  la  pena 

Mostrava  alcun  de' peccatori  il  dosso, 

E  nascondeva  in  men  che  non  balena,  24 


CANTO  XXII.  517 

E  come  all'orlo  dell'acqua  d'un  fosso 

Stanno  i  ranocchi  pur  col  muso  fuori, 

Sì  che  celano  i  piedi  e  l'altro  grosso;  27 

Sì  stavan  d'ogni  parte  i  peccatori: 

Ma  come  s'appressava  Barbar iccia, 

Così  si  ritraean  sotto  i  bollori.  30 

lo  vidi,  ed  anche  il  cor  mi  s'accap riccia, 

Uno  aspettar  così,  com'egli  incontra 

Ch'una  rana  rimane,  e  l'altra  spiccia.  33 

E  Graffiacan,  che  gli  era  più  di  con  tra, 

Gli  arroncigliò  le  impegolate  chiome, 

E  trassel  su,  che  mi  parve  una  lontra.  36 

lo  sapea  già  di  tutti  quanti  il  nome, 

Sì  li  notai,  quando  furono  eletti, 

E  poi  che  si  chiamaro ,  attesi  come.  39 

0  Rubicante ,  fa  che  tu  li  metti 

Gli  unghioni  addosso  sì  che  tu  lo  scuoi , 

Gridavan  tutti  insieme  i  maladetti.  42 

Ed  io:  Maestro  mio,  fa,  se  tu  puoi, 

Che  tu  sappi  chi  è  lo  sciagurato 

Venuto  a  man  degli  avversarj  suoi.  45 

Lo  Duca  mio  gli  s'accostò  allato: 

Domandollo  ond'ei  fosse,  e  quei  rispose: 

lo  fui  del  regno  di  Navarra  nato.  48 

Mia  madre  a  servo  d'un  signor  mi  pose, 

Che  m'avea  generato  d'un  ribaldo 

Distruggi tor  di  so  e  di  sue  cose.  51 

Poi  fui  famiglia  del  buon  re  Tibaldo: 

Quivi  mi  misi  a  far  baratteria, 

Di  che  io  rendo  ragione  in  questo  caldo.  54 

E  Ciriatto,  a  cui  di  bocca  uscia 


5 1 8  INFERNO 

D'ogni  parte  una  sanna,  come  a  porco, 

Gli  fé  sentir  come  l' una  sdruci  a.  S7 

Tra  male  gatte  era  venuto  il  sorco: 

Ma  Barbariccia  il  chiuse  con  le  braccia, 

E  disse:  sta  in  là,  mentr'io  lo  inforco:  60 

Ed  al  Maestro  mio  volse  la  faccia: 

Dimanda,  disse,  ancor,  se  più  desii 

Saper  da  lui,  prima  ch'altri  il  disfaccia.  63 

Lo  duca:  dunque  or  di',  degli  altri  rii 

Conosci  tu  alcun ,  che  sia  Latino 
«  Sotto  la  pece?  E  quegli:  io  mi  partii  66 

Poco  è  da  un,  che  fu  di  là  vicino: 

Così  foss'io  ancor  con  lui  coverto, 

Che  io  non  temerei  unghia  né  uncino.  69 

E  Libi  cocco:  troppo  avem  sofferto, 

Disse;  e  presegli  il  braccio  col  ronciglio, 

Sì  che,  stracciando,  ne  portò  un  lacerto.  72 

Draghignazzo  anch' ei  volle  dar  di  piglio 

Giù  dalle  gambe;  onde  il  decurio  loro 

Si  volse  intorno  intorno  con  mal  piglio.  75 

Quand'elli  un  poco  rappaciati  foro, 

A  lui,  che  ancor  mirava  sua  ferita, 

Dimandò  il  duca  mio  senza  dimoro:  78 

Chi  fu  colui ,  da  cui  mala  partita 

Di' che  facesti  per  venire  a  proda? 

Egli  rispose:  fu  frate  Gomita,  81 

Quel  di  Gallura,  vasel  d'ogni  froda, 

Ch'ebbe  i  nemici  di  suo  donno  in  mano, 

E  fe'Ior  sì,  che  ciascun  se  ne  loda:  84 

Denar  si  tolse,  e  lasciolli  di  piano, 

Sì  com'ei  dice:  e  negli  altri  ufici  anche 


CANTO  XXII.  319 

Ba ratti er  fu  non  picciol,  ma  sovrano.  87 

Usa  con  esso  donno  Michel  Zanche 

Di  Logodoro;  e  a  dir  di  Sardigna 

Le  lingue  lor  non  si  sentono  stanche.  90 

Oh  me!  vedete  l'altro,  che  digrigna: 

lo  direi  anche;  ma  io  temo  ch'elio 

Non  s'apparecchi  a  grattarmi  la  tigna.  93 

E  il  gran  proposto  volto  a  Farfarello, 

Che  stralunava  gli  occhi  per  ferire, 

Disse:  fatti  in  costà,  malvagio  uccello.  96 

Se  voi  volete  vedere,  o  udire,  t 

Ricominciò  lo  spaurato  appresso, 

Toschi  o  Lombardi,  io  ne  forò  venire.  99 

Ma  stien  le  male  branche  un  poco  in  cesso, 

Sì  che  non  teman  delle  lor  vendette; 

Ed  io,  seggendo.  in  questo  loco  stesso,  102 

Per  un  ch'io  son,  ne  farò  venir  sette, 

Quando  sufolerò,  com'ò  nostr'uso 

Di  fare  allor  che  fuori  alcun  si  mette.  I  OS 

Cagnazzo  a  colai  motto  levò  il  muso, 

Crollando  il  capo,  e  disse:  odi  malizia 

Ch'egli  ha  pensato  per  gittarsi  giuso,  108 

Ond'ei  eh'  avea  lacciuoli  a  gran  divizia, 

Rispose:  malizioso  son  io  troppo, 

Quando  procuro  a'  miei  maggior  tristizia.         1 1  i 
Alicbin  non  si  tenne,  e  di  rintoppo 

Agli  altri,  disse  a  lui:  se  tu  ti  cali, 

lo  non  ti  verrò  dietro  di  galoppo,  114 

Ma  batterò  sovra  la  pece  l'ali: 

Lascisi  il  colle,  e  sia  la  ripa  scudo 

A  veder  se  tu  sol  più  di  noi  vali.  1 17 


S20  l!SKEBNO 

0  tu,  che  leggi,  udirai  nuovo  ludo. 

Ciascun  dall'altra  costa  gli  occhi  volse: 

Quel  prima,  eh' a  ciò  fare  era  più  crudo.  120 

Lo  Navarrese  ben  suo  tempo  colse; 

Fermò  le  piante  a  terra,  e  in  un  punto 

Saltò,  e  dal  proposto  lor  si  sciolse.  123 

Di  che  ciascun  di  colpo  fu  compunto, 

Ma  quei  più,  che  cagion  fu  del  difetto; 

Però  si  mosse,  e  gridò:  tu  se' giunto.  126 

Ma  poco  valse;  che  Tale  al  sospetto 

Non  poterò  avanzar:  quegli  andò  sotto, 

E  quel  drizzò  volando  suso  il  petto.  129 

Non  altrimenti  l'anitra  di  botto, 

Quando  il  falcon  s'appressa,  giù  s'attuffa, 

Ed  ei  ritorna  su  cruccialo  e  rotto.  132 

Irato  Calcabrina  della  buffa, 

Volando  dietro  gli  tenne,  invaghito 

Che  quei  campasse,  per  aver  la  zuffa:  135 

E  come  il  baraltier  fu  disparito, 

Così  volse  gli  artigli  al  suo  compagno, 

E  fu  con  lui  sovra  il  fosso  ghermito.  138 

Ma  l'altro  fu  bene  sparvier  grifagno 

Ad  artigliar  ben  lui,  ed  ambedue 

Cadder  nel  mezzo  del  bollente  stagno.  141 

Lo  caldo  sghermitor  subito  fue: 

Ma  però  di  levarsi  era  niente, 

Sì  aveano  invescate  l'ale  sue.  144 

Barbariccia  con  gli  altri  suoi  dolente 

Quattro  ne  fé' volar  dall'altra  costa 

Con  tutti  i  raffi,  ed  assai  prestamente  147 

Di  qua  di  là  discesero  alla  posta: 


CANTO  XXII.  521 

Porser  gli  uncini  verso  gì' impaniati, 
Ch'eran  già  cotli  dentro  dalla  crosta: 
E  noi  lasciammo  lor  così  impacciati.  151 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Altra  specie  di  barattieri  che  frodarono  i  padroni.  Sono 
essi  pure  castigati  nella. quinta  bolgia,  e  nella  pece  bollente. 
Il  canto  può  dividersi  in  quattro  parti  generali  :  nella  prima, 
atto,  e  maniera  del  nuoto  nella  pece  bollente:  nella  seconda, 
un  barattiere  moderno  maliziosissimo,  e  male  trattato  dai  de- 
moni io  vidi  ecc.  nella  terza  il  detto  barattiere  palesa  vari 
compagni  suoi  lo  duca  ecc.  nella  quarta,  ed  ultima  tal  barat- 
tiere inganna  i  demoni,  e  scappa  lasciandoli  fra  loro  azzuf- 
fati o  me  vedete  ecc. 

Lagnasi  Dante  di  non  aver  potuto  mostrare  con  similitu- 
dini l'atto  osceno  di  quel  Barbariccia,  e  si  limila  a  dire,  che 
vide  nel  mondo,  in  pace,  ed  in  guerra  infiniti  segni  di  variatis- 
sime  operazioni,  ma  non  aveva  mai  scorto  segno  simile  a  quello 
del  canto  precedente  io  vidi  già  nell'esercito  contro  Caprona, 
del  quale  Dante  fece  parte  cavallieri  soldati  a  cavallo,  giac- 
ché il  nome  di  soldato  sta  bene  tanto  ai  pedoni,  quanto  ai  ca- 
valieri, secondo  Tito  Livio,  ed  altri  storici  mover  campo  a- 
zione  guerresca,  la  maggiore  capacità  di  un  condottiero  d'ar- 
mata sta  nel  saper  porre,  e  levare  il  campo,  locchè  a  Pirro 
tornò  di  somma  gloria  per  testimonianza  di  Annibale  sagacis- 
simo capitano  e  cominciar  stormo  tumulto,  schiamazzo  di 
terra  assediata,  segno  di  convenzione  e  far  la  mostra  con 
qualche  istromento  musicale  e  talvolta  partir  per  loro  scam- 
po fuggire,  per  evitare  male  maggiore,  o scorno;  e  tal  alloc- 
gli  dice  aver  veduto  nella  città  di  Arezzo.  Apostrofa  quindi  gli 
aretini  così  o  aretini  io  vidi  corridor  uomini  fuggenti  al  fu- 


S22  INFERNO 

ror  popolare  per  la  terra  vostra  per  Arezzo.  Vogliono  che  ciò 
avvenisse,  quando  i  Ghibellini  furono  scacciati  da  Fiorenza, 
giacché  allora  i  Guelfi  corsero  la  città  a  guisa  di  ladroni,  ma 
ciò  non  può  essere,  imperocché  Dante  non  era  nato  ancora,  od 
almeno  era  fanciullo.  Altri  sostengono  che  ciò  avvenisse,  quan- 
do i  Tarlati  diPietramala  furono  scacciati  nel  1307,  e  neppur 
questo  regge,  perchè  Dante  ebbe  la  visione  assai  prima.  Era 
molto  tempo,  che  Italia  misera  veniva  lacerata  da  repentine 
mutazioni,  da  furori,  e  da  stragi,  e  la  città  di  Arezzo  si  ridus- 
se all'estrema  desolazione,  essa  antica,  e  nobile  città,  tenuta 
per  una  delle  principali  di  Toscana  a  testimonianza  di  Livio! 
Dante  in  gioventù,  e  prima  del  suo  esilio  vide  il  tumulto  e  vidi 
gir  gualdane  masnade,  brigate  ferir  torneamenti  i  tornea- 
rne riti,  o  giostre  a  cavallo  si  tennero  in  Arezzo  al  tempo  di  Guido 
de' Tarlati  di  Pietramala,  personaggio  magnifico,  che  quella 
terra  alzò  a  splendore,  munendola  d'armi,  armati,  mura,  e 
di  molte  scuole  di  guerra.  Checché  per  altro  si  dica,  Guido 
non  fiori  al  tempo  di  Dante ,  ma  dopo  la  morte  di  questo,  e  se 
l'autore  avesse  conosciuto  le  di  lui  magnifiche  gesta,  non  le 
avrebbe  di  certo  passate  in  silenzio.  Il  passo  non  può  dunque 
riferirsi  ad  Arezzo,  ma  ad  altro  luogo,  avendo  visti  Dante  con- 
simili tumulti  in  Fiorenza,  Bologna,  Ferrara,  ed  altre  città 
molte  e  vidi  ferire  ferirsi  torneamenti  e  correr  giostre  nelle 
giostre  a  cavallo  sotto  diversi  segni  quando  con  trombe  col 
segno  della  tromba  o  per  movere  il  campo,  o  per  correre  a 
battaglia,  o  per  eccitare,  ed  animare  i  combattenti  quando  con 
campane ne'tumulti  di  città,  ed  anche  per  feste  con  tamburi 
regola  per  la  fanteria  e  con  cenni  di  castella  come  i  fuochi, 
i  fumi,  le  bandiere  e  con  cose  nostrali  con  qualche  oggetto 
d'uso  nostrale  e  con  istrane  con  oggetti  insueti,  e  straordi- 
nari, vidi  già  cavalier  non  pedon  mover  cosi  diversa  cela- 


CANTO  XXII.  523 

niella  zampogna,  composta  di  cannuccie  che  dan  suono  di- 
verso. Vuol  dire  in  sostanza;  mi  manca  un  segno  somigliante 
a  quell'atto  ne  vidi  nave  moversi  a  segno  di  terra  special- 
mente dalla  torre  del  porto  o  di  stella  come  la  tramontana. 

Noi  andavam  con  li  dieci  dimoni  che  Malacoda  ci  aveva 
dati  per  compagni  ah  fera  compagnia!  Ma  perchè  l'assumi? 
Perchè  nella  Chiesa  coi  santi,  nella  taverna  coi  beoni;  molte 
volte  il  più  onesto,  e  sapiente  è  costretto  dalle  circostanze  di 
tempo  e  di  luogo  a  conversar  con  infami  :  un  religioso  rispetta- 
bile, un  ricco, ed  onorato  mercante  trovansi  in  nave  coi  ruffiani, 
e  le  donne  pubbliche,  il  virtuoso  col  colpevole,  il  vino  puro  col- 
la feccia,  l'olio  colla  morchia.  La  virtù  senza  contrasto  anch'es- 
sa marcisce,  come  l'acqua  che  non  ha  moto.  Dante  non  insegna 
di  conversare  con  tal  razza  vile  e  spregevole,  ma  soltanto 
quando  la  necessità  lo  esiga  la  mia  intesa  lamia  intenzione 
era  pur  alla  pegola  solo  alla  materia  de'  barattieri  puniti  nella 
pece,  cosicché  ad  onta  del  turpe  atto  del  duca,  e  degli  altri 
demoni,  Dante  voleva  sino  a  fondo  compire  il  trattato  per  ve- 
dere  ogni  contegno  la  maniera  loro  in  quella  bolgia  e  de  la 
gente  che  entro  v  era  incesa  de'  barattieri ,  che  dentro  alla  pece 
bruciavano. 

Questi  barattieri  impeciati  ora  si  alzavano  alla  supeficie, 
ora  s'immergevano,  come  i  delfini  prima  della  vicina  tempe- 
sta, alcun  de  peccatori  mostrava  t allora  il  dosso  fuori  della 
superficie  della  pece  ad  alleviar  la  pena  per  diminuire  il  tor- 
mento et  ascondea  la  schiena  in  men  che  non  balena  in  un 
momento  cosi  come  i  delfini  pesci ,  che  nuotando  mostrano 
il  dosso  quando  fanno  segno  con  l  arco  de  la  schiena  colla 
schiena  piegata  ad  arco  nel  salto,  o  nuoto  ai  marinar  che 
s  argomentin  di  campar  lor  legno  prima  che  li  arrivi  la  vi- 
cina tempesta.  Sono  molti  i  delfini  nel  mare:  han  pelle  nera: 


324  INFEK1S0 

avvisano  i  marinari  della  vicina  burrasca:  i  barrallieri  sono  di 
maggior  numero  dei  delfini:  son  neri  d'infamie:  si  mostrano 
qualche  volta  all'avvicinarsi  d'una  sventura, non  per  salvare 
.  i  minacciati,  ma  per  perderli  maggiormente. Quell'essere  ri- 
cacciati dai  demoni  sotto  la  pece,  quando  vengono  alla  super- 
ficie indica,  che  la  baratteria  è  visco  tenace,  da  cut  l'uomo 
non  può  liberarsi.  Plinio  dice  cose  incredibili  del  delfino,  leg- 
gero, e  veloce  più  di  tutti  gli  animali  non  solo  marini,  ma  vo- 
latili, e  rapido  qual  saetta,  sorpassa  nel  corso  le  vele  gonfiate 
dal  vento,  e  i  peccatori  stavan  d  ogni  parte  intorno  intorno 
nella  bolgia  si  come  i  rannocchi  stanno  ali  orlo  alla  riva,  al- 
l' estremità  dell  aqua  di  un  fosso  pur  col  muso  fuori  in  terra 
—  si  che  celano  i  piedi  e  l  altro  grosso  metton  fuori  la  testa, 
e  tengono  nell'acqua  il  resto  del  corpo  ma  cosi  si  ritraon 
sotto  l  bollore  que'  barattieri  come  s  appressava  Barbaricda 
il  capo  di  que' demoni.  Le  rane  abitano  ne' fossi,  sono  male 
olenti,  non  si  allontanano  mai  dalle  acque,  timorosissime  fug- 
gono ad  ogni  piccol  rumore;  del  pari  i  barattieri  sono  chiusi 
nella  bolgia,  han  male  odore  di  fumo,  non  possono  torsi  dalla 
pece,  sono  agitati  ad  ogni  parola,  ad  ogni  frase  relativa  a  sco- 
prire le  frodi,  e  fuggono  il  giudizio  dell'uomo  integerrimo, 
e  puro. 

Io  vidi  seconda  parte  generale.  E  perchè  vide  orribile 
cosa,  Dante  aggiunge  et  ancora  el  cor  mi  s  aecaprieda  an- 
cora trema  ricordando  uno  aspettare  mentre  Barbariccia  an- 
dava vicino  alla  bolgia,  osservando  cosi  come  incontra  che 
una  rana  rimane  meno  paurosa  delle  altre  e  l  altra  spiccia 
sen  fugge,  e  si  nasconde  sott'acqua  e  Graffìacane  che  graffia, 
e  trascina  i  barattieri  che  gli  era  più  d  incontra  in  direzione 
opposta  l  arronciglio  prese  coli'  uncino  l  impegolate  come  i 
capelli  impeciati:  trassel  su  fuori  della  pece  alla  riva  che  mi 


CANTO  XXII.  525 

parve  una  lontra  la  lontra  è  animale  acquatico,  palustre, 
lungo,  peloso  qual  volpe,  di  pelo  nero,  di  muso  acuto,  ne- 
mico de'  pescatori ,  cui  lacera  le  reti,  e  libera  i  pesci,  che  nelle 
reti  sono  colli;  abita  per  lo  più  nell'acque  morte;  e  così  i  ba- 
rattieri per  poco  guadagno  le  tante  volte  liberano  i  più  gravi 
malfattori,  o  dal  carcere,  o  dall'ultimo  supplizio.  La  lontra  si 
prende  con  istrumento  di  ferro  acuto,  al  pari  del  barattiere 
tratto  con  uncini  di  ferro,  e  con  essi  trascinato,  i  maledetti 
demoni  gridavan  tutti  insieme  o  Rubicante  pazzamente  avido 
di  preda  fa  che  tu  gli  metta  gli  unghioni  adosso  le  grandi  un- 
ghie ricurve  siche  tu  lo  scuori  gli  cavi  il  cuoio,  la  pelle,  iosa- 
pea  l'autore  qui  fa  una  parentesi  —  quasi  dica  —  io  già  li  co- 
nosceva dacché  li  udii  nomarsi  a  vicenda.  Io  sapea  l  nome  di 
tutti  quanti  si  li  notai  tanto  mi  rimasero  impressi  quando 
furono  eletti  scelti  da  Malacoda  et  attesi  come  venivan  detti  o 
distinti  poi  che  si  chiamaron  per  nome  l'un  l'altro,  et  io  dissi 
o  maestro  mio  fa  se  tu  puoi  parla ,  se  puoi  che  tu  sappi  chi  e  lo 
sciagurato  preso  da  costoro  venuto  a  man  degli  avversari 
suoi  caduto  nelle  mani  di  così  crudeli  nemici. 

Lo  duca  mio  Virgilio,  per  soddisfare  al  mio  vivo  desi- 
derio li  s  accosto  a  lato  si  avvicinò  ad  essi  che  gridavan  tanto 
e  dimando  Ilo  ond  ei  fosse.  Per  quanto  io  credo,  Dante  co- 
nobbe quello  sventurato  nella  città  di  Parigi ,  allorché  vi  si  trat- 
tenne per  oggetti  di  studio  dopo  l' esilio  dalla  patria.  Era  co- 
stui uno  spagnuolo di  Navarra,  di  madre  nobile,  ma  di  padre 
vilissimo,  il  quale,  tutti  avendo  dilapidati  i  beni,  si  appiccò, 
disperato,  per  la  gola,  e  fu  arborificato  nel  cerchio  de' vio- 
lenti contro  sé  stessi.  Il  figlio  si  chiamò  Ciampolo,  che  la  ma- 
dre, per  rapporti  di  nobiltà,  mise  alla  dipendenza  di  un  gran- 
de di  Spagna.  Seppe  costui  con  tanta  malignità  diportarsi,  che 
in  breve  tempo  si  rese  carissimo  al  suo  principale,  che  gli 


526  INFERNO 

fece  un  nome,  e  lo  allogò  nella  corte  del  re  di  Navarra  —  Teo- 
baldo—il quale  fu  sovrano  di  specchiata  giustizia,  e  cle- 
menza. E  tanto  seppe  condursi  anche  presso  del  re,  che  inna- 
moratosi di  Ciampolo,  gli  affidò  l' intera  amministrazione  della 
corte.  Fu  allora  ch'entrò  nelle  ambagi  della  baratteria,  ed 
ammassò  ricchezze  immense.  Molti  alzavano  lagni  al  sovrano 
contro  di  lui;  ma  questi  non  prestando  fede  ai  querelanti  cre- 
sceva audacia,  e  si  spingeva  a  nuovi,  e  più  ardui  azzardi. 
Dice  Ciampolo  io  fui  nato  del  Regno  di  Navarra.  La  Spagna 
si  compone  di  cinque  regni  —  Castiglia — Aragona — Navarra 
— Portogallo — Granata,  mia  madre  che  mavea  generato  dun 
ribaldo  da  un  basso,  e  perfido  soggetto  distruggitor  di  se  e 
di  sue  cose  violento  contro  la  propria  persona,  e  beni  mi  pose 
a  servo  d  un  signore  al  servigio  di  un  grande  poi  fui  famiglio 
del  bon  Re  Thebaldo  fui  il  più  intimo  confidente  dell' ottimo 
re  Teobaldo;  ed  è  alta  sventura  di  un  regno,  quando  il  sovra- 
no fida  in  ufficiali  malvagi. 

Non  è  molto,  che  il  legato  di  Urbano  V  in  Bologna, 
uomo  distinto  per  nobiltà,  e  prudenza  ebbe  a  vicario  —  Bar- 
tolomeo Ruino,  —  barattiere  in  tutta  l'estensione  del  ter- 
mine ,  che  gli  concitò  P  odio  dell'  intera  popolazione.  Né 
mai  (non  so  qual  diavolo  lo  avesse  acciecato)  soffriva  la 
più  tenue  accusa  a  danno  del  vicario  suo,  ed  a  stento,  e 
quasi  forzato  lo  dimise.  Oh  quanto  fu  più  da  encomiarsi 
Cambise  re  di  Persia,  che  fece  scorticare  un  giudice  pre- 
varicatore ,  e  colla  pelle  coprire  la  sedia  sulla  quale  aveva 
resa  la  sentenza  ingiusta  pel  denaro  ricevuto!  Comandò,  che 
il  figlio  dello  scorticato  sedesse  sulla  medesima  scranna,  per- 
chè dovendo  ricordare  continuamente  la  paterna  punizione, 
imparasse  ad  essere  giusto.  Ciampolo  avrebbe  meritato  quel 
castigo,  perchè  in  vita  aveva  scorticati  molti,  e  Dante  a  ra- 


CANTO  XXII.  527 

gione  lo  fa  scorticare  dai  demoni  nell'  Inferno  mi  misi  a  far 
baratterie  vendendo  onori,  impieghi,  giustiziaci  che  io  ren- 
do ragione  in  questo  caldo  nella  pece  bollente  in  cui  sono 
immerso. 

E  Cirialo  che  superiormente  Dante  chiamò  Sanuto  a 
cui  una  sanna  uscia  di  bocca  da  ogni  parte  come  a  porco 
o  cinghiale  li  fé  sentir  come  luna  sdrucia  scorticava,  lace- 
rava. Con  quant'  arte  P  autore  tratta  questa  materia!  Parago- 
nò i  barattieri  prima  ai  cani ,  ai  delfìni ,  alle  rane:  indi  ai  gatti, 
ed  ai  sorci,  ma  sempre  le  similitudini  sonoconvenientissime. 
Il  gatto  prende  i  sorci  con  denti,  ed  unghie  acute  che  stende  e 
ritira  per  arraffare.  Il  topo  è  animaletto  insidioso,  che  di  nasco- 
sto rode  e  rapisce,  e  viene  perciò  detto  ratto,  è  timido  vile  e 
fugge.  Come  i  gatti  coi  denti,  e  colle  unghie  malmenano  i 
sorci,  altrettanto  i  demoni  fan  ludibrio  de' barattieri  coi  denti, 
unghie,  ed  uncini;  e  la  convenienza  della  similitudine  sta  in 
questo,  che  il  topo  rapisce,  ed  è  rapito  dal  gatto  ed  il  gatto 
è  morsicato  dal  cane,  al  pari  del  piccolo  barattiere  eh1  è  mor- 
sicato dal  mezzano,  ed  il  mezzano  dal  maggiore,  il  sorco  il 
topo  era  venuto  tra  male  gatte  tra  perfidi  demoni,  ma  Bar- 
bariccia  il  cinse  con  le  braccia  come  superiore  di  potere,  e 
di  grado  e  disse  state  in  la  tiratevi  indietro  mentr  io  lo  in- 
forco mentre  lo  infilzo  nel  mio  uncino  e  rivolse  la  faccia 
al  mio  maestro  a  Virgilio  che  stava  perplesso  e  disse  diman- 
da ancora  se  più  disii  dimanda  altre  cose  se  le  desideri  sa- 
per da  lui  giacché  costui  arrivò  alla  sublimità  nella  baratte- 
ria pria  eh  altri  il  disfaccia  tanto  più  che  gli  altri  demoni 
sono  smaniosi  di  lacerarlo.  Oh  quante  volte  vidi  il  consimile 
nelle  corti!  Il  cancelliere  vuole  la  parte  sua,  la  vuole  il  came- 
riere, la  vuole  il  sostituto,  la  vuole  il  servo,  la  vuole  perfino 
il  portiere,  e  così  P  infelice  petente  resta  del  lutto  pelato. 


528  INFERNO 

Lo  duca  terza  parte  generale— Virgilio  disse  dunque  or 
di  degli  altri  rii  degli  altri  barattieri  cognosci  tu  alcun  che 
sia  latino?  Vorrei  conoscere  qualche  barattiere  italiano  sotto 
la  pece  bollente,  e  quelli  Ciampolo  rispose  io  mi  parti  poco  e 
è  poco  tempo  che  fui  tratto  dalla  pece  da  Graflìacaoe  da  uno 
barattiere  famoso  che  fu  di  la  vicino  che  fu  di  Sardegna  vi- 
cino air  Italia.  Le  isole  vicine  all'  Italia  sono  Sicilia,  e  Sarde- 
gna, la  prima  divisa  da  uno  stretto  di  mare  dalla  parte  orien- 
tale, l'altra  dal  mar  Tirreno:  ambidue  fertilissime,  spesso 
preda  de' barbari,  ed  oggetto  di  molte  guerre  fra  i  romani, 
ed  africani.  Dante  usa  spesso  della  frase  —  latino  suolo  — 
per  esprimere  suolo  d'  Italia.  Propriamente  parlando  dovreb- 
bero dirsi  latini  tutti  che  usano  della  lingua  latina  —  galli  — 
germani  —  inglesi  —  spagnuoli. — Non  pertanto  suona  anche 
italiano,  perchè  la  lingua  italiana  trasse  dalla  greca,  e  dalla 
latina.  —  Così  foss'  io  ancora  con  lui  cotto  stessi  ancora  sotto 
la  pece  con  lui  eh  io  non  temerave  uncino  ne  unghia  non  te- 
merei di  essere  da  costoro  lacerato. 

ELibicocco  troppo  disse  avem  sofferto  troppo  abbiam  sof- 
ferto tollerato ,  e  costui  va  per  le  lunghe,  onde  passi  tempo  e 
presegli  il  braccio  col  ronciglio  coir  uncino  si  che  stracciando 
ne  porto  un  lacerto  un  pezzo  di  muscolo,  o  per  parlare  se- 
condo i  barattieri,  gli  diede  un  buon  carpicelo.  Ed  essendosi 
mostrato  pronto  altro  demonio  di  Care  lo  stesso  o  peggio,  il 
duca  lo  impedì.  Draghinacho  peggiore  di  Libicocco  ancor  gli 
volle  dar  di  piglio  —  arrancarlo  coir  uncino  —  giuso  alle 
gambe  perchè  non  potesse  fuggire  onde  il  decurio  loro  Bar- 
bariccia  si  volse  intorno  intorno  per  dir  più  volte  e  fece  cenno 
all'  intorno  per  frenare  la  smania  dei  demoni,  che  anche  fra 
gli  scellerati  bisogna  mantener  l'ordine  col  rispetto,  ed  ub- 
bidienza ai  superiori. 


CANTO  XXII.  ,    329 

Prenato  il  furore  dei  demoni  il  Duca  Virgilio  dimando 
senza  dimora  perchè  non  vi  era  tempo  da  perdere  a  lui  a 
Ciampolo  che  ancor  mirava  sua  ferita  la  ferita  del  braccio, 
tremando  quand  elli  fwron  un  poco  rapaciali  rappacificati, 
o  quieti  chi  fu  Colui  da  chi  udi  che  facesti  mala  partita  chi 
era  qi\el  tale,  da  cui  allontanandoti  dicesti  aver  fatto  maledir 
venire  a  proda  a  terra.  Risponde  Ciampolo  eh'  era  —  Fra  Go- 
mita, vicario,  e  luogotenente  del  giudice  Nino  in  Sardegna, 
sommo  barattiere,  e  che  finalmente  lo  stesso  Nino  fece  appic- 
care per  la  gola ,  perchè ,  corrotto  col  denaro ,  aveva  fatti  fug- 
gire vari  nemici  a  lui  dati  in  custodia  —  1  genovesi,  e  pisani 
valentissimi  per  battaglie  navali,  insieme  uniti,  occuparono 
una  volta  la  Sardegna,  togliendola  agli  africani.  Dopo  la  vit- 
toria convennero  —  che  i  genovesi,  piuttosto  avari,  avessero 
quanto  si  trovava  sopra  terra  nell'  isola,  i  pisani  all'incontro 
avessero  il  nudo  suolo.  Ciò  eseguitosi,  i  pisani  padroni  del 
suolo,  divisero  l' isola  in  quattro  parti,  che  nomarono  Giudi- 
cati, e  vi  costituirono  quattro  giudici. — Il  primo  Giudicato  fu 
detto  —  Logodoro  —  luogo  aureo ,  essendo  la  parte  più  fertile, 
ed  amena:  il  secondo  —  Calari  —  nome  antico  —  ed  ivi  —  se- 
condo Pomponio  Mela,  fu  una  volta  una  famosa  cita:  il  terzo 
—  Arboreo — :  il  quarto,  ed  ultimo  Gallura  così  chiamato  pei 
conti  di  Pisa  eh'  ebbero  il  Giudicato,  e  portavano  nell'arme 
un  gallo,  e  de'  quali  fu  Nino  scacciato  da  Pisa,  come  nel  can- 
to Vili  del  Purgatorio.  Giudice  di  Gallura  fu  fra  Gomita,  et  ei 
quel  Ciampolo  rispose  quello  da  cui  mi  allontanai  fu/ra  Gomi- 
ta quel  di  Gallura  in  Sardegna  vasel  d  ogni  froda  degno  com- 
pagno di  Ciampolo  eh  ebbe  i  nemici  di  suo  donno  in  mano  eb- 
be i  nemici  del  giudice  Nino  suo  signore  in  custodia.  I sardi, 
ed  ì  siciliani  chiamano  Donni  i  lor  padroni  e  fece  lor  si  operò 
tanto  bene  con  loro  che  ciascuno  se  ne  loda  perchè  li  lasciò 
Rambaldi  —  Voi.  i.  34 


530  INFERNO 

fuggire  impunemente:  denatsi  tolse  e  col  quale  si  rompe  ogni 
fede  e  lasciolli  di  piano  per  patto  dell'  avuto  denaro  si  com  ei 
dice  come  racconta  a  me,  ed  agli  altri  compagni  di  pena. 
Ogni  furbo  barattiere  parla  volentieri  dei  risultati  dell' arte 
sua,  e  tutto  giorno  ascolti  — io  guadagnai  cento  scudi  con 
una  sola  parola  —  guadagnai  più  tacendo,  che  parlando  e  fu 
anche  barattier  non  piccola  ma,  sovrano  superiore  ad  ogni 
altro  negli  altri  uffici  conferendo ,  e  dispensando  gli  altri  uf- 
fici per  denaro. 

Altro  barattiere  sardo  fu  Michele  Zanche,  vicario  del  re 
Enzio,  figlio  naturale  di  Federico  11.  Fu  tanto  solenne,  che 
morto  il  re  Enzio  nelle  carceri  di  Bologna,  presela  di  lui  ma- 
dre in  isposa,  e  così  divenne  padrone  del  Giudicato  di  Logo- 
#  doro.  Donno  Michel  Zanche  di  Logodoro  padron  Michele 
Zanche  di  Logodoro  usa  con  esso  col  predetto  fra  Gomita  eie 
lingue  loro,  di  Gomita,  e  di  Michele  non  si  seniori  stanche 
non  lasciando  mai  di  parlar  di  Sardegna ,  e  delle  loro  barat- 
terie,  quello  in  Gallura ,  questo  in  Logodoro.  Io  poi ,  terzo , 
quando  sono  con  que*  due,  parlo  di  Navarca.  Vuol  dire  in- 
somma—siamo  tre  degni,  e  buoni  compagni;  tre  solenni 
birbanti  al  servizio  di  tre  ottimi  padrooi.  Ciani  polo  per  altro 
ne  sapeva  più  degli  altri,  ed  avrebbe  guidati  gli  altri  alla 
scuola,  come  si  vedrà. 

0  me  vedete  quarta ,  ed  ultima  parte.  Ciampolo  astuta- 
mente finge  di  temere  que' demoni,  e  sforzasi  di  ottenere  al- 
tro spazio  di  tempo,  non  già  per  sollievo  al  tormento,  ma 
furbescamente  onde  prendere  il  destro  di  fuggire  incolume 
dalle  loro  mani.  0  me  ahimè  che  vedo!  Vedi  tu  l altro  che 
digrigna?  i  denti?  Io  direi  anche  nominerei  anche  altri  ba- 
rattieri, e  paleserei  cose  incredibili  ma  io  temo  cheUo — non 
s  apparecchi  a  gr  atarmi  la  tigna  temo  che  qualche  demonio 


CANTO  XXII.  331 

mi  attacchi  coi  denti  o  nel  capo,  o  nei  fianchi  per  pan  irmi 
delle  mie  frodi.  E  vedi  la  ingegnosa  metafora  di  —  tigna  — 
per  baratteria,  imperocché  la  tigna  ha  radice  nella  cute,  e 
non  può,  se  non  difficilmente  estirparsi;  e  del  pari  la  barat- 
teria è  aderente,  ed  ha  radice  nel  cuore,  che  non  può  svellersi 
se  non  con  molta  difficoltà.  L'uomo  cerca  coprire,  e  nascon- 
der la  tigna,  come  il  barattiere  la  frode,  e  come  la  tigna  si 
purga  colla  pece,  così  la  baratteria,  e  l gran  preposto  Barba- 
riccia  volto  a  Far  far  elio  al  demonio  veloce  che  tralunavagli 
occhi  per  ferire  che  aveva  gli  occhi  torti  per  ferire  —  e  gli 
disse  o  malvagio  ucello  perchè  ha  le  ali ,  e  le  unghie  rapaci 
fatti  in  costa  vieni  verso  di  me.  Ciampolo  avuta  un  poco  di 
tregua,  tornò  al  primo  racconto  lo  spaurito  navarrese  rico- 
mincio a  dire  appresso  continuando  io  ne  farò  venir  Toschi, 
e  Lombardi  de'  più  distinti  in  baratteria.  L' autore  accenna 
solo  toscani,  o  lombardi  perchè  esso  fu  toscano,  e  Virgilio 
lombardo,  e  Ciampolo  disse — qui  sono  tanti  del  vostro  paese, 
che  potete  vederli,  e  sentirli;  ma  le  male  branche  le  ugne,  e 
gli  uncini  di  questi  demoni  stiano  un  poco  in  cesso  in  quiete, 
stiano  un  poco  ferme  si  chei  tanto  che  i  toscani,  e  lombardi 
che  verranno  non  temano  di  lor  vendette  non  siano  trattati 
come  me  ed  io  ne  faro  venir  sette  per  uno  che  so  per  un  ba- 
rattiere spagnolo  sette  toscani,  e  lombardi  seggiendo  in  que- 
sto luogo  istmo.  Odi  malizia!  Pareva  che  dicesse,  non  voglio 
fuggire ,  quando  un  de'  demoni  stava  per  prenderlo  fra  le  gam- 
be, e  farlo  cadere:  ora  dice  voler  porsi  a  sedere  quando  su- 
fiero  quando  fischierò  com  e  nostr  uso  di  fare  come  siamo 
soliti  a  fare  aliar  che  alcun  si  mette  fuori  quando  alcuno  si 
mette  fuori  dalla  pece.  I  barattieri  hanno  un  segno  di  con- 
venzione nell'esercizio  dell'  arte  loro:  il  fischio  è  segnate  di 
ladro,  come  ladro  può  chiamarsi  il  barattiere. 


532  INFERNO 

Cagnazzo  gran  cane  palatino  levo  l  muso  cr olanda  il 
capo  sdegnoso  che  un  minore  tenti  ingannare  un  maggiore 
a  coiai  motto  a  quelle  parole  e  disse  odi  malitia  eh  etti  ha 
pensato  per  gettarsi  giuso  per  nascondersi  sotto  la  pece,  ond 
ei  il  perchè  Ciampolo eh avea  tomoli  malizie,  e  tranelli  a  sua 
disposizione  a  gran  dovizia  in  gran  quantità  e  non  aveva  bi- 
sogno di  tempo  a  trovarle  rispuose  malitioso  son  io  troppo 
sono  troppo  semplice,  e  matto  quand  io  procuro  maggior 
tristicia  ai  miei  compagni  esibendomi  di  condurli  qui  Ali- 
chino  non  se  tenne  non  potè  più  contenersi  et  disse  a  lui  di 
rintoppo  agli  altri  contro  degli  altri  fermi  sulla  riva  io  non 
ti  verro  detro  di  galoppo  il  galoppo  è  il  mezzo  tra  il  correre, 
e  trottare  —  la  tua  agilità  non  potrà  giovarti,  perchè  io  ho  le 
ali  se  tu  li  cali  se  tu  precipiti  dalla  riva  ma  batterò  le  ali  so- 
pra lapice  volando  ti  raggiungerò,  e  sarai  prima  che  tra  la 
pece,  tra  le  unghie  mie  lascisi  il  calle  e  sia  la  ripa  scudo 
scendiamo  da  questa  cima  sulla  ripa,  che  sia  tuo  riparo  e  la 
ripa  fia  scudo  e  poco  potrà  giovarti,  se  vuoi  fare  a  capelli 
col  diavolo  a  vedere  se  tu  solo  vali  più  di  noi. 

E  qui  Dante  invita  a  maggiore  attenzione  nel  descrivere 
nuova  e  maravigliosa  battaglia,  o  tu  che  leggi  o  leggitore 
vedi  nuovo  ludo  nuova  battaglia ,  o  combattimento.  Ciam- 
polo in  un  baleno  si  mise  in  fuga,  e  que' diavoli  furono 
delusi  ciascuno  demonio  volse  gli  occhi  dall  altra  costa 
voltò  il  viso  ad  altra  parte,  fingendo  aver  dato  campo  a 
Ciampolo  di  parlar  con  Virgilio:  quel  primo  eh  era  più 
crudo  più  crudele,  e  fiero  a  far  ciò  Alichino,  minaccia- 
va ;  ma  Ciampolo  non  ne  sapeva  meno  di  lui  lo  Navarrese 
ben  suo  tempo  colse  prese  P  opportunità  fermo  le  piante 
a  terra  e  salto  fuori  della  riva  in  un  punto  in  un  istante  e 
se  tolse  del  proposto  loro  scappando  dalle  mani  di  Barbarie- 


CANTO  XXII.  535 

eia,  che  lo  difendeva  dagli  altri  di  che  ciascuno  ogni  demo- 
nio fu  compuncto  di  colpa  si  dolse  quasi  in  colpa  di  averlo  la- 
sciato fuggire;  o  secondo  altra  lezione  —  di  colpo  —  o  pun- 
tura al  cuore  ma  quel  più  Alichino  si  rammaricò  di  più  che 
fu  cagion  del  difetto  perchè  fidava ,  avendo  le  ali ,  che  non  po- 
tesse in  niun  modo  fuggire  pero  si  mosse  e  disse  corse,  e  gri- 
dò tu  se  giunto  ma  non  fu  che  l  ode  non  poterò  avanzar  il  so- 
specto  il  sospetto,  ed  il  timore  resero  Ciampolo  più  veloce  dei- 
Tali  di  Alichino  quelli  andò  sotto  Ciampolo  andò  sotto  la  pece, 
né  più  comparve:  i  diavoli  non  poterono  vendicarsi  di  lui ,  anzi 
egli  si  vendicò  delle  lacerazioni  avute,  come  si  vedrà,  e  quei 
Alichino  drizzo  il  petto  suso  volando  per  non  toccar  la  pece. 
L  anitra  sattuffa  giù  di  botto  s' immerge  in  un  subito 
quando  el  falcon  s  appressa  a  lei  et  ei  il  falcone  ritorna  su 
crucciato  sdegnato  per  non  aver  preda  e  rotto  affaticato  non 
altrimenti  non  diversamente  dal  diavolo.  Similitudine  pro- 
pria! Alichino  ha  le  ali,  e  le  unghie  come  il  falcone.  L'  anitra 
è  animale  acquatico,  palustre,  capace  al  nuoto,  ed  ha  piedi 
con  membrane  che  servon  di  remi  :  ingorda  entra  nelle  reti , 
ed  è  presa  le  tante  volte  in  tal  modo:  ha  un  rostro  dentato, 
con  cui  divora  l'erba,  i  vermi,  ed  i  piccoli  pesci  — Questi 
estremi  convengono  tutti  al  barattiere.  Calcabrina  irato  de  la 
buffa  li  tenne  dretro  volando  non  tanto  per  vergogna ,  quanto 
per  aver  materia  di  rissa  con  Alichino  invaghito  che  quelli 
che  Ciampolo  campasse  per  aver  la  zuffa  con  Alichino.  volse 
gli  artigli  al  suo  compagno  Alichino  cosi  come  l  baraUier 
tanto  presto  quanto  Ciampolo  fu  disparito  s' immerse  sotto 
la  pece,  fu  ghermito  colui  sopra  l  fosso  fu  preso  cogli  artigli 
sopra  la  pece  ma  /attro  Alichino  fu  bene  sparvier  grifagno  ad 
artigliar  ben  lui  fu  sparviero  di  unghie  rapaci  a  restituirgli  la 
pariglia.  Gli  sparvieri  alcuni  son  di  nido  quando  si  prendono 


534  IXFERNO 

implumi:  altri  sono  raminghi,  perchè  comiociano  a  teotare 
il  volo:  altri  sono  grifagni  quando  volano  capaci,  agili,  astu- 
ti, rapaci,  e  ambedue  Alichino  e  Calcabrina  cadder  nel  mezzo 
del  bollente  stagno  caddero  nella  pece  bollente.  Dante  con  tale 
pugna  rappresenta  il  caso  ordinario  che  avviene  nelle  corti, 
e  vidi  anch'io.  Coi  due  demoni  si  figurano  due  primi  ufficiali 
barattieri:  viene  in  corte  un  Ciampolo,  un  malizioso,  azzimato 
e  goloso,  che  finge  possedere  molte  ricchezze,  ed  aver  molte 
cause;  tosto  si  tenta  di  prenderlo;  ma  egli  astuto  offre  doni , 
azzarda  promesse,  e  finalmente  si  abbandona  ad  un  terzo  la- 
sciando  idue  primi  delusi,  i  quali  sdegnati  gli  giurano  odio 
eterno,  insieme  al  terzo  a  cui  si  fidò.  Ambidue  perdettero  la 
preda,  ed  acquistarono  riso,  scherno,  ed  infamia,  lo  caldo 
della  pece  bollente  f ite  subito  schermitore  il  difensor  di  co- 
storo, che  fece  loro  aprir  gli  artigli.  11  timore  della  infamia , 
e  della  pena  tante  volte  fa  cessare  costoro  dall'  aperta  ostilità, 
sebbene  in  cuor  loro  si  mantengano  acerrimi  nemici,  ma  pero 
di  levarsi  era  niente  indarno  tentavano  di  sorgere  si  avevan 
inviscate  le  sue  ale  dalla  pece. 

Barbariccia  dolente  della  loro  caduta,  e  dello  scandalo 
con  gli  altri  suoi  cogli  altri  sette  demoni,  che  rimaser  fuori 
ne  fé  volar  quattro  dall  altra  costa  dall'opposta  riva  con 
tutti  i  raffi  e  assai  prestamente  perchè  tentassero  ricupe- 
rare que'  due ,  ossia  sottrarli  all'  infamia.  Mandò  pertanto 
compagni  a  frapporsi,  e  far  lor  dire,  che  il  fumo  della 
pece  giunse  alle  narici  del  duce  discesero  a  la  posta  di 
qua  di  la  dall'  una  e  l' altra  parte  porser  gli  uncini  verso 
gì  impaniati  verso  i  due  invischiati,  per  trarli  dalla  pece  e 
noi  lasciammo  lor  cosi  impacciati  intendi  da  queste  ultime 
espressioni ,  che  i  sapienti  non  s' intrigano  di  lai  latti,  e  rìdono, 
lasciando  gli  altri  nella  poltiglia.  Avrai  anche  appreso,  che  i 


CANTO  XXII.  535 

barattieri  maggiori  ingannano,  e  tormentano i  minori,  e  que- 
sti, dopo  risse,  e  fragori,  vilmente  se  la  battono.  Non  vi  è  al- 
cuno, che  possa  evitare  le  insidie  de' barattieri  nascoste,  ma 
scoperte  che  le  abbia,  deve  punirle  sulP  esempio  di  Ales- 
sandro imperatore.  Scrive  Elio  Lampridio —  nella  vita  di  Au- 
relio Alessandro — che  questi  ebbe  ottimi  subalterni,  fra  i  quali 
si  annovera  Ul  pi  a  no,  tesoro  nella  giurisprudenza;  e  non  per- 
tanto ebbe  un  Turmo  iniquissimo  barattiere,  che  scoprendo 
avere  l' imperatore  in  pensiero  di  fare  una  grazia,  preveniva 
il  graziando,  e  fissava  il  prezzo,  fingendo  di  essere  il  media- 
tore di  ottenerla,  tocche  tutto  era  menzogna.  Alessandro  sco- 
perta tal  froda ,  comandò,  che  si  legasse  ad  un  palo  nella  pub- 
blica piazza,  cui  sottopor  fece  paglia,  fieno,  e  legni  bagnati, 
ed  appiccando  fuoco,  lo  fece  morire  soffocato  dal  fumo,  mentre 
di  continuo  gridava  A  banditore  perisca  di  fumo  chi  vendetti 
il  fumo. 


CANTO  XXIII 


TKSTO  MOUKBNO 


Taciti,  soli,  e  senza  compagnia, 
N'andavam  l'un  dinanzi,  e  l'altro  dopo, 
Come  i  frati  minor  vanno  per  via.  3 

Volto  era  in  su  la  favola  d' Esopo 
Lo  mio  pensier  per  la  presente  rissa, 
Dov'  ei  parlò  della  rana  e  del  topo:  6 

Che  più  non  si  pareggia  mo  e  issa, 
Che  l'un  con  l'altro  fa,  se  ben  s'accoppia 
Principio  e  fine  con  la  mente  fissa:  9 

E  come  l' un  pensier  dall'  altro  scoppia , 
Così  nacque  di  quello  un  altro  poi , 
Che  la  prima  paura  mi  fé  doppia.  12 

lo  pensava  così:  questi  per  noi 
Sono  scherniti,  e  con  danno  e  con  beffa 
Sì  fatta,  ch'assai  credo  che  lor  nói.  15 

Se  l'ira  sovra  il  mal  voler  s'aggueffa, 
Ei  ne  verranno  dietro  più  crudeli , 
Che  cane  a  quella  lepre  ch'egli  acceffa.  18 

Già  mi  senlia  tutto  arricciar  li  peli 
Dalla  paura,  e  stava  indietro  intento, 
Quando  io  dissi:  Maestro,  se  non  celi  21 

Te  e  me  tostamente ,  io  pavento 
Di  Malebranche:  noi  gli  avem  già  dietro, 
lo  li  immagino  sì ,  che  già  gli  sento.  2* 


CANTO  XXIII.  537 

E  quei:  s'io  fossi  d'impiombato  vetro, 

L'immagine  di  fuor  tua  non  trarrei 

Più  tosto  a  me,  che  quella  dentro  impetro.  27 
Pur  mo  venieno  i  tuoi  pensier  tra  i  miei 

Con  simil  atto  e  con  simile  faccia, 

Sì  che  d'entrambi  un  sol  consiglio  fei.  50 

S'egli  è  che  sì  la  destra  costa  giaccia, 

Che  noi  possiam  nell'altra  bolgia  scendere, 

Noi  fuggi  rem  Immaginata  caccia.  33 

Già  non  compiea  di  tal  consiglio  rendere, 

Ch' io  li  vidi  venir  con  l'ale  tese, 

Non  molto  lungi ,  per  volerne  prendere.  36 

Lo  Duca  mio  di  subito  mi  prese,  ' 

Come  la  madre,  ch'ai  romore  è  desta, 

E  vede  presso  a  sé  le  fiamme  accese,  39 

Che  prende  il  figlio  e  fugge  e  non  s'arresta; 

Avendo  più  di  lui  che  di  sé  cura, 

Tanto  che  solo  una  camicia  vesta  :  42 

E  giù  dal  collo  della  ripa  dura 

Supin  si  diede  alla  pendente  roccia, 

Che  l'un  de' lati  all'  altra  bolgia  tura.  45 

Non  corse  mai  sì  tosto  acqua  per  doccia 

A  volger  ruota  di  mulin  terragno, 

Quand'ella  più  verso  le  pale  approccia,  48 

Come  il  Maestro  mio  per  quel  vivagno, 

Portandosene  me  sovra  il  suo  petto, 

Come  suo  figlio,  e  non  come  compagno,  51 

Appena  furo  i  pie  suoi  giunti  al  letto 

Del  fondo  giù,  ch'ei  giunsero  sul  colle 

Sovresso  noi:  ma  non  gli  era  sospetto;  54 

Che  l'alta  Provvidenza,  che  lor  volle 


538  INPERNO 

Porre  ministri  della  fossa  quinta, 

Potere  indi  partirsi  a  tutti  tolle.  57 

Laggiù  trovammo  una  gente  dipinta, 
Che  giva  intorno  assai  con  lenti  passi, 
Piangendo,  e  nel  sembiante  stanca  e  vinta.        60 

Egli  avean  cappe  con  cappucci  bassi 
Dinanzi  agli  occhi,  fatte  della  taglia, 
Che  per  li  monaci  in  Colonia  fassi.  63 

Di  fuor  dorate  son>  sì  ch'egli  abbaglia, 
Ma  dentro  tutte  piombo,  e  gravi  tanto, 
Che  Federigo  le  mettea  di  paglia.  66 

0  in  eterno  faticoso  manto! 
Noi  ci  volgemmo  ancor  pure  a  man  manca 
Con  loro  insieme,  intenti  al  tristo  pianto:  69 

Ma  per  lo  peso  quella  gente  stanca 
Venia  sì  pian,  che  noi  eravam  nuovi 
Di  compagnia  ad  ogni  muover  d'anca.  72 

Perch'io  al  Duca  mio:  fa,  che  tu  trovi 
Alcun,  ch'ai  fatto  o  al  nome  si  conosca; 
E  gli  occhi,  sì  andando,  intorno  movi.  75 

E  un ,  che  intese  la  parola  Tosca , 
Dirietro  a  noi  gridò:  tenete  i  piedi, 
Voi,  che  correte  sì  per  l'aura  fosca:  78 

Forse  ch'avrai  da  me  quel  che  tu  chiedi. 
Onde  il  Duca  si  volse,  e  disse:  aspetta, 
E  poi  secondo  il  suo  passo  procedi.  81 

Ristetti,  e  vidi  duo  mostrar  gran  fretta 
Dell'animo,  col  viso,  d'esser  meco, 
Ma  tardavagli  il  carco  e  la  via  stretta.  84 

Quando  fur  giunti,  assai  con  l'occhio  bieco 
Mi  rimiraron  senza  far  parola: 


CANTO  UHI.  539 

Poi  si  volsero  io  sé,  e  dicean  seco:  87 

Costui  par  vivo  all'atto  delia  gola; 

E  s'ei  soo  morti,  per  qual  privilegio 

Vanno  scoverti  della  grave  stola?  90 

Poi  dissenni:  o  Tosco,  ch'ai  collegio 

Degl'ipocriti  tristi  sei  venato, 

Dir  chi  tu  sei  non  avere  in  dispregio.  93 

E  io  a  loro:  io  fui  nato  e  cresciuto 

Sovra  il  bel  fiume  d'Arno  alla  gran  villa, 

E  son  col  corpo  che  ho  sempre  avuto.  96 

Ma  voi  chi  siete,  a  cui  tanto  distilla, 

Quant'  io  veggio,  dolor  giù  per  le  guance 

E  che  pena  è  in  voi  che  sì  sfavilla?  99 

E  l'un  rispose  a  me:  le  cappe  rance 

Son  di  piombo  sì  grosse ,  che  li  pesi 

Pan  così  cigolar  le  lor  bilance.  109 

Prati  Godenti  fummo ,  e  Bolognesi , 

Io  Catalano,  e  costui  Loderingo 

Nomati  ;  e  da  tua  terra  insieme  presi ,  105 

Come  suole  esser  tolto  un  uom  solingo. 

Per  conservar  sua  pace,  e  fummo  tali, 

Che  ancor  sì  pare  intorno  dal  Gardingo.  108 

lo  cominciai:  o  frati,  i  vostri  mali.... 

Ma  piti  non  dissi,  ch'agli  occhi  mi  corse 

Un,  crocifisso  in  terra  con  tre  pali.  1 1 1 

Quando  mi  vide,  tutto  si  distorse, 

Soffiando  nella  barba  co'  sospiri  : 

E  il  frate  Catalan,  eh 'a  ciò  s'accorse,  1 1* 

Mi  disse:  quel  confitto,  che  tu  miri , 

Consigliò  i  Farisei ,  che  convenia 

Porre  un  uom  per  lo  popolo  a'  martiri.  1 17 


540  INFERNO 

Attraversato  e  nudo  è  per  la  via , 
Come  tu  vedi;  ed  è  mestier  che  senta 
Qualunque  passa  com'ei  pesa  pria:  120 

E  a  tal  modo  il  suocero  si  stenta 
In  questa  fossa,  e  gli  altri  del  concilio, 
Che  fu  per  li  Giudei  mala  sementa.  123 

Àllor  vid'io  maravigliar  Virgilio 
Sovra  colui ,  eh'  era  disteso  in  croce 
Tanto  vilmente  nell'eterno  esilio.  196 

Poscia  drizzò  al  frate  cotal  voce: 
Non  vi  dispiaccia,  se  vi  lece,  dirci 
Se  alla  man  destra  giace  alcuna  foce ,  129 

Onde  noi  ambiduo  possiamo  uscirci 
Senza  costringer  degli  angeli  neri, 
Che  vegnan  d'esto  fondo  a  dipartirci.  132 

Rispose:  adunque,  più  che  tu  non  speri , 

S'appressa  un  sasso,  che  dalla  gran  cerchia 

# 

Si  muove  e  varca  tutti  i  vallon  feri ,  135 

Salvo  eh 'a  questo  è  rotto,  e  noi  coperchia: 

Montar  potete  su  per  la  ruinà , 

Che  giace  in  costa,  e  nel  fondo  soperchia.        138 
Lo  Duca  stette  un  poco  a  testa  china , 

Poi  disse:  mal  contava  la  bisogna 

Colui,  che  i  peccator  di  là  uncina.  141 

E  il  frate:  i'  udi'già  dire  a  Bologna 

Del  diavol  vizj  assai,  tra  i  quali  udi', 

Ch'egli  è  bugiardo,  e  padre  di  menzogna.        144 
Appresso  il  Duca  a  gran  passi  sen  gì, 

Turbato  un  poco  d'ira  nel  sembiante: 

Ond'io  da  gì' inca reati  mi  parti' 
Dietro  alle  imposte  delle  care  piante.  148 


CANTO    XXIII.  541 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  degl'ipocriti  nella  sesia  bolgia.  In  quattro  parti  ge- 
nerali può  dividersi  il  canto:  nella  prima  propone  il  modo  di 
fuggire  dai  due  demoni:  nella  seconda  castigo  degl'ipocriti 
ivi  trovammo  ecc.  nella  terza  due  ipocriti  moderni  perch  io 
al  Duca  ecc.  nella  quarta,  ed  ultima  descrizione  d'ipocriti 
antichi ,  e  partenza  dalla  bolgia  io  cominciai  ecc. 

Taciti  meditabondi  sul  caso  dei  demoni  azzuffati  soli 
sanza  compagnia  prima  ebbero  compagni  i  dieci  demoni,  ora 
andavano  soli  nandavam  lun  dinanti  Virgilio  sempre  pre- 
cedeva, perchè  più  antico,  e  perchè  altra  volta  discese  all'In- 
ferno, e  perchè  figurando  la  ragione  deve  andar  innanzi  l altro 
dopo  Dante  secondo  come  i  frati  minori  vanno  per  via  i 
frati  vanno  adduati,  e  composti.  Vogliono  alcuni  che  l'au- 
tore 9  facendo  menzione  de'  frati  minori,  abbia  avuta  intenzione 
di  asserire,  che  la  ipocrisia  trovisi  specialmente  nelle  persone 
religiose,  locchè  non  è,  come  lo  dichiara,  dicendo  ch'ebbe 
in  mente  la  favola  di  Esopo  delle  rane,  del  nibbio,  e  del  topo. 
lo  mio  pensier  era  volto  in  su  la  favola  d  Isopo  fu  Esopo  un 
poeta  dell'Asia,  che  scrisse  molte  favole  morali,  onde  riformare 
la  vita  civile,  ed  in  greco  scrisse  la  grand' opera,  dalla  quale 
fu  estratto  il  libretto  per  uso  delle  scuole:  in  esso  leggesi  la 
favola  qui  citata,  per  la  presente  rissa  di  Alichino,  e  Calca- 
brina,  dov  egli  nella  qual  favola  Esopo  parlo  della  rana  e  del 
topo  Dante  fa  conoscere  la  convenienza  della  favola  per  mezzo 
di  due  parole  —  oggi  —  ed  —  ancoi  —  che  tutti  due  signifi- 
cano —  di  presente.  I  toscani  dicono  —  mo —  i  lombardi  — 
issa  non  si  pareggia  più  non  sono  più  uguali  che  lun  con 
l  altro  fra  quanto  la  favola  di  Esopo,  e  la  zuffa  suesposta  lo 
■sono  se  principio  e  fine  ben  s  accoppia  bene  concordano  con 


542  INFERNO 

la  mente  fissa  ben  bene  confrontandoli.  E  siccome  la  conve- 
nienza del  principio,  e  del  fine  non  si  rileva  di  primo  aspetto, 
così  Dante  fin  da  principio  richiama  la  più  grande  attenzione 
per  rilevarla.  Il  topo,  e  la  rana  figurano  due  barattieri,  e  la 
rissa  tra  la  rana,  ed  il  topo  avvenne  ini  un  lago:  ecco  la  prima 
convenienza  tra  lago  d'acqua,  e  lago  di  pece.  Nel  principio  del- 
la favola  di  Esopo  si  legge,  che  la  rana  maliziosamente  si  portò 
dal  topo ,  e  lo  richiese  di  soccorso  per  un  falso  pericolo,  all'og- 
getto di  sommergerlo,  ed  affogarlo;  del  pari  Calcabrina  si  sca- 
gliò maliziosamente  sopra  di  Alichino  quasi  ad  ajuto  della  pre- 
sa di  Ciampolo,  ed  invece,  afferratolo,  tentò  sommergerlo 
nella  pece.  Mentre  nella  favola  contendevano ,  e  combattevano 
sopravenne  il  nibbio,  che  trasse  l'uno  e  l'altra  insieme  stretti 
dall' acqua  del  lago;  del  pari  Barbariccia  trasse  l'uno  e  l'al- 
tro demonio  insieme  avviticchiati  dalla  pece  bollente.  E  la 
fine  della  favola  porta  la  distruzione  della  rana  insieme  e  del 
topo,  così  la  fine  della  finzione  dantesca  si  è  la  confusione, 
e  la  vergogna  dei  due  barattieri  illusi  dalla  fuga  di  Ciam- 
polo. e  un  altro  pensiero  nacque  di  quello  dal  primo  cosi  co- 
me lun  pensier  scopia  dell  altro  quando  il  primo  ne  era  pie- 
no che  qua!  secondo  pensiero  mi  fé  doppia  la  prima  paura 
mi  raddoppiò  il  timore  che  prima  aveva,  io  pensava  cosi  den- 
tro di  me  questi  sono  scherniti  per  noi  i  demoni  furono  de- 
lusi per  cagion  nostra  con  danno  e  con  beffa  perchè  perdet- 
tero la  preda ,  e  furono  scherniti  in  maniera  sifaeta  così  turpe 
che  assai  credo  che  a  lor  noia  credo  che  sia  loro  molto  mo- 
lesta, ei  i  demoni  ne  verranno  dretopiu  crudeli  che  l  cane  a 
quella  lepre  eh  elio  acceffa  il  cane  per  odio  naturale  perse- 
guita, e  crudelmente  strazia  il  lepre,  del  quale  sugge  il  sangue: 
in  tal  modo  il  barattiere  veramente  cane,  perseguita  gì'  inno- 
centi per  innata  malizia,  e  li  dilania  .ve  UrasaggueffaseVird 


CANTO  XXIII.  543 

s' accresca  sopra  l  mal  volere  sopra  volontà  per  sé  stessa 
cattiva. 

Già  mi  sentia  tutti  i  peli  arricciar  nello  spavento  il 
sangue  restringesi  al  cuore  base  della  vita,  si  restringono  i 
pori  ed  i  peli  sovrastanti  si  drizzano  della  paura  e  intanto 
stava  indietro  ascoltando,  parendomi  averli  alla  schienagwan* 
do  dissi  o  maestro  Virgilio  io  pavento  di  Malebranche  dei  de- 
moni che  han  cattive  branche  se  non  celi  te  e  me  tostamente 
se  presto  non  ci  nascondiamo  noi  li  avemo  già  cbreto  li  ab- 
biamo presso  io  li  immagino  si  tanto  vivamente  che  già  li 
sento  V  imaginazione  crea  quasi  la  realtà,  come  dicono  i  fisi- 
ci,  e  la  mente  allora  quasi  la  sente,  e  quei  Virgilio  rispose  io 
non  trarrei  piuttosto  a  me  di  fuori  molti  interpretano  questo 
passo  in  opposizione  diretta  deliamente  di  Dante,  esponendo, 
che  se  esso  fosse  uno  specchio  non  trarrebbe  più  prestamente 
a  sé  la  immagine  di  Virgilio.  Ma  il  vero  senso  ò  tutto  air  op- 
posto. Fingi  che  Virgilio  sia  uno  specchio,  e  Dante  vivente  vi 
stia  di  contro  :  allora  ognun  conosce,  che  la  immagine  di  Dante 
tosto  si  trasporta  nello  specchio.  E  nel  proposito  Virgilio  in- 
tende esprimere  —  subito  ho  compreso  il  tuo  pensiero  ap- 
pena lo  formasti,  come  subito  rappresenterei  la  tua  immagine, 
se  fossi  uno  specchio,  e  quei  Virgilio io  non  trarrei  piiUtosto 
a  me  di  fuori  non  ritrarrei  la  tua  immagine  esteriore  che  im- 
petro che  fisso  dentro  nel!'  animo  mio  quella  immagine  men- 
tale se  fossi  di  piombato  vetro  se  fossi  uno  specchio,  che  for- 
masi col  piombo  applicato  al  vetro.  Siccome  poi  il  piombo  è 
corpo  opaco,  e  l' oggetto  non  penetra  pel  corpo  diafano  ol- 
tre il  piombo,  i  raggi  si  moltiplicano  ivi,  e  rendono  la  imma- 
gine, come  nella  prospettiva.  Virgilio  aveva  conosciuto  il  pen- 
siero di  Dante  appena  concepito,  travide  il  di  lui  timore,  e 
convenne  della  ragionevolezza  dell'  uno,  e  dell'altro,  pur  mo 


544  INFERNO 

venieno  i  tuoi  pensier  tra  i  miei  con  simile  acto  con  simile 
sospetto,  e  timore  et  con  simel  faccia  imperocché  anche  Vir- 
gilio pensava  così  — costoro  son  pravi,  han  unghie,  han  ferri 
adunchi;  possono  dunque  nuocerci:  è  prudenza  schivare  il 
pericolo:  la  vergogna  pò trebb' essere  maggiore  del  danno  « 
eh  io  fei  un  sol  consiglio  d  intrambendui  feci  un  solo  pen- 
siero del  mio,  e  del  tuo.  noi  fuggir em  l immaginata  caccia 
quella  persecuzione  de' demoni,  che  l'uno  e  l'altro  immaginò 
se  le  vero  che  la  sesia  costa  giaccia  se  è  vero,  che  la  sesta  ri- 
va  sia  rotta,  e  facile  ed  adatta  che  noi  possiamo  scender  nel 
altra  bolgia  noi  possiamo  discendere  nella  bolgia  sesta,  con- 
tigua, e  la  riva  non  sia  tanto  ripida,  ma  declive. 

Già  non  compio  di  render  tal  consiglio  non  per  anche 
aveva  terminato  Virgilio  di  dir  così  che  li  vidi  venir  con  Ioli 
tese  con  l' ali  spiegate,  avendo  liberatogli  altri  due  dalla  pece 
non  molto  lungi  per  volerne  pretidere:  Virgilio  tosto  si  allon- 
tanò, ed  il  tostano  di  lui  allontanarsi  si  mostra  con  una  simi- 
litudine per  sé  chiarissima  lo  Duca  mio  mi  prese  di  subito 
per  togliermi  al  pericolo  imminente  come  la  Madre  che  a  ro- 
more  e  desta  desta  in  tempo  di  notte  dal  romore  del  fuoco 
e  vede  presso  a  se  le  fiamme  accese  presso  del  letto,  o  nella 
stessa  propria  camera  che  prende  il  figlio  bambino,  ed  inca- 
pace di  fuggire  da  sé  e  fugge  e  non  s  arresta  avendo  più  cura 
di  lui  che  di  se  scappa  senza  fermarsi,  più  curando  il  figlio, 
che  sé  medesima  tanto  che  sola  una  camicia  vesta  non  sen- 
tendo vergogna,  coperta  da  sola  camicia,  benché  io  ne  ve- 
dessi una  fuggire  del  tutto  ignuda.  La  madre  é  più  tenera 
de'  figli,  che  non  è  il  padre,  perchè  secondo  Aristotile  è  più 
certa  del  figlio,  o  gli  costa  maggior  fatica  e  dolore  —  essa 
prima  del  parto  è  pesante,  nel  parto  dolente,  dopo  il  parto 
faticante.  Come  tal  madre,  Virgilio  liberò  Dante  impotente 


CANTO  xx m.  54$ 

alla  fuga,  essendo  gravato  dal  corpo.  E  quel  Virgilio  diede  se 
supino  si  mise  steso  in  terra  colla  schiena  giù  dal  colle  dal- 
l' alto  de  la  ripa  dura  perchè  formata  di  grosse  pietre  alla 
roccia  o  costa  pendente  che  qual  riva  lun  de  lati  ali  altra 
bolgia  tur  a  un*  parte  è  principio  della  bolgia  sesta  seguente, 
e  così  è  chiaro,  che  una  bolgia  chiude  l' altra:  aequa  non  corse 
mai  si  tosto  per  doccia  a  volger  rota  di  mulìn  terragno  l'ac- 
qua che  cade  dall'  alto  raccolta  nella  doccia  per  far  muovere  le 
macine  d'un  molino  non  corse  mai  tanto  veloce  quand  ella  più 
verso  le  pale  approccia  quanto  più  ò  vicina  alla  pala,  per 
la  ragione  che  il  moto  cresce  in  ragione  della  distanza  come 
l  maestro  mio  come  Virgilio  corse  per  quel  vivagno  per  quel- 
l'estremità della  riva  inclinata  portandose  me  sovra  Usuo 
pedo  portando  me  sul  petto  suo,  e  nel  petto  è  la  fonte  della 
vita,  e  vi  è  il  cuore  in  cui  è  ogni  virtù  umana  si  come  figlio 
con  amore  di  padre  non  come  compagno.  Il  compagno  nello 
spavento  non  aiuta  il  compagno,  se  non  colle  parole  —  fuggi 
—  fuggi  —  Iddio  ti  salvi!  e  quando  mai  lo  aiuti,  noi  farà  con 
queir  amore  di  padre,  che  Virgilio  mostrò  per  Dante.  L'ac- 
qua scorre  velocissima  per  la  doccia  a  macinare  il  primo  so- 
stentamento della  vita,  e  Virgilio,  spirito  lievissimo,  corre 
per  la  via  diretta,  che  guida  Dante  all'  eterna  salute. 

/  piedi  suoi  appena  fuor  giunti  al  letto  del  fondo  gin 
appena  toccarono  la  bolgia  sesta  chei  che  gli  stessi  demoni 
furono  in  sul  colle  sul  colmo  dell'argine  sovr  esse  noi  sopra 
di  noi  ma  non  gli  era  sospecto  ma  non  doveva  temersi  che 
l'alta  provvidenza  la  provvidenza  divina  che.hr  volle  porre 
ministri  della  fossa  quinta  metterli  custodi  della  quinta  bol- 
gia lolle  podere  lor  tolse  il  potere  a  tutti  di  partirsi  indi  a- 
vendo  con  quella  bolgia  prescritti  loro  i  confini,  che  non  pos- 
sono oltrepassare.  L' autore  in  tal  modo  esprime  la  giuriseli- 

Rambaldi  —  Voi.  1.  55 


346  INFERNO 

zione  della  baratteria,  e  nel  tempo  slesso  la  difficoltà  di  fug- 
gire dai  barattieri. 

La  giù  seconda  parte  generale.  11  castigo  degP  ipocriti 
consiste  nel  portare  cappe  larghe,  lunghe/  inadatte,  di  den- 
tro foderate  di  pesantissimo  piombo,  e  di  fuori  splendidamente 
dorate.  Oppressi  dal  grave  peso  si  muovono  lentamente,  e  ver- 
sano continue  lagrime  E  tali  cappe  portano  essi  anche  nel 
mondo,  perchè  sono  in  continue  lotte  colla  coscienza,  e  sof- 
frono perpetuo  sforzo  per  coprire  il  vizio  interno  con  ap- 
parente, ed  esterna  virtù,  locchè  è  gravissimo  ed  è  quasi  im- 
possibile in  ogni  parola,  opera,  ed  atto  di  non  iscoprire. 
L'ipocrisia  è  dunque  una  pesantissima  cappa  anche  nel  mondo. 
la  giù  in  fondo  della  bolgia,  e  liberati  dalle  mani  de*  demoni 
trovammo  una  gente  dipinta  trovammo  gì'  ipocriti  che  ve- 
ramente possono  dirsi  dipinti,  cioè  air  esterno  dipinti  a  virtù, 
giacché  la  pittura  mostra  1'  ombra  e  non  la  realtà  delle  cose, 
ed  è  per  questo  che  Virgilio  dice  di  Enea  —  pasce  l' anima  di 
vana  pittura  —  che  giva  intorno  assai  con  lenti  passi  gl'i- 
pocriti sembrano  vecchi  decrepiti  nel  loro  moversi  piangendo 
della  lor  pena;  o  moralmente  perchè  gì'  ipocriti  si  avvezzano 
al  pianto  per  meglio  ingannare.  Un  predicatore  ipocrita  de- 
clamava nella  mattina  sulla  santa  Passione,  e  contemporanea- 
mente beveva  molti  bicchieri  di  malvagia:  così  mescendo  le 
lagrime  al  vino  provocò  molte  migliaia  d'uomini  a  pianger 
seco,  eniunosi  ricusò  di  lagrimare  in  tal  modo  sulla  Passione 
di  Cristo.  Con  tali  gherminelle,  e  tranelli  ammassò  molto  de- 
naro, ed  ebbe  un  vescovato,  e  così  dalla  ipocrisia  passò  alla 
simonia,  nel  sembiante  stanca  e  vinta  nell'  esterno,  giacché 
amano  far  credere  che  menano  vita  austera,  macerati  da  ci- 
lici, e  da  flagelli,  e  dai  più  rigorosi  digiuni,  ed  astinenze. 

Elli  gì'  ipocriti  vestono  vilmente,  abbiettamente,  sordida- 


CANTO  XXIII.  547 

mente  perchè  si  argomenti  che  sprezzano  il  mondo,  e  le  arti 
mondane.  E  le  cappe  che  portano  nell'Inferno  vengono  parago- 
nate alle  cappe  de'  monaci  di  Alemagna,  inadatte,  informi,  etti 
havean  cappe  facte  de  la  taglia  della  forma  che  in  CoUogna 
per  Monaci  fossi  Colonia  è  città  grande,  e  fiorente  di  Alema- 
gna bassa,  sopra  Reno,  costrutta  dal  genero  di  Augusto,  e  per- 
ciò chiamata  Colonia  Agrippina.  Le  cappe  di  tai  monaci  sono 
le  più  informi  in  confronto  di  quelle  de' frati  minori,  de'  pre- 
dicatori, de'  gaudenti,  e  di  molte  altre  corporazioni  religiose 
con  capucci  bassi  dinanci  agli  occhi  glf  ipocriti  han  per  co- 
stume di  tener  l'occhio  a  terra,  il  cappuccio  sugli  occhi,  per 
persuadere  l'esecuzione  del  precetto  evangelico  —  l'occhio 
non  ti  scandalizzi.  —  Le  cappe  di  costoro  son  dorate  di  fuori 
per  indicar  perfezione,  essendo  l' oro  il  metallo  più  perfetto 
si  eh  etti  abbaglia  allucinano ,  ed  ingannano  e  semplici,  e  pru- 
denti, e  sapienti  ma  dentro  e  piombo  tutto  e  perchè  il  piombo 
è  vile,  imperfetto,  ed  oscuro  metallo,  così  rappresenta  la  loro 
viltà,  imperfezione,  ed  infamia.  Federico  II  studiava  di  essere 
crudele  nel  punire  i  delitti  di  lesa  maestà:  fece  morire  in  dura 
carcere  il  primogenito  suo:  fece  cavar  gli  occhi  a  Pietro  dalle 
Vigne  suo  secretano,  ed  amico:  fece  soffrire  inauditi  tormenti 
a  molti  altri.  In  fine  ordinò  una  tunica  di  piombo,  grossa  un' 
oncia,  e  con  essa  si  coprisse  il  reo  da  capo  a  piedi:  sotto  si 
adattasse  una  corrispondente  fornace:  il  calore  giunto  a  dato 
grado  fondeva  il  piombo,  e  col  piombo  il  reo,  cui  cadevano 
sciolte  a  brano  a  brano  le  membra  —  Federico  rigidamente  in 
tal  modo  puniva  i  delitti  di  tradimento,  e  Dio  rigidamente  in 
tal  modo  punisce  gì'  ipocriti,  ma  con  cappe  senza  confronto 
più  gravi  di  quelle  di  Federico  e  gravi  tanto  che  Federico  le 
mettea  di  paglia  erano  di  paglia  quelle  di  Federico  in  confron- 
to delle  cappe  infernali  degl'ipocriti:  le  pene  delle  prime  tem- 


548  INFERNO 

poranee,  di  queste  eteme;  quelle  scioglievano  il  corpo,  quesle 
l'anima  o  manto  faticoso  in  eterno  e  se  Dante  parla  d'Infer- 
no essenziale  dice  a  ragione  —  in  eterno  —  non  avendo  mai 
fine;  se  poi  parla  d'Inferno  morale,  devesi  limitarlo  alla  vita, 
ovvero  applicarlo  agi'  ipocriti  ostinati. 

Noi  ci  volgemo  ancor  più  a  man  mancina  alla  sini- 
stra, giacché  per  l' Inferno  si  va  per  tal  parte,  ma  piegavamo 
alquanto  alla  destra  per  consiglio  di  quel  Malacoda  con  loro 
insieme  con  quegli  spiriti,  che  ugualmente  andavano  alla  si- 
nistra intenti  al  tristo  pianto  1'  epiteto  conveniente  agi'  ipo- 
criti è  —  tristo  —  per  quanto  si  disse  ma  quella  gente  slanca 
venia  si  piano  per  lo  peso  per  la  cappa  grave,  e  lunga  che  noi 
eravamo  novi  di  compagnia  ad  ogni  mover  d  anca  ad  ogni 
passo  li  perdevamo. 

Perch  io  terza  parte  generale.  Due  ipocriti  moderni  per- 
di io  al  Duca  mio  dimandai  fa  eh  io  trovi  alcun  eh  al  nome 
o  al  facto  si  conosca  qualche  nome  celebre  in  ipocrisia  e  mo- 
vigliocchi  intorno  *i  andando  quasi  dicesse — non  vi  è  biso- 
gno di  tanta  ricerca,  se  gì' ipocriti  sono  infiniti,  e  un  che  ntese 
la  parola  tosca  il  parlare  toscano ,  che  fra  gli  altri  d' Italia  è 
facile  distinguersi ,  ed  era  uno  di  Bologna  non  moko  lontana 
da  Fiorenza  grido  di  dreto  a  noi  avendolo  noi  di  molto  oltre- 
passato o  voi  che  correte  sembravagli  che  Dante,  e  Virgilio 
corressero  in  confronto  del  di  lui  passo  di  testuggine  su  per  la 
via  fosca  ogni  bolgia  è  oscura,  e  questa  non  meno  tenete  i 
piedi  fermatevi ,  se  volete  conoscere  qualche  ipocrita  forse  che 
avrai  o  Tosco  da  me  quel  che  tu  chiedi  essendo  io  un  ipo- 
crita, che  avrai  piacere  di  riconoscere  perchè  nella  patria  fui 
tuo  conoscente.  Virgilio  intanto  consigliava  Dante  ad  usare 
lentezza,  e  precauzione,  unde  il  duca  si  volse  alle  parole  di 
quell'ipocrita  et  disse  aspetta  costui  che  ti  parlò  et  poi  prò- 


CANTO   XXIII.  549 

cedi  secondo  il  suo  passo  e  poi  va  come  va  egli,  dovendo  zop- 
picare chi  va  collo  zoppo.  Il  sapiente  cerca  uniformarsi  alla 
capacità  di  quello  cui  parla. 

Ristetti  e  vidi  due  mostrar  col  viso  coi  movimenti  della 
faccia  gran  fretta  dell  animo  di  esser  meco  di  venire  a  par- 
lare con  me  ma  l  carco  e  la  via  stretta  li  tardava  la  cappa 
pesante,  e  Y  erta  via  li  ritardava.  Così  è  espresso  al  vivo  un 
costume  dell'  ipocrita,  che  scorgendo  passare  un  personag- 
gio di  riguardo  cui  bramasse  parlare,  non  accelererebbe  il 
passo,  perchè  non  si  credesse  sfacciato.  Ed  anche  quest'  ipo- 
criti mi  rimiraron  assai  con  occhio  bieco  con  occhio  torto, 
ma  non  alzarono  il  cappuccio  senza  far  parola  tardi ,  e  quasi 
mai  parla  V  ipocrita  quando  fur  giunti  al  luogo  dove  gli  a- 
spettavamo:  poi  si  volsero  in  se  guardandosi  l'un  l'altro  e  di- 
cean  seco  fra  essi  costui  par  vivo  al  atto  de  la  gola  per  la 
parola  pronunciata:  allegoricamente  poi  perchè  Dante  non 
era  ipocrita  e  per  qual  privilegio  vanno  scoperti  della  grave 
stola  della  cappa  di  piombo  s  et  son  morti  per  qual  grazia 
vennero,  e  stanno  fra  noi  senza  castigo? 

Poi  disermi  un  di  loro  tu  non  sei  un  ipocrita,  e  cono- 
scendo noi  per  tali  sdegnerai  parlare  con  noi  o  Tosco  a- 
vendolo  conosciuto  al  discorso  che  se  venuto  al  collegio 
degli  ipocriti  tristi  che  sei  venuto  fra  gP  ipocriti  condan- 
nati da  Dio  di  chi  tu  se  giacché  fai  Maraviglia,  trovan- 
doti vivo  non  aver  a  dispregio  non  isdegnare  di  dircelo. 
et  io  attor  risposi  io  fui  nato  e  cresciuto  essendo  fino  a 
trentacinque  anni  vivuto  sopra  l  bel  fiume  dArno  di  tal  fiu- 
me parlasi  estesamente  nel  Purgatorio  canto  XIV  alla  gran 
villa  nella  città  di  Fiorenza,  nomandola  in  maniera  francese 
villa;  e  Fiorenza  è  il  decoro  di  quella  regione  per  estensione, 
potenza ,  ricchezza ,  amenità ,  e  ci  viltà  e  son  col  corpo  eh  io  ho 


550  '  INFERNO 

« 

sempre  avuto  e  non  sono  fantasma,  ma  vero  corpo  vivente; 
o  moralmente  non  finto,  ma  schietto  ed  aperto  ma  voi  chi 
siete  cui  tanto  dolore  quant  i  veggio  distilla  che  si  palesa 
colle  lagrime,  che  vi  piovon  dagli  occhi  e  che  pena  e  in  voi 
che  si  sfavilla  la  gravezza  della  pena  non  appariva  all'  esterno 
essendo  la  cappa  dentro  di  piombo  e  di  fuori  dorata.  E  di  vero 
chi  crederebbe  che  fossero  tanto  tormentati  essendo  esterna- 
mente così  splendienti? 

E  lun  rispose  a  me  le  cappe  r ance  le  cappe  dorate,  per- 
chè non  d'oro,  ma  di  sola  apparenza ,  come  l'ipocrisia  sondi 
piombo  si  grosse  che  li  pesi  fan  cosi  cigolar  le  lor  bilance 
fanno  oscillare  e  tremare  le  membra,  che  le  portano,  perchè 
le  giunture  sembrano  staccarsi,  ed  i  nervi  rompersi:  le  ossa 
di  costoro  si  chiaman  bilance,  perchè  tali  cappe  egualmente 
premono  il  corpo,  in  qualunque  parte  si  mova.  Loderingo  de- 
gli Andalò  bolognese  —  Giacomo  de'Caccianemici,  —  Rainiero 
degli  Alaedi  di  Modena,  e  molti  altri  della  stessa  città,  unitisi, 
deliberarono  di  supplicare  Urbano  IV  papa  a  conceder  loro  la 
fondazione  di  un  ordine,  la  prescrizione  di  un  abito,  e  riti- 
rati vivessero  liberamente,  ed  in  pace  negli  ozi  di  santa  me- 
ditazione. Urbano  condiscese,  che  l'ordine  fosse  chiamato  della 
milizia  della  Beata  Vergine  gloriosa.  Fissò  loro  una  regola,  e 
prescrisse,  che  portar  dovessero  cinte  semplici,  non  argenta- 
le, o  dorate;  che  non  intervenissero  mai  a  banchetti  secolari, 
non  recitassero  mai  sui  teatri,  e  nulla  donar  potessero  agi'  i- 
strioni;  non  potessero  mai  andar  soli,  ma  avere  di  continuo 
un  compagno  o  frate,  od  alcuno  convittore  —  e  tante  altre 
prescrizioni,  che  sarebbe  noioso  raccontare.  L'abito  concesso 
era  nobile,  come  quello  de'  predicatori:  la  insegna  uno  scudo 
bianco  con  croce  rossa,  noi  fummo  frati  godenti  come  vol- 
garmente nomavansi  in  Bologna.  La  forma  dell'abito,  la  ma- 


i 


CANTO  XXIII.  551 

niera  di  vita,  la  niuna  fatica,  la  esonerazione  di  pesi  pubblici, 
la  splendida  tavola,  e  trattamento,  furono  da  principio  cagione 
per  cui  si  chiedeva  —  ma  che  frati  son  questi?  questi  sono 
frati  gaudenti.  —  E  ciò  bastò  perchè  gaudenti  fossero  chia- 
mati insino  al  giorno  d'oggi,  invece  del  loro  vero  nome  di  — 
militi  della  madre  di  Dio  e  bolognesi  perchè  l'ordine  si  fondò 
in  Bologna,  ed  il  monastero  principale  trovasi  presso  al  ca- 
ste! de'  Britti  poco  distante  da  Bologna.  Alcuni  frati  han  mo- 
glie, altri  sono  stretti  dagli  ordini  sacri,  e  dicon  messa,  io  Ca- 
stellano nobile  personaggio  de' Castellani  di  Bologna  e  questi 
Loderingo  degli  Andalò  nomati  e  da  tua  Terra  insieme  presi. 
Crescendo  le  divisioni  in  Fiorenza,  morto  il  re  Manfredi, 
la  parte  Ghibellina  intiepidì,  e  la  Guelfa  si  alzò,  e  prese  il  so- 
pravento. Il  popolo  quindi  eh'  era  più  Guelfo  cominciò  a  gri- 
dare, che  i  Guelfi  banditi  si  riducessero  in  città.  Ma  nulla  si 
ottenne  dopo  molte  adunanze,  e  deliberazioni.  I  fiorentini  per 
altro  si  lagnavano  della  tirannia  del  conte  Guido  Novello  vi- 
cario di  Manfredi,  memori  dei  danni  riportati  vicino  a  Monte- 
aperto,  dove  uno  il  padre,  l'altro  il  figlio,  altri  avevano  per- 
duto l'amico,  il  fratello,  il  congiunto.  Il  perchè  i  principali 
Ghibellini,  che  allora  reggevano  Fiorenza,  onde  sedare  il  po- 
polo, elessero  due  frati  gaudenti  di  Bologna  —  Castellano  Guel- 
fo —  e  Loderingo  degli  Andalò  ghibellino  —  a  mediatori  delle 
vertenze.  Questi  due  frati  creati  podestà* di  Fiorenza  furono 
messi  nel  palazzo  pubblico  a  capi  della  reggenza  dello  stato, 
loro  raccomandando  di  non  azzardare  la  minima  spesa  che 
non  fosse  di  assoluta  necessità.  I  due  frati,  quantunque  di 
opposto  partito ,  ipocriti  ambidue,  si  mostrarono  concordi  più 
per  loro  privato,  che  pel  pubblico  vantaggio.  Ordinarono  per- 
tanto, che  trentasei  persone  scelte  nel  ceto  de* mercanti,  ed 
artieri  provvedessero  al  mantenimento  loro,  ed  alle  spetfe  del 


552  INFERNO 

comune.  Gli  scelli  furono  Guelfi,  Ghibellini,  nobili,  e  plebei, 
—  quali  erano  in  città,  quando  i  Ghibellini,  data  battaglia 
a  Monleaperlo,  rientrarono  colle  forze  di  Manfredi,  come  fu 
detto  ne'canti  X  e  XVI.  I  Trentasei  sanzionarono  molte,  e  buone 
leggi,  ed  ordinamenti;  crearono  capitani  con  gonfaloni,  ed 
insegne,  i  quali  vegliassero  sulle  violenze,  e  tumulti.  Ma  gli  li- 
berti, i  Lamberti,  i  Sifonti,  gli  Scolari,  ed  altri  di  nobili  fa- 
miglie cominciarono  a  sospettare,  che  i  Trentasei  favorissero  i 
Guelfi  rimasti  a  Fiorenza;  perlocchè  Guido  Novello,  spaven- 
tato dopo  la  vittoria  riportata  da  Carlo  sopra  Manfredi,  mandò 
a  levar  gente  da  Pisa ,  da  Siena,  da  Arezzo,  da  Pistoia,  da  Prato 
e  da  Volterra.  Allora  la  Toscana  era  per  la  maggior  parte  ghi- 
bellina. Il  conte  Guido  voleva  imporre  una  tassa  per  pagare  i 
tedeschi;  i  Trentasei  vollero  piuttosto  trovare  d'altronde  il  de- 
naro per  meno  aggravare  la  popolazione;  ma  la  tardanza  nel- 
r  improntarlo  fece  nascere  opinione,  che  non  fosse  più  neces- 
sario, perlocchè  i  Ghibellini  decretarono  tumultuosamente  di 
distruggere  1'  ufficio  de'  Trentasei  col  favore  de'  soldati  del 
detto  conte  Guido.  1  primi  a  sortire  furono  gli  liberti  —  gri- 
dando —  dove  sono  questi  trentasei  ladri?  Ma  essi,  radunali 
nel  solito  luogo,  fuggirono,  mentre  tutto  il  popolo,  chiuse  le 
botteghe,  si  mise  in  armi; ed  il  conte  Guido,  vedendo  di  non 
potere  rompere  il  furor  popolare,  con  tutte  le  forze  si  portò 
al  palazzo,  dov'  erano  i  due  podestà,  nella  piazza  di  s.  Apol- 
linare, e  dimandò  loro  le  chiavi  della  citta,  quali  ottenute, 
vilmente  retrocedette,  quantunque  più  forte  del  popolo  armato, 
e  di  sera  giunse  a  Prato.  Ciò  accadde  li  1 1  di  novembre  dell'an- 
no 1266.  Esclusi  in  tal  modo  i  capi  Ghibellini ,  i  fiorentini  rifor- 
marono la  città  come  loro  piacque,  emisero  fuori  i  due  frati, 
che  avevano  tacitamente  acconsentito  alle  cose  suesposte.  E 
nel  mese  di  gennaro  prossimo  lutti  rientrarono  in  città,  si  fé- 


CANTO  XXIII.  555 

cero  molti  matrimoni  tra  opposti  partiti,  fu  confermata  una 
pace,  che  per  altro  ebbe  corta  durata;  imperocché  i  Guelfi  e- 
saltati  dalla  detta  vittoria  di  Carlo,  segretamente  mandarono 
a  lui  per  aver  gente,  ed  armi,  e  Carlo  mandò  il  conte  Guido 
di  Monforte  con  800  francesi,  che  giunsero  a  Fiorenza  il  giorno 
della  resurrezione  in  domenica  1267.  Furono  tanto  di  ciò  sor- 
presi i  Ghibellini,  che  nella  notte  precedente  partivano  da  Fio- 
renza non  credendolo  ancora. 

Noi  duo  presi  eletti  insieme  allo  stesso  ufficio,  e  per 
lo  stesso  oggetto  da  tua  terra  da  Fiorenza  patria  tua  per 
conservar  sua  pace  essendo  sempre  in  tumulto  come  suole 
esser  tolto  un  uom  solingo  come  suole  eleggersi  un  solo 
podestà.  E  non  intendere  quel  solingo  per  solitario,  come 
vogliono  alcuni,  sul  riflesso  che  le  tante  volte  a  regnare 
son  chiamati  tali  solitari,  come  avvenne  di  Celestino  V;  im- 
perocché fra  le  regole  de' frati  gaudenti  vi  era  quella  che  proi- 
biva assumere  pubblici  incarichi,  né  portassero  armi  se  non 
per  difesa  della  fede,  e  dell' ecclesiastica  libertà,  e  fummo  tali 
tali  conservatori  di  pace  che  ancor  si  pare  intorno  dal  Gar- 
dingo  ancor  appaiono  le  vestigia  nelle  ruine  di  Fiorenza  vec- 
chia. Gardingo  era  a  quel  tempo  una  contrada  in  cui  erano  le 
case  degli  Uberi i,  che  furono  distrutte  dai  fondamenti  presso 
s.  Pietro  Scaradio,  e  presso  il  palazzo  de'  priori ,  dove  ora  sono 
i  Leoni  di  Fiorenza.  Ma  ne  fu  fatta  pronta  vendetta,  imperoc- 
ché il  ghibellino  Loderingo,  che  fu  cagione  della  espulsione 
de'  Guelfi,  e  che  i  loro  palazzi  si  demolissero,  o  distruggessero, 
fu  esso  pure  in  seguito  cacciato  con  altri  nobili  della  sua  par- 
te, ed  i  loro  palazzi  rovesciati  dai  fondamenti.  Le  ruine  de' 
palazzi  Loderinghi  si  veggono  ancora  in  Bologna  presso  lo  stu- 
dio. I  Castellani  ancora  furono  interamente  distrutti  e  non  ri- 
mase che  una  torre  spesso  colta  dai  fulmini. 


554  INFERNO 

Io  comineiai  quarta ,  ed  ultima  parte  generale.  Dante  ter- 
minatoli discorso  dell'ipocrita  Catalano  esclama  o  Frali  gau- 
denti, e  che  rendeste  tante  migliaia  d'uomini  tristi  i  vostri 
mali...  Dante  rompe  il  discorso  per  seguire  il  costume  degl'i- 
rati.—  Vogliono  alcuni,  che  lo  rompesse  alla  vista  di  altri  og- 
getti interessanti.  Vogliono  altri ,  che  ciò  avvenisse  perchè  Vir- 
gilio gridò  —  a  che  tante  maraviglie  di  costoro?  e  che  dirai 
di  quelli,  che  fecero  mettere  in  croce  N.  S.  Gesù  Cristo?  ma 
più  non  dissi  perchè  al  occhio  mi  corse  si  offerse  agli  occhi 
miei  uno  crucifixo  in  terra  era  questi  Caifas  capo  de' sacer- 
doti ipocriti,  e  che  Dante  mette  crocifisso  in  terra  perchè  fu 
la  prima  cagione,  per  cui  N.  S.  Gesù  Cristo  mediatore  fra  Dio, 
e  l'uomo,  fosse  alzato  in  sulla  croce,  con  tre  pali  Cristo  fu 
confitto  in  croce  con  tre  chiodi,  e  lo  era  costui  con  tre  pali  — 
Caifas,  visto  Dante  lutto  si  distorse  quantunque  in  terra  con- 
fitto quando  me  vide  perchè  Dante  era  cristiano,  ed  il  confitto 
ebreo,  e  Dante  senza  pena,  ed  egli  con  pena  peggiore  delle 
cappe  suddescritte  soffiando  nella  barba  co  sospiri  in  segno 
di  altissimo  dolore,  e  l  frate  Catalan  che  a  ciò  s  accorse  mi 
disse  quel  confitto  che  tu  miri  quello  che  guardi  con  maravi- 
glia consiglio  i  farisei  che  convenia  porre  un  uomo  per  lo 
popolo  a  martiri  disse  —  è  bene  che  uno  muoia  per  tutti  at- 
traversalo e  nudo  e  nella  via  —  come  tu  vedi  come  tu  vedi 
è  crocifisso  in  terra  e  mestieri  che  l  senta  sopra  il  proprio 
corpo  qualunque  passa  com  ei  pesa  pria  che  qualunque  passi 
lo  calchi.  —  Virgilio,  come  spirito,  poco  avrebbe  premuto  il 
di  lui  corpo,  ma  Dante  vestito  di  carne,  ed  ancora  vivente, 
assai  io  avrebbe  gravato.  L'autore  ritiene,  che  la  ipocrisia  di 
costui  fosse  la  pietra  fondamentale  di  tutti  i  mali.  —  Un  car- 
dinale, volendo  impedire  ad  un  canonico  dis.  Pietro  il  cardi- 
nalato, diceva  al  papa.  —  Padre  santo  non  date  al  canonico 


CANTO  XXII.  555 

il  cappello,  altrimenti  metterà  l$t  Chiesa  hi  desolazione,  perchè 
si  fa  padrone  della  Chiesa  di  s.  Pietro  perchè  è  custode  del 
santo  Sudario,  e  di  tutte  le  sacre  cose  —  così  doveva  dire  il 
cardinal  di  Prato  nella  elezione  di  Clemente  V  canto  XIX:  così 
potrebbe  dirsi  di  mille. 

Catalano  nomina  altro  ipocrita  antico  Anna  suocero  di  Cai- 
fas  e  l  socero  si  stenta  tormenta  a  tal  modo  nella  consimile 
crocefissione,  e  tutti  vi  passan  sopra  del  corpo  egli  altri  del 
concilio  e  similmente  i  seguaci  sacerdoti  ipocriti  che  fuor  mala 
semenza  per  li  Giudei  che  furono  cagione  di  quell'eccidio  di 
Gerusalemme  di  cui  si  dirà  nel  canto  XXI  del  Purgatorio,  e 
nel  canto  VI  e  VII  del  Paradiso,  attor  vid  io  Virgilio  mara- 
vigliar sopra  colui  sopra  Caifas  eh  era  disteso  in  croce  con- 
fitto in  croce  per  terra,  e  calcato  dai  piedi  di  tutti  che  passa- 
vano tanto  vilmente  nell eterno  esilio  nell'  Inferno  in  cui  è 
perpetuamente  relegato,  lontano  dalla  patria  celeste:  Virgilio 
si  maravigliava,  perchè  aveva  profetizzato,  senza  intendere  sé 
stesso.  Ovvero  esdamando  ammirativamente  —  ahi  quanti  ma- 
li derivano  dall'ipocrisia!  Quanti  mali  commettevansi  dai 
Druidi,  descritti  da  Tito  Livio,  e  che  sotto  prestigio  religioso  co- 
privano le  più  alte  nefandità. 

Virgilio  poscia  drizo  colai  voce  al  frate  Catalano  non 
vi  dispiaza  dirci  s  a  la  man  destra  giace  altra  foce  al- 
tra strada  onde  per  la  quale  noi  ambedue  Virgilio  e  Dan- 
te possiam  uscir  sanza  costringer  de  li  angeli  neti  de'de- 
moni ,  che  chiama  angeli  perchè  lo  sono  quantunque  cat- 
tivi ,  quasi  dica  —  senza  che  noi  torniamo  tra  i  barattie- 
ri, che  e'  ingannarono  quando  avevano  ordine  e  dovevano 
guidarci  con  sicurezza  che  vengon  desto  fondo  a  dipartirci 
che  ci  facessero  partire  da  questa  bolgia.  Malacoda  nel  canto 
XXI  aveva  detto  presso  vi  e  un  altro  scoglio  die  via  face  e 


556  INPERNO 

mentiva  per  la  gola,  se  ne  lice  se  ci  è  lecito  chiederlo  —  modo 
di  cauto  discorso  cogl'  ipocriti  —  se  si  può  senza  offender  la 
vostra  regola,  o  mancare  all'  obbedienza  — 11  frate  insegna  il 
modo  di  rimettersi  nella  vera  strada,  dalla  quale  si  erano  al- 
lontanali per  consiglio  di  Malacoda  adunque  modo  di  continua- 
zione un  sasso  un  ponte  che  se  move  che  incomincia  da  la 
gran  cerchia  dalla  prima  riva,  da  cui  cominciano  gli  archi 
de'  ponti  delle  bolge  e  varca  tutti  i  vallon  feri  questo  sasso 
serve  di  arco  a  ciascuno  delle  dieci  bolge,  e  gli  archi  sono 
tutti  interi  Y  uno  dietro  l*  altro  fuori  che  il  sesto  salvo  die  rotto 
eccetto  il  sesto  ponte  eh'  è  rotto  e  questo  rotto  ponte  s  ap- 
pressa più  che  tu  non  speri  è  più  vicino  che  non  credi.  Vir- 
gilio perla  bugia  di  Malacoda  aveva  molto  piegato  dalla  strada, 
e  si  era  per  fuggire  precipitato  dalla  riva;  non  sapeva  quindi 
dove  si  trovava.  Montar  potrete  su  per  la  ruina  del  ponte 
rotto  che  giace  in  costa  giacché  la  ruina  è  presso  la  riva  e  su- 
perchia  e  la  ruina  coi  mucchi  sta  sopra  nel  fondo  del  fondo. 
Lo  Duca  slette  un  poco  a  testa  china  per  ira ,  per  vergogna, 
o  per  dispetto  che  un  barattiere  Io  avesse  ingannato  sulla  ve- 
ra strada,  e  che  vi  fosse  rimesso  da  un  ipocrita  poi  disse  lo 
stesso  Virgilio  colui  Malacoda  che  uncina  i  peccatori  che  la- 
cera i  barattieri  di  qua  alla  quinta  bòlgia  mal  contava  la  bi- 
sogna diceva  il  falso  di  quanto  avevamo  bisogno  di  sapere, 
insegnandoci  di  tenere  la  destra,  quale  ci  conservava  nella 
propria  giurisdizione,  invece  di  allontanarci.  Scrive  il  Petrar- 
ca, che  nel  tempo  in  cui  trovavasi  in  Avignone,  un  giorno  u- 
scivano  dalla  udienza  papale  due  cardinali  con  numero  grande 
di  servitori.  Li  aspettavano  molti  petenti  alla  porta,  dei  quali 
le  città,  in  ira  al  cielo,  sono  sempre  gremite,  perdendo  speran- 
ze, tempo,  vita ,  e  beni.  Visti  i  protettori  loro  o  loro  barattieri, 
ciascuno  dimandava  conto  del  proprio  affare  raccomandato 


CANTO   XXIII.  557 

per  mezzo  loro  al  pontefice.  Uno  de'  cardinali ,  non  alterandosi 
dell'improvviso  incontro,  e  meraviglioso  artefice  di  menzogne, 
rispondeva  francamente  quanto  gli  veniva  in  mente  avergli 
detto  il  papa,  e  cosi  se  la  sbrigava ,  e  lasciava  taluno  lieto , 
tal  altro  tristo.  L' altro  cardinale  onesto,  e  saggio ,  volgendosi 
al  compagno  scherzosamente  disse  —  vergogna  che  tu  ingan- 
ni questi  semplici  fingendo  a  tuo  capriccio  le  risposte  del  pa- 
pa, che  non  solo  oggi,  ma  da  tanti  giorni  nonabbiam  potuto 
vedere  !  —  allora  il  primo  cardinale  veterano  barattiere  contro 
disse  —  Tu  invece  devi  vergognarti  del  tuo  scarso  ingegno, 
se  in  tanto  tempo  non  imparasti  le  usanze  di  corte  —  locchè 
udito,  tutti  prorompendo  in  riso,  lodarono  la  risposta  di  quel 
farfallone,  aggiungendo,  ch'era  sagace  d'assai,  avendo  in 
breve  tempo  imparato  a  mentire,  e  ad  ingannare.  Altamente 
si  maravigliò  il  Petrarca  ivi  presente,  ed  abbassò  il  capo  pieno 
di  sdegno,  al  pari  di  Virgilio,  scoperta  la  frode,  e  l' inganno 
di  Malacoda.  — 

E  l  frate  Castellano  disse  a  Virgilio  sdegnato  io  fidi  già  dir 
a  Bologna  Bologna  in  Italia  è  madre  degli  studi  assai  vitiidel 
diavol  tra  quali  udi  molti  aver  vizi  il  diavolo,  e  tra  questi  eh  e- 
gli  e  bugiardo  e  padre  di  menzogne  così  Dante  mostra  la  natu- 
ra dell'  ipocrisia,  e  vuol  dire  che  quantunque  l' ipocrita  sia  per 
sé  cattivo,  pure  fa  qualche  volta  del  bene,  insegnando  la  via 
retta,  o  dando  buoni  consigli,  come  fece  il  Castellano  inse- 
gnando la  strada ,  e  ricordando  quanto  dice  Cristo  ned'  evange- 
lo  degl'  ipocriti  — fate  quanto  dicono  non  quel  che  fanno—  tai 
medici  spirituali  sono  come  i  nostri  medici  fisici,  che  dando 
ai  malati  bevande  amare,  le  dicono  necessarie  per  la  salute  del 
corpo,  ma  di  rado,  o  non  mai  essi  le  prendono,  il  duca.  Vir- 
gilio sen  gi  si  allontanò  appresso  poi  a  gran  passo  perchè 
gl'ipocriti  andavano  a  passo  lento;  e  voleva  compensare  il 


558  INFERNO 

tempo  con  essi  perduto  turbato  d  ira  un  poco  nel  sembiante 
un  poco,  perchè  il  saggio  di  rado  si  sdegna;  ondio  mi  partii 
daglincarcati  dai  caricati  di  piombo  dreto  alle  poste  dietro 
alle  vestigia  de  le  care  piante  del  caro  Virgilio,  vestigie  che 
sempre  cercai  di  seguire. 


CANTO  XXIV. 


TESTO  MODERNO 


In  quella  parte  del  giovinetto  anno, 

Che  il  Sole  i  crin  sotto  l'Aquario  tempra, 

E  già  le  notti  al  mezzo  dì  sen  vanno;  3 

Quando  la  brina  in  su  la  terra  assempra 

La  imagine  di  sua  sorella  bianca, 

Ma  poco  dura  alla  sua  penna  tempra  :  6 

Lo  vi  11  anello,  a  cui  la  roba  manca, 

Si  leva  e  guarda,  e  vede  la  campagna 

Biancheggiar  tutta,  ond'ei  si  batte  Tanca;  9 

Ritorna  a  casa,  e  qua  e  là  si  lagna, 

Come  il  lapin  che  non  sa  che  si  faccia; 

Poi  riede,  e  la  speranza  ringavagna,  12 

Veggendo  il  mondo  aver  mutata  faccia 

In  poco  d'ora;  e  prende  suo  vincastro, 

E  fuor  le  pecorelle  a  pascer  caccia  :  1 5 

Così  mi  fece  sbigottir  lo  Mastro, 

Quand'io  gli  vidi  sì  turbar  la  fronte, 

E  così  tosto  al  mal  giunse  lo  impiastro  :  18 

Che  come  noi  venimmo  al  guasto  ponte, 

Lo  Duca  a  me  si  volse  con  quel  piglio 

Dolce,  ch'io  vidi  in  prima  a  pie  del  monte.  21 
Le  braccia  aperse,  dopo  alcun  consiglio 

Eletto  seco,  riguardando  prima 

Ben  la  ruina,  e  diedimi  di  piglio.  24 


860  INFERNO 

E  come  quei  che  adopera  ed  islima, 
Che  sempre  par  che  innanzi  si  proveggia; 
Così,  levando  me  su  ver  la  cima  27 

D'un  rocchione,  avvisava  un'altra  scheggia, 

Dicendo:  sovra  quella  poi  t'aggrappa; 

Ma  tenta  pria  se  è  tal  ch'ella  ti  reggia.  30 

Non  era  via  da  vestito  di  cappa, 

Che  noi  a  pensi,  ei  lieve  e  io  sospinto, 

Potevam  su  montar  di  chiappa  in  chiappa.         53 

E  se  non  fosse,  che  da  quel  precinto, 
Più  che  dall'altro,  era  la  costa  corta, 
Non  so  di  lui,  ma  io  sarei  ben  vinto.  36 

Ma  perchè  Malebolge  in  ver  la  porta 
Dal  bassissimo  pozzo  tutta  pende, 
Lo  sito  di  ciascuna  valle  porta,  39 

Che  l'una  costa  surge  e  l'altra  scende: 
Noi  pur  venimmo  in  fine  in  su  la  punta, 
Onde  l'ultima  pietra  si  scoscende.  42 

La  lena  m'era  del  polmon  sì  munta 
Quando  fui  su,  ch'io  non  potea  più  oltre, 
Anzi  m' assisi  nella  prima  giunta.  45 

Ornai  convien  che  tu  così  li  spoltre, 
Disse  il  Maestro;  che  seggendo  in  piuma, 
In  fama  non  si  vien,  né  sotto  coltre:  48 

Senza  la  qual  chi  sua  vita  consuma 
Cotal  vestigio  in  terra  di  sé  lascia, 
Qual  fumo  in  aer,  0  in  acqua  la  schiuma.  SI 

E  però  leva  su,  vinci  l'ambascia 
Con  l'animo  che  vince  ogni  battaglia, 
Se  col  suo  grave  corpo  non  s'accascia.  54 

Più  lunga  scala  convien  che  si  saglia  : 


CANTO  XXIV.  $61 

Non  basta  da  costoro  esser  partito: 

Se  tu  m'intendi,  or  fa  sì  che  ti  vaglia.  57 

Levaimi  allor,  mostrandomi  fornito 

Meglio  di  lena  eh'  io  non  mi  sentia  ; 

E  dissi:  va,  ch'io  son  forte  e  ardito.  60 

Su  per  lo  scoglio  prendemmo  la  via, 

Ch'era  rocchioso,  stretto  e  malagevole, 

Ed  erto  più  assai  che  quel  di  pria.  63 

Parlando  andava  per  non  parer  fievole: 

Onde  una  voce  uscio  dall'altro  fosso, 

A  parole  formar  disconvenevole.  66 

Non  so  che  disse,  ancor  che  sovra  il  dosso 

Fossi  dell'arco  già,  che  varca  quivi: 

Ma  chi  parlava  ad  ira  parea  mosso.  69 

Io  era  volto  in  giù,  ma  gli  occhi  vivi 

Non  potean  ire  al  fondo  per  l'oscuro; 

Perch'io:  Maestro,  fa  che  tu  arrivi  72 

Dall'altro  cinghio,  e  dismontiam  lo  muro; 

Che  com'io  odo  quinci,  e  non  intendo, 

Così  giù  veggio,  e  niente  affiguro.  75 

Altra  risposta,  disse,  non  ti  rendo, 

Se  non  lo  far;  che  la  dimanda  onesta 

Si  dee  seguir  coli' opera,  tacendo.  78 

Noi  discendemmo  il  ponte  dalla  testa, 

Ove  s'aggiunge  con  l'ottava  ripa, 

E  poi  mi  fu  la  bolgia  manifesta:  81 

E  vidivi  entro  terribile  stipa 

Di  serpenti,  e  di  sì  diversa  mena, 

Che  la  memoria  il  sangue  ancor  mi  scipa.  84 

Più  non  si  vanti  Libia  con  sua  rena; 

Che,  se  Chelidri,  iaculi  e  Faree 

Hamraldi  —  VoL  1.  36 


5t>2  INFERMO 

Produce,  e  Ceneri  con  Anfesibena,  87 

Non  tante  peslilenzic  né  si  ree 

Mostrò  giammai  con  tutta  l'Etiopia, 

Non  con  ciò  che  di  sopra  il  mar  rosso  èe.  90 

Tra  questa  cruda  e  tristissima  copia 

Correvan  genti  nude  e  spaventate, 

Senza  sperar  pertugio  o  elitropia.  93 

Con  serpi  le  man  dietro  avean  legate: 

Quelle  ficcavan  per  le  ren  la  coda 

E  il  capo,  e  eran  dinanzi  aggroppate.  96 

Ed  ecco  ad  un,  ch'era  da  nostra  proda, 

S'avventò  un  serpente,  che  il  trafìsse 

Là  dove  il  collo  alle  spalle  s'annoda.  99 

Né  0  sì  tosto  mai,  né  I  si  scrisse, 

Com'ei  s'accese  e  arse,  e  cener  tutto 

Convenne  che  cascando  divenisse:  102 

E  poi  che  fu  a  terra  sì  distrutto, 

La  cener  si  raccolse  per  sé  stessa, 

E  in  quel  medesmo  ritornò  di  butto.  103 

Così  per  li  gran  savi  si  confessa, 

Che  la  Fenice  muore  e  poi  rinasce, 

Quando  al  cinquecentesimo  anno  appressa.       108 
Erba  né  biada  in  sua  vita  non  pasce, 

Ma  sol  d'incenso  lacrime  e  d'amomo; 

E  nardo  e  mirra  son  l'ultime  fasce.  Ili 

E  quale  è  quei  che  cade,  e  non  sa  corno, 

Per  forza  di  demon  eh 'a  terra  il  tira , 

0  d'altra  oppilazion  che  lega  l'uomo,  114 

Quando  si  leva,  che  intorno  si  mira, 

Tutto  smarrito  dalla  grande  angoscia 

Ch'egli  ha  sofferta,  e  guardando  sospira;         117 


CANTO  XXIV  5(ìO 

Tal  era  il  peccator  levato  poscia. 

0  giustizia  di  Dio  quanto  è  severa! 

Che  cotai  colpi  per  vendetta  croscia.  120 

Lo  duca  il  dimandò  poi  chi  egli  era: 

Perch'ei  rispose:  io  piovvi  di  Toscana, 

Poco  tempo  è,  in  questa  gola  fera.  123 

Vita  bestiai  mi  piacque,  e  non  umana, 

Sì  come  a  mul  ch'io  fui:  son  Vanni  Fucci 

Bestia,  e  Pistoia  mi  fu  degna  tana.  126 

E  io  al  Duca:  dilli  che  non  mucci: 

E  dimanda  qual  colpa  quaggiù  il  pinse: 

Ch'io  il  vidi  uom  già  di  sangue  e  di  corrucci.  129 
E  il  peccator,  che  intese,  non  s'infìnse, 

Ma  drizzò  verso  me  l'animo  e  il  volto, 

E  di  trista  vergogna  si  dipinse;  132 

Poi  disse:  più  mi  duol,  che  tu  m'hai  colto 

Nella  miseria,  dove  tu  mi  vedi, 

Che  quando  fui  dell'altra  vita  tolto.  135 

Io  non  posso  negar  quel  che  tu  chiedi: 

In  giù  son  messo  tanto,  perei/ io  fui 

Ladro  alla  sagrestia  de' belli  arredi;  138 

E  falsamente  già  fu  apposto  altrui. 

Ma  perchè  di  tal  vista  tu  non  godi, 

Se  mai  sarai  di  fuor  de' luoghi  bui,  141 

Apri  gli  orecchi  al  mio  annunzio,  ed  odi: 

Pistoia  in  pria  di  Neri  si  dimagra  ; 

Poi  Firenze  rinova  genti  e  modi.  144 

Tragge  Marte  vapor  di  Val  di  Magra, 

Ch' è  di  torbidi  nuvoli  involuto, 

E  con  tempesta  impetuosa  e  agra  147 

Sopra  campo  Picen  fia  combattuto; 


564  INFERNO 

Ond'ei  repente  spezzerà  la  nebbia, 
Sì  ch'ogni  Bianco  ne  sarà  feruta: 
E  detto  l'ho,  perchè  doler  ten  debbia.  151 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  de'  ladri ,  che  sono  castigati  nella  settima  bolgia. 
In  quattro  parti  generali  può  dividersi  il  canto:  nella  prima 

—  difficile  ingresso  nella  settima  bolgia:  nella  seconda — pena 
de9  ladri  su  per  lo  scoglio  ecc.  nella  terza  —  prima  specie  di 
ladri,  ed  un  famoso  ladro  moderno  et  ecco  ecc.  nella  quarta 

—  il  ladro  preconizza  il  cambiamento  di  stato  di  Firenze  lo 
duca  ecc. 

Nel  verno,  in  gennaro,  il  villanelle),  scorgendo  la  gelata 
brina,  che  imbianca  tutta  la  terra,  si  duole  di  non  poter  trar 
fuori  dall'ovile  la  mandra  ai  pascoli  usati;  poi  quando  vede 
sciogliersi  il  gelo  dai  raggi  solari,  lieto  rientra  nella  capanna, 
e  presa  la  verga,  spinge  fuori  la  mandra  a  ricrearsi;  del  pari 
Virgilio  sdegnato  dell'  inganno  di  Malacoda  poco  dopo  serenò 
la  fronte,  e  si  rese  dolce,  ed  amoroso  verso  P  autore  lo  villa- 
nello  a  cui  la  robba  manca  il  villanelle)  cui  manca  lo  strame 
invernale  se  leva  si  alza  di  mattino  e  guarda  e  vede  la  cam- 
pagna bianchegiar  tutta  per  la  gelata  brina  ond  et  si  batte 
lanca  in  segno  di  dolore  e  ritorna  in  casa  e  qua  e  la  gi- 
rando dentro  la  capanna  se  lagna  si  lamenta  come  l  tapin 
come  il  mendico  che  non  sa  che  si  faccia  perchè,  tenendo  la 
mandra  chiusa,  non  sa  come  sedarle  la  fame,  e  se  la  mette 
fuori,  morirà  per  freddo,  e  per  fame  poi  riede  torna  e  rein- 
cavagna  la  speranza  ravviva  la  speranza  perduta,  cavagna 
è  un  cesto  rusticale,  e  Dante  ne  forma  un  verbo  convenien- 
tissimo  a  materia  rustica,  come  usa  Virgilio  nelle  Buccoliche 
vedendo  il  mondo  aver  cambiata  faccia  vedendo  il  mutato 


CANTO  XXIV.  565 

aspetto  della  terra  che  da  bianca  e  gelata,  appare  verde  e 
ridente  in  poco  dora  in  poco  tempo  e  prende  suo  vincastro 
la  propria  verga  e  caccia  fuor  le  pecorelle  a  pascere  le  spinge 
fuori  dell'  ovile  e  le  guida  al  pascolo  in  quella  parte  del  gio- 
vinetto anno.  L'inverno  somiglia  alla  vecchiaia  piena  di  ma- 
lanni. La  primavera  somiglia  alla  gioventù  vivace,  bella,  cal- 
da, e  crescente.  Il  giovinetto  anno  è  dunque  prima  della  pri- 
mavera, ma  poco  prima  che  Isol  tempera  i  crini  tempra  i 
raggi  che  spiega  biondi  dal  suo  bellissimo  aspetto  sotto  l  ac- 
quario nel  mese  di  gennaro  tempra,  perchè  il  sole  entrando 
in  Acquario  lascia  Capricorno,  che  segna  un  estremo  freddo, 
e  più  si  avvicina  all'equinozio  di  primavera,  e  così  ripara 
all'estrema  rigidità  e  già  le  notti  sen  vanno  a  mezzogiorno 
le  notti  cominciano  ad  accorciarsi  tanto  quanto  i  giorni  si  al- 
lungano,  finché  siano  uguali  di  durata,  ed  allora  è  l' equino- 
zio, quando  cioè  il  sole  entra  in  Ariete.  Il  sole  a  mezzo  gen- 
naro dista  dall'equinozio  per  un  sol  segno  dei  Pesci;  e  quin- 
di non  è  vero  che  il  sole  entri  in  Ariete  sempre  alla  metà  di 
marzo,  entrandovi  talvolta  al  12,  13.  Una  volta  entrava  al  pri- 
mo di  marzo,  malo  spazio  di  secoli  ha  prodotta  tal  variazione 
quando  la  brina  tempra  rappresenta  limagine  di  sua  so- 
rella bianca  la  neve,  perchè  qualche  volta  la  brina  tanto  im- 
bianca la  terra  che  sembra  neve:  sorella  poi,  perchè  tanto 
l' una  che  F  altra  formasi  dalla  stessa  materia,  secondo  Ari- 
stotile, e  come  si  dirà  al  canto  XXI  del  Purgatorio;  ma  la  ne- 
ve dura  lungo  tempo,  la  brina  pochissimo,  essendo  formata 
di  vapore  tanto  sottile,  che  basta  a  scioglierla  il  minimo  ca- 
lore ma  tempra  ma  la  temperatura  poco  dura  alla  sua  penna 
metafora  desunta  dalla  penna,  quasi  dica,  come  dura  la  tem- 
peratura di  una  penna,  così  la  brina. 

Quel  villanello  poi  è  Virgilio,  perchè  istericamente  fu  pa- 


566  INFERNO 

store,  ed  allegoricamente  figlio  di  un  contadino,  e  fu  poelar  e  si 
chiamò  ne'suoi  carmi  pastore,  ed  ora  conduce,  e  guida  a  pasco- 
lo eterno  l'autore.  In  prima  età  poverello,  spogliato  di  ogni  be- 
ne, come  ora  è  spoglio  di  vizi  :  ecco  perchè  Dante  nel  canto  XXI 
lo  assomiglia  al  mendico,  contro  del  quale  si  slanciano  i  cani  in 
sulle  porle  del  ricco.  L'  ovile  figura  Dante  affidato  alla  cura  di 
Virgilio.  La  verga  significa  la  dottrina,  che  Dante  seguiva.  Dan- 
te poliedro  percosso  dalla  verga  stessa.  La  brina  rappresenta 
T  ira,  che  arde  la  mente,  come  la  brina  guasta  l'erbe,  e  frutti. 
Come  poi  il  villanello  spaventato  dalla  brina,  e  poco  dopo  ve- 
dendola sciolta  si  rallegra,  e  cantando  fa  uscire  la  mandra  ai 
pascoli  salubri,  così  Virgilio  turbato  prima  dall'  ira,  indi  li- 
berato dal  timore  mette  l' autore  fuori  della  bolgia  temuta  al 
pascolo  di  nuova  materia,  lo  maestro  Virgilio  mi  fece  cosi  sbi- 
gotire  intimorire  quando  lo  vidi  si  turbar  la  fronte  così  sde- 
gnarsi per  l' inganno  e  cosi  tosto  limpiastro  giunse  al  male 
metafora ,  che  significa — la  serenità  della  fronte  di  Virgilio  ser- 
vì a  quietare  il  timore  di  Dante  che  perchè  lo  duca  si  volse  con 
quel  piglio  dolce  con  quel  modo  benigno  eh  io  il  vidi  pf  ima 
a  pie  del  monte  quando  nel  canto  primo  io  tornava  dal  monte 
alla  valle.  Come  poi  Dante  era  spaventato  là  dalle  fiere,  così 
lo  era  nel  montar  questo  ponte  per  l'aspetto  sdegnato  di  Vir- 
gilio, e  per  la  vista  dell'  asprissi ma  strada  come  noi  venimmo 
al  ponte  guasto  quando  giungemmo  al  ponte  ruinato  nel  fondo 
della  sesta  valle. 

Le  braccia  aperse  qual  buon  padre,  che  invita  a  buona 
speranza  dopo  alcuno  consiglio  electo  seco  dopo  vari  progetti, 
e  deliberazioni  riguardando  prima  ben  la  mina  ad  oggetto 
di  scegliere  il  modo  migliore  e  diedemi  di  piglio  mi  prese. 
Vedesti  mai  in  mezzo  a  valle,  o  sopra  di  un  fiume  un  ponte 
rotto  caduto  in  fondo,  e  che  sia  il  solo  mezzo,  andando  sopra 


CANTO  XXIV.  567 

i  rottami,  di  uscire  dall'  acque,  ma  non  potere  da  te  solo  su- 
perare l'ostacolo,  ed  essere  necessario  l'aiuto  di  un  altro? 
Così  accadde  a  Dante,  che  da  per  sé  non  poteva  montare  sulle 
ruine  di  quel  ponte.  Virgilio  quindi  sceglie  di  prenderlo  fra  le 
braccia,  e  porlo  sopra  di  un  sasso,  indicandogli  altro  sasso 
sporgente  cui  attaccarsi  colla  mano  ed  in  tal  maniera  giun- 
gere alla  sommità,  levando  me  su  ver  la  cima  duri  ronchion 
d'  un  sasso  avvisava  un  altra  schegia  m'indicava  altro  sasso 
sporgente  dicendo  poi  t agrappa  prendilo  colle  mani  sopra 
quella  ed  assicurati  sullo  stesso  ma  tenia  pria  s  e  tal  eh  ella 
ti  reggia  ma  sperimenta  prima  se  quel  sasso  sia  fermo,  e  tanto 
_  forte  da  sostenerti  cosi  come  quel  del  pari  che  colui  chadopra 
etextima  che  opera  e  pensa  contemporaneamente  alla  riuscita 
che  sempre  par  che  nanti si proveggia  che  pare  che  provegga 
innanzi  ad  ogni  evento.  Osserva,  che  Virgilio  ha  portato  Dante, 
o  nel  discendere  al  fondo  della  bolgia,  o  nel  sortire  da  quella 
de'  simoniaci,  o  nell'  ingresso  di  questa  sesta  bolgia.  Ma  ora 
noi  porta,  invece  lo  aiuta.  La  discesa,  e  la  sortita  erano  im- 
possibili a  Dante,  ma  la  salita  quantunque  ardua  non  gli  era 
impossibile.  Se  fu  difficile  partire  dai  barattieri,  non  lo  era 
meno  partire  dagl'  ipocriti, che  spesso  ingannavano  i  piùastuti, 
e  sapienti.  Dante  finge  la  mina  del  sesto  ponte  avvenuta  al 
tempo  della  morte  di  N.  S.  Gesù  Cristo,  perchè  fu  allora  che 
rovinò  la  ipocrisia,  come  fu  chiaro  nel  canto  precedente  par- 
lando di  Caifas,  di  Anna,  e  degli  altri  sacerdoti  ingannatori. 
Non  era  via  da  vestito  di  cappa  non  era  via  da  tentarsi 
dagl'ipocriti  gravati  dalle  cappe  di  piombo,  anche  perchè  al 
pari  de' barattieri ,  non  possono  gì'  ipocriti  uscire  dalla  bolgia 
loro,  locchè  allegoricamente  significa  non  potersi  togliere 
dall'  ipocrisia  quando  si  è  resa  abitudine  che  noi  due  ei  lieve 
Virgilio  puro  spirito- io  sospinto  io  vestito  di  carne,  aiutato 


568  raFERNO 

dalle  mie  mani ,  dietro  T  insegnamento  di  Virgilio  potria  mon- 
tarsupeì  sassi  ruinosi  a  pena  con  somma  difficoltà  di  chiap- 
pa in  chiappa  di  sasso  in  sasso.  La  chiappa  è  la  parte  di  te- 
gola la  più  arcuata:  e  come  chi  va  pei  tetti  va  lentamente,  e 
con  precauzione  per  non  precipitarsi ,  cosi  Dante  andava  lenta- 
mente, e  prima  tentando,  per  non  ruinare  fuori  degli  stessi 
rottami,  e  non  so  di  lui  non  so  di  Virgilio  perchè  spirito,  e 
lieve  ma  io  sarei  ben  vincto  sarei  mancato,  né  avrei  potuto 
arrivare  alla  sommità  se  non  fosse  che  la  costa  la  riva  era  più 
corta  più  breve  da  quel  precinto  dalla  bolgia  degl'  ipocriti  che 
dà  altro  che  dall'  altra  bolgia  de'  barattieri,  ma  lo  sito  di  cia- 
scuna valle  porta  importa,  rende  necessario  che  luna  costa 
surga  si  alzi  e  l altra  scenda  e  l'altra  si  abbassi.  La  prima 
riva  è  alta  rispetto  alla  seconda,  e  la  seconda  rispetto  alla  ter- 
za, e  così  delle  altre  perche  Malebolge  cioè  il  cerchio  gene- 
rale della  città  infernale,  che  contiene  in  sé  le  dieci  bolge 
per  tutto  pende  discende  sulla  porta  del  bassissimo  pozzo 
verso  il  centro  deir Inferno,  dov'è  un  pozzo  nel  cui  cerchio 
stanno  i  giganti. 

Noi  pur  venimmo  al  fine  in  su  la  punta  dopo  molta  fatica 
al  fine  giungemmo  al  colmo,  alla  sommità  onde  l  ultima  petra 
dello  stesso  ponte  si  scoscende  si  stacca,  e  si  divide,  la  lena 
m  era  dal  polmon  si  munta  così  esaurita,  vuota,  esinanita 
quando  fui  su  quando  fui  alla  sommità  del  ponte  eh  io  non 
potea  più  oltre  non  aveva  più  forza  di  movere  un  piede  anzi 
m  assisi  mi  posi  a  sedere  su  la  prima  giunta  tosto  che  ar- 
rivai alla  sommità  che  congiunge  la  sesta  alla  settima  bolgia. 
Così  montarono  cominciando  dalle  macerie,  che  univansi  alla 
riva  della  settima  bolgia.  Il  polmone  è  viscere  cavo,  e  spun- 
goso  che  riceve  l'aria,  e  poscia  qual  mantice  la  respinge:  i 
fisici  lo  chiamano  il  ventilabro  del  cuore.  Dante  affaticato  ol- 


CANTO  XXIV.  569 

tre  te  sue  forze  volle  alcun  poco  trarre  il  respiro.  E  colla  las- 
sezza fisica  vuole  indicarci  la  lassezza  dell'animo,  giacché  la 
fatica  dell'animo  non  è  minore  di  quella  del  corpo,  sebbene  più 
occulta,  e  non  possa  palesarsi,  che  per  mezzo  di  quella  del 
corpo.  Prima  pertanto  di  mettersi  alla  trattazione  di  più  aspra, 
e  più  difficile  materia,  cerca  di  refocillarsi,  e  rinvigorirsi  col- 
l'idea  di  acquistar  maggior  nome  e  fama. 

Disse  el  maestro  disse  Virgilio  ornai  conven  che  tu  cosi  ti 
spoltre  bisogna  non  esser  più  poledro,  poltrone,  ma  virilmente 
e  fortemente  adoprarsi.  Bella  metafora!  Il  poledro  prima  d'es- 
ser domato  ricusa  il  freno,  come  ricusa  il  giovane  il  freno  della 
ragione:  il  poledro  si  slancia  dove  lo  spinge  l'impeto  naturale, 
come  Dante  in  gioventù  aveva  corso  dietro  a  pazzi ,  e  focosis- 
simi amori:  il  poledro  vago  e  vano  non  serve  alle  battaglie, 
non  regge  alle  fatiche,  e  Dante  prima  di  quest'  opera  non  sa- 
peva tollerare  le  fatiche,  e  combattere  l'ignoranza,  ed  i  vizi. 
che  sedendo  sotto  piume  ne  sotto  coltre  non  si  viene  in  fama  il 
sonno ,  la  gola,  l'ozio  sfuggono  la  fama  senza  la  qual  fama  chi 
consuma  stia  vita  chi  logora,  e  passa  la  vita  lascia  cotal 
vestigia  deseU\e  memoria  di  sé  in  terra  nel  mondo  ai  posteri 
quale  fumo  in  aere  qual  fumo  in  aria  che  tosto  si  risolve,  o 
qual  la  schiuma  in  aqua  che  subito  sparisce.  I  magnanimi 
per  ottener  fama  sprezzano  ogni  delizia,  incontrano  fatiche, 
e  disagi:  Annibale,  Cesare,  Catone,  e  tanti  altri  ne  sono  l'e- 
sempio; e  pero  leva  su  alzati  vinci  l ambascia  l'angustia,  e 
P  ansia  con  l animo  che  vince  ogni  battaglia  l'animo  eterno, 
incorruttibile  vince  ogni  passione,  e  supera  l' influsso  del  cie- 
lo se  non  s  accascia  se  non  si  lascia  opprimere  col  so  grave 
corpo  dalle  passioni  del  corpo:  più  lunga  scala  convien  che  si 
soglia  bisogna  montare  una  scala  tanto  lunga,  che  arrivi  sino 
al  cielo,  non  basta  esser  partito  da  costoro  dagP  ipocriti  che 


$70  INFERNO 

camminano  lentamente,  ma  bisogna  venire  tra  i  ladri  lievi,  e 
veloci  nella  oscurità,  quasi  serpenti,  levami  attor  mi  alzai 
allora  non  per  anche  rimesso  mostrandomi  fornito  meglio 
di  lena  chi  non  mi  sentia  scosso  alle  voci  dell'onore  e  dissi 
va  e  gridai  a  Virgilio  —  precedimi  chio  son  forte  e  ardito 
la  speranza  dell'onorato  premio  togliendomi  ogni  lassezza. 
Su  per  lo  scoglio  seconda  parte  generale —  Io  Dante,  e 
Virgilio prendemo  la  via  su  per  lo  scoglio  su  pel  ponte  eh  era 
ronchiuso  sassoso  stretto  e  malagevole  stretto,  e  difficile  et 
certo  più  assai  che  quel  di  pria  più  assai  che  non  era  il  ponte 
sesto,  perchè  essendo  intatto  era  più  alto  del  rotto,  parlando 
andava  con  Virgilio  per  non  parer  fievole  debole  onde  una 
voce  uscio  dal  altro  fosso  della  settima  bolgia  sul  cui  ponte 
eravamo  a  parole  formar  disconvenevole  a  dir  parola  diso- 
nesta, non  so  che  disse  perchè  il  suono  della  voce  era  confuso 
aheor  sebbene  che  fossio  già  sopra  l  dosso  dell  arco  sopra  il 
colmo  del  ponte  che  varca  qui  copre  questa  settima  bolgia 
ma  chi  parlava  parea  mosso  a  ira  colui  che  parlava  sem- 
brava irato:  io  era  volto  in  giù  guardando  nel  fondo  ma  gli 
occhi  vivi  gli  occhi  miei  corporali  non  potierno  ire  al  fondo 
penetrare  fino  al  fondo  per  lo  scuro  stante  l' oscurità  della 
valle  perchio  dissi  o  maestro  fa  che  tu  arrivi  dall  altro  cin- 
ghio dall'  altra  riva  in  co  del  ponte  e  dismontiamo  il  muro 
discendiamo  per  la  riva  dritta  come  muro,  come  facemmo  nella 
valle 'de'  simoniaci  che  perchè  io  veggio  giù  veggo  nel  fondo 
e  niente  a/figuro  ma  non  discerno,  o  distinguo  alcun  oggetto 
sebbene  molti  ne  vegga  in  confuso  cosi  comioodo  quinci  dz\ 
colmo  del  ponte  et  non  intendo  non  essendola  voce  intelligi- 
bile. Virgilio  disse  non  ti  rendo  altra  risposta  se  non  lo  far 
che  la  domanda  onesta,  io  non  ti  rispondo  a  parole,  perchè 
se  dee  seguir  coni  opera  tacendo  la  dimanda  di  Dante  era  one- 


CANTO  XXIV.  571 

sta,  perchè  V  opera  sarebbe  rimasta  imperfetta  senza  il  trat- 
tato di  tal  frode. 

Noi  discendemmo  l ponte  dalla  testa  dalla  estremità  ove 
s aggiunge  con  lottava  ripa  colla  riva  dell'ottava  bolgia  se- 
guente e  poi  la  bolgia  settima  mi  fu  manifesta  perchè  co- 
minciai a  scorgere  quelle  cose  che  prima  non  poteva  distin- 
guere. Dante  ingegnosamente  punisce  il  furto  col  serpente  il 
più  astuto  di  tutti  gli  altri  animali.  Viene  cosi  nomato  dal 
serpeggiare,  e  penetra  ne' più  profondi  segreti  della  terra,  co- 
me il  ladro  eh'  entra  pei  fori  più  nascosti  :  Puno  e  l'altro  abbor- 
riti  dagli  uomini.  — 11  ladro  dicesi  fur,afurvo  nero  come  alcu- 
ni vogliono: orribili  i  serpenti,  orribili  i  sicarii, gli  assassini 
e  vidivi  entro  mirabile  stipa  vi  scorsi  una  gabbia  —  detta  al- 
trove stia  mirabile,  perchè  nelle  gabbie  sogliono  chiudersi  i 
vaghi  uccelli,  ma  qui  eran  chiusi  serpenti  di  serpenti  e  di  si 
diversa  mena  di  tante  diverse  forme,  e  qualità  che  la  memo- 
ria  ancora  me  scipa  la  memoria  ancora  ini  gela  il  sangue 
Dante  volendo  descrivere  queir  infinita  quantità  di  serpenti 
dice  mancargli  conveniente  similitudine,  e  quindi  apostrofa 
alle  arene  dell'  Africa,  la  quale  sembra  gloriarsi  della  quanti- 
tà, e  diversità  de' serpenti.  Le  arene  dell'Africa  furono  de- 
scritte nel  canto  XIV,  nelle  quali  Catone,  co'  suoi  seguaci  sof- 
frirono vento,  polvere,  sete,  calore,  e  ciò  eh'  è  peggio,  di- 
verse orribili  morti  dai  serpenti.  Libia  che  oggi  nomasi  Bar- 
beria  non  si  vanti  più  con  sua  arena  Plinio,  Solino,  Mar- 
ziano, Lucano  ed  altri  non  magnifichino  più  le  libiche  arene 
con  enfatiche  espressioni ,  perchè  io  trovai  altra  arena  più  ma- 
ravigliosamente tremenda  che  perchè  la  slessa  libica  arena 
non  mostro  ne  produsse  giammai  tante  pestilenzie  i  ladri 
non  han  confronto  coi  serpenti  ne  si  ree  essendo  peggiori  i 
furti  che  uccidono  moralmente  l'anima,  di  quello  che  i  ve- 


572  INFERNO 

leni  dei  serpenti  che  uccidono  il  corpo  con  tutta  V  Etiopia 
ardentissima,  e  quindi  piena  di  serpenti,  che  per  sé  frigidis- 
simi, vi  corrono  ne  con  ciò  che  e  sopra  l  mar  rosso  il  mare 
chiamasi  rosso  per  ragione  delle  rosse  sue  arene;  ma  l' acqua 
è  uguale  a  quella  degli  altri  mari:  il  mar  rosso  è  un  seno  del- 
l' oceano  diviso  in  due  bracci  Persico,  ed  Arabico.  Gli  aromi , 
e  le  mercanzie  aromatiche  orientali  pepe,  cannelle,  e  le  al- 
tre produzioni  odorose  dell'Arabia  si  portano  pel  mar  rosso  nel 
Mediterraneo.  E  nelle  parti  orientali  sopra  il  mar  rosso  trovasi 
moltitudine  di  serpenti  sconosciuti  a  noi,  e  segnatamente  nel- 
l'India, al  dir  di  tutti  gli  storici. 

E  ciò  dico  se  l'arena  libica  produce  serpenti  Chelidri 
Jacoli  e  Faree  e  Ceneri  con  Anfesibene  di  molti  de'  quali 
si  parlerà,  il  Chelidro  è  serpente  acquatico ,  e  terrestre. 
Chelion  in  greco  e  latino  suona  terra  ed  Ydor  acqua  :  fu- 
ma nel  dorso,  e  fa  fumare  il  suolo  per  cui  passa,  tanta  è 
l'ardenza  del  veleno:  il  fumo  o  sorte  dal  veleno,  o  dalla 
terra  avvelenata:  cammina  dritto,  e  se  nel  correre  molto  pie- 
ga, crepa  facilmente.  Il  Giaccolo,o  Jaccolo  secondo  Plinio  è 
serpente  alato,  e  si  noma  così  dal  saettare  che  fa,  mentre  è 
nascosto  fra  gli  alberi  :  guasta  i  frutti,  echi  mangia  di  tai  frutti 
muore:  uccide  quanti  incontra.  Scrive  Lucano  che  un  giaccolo 
dal  tronco  di  un  albero  si  slanciò  nella  testa  di  Aulo  soldato 
romano,  e  gli  passò  l' una  e  l' altra  tempia  a  guisa  di  saetta. 
//  Farea  è  serpente  che  si  move  eretto  sulla  coda ,  e  sulla  parte 
di  corpo  che  si  congiunge  alla  coda  perciò  scrive,  Lucano  che 
fa  solco  nel  sentiero  per  cui  passa.  /  Anfesibena  è  serpente 
da  due  teste  al  dir  di  Lucano,  e  di  Solino.  Ma  Alberto  Magno 
impugna  l' asserzione  di  Solino,  e  lo  dice  bugiardo  in  questo, 
e  molte  altre  cose;  imperocché  in  natura  non  vi  è  animale  che 
abbia  due  teste.  Forse  Solino  fu  tratto  in  inganno  dal  vedere 


CANTO  XXIV.  575 

che  T  Anfesibena  sale  per  due  parti,  davanti,  e  di  dietro,  e 
le  due  estremità  sono  eguali  per  grossezza  al  mezzo  del  corpo: 
piccolo  serpente,  e  debole:  reca  col  morso  un  dolor  veemente, 
ed  il  veleno  si  estende  in  un  momento  per  tutto  il  corpo. 

Oltre  i  serpenti  suddescritti  trovansi  de'  peggiori  il  Di- 
psa  in  latino  e  greco  Sytula  giacché  muore  di  sete  chi  è 
morsicato  da  tal  serpente.  Avicenna  lo  chiama  per  questo 
il  serpente  che  fa  sete:  è  lungo  un  palmo,  testa  piccola, 
collo  grosso,  ed  i  feriti  da  lui  sentono  bruciarsi,  e  sem- 
pre più  infiammarsi  il  ventre;  l'acqua  non  basta  a  seda- 
re le  fiamme,  e  convertesi  tosto  in  sudore,  ed  urina,  osi 
spande  nelle  vene,  e  fa  gonfiare  il  ventre  mostruosamen- 
te. Lucano  racconta,  che  tal  serpente  ferì  un  soldato  tosca- 
no porta-bandiere ,  il  quale  aveva  premuto  il  serpente  col 
piede,  e  tosto  fu  invaso  da  tanto  ardore  che  gli  si  seccarono 
tutti  gli  umori,  e  quel  misero  furente  correva  per  l'arena,  getta- 
ta la  bandiera,  cercando  acqua,  e  beveva  dal  lido  l'acqua  mari- 
na; ma  non  bastò,  e  non  sarebbe  bastata  l'acqua  dolce  di  tutta 
la  terra,  e  queir  infelice  in  ultimo  si  fece  aprire  le  vene  e 
bebbe  il  proprio  sangue,  finché  spirò.  Un  altro  serpente  Emo- 
rois  da  emor  sangue,  erois  flusso  —  produce  col  morso  la 
rilassatezza  dei  fori  delle  vene  tutte,  e  fa  versare  tutto  il  san- 
gue che  si  trova  nel  morsicato:  ha  colore  di  cenere:  più  alto 
di  un  cubito.  Lucano  avvisa,  che  tal  serpente  si  scagliò,  ad- 
dentando Tulio  soldato  romano,  giovane  magnanimo,  imita- 
tore di  Catone,  e  tosto  versò  il  sangue  per  tutti  i  fori  del  corpo, 
per  le  nari,  orecchie,  occhi,  ano,  bocca,  e  tutto  era  sangue. 
Lemi  soldato  di  Catone  ferito  da  un  cupide  a  poco  a  poco, 
e  senza  dolore  morì  dormendo.  Mirto  altro  soldato  eolpito  da 
un  Basilisco  che  si  dice  il  Regolo  de'  serpenti  vide  scorrere  il 
veleno  dall'asta  alla  mano,  che  la  stringeva,  e  tosto  colla  spada 


•)74  INFERNO 

si  tagliò  la  mano,  e  cosi  recisa  una  parte,  redense  il  resto  del 
corpo.  I  soldati  di  Catone  in  mezzo  a  tanti  e  tali  perigli  la- 
gnavansi  altamente  dicendo,  che  non  dovevano  maledire  il 
clima  dell' Africa,  ma  la  loro  stoltezza,  e  temerità.  La  natura 
aveva  già  insegnato  che  tal  terra  non  era  pel  uomo,  vietandolo 
il  calore,  i  venti,  i  serpenti,  le  sterilità,  ed  aveva  segnati  i 
confini  colle  Sirti,  e  colla  Zona  torrida.  Noi  siam  venuti  spon- 
tanei a  combattere  coi  serpenti  per  non  pugnare  cogli  uomini 
in  Tessaglia.  —  Ma  Catone  fingendo  non  udire  lai  lagni,  pre- 
stava a  tutti  soccorso,  e  se  non  poteva  loro  salvare  la  vita,  li 
esortava,  locchè  è  più  nobile,  da  forti  morire:  in  presenza  di 
Catone  niuno  quindi  moriva  lagnandosi.  Ecco  perchè  Dante 
si  vergognava  di  lagnarsi  della  difficoltà  della  via  alla  pre- 
senza di  Virgilio.  Io  dissi  molte  cose  dell'  arena  della  Libia 
per  mostrarti  il  rapporto  con  questa  bolgia.  Queir  arena  è 
sterile,  e  non  produce  alcuna  cosa:  così  la  casa  del  ladro:  in 
quell'arena  è  gran  quantità  di  serpenti  che  cagionano  varie, 
ed  orribili  morti:  in  questa  bolgia  sono  infiniti  serpenti,  che 
cagionano  orribili  tormenti  ai  dannati:  in  quell'arena  i  ser- 
penti ora  dritti,  ora  obliqui,  ora  strisciando  camminano;  e 
del  pari  i  ladri  di  questa  bolgia  ora  dritti,  ora  piegati,  ora 
col  corpo  per  terra  si  movono. 

Genti  nude  e  spaventate  nudi,  e  spaventati  correvano, 
ed  allegoricamente  i  ladri  son  sempre  poveri  e  paurosi  cor- 
rean  tra  questa  cruda  e  tristissima  copia  quantità  di  ser- 
penti senza  sperar  pertugio  o  elitropia  i  ladri  fuggono  dal- 
l'aspetto umano,  e  cercano  ogni  angolo,  ogni  nascondiglio 
non  tanto  per  la  infamia,  quanto  per  timore  della  pena.  La 
elitropia  è  pietra  verde  simile  allo  smeraldo,  sparsa  di  goccie 
di  sangue.  Secondo  Alberto  Magno  si  dice  che  renda  V  uomo 
di  buona  fama  ed  invulnerabile,  e  sia  un  antiveleno,  avean 


CANTO  XXIV.  575 

legate  le  mani  di  retro  co  serpi  come  sogliono  esser  legati  i 
ladri  tradotti  air  ultimo  supplizio  e  quelle  serpi  ficcavan  la 
coda  e  l  capo  per  le  reni  colla  metà  del  corpo  le  serpi  lega- 
vano le  mani  di  costoro  alla  schiena  e  F  altra  metà  la  stende- 
vano su,  e  giù  per  le  reni  stesse  et  eran  agropale  dietro  in- 
torno alle  mani  de'  ladri.  Altre  lezioni  portano  et  eran  dinan- 
zi agropale  ed  allora  dirai,  che  il  serpente  stringeva  il  ven- 
tre per  essergli  più  aderente.  Alcuni  ritengono,  che  questi  sia- 
no i  ladri  pertinaci  e  che  mai  in  vita  non  abbandonarono  il 
pensiero  del  furto,  e  per  conseguenza  sian  sempre  cinti,  e  tor- 
mentati dai  serpenti,  locchè  non  credo,  come  sarà  chiaro  nel 
canto  seguente. 

Et  ecco  terza  parte  generale  — alcuni  in  questo  mondo 
sono  ladri  non  per  naturale  inclinazione,  o  mala  consuetudi- 
ne, ma  per  fatali  incontri,  e  combinazioni  di  comodità,  op- 
portunità di  tempo  e  di  luogo.  Dante  quindi  finge  ingegno- 
samente, che  un  ladro  percosso  da  un  serpente  tosto  rimanga 
cenere,  e  rinasca  dalla  cenere,  assumendo  la  prima  figura. 
Giusta  pena  !  La  tostana  percossa  dal  serpente  figura  la  su- 
bitanea cupidigia  di  rubare:  viene  corrotto  dal  furto,  ma  non 
vi  persiste,  né  aggiunge  furto  a  furto,  e  cosi  ritorna  uomo  et 
ecco  un  serpente  sotto  degli  occhi  nostri  savento  a  uno  si 
slanciò  contro  di  un  ladro  eh  era  da  nostra  proda  presso  l'e- 
stremità della  bolgia  dove  noi  discendemmo,  ovvero  che  ci  era 
vicino  che  l  trafisse  la  dove  l  collo  s  annoda  alle  spalle  dove 
la  gola  si  congiunge  al  petto,  nella  più  bassa  parte  della  gola 
ne  0  nel  si  scripse  mai  si  tosto  vocali  che  velocemente  si  pro- 
nunciano, o  si  scrivono.  L'appetito  di  rubare  lo  aveva  subito 
invaso  senza  premeditazione,  e  tosto  commise  il  furto  cornei 
saccese  e  arse  del  desiderio  e  convenne  che  divenisse  tutto 
cenere  cascando  perchè  commesso  il  furto  cessò  la  cupidigia 


576  INFERNO 

di  rubare;  perciò  subito  si  rifece,  la  polver  si  raccolse  per  se 
stessa  la  cenere  raccoltasi  da  sé  ritorno  di  subito  prestamente 
in  quel  medesmo  quello  slesso  uomo  eh'  era  prima  poiché  fu 
si  distructo  a  terra  dopo  essersi  ridotto  in  cenere.  Dante  po- 
ne una  consimile  mutazione  in  Sabello  nel  canto  seguente,  ma 
Sabello  fu  sciolto  a  poco,  a  poco  in  tutte  le  membra,  e  questi 
subitamente;  Sabello  non  si  rifece,  né  tornò  alla  prima  figura. 
I  romani  passarono  con  Catone  per  le  arene  dell'Africa,  fer- 
mandosi due  mesi  soltanto,  mentre  costoro  qui  resteranno  in 
eterno. 

La  Fenice,  dicesi ,  un  uccello  dell'  Arabia,  unico  nella  sua 
specie,  della  grandezza  dell'aquila,  col  capo  coronato  a  guisa 
del  pavone,  le  fauci  crestate,  intorno  al  collo  color  porpora, 
o  d' oro,  lunga  coda  mista  a  penne  gradatamente  rosee,  oc- 
chiute come  il  pavone,  e  maravigliosamente  bello.  La  fenice 
gravata  dagli  anni  si  forma  il  nido  in  albero  altissimo ,  e  so- 
litario, sopra  di  un  fonte,  e  lo  copre  di  mirra,  incenso,  ci- 
namomo,  ed  altri  preziosi  aromi.  Poi  si  mette  direttamente 
contro  i  raggi  del  sole,  che  si  raddoppiano  dal  proprio  splen- 
dore, e  dall'  agitar  delle  penne,  finché  s' alzino  dal  nido  fa- 
ville che  convertonsi  in  incendio,  quale  bruci  sé,  ed  il  nido, 
e  tutto  in  cenere  converta.  Dopo  l'incendio, dalle  ceneri  sor- 
ge un  verme,  che  al  terzo  giorno  veste  le  ali ,  e  si  trasforma 
in  uccello  dalla  prima  figura  di  fenice,  e  si  abbandona  al  volo 
per  l' aria.  In  Eliopoli  di  Egitto  si  racconta,  che  la  fenice  si 
slanciò  sulla  legna  preparata  pei  sagrifizi,  portando  seco  molti 
aromi,  ed  alla  vista  de'  sacerdoti  si  bruciò,  si  ridusse  in  ce- 
nere» sorse  il  verme,  mise  le  ali,  e  si  abbandonò  al  volo.  Pla- 
tone pare  che  presti  fede  a  tali  prodigi  che  sono  trascritti  ne'  li- 
bri liturgici  cosi  in  tal  modo  se  confessa  per  li  gran  savi  da 
Plinio,  da  Solino,  e  da  altri  teologi  ancora,  secondo  Alberto 


CANTO  XXIV.  577 

Magno.  Ovidio  nel  XV  delle  Metamorfosi  assicura  che  la  fenice 
more  di  nobil  morte,  perchè  meglio  rivive  quando  appressa 
al  cinquantesim  anno  si  avvicina  agli  anni  cinquanta:  voglio- 
no alcuni,  che  la  fenice  viva  più  di  mille  anni,  locchè  non 
credo.  Nel  modo  con  cui  la  fenice  pei  raggi  solari  s' incen- 
dia e  si  risolve  in  cenere,  del  pari  questo  ladro  è  acceso,  e 
sciolto;  e  come  la  fenice  rivive  dal  suo  cenere,  così  il  ladro 
si  rifa  dallo  stesso  cenere  suo.  Ma  la  fenice  non  può  nutrirsi 
di  erba  e  di  biado  in  sua  vita  come  gli  altri  uccelli  ma  sol 
ma  soltanto  di  lagrime  d  incenso  e  d  amomo  grani  di  quest'al- 
bero aromatico,  che  tramandando  lagrime  gommose,  ed  asciu- 
gandosi, forma  gli  stessi  grani  odorosi:  —  presso  di  noi  fa 
altrettanto  il  pruno,  il  ciliegio,  e  simili  e  nardo  e  mirra  al- 
tri due  alberi  odoriferi  son  l  ultime  fa&ce  dei  rami  di  tali  al- 
beri si  formala  pira,  nella  quale  la  fenice  si  brucia,  e  si  con- 
verte in  cenere.  —  Il  ladro  risorto  alla  prima  vita  rimase  at- 
tonito, come  chi  è  colto  da  male  caduco,  o  preso  dal  demonio 
e  l  peccatore  Vanni  Fucci  levato  poscia  resuscitato  dalla  ce- 
nere Idi  era  restò  qual  quel  che  cade  subito  a  terra  et  non  sa 
come  senza  conoscerne  la  cagione  per  forza  di  demon  che  a 
terra  il  tira  il  demonio  qualche  volta  ha  potere  sopra  dell'uo- 
mo o  d  altra  oppilation  che  lega  l  uomo  come  Pepilepsia,  che 
toglie  i  sensi  eh  intorno  si  mira  quasi  stupido  quando  si  leva 
tutto  smarrito  dalla  grande  angoscia  dall'  angustia,  ed  alte- 
razione eh  elliha  sofferto  in  tale  incontro  e  sospira  guardando 
e  sospirando  guarda  intorno,  quasi  cercando  il  motivo  del  suo 
disastro,  e  cerca  quasi  di  fuggire  al  suo  male,  o  vendetta  di 
Dio  quanto  severa!  quanto  rigida,  che  tosto  la  pena  segue 
la  colpa  ! 

Lo  duca  il  dimando  quarta ,  ed  ultima  parte  generale.  — 
Virgilio  il  dimando  poi  chiese  a  colui  dopo  eh'  erasi  rifatto 

R\MBAT/DI  —   Voi.  1.  37 


578  INFERNO 

chi  etti  era  chi  fosse  perchè  rispuose  quello  spirito  rispose 
io  piovvi  di  Toscana  io  sono  di  Toscana,  e  venni  poco  tempo 
e  in  questa  gola  fera  in  questa  bolgia  piena  di  orrende  fiere: 
vita  bestiai  mi  piacque  e  non  fiumana  perchè  la  ragione  si 
spense  in  lui,  e  la  bestialità  in  lui  crebbe  si  comeamul  eh  io 
fui  e  fu  veramente  un  mulo  tanto  moralmente,  quanto  fisica- 
mente, perchè  spurio,  nato  da  spurio.  Il  mulo  nasce  da  due 
specie  diverse,  cavalla  ed  asino:  più  somiglia  all'asino  che 
alla  madre,  quantunque  nella  favola  dinanzi  al  leone  si  chia- 
masse nipote  del  cavallo.  Il  mulo  è  animai  duro,  atto  alle  fati- 
che, tollerante  di  percosse,  retrogrado,  ostinato,  incorreggibile, 
e  del  quale  dice  il  Profeta  —  non  fate  come  il  mulo,  nel  quale 
non  è  intelligenza  son  Vanni  Fueci  bestia  non  uomo  e  Pistoia 
mi  fu  degna  tana  nacqui  a  Pistoia,  terra  degna  di  tal  figlio 
così  scellerato:  chiama  tana  la  patria  per  tenere  la  metafora 
di  serpente,  et  io  al  Duca  io  dissi  a  Virgilio  dilli  che  non 
mucci  non  fugga  mucci  volgare  lombardo  e  dimanda  guai 
colpa  qual  peccato  el  pinsequa  giù  lo  gettò  nella  settima  bol- 
gia: ei  fu  uno  scellerato  violento,  superbo,  bestemmiatore, 
giuocatore,  e  ladro:  io  lo  vidi  homo  di  sangue  e  di  cruci  un 
sanguinario,  che  tormentava  gli  aggressi  e  Ipeccator  che  n- 
iese  che  forse  Dante  l'avrebbe  al  nome  conosciuto  non  se  finse 
non  cambiò  nome  e  drizzo  verso  me  l  animo,  e  l  volto  Y  a- 
nimo  sdegnoso,  ed  il  volto  turbato  e  se  dipinse  di  trista  vergo- 
gna. Il  furto  semplice  come  vilissimo  è  di  maggiore  infamia 
del  ladroneccio  quantunque  di  maggior  colpa,  e  quindi  rende 
più  danno  a  chi  lo  commette.  Narra  Elio  Lampridio,  che  A- 
lessandro  imperatore  de' romani  tanto  odiava  i  ladri,  che  con- 
dotti alla  di  lui  presenza,  tentava  di  acciecarli  colle  proprie 
dita,  e  spesso  preso  da  mol  t'irà,  vomitava,  poi  disse  più  mi 
duol  che  tu  ma  cotto  più  mi  dispiace,  che  tu  mi  abbia  visto 


CANTO  XXIV.  579 

nella  miseria  dove  tu  me  vedi  in  questo  tormento,  e  muta- 
zione che  quando  fui  de  l  altra  vita  tolto  non  tanto  mi  dolsi 
quando  morii,  quanto  che  tu  m'abbia  trovato  fra  i  ladri. 

Questo  Vanni  ebbe  a  padre  ser  Fuccio  de'Lazzari  di  Pistoia 
uomo  scelleratissimo,  e  pronto  ad  ogni  malvagità.  Gli  andaro- 
no, perchè  nobile,  impunite  molte  scelleratezze.  Bandito  per 
molti  delitti,  entrava  non  pertanto  di  notte  in  città,  e  teneva 
combriccole  con  altri  scellerati.  Un  carnevale,  unitisi  dieciotto 
di  tali  compagni,  deliberarono,  che  ciascuno,  prima  del  sorger 
del  sole,  andasse  a  trovare  la  propria  amante  od  amica.  Fra 
questi  trovavasi  ser  Vanni  de  la  Nova  notaio  di  Pistoia,  e  poi- 
ché molte  amiche  abitavano  dalla  parte  del  vescovato,  costui, 
non  contento  degl'insipidi  divertimenti  degli  altri,  secreta- 
mele, e  senza  che  alcuno  se  né  accorgesse  si  avvicinò  alla 
Chiesa  di  s.  Giacomo,  e  trovando  assenti  i  custodi,  o  addor- 
miti pel  cibo,  e  bevande  di  tripudio,  entrò  nella  sagristia,  e 
portò  via  tutti  gli  effetti  preziosi,  che  vi  trovò.  Ritornando  con 
tanta  ricchezza ,  palesò  ai  compagni  come  sei  era  procurata,  e 
molti  se  ne  spaventarono.  Ma  dacché  la  cosa  era  fatta,  porta- 
rono gli  effetti  rubati  in  casa  di  quel  ser  Vanni  notaro,  rite- 
nendo che  su  lui,  di  tanta  fama  di  onestà,  non  sarebbe  mai 
caduto  sospetto.  Di  più  la  casa  del  notaro  era  la  più  vicina.  I 
canonici  denunciarono  nel  mattino  il  furto  al  podestà,  e  si  alzò 
grave  lamento  per  la  perdita  di  tanto  valore.  La  inquisizione 
criminale  durò  molto  tempo  senza  verun  risultato.  Finalmente 
giunse  alle  orecchie  del  podestà,  che  certo  Rampino  di  Fran- 
cesco de9 Forensi,  nobile,  pistoiese,  in  cattivo  stato  di  beni, 
e  di  fama  probabilmente  aveva  avuta  parte  nel  furto  sacro.  Fu 
preso  Rampino,  e  messo  alla  tortura,  ma  nulla  palesò,  perchè 
nulla  sapeva,  ed  era  di  tal  fatto  innocente.  I  parenti  di  Rampino 
alzarono  lagni  continui  cogli  amici,  coi  nobili,  col  popolo, 


580  INFERNO 

con  tutti,  e  per  la  ingiustizia  de'  tormenti ,  e  pregando  che  si 
togliesse  alla  morte.  Duro,  e  crudele  il  podestà,  poco  badando 
ai  lagni,  e  preghiere,  prefisse  a  quello  sventurato  il  solo  ter- 
mine di  trg  giorni  a  palesare  il  furto,  altrimenti  lo  avrebbe 
fatto  appiccar  per  la  gola.  La  nuova  crudeltà  aveva  fatti  adu- 
nare gli  amici  e  parenti  del  preteso  reo  nella  deliberazione, 
che  la  notte  precedente  air  esecuzione,  avrebbero  assalito  col 
ferro,  e  col  fuoco  il  palazzo  del  podestà.  Ma  nel  giorno  fissato 
Vanni,  ch'era  fuori  del  contado  fiorentino,  in  Monte-Carelli, 
spedì  un  messo  al  padre  di  Rampino,  e  gli  narrò  estesamente 
il  furto  da  lui  commesso.  Questi  giunse  velocemente  a  Fioren- 
za, e  tutto  riferì  al  podestà,  il  quale  in  sull'istante  fece  impri- 
gionare il  notaro  Vanni,  che  nel  primo  lunedì  di  quaresima 
trovavasi  in  Chiesa  ad  ascoltare  la  predica  dai  frati  minori. 
La  cattura  del  notaro,  perchè  uomo  di  ottima  fama,  eccitò 
bisbiglio,  e  tumulto,  e  così  molti  complici  ebbero  campo  a 
fuggire.  Narrò  poi  lo  stesso  Vanni,  che  molte  volte  coi  com- 
pagni aveva  tentato  trasportare  il  tesoro,  ma  gli  sembrava  a- 
ver  sempre  i  birri  alle  spalle.  Così  scoperto  il  vero,  ricupe- 
rato alla  Chiesa  il  tesoro,  Rampino  fu  liberato,  e  Vanni  appic- 
cato per  la  gola.  E  non  prendere  equivoco  sul  nome  di  Vanni, 
perchè  tre  Vanni  ebbero  parte  in  tal  furto  —  Vanni  Fucci  prin- 
cipale autore  Vanni  de  la  Nova  detentore  del  furto  —  e  Vanni 
di  Laminone  fiorentino,  complice  del  furto. 

É  Vanni  Fucci  che  parla  io  non  posso  negare  e  se  il  potessi 
lo  farei  volentieri  quello  che  tu  chiedi  cioè  per  qual  delitto  son 
qui  condannato:  io  son  messo  tanto  giù  nella  settima  bolgia  de' 
ladri  perch  io  fui  ladro  a  la  sagrestia  de  li  aredi  rubai  gli  ar- 
redi sacri  della  Chiesa  cattedrale  di  Pistoia,  ch'erano  i  più  belli 
di  tutta  Italia,  e  falsamente  già  fu  apposto  altrui  al  predetto 
Rampino.  La  compagnia  degli  scellerati  conduce  in  ultimo  a 


CANTO   XXIV.  581 

tristo  fine.  Il  notaro  uomo  civile,  ed  onorato,  contro  del  pro- 
prio volere  si  rese  complice  di  un  furto,  che  non  aveva  mai 
sognalo. 

Ma  Vanni  Fucci  in  vendetta  della  sofferta  vergogna  del 
palesato  furto,  preconizza  mali  ingiuriosi.  Nel  1300,  quando 
Dante  mise  mano  a  questa  grand-opera,  la  città  di  Pistoia  era  in 
auge,  e  fioriva  in  essa  la  casa  de' Cancellieri ,  di  famiglia  nu- 
merosa per  cento  maschi  dello  stesso  sangue,  e  per  conse- 
guenza potente  non  solo  più  di  tutte  le  case  di  Pistoia,  ma  di 
Toscana.  Tal  casa  per  una  lite,  della  quale  si  parlerà  nel  can- 
to XXXII,  si  divise  in  due  fazioni  Bianchi,  e  Neri,  e  simil- 
mente  si  divise  tutta  la  città.  I  fiorentini  temendo,  che  tal  di- 
visione distruggesse  la  città,  si  adoperarono,  perchè  i  capi 
dell'  uno  e  V  altro  partito  fossero  esiliati  da  Pistoia.  Così  emi- 
grarono, e  si  rifuggirono  in  Fiorenza,  che  fu  del  pari  divisa 
come  si  disse  nel  canto  VI.  NelP  anno  dopo  a  tale  misura  la 
parte  bianca,  e  nel  mese  di  maggio,  aiutata  dai  Bianchi 
fiorentini,  distrusse  in  Pistoia  i  palazzi,  e  molte  persone  dei 
Neri.  Ma  questi  aiutati  dal  marchese  Malaspina  se  ne  vendi- 
carono, precipitando  sopra  Pistoia,  e  sconfiggendo  i  Bianchi, 
come  Dante  sembra  affermare  in  questo  passo,  sebbene  altri 
pretendano,  che  risguardi  l'assedio,  e  presa  di  tale  città  av- 
venuta pochi  anni  dopo.  —  Sappi  inoltre  che  nel  1305,  scac- 
ciata da  Fiorenza  la  parte  bianca,  e  da  quasi  tutte  le  città  di 
Toscana,  fuori  che  da  Pistoia,  i  fiorentini  per  timore  che  non 
crescessero  in  potere,  arruolarono  pisani ,  aretini,  e  bolognesi, 
e  chiamarono  a  guidarli  Roberto  duca  di  Calabria  figlio  di 
Carlo  II,  e  con  tale  esercito  si  misero  air  assedio  di  Pistoia. 
La  cinsero  di  un  fosso  profondo,  cosicché  niuno  potesse  en- 
trare >  ni  uno  uscire.  Era  dentro  Pistoia  Tolosano  degli  Uberti 
con  200  cavalli,  e  molti  pedoni ,  e  si  preparava  a  fare  vigorosa 


582  INFERRO 

resistenza;  ma  il  papa  Clemente  mandò  ambasciatori  guasconi, 
che  comandarono  al  duca,  ed  all'esercito  di  abbandonare 
l'assedio;  e  Roberto  tosto  licenziò  l'esercito,  tornò  indietro, 
e  si  portò  a  Bourges.  Ma  i  fiorentini  promotori  sdegnarono  di 
obbedire  al  papa,  e  seguitarono  l'assedio,  con  ostinazione, 
con  durezza,  e  valore,  giacché  fra i  difensori  non  mancavano 
i  valorosi.  A  qualunque  avesse  azzardato  sortire,  se  maschio, 
gli  si  tagliavano  i  piedi,  so  donna  il  naso,  e  si  rimetteva  io 
città  col  Mezzo  di  fra  Landone  da  Gubbio  uomo  scellerato,  e 
crudele.  I  pistoiesi  non  pertanto  resistevano  anche  alla  fame, 
cibandosi  perfino  delle  più  schifose  umane  necessità,  e  final- 
mente stremati,  si  resero,  salva  la  vita,  nel  giorno  10  aprile 
1306.  I  vincitori  fiorentini  e  lucchesi  fecero  allora  atterrare 
le  mura,  barriere,  torri,  e  fortilizi,  e  si  divisero  il  contado: 
il  dominio  della  città  rimase  ai  fiorentini,  e  così  fu  spenta 
l' arroganza  pistoiese.  Neil'  anno  stesso  i  bolognesi  a  persua- 
sione de'  fiorentini,  fatto  tumulto  esiliarono  i  capi  di  parte 
bianca,  facendo  lega  coi  fiorentini  e  lucchesi. 

Vanni  Fucci  di  parte  nera  pistoiese  preconizza  a  Dante  di 
parte  bianca  fiorentina — che  la  parte  nera  dell'una,  e  dell'altra 
terra  sarà  primamente  cacciata,  poi  ritornerà  a  Fiorenza  e  Pisto- 
ia, apri  gli  orecchi  al  mio  annuntio  al  mio  pronostico  et  odi  e 
dirò  cosa  a  te  grave  Pistoia  inpria  de  negri  si  dimagra  prima- 
mente sarà  senza  della  parte  nera  poi  Firenze  rinuova  gente 
e  modi  e  poscia  anche  Fiorenza  sarà  senza  la  parte  nera.  Marte 
Dio  della  guerra  tragge  vapor  cioè  il  marchese  Marcello  Ma- 
laspina  predetto  di  Val  di  Magra  oggi  chiamata  Lunisana  da 
Luna  città  antichissima,  della  quale  si  è  altrove  parlato.  Abi- 
tavano in  detta  valle  i  marchesi  Malaspina,  de'  quali  si  dice 
nel  canto  IX  del  Purgatorio.  Magra  poi  è  il  nome  dell'  impe- 
tuoso fiume,  che  scorre  per  detta  valle  eh  e  di  torbidi  nuvoli 


CANTO  XXIV.  583 

involuto  pieno  di  turbini  guerreschi  con  tempesta  impe- 
tuosa et  agra  cioè  che  irromperà  impetuosamente  sopra  Pi- 
stoia, ed  a  guisa  di  tempesta  opprimerà  quella  gente  fia  com- 
battuto si  farà  combattimento  fiero  sopra  campo  Picen  nel 
campo  di  Pistoia.  Piceno  oggi  è  la  Marca  anconitana.  Antica- 
mente campo  Piceno  era  quello  vicino  a  Pistoia,  in  cui  fu  de- 
bellato Catilina  per  testimonianza  di  Sallustio.  Ora  vi  è  un  ca- 
stello detto  Picenzio  lontano  tre  miglia  da  Pistoia  onde  lo  stesso 
Marte  spiccerà  la  nebbia  farà  sparire  la  nebbia  repente  subi- 
tamente si  che  ogni  bianco  ne  sarà  ferito  il  partito  bianco 
sarà  vinto  in  campo,  e  nell'  assedio  e  dicto  Iho  perche  tu  ne 
godi  di  tal  vista  e  così  ti  predico  perchè  tu  godesti  d' avermi 
visto  in  questo  luogo  infame  se  mai  sarai  di  fuor  da  loghi 
bui  se  mai  sortirai  dai  luoghi  bui  dell'  Inferno.  Vanni  ritene- 
va, che  Dante  sarebbe  tornato  al  mondo,  perchè  lo  scorgeva  vi- 
vente, senza  pena,  e  che  cercava  conoscere  i  castighi  dei  dan- 
nati. Vanni  Fucci  imitò  Farinata  degli  Ubarti,  il  quale  udita 
cosa  spiacente,  preconizzò  a  Dante  l' esigi  io,  che  lo  avrebbe 
colto  fra  poco.  Dante  sembra  indovinare  il  futuro  rispetto  alla 
sua  visione. 


CANTO  XXV. 


TF.hTO  MODERNO 


AI  fine  delle  sue  parole  il  ladro 

Le  mani  alzò  con  ambeduo  le  fiche, 

Gridando:  togli,  Dio,  che  a  te  le  squadro.  5 

Da  indi  in  qua  mi  fur  le  serpi  amiche, 

Perch'una  gli  s'avvolse  allora  al  collo, 

Come  dicesse:  io  non  vo'che  più  diche:  6 

Ed  un'altra  alle  braccia  e  rilegollo, 

Ribadendo  sé  stessa  sì  dinanzi, 

Che  non  potea  con  esse  dare  un  crollo.  9 

Ah  Pistoia,  Pistoia!  che  non  stanzi 

D'incenerarti,  sì  che  più  non  duri, 

Poi  che  in  mal  far  lo  seme  tuo  avanzi?  12 

Per  tutti  i  cerchi  dello  Inferno  oscuri 

Spirto  non  vidi  in  Dio  tanto  superbo, 

Non  quel  che  cadde  a  Tebe  giù  de' muri.  15 

Ei  si  fuggì,  che  non  parlò  più  verbo: 

E  io  vidi  un  centauro  pien  di  rabbia 

Venir  gridando:  ov'è,  ov'è  l'acerbo?  18 

Maremma  non  cred'io,  che  tante  n'abbia, 

Quante  bisce  egli  avea  su  per  la  groppa 

Infino  ove  comincia  nostra  labbia.  21 

Sopra  le  spalle,  dietro  dalla  coppa, 

Con  ale  aperte  gli  giaceva  un  draco, 

E  quello  affuoca  qualunque  s'intoppa.  24 


CANTO  XXV.  585 

Lo  mio  Maestro  disse:  quegli  è  Caco, 

Che  sotto  il  sasso  di  monte  Aventino 

Di  sangue  fece  spesse  volte  laco.  27 

Non  va  co' suoi  fratei  per  un  cammino. 

Per  lo  furar  che  frodolente  ei  fece 

Del  grande  armento  ch'egli  ebbe  a  vicino;  30 
Onde  cessar  le  sue  opere  biece 

Sotto  la  mazza  d'Ercole,  che  forse 

Gliene  die  cento,  e  non  sentì  le  diece.  33 

Mentre  che  sì  parlava ,  ed  ei  trascorse , 

E  tre  spiriti  venner  sotto  noi, 

De'quai  né  io  né  il  Duca  mio  s'accorse,  36 

Se  non  quando  gridar:  chi  siete  voi? 

Perchè  nostra  novella  si  ristette, 

E  intendemmo  pure  ad  essi  poi.  39 

Io  non  li  conoscea;  ma  ei  seguette, 

Come  suol  seguitar  per  alcun  caso, 

Che  l'un  nomare  all'altro  convenette,  42 

Dicendo:  Cianfa  dove  ila  rimaso? 

Perch'io,  a  ciò  che  il  Duca  stesse  attento, 

Mi  posi  il  dito  su  dal  mento  al  naso.  45 

Se  tu  sei  or,  Lettore,  a  creder  lento 

Ciò  ch'io  dirò,  non  sarà  maraviglia, 

Che  io,  che  il  vidi,  appena  il  mi  consento.  48 
Com'io  tenea  levate  in  lor  le  ciglia, 

E  un  serpente  con  sei  pie  si  lancia 

Dinanzi  all'uno,  e  tutto  a  lui  s'appiglia.  51 

Co' pie  di  mezzo  gli  avvinse  la  pancia, 

E  con  gli  anterior  le  braccia  prese , 

Poi  gli  addentò  e  l'una  e  l'altra  guancia.  54 

Gli  diretani  alle  cosce  distese, 


586  INFERNO 

E  rniseli  la  coda  tramendue, 

E  dietro  per  le  ren  su  la  ri  tese.  57 

Ellera  abbarbicata  mai  non  fue 

Ad  alber  sì ,  come  l'orribil  fiera 

Per  l'altrui  membra  avviticchiò  le  sue  :  60 

Poi  s'appiccar,  come  di  calda  cera 

Fossero  stati ,  e  mischiar  lor  colore  ; 

Né  T  un  né  l' altro  già  parea  quel  eh9  era  ;  63 

Come  procede  innanzi  dall'ardore 

Per  lo  papiro  suso  un  color  bruno, 

Che  non  è  nero  ancora  ,  e  il  bianco  muore.        66 
Gli  altri  duo  riguardavano,  e  ciascuno 

Gridava,  o  me!  Agnel,  come  ti  muti! 

Vedi  che  già  non  sei  né  duo  né  uno.  69 

Già  eran  li  duo  capi  un  divenuti , 

Quando  n'apparver  due  figure  miste 

In  una  faccia,  ov'eran  duo  perduti.  72 

Fersi  le  braccia  duo  di  quattro  liste: 

Le  cosce  colle  gambe,  il  ventre  e  il  casso 

Divenner  membra  che  non  fur  mai  viste.  75 

Ogni  primaio  aspetto  ivi  era  casso: 

Due  e  nessun  l'imagine  perversa 

Parea,  e  tal  sen  già  con  lento  passo.  78 

Come  il  ramarro,  sotto  la  gran  fersa 

Dei  dì  canicular,  cangiando  siepe, 

Folgore  par,  se  la  via  attraversa;  gì 

Così  parea  venendo  verso  l'epe 

Degli  altri  due  un  serpentello  acceso , 

Livido  e  nero  come  gran  di  pepe.  84 

E  quella  parte,  donde  prima  è  preso 

Nostro  alimento,  all'un  di  lor  trafisse: 


CANTO   XXV.  887 

Poi  cadde  giuso  innanzi  lui  disteso.  87 

Lo  trafitto  il  mirò,  ma  nulla  disse: 
Anzi  co'  pie  fermati  sbadigliava  : 
Pur  come  sonno  o  febbre  l'assalisse.  90 

Egli  il  serpente,  e  quei  lui  riguardava, 
L' un  per  la  piaga,  e  l'altro  per  la  bocca 
Pumavan  forte,  e  il  fumo  s'incontrava.  93 

Taccia  Lucano  ornai,  là  dove  tocca 
Del  misero  Sabello  e  di  Nassidio; 
E  attento  sii  ad  udir  quel,  ch'or  si  scocca.         96 

Taccia  di  Cadmo  e  d'Aretusa  Ovidio; 
Che  se  quello  in  serpente,  e  quella  in  fonte 
Converte  poetando,  io  non  lo  invidio:  99 

Che  duo  nature  mai  a  fronte  a  fronte 
Non  trasmutò,  sì  ch'ambedue  le  forme 
A  cambiar  lor  materie  fosser  pronte.  102 

Insieme  si  risposero  a  tai  norme, 
Che  il  serpente  la  coda  in  forca  fesse, 
E  il  feruto  ristrinse  insieme  l'orme.  105 

Le  gambe  con  le  cosce  seco  stesse 
S'appiccar  sì,  che  in  poco  la  giuntura 
Non  facea  segno  alcun  che  si  paresse.  108 

Togliea  la  coda  fessa  la  figura, 
Che  si  perdeva  là;  e  la  sua  pelle 
Sj  facea  molle,  e  quella  di  là  dura.  Ili 

lo  vidi  entrar  le  braccia  per  l'ascelle, 
E  i  duo  piò  della  fiera,  ch'eran  corti, 
Tanto  allungar,  quanto  accorciavan  quelle.      114 

Poscia  li  piò  diretro,  insieme  attorti, 
Diventaron  lo  membro  che  l'uom  cela, 
E  il  misero  del  suo  n'avea  duo  porti.  1 17 


S88  INFERNO 

Mentre  che  il  fumo  l'uno  e  l'altro  vela 
Di  color  nuovo,  e  genera  il  pel  suso 
Per  Tuna  parte,  e  dall'altra  il  dipela,  120 

L'uri  si  levò,  e  l'altro  cadde  giuso, 
Non  torcendo  però  le  lucerne  empie , 
Sotto  le  quai  ciascun  cambiava  muso.  123 

Quel  ch'era  dritto  il  trasse  in  ver  le  tempie, 
E  di  troppa  materia,  che  in  là  venne, 
Uscir  gli  orecchi  delle  gote  scempie:  126 

Ciò  che  non  corse  in  dietro,  e  si  ritenne» 
Di  quel  soverchio  fé'  naso  alla  faccia , 
E  le  labbra  ingrossò  quanto  convenne.  129 

Quel  che  giaceva  il  muso  innanzi  caccia, 
E  gli  orecchi  rilira  per  la  testa, 
Come  face  le  corna  la  lumaccia:  152 

E  la  lingua,  che  aveva  unita  e  presta 
Prima  a  parlar,  si  fende,  e  la  forcuta 
Nell'altro  si  richiude,  e  il  fumo  resta.  135 

L'anima,  ch'era  fiera  divenuta, 
Si  fugge  sufolando  per  la  valle, 
E  l' altro  dietro  a  lui  parlando  sputa.  138 

Poscia  gli  volse  le  novelle  spalle , 
E  disse  all'altro:  io  vo\  che  Buoso  corra, 
Com'ho  fatt'io,  carpon  per  questo  calle.  141 

Così  vid'  io  la  settima  zavorra 
Mutare  e  trasmutare:  e  qui  mi  scusi 
La  novità,  se  fior  la  lingua  abborra.  144 

Ed  avvegnaché  gli  occhi  miei  confusi 
Fossero  alquanto  e  l'animo  smagato, 
Non  poter  quei  fuggirsi  tanto  chiusi,  147 

Ch'io  non  scorgessi  ben  Puccio  Sciancato; 


CANTO  XXV.  589 

Ed  era  quei  che  sol  de' Ire  compagni, 
Che  venner  prima,  non  era  mutato: 
L'altro  era  quel  che  tu,  Gaville,  piagni.  151 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Altra  specie  di  ladri ,  e  loro  pene.  Il  canto  dividesi  in  quat- 
tro parti  generali:  nella  prima  —  detestabile  ostinazione  del 
ladro  Vanni  Fucci ,  e  di  altro  ladro  antico  :  nella  seconda  — 
altra  specie  di  ladri,  e  loro  pene  mentre  che  si  parlava  ecc. 
nella  terza  —  ladro  moderno  percosso  dal  serpente,  che  avea 
seco  come  il  ramarro  ecc.  nella  quarta  ed  ultima  trasforma- 
zione dell' ultimo  ladro  in  serpente,  e  trasformazione  del  ser- 
pente nel  ladro  insieme  se  respuosono  ecc. 

El  ladro  Vanni  Fucci  alzo  le  mani  contro  del  cielo  con 
ambedue  le  fiche  e  furibondo  gridando  tolli  Deo  eh  a  te  le 
Squadro  faccio  le  fiche  a  te,  o  Dio,  per  dispetto.  Dante  in  tal 
modo  fa  conoscere,  che  Vanni  oltre  le  altre  scelleratezze  era 
pur  anche  un  empio  bestemmiatore  contro  Dio  al  fin  de  le 
sue  parole  per  Tira  concepita  dall' aver  Dante  saputo  il  vergo- 
gnoso furto,  le  serpi  mi  furono  amiche  quali  serpi  sono  per 
natura  all'  uomo  nemiche  da  indi  in  qua  perchè  da  quel  punto 
io  le  amai.  Quando  un  sapiente  scorge  un  empio  distruggere 
un  altr'  empio,  è  meno  avverso  all'  uccisore,  o  distruttore  per- 
eh  una  se  li  avvolse  allora  al  collo  troncandogli  il  passo  alla 
voce  come  dicesse  non  vo  che  più  diche  perchè  troppo  dice- 
sti. Accadde,  non  è  mollo,  che  un  tale  avendo  bestemmiato 
contro  Dio,  fu  da  lancia  nemica  trafitto  nella  punta  della  lin- 
gua  ed  a  traverso  la  gola,  ed  in  un  subito  mori.  In  tal  modo 
ebbe  fine  l' empio  detto  del  ladro  e  un  altra  a  le  braccia  e 
rilegollo  tornò  a  legarlo  dietro  la  schiena  ribattendo  se  stessa 
si  dinanzi  tanto  strettamente  davanti  che  non  potea  dare  un 


590  INFERNO 

crollo  con  esse  non  potea  mover  le  mani  così  legate,  ah  Pistoja 
Pistoja  due  volte  esclama  per  maggiore  imprecazione  che  non 
stanzi,  non  temi  d  incenerarti  di  ridurti  in  cenere  come  quel 
tuo  cittadino  !  si  che  più  non  duri  più  non  fossi,  per  parto- 
rire figli  tanto  viperei  poiché  n  mal  fare  il  seme  tuo  avanzi 
vogliono  alcuni,  che  Pistoia  superasse  gli  antichi  in  ogni  scel- 
leratezza, comecché  fabbricata  dai  congiurati  di  Catilina ,  che 
erano  sfuggiti  al  conflitto:  fu  quindi  detta  Pistoia  da  quella 
peste.  Ma  Pistoia  esisteva  tanto  tempo  prima, e  ragionevolmente 
può  dirsi  invece  così  nomata  dapistim  che  in  greco  suona 
fede,  e  quindi  Pistoia  città  fedele.  Di  più  Sallustio,  tanto  grave 
storico,  e  veridico,  ci  assicura,  che  niuno  de'  congiurati  fuggì 
dal  conflitto.  Dante  pertanto  volle  così  significare  —  o  Pistoia, 
tu  superasti  cogli  attuali  tuoi  figli  la  malizia  degli  antichi  tuoi — 
ma  ciò  non  è  esclusivo  di  Pistoia;  invece  lo  è  di  tutte  le  altre 
città,  e  dell'  intero  mondo,  che  cioè  i  cittadini  d' oggi  siano 
peggiori  degli  antichi.  Tito  Livio  lo  pone  per  indubitato  nel 
suo  proemio  storico,  e  Dante  ripete  altrettanto  nel  Paradiso 
canto  XVI.  Io  non  vidi  spirito  tanto  superbo  in  Dio  contro 
Dio  per  tutti  i  cerchi  oscuri  dello  inferno  in  tutto  P  Inferno, 
da  poterlo  mettere  con  lui  a  confronto,  non  quello  che  cade  a 
Tebe  giù  da  muri  non  Capaneo  fulminato  da  Giove  sulle  mu- 
ra di  Tebe,  mentre  pazzo,  e  furente  lo  sfidava  —  canto  XIV  — : 
esso  colpito  dal  fulmine  pur  non  ostante  alzava  contro  Giove 
il  viso  furente;  ma  Vanni  Pucci,  dopo  la  mutazione,  anche 
più  pazzo  ed  empio  del  primo ,  facea  le  fiche  e  si  fugge  per- 
chè tutti  i  ladri  son  vili  ;  ma  partì  che  non  parlo  più  verbo 
non  più  vomitò  bestemmie  contro  Dio. 

Quasi  tutti  i  primi  poeti,  compreso  Virgilio,  favoleggiano 
di  Caco.  Storicamente  poi  Tito  Livio,  nel  primo  libro  compen- 
diosamente ci  dice,  che  Ercole  tornando  vincitore  dalla  Spa- 


CANTO  XXV.  591 

gna,  oppresso  Gerione,  di  cui  si  parlò  nel  canto  XVII,  menava 
seco  bellissimi  armenti,  e  passando  per  1'  Italia,  giunse  al 
monte  Aventino,  e  preso  dalla  bellezza,  ed  amenità  di  tal 
luogo,  volle  alcun  poco  soffermarsi  per  refoci Uar  sé,  e  gli  ar- 
menti suoi.  In  quel  luogo  viveva  il  terribile  Caco  dentro  di 
una  spelonca,  che  riempiva  delle  fatte  prede.  Ma  perchè  la 
fama  rendeva  Ercole  formidabile,  Caco  non  ardì  contro  lui  di 
usare  la  forza;  prescelse  la  frode,  e  di  notte  gli  rubò  vari 
buoi,  che  trascinò  alla  spelonca  sua  per  la  coda,  onde  lascias- 
sero false  traccio  nel  suolo.  Ercole  di  buon  mattino,  chia- 
mando a  rassegna  gli  armenti ,  s' accorse  che  mancavano  i 
buoi  migliori,  e  si  mise  a  cercarli  in  ogni  dove,  ma  inutil- 
mente. Trovando  le  pedate  in  senso  opposto  alla  spelonca  di 
Caco,  sdegnoso,  ed  irato  si  rimise  in  viaggio  cogli  armenti 
decimati.  —  Ma  nel  passare  vicino  alla  spelonca  del  malfattore, 
i  buoi  rubati  muggirono,  ed  Ercole  seguendo  quei  muggiti , 
scoperto  il  ladro,  colla  clava  sfracellò  Caco,  che  gridava  soc- 
corso dentro  la  slessa  spelonca,  et  vidi  un  Centauro  Caco ,  e 
Virgilio  pure  nell'  ottavo  dell'  Eneide  lo  chiama  mezzo  uomo. 
L'autore  lo  nomina  centauro  perchè  violento,  spargitore  di 
sangue,  assassino,  come  erano  i  centauri  de' quali  altrove  si 
parlò:  Caco  di  più  viveva  nella  spelonca ,  era  agile,  veloce,  in 
cerca  di  prede  per  tutta  la  vita  pien  di  rabbia  furente  viene 
gridando  ove  ove  l  acerbo!  Chiama  Vanni  Fucci  acerbo ,  per- 
chè rozzo  e  villano,  e  forse  lo  perseguitava,  e  veggiam  tutto 
giorno,  che  tali  uomini  sanguinari  si  strozzano  insieme  1'  un 
r  altro. 

Non  credo  che  la  marema  parte  paludosa  di  Toscana , 
calda  perchè  verso  Africa,  ed  al  mezzogiorno,  piena  di  bi- 
scie  n  abbia  tante  bisce  quante  ne  aveva  su  per  la  groppa 
essendo  mezzo  cavallo  in/in  dove  comincia  nostra  labbia  fino 


592  INFERNO 

alla  faccia.  Caco  aveva  lesta  d' uomo,  e  tutta  la  parte  bestiale 
del  centauro  era  coperta  da  biscie.  un  drago  li  giaceva  aveva 
un  drago,  specie  di  serpente  con  ali,  e  vomitante  fuoco  con 
l  ali  aperte  sopra  le  spalle  dietro  de  la  groppa  nasconden- 
dosi per  essere  più  sicuro  nelle  insidie  e  quelli  il  drago  affoga 
qualunche  elio  intoppa  qualunque  abbia  sventura  di  passar- 
gli dinanzi.  Pretendono  alcuni  che  trovansi  nelP  aria  draghi 
volanti ,  i  quali  vomitano  fuoco  continuo  dalla  bocca ,  locchè 
viene  impugnato  da  Alberto  Magno,  ammettendo  invece  che 
si  trovino  vapori  igniti  per  l'aria,  che  ora  ascendono,  o- 
ra  discendono,  e  che  il  volgo  ignorante  battezzò  per  dra- 
ghi. Qualunque  sia  o  vero  o  finto  il  fenomeno,  Dante  tro- 
va conveniente  fingere  un  drago  volante,  che  vomiti  fuo- 
co, essendo  stato  Caco  un  incendiario  di  case,  e  masnadiero 
il  più  crudele.  Virgilio  poi  immagina  che  Caco  nascesse  da 
Vulcano  Dio  del  fuoco,  e  quindi  vomitasse  fuoco  e  fumo  per 
la  bocca,  e  così  quel  drago  figura  la  malignità,  e  la  velenosa 
di  lui  rabbia. 

Lo  mio  Maestro  disse  questo  e  Caco  Caco  in  greco  suo- 
na male  e  costui  fu  un  assassino  che  fece  spesse  volte  loco 
di  sangue  Virgilio  scrive,  che  la  spelonca  era  nascosta,  sem- 
pre bagnata  di  sangue,  ed  all' ingresso  mostrava  appese  le  te- 
ste pallide,  o  putrefatte  degli  scannati  da  lui  sopra  el  saxo  de 
monte  aventino  uno  de' sette  colli  di  Roma  così  chiamato  da- 
gli uccelli,  che  diedero  l'augurio  a  Romolo,  e  nel  qual  luogo 
giunse  Ercole,  regnando  ancora  Evandro.  Ma  se  Caco  sparse 
di  continuo  nella  spelonca  un  Iago  di  sangue,  e  perchè  non  è 
punito  nella  valle  di  sangue?  Risponde  Virgilio  non  va  co  suoi 
fratelli  cogli  altri  centauri  per  un  cammino  per  la  valle  di 
sangue  per  lo  furto  fraudolento  la  frode  aggiunta  alla  vio- 
lenza aggrava  di  molto  la  colpa;  e  la  frode  di  Caco  di  trasci- 


capo  xxv.  593 

nare  i  buoi  per  la  coda,  affinchè  le  traccie  lasciate,  invece  di 
avvicinare,  allontanassero  le  ricerche  dalla  spelonca,  in  cui 
eran  nascosti,  cresce  in  ragione  della  malignità.  Altrettanto  si 
dice  di  Catilina,  che  per  allontanarsi  furtivamente  da  Fiesole 
fece  mettere  ai  suoi  cavalli  i  ferri  al  rovescio,  che  fece  del 
grande  armento  ch'ebbe  a  vicino  Ercole  portava  tal  preda 
dalla  Spagna  ferace  di  cavalli,  di  muli,  di  buoi,  di  cani,  e  li 
portava  sceltissimi  forse  per  razza,  o  per  secondare  il  deside- 
rio di  Euristeo  re  di  Tebe  de/  grande  armento  e  cagione  della 
sua  morte  onde  cessar  le  sue  opere  bieche  le  sue  operazioni 
malvagie.  Quando  Ercole  correva  alla  spelonca  dietro  il  mug- 
gito de' buoi  Caco  spingeva  alla  bocca  dell'antro  e  fumo,  e 
fuoco;  ma  Ercole  spense  quell'incendio,  si  slanciò  in  mezzo 
del  fumo,  e  stringendo  a  tutta  forza  Caco  fra  le  braccia  lo  sof- 
focò sprezzando  le  grida,  eie  minaccio  dell'assassino.  Trasse 
la  morta  salma  fuori  della  spelonca,  e  lasciata  insepolta,  non 
saziavansi  gli  accorrenti  di  mirarne  gli  occhi  terribili,  ed  il 
petto  peloso  concorso.  Dante  pone  Caco  morto  sotto  la  cla- 
va d'Ercole,  ma  ciò  poco  monta  sotto  la  mazza  d  Ercole 
che  forse  ne  li  de  cento  forse  gli  diede  cento  colpi  e  non 
senti  le  diece  perchè  era  già  morto  sotto  de'  primi.  É  un  ef- 
fetto dell'ira  durare  la  ferocia  anche  dopo  la  morte  dell'av- 
versario. Scrive  Roderigo  arcivescovo  di  Tolosa  nella  sua  cro- 
naca, che  Caco  fu  di  Spagna,  e  fu  da  Ercole  scacciato  da  un 
altissimo  monte,  e  fuggendo  giunse  in  Italia,  e  scontrato  Er- 
cole,  non  potè  sottrarsi  ai  colpi  della  di  lui  clava. 

Mentre  eh  elio  parlava  seconda  parte  generale  et  ei  Caco 
trascorse  velocemente  togliendosi  alla  nostra  vista  mentre  che 
si  parlava  nel  frattanto  che  Virgilio  mi  parlava  e  tre  spiriti 
venner  sotto  noi  tre  spiriti  fiorentini  —  Angelo  Brunelle- 
schi  —  Bosio  de* Donati  —e  Puzio  de'Galligani  de  quali  ne 

R  AMR  ALDI  —  Voi.  1.  38 


594  INFERNO 

io  ne  l  duca  mio  s  accorse  perchè  tanto  lievemente,  e  nasco- 
stamente secondo  il  costume  de' ladri  se  non  quando  gri- 
dar —  chi  sete  voi?  chiedevano  a  Dante,  ed  a  Virgilio  chi  e- 
rano,  maravigliati  di  vederli  star  fermi,  e  senza  pena.  Questi 
tacquero,  e  si  misero  a  pensare  quanto  lor  convenisse  di  fare 
perche  nostra  novella  se  ristette  lasciarono  l'argomento  di 
Caco,  del  quale  tuttora  parlavano  e  intendemmo  pure  ad  essi 
poi  per  avere  cognizione  di  essi  ancora,  io  non  li  conosceva 
perchè  i  ladri  vanno  di  notte,  e  trasformati  mael  sequette  ma 
avvenne  che  l  un  convenette  nominar  un  altro  che  fu  neces- 
sario, che  un  d'essi  nominasse  un  altro.  Erano  insieme  uniti 
cinque  fiorentini  :  tre  erano  venuti,  e  due  altri  restavano  :  l'uno 
de' restati  erasi  cambiato  in  serpente  dicendo  queir  uno  primo 
a'suoi  compagni  dove  fiarimaso  Cianfaf  il  quarto  Ciaofa  era 
dei  Donati.  É  forse  andato  Cianfa  a  commettere  un  furto?  allo- 
ra addiverrà  serpente.  E  questo  significa,  che  quantunque  oc- 
cultamente, e  con  astuzia  si  commettano  i  furti,  pure  avviene 
che  un  ladro  anche  non  volendo  palesi  il  compagno  perdi  io 
mi  posi  il  dito  su  dal  mento  al  naso  quest'  atto  è  proprio 
di  chi  pensa  accio  che  il  duca  stesse  attento  alla  nuova  ma- 
teria da  trattarsi. 

0  lector  non  sera  maraviglia  se  tu  se  or  lento  a  creder 
ciò  che  diro  perchè  dirò  non  credibili  cose,  cioè  che  di  due 
animali  tanto  diversi,  e  nemici  —  serpente  ed  uomo  —  si  for- 
masse un  corpo  solo  in  modo,  che  l'uno  non  si  distinguesse 
dall'altro  che  io  che  l  vidi  appena  mei  consento  anche  l' uomo 
d'ingegno  qualche  volta  è  costretto  a  far  maraviglia  di  un  suo 
trovato.  Alcuni  sono  ladri  abituali,  che  non  lasciano  mai  di 
rubare,  e  se  manca  qualche  volta  il  potere,  non  manca  però 
mai  loro  la  volontà.  Dante  punisce  costoro  coi  serpenti,  fin- 
gendo, che  s'incorporino,  e  si  uniscano  insieme, e  da  taleu- 


CANTO  XXV  595 

nionc,  e  composizione  non  si  risolvano  mai.  et  un  serpente 
Cianfa  convertito  in  serpente  si  slancio  con  sei  pie  dinanzi 
ali  uno  ad  Angelo  Brunelleschi  e  tutto  s  appiglio  in  lui  per- 
chè con  tutto  il  corpo  si  unì,  e  si  avvinghiò  com  io  tenea  le- 
vate in  lor  le  ciglia  aveva  fissa  in  essi  la  mia  contemplazione: 
gli  aggiunse  la  pancia  lo  arrivò  nella  pancia  con  i  pie  di 
mezzo  con  due  e  prese  le  braccia  con  gli  artigli  cogli  altri 
due  piedi,  che  stese  pel  lungo  delle  braccia  poi  li  adento 
prese  coi  denti  /  una  e  l  altra  guancia  per  conformare  la  sua 
faccia  alla  faccia  dell'  uomo,  e  di  due  teste  formare  una  testa 
sola  e  distese  li  deretani  allungò  gli  ultimi  due  piedi  alle  co- 
scie  e  li  congiunse  con  quelle  e  miseli  la  coda  tra  amendue 
le  coscie  e  la  tese  su  e  la  slese  verso  la  lesta  dentro  per  li  rini 
sicché  la  coda  entrasse  per  la  spina  dorsale. 

Ellera  non  fu  mai  abarbicata  ad  arbore  edera  non  è 
tanto  stretta  intorno  ad  albero  come  Vorribel  fera  l'orrendo 
serpente  aviticchio  intorno  legò  le  sue  membra.  Sia  pur  l'e- 
dera tenacemente  aderente  air  albero,  pure  può  staccarsi  al- 
meno in  pezzi,  ma  le  membra  del  serpente  in  niun  modo  si 
sarebbero  potute  separare  dall'uomo.  L'edera  inoltre  non  perde 
la  natura  sua,  né  assume  la  forma  dell' albero,  a  cui  si  unisce; 
ma  dell' uomo ,  e  del  serpente  avvenne  il  contrario,  poi  poscia 
le  membra  dell'uno,  e  dell'  altro  corpo  sapicar  si  attaccarono 
insieme  come  fossono  stati  di  calda  cera  materia  che  si  con- 
forma facilmente ,  e  si  mescola  con  altra  diversa  e  misciar  lor 
colore  mescolarono  il  rispetli  vo  colore,  e  nacque  un  color  terzo 
ne  l  un  ne  l  altro  già  parea  quel  eh  era  parea  il  serpente  o 
l'uomo  non  più  serpente  od  uomo,  né  il  color  loro  più  il  ri- 
spettivo, e  primario.  Era  quel  terzo  colore  come  un  color  bru- 
no semifosco  che  non  e  nero  ancora  non  ancora  ben  nero  e 
l  bianco  muore  il  bianco  cessa  d'esser  lale,  se  procede  inanzi 


596  INFERNO 

dall  ardor  suo  per  lo  papiro  ossia  carta  di  filo  bianco  quando 
si  brucia:  papiro  ha  l'uno,  e  l'altro  significato,  proprio  di  fo- 
glia, e  l'altro  di  carta.  Sotto  questa  bella  figura  Dante  inse- 
gna, che,  colui  il  quale  si  abituò  al  furto,  di  rado,  o  mai  non 
lo  abbandona,  anzi  muore  pertinace  in  esso.  Aurelio  Alessan- 
dro imperatore  de' romani  giudicò  degno  di  forca  un  nobile 
personaggio  che  aveva  il  vizio  del  furto,  quantunque  lo  avesse 
arruolato  nelle  proprie  milizie  per  raccomandazioni  di  vari  re 
suoi  amici,  perchè  sorpreso  nel  furto  da  cui  non  poteva  aste- 
nersi. Alessandro  chiese  a  tai  re  quale  castigo  infliggevano 
essi  ai  ladri,  ed  avendo  essi  risposto  la  forca,  tosto  fece  ap- 
pendere il  nobile  raccomandato  li  altri  dui  Bosio,  e  Puzio 
riguardavano  questa  orribile  trasformazione  e  ciascuno  gri- 
dava oime  ahimè!  esclamazione  di  maraviglia,  e  compassione. 
Angelo  come  tu  muti  quale  mutazione,  quale  vitupero!  La  ge- 
nia de'ladri  è  a  tutti  odiosa  per  la  viltà.  Il  violento  è  meno  in- 
fame del  ladro,  perchè  ha  del  leone,  ma  il  ladro  ha  della  volpe. 
Niuno  senza  viltà  può  macchiarsi  di  furto,  li  due  corpi  di  ser- 
pente e  d' uomo  già  erano  divenuti  uno  uno  solo  quando 
due  figure  miste  figura  serpentina,  ed  umana  n  apparver  in 
una  faccia  sola  —  perchè  di  due  faccie  una  sola  erasi  for- 
mata  overandue  perduti  il  serpente,  e  l'uomo,  fersi  le  brac- 
cia duo  di  quattro  liste  perchè  le  due  braccia  umane,  ed  i 
due  piedi  anteriori  del  serpente  s'incorporavano,  e  vedevansi 
sparire  i  quattro  diversi  lineamenti.  Così  puoi  figurarti  la  com- 
mistione, e  trasformazione  delle  altre  membra  le  coscie  con 
le  gambe  similmente  coi  due  piedi  ultimi  del  serpente  e  /  ven- 
tre e  l  casso  —  divenner  membra  che  non  fur  mai  viste  e 
quindi  difficili ,  od  impossibili  a  descriversi,  ogni  primato 
aspeclo  la  prima  forma,  o  figura  era  casso  era  cancellata:  due 
in  quel  corpo  Vimagine perversa  corrotta ,  guasta  in  entrambi 


CANTO  XXV.  597 

parve  due  serpente,  ed  uomo  e  nessun  né  l' uno,  né  l'altro, 
giacché  non  erano  distinti  e  tal  figura  sen  già  con  passo 
lento. 

Come  lo  ramarro  terza  parte  generale.  Altra  specie  di 
ladri.  Un  piccolo  serpe  con  impeto  invase  uno  de'  compagni 
rimasti  intatti,  nel  modo  che  il  ramarro  nell' estivo  calore  ve- 
locemente traversa  la  strada  un  serpentello  il  quinto  compa- 
gno, Guercio  Cavalcanti  già  trasmutato  in  serpente  acceso 
dall'  ingordigia  di  furto  livido  e  nero  come  gran  di  pepe.  Il 
pepe  è  aroma  nero  e  calido,  com'  è  nero  e  calido  il  serpente. 
Il  veleno  pure  è  di  due  sorta  caldo,  e  freddo:  il  caldo  subito 
rode  la  parte  morsicata  quasi  bruciasse,  e  così  faceva  il  ser- 
pentello col  morso,  che  metteva  fumo.  Il  veleno  freddo  uc- 
cide gelando  il  cuore  venendo  verso  lepa  verso  la  pancia  cosi 
parea  veloce  come  il  ramarro  è  questo  un  serpentello  co- 
mune in  Italia  ed  in  altri  luoghi  e  chiamasi  anche  marro,  ed 
anche  ragno,  ed  in  Bologna  liguro  e  secondo  altri  vien  detto 
Stellion  d'onde  lo  Stellionato  in  diritto  civile,  che  suona 
—  fuori  dell'ordinario  od  azione  disonesta. — Lo  stellion  è  pi- 
gro, più  largo  della  lucertola,  e  nella  coda  screziato,  con 
tergo  dipinto  a  vari  colori:  nemico  dello  scorpione:  appar- 
tiene ai  quadrupedi  come  la  lucertola:  pare  folgore  perchè  a 
guisa  di  folgore  se  la  via  traversa  cangiando  siepe  mutando 
luogo  da  siepe  a  siepe  sotto  la  grande  ferza  sotto  il  gran  ca- 
lore dei  di  canieular.  Il  cane,  secondo  Albumanzar,  è  una 
costellazione  che  vedesi  nell'agosto  al  finir  del  leone,  ed  in 
principio  di  vergine:  allora  i  giorni  si  chiamano  caniculari. 
Tale  costellazione  è  della  natura  di  Marte  perciò  caldissima, 
ed  i  serpenti  allora  sortono  dalle  caverne,  e  trasse  ad  un  de 
lor  a  Bosio  en  quella  parte  dell'  ombelico  onde  prima  e  preso 
nostro  alimento.  Il  feto  nell'  utero  materno  nulla  riceve  per 


598  INFEBNO 

bocca,  ma  per  l'ombelico:  si  pasce  del  sangue  meuslruo,  e 
P  ombelico  resta  poi  dopo  il  parto  inutile,  e  morto.  Il  super- 
fluo menstruo  si  manda  al  ventricolo,  che  chiamasi  seconda 
perchè  esce  dopo  il  feto.  Dante  vuol  significare  che  l'uomo  ha 
il  principio  di  sua  corruzione  in  quella  parte  dalla  quale  ebbe 
il  primo  nutrimento.  Altri  interpretano  questo  passo  cosi. — 
Dante  parla  dei  ladri  innati,  ossia  di  chi  nasce  ladro,  perchè 
nato  sotto  Saturno;  e  vediamo  tutto  giorno  alcuni  natural- 
mente inclinati  al  furto,  i  quali  non  possono  astenersi  dal  ru- 
bare per  loro  stessa  confessione,  e  piuttosto  vogliono  avere 
cinque  soldi  rubati,  che  averne  dieci  in  dono.  Eppure  questa 
non  è  l'intenzione  di  Dante,  perchè  i  ladri  dei  quali  qui  si 
parla  non  furono  continuamente  nella  determinazione  di  ru- 
bare, ma  lo  fecero  per  elezione,  deliberazione,  e  compiacenza. 
Ser  Bosio  de 'Donati  avvisatamente,  appensatamente  com- 
mise un  furto,  e  diventò  serpente,  e  quando  lasciò  il  pensiero 
di  rubare  tornò  perfettamente  un  uomo.  II  serpente, data  la  feri- 
ta poi  cadde giuso  in  terra  dal  ventre  desteso  nunzi  a  lui  di- 
nanzi a  colui,  che  doveva  assumere  la  forma  del  serpente.  Il 
trafitto  mirò  il  serpente  e  non  fiatò.  Chi  è  preso  dalla  smania 
del  furto  così  si  aliena  di  mente,  che  non  si  accorge  di  sua 
trasformazione,  anzi  sbadigliava  e  non  ostante  si  compia- 
ceva del  suo  furto  con  i  pie  fermati  con  ostinata  inclinazione 
pur  come  l'assalisce  febre  o  sonno  imperocché  la  cupidigia 
del  furto  infiamma  vagli  il  corpo,  e  gli  sopia  la  mente,  elli 
Y  uomo  riguardava  il  serpente  dovendosi  far  simile  a  lui  et 
quei  ed  il  serpente  riguardava  lui  Y  uomo,  cui  doveva  ren- 
dersi somigliante  e  lun  Y  uomo  fumava  forte  per  la  piaga 
metteva  l'anima  in  un  serpente  e  l altro  \\  serpente  fumava 
per  la  bocca  trasmetteva  l'anima  sua  nell'  uomo  e  Ifumo 
s  incontrava  il  fumo  sortendo  dalla  piaga  dell'uomo  entrava 


CANTO  XXIV.  599 

nella  bocca  del  serpente,  ed  il  fumo  della  bocca  del  serpen- 
te entrava  nella  ferita  dell' uomo,  in  tal  modo  l'anima  mutan- 
do natura,  perchè  da  ragionevole  eh'  era,  passava  ad  essere 
irragionevole.  Quegli  che  si  determina  a  commettere  un  furto 
veste  la  natura  del  serpente,  e  chi  lascia  tal  vizio,  ritorna  uomo. 
Qui  Dante  impone  silenzio  a  Lucano  ed  Ovidio,  dicendo 
che  le  loro  descrizioni ,  e  metamorfosi  non  possono  mettersi 
a  confronto  di  quanto  egli  immaginò.  Lucano  nel  nono  li- 
bro scrive,  che  fra  gli  altri  serpenti  incontrati  nell'Africa 
da  Catone  per  quegli  immensi  deserti,  ne  rinvenne  uno 
chiamato  Sepso  più  terribile  di  ogni  altro  perchè  toglie  in- 
sieme 1'  anima ,  ed  il  corpo.  11  sepso  morsicò  Sabello  in 
una  gamba,  e  mentre  ancora  stava  attaccato,  Sabello  lo 
trasse  con  violenza,  e  coli' asta  confisse  il  serpente  nell'  a- 
rena  :  ma  tosto  il  morso  cominciò  a  dilatarsi ,  rompendo  la 
cute,  sciogliendo  le  carni ,  ed  i  nervi,  e  dal  petto  passando  a 
tutto  il  corpo ,  dentro ,  e  fuori  in  pochi  momenti  ridusse  l'in- 
tera persona  in  un  mucchio  di  cenere.  Altro  serpente  Pestore 
ferì  Nasidio,  e  gli  fece  gonfiare  la  faccia  ed  il  ventre  tanto, 
che  la  lorica  si  ruppe  in  mille  parti,  ed  il  corpo  perdette  la  pri- 
ma umana  forma,  con  aumento  tanto  smisurato,  che  i  com- 
pagni spaventati  lo  abbandonarono  ancora  crescente.  Pare  che 
V  autore  ritenga  ciò  per  favoloso,  sebbene  alcuni  sostengano 
l'opposto.  Il  pestore  appartiene  alla  specie  degli  aspidi,  va- 
gante, a  bocca  aperta,  fumante,  il  cui  morso  rende  il  corpo 
ferito  come  idropico,  e  dietro  la  tumescenza  lo  riduce  a  pu- 
trefazione. Lucano  taccia  ornai  perchè  giunse  chi  lo  superò 
nelle  maraviglie  la  dove  tocca  nel  nono  libro  della  Farsaglia 
del  misero  Sabello  degno  di  pietà  per  la  tristissima  morte  e 
di  Nasidio  che  incontrò  morte  più  orribile  di  Sabello  e  atten- 
da a  udir  quel  che  or  si  scocca  quanto  or  verrà  fuori  dalla 


600  nsFERiso 

mia  bocca,  taccia  Ovidio  il  quale  nelle  Metamorfosi  scrisse, 
che  Cadmo  fabbricatore  di  Tebe  dopo  molte  sciagure,  delle 
quali  si  farà  menzione  nel  canto  XXX,  rotto  dai  mali,  uscì  di 
città  quasi  perseguitato  dal  proprio  genio,  o  destino,  e  dopo 
lunga  peregrinazione  giunse  nell'  Illirico,  ora  Schiavonia  colla 
sua  consorte  Ermione.  Ivi,  rammentando  i  sofferti  affanni,  e 
l'origine  mal  augurala  di  Tebe,  si  stese  per  sollievo  sulla 
nuda  terra,  come  si  stende  un  serpente,  e  sentì  venirlo  co- 
prendo una  cote  dura,  sparsa  di  verdi  macchie,  e  le  gambe 
unirsi  in  una  sola,  assottigliarsi ,  tondeggiare ,  e  ridursi  a  coda 
di  rettile.  Tentò  moversi,  drizzarsi,  e  gli  fu  forza  strisciare 
per  terra.  Allora  pregò  la  consorte  di  abbracciarlo,  prima  che 
fosse  tutto  mutato  in  serpente,  ma  la  lingua  gli  si  divise  in 
due,  e  invece  di  parola  emise  un  sibilo  di  serpente.  Ermione, 
baltevasi  il  petto,  e  gridava  lagrimando,  e  pregava  di  essere 
cambiata  essa  pure  in  serpente  onde  trovarsi  nella  stessa  sorte 
del  marito.  E  così  fu:  i  due  serpenti  si  nascosero  nel  più  se- 
creto della  selva ,  non  già  per  fuggire  gli  uomini ,  essendo  tras- 
formati in  rettili  placidi,  ed  innocui,  ma  per  naturale  ros- 
sore. Ma  la  verità  storica  è,  che  Cadmo  mal  soffrendo  i  suoi 
mali,  colla  moglie  Ermione  si  allontanò  dal  regno  di  Tebe,  e 
si  nascose  nelle  solitudini  di  Schiavonia.  Ecco  perchè  la  loro 
vita  dura,  e  ferina  li  fece  credere  cambiati  in  serpenti:  igno- 
rasi la  loro  fine.  Dante  fa  menzione  di  questa  trasformazione 
perchè  molto  si  avvicina  alla  metamorfosi  che  in  breve  si  de- 
scriverà. 

Lo  stesso  Ovidio  lasciò  scritto,  che  Aretusa  di  Arcadia, 
bellissima  vergine  seguace  di  Diana,  tornando  stanca  dalla 
caccia,  ed  oppressa  dal  caldo  giunse  sulla  riva  dell' Alfeo, 
fiume  di  acqua  limpida,  e  lentamente  scorrente.  Scelse  un 
luogo  per  salci ,  e  pioppi  ombroso,  e  nascosto,  ed  ivi  spo- 


CANTO  XXV.  601 

gliata,  ed  ignuda  si  mise  a  nuotare  per  l' onde.  Alfeo  Dio  di 
quel  fiume,  sorse  dall'  acque,  ed  innamorato  si  mise  a  chia- 
marla, ma  invano,  perchè  essa  spaventata  fuggì:  il  Dio  la 
inseguiva,  ed  ella  più  sempre  scappando  si  coperse  tanto  di 
sudore,  che  tutta  in  acqua  si  converse.  E  l' acqua  per  ajuto 
di  Diana  fu  accolta  dalla  terra  che  si  aprì,  ed  Alfeo  conver- 
titosi neir  onde  proprie  si  mescolò  con  queir  acqua,  e  così  di 
due  si  formò  un  acqua  sola.  Storicamente  poi  Aretusa  è  la  no- 
tissima fonte  in  Sicilia  presso  Siracusa,  ed  Alfeo  è  il  fiume  di 
Grecia  presso  Eolide,  ed  Olimpo,  le  cui  acque,  si  dice,  che 
arrivino  in  Sicilia,  e  si  mescolino  col  fonte  di  Aretusa,  come 
evidentemente  si  scorge,  trovandosi  Dell'  Alfeo  le  stesse  cose 
che  trovansi  in  Aretusa. 

Ovidio  taccia  e  di  Cadmo  re  di  Tebe  ed  Aretusa  fonte 
di  Siracusa  che  perchè  non  trasmuto  mai  non  cambiò  mai 
due  nature  specie,  e  forma  a  fronte  a  fronte  sicché  cia- 
scuna parte  corrispondesse  alle  singole  si  che  ambedue  le 
forme  ossia  nature  fosser  prompte  a  cambiar  lor  materia 
e  non  solo  Dante  cambia  la  forma,  ma  ben  anche  la  stessa 
disposizione  della  materia;  imperocché  la  umana  servì  alla 
bestiale,  e  la  bestiale  all'umana:  e  siccome  non  può  im- 
maginarsi forma  senza  materia,  non  potendo  F  una  stare  sen- 
za dell'  altra,  così  è  molto  difficile  immaginare  che  materia  dis- 
posta per  una  specie  sia  commista  a  specie  diversa.  Dante 
immaginò  la  nuova  metamorfosi  non  tanto  a  propria  lode , 
quanto  per  destare  maggior  attenzione  al  nuovo  trattato. 

Insieme  se  rispuosono  quarta  ed  ultima  parte.  Davvero 
che  questo  testo  è  molto  intricato  —  Propone  in  primo  luogo 
la  trasformazione  d'uomo  e  serpente  si  rispuosono  insieme 
si  mescolarono  insieme  a  cotai  norme  alle  norme  che  si  di- 
ranno in  appresso,  che  l  serpente  la  coda  in  forca  fesse  di- 


602  INFERNO 

vise  in  due  parti,  e  di  esse  fece  due  gambe,  e  due  cosce  urna* 
ne  e  /  feruto  il  ferito  dal  serpente  ristrinse  insieme  l  orme 
congiunse  le  sue  gambe  insieme  formando  così  la  coda  del 
serpe,  le  gambe  con  le  cosce  seco  stesse  s  apiccar  on  senz  ope- 
ra altrui,  e  con  ciò  vuol  significare  che  Y  uomo  si  fa  serpente 
quando  move  i  primi  passi  al  furto  sì  cosi  fortemente  che  in 
poco  in  breve  la  giuntura  congiunzione  non  f cucca  segno  al- 
cun che  se  paresse  non  sembrando  più  due  gambe,  ma  una 
coda  sola  lunga  e  rotonda.  Al  contrario  la  coda  fessa  del  ser- 
pente tolleva  la  figura  prendeva  la  figura  delle  gambe  umane 
che  si perdea  di  la  dalla  parte  dell'  uomo,  e  dalle  due  gambe 
forma  vasi  una  sola  coda  e  la  sua  pelle  la  pelle  del  serpente  na- 
turalmente dura  se  facea  molle  tenera  e  quella  de  laidi  pelle 
dell'  uomo  naturalmente  molle  se  facea  dura  squammosa.  Io 
vidi  entrar  le  braccia  per  l  ascelle  vidi  lebraccie  addentrarsi 
nelle  spalle  per  mostrarsi  corte  come  i  piedi  del  serpente,  ed 
all'  incontro  i  due  piedi  della  fera  del  serpente  eh  eran  corti 

m 

tanto  allungar  quanto  accorciavan  quelle  quanto  facevansi 
corte  le  braccia  dell'  uomo,  poscia  li  piedi  di  retro  del  ser- 
pente, ed  il  serpente  aveva  sol  quattro  piedi  attorti  insieme 
per  formare  il  tondo  diventaron  lo  membro  che  l  uom  cela 
il  membro  virile,  che  si  tiene  per  verecondia  nascosto,  e 
l  misero  quel  disgraziato,  che  tanto  miseramente  perdeva  l'u- 
mana sembianza  navea  del  suo  due  porli  non  intendere  che 
avesse  due  membri,  ma  da  uno  solo  si  erano  formali  i  due 
piedi  del  serpente,  perchè  diviso  in  due  parti  uguali. 

Lun  si  levo  il  serpente  fatto  uomo  si  alzò  dritto  perchè 
propria  dell'  uomo  tal  posizione  l  altro  l'uomo  fatto  serpente 
cadde  giuso  a  terra,  essendo  proprio  del  serpe  lo  trascinarsi 
mentre  che l  fumo  Inno  e  l altro  vela  cela  1'  uomo,  ed  il  ser- 
pente de  color  novo  il  serpente  nero  vestiva  il  color  bianco 


CANTO  XXV.  603 

dell'  uomo,  ed  al  contrario  1'  uomo  bianco  vestiva  il  nero  del 
serpe  e  genera  l  pel  suso  per  l  una  parte  dalla  parte  del  ser- 
pente fatto  uomo,  e  somigliava  la  barba  e  da  altra  depela 
dalla  parte  dell'  uomo  che  perdeva  la  barba  non  torcendo  pero 
non  cambiando  perciò  le  lucerne  empie  gli  empi  occhi,  che 
rimaser  gli  stessi,  perchè  secondo  Plinio  il  serpente  non  guarda 
che  storto ,  ed  il  ladro  ha  gli  occhi  mentali  loschi  sotto  le  quali 
sotto  i  quali  occhi  ciascun  serpente ,  e  uomo  cambia  muso 
cambia  la  bocca ,  eh'  è  sotto  degli  occhi,  quel  che  era  dritto 
il  serpente  fati'  uomo  il  trasse  tirò  indietro  il  muso  ver  le  tem- 
pie per  fare  il  piano  della  faccia,  e  l' uomo  fece  l' opposto,  le 
orecchie  usciron  da  le  gote  scempie  che  prima  erano  grandi, 
ed  ampie,  poi  si  fecero  vuote ,  e  sceme  e  di  troppa  materia 
che  nla  venne  troppa  materia  trovavasi  nella  lunga  testa  del 
serpe,  e  quindi  si  fecero  piene  gote  ;  ma  le  orecchie  dell'  uo- 
mo sottili ,  non  avendo  il  serpente  le  orecchie  al  di  fuori,  do- 
vevano impinguarsi ,  e  formarsi,  ciò  che  non  corse  dreto  alla 
formazione  del  cervello,  e  delle  orecchie  e  se  ritenne  e  restò 
fé  naso  alla  faccia  di  quel  soperchio  formò  il  naso  colla  re- 
stanza e  le  labbra  ingrosso  ingrossò  le  labbra  del  serpente 
naturalmente  sottili  quanto  convenne  quanto  era  necessario 
alla  grossezza  delle  labbra  di  un  uomo.  Avverti ,  che  il  ser- 
pente, e  r  uomo  erano  della  stessa  grandezza  sebbene  di  fi- 
gura diversa,  giacché  il  serpente  altra  volta  era  stato  uomo, 
ed  allora  nuovamente  trasformato.  Fu  Bosio  de'Donati  quel  die 
giacea  serpente.  AH'  incontro  caccia  il  muso  inanzi  aguzza  il 
volto,  ed  allunga  le  labbra  e  gli  orecchi  ritira  per  la  testa 
addentra  nella  testa  come  la  lumacia  face  le  corna  la  lumaca 
ha  tal  nome  perchè  sta  nel  limo;  si  nasconde  P  inverno,  e  sorte 
la  primavera:  il  ladro  si  nasconde  quando  è  serpente,  sorte 
quando  torna  uomo:  la  lumaca  timida  ad  ogni  piccol  tocco, 


604  INFERNO 

o  rumore  si  ritira  dentro  del  proprio  guscio,  come  il  ladro  ad 
ogni  piccol  rumore  si  nasconde. 

E  la  lingua  eh  avea  prima  quand'  era  uomo  unita  e  pre- 
sta aparlar  si  fende  in  due  parti  :  il  serpente  ha  la  lingua  di- 
visa. Ed  al  contrario  ella  forcuta  la  lingua  del  serpente  divisa 
se  rinchiude  si  unisce  nel  ladro  uomo.  Vogliono  alcuni,  che 
il  serpente  non  abbia  la  lingua  divisa,  ma  si  ritenga  tale  per 
la  prestezza  con  cui  la  move,  e  che  la  fa  parer  doppia  :  Plinio 
però,  ed  Alberto  Magno  sostengono  l'opposto.  Niun  animale 
è  bilingue,  tranne  Y  uomo  moralmente  parlando,  e  l  fumo  re- 
sta cessa.  La  finzione  delle  trasformazione  è  completa.  Da  tal 
metamorfosi  V  Autore  consegue,  che  V  uomo  fatto  serpente  è 
il  peggiore  di  tutti.  Se  Vanni  Fucci  ridotto  in  polvere  tosto  ri- 
nacque; se  Angelo  divenne  serpente,  non  però  quello,  e  que- 
sti perdettero  totalmente  la  loro  natura.  Ma  Boscio  si  cambiò 
tutto ,  e  da  uomo  si  rese  un  vero  serpente,  come  air  incontro 
Guercio  da  serpente  si  fece  uomo,  perchè  spontaneamente  ab- 
bandonò il  proposito  di  rubare.  Questi  ladri  adunque  non  fu- 
rono ostinati  nel  furto. 

L  anima  ragionevole  di  Bosio  eh  era  divenuta  fera  ser- 
pente sefugio  essendo  proprio  del  ladro  fuggi re  sifi landò  si- 
bilando ,  fischiando ,  che  il  fischio  è  voce  di  serpente  per  la 
valle  per  la  bolgia  e  l  altro  Guercio  restituitosi  uomo  andò 
dreto  a  lui  a  Bosio  parlando  sputa  quasi  dica:  se  puoi  sputa, 
ma  non  puoi ,  perchè  sputare  è  atto  umano,  poscia  gli  volse  le 
novelle  spalle  le  spalle  umane  nuovamente  assunte ,  e  ciò  fu 
perchè  1'  uomo  è  nemico  del  serpe  e  disse  ali  altro  a  Puzio 
non  per  anche  cambiato  io  vo  che  Boso  da  poco  fatto  serpente 
corra  carpon  come  il  serpe  per  questo  calie  per  questo  sen- 
tiero del  furto  come  fedo  ossia  voglio  che  Bosio  sia  serpente 
alla  sua  volta,  come  fui  io,  e  corra  colle  braccia. 


CANTO  XXV.  608 

Così  la  settima  zaborra  la  settima  bolgia,  che  Dante  chia- 
ma zavorra,  la  quale  è  arena  grossa,  che  si  pone  nelle  navi,  per- 
chè siano  controbilanciate,  e  prendano  più  acqua  :  è  veramente 
pianura  di  sabbia  e  di  sterile  arena,  piena  di  serpenti  come 
T  arene  africane.  E  forse  così  la  chiama,  perchè  nella  bolgia 
descrive  la  metamorfosi  —  di  Vanni  Fucci  —  di  Caco  —  di  An- 
gelo —  di  Cianfa  —  di  Bosio  —  di  Puzio  —  e  di  Guercio  —  mu- 
tare di  una  in  altra  specie  e  trasmutare  dall'ultima  nella  pri- 
ma la  novità  di  questa  invenzione  mi  scusi  qui  mi  serva  di 
scusa  se  la  penna  aborra  se  lo  stile  manca  fior  di  fiori ,  di 
proprietà,  di  eleganza.  11  gran  Poeta  chiede  perdono  di  ciò, 
che  merita  lode  somma.  Egli  fu  come  quel  valoroso  soldato 
di  Cesare,  che  secondo  Giulio  Celso,  aveva  operate  chiaris- 
sime gesta  in  Inghilterra,  e  tornando  addimandava  a  Cesare 
perdono  dove  poteva  chiedere  compenso ,  e  gloria. 

E  perchè  nel  trattato  non  avea  fatt'  uso  dell'  ordine  con- 
sueto, onde  nulla  resti  oscuro,  mostra  due  de'  predetti  spi- 
riti, specificandone  uno,  e  l'altro  con  lungo  giro  di  parole  et 
quei  i  ladri  predetti  non  poter  quelli  fuggir  tanto  chiusi  tan- 
to cautamente ,  e  nascostamente  eh  io  non  scorgesse  bene 
che  io  non  li  conoscessi.  Putio  Sciancato  non  era  molto  atto 
a  fuggire  quando  andava  cogli  altri  a  rubare,  essendo  estre- 
mamente zoppo,  avegnache  gli  occhi  miei  fossero  confusi  per 
tanta  diversità,  e  novità  di  cose  e  l animo  smagato  alterato , 
scorato  alquanto:  l'animo  di  Dante  doveva  essere  stato  ferito 
alla  vista  di  tali ,  e  tanti  nobili  suoi  concittadini  in  luogo  d'in- 
famia et  era  quel  che  sol  non  era  mutato  delti  tre  compagni 
che  venner  prima  perchè  tre  soli  comparirono  a  Dante  dap- 
prima ,  Angelo,  Bosio,  e  Puzio,  i  primi  due  già  mutati.  Dante 
non  parlò  di  Puzio,  perchè  bastarono  le  tre  mutazioni  al  suo 
scopo.  Finalmente  nomina  ser  Francesco  Guercio  de' cavai- 


608  INFERNO 

Quale  il  villan  ch'ai  poggio  si  riposa, 
Nel  tempo  che  colui  che  il  mondo  schiara , 
La  faccia  sua  a  noi  tien  meno  ascosa  ,  27 

Come  la  mosca  cede  alla  zanzara, 
Vede  lucciole  giù  per  la  vallea, 
Forse  colà  dove  vendemmia  ed  ara  ;  30 

Di  tante  fiamme  tutta  risplendea 
L'ottava  bolgia  sì,  com'io  m'accorsi, 
Tosto  che  fui  ove  il  fondo  parea.  35 

E  qual  colui,  che  si  vengiò  con  gli  orsi, 
Vide  il  carro  d'Elia  al  dipartire, 
Quando  i  cavalli  al  cielo  erti  levorsi  ;  56 

Che  noi  potea  sì  con  gli  occhi  seguire, 
Che  vedesse  altro  che  la  fiamma  sola , 
Sì  come  nuvoletta,  in  su  salire;  39 

Tal  si  movea  ciascuna  per  la  gola 
Del  fosso,  che  nessuna  mostra  il  furto, 
E  ogni  fiamma  un  peccatore  invola.  42 

Io  stava  sovra  il  ponte  a  veder  surto 
Sì,  che,  s'io  non  avessi  un  ronchion  preso, 
Caduto  sarei  giù  senza  esser  urto.  45 

E  il  Duca,  che  mi  vide  tanto  atteso, 
Disse:  dentro  da' fuochi  son  gli  spirti  : 
Ciascun  si  fascia  di  quel  ch'egli  è  inceso.  48 

Maestro  mio,  risposi,  per  udirti 
Son  io  più  certo;  ma  già  m'era  avviso 
Che  così  fusse,  e  già  voleva  dirti:  51 

Chi  è  in  quel  foco,  che  vien  sì  diviso 
Di  sopra,  che  par  surger  della  pira , 
Ov'Eteoclq  col  fratel  fu  miso?  54 

Risposemi  :  là  entro  si  marti ra 


CANTO  XXVI.  609 

Ulisse  e  Diomede,  e  così  insieme 

Alla  vendetta  corron  confali'  ira:  57 

E  dentro  dalla  lor  fiamma  si  geme 

L' aguato  del  cavai,  che  fé' la  porta 

Onde  uscì  de' Romani  il  gentil  seme.  CO 

Piangevisi  entro  l' arte,  per  che  morta 

Deidamia  ancor  si  duol  d'Achille; 

E  del  Palladio  pena  vi  si  porta.  63 

S'ei  posson  dentro  da  quelle  faville 

Parlar,  diss'io,  Maestro,  assai  ten  priego 

E  ripriego  che  il  priego  vaglia  mille,  66 

Che  non  mi  facci  dell'attender  niego, 

Finché  la  fiamma  cornuta  qua  vegna: 

Vedi  che  del  disio  ver  lei  mi  piego.  69 

Ed  egli  a  me:  la  tua  preghiera  è  degna 

Di  molta  lode  ed  io  però  l'accetto: 

Ma  fa  che  la  tua  lingua  si  sostegna.  72 

Lascia  parlare  a  me;  ch'io  ho  concetto 

Ciò  che  tu  vuoi;  eh' ei  sarebbero  schivi, 

Perch'ei  fur  Greci,  forse  del  tuo  detto.  75 

Poi  che  la  fiamma  fu  venuta  quivi, 

Ove  parve  al  mio  Duca  tempo  e  loco, 

In  questa  forma  lui  parlare  audivi.  78 

0  voi,  che  siete  duo  dentro  ad  un  fuoco, 

S'io  meritai  di  voi,  mentre  ch'io  vissi, 

S'io  meritai  di  voi  assai  o  poco,  81 

Quando  nel  mondo  gli  alti  versi  scrissi, 

Non  vi  movete;  ma  l'un  di  voi  dica, 

Dove  per  lui  perduto  a  morir  gissi.  84 

Lo  maggior  corno  della  fiamma  antica 

Cominciò  a  crollarsi  mormorando, 

R  A  MB  ALDI  —  Voi.  1.  39 


610  INFERNO 

Pur  come  quella ,  cui  vento  affatica.  87 

Indi  la  cima  qua  e  là  menando, 

Come  fosse  la  lingua  che  parlasse, 

Gittò  voce  di  fuori,  e  disse:  quando  90 

Mi  dipartii  da  Circe,  che  sottrasse 

Me  più  d' un  anno  là  presso  a  Gaeta, 

Prima  che  sì  Enea  la  nominasse;  95 

Né  dolcezza  di  figlio,  né  la  pietà 

Del  vecchio  padre,  né  il  debito  amore, 

Lo  qual  dovea  Penelope  far  lieta,  % 

Vincer  poterò  dentro  a  me  l'ardore, 

Ch'io  ebbi  a  divenir  del  mondo  esperto, 

E  degli  vizi  umani  e  del  valore;  99 

Ma  misi  me  per  l'alto  mare  aperto 

Sol  con  un  legno,  e  con  quella  compagna 

Picciola,  dalla  qual  non  fui  deserto.  102 

L'un  lito  e  l'altro  vidi  insili  la  Spagna, 

Fin  nel  Marrocco,  e  l'Isola  de* Sardi, 

E  l'altre  che  quel  mare  intorno  bagna.  105 

Io  e  i  compagni  eravam  vecchi  e  tardi , 

Quando  venimmo  a  quella  foce  stretta, 

Ov' Ercole  segnò  li  suoi  riguardi,  108 

A  ciò  che  l'uom  più  oltre  non  si  metta: 

Dalla  man  destra  mi  lasciai  Sibilia, 

Dall'altra  già  m'avea  lasciata  Setta.  1 1 1 

O  frati,  dissi,  che  per  cento  milia 

Perigli  siete  giunti  all'  Occidente, 

A  questa  tanto  picciola  vigilia  1 U 

De' vostri  sensi,  eh'  è  del  rimanente, 

Non  vogliate  negar  l'esperienza, 

Diretro  al  Sol,  del  mondo  senza  gente.  1 17 


CANTO  XXVI.  611 

Considerate  la  vostra  semenza  : 

Fatti  noti  foste  a  viver  come  bruti, 

Ma  per  seguir  virtude  e  conoscenza.  120 

Li  miei  compagni  fec'io  sì  acuti, 

Con  questa  orazion  picciola,  al  cammino, 

Ch'  appena  poscia  li  avrei  ritenuti.  123 

E  volta  nostra  poppa  nel  mattino, 

De'  remi  facemmo  ale  al  folle  volo , 

Sempre  acquistando  del  lato  mancino.  126 

Tutte  le  stelle  già  dell'  altro  polo 

Vedea  la  notte,  e  il  nostro  tanto  basso, 

Che  non  sorgea  di  fuor  del  marin  suolo.  129 

Cinque  volte  racceso,  e  tante  casso 

Lo  lume  era  di  sotto  dalla  Luna, 

Poi  ch'entrati  eravam  nell'alto  passo,  132 

Quando  n'apparve  una  montagna  bruna 

Per  la  distanza,  e  parvemi  alta  tanto, 

Quanto  veduta  non  n'aveva  alcuna.  135 

Noi  ci  allegrammo,  e  tosto  tornò  in  pianto: 

Che  dalla  nuova  terra  un  turbo  nacque, 

E  percosse  del  legno  il  primo  canto.  138 

Tre  volte  il  fé' girar  con  tutte  l'acque, 

Alla  quarta  levar  la  poppa  in  suso, 

E  la  prora  ire  in  giù,  com' altrui  piacque, 
Infin  che  il  mar  fu  sopra  noi  richiuso.  142 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  dell'astuzia,  o  malizia  fraudolenta,  che  si  punisce 
nell'ottava  bolgia.  In  quattro  parti  generali  può  dividersi  il 
canto — nella  prima  —  imprecazione  a  Fiorenza  perchè  pro- 
duce figli  di  tal  fatta  —  nella  seconda  —  pena  dell'astuzia  frau- 


612  INFERNO 

dolenta  noi  ci  partimmo  ecc.  nella  terza  —  due  spirili  anti- 
chi famosi  in  frode,  ed  astuzia  io  stava  ecc.  nella  quarta  ed  ul- 
tima— risposta  dello  spirito  alle  ricerche  lo  maggior  corno  ec. 
Dante  usa  di  tre  figure  rettoriche  —  dell'  apostrofe  —  del- 
l' invettiva  -7  dell'  ironia  —  dell'  apostrofe  quando  dirige  il 
discorso  a  persona,  0  cosa  lontana  come  se  fosse  presente- 
deli' invettiva  perchè  grida  contro  di  essa  rimproverandola, 
0  giudicandola  —  dell'  ironia  parlando  in  senso  contrario 
della  lettera,  ed  in  modo  derisorio.  Nel  canto  precedente  aveva 
fatto  conoscere  cinque  ladri  nobili  fiorentini,  e  prendendo  da 
ciò  argomento,,  esclama  sdegnato  0  Fiorenza  godi  e  devi  in- 
vece rattristarti,  e  vergognarti  poiché  se  si  grande  e  Fiorenza 
era  grande  pel  cerchio  di  mura,  per  altezza  di  fabbricati,  per 
moltitudine  di  abitanti  che  batti  lati  voli  per  mare  e  per  terra, 
viaggiando!  fiorentini  pel  mondo  intero  il  tuo  nome  si  spande 
per  lo  Inferno  tanto  morale,  quanto  essenziale,  giacché  ino- 
gni  specie  di  vizi,  in  ogni  tormento,  l'autore  trova  suoi  con- 
cittadini trovai  cinque  cotali  tra  tuoi  cittadini  nobili  tra  li 
ladroni  fra  ladri  infami  onde  me  ne  vien  vergogna  per  ra- 
gione di  patria,  e  nobiltà  ogni  vizio  dell'  alma  el  in  se  de- 
litto— più  grande,  quanto  più  splendor  tramanda  —  c/ri 
lo  commette  così  Giovenale.  E  se  io  mi  vergogno  tu  non  ne  hai 
vantaggio  tu  non  ne  sali  a  grande  onoranza  tu  ricavi  mag- 
gior infamia  di  quel  che  io  m'abbia  vergogna,  ma  tu  o  Fio- 
renza, e  qui  Dante  preconizza  alla  patria  che  tosto  pagherà 
la  pena  di  tante  scelleraggini  proverai  di  qua  da  piccai  tempo 
in  breve  di  quel  che  Prato  di  quel  male  che  i  tuoi  vicini,  co- 
me Prato  t'imprecano.  Prato  è  nobile  castello  tra  Fiorenza, e 
Pistoia,  i  cui  abitanti  erano  mal  contenti  del  dominio  di  Fio- 
renza, e  com'  è  costume,  imprecavano  a  Fiorenza  ogni  male 
non  eh  altri  ed  anche  gli  altri  strani  nemici  tuoi,  i  pisani,  e 


capo  xxvi.  615 

gli  aretini.  Oppongono  alcuni,  che  Dante  fu  cattivo  profeta, 
imperocché  da  quel  tempo  in  poi  Fiorenza  di  giorno  in  giorno 
fu  più  florida,  e  molto  allargò  le  ali  sui  vicini.  E  si  risponde 
che  la  profezia  era  di  già  avverata,  quando  Dante  scriveva  que- 
ste cose,  e  nel  tempo  dell'esilio  suo  accaddero  gl'incendi,  le 
rapine,  la  guerra  ci  vile,  le  crudeltà  di  parte,  e  mille  altre  scia- 
gure. 

Nel  1303  Nicola  cardinal  da  Prato  astutissimo  più  che 
altri  mai,  poco  amante  de'  fiorentini  fu  mandato  dal  papa — Be- 
nedetto XI  successo  a  Bonifacio,  in  Fiorenza  perchè  mettesse 
pace,  e  facesse  cessare  la  guerre  di  fazione.  Non  essendo  riu- 
scito disse  —  dacché  sdegnate  la  benedizione  papale,  avrete 
la  maledizione  — ,  e  scomunicò  la  città.  Nell'anno  seguente 
nuovamente  implorarono  l'assistenza  del  cardinale,  cui  offri- 
rono feste,  e  spettacoli  d'ogni  genere,  e  fra  gli  altri  quello 
del  borgo  san  Frediano.  Pubblicarono  in  un  Programma  — 
che  qualunque  volesse  sapere  notizie  dall'altro  mondo,  si 
portasse,  alle  calende  di  maggio,  sul  ponte  di  Carrara. 

Sulle  acque  d'Arno,  e  sopra  barche  alzarono  palchi  sce- 
nici, con  mimici  spettacoli ,  rappresentando  con  fuoco,  e  sup- 
plizi le  pene  dell'Inferno.  Molti  erano  mascherati  da  diavoli, 
altri  da  anime  dannate,  e  così  pareva  realmente  d'essere  al- 
l'Inferno, e  di  far  parte  alle  grida ,  ai  pianti ,  agli  urli  degl'  imi- 
tati tormenti.  Immenso  popolo  accorse  alla  novità  dello  spet- 
tacolo, ed  il  ponte  di  Carrara  costrutto  in  legno,  cedendo  al- 
l'eccessivo peso  de'  sovrastanti,  si  fracassò,  e  la  moltitudine 
che  portava,  rovesciò  nell'Arno.  Molti  furono  soffocati,  molti 
schiacciati,  molti  per  mille  maniere  morti.  Così  la  scena  che 
era  finta  si  cangiò  in  vera,  e  parecchi  che  concorsero  a  for- 
mare l' Inferno  simulato,  ebbero  nell'Inferno  vero  le  notizie 
che  ricercavano.  Il  grave  disastro  fu  sinistro  presagio  di  altri 


614  INFERNO 

mali  maggiori,  e  nell'anno  stesso  infierì  la  guerra  civile  fra 
i  Bianchi,  e  Neri,  ed  essendo  i  Bianchi  tutti  sotto  le  armi, 
e  quasi  prossimi  a  vincere  (la  podagra  impedendo  a  Cursio 
de' Donati  di  agire  e  di  più  era  in  rotta  coi  Magnati  di  sua 
parte)  non  permise  Iddio,  che  l'incendio  corporale  estinguesse 
l'incendio  degli  animi  nel  furore  de' cittadini,  che  non  si  arre- 
stò se  non  per  l' incendio  che  ora  vado  a  descrivere. 

Uno  degli  Abbati ,  Neri,  chierico,  priore  di  s.  Pietro  in  Sca- 
radio,uomo  dissoluto,  ed  iniquo  mise  fuoco  alle  case  de' com- 
pagni suoi,  nell'orto  san  Michele,  da  cui  si  alzò  tanto  furioso 
incendio  pel  vento  australe  che  allora  soffiava,  che  si  ridusse- 
ro in  cenere  molti  magnifici  fabbricati ,  e  la  miglior  parte  della 
città.  Furono  bruciate  due  mila ,  e  duecento  case  :  inestimabile 
il  danno  delle  supellettili ,  derrate,  oggetti  preziosi:  quanto  non 
era  dal  fuoco  distrutto  era  rapito  da  scellerati,  che  sotto  as- 
petto di  combattere  per  amor  di  parte  accrescevano  i  mali 
dell'incendio:  molte  famiglie,  molte  società  mercantili  pre- 
cipitarono nella  miseria.  Ciò  accadde  in  Fiorenza  il  IO  di  giu- 
gno di  queir  anno.  1  Cavalcanti,  come  principali  eccitatori 
furono  banditi.  —  L' esposto  fin  qui  basta  alla  dimostrazione 
che  la  predizione  di  Dante  fu  vera,  giacché  in  poco  tempo  Fio- 
renza ebbe  a  soffrire  gravissime  sciagure  imprecate  da  quei 
di  Prato,  ed  al  tempo  di  Dante  avverate.  —  Se  poi  volle  ris- 
guardare  il  tempo  futuro,  anche  allora  regge  la  profezia, 
perchè  il  tempo  che  sembra  lungo  al  volgo,  è  cortissimo  agli 
astrologi ,  e  Dante  parlò  con  molta  precauzione  se  presso  al 
matin  del  ver  si  sogna  usando  espressioni  dubitative — se 
vidi  il  vero  nel  sogno  che  feci  appena  spuntava  il  giorno,  giac- 
ché in  tal  tempo  soglionsi  fare  i  sogni  di  cose  vere,  come  fu 
detto  nel  canto  I ,  tempo  era  del  principio  del  matin  e  disse 
a  ragione  per  tempo  giacché  Fiorenza  lo  meritava ,  e  quindi 


CANTO  XXVI.  615 

poteva  desiderare,  che  il  tempo  affrettasse  e  non  fora  tempo 
se  già  fosse  quasi  dica— già  dovrebbe  esser  giunto  —  stante 
la  di  lei  colpa  cosi  fosse  Dio  volesse  che  fosse,  giacché  il  pec- 
cato impunito  cresce  e  moltiplica  da  che  pur  esser  dee  che  più 
m  aggrava  quanto  più  m  attempo  la  giustizia  divina  quanto 
più  tardi  arriva,  tanto  è  più  grave. 

Noi  ci  partimmo  dalla  bolgia  de'  ladri  e  l  mio  maestro 
rimonto  e  trasse  me  rimontò  pel  primo,  e  mi  trasse  dopo  di 
sé  su  per  le  scale  per  la  riva  erta,  e  difficile  che  n  avea  fatti 
borni  la  riva  avea  diversi  gradi  formati  dai  borni  o  rocchi 
che  sporgevano  dalla  riva  pria  ascendere  pei  quali  borni  e- 
ravamo  prima  discesi:  lo  pie  non  se  spedia  il  piede  non  po- 
teva agire  senza  Y  aiuto  della  mano,  come  accade  a  chi  monta 
sopra  erto  cammino  proseguendo  la  selvagia  via  pel  ponte 
ottavo  che  viene  di  seguito  al  settimo:  e  la  via  è  veramente 
solinga,  e  selvaggia,  perché  niuno  mai  passò  per  tal  via  — 
Dante  fu  il  primo  ad  immaginar  questi  ponti,  e  queste  bolgie 
tra  lo  schegio  e  tra  i  ronchi  tra  i  sassi  da  lo  scoglio  del  ponte. 
11  furto,  come  le  tante  volte  si  é  detto,  procede  da  viltà  d' a- 
nimo;  l'astuzia  dall'acume  d'ingegno:  i  ladri  quindi  igno- 
miniosi, ma  gli  astuti  piuttosto  stimati,  e  gloriosi  nel  mondo. 
Ecco  perchè  nell'  ingresso  di  questa  strada  finge  Dante,  che 
sia  necessario  usare  mani  e  piedi. 

Attor  mi  dolsi  seconda  parte  generale.  Nacquero  in  ogni 
tempo  uomini  per  ingegno  eccellenti,  e  con  attitudine  ad  ogni 
nobile  impresa;  eppure  non  usarono  sempre  con  prudenza 
de'  loro  doni,  e  qualche  volta  furono  influenzati,  e  cedettero 
alla  frode.  Dante  conscenzioso  del  proprio  maraviglioso  in- 
gegno, vista  la  pena  di  costoro  che  ardevano  quasi  in  for- 
nace, e  rammentando,  che  qualche  volta  abusò  del  suo  in- 
gegno, si  dolse,  e  fermamente  propose  di  non  più  ricadere. 


616  INFERNO 

allor  mi  dolsi  quando  vidi  alzarsi  la  fiamma  che  li  bruciava 
et  hora  al  presente  mi  ridoglio  torno  a  dolermi  dentro  me 
stesso,  dicendo  —  oh!  Dio  quanta  grazia,  e  quanto  mio  deme- 
rito! quando  drizzo  la  mente  quando  richiamo  alla  memoria 
a  ciò  che  io  vidi  nella  bolgia  ottava  e  più  l  ingegno  a/freno 
chio  non  soglio  e  l' esempio  di  costoro  mi  fa  metter  freno 
all'  ardore  più  che  non  soleva  perche  non  corra  in  qualche 
fatto  che  vertu  noi  guidi  che  noi  guidi  la  virtù  della  prudenza 
quale  insegna  agli  uomini  di  operar  cautamente  si  eh  io  stesso 
noi  invidi  non  invidi  me  stesso  per  la  mia  felicità  se  stella 
benigna,  e  Dante  ebbe  benigno  il  cielo  fin  dal  suo  nascere, 
com'egli  stesso  assicura,  e  come  si  ha  nel  canto  XXX  del 
Purgatorio  non  pur  per  opra  de  le  rote  magne  e  nel  canto 
XXII  del  Paradiso  o  gloriosa  stella  o  lume  pregno  ed  aggiunge 
o  miglior  cosa  la  divina  bontà  che  accorda  l' influsso  alle 
stelle  m  a  dato  il  bene  dell'  ingegno  del  quale  non  vorrei 
abusare.  Finge  Dante,  che  costoro  siano  circondati,  ed  involti 
da  fiamme  dalle  quali  sono  arsi.  Dessi  furono  di  grande  in- 
gegno che  procede  da  calidità,  e  quindi  furono  sommamente 
astuti:  ecco  perchè  si  circondano  di  fiamme,  che  a  somi- 
glianza dell'astuzia  penetra,  abbrucia,  e  consuma.  Ecco  per- 
chè la  prudenza  di  Priamo,  la  fortezza  di  Ettore,  la  potenza 
di  Troja,  la  forza  de'  federati  non  valsero  contro  l'astuzia  di 
Ulisse.  11  fuoco  inoltre  tende  sempre  air  alto  come  l' ingegno. 
Mitridate,  Giugurta,  Mario,  Catilina,  Procida,emille  altri  ne 
offrono  gli  esempi.  II  fuoco  da  vicino  ferisce  e  contrista,  da 
lontano  splende,  e  letifica:  così  l'ingegno  spesso  nuoce  ai  vi- 
cini, ma  pure  è  chiaro,  e  splende  fra  gli  strani,  o  lontani. 

L  octavuòelgia  V  ottava  valle,  nella  quale  da  poco  tempo 
era  entrato  tutta  resplendea  da  tante  fiamme  di  tanti  fuochi 
quante  luciole  vermi  volanti,  lucenti  in  tempo  di  notte,  e  che 


CANTO  XXV.  617 

nascono  dalle  materie  putrefatte  e  l  vilanello  che  al  pogio  si 
riposa  che  siede  sul  monticello,  di  sera,  lasso  per  la  fatica 
del  giorno  vede  giù  per  la  valleia  per  la  pianura,  e  nei  campi 
forse  cola  dove  vendemmia  et  ara  nella  vigna  e  nel  campo 
rotto  dall'  aratro  nel  tempo  nella  state  che  colui  che  l  mondo 
schiara  il  sole  che  illumina  il  mondo  tenendo  ascosa  la  far 
eia  a  noi  meno  nel  mese  di  giugno,  quando  il  sole  è  in  can- 
cro, perchè  allora  sono  i  giorni  più  lunghi,  e  più  lungamente 
il  sole  si  mostra  sul  nostro  emisfero  come  la  mosca  ce- 
de ala  zanzara  quando  la  sera  le  mosche  si  ritirano  ed 
esce  la  zanzara.  La  mosca  è  verme  notissimo  con  due  pic- 
cole ali  ed  otto  piedi,  quale  nasce  dalla  putredine,  e  dagli 
animali. Le  zanzare  nascono  ne' luoghi  umidi, e  presso  le  ac- 
que slagnanti,  ed  amano  gli  umidi  luoghi.  A  differenza  della 
mosca  più  volano  di  notte,  che  di  giorno  in  tempo  di  estate. 
11  villano,  che  rompe  la  terra,  e  n' estrae  l'erbe  cattive,  e 
le  spine ,  per  renderla  più  ubertosa ,  figura  a  maraviglia  Dante, 
che  coltiva  l'anima  purgandola  dai  vizi,  drizzandola  a  virtù, 
per  cui  possa  cogliere  il  frutto  della  eterna  felicita:  e  quando 
il  villano,  affaticato  dal  lavoro  di  tutto  il  giorno,  siede  a  ri- 
poso sul  piccol  colle ,  figura  Dante  lasso  dalla  fatica  della  trat- 
tata materia  antecedente,  che  stassi  poggiato  al  ponte  per  ri- 
mettersi alcun  poco,  e  respirare.  Quel  villano  vede  le  tante 
lucciole  che  s' alzano  dai  campi  coltivati ,  e  Dante  scorge  molte 
anime,  che  lievi  e  splendienti  vanno  vagando  per  quella  bol- 
gia si  com  io  m  accorsi  come  distinsi  tosto  che  io  fui  dove  il 
fondo  parea  tosto  che  arrivai  al  ponte  ottavo  d'  onde  poteva 
scorgere  quanto  trova  vasi  nel  fondo,  perchè  la  bolgia  a  dif- 
ferenza delle  altre  era  splendiente  di  fiamme. 

Di  Elia,  e  di  Eliseo  si  parla  molto  diffusamente  nel  terzo 
libro  dei  re.  Fu  Elia  profeta  maraviglioso,  perchè  profetizzò 


618  INFERNO 

il  vero,  e  fece  miracoli.  Fiorì  al  tempo  di  Acabbored9  Israele 
io  Samaria,  uomo  di  potere,  ed  autorità  somma,  peloso  io 
tutto  il  corpo,  e  con  vestimenti  di  pelli  con  pelo.  Stette  cieco 
tre  anni  ;  nel  qual  tempo  per  comando  di  Dio  entrò  nel  deserto, 
dove  i  corvi  spontanei  gli  somministrarono  pane,  e  carni. 
Per  obbedire  al  suo  Dio  andò  a  trovare  il  re  Acabbo  il  quale 
nel  primo  incontro  gli  disse.  —  Ah  sei  tu  il  disturbatore  d'I- 
sraello!  Cui  Elia:  non  io,  ma  invece  tu  lo  conturbi,  e  rovini  la 
casa  del  padre  tuo  perchè  sprezzasti  la  legge  di  Dio,  e  ti  fa- 
cesti servo  d'idoli  vani.  —  Convoca  i  tuoi  profeti,  se  vuoi  re- 
star convinto  del  vero  —  Ed  Acabbo  fece  convocare  sul  Car- 
melo ottocento  cinquanta  falsi  profeti,  ai  quali  Elia  propose, 
che  essi  ponessero  un  bove  per  olocausto  sopra  una  catasta  di 
legna,  ed  egli  avrebbe  posto  altro  bove  sopra  altra  legna.  Sa- 
rebbe il  vero  Dio  quello  che  manderebbe  il  fuoco  dal  cielo. 
Quei  falsi  profeti  invocarono  i  loro  Dei  e  pregando  s' incide- 
vano le  carni,  facendone  spicciare  il  sangue,  ma  non  furono 
esauditi.  Anche  Elia  pregò,  e  tosto  scese  lai  fuoco  dal  cielo 
che  divorò  bove,  legna,  tutto.  Allora  furono  presi  que' falsi 
profeti,  e  trascinati  presso  il  torrente Cisone,  ed  ivi  scannati, 
senza  eccettuarne  alcuno,  gittati  nell'onde.  Elia  allora  pregò 
per  la  pioggia,  negata  da  tanto  tempo  agi' idolatri ,  ed  ottenne 
pur  questa  fra  le  acclamazioni,  e  le  grida  festanti  del  popolo 
riconoscente.  Ma  Irachele  regina  moglie  di  Acabbo  giurò  ven- 
dicarsi sopra  di  Elia  della  morte  de' profeti  suoi,  e  lo  perse- 
guitò con  furore  insino  a  tanto  eh'  egli  si  nascose  in  un  de- 
serto prescrittogli  da  Dio  per  assumere  Eliseo  in  profeta. 

Eliseo  della  città  di  Abelmara  arava  la  terra  quando  Elia 
lochiamo,  somministrandogli  quanto  ne'bi  sogni  occorreva. 
Morto  Acabbo  gli  successe  il  figlio  Ocozia  che  regnò  due  anni, 
e  fu  pessimo  verso  Dio.  Mentr'era  malato,  mandava  sacerdoti 


CANTO  XXVI.  619 

a  consultare  Belzebub,  ed  Acaron,  ma  Elia  avvisato  da  un  an- 
gelo, andò  contro  a  que'  sacerdoti  loro  dicendo  :  non  vi  è  forse 
Dio  in  Israele  senza  consultare  il  vano  Acaron?  11  re  vostro 
non  può  guarire,  e  presto  morirà.  —  Il  re  acceso  di  sdegno 
al  racconto  de'  sacerdoti ,  spedì  un  capitano  con  cinquanta  sol- 
dati, il  quale  salendo  il  monte  dove  trovavasi  Elia,  ed  incon- 
tratolo gridò  —  uomo  di  Dio,  il  re  comanda,  che  tu  discen- 
da —  cui  Elia  —  se  sono  uomo  di  Dio  discenda  fuoco  dal  cielo 
che  strugga  te,  ed  i  tuoi  —  e  così  fu.  11  re  sempre  più  irato 
mandò  altro  capitano,  ed  altri  cinquanta  soldati,  e  furono  di- 
strutti nel  modo  stesso  dal  fuoco.  Mandato  il  terzo  capitano, 
con  altri  soldati,  questi  vide  Eliseo  inginocchiarsi  ad  Elia,  ed 
esso  pure  piegò  il  ginocchio  a  terra  e  pregò  ad  aver  compas- 
sione di  loro.  Per  consiglio  di  un  angelo  allora  discese  anche 
Elia ,  e  si  portò  al  letto  del  re,  cui  preconizzò  la  morte,  e  morì 
nel  tempo  predetto.  Gli  successe  il  fratello  perchè  mancò  ^enza 
figli.  Allora  Elia  ed  Eliseo  si  allontanarono  seguiti  da  cin- 
quanta figli  de' profeti.  Giunti  al  fiume  Giordano,  Elia  prese 
il  mantello,  e  con  esso  percosse  le  acque,  che  si  divisero,  ed 
entrambi  passarono  a  piede  asciutto.  E  mentre  passavano  Elia 
diceva  ad  Eliseo  —  chiedi  quanto  brami  prima  che  io  tolto 
ti  sia  —  cui  Eliseo  —  il  tuo  profetico  spirito  si  raddoppi  in 
me.  —  Così  diceva  ancora,  quando  un  carro  di  fuoco  con  ca- 
valli di  fuoco  appressò.  Elia  vi  montò  sopra,  ed  avvolto  in  un 
turbine  fu  trasportato  al  cielo.  Gridava  Eliseo  —  padre  mio  — 
padre  mio  —  e  nulla  più  vide,  e  si  stracciò  i  crini,  e  le  vesti 
pel  dolore.  Raccolse  il  mantello  caduto  ad  Elia  e  con  esso 
due  volte  percosse  nuovamente  le  acque,  che  si  ridivisero,  e 
ripassò  il  Giordano  a  piede  asciutto  nello  stesso  luogo  di  pri- 
ma. Avendo  raddoppiato  lo  spirito  profetico,  fece  molti  mira- 
coli; e  giunto  a  Betel  i  fanciulli  lo  deridevano  dicendo—  vien 


620  INFERNO 

su  calvo.  —  Ma  Eliseo  li  maledisse  nel  nome  del  Signore  e  to- 
sto apparirono  due  orsi  che  li  sbranarono  in  numero  di  qua* 
rantadue.  Indi  salì  sul  monte  Carmelo,  e  molti  prodigi  ivi  o- 
però.  Un  esercito  di  Siria  lo  assediava  nel  monte  ed  appar- 
vero cavalli ,  e  carri  di  fuoco  che  resero  ciechi  tutti  quelli  del- 
l'esercito, ed  egli  condusse  il  cieco  esercito  in  Samaria,  ed 
aprì  gli  occhi  a  ciascuno,  facendo  lor  ministrare  cibo,  e  be- 
vande, e  liberi  tornare  alle  patrie  loro.  Anche  altra  volta  li- 
berò Samaria  dai  sirii,  ed  operò  stupende  cose,  che  tralascio 
per  brevità. 

Non  avrei  tenuto  un  così  lungo  discorso  di  Elia,  ed  Eli- 
seo, se  non  avessi  conosciuto  il  rapporto  che  vi  è  fra  essi,  Vir- 
gilio e  Dante.  I  due  solitari  stan  bene  con  due  profeti  solitari. 
I  due  profeti  videro  fuochi  struggenti  i  nemici  di  Dio,  e  i 
due  poeti  videro  molti  fuochi  struggenti  i  dannati.  Eliseo  fu 
discepolo  di  Elia,  e  lo  amò  ardentemente,  e  sempre  lo  seguì 
ne' pericoli,  nelle  fatiche,  ne' disagi,  nelle  selve,  finché  Elia 
fu  rapito  al  cielo;  e  Dante  discepolo  amò  Virgilio  maestro,  e 
sempre  lo  seguì,  finché  Virgilio  gli  si  tolse  dagli  occhi.  Come 
il  profeta  con  altro  profeta  scorse  e  piano  e  monte,  ed  operò 
miracoli,  così  Virgilio  con  Dante  corse  la  selva  infernale,  ed 
il  monte  del  Purgatorio  operando  molte  cose  maravigliose. 
Elia  salendo  al  cielo  lasciò  ad  Eliseo  duplicato  lo  spirito  pro- 
fetico, e  Virgilio  abbandonando  Dante  gli  lasciò  raddoppiato 
lo  spirito  poetico ,  come  si  rileva  dalla  Cantica  dell'  Inferno ,  di 
cui  Virgilio  disse  poco,  e  come  si  ha  dal  Purgatorio  e  Para- 
diso, di  cui  Virgilio  nulla  disse.  Eliseo  dolevasi  dell'abbandono 
del  suo  maestro  e  padre,  e  Dante  molto  si  lagnò  della  par- 
tenza di  Virgilio  suo  maestro  e  guida,  come  si  ha  nella  fine 
del  Purgatorio,  ciascuna  fiamma  se  move  tal  per  la  gola  del 
fosso  dell'ottava  bolgia,  che  quasi  gola  la  inghiottisce  chenes- 


CANTO  XXVI  621 

suna  mostra  el  furto  nessuna  mostra  l'anima  che  cela,  a  guisa 
di  furto,  e  ogni  fiamma  invola* un  peccator  copre,  e  cela  un 
peccatore  astuto,  e  fraudolento  quale  il  carro  di  Elia  cioè 
quale  vide  colui  Eliseo  che  se  vengio  si  vendicò  de' fanciulli , 
che  lo  deridevano  con  gli  orsi  i  quali  divorarono  i  fanciulli 
derisori  al  dipartire  quando  lo  lasciò  salendo  sul  carro  quando 
i  cavalli  al  cielo  erti  levorsi  allorché  i  cavalli  volarono  al  cielo 
che  noi  potea  si  con  gli  occhi  seguire  che  vedesse  altro  che 
la  fiamma  sola  che  non  vide  che  sola  una  fiamma  strisciare 
così  velocemente  si  come  nuvoletta  in  su  salire  Dante  quale 
altro  Eliseo,  e  fu  veramente  della  schiatta  degli  Elisei,  come 
si  vedrà,  scorgeva  soltanto  fiamme  volanti,  ma  non  distingueva 
le  anime  nascoste  nelle  fiamme  stesse. 

Io  stava  terza  parte  generale  io  stava  surto  io  stava  al- 
zato sulla  punta  de'  piedi  a  veder  sotto  el  ponte  le  anime  che 
passavano  si  tanto  che  sarei  caduto  giù  nel  fondo  della  valle 
sanza  esser  urto  quantunque  non  spinto  da  alcuno  urto.  Urto 
dal  verbo  urtare,  come  avviene  de'  cavalli  urtandosi  nell'  in- 
contro si  che  s  io  non  avessi  un  ronco  preso  un  sasso  del 
ponte,  sarei  forse  caduto.  Ciò  tutto  significa  la  somma  atten- 
zione di  Dante,  e  la  conseguente  astrazione  e  l  duca  che  mi 
vide  tanto  atteso  tanto  attento  disse  li  spirti  son  dentro  dai 
fuochi  le  anime  son  chiuse  nelle  fiamme,  e  ciascuna  fiamma 
contiene  un'anima  e  ciascun  spirito  se  fasciasi  copre,  si  ve- 
ste di  quel  eh  elli  e  inceso  di  quella  fiamma  della  quale  si  ac- 
cende, e  si  brucia. 

Scrive  Stazio  nella  Tebaide,  e  Seneca  nella  tragedia,  che 
Eteocle,  e  Polinice  figli  di  Edippo  re  di  Tebe  (il  quale  li  ave- 
va procreati  da  Giocasta  propria  madre,  che  senza  saperlo 
aveva  presa  in  consorte,  e  per  vergogna ,  ed  orrore ,  scoperto 
il  vero,  erasi  da  sé  stesso  acciecato,  per  cui  viveva  sotterra 


624  INFERNO 

ger  de  la  pira  dal  rogo  funebre  dove  nel  qua!  rogo  Teoclefu 
messo  a  bruciarsi  col  fratello  con  Polinice.  I  due  fratelli  Ete- 
ocle,  e  Polinice T  uno  valoroso,  P  altro  fraudolento  sono  tor- 
mentati da  una  sol  fiamma  che  si  divide  in  due  nelP  estremi- 
tà: del  pari  Diomede,  ed  Ulisse  valorosissimo  il  primo,  astu- 
tissimo il  secondo  sono  tormentati  dalla  stessa  fiamma ,  che 
in  due  si  riparte;  ma  i  primi  furono  divisi  di  animo,  questi 
alP  incontro  concordi. 

Rispuose  a  me  Virgilio  rispose  a  me  Ulisse  e  Diomede 
si  marlira  si  tormentano  insieme  la  dentro  in  quel  fuoco  di- 
viso nell'estremità.  Dante  finge  bensì,  che  questi  due  operas- 
sero insieme  gesta  memoranda,  ma  ritiene,  che  V  uno  senza 
delP  altro  non  sarebbe  arrivato  a  compierle,  imperocché  la 
mano  deve  essere  guidata  dal  senno,  il  valore  guidato  dalla 
prudenza.  Omero  molto  scrisse  del  valore  di  Diomede ,  molto 
nelP  Odissea  della  prudenza  di  Ulisse.  E  perchè  furono  d' ac- 
cordo ne'  delitti  in  vita  così  sono  compagni  a  pagare  il  fio 
nelP  Inferno  e  cosi  vanno  insieme  alla  vendetta  cioè  alla  pe- 
na, vendetta  della  colpa  com  ali  ira  come  una  volta  andarono 
uniti  contro  Troja  a  far  vendetta  di  Elena  rapita  da  Paride. 
Omero  inoltre  nel  sesto  delP  Odissea  introduce  Ulisse  a  rac- 
contare ad  Achille  come  Pirro  figlio  suo  imperterrito  entrò  in 
Troja  nascosto  con  lui  nel  cavallo  e  l  aguato  del  cavallo  di 
tal  cavallo  si  dirà  nel  canto  30  che  fece  la  porta  aprì  la  stra- 
da ond'  essere  introdotto.  Enea  fuggendo  dall'  incendio  di 
Troja  giunse  in  Italia,  e  dal  sangue  di  Enea  discesero  i  romani 
onde  usci  de  romani  il  gentil  seme  seme  nobile  per  valore, 
dignità,  e  potenza,  e  che  soggiogò  P  intero  mondo  si  geme 
piange  dentro  de  la  lor  fiamma  in  un  sol  fuoco  diviso  in  due 
fiamme.  Omero  nel  quinto  dell'  Iliade  finge,  che  nello  scudo  e 
nelP  elmo  del  bellicoso  Diomede  ardesse  lo  spirito  di  vittoria: 


CANTO  XXVI.  625 

Virgilio  imitandolo  finge,  che  splendesse  un  fuoco  sulla  lesta 
di  Ascanio  figlio  di  Enea.  Così  Lucano  afferma  di  Tulio  sesto 
re  de'  romani,  e  di  Lucio  Marzio  che  vittoriosamente  pugnava 
nella  Spagna. 

Dante  mette  innanzi  un'altra  astuzia  di  Ulisse  per  iscoprire 
Achille,  indispensabile  alla  presa  di  Troja,  quale  era  stato 
dalla  madre  nascosto  sotto  vesti  donnesche  nella  regia  di  Li- 
comede,  che  lo  tenne  in  mezzo  alle  proprie  figlie,  la  primo- 
genita delle  quali,  sedotta  da  Achille,  gli  partorì  un  figlio 
l  arte  V  astuzia  perche  Deidamia  sposa  di  Achille  perche  mor- 
la  anche  dopo  morte  ancor  si  duole  di  Achille  si  dolse  vi- 
vente, e  si  duole  pur  morta,  che  Achille  le  fosse  tolto piangesi 
entro  è  castigato  in  detta  fiamma. 

In  ultimo  si  fa  conoscere  la  terza  astuzia  di  Ulisse  quan- 
do insieme  con  Diomede  rapì  il  Palladio  che  rendeva  inespu- 
gnabile Troia.  Tulio  fu  il  quarto  re  di  Troia  dopo  Dardano, 
e  nel  di  lui  regno  si  disse,  fosse  caduta  una  immagine  dal  cie- 
lo sulla  rocca  di  Pallade,  trovata  la  quale,  i  Troiani  spedirono 
in  Delfo  ad  Apollo  per  la  interpretazione  del  fenomeno — l'o- 
racolo rispose:  —  finché  la  immagine  sarà  illesa,  Troia  sarà 
inespugnabile — allora  si  eresse  un  tempio,  in  cui  un  sa- 
cerdote vegliava  di  continuo  alla  custodia  dell'  immagine.  Ma 
Ulisse,  cui  venne  raccontato  l'oracolo,  in  compagnia  di  Dio- 
mede, nascostamente  e  fra  le  tenebre  della  notte  s'introdusse 
nella  rocca,  e  tolse  il  Palladio,  scannati  i  custodi.  Pretendo- 
no alcuni,  che  i  custodi  non  fossero  scannati  ma  corrotti  da 
denaro,  e  pena  vi  si  porta  tra  quel  fuoco  del  Palladio  della 
immagine  di  Pallade.  Ma  come  poi  se  fu  rapito  da  Ulisse  e 
Diomede,  il  Palladio  passò  nelle  mani  di  Enea?  Scrive  Plinio, 
che  Enea  giunto  a  Laurento,  dove  regnava  Latino,  ebbe  il 
Palladio  da  Diomede  slesso.  Sappiamo  infatti  da  molli,  che 

H.U1BALDI  —   VuL  1.  40 


626  INFERNO 

Diomede  dopo  Y  eccidio  di  Troia  giunse  in  Italia;  ecco  per- 
chè Virgilio  scrive,  che  Turno  implorò  soccorso  da  Diomede 
contro  di  Enea,  che  gli  fu  ricusato.  Dante  in  rispetto  di  Vir- 
gilio ci  parla  di  Diomede,  e  di  Tebe,  il  cui  assedio  fu  prima 
di  quel  di  Troia,  ma  in  esso  pugnò  il  valoroso  Tideo  padre 
di  Diomede.  Anche  un  altro  figlio  di  Tideo  —  Sceleno— si 
trovò  col  fratello  Diomede  alla  guerra  di  Troia  cogli  altri  re, 
e  con  Ulisse  —  che  Omero  chiama  —  testor  d' inique  frodi  — 
sotto  il  supremo  comando  di  Agamennone. 

Diss  io  o  maestro  o  Virgilio  assai  ti  prego  ti  prego  calda- 
mente e  riprego  e  ti  torno  a  pregare  che  l  prego  vaglia  mille  in 
modo  che  sia  la  preghiera  più  efficace,  che  se  avessi  mille  volte 
pregato  che  non  mi  facci  nego  che  non  ti  metta  al  ni  ego  dellai- 
tendere  dell'  aspettare  ;  imperocché  se  Virgilio  progrediva  egli 
non  avrebbe  potuto  discorrere  con  quegli  spiriti  finche  la 
fiamma  cornuta  eh' è  divisa  nell'estremità  in  due  vegna  qua 
verso  di  noi  :  vedi  che  piego  ver  lei  mi  volgo  verso  tal  fiamma 
dal  disio  per  l' ardente  desiderio,  e  quasi  dica — volgo  più  ver- 
so la  fiamma  coli'  animo,  di  quello  che  la  fiamma  corra  verso 
me  s  ei  possono  parlar  dentro  da  quelle  faville  s'  essi  po- 
tranno metter  fuori  la  voce  da  quelle  fiamme  da  coi  sono  av- 
volti, etti  a  me  lo  stesso  Virgilio  rispose  la  tua  parola  e  de- 
gnadi  motta  lode  la  inchiesta  tua  è  lodevole,  perchè  è  bello 
conoscere  le  illustri  gesta  degli  eroi  pero  laccepto  e  quindi 
aspetterò.  Ma  abbi  sempre  presente  di  tacerti,  ed  ascoltare 
ma  fa  che  la  tua  lingua  si  soslegna  taci ,  ed  ascolta  lascia 
parlar  a  me  eh  io  ho  concetto  ciò  che  tu  vuoi  lascia  che  io 
parli,  giacché  ho  capito  il  tuo  desiderio,  e  d'altronde  essi 
sdegnerebbero  forse,  come  greci,  di  parlare  con  te,  perchè 
italiano.  Anche  Virgilio  fu  latino,  ma  conosceva   perfetta- 


CANTO  XXVI.  627 

mente  la  lingua  greca ,  e  corse  dietro  sempre  ai  greci  mae- 
stri per  quanto  scrive  Macrobio. 

Poi  audivi  il  mio  duca  Virgilio  parlare  in  questa  forma 
poi  ascoltai  Virgilio  parlare  in  questa  maniera  poiché  la  fiam- 
ma fu  venuta  quivi  ìn  quel  luogo  ove  parve  a  lui  loco  e  tempo 
quando  la  credette  abbastanza  avvicinata,  o  voi  che  siete  duo 
entro  a  un  fuoco  o  voi  due  compagni  nella  stessa  pena  non  vi 
movete  fermatevi  s  io  meritai  di  voi  mentre  eh  io  vissi  finché 
fui  nel  mondo  s  io  meritai  di  voi  assai  o  poco  e  così  parla 
con  modestia  quando  scrissi  li  alti  versi  i  carmi  eroici  con 
tragico  stile  nell'Eneide  nel  mondo  de'  vi  venti  ma  l  un  di  voi 
V  uno  di  voi,  Ulisse  dica  dove  gissi  a  morir  per  lui  in  qua! 
luogo  andò  a  morire  tanto  miseramente.  Virgilio  parla  solo 
con  Olisse,  in  quanto  che  Diomede  non  andò  errando  pei  mari, 
come  il  compagno,  ma  venne  direttamente  in  Ralia.  Parla  con 
sicurezza,  perchè  dovevano  esser  grati  a  lui,  che,  imitando 
Omero,  scrisse  di  loro  molle  cose,  e  presso  i  latini  crebbe  la 
loro  fama,  e  la  loro  gloria. 

Lo  maggior  corno  quarta  ed  ultima  parte  generale  lo 
maggior  corno  de  la  fiamma  antica  che  avvolgeva  lo  spirito 
di  Ulisse  maggiore  di  Diomede,  non  già  di  corpo,  ma  di  mente, 
di  fama,  di  prudenza,  di  eloquenza,  e  di  tempo  comincio  a 
crollarsi  mormorando  imperocché  la  lingua  movendosi  nel- 
l'interno della  fiamma  faceva  agitare  la  fiamma  stessa  pur  co- 
me quella  fiamma  cui  vento  affatica  come  la  fiamma  agitala 
dal  vento,  che  mette  quasi  suono,  così  la  fiamma  in  cui  era 
llisse  agilavasi.  indi  poscia  un'altra  fiamma  menando  la  cima 
la  punta  qua  e  la  come  fosse  la  lingua  che  parlasse gitto  voce 
di  fuori  Ulisse  fu  smanioso  di  conoscere  i  diversi  costumi,  e 
scorse  perciò  terre,  e  mari,  e  disse  ne  dolcezza  di  figlio  ne 
il  dolcissimo  amore  del  figlio  Telemaco  ne  lapietadel  vecchio 


628  INFERNO 

padre  né  l'amor  pietoso  del  vecchio  padre  Laerte  ne  l  debile 
amore  il  legittimo  amore  della  sposa  lo  qual  dovea  far  lieta 
Penelope  moglie  bellissima,  pudica,  amorosissima,  quan- 
tunque tentala,  anzi  tormentata  da  molti  poteri tissimi^Proci 
vincer  poteo  dentro  da  me  l  ardore  eh  io  ebbi  a  divenir  e- 
sperto  del  mondo  e  degli  umani  vitii  e  del  valore  la  smania 
di  conoscere  gli  uomini,  ed  il  mondo  mi  fece  superare  tutti  i 
legami,  e  le  più  dolci  passioni.  Ed  il  padre  era  vecchio,  il  fi- 
glio fanciullo,  e  la  moglie  bella,  giovane,  vezzosa,  lutti  inca- 
paci di  resistere  agli  assalti.  Accenna  pel  primo  l'amor  filiale 
come  il  più  forte,  giacché  l'uomo  si  perpetua  ne'  figli  —  se- 
condo l'amor  del  padre,  da  cui  si  riceve  la  vita  —  terzo  l'a- 
mor della  consorte  la  quale  divide  col  marito  le  fatiche,  e  con- 
corre con  esso  a  dare  ai  figli  la  vita  quando  me  departi  da 
Circe. 

Neil'  Odissea  scrive  Omero,  che  Ulisse  peregrinando  giun- 
se in  Italia  e  toccò  l'isola,  in  cui  viveva  bellissima,  e  famo- 
sissima maga,  la  quale  con  veneficii,  e  bevande  trasformava 
gli  uomini  in  fiere.  I  compagni  di  Ulisse  precedettero  l'arrivo 
di  questi,  e  furono  cangiati  in  diverse  specie  di  animali;  ma 
Ulisse  colla  sua  sagaci tà,  non  solo  non  fu  cambiato  in  fiera, 
ma  giunse  a  tanto  che  ottenne  dalla  maga  il  ritorno  de' com- 
pagni alla  forma  di  prima.  Stette  presso  la  maga  qualche 
tempo  ed  ebbe  da  lei  un  figlio  per  nome  Telcgono,  che  poscia 
uccise  il  padre  per  errore,  come  si  dirà  in  fine  del  canto.  Di 
questa  maga  Circe,  e  de'di  lei  veleni  si  dirà  nel  canto  IX  del 
Purgatorio,  quando  me  diparti  da  Circe  nota ,  che  Ulisse  non 
incomincia  dalla  sua  prima  peregrinazione*  perchè  fu  molti 
anni  con  altra  maga  di  Grecia  per  nomeCalipso  che  sottraste 
me  che  mi  tolse  dalla  mia  peregrinazione  più  di  un  anno  nei- 
T  isola  la  presso  a  Gaieta  Circe  è  un  monte  d' Italia  vicino  a 


i 


CANTO  XXVI.  629 

Gacla,  nella  cui  sommità,  dicesi,  che  una  volta  fosse  un  vasto 
castello,  e  risola  non  formavasi  dalle  acque  del  mare,  ma  da 
quella  delle  paludi:  l'isola  fu  detta  Eca.  Gaeta  è  tuttora  una 
forte  e  bella  città  nella  Puglia,  così  chiamata  da  Gaeta  nutrice 
di  Enea  ivi  morta,  e  sepolta  al  dir  di  Virgilio,  Plinio,  ed  altri 
pria  che  si  Enea  la  nominasse  giacché  Enea  per  primo  la 
costrusse  e  la  denominò  dalla  suddetta  donna.  Ulisse  vi  stette 
sette  anni  secondo  Virgilio,  dieci  secondo  Omero  ma  misi  me 
per  l  alto  mare  aperto  ond' essere  più  libero,  e  spedito  sol 
con  un  legno  con  una  sola  nave  e  con  quella  compagnia  pie- 
dola  ma  scelta,  e  fida  dalla  quale  non  fui  deserto  non  fui 
abbandonato  fino  alla  morte.  I  un  lito  vidi  e  l  altro  infin  la 
Spagna  Italia,  Gallia  e  nelF ultimo  Spagna  fin  nel  Marocco 
perchè  dall'altra  parte  è  l'Africa,  in  cui  è  la  Mauritania  o 
Marocco,  e  l  isola  de  sardi  la  Sardegna  isola,  e  la  Sicilia  alta 
divisa  dall'Italia  per  uno  stretto  di  mare.  Ulisse  scontrò  grave 
pericolo  nel  Faro  di  Messina,  e  vi  perdette  il  naviglio,  e  l  altre 
e  vidi  altre  isole  che  quel  mar  bagna  intorno  che  quel  mare 
circonda. 

Io  e  i  compagni  eravam  vecchi  e  tardi  perchè  erano 
scorsi  venti  anni,  dieci  nella  guerra  di  Troia,  ed  altri  dieci 
nella  peregrinazione  quando  venimmo  a  quella  foce  stretta 
ne'  confini  della  Spagna  e  dell'  Africa  dov'  è  uno  stretto  di 
mare  presso  l' altissimo  monte  Abila  opposto  a  Calpc  nella  Spa- 
gna ,  P  uno  e  l' altro  colonne  di  Ercole  dov'  Ercole  segno  li 
suoi  riguardi  pose  le  colonne ,  o  confini  accioche  luom  non 
si  metta  più  oltre  come  avviso  che  l'uomo  non  azzardi  an- 
dar più  oltre  nel  mare.  Ma  Ulisse  volle  essere  più  ardito  di 
Ercole  passando  tai  segni,  e  se  ne  pentì.  Si  dice  ancora,  che 
Ercole  ponesse  tali  colonne  negli  ultimi  lidi  orientali,  ina  non 
può  accertarsi  per  la  eccessiva  lontananza  di  tempo,  dalla  man 


630  INFERNO 

destra  mi  lasciai  Sibilla  Siviglia  è  città  capitale  della  Spa- 
gna distatile  dal  mare  circa  cinquanta  miglia,  dall altra  dalia 
sinistra  parte  dell'Africana  mavea  lasciata  Setta.  Setta  è 
città  di  Barberia  nell'altro  lido  opposto.  Chi  viene  dall'Oce- 
ano occidentale  nel  Mediterraneo  ha  Siviglia  a  sinistra,  e  Setta 
alla  destra;  ma  Ulisse  andava  da  questo  mare  nell'Oceano, 
e  quindi  era  1'  opposto. 

0  Frati  Ulisse  prima  di  abbandonarsi  all'Oceano  così 
parla  ai  compagni  che  siete  giunti  ali  occidente  che  pa- 
zientemente ,  e  con  costanza  giungeste  all'  estremità  Occi- 
dentale per  cento  millia  perilii  per  infiniti  pericoli  non 
vogliate  negare  la  sperienlia  a  questa  tanto  piccola  vigilia 
a  questa  breve  tardanza  che  di  rimanere  che  ancor  resta  de 
residuo  de  nostri  sensi  di  nostra  vita;  ovvero  —  se  fin  qui, e 
per  tanti  anni  traeste  la  vita  nelle  fatiche  e  stenti  della  guerra 
per  lodi,  onore,  e  gloria,  non  vogliate  paventare  questi  corti 
disagi,  coi  quali  conseguirete  un  più  tranquillo,  ed  onorato 
riposo.  Altrettanto  diceva  Enea  ai  compagni  suoi  spaventati  da 
una  burrasca 

Voi  che  duraste  le  più  ree  vicende 
Voi  qui  dal  Cielo  il  fin  bramato  avrete. 

Diretro  al  sol  del  mondo  sanza  gente  cammi  nando  se- 
condo il  corso  del  sole  da  oriente  in  occidente,  o  secondo  altro 
testo  diretro  al  sol  ove  per  verità  trovasi  gran  gente,  comesi  di- 
rà nel  primo  canto  del  Purgatorio  considerate  la  vostra  temen- 
za peniate  alla  nobiltà  di  vostra  natura,  non  foste  facti  come 
brulli  animali  per  vivere  come  bestie,  ma  per  operare  gesta 
gloriose,  che  a  tanto  vi  spinge  la  ragione  di  cui  foste  dotati  ma 
per  seguir  virtute  e  conoscenza  con  virtù ,  e  sapere,  fee  io  io 
Ulisse  resi  li  miei  compagni  si  acuti  al  camino  —  con  questa 
piccola  orazione  così  accesi,  e  disposi  all'arduo  cammino, 


CANTO  XXVI.  631 

che  niun  altro  capo  ottenne  mai  tanto  con  sì  breve  esortazione 
che  a  pena  li  avrei  ritenuti  poi  appena  li  avrei  potuti  arre- 
stare. A  testimonianza  di  Omero  nell'  Odissea,  e  di  Ovidio  nel 
XIII  delle  Maggiori  Ulisse  ebbe  il  singoiar  dono  della  elo- 
quenza, e  lo  fece  conoscere  nella  contesa  sulle  armi  d'Achille 
fra  lui  ed  Aiace,  perchè  colla  sola  voce  potè  ottenere  di  ri- 
tenerle. • 

E  facemmo  ale  de  remi  al  folle  volo  alla  temeraria  na- 
vigazione, sicché  i  remi  ci  servivano  più  delle  ali,  volta  no- 
stra poppa  volgemmo  la  poppa  a  settentrione,  e  la  prora  a 
mezzodì  nel  mattino  al  sorgere  del  giorno  sempre  acquistan- 
do da  lato  mancino  sempre  andando  a  sinistra  verso  austro, 
ed  aggiunge  che  tanto  inoltrarono  da  veder  1'  altro  polo.  I  poli 
sono  due  punti  sui  quali  si  move  il  mondo.  Artico  uno,  o  setten- 
trionale, dove  sono  stelle  fisse,  Antartico  l'altro,  o  meridionale, 
in  cui  sono  stelle  non  apparenti  perchè  basso  rispetto  a  noi. 
Ulisse  quindi  dice,  che  tanto  avevano  piegato  al  meriggio,  che 
loro  apparivano  le  stelle  dell'altro  polo,  la  notte  in  tempo  not- 
turno vedea  già  tutte  le  stelle  io  vedea  le  stelle  tutte  el  nostro 
polo  settentrionale,  cui  volgono  gli  occhi  tutti  i  naviganti  tonto 
basso  che  non  sorgea  fuor  del  marin  solo  fuori  della  super- 
ficie del  mare.  Da  ciò  consegue  la  impossibilità  di  vedere  con- 
temporaneamente T  uno  e  l'altro  polo,  imperocché  se  l' uno 
si  mostra  per  necessità,  l'altro  deve  nascondersi ,  quantunque 
alcuni  sostengano  l' opposto. 

La  luna  ricevendo  la  luce  dal  sole  sempre  è  illuminata 
per  metà,  essendo  corpo  sferico,  e  solido,  e  non  penetrabile 
dalla  luce.  Quando  la  luna  appare  congiunta  col  sole,  allora 
viene  illuminata  dal  sole  dalla  parte  superiore,  ossia  verso  i 
cielo,  ed  è  oscurità  verso  la  terra;  quando  poi  la  luna  si  al- 
lontana dalla  congiunzione  del  sole,  il  sole  la  illumina  a  poca 


G32  INFEKNO 

a  poco  da  un  lato,  e  crescendo  di  giorno  in  giorno,  fioche 
per  T  opposizione  diretta,  vediamo  l' intero  disco  illuminalo. 
il  lume  era  racceso  cinque  volle  dal  sole  de  sotto  ile  la  luna 
et  casso  tanto  e  tanto  nascosto  poi  die  eravam  entrali  nel 
alto  passo  nel  profondo,  ed  immenso  oceano  quando  ci  ap- 
parve una  montagna  bruna  per  a  distanzia  una  monta- 
gna, che  sSmbravaci  bruna  per  la  distanza,  ma  non  era  tale. 
Era  il  monte  del  Purgatorio,  su  cui  trovasi  il  Paradiso  terre- 
stre, e  che  diecsi  sotto  la  equinoziale,  e  tanto  alto  che  arriva 
al  globo  lunare  e  parvene  alta  tanto  quanto  veduta  non  ha- 
vea  alcuna  non  potendo  la  sommità  arrivarsi  colla  vista. 

Noi  ci  allegrammo  ci  rallegrammo.  11  marinaro,  appena 
scorge  la  terra  da  cui  fu  lungamente  lontano,  si  solleva,  ed  e- 
sulta ;  ma  la  nostra  letiziasi  mutò  in  tristezza,  perchè  persua- 
si di  giungere  in  porto,  trovammo  invece  la  sventura  eia  morte 
e  tosto  torno  in  pianto  —  un  turbo  un  turbine,  o  contrasto 
di  venti  nacque  de  la  nuova  terra  dalla  predetta  montagna 
e  percosse  il  primo  canto  del  legno  la  prora  del  nostro  navi- 
glio e  Ife  girar  tre  volte  con  tutte  l  acque  il  turbine  volgendo 
in  giro  l'acqua  volse  per  necessità  anche  il  naviglio  e  fece  le- 
var lapoppain  suso  alla  quarta  alla  quarta  volta  e  la  prora 
ire  in  giù  sommergersi  coni  altrui  piacque  cioè  a  Dio,  od 
al  fato,  od  alla  fortuna  infin  che  Imare  fu  richiuso  sopra 
noi  infin  che  fummo  tutti  sommersi. 

Quanto  dice  Dante  della  morte  di  Ulisse  non  è  vero  né 
storicamente ,  né  poeticamente.  Dissero  alcuni,  che  Dante  non 
lesse  Omero,  altrimenti  non  avrebbe  così  sbagliato.  Riferi- 
scono Diti  e  Darete,  che  Ulisse  fu  ucciso  da  Telegono  suo  fi- 
glio naturale  avuto  da  Circe.  Telegono  cercando  il  padre  colla 
più  accurata,  ed  affannosa  brama  giunse  in  un  antro  in  cui 
nascondevasi  Ulisse,  per  evitare  il  presagio  di  dover  essere 


«r  canto  xxvi.  ,633 

ucciso  dai  figlio.  Alla  bocca  dell'  antro  Telegono  pregò  di  ve- 
dere Ulisse,  ma  uno  de'custodi  gli  rispose  rozzamente,  sicché 
Telegono  lo  percosse.  Il  custode  gridava  aiuto,  ed  Ulisse,  co- 
me lo  traeva  il  destino,  correndo  si  slanciò  con  furore  contro 
del  temerario;  ma  questi  prevenne  la  vendetta,  ed  il  furore 
di  Ulisse,  e  lo  ferì  mortalmente,  e  da  tale  ferita  Ulisse  poco 
dopo  spirò.  Ma  ohecchè  sia,  non  so  persuadermi,  che  Dante 
abbia  ignorato  questa  verità,  storica  a  poetica  vogliasi  chia- 
marla, e  che  si  conosceva  da  ognuno ,  quand'anche  non  avesse 
letto  Omero.  Dico  piuttosto  che  volle  immaginare,  in  tale  rac- 
conto, come  fecero  gli  altri  poeti,  onde  servire  meglio  allo 
scopo  dell'  opera  sua.  Così  volle  mostrarci  che  un  magnani- 
mo, e  coraggioso,  quale  fu  Ulisse,  non  risparmia  fatiche,  e 
pericoli  per  avere  esperienza,  e  piuttosto  vive  poco,  ma  con 
gloria,  di  quel  che  molto  con  ignavia  od  ignominia.  E  ciò 
può  dedursi  dalla  esortazione  di  Ulisse  allorché  espose  di  a- 
ver  posposto  ogni  affetto,  di  figlio,  di  padre,  di  consorte,  dì 
patria  a  così  nobile  desio,  come  Marco  Regolo  un  giorno  die- 
de argomento  fra  i  romani. 


£- 


CANTO  XXVII. 


TESTO  MODERNO 


Già  era  dritta  insù  la  fiamma,  e  quel  a 

Per  non  dir  più;  e  già  da  noi  sen  già 

Con  la  licenzia  del  dolce  Poeta  ;  5 

Quando  un'altra,  che  dietro  a  lei  venia 

Ne  fece  volger  gli  occhi  alla  sua  cima, 

Per  un  confuso  suon  che  fuor  n'  uscia.  6 

Come  il  bue  Sicilian,  che  mugghiò  prima 

Col  pianto  di  colui  (e  ciò  fu  dritto) 

Che  T  avea  temperato  con  sua  lima ,  9 

Mugghiava  con  la  voce  dell'afflitto, 

Sì  che,  con  tutto  ch'el  fosse  di  rame, 

Pure  el  pareva  dal  dolor  trafitto;  12 

Così,  per  non  aver  via,  né  forame, 

Dal  principio  del  foco  in  suo  linguaggio 

Si  converti van  le  parole  grame.  15 

Ma  poscia  ch'ebber  colto  lor  viaggio 

Su  per  la  punta,  dandole  quel  guizzo, 

Che  dato  avea  la  lingua  in  lor  passaggio,  J8 

Udimmo  dire:  o  tu,  a  cui  dirizzo 

La  voce,  e  che  parlavi  mo  lombardo, 

Dicendo:  issa  ten  va,  più  non  t'aizzo;  21 

Perch'io  sia  giunto  forse  alquanto  tardo, 

Non  t' incresca  restare  a  parlar  meco: 

Vedi  che  non  incresce  a  me,  ed  ardo.  24 


CANTO  XXVII.  635 

Se  tu  pur  mo  io  questo  mondo  cieco 

Caduto  sei  di  quella  dolce  terra 

Latina,  onde  mia  colpa  tutta  reco;  27 

Dimmi  se  i  Romagnuoli  ban  pace,  o  guerra; 

Ch'io  fui  de' monti  là  intra  Urbino 

E  il  giogo,  di  che  Tever  si  disserra.  50 

lo  era  ancora  in  giù  intento  e  chino, 

Quando  il  mio  Duca  mi  tentò  di  costa , 

Dicendo:  parla  tu,  questi  è  Latino.  35 

E  io,  ch'avea  già  pronta  la  risposta, 

Senza  indugio  a  parlare  incominciai: 

0  anima,  che  sei  laggiù  nascosta,  56 

Romagna  tua  non  è ,  e  non  fu  mai 

Senza  guerra  ne' cor  de  suoi  tiranni; 

Ma  palese  nessuna  or  ven  lasciai.  59 

Ravenna  sta,  com'  è  stata  molli  anni: 

L'aquila  da  Polenta  la  si  cova, 

Sì  che  Cervia  ricopre  co' suoi  vanni.  42 

La  terra,  che  fa' già  la  lunga  prova, 

E  di  Franceschi  sanguinoso  mucchio, 

Sotto  le  branche  verdi  si  ritrova:  45 

E  il  Mastin  vecchio,  e  il  nuovo  da  Verrucchio 

Che  fecer  di  Montagna  il  mal  governo, 

Là,  dove  soglion,  fan  de' denti  succhio.  48 

Le  città  di  Lamone  e  di  San  terno 

Conduce  il  lioncel  dal  nido  bianco, 

Che  muta  parte  dalla  state  al  verno  ;  51 

E  quella,  a  cui  il  Savio  bagna  il  fianco, 

Così  com' ella  s'è  tra  il  piano  e  il  monte, 

Tra  tirannia  si  vive  e  stalo  franco.  54 

Ora  chi  sei  ti  prego  che  ne  conte  : 


à 


636  INFERMO 

Non  esser  duro  più  ch'altri  sia  slato, 

Se  il  nome  tuo  nel  mondo  tegoa  fronte.  57 

Poscia  che  il  fuoco  alquanto  ebbe  rugghiato 

Al  modo  suo,  l'aguta  punta  mosse 

Di  qua,  di  là,  e  poi  die  cotal  fiato:  60 

S'io  credessi,  che  mia  risposta  fosse 

A  persona,  che  mai  tornasse  al  mondo, 

Questa  fiamma  staria  senza  più  scosse:  63 

Ma  perciò  che  giammai  di  questo  fondo 

Non  tornò  vivo  alcun ,  s' io  odo  il  vero , 

Senza  tema  d'infamia  ti  rispondo.  66 

lo  fui  uom  d'arme,  e  poi  fui  cordigliero, 

Credendomi,  sì  cinto,  fare  ammenda: 

E  certo  il  creder  mio  veniva  intero,  69 

Se  non  fosse  il  Gran  Prete,  a  cui  mal  prenda, 

Che  mi  rimise  nelle  prime  colpe; 

E  come  e  quare  voglio  che  m'intenda.  72 

Mentre  ch'io  forma  fui  d'ossa  e  di  polpe, 

Che  la  madre  mi  die,  l'opere  mie 

Non  furon  leonine,  ma  di  volpe.  75 

Gli  accorgimenti  e  le  coperte  vie 

Io  seppi  tutte,  e  sì  menai  lor  arte, 

Clie  al  fine  della  terra  il  suono  uscic.  7$ 

Quando  mi  vidi  giunto  in  quella  parte 

Di  mia  età,  dove  ciascun  dovrebbe 

Calar  le  vele  e  raccoglier  le  sarte;  81 

Ciò  che  pria  mi  piaceva  aliar  m' increbbe, 

E  pentuto  e  confesso  mi  rendei: 

Ahi!  miser  lasso,  e  giovato  sarebbe.  ,  34 

Lo  Principe  de' nuovi  Farisei, 

Avendo  guerra  presso  a  Laterano , 


CANTO   XXVII.  637 

E  non  con  Saracin,  né  con  Giudei;  87 

Che  ciascun  suo  nemico  era  Cristiano, 

E  nessuno  era  stato  a  vincer  Acri, 

Né  mercatante  in  terra  di  Soldano:  90 

Né  sommo  uficio,  né  ordini  sacri 

Guardò  in  sé,  né  in  me  quel  capestro, 

Che  solea  far  li  suoi  cinti  più  macri.  93 

Ma  come  Costantin  chiese  Silvestro 

Dentro  Siratti  a  guarir  della  lebbre, 

Così  mi  chiese  questi  per  maestro  96 

A  guarir  della  sua  superba  febbre: 

Domandommi  consiglio,  ed  io  la  ceti  i, 

Perchè  le  sue  parole  parvero  ebre*  99 

E  poi  mi  disse:  tuo  cor  non  sospetti: 

Fin  or  ti  assolvo,  e  tu  m'insegna  fare, 

Sì  còme  Penestrino  in  terra  getti.  102 

Lo  ciel  poss'io  serrare  e  disserrare, 

Come  tu  sai;  però  son  duo  le  chiavi, 

Che  il  mio  antecessor  non  ebbe  care.  108 

Allor  mi  pinser  gli  argomenti  gravi 

La  've  il  tacer  mi  fu  avviso  il  peggio, 

E  diasi:  padre,  da  che  tu  mi  lavi  108 

Di  quel  peccato,  ove  mo  cader  deggio, 

Lunga  promessa  con  l'attender  corto 

Ti  farà  trionfar  nelP  alto  seggio.  1 1 1 

Francesco  venne,  poi  com'  io  fui  morto, 

Per  me:  ma  un  de' neri  Cherubini 

Gli  disse:  noi  portar;  non  mi  far  torto.  114 

Venire  or  giù  sen  dee  tra* miei  meschini, 

Perchè  diede  il  consiglio  frodolente, 

Dal  quale  in  qua  stato  gli  sono  a' crini:  117 


638  INFERNO 

Che  assolver  non  si  può  chi  non  si  pento  ; 

Né  pentcre  e  volere  insieme  puossi, 

Per  contraddizion  che  noi  consente.  120 

0  me  dolente!  come  mi  riscossi , 

Quando  mi  prese,  dicendomi:  forse 

Tu  non  pensavi  ch'io  leico  fossi?  123 

A  Minos  mi  portò;  e  quegli  attorse 

Otto  volte  la  coda  al  dosso  duro; 

E  poiché  per  gran  rabbia  la  si  morse,  126 

Disse:  questi  è  de' rei  del  fuoco  furo: 

Perch'io  là,  dove  vedi,  son  perduto; 

E  si  vestito  andando  mi  rancuro.  129 

Quand'egli  ebbe  il  suo  dir  così  compiuto, 

La  fiamma  dolorando  si  partio, 

Torcendo  e  dibattendo  il  corno  aguto.  132 

Noi  passammo  oltre,  e  io  e  il  Duca  mio, 

Su  per  lo  scoglio  infino  in  su  l'altro  arco, 

Che  cuopre  il  fosso,  in  che  si  paga  il  fio 
A  quei  che  scommettendo  acquislan  carco.  136 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Astuti  perfidi  nel  persuadere  altrui.  In  tre  parti  generali 
dividcsi  il  canto:  nella  prima  —  un  astuto  famoso,  e  moderno 
che  dimanda  dello  stato  di  Romagna:  nella  seconda  —  Dante 
risponde  alla  domanda  dello  spirito,  descrivendo  lo  slato  delle 
varie  città  di  Romagna  era  ingegnoso  ecc.  nella  terza  —  lo  spi- 
rito espone  il  tenor  di  sua  vita,  la  persuasione  altrui  che  fu 
cagione  di  sua  dannazione  poscia  che  l  fuoco  ecc. 

La  fiamma  in  cui  era  involto  Ulisse  già  era  dritta  insù 
la  fiamma  naturalmente  tende  all' insù:  qui  poi  movcvasi  qua, 
e  là  secondo  il  voler  della  lingua  et  cheta  pei'  non  dir  più 


CANTO  XXVII.  639 

cessando  di  parlare  e  già  sen  già  già  si  parila  da  noi  con  la 
licenza  del  dolce  poeta  col  commiato  dato  da  Virgilio  con  dolci 
parole  issa  ten  va  più  non  tadizzo  basta,  va  pure,  più  non 
ti  trattengo,  né  ti  ricerco.  Abbastanza  si  era  parlato  di  Ulisse, 
e  si  doveva  parlare  di  altro  spirito  che  poteva  star  a  pari  con 
Ulisse  quando  un  altra  fiamma  ed  avvolgeva  il  conte  Guido 
di  Montefeltro  che  dreto  li  venia  dietro  di  Ulisse  fece  volger 
gli  occhi  intellettuali  alla  cima  all'estremità  della  fiamma  per 
un  confuso  suon  che  fuor  n  uscia  molto  stentando  lo  spirito 
di  metter  voce  fuori  di  quella  fiamma,  come  faceva  Ulisse. 
Scrive  Tullio  nelle  Tuscolane,  ed  Aristotile  nel  libro  de' Mine- 
rali ,  che  il  tiranno  di  Sicilia  Falaride ,  che  viveva  in  Agrigento, 
tutto  dì  studiava  nuovo  genere  di  tormentare  gli  uomini:  Pe- 
nilo artefice  ingegnosissimo,  per  meritarsi  la  grazia  e  favore 
dal  crudele  tiranno  costrusse  un  bue  di  bronzo,  in  una  costa 
del  quale  fece  un  foro  artificioso,  e  lo  donò  a  Falaride  dicen- 
dogli: ecco  un  dono  degno  di  te:  ecco  un  nuovo  modo  di 
tormento.  I  rei  di  lesa  maestà  farai  mettere  dentro  al  bue, 
e  sotto  al  ventre  dell'  animale  porrai  molto  fuoco.  11  racchiuso 
griderà  pel  dolore,  ma  i  suoi  gridi  non  sembreranno  umani, 
ma  di  fiera,  perchè  daran  suono  simile  a  belva  pel  foro  arti- 
ficioso, che  costrussi  nel  fianco  del  bue:  mancherà  dunque 
la  compassione  di  chi  ascolta.  Falaride  rispose:  magnifico 
dono,  che  accetto,  e  che  tu  per  primo  sperimenterai.  E  man- 
tenne la  promessa.  Perii ro  fu  chiuso  nel  bue,  e  morì  in  esso 
fra  i  tormenti  del  fuoco  le  parole  gravi  i  tristi  accenti  dello 
spirito  chiuso  nella  fiamma  se  convertian  nel  fuoco  torna- 
vano dentro  alla  fiamma  in  suo  linguagio  parlava  italiano, 
ma  non  poteva  farsi  intendere  da  un  altro  italiano  per  non 
aver  via  ne  forame  dal  principio  jion  avendo  apertura  <> 
foro  nella  punta  cosi  come  l  bo  sicilian  fatto  di  bronzo  in  Si- 


640  INFERNO 

cilia,  da  un  artefice  siciliano,  e  per  un  tiranno  di  Sicilia  che 
mugghio  prima  il  muggito  è  proprio  de'  buoi  col  pianto  di 
colui  che  con  sua  lima  colla  sua  opera  artificiosa  e  ciò  fu 
dritto  e  ben  gli  stette  mugghiava  con  la  voce  dell  afflitto  di 
colui,  che  internamente  si  tormentava,  cioè  di  Perillo  che  mo- 
riva per  T  arte  sua  si  che  parea  da  dolor  trafitto  parea  voce 
di  dolore  con  tutto  che  fosse  di  rame  fosse  di  metallo:  e  per- 
chè la  voce  del  chiuso  nel  bue  non  era  intelligibile,  così  non 
lo  era  la  voce  dello  spirito:  la  voce  sembrava  del  bue  di  bron- 
zo, che  non  poteva  essere  in  natura,  così  dalla  fiamma  non  pa- 
reva naturale  che  uscisse  voce  di  dolore.  Uomo  di  grande  inge- 
gno fu  Perillo,  ed  usò  dell'  arte  sua  per  male  altrui ,  ed  inge- 
gnosissimo fu  anche  lo  spirito  chiuso  nella  fiamma,  ed  usò  del- 
l'ingegno  per  altrui  danno.  Perillo  astutissimo  insegnò  a  Fala- 
ride  medesimo  nuovo  modo  di  tormentare,  e  del  pari  il  conte 
di  Montefellro  astutissimo  insegnò  a  Bonifacio  di  esterminare 
i  pretesi  nemici  suoi.  La  Sicilia  poi  superò  ogni  altra  città  nella 
crudeltà,  e  tirannia:  ivi  regnarono  Agatocle,  e  Geronimo  ti- 
ratoi di  Siracusa,  equestoFalaridedi  Agrigento.  A  compenso 
di  tanti  mali  non  vi  fu  che  un  Gilia,  libéralissimo,  ed  uma- 
nissimo fra  quanti  mai  furono,  e  forse  saranno,  ma  poscia 
dopo  che  la  voce  si  fece  strada  su  pei*  la  puncla  di  quella 
fiamma  dandoli  quel  guizzo  quel  moto  veloce  che  la  lingua 
avia  dato  in  lor  passo  che  la  lingua  aveva  avuto  nel  dar  pas- 
saggio alla  voce  o  tu  cui  io  drizzo  la  voce  lo  spirito  disse, 
o  tu  cui  diriggo  il  discorso  e  che  parlavi  mo  lombardo  con 
Ulisse  dicendo  allo  stesso  Ulisse  quando  lo  licenziasti  issa 
ten  va  ora  allontanati  più  non  t  adizzo  più  non  ti  tratten- 
go, e  t'  invito;  e  come  se  avesse  detto  ad  un  bolognese 
—  o  tu  che  dici  sipa,  avrebbe  fatto  conoscere  che  quello  cui 
parlava  era  di  Bologna,  e  così  captivasi  benevolenza — oVir- 


capo  xxvu.  641 

gilio  gloria  della  Lombardia,  non  isdegnerai  parìare  con  un 
italiano  dopo  aver  discorso  con  un  greco  non  t  incresca  re- 
starti a  parlar  meco  per  eh  io  sia  giunto  alquanto  tardo  può 
interpretarsi,  che  non  fosse  venuto  subito  dopo  la  partenza 
d'Ulisse,  ma  avesse  alcun  poco  tardato.  Può  intendersi  del 
pari:  quantunque  non  fiorissi  in  quel  tempo  felice,  in  cui  tu 
Virgilio,  ed  altri  poeti  faceste  al  mondo  conoscere  gli  uomini 
illustri,  pure  le  gesta  da  me  operate  potrebbero  esser  materia 
di  canto.  In  tal  modo  rende  più  attento  chi  ascolta.  Narra  Tul- 
lio nell'orazione  per  Archia,  che  Alessandro  Magno  giunto  al 
sepolcro  di  Achille  esclamasse — o  te  felice,  che  avesti  Omero 
banditore  di  tua  fama  —  quasi  esprimendo  —  volesse  il  cielo 
che  un  altro  Omero  avess'  io!  E  lo  spirito  aveva  trovato  una 
tromba  in  Dante  per  la  propria  fama,  della  quale  per  altro 
doveva  esser  pentito.  Oppongono  molti  all'autore,  perchè,  do- 
po aver  ricordati  tanti  illustri  antichi  personaggi,  faccia  men- 
zione di  un  uomo  tanto  vile?  Ma  si  risponda,  che  il  poeta  le 
tante  volte  trova  in  tali  uomini  una  ragione  di  mostrarli,  per- 
'  che  secondano  meglio  di  ogni  altro  i  fini,  e  Io  scopo  dell'  o- 
pera  sua:  io  son  persuaso  che  quel  re  Latino,  quel  Turno,  quel 
Mesenzio  tanto  magnificati  da  Virgilio,  non  valessero  tanto 
quanto  il  conte  Guido,  il  Mal  a  testa,  il  Maghinardo,  emolti  al- 
tri, de' quali  si  parlerà  in  questo  canto:  ma  come  si  deve  per- 
donare a  Virgilio  le  lodi  iperboliche  ad  essi  accordate  per- 
chè egli  ebbe  uno  scopo,  così  deve  perdonarsi  a  Dante  perchè 
lo  ebbe  egualmente  nelle  lodi  di  questi,  vedi  che  non  incresce 
a  me  et  ardo  ed  è  vero,  che  anche  un  tormentato,  sembra 
che  non  senta  il  tormento,  quando  tiene  colloquio  con  un  elo- 
quente parlatore,  dimmi  se  Romagnoli  han pace  o  guerra.  Il 
conte  era  stato  signore  di  Urbino,  ed  i  suoi  antecessori  della 
Marca  d'  Ancona:  tutti  di  Montefeltro.  Le  gesta  più  clamorose 

Rambaldi  —  Voi.  1.  41 


642  INFERNO 

del  conte  seguirono  in  Romagna:  ecco  la  ragione  della  di  lui 
ricerca,  se  tu  pur  mo  in  questo  mondo  cieco  in  questa  ottava 
bolgia  infernale?  mondo  cieco  poi  moralmente  parlando ,  per- 
chè quelli  che  si  credono  più  acuti,  ed  astuti  sono  nel  senso 
di  virtù  i  più  ciechi  caduto  di  quella  dolce  terra  latina  della 
Romagna  fra  le  altre  provincie  d' Italia  la  più  amena  e  ferace 
unde  reco  dalla  quale  traggo  tutta  mia  colpa  perchè  ivi  usai 
di  tutta  la  mia  malignità,  ed  astuzia.  Riteneva  il  conte,  che 
Dante  fosse  un  astuto  venuto  al  tormento. 

Fu  il  conte  valorosissimo  nelle  guerre  di  Romagna.  Ne 
ebbe  diecisetie  fortunate  specialmente  coi  bolognesi.  Questi 
con  numeroso  esercito  erano  venuti  a  devastare  i  campi  di 
Faenza,  ove  i  Lambertazzi,  esuli  bolognesi,  eransi  rifugiati 
Tanno  1275.  Ma  il  conte  Guido  prese  sotto  di  sèi  Lamber- 
tazzi, e  con  molti  de' suoi  invase  Bologna  presso  del  ponte 
s.  Procolo.  Si  opposero  i  bolognesi  avendo  a  capo  Malatesta  I 
di  Rimino,  ma  appena  scontraronsi  colle  armi  del  conte,  presi 
da  paura,  tosto  si  misero  a  fuggire.  Mentre  una  mano  di  fan- 
teria li  tratteneva  e  li  riordinava  in  battaglia ,  sopravvenne  il 
conte,  gridando  che  si  arrendessero,  altrimenti  sarebbero  stati 
trucidati.  Ricusarono, ma  più  stringendosi,  si  misero  in  istato 
di  non  potere  più  usare  delle  armi.  S' avvide  il  conte  di  tale 
errore,  e  si  precipitò  su  quell'ammasso  di  gente  cogli  esuli 
Lambertazzi,  che  combattendo  più  con  astio,  di  queHo  che 
con  coraggio,  fecero  di  quel  mucchio  strage  miseranda.  Il 
conte  arricchì  delle  spoglie  de'  vinti.  Pretendono  alcuni ,  che 
non  fosse  il  conte  Guido,  che  operasse  tale  battaglia,  ma 
sibbene  il  conte  del  Panico  eh'  era  per  altro  alla  testa  de' bo- 
lognesi, e  che  nella  fuga  gridasse  a' suoi— popolo  marcio, 
leggi  gli  statuti  eh  io  fui  di  monte  di  Montefeltro  uno  de'  ca- 
stelli di  Romagna  sul  monte.  Quantunque  di  Romagna  pure 


CANTO  XXVII.  643 

questi  conti  ebbero  la  signoria  delle  Marche,  come  la  ebbero 
i  Mala  testa  di  Rimino ,  che  a  nostri  giorni  tennero  il  dominio  di 
Ancona,  e  di  altre  città,  e  come  Uguccione  della  Faggiuola 
pur  di  Romagna,  che  tenne  Pisa,  e  Lucca  di  Toscana  la  intra 
Urbino  Urbino  è  città  della  Marca-Anconitana  presso  ai  con- 
fini di  Romagna,  dove  questi  conti  ebbero  dominio  per  lungo 
tempo  e  l giogo  tra  il  monte  di  Rimino  di  che  il  Tevero  si  dis- 
serra dal  qual  monte  o  giogo  ha  origine  iJ  Tevere  che  viene 
dalle  Alpi,  e  le  Alpi  dividono  la  Romagna  dalla  Toscana.  Il 
Tevere  è  famoso  per  sé  stesso,  ed  irriga  Roma. 

lo  era  seconda  parte  generale  io  era  attento  e  chino  in 
giuso  stava  sul  colmo  del  ponte  col  capo  chino  per  ascoltare 
quando  l  mio  duca  mi  tocco  da  costa  mi  presse  leggermente 
il  fianco  colla  mano  per  avvisarmi  dicendo  parla  tu  discorri 
tu  questi  e  latino  sin  qui  parlò  un  latino  con  un  greco,  or  tu 
italiano  parla  collo  spirito  italiano,  et  io  eh  avea  già  pronta  la 
risposta  giacché  prima  aveva  immaginato  di  dovergli  rispon- 
dere incominciai  a  parlar  senza  indugio  perchè  conosceva 
lo  stato  di  Romagna,  o  anima  che  se  laggiù  nascosa  chiusa 
dentro  la  fiamma  Romagna  tua  campo  di  tua  fama  non  e  e 
non  fu  mai  sanza  guerra  non  è  attualmente ,  e  non  fu  mai 
pel  passato  senza  guerra  ne  cor  dei  suoi  tiranni  pei  suoi  ti- 
ranni, che  sempre  pensano  a  guerre,  ma  hora  in  questo  mo- 
mento niuna  palese  vi  lasciai  nel  1300  non  vi  era  guerra  al- 
cuna, che  si  conoscesse  in  Romagna.  Il  conte,  come  uomo  di 
parte,  credeva  non  potesse  avere  mai  quiete,  specialmente  dopo 
il  papato  di  Nicolò  degli  Orsini,  ch'ebbe  la  Romagna  da  Ro- 
dolfo imperatore.  Il  papa  stesso  mandò  il  fratello  Bertoldo  co- 
me primo  conte  di  Romagna  insieme  col  cardinal  Latino  le- 
gato, e  da  quel  punto  cominciarono  i  mutamenti,  le  gelosie, 
i  tumulti.  Per  me  ritengo,  che  quattro  fossero  le  cagioni  per 


644  INFERNO 

cui  la  Romagna  si  ridusse  a  tanta  desolazione;  l'abuso  per 
avarizia  di  alcuni  ecclesiastici,  che  alienarono  or  una,  or  un 
altra  terra,  e  si  misero  daccordo  coi  tiranni  —  i  tiranni  stessi 
che  sempre  erano  discordi  fra  loro  a  danno  de' sudditi  —  la 
fertilità  de' terreni,  che  troppo  alletta  gli  strani,  ed  i  barbari 
—  l'invidia  che  regna  fra  gli  stessi  romagnuoli,  e  che  Dante 
descrive  nel  canto  XIX  del  Purgatorio,  ed  esclama  o  roma- 
gnoli  tornati  in  bastardi. 

Dante  nel  descrivere  la  Romagna  incomincia  da  Ravenna, 
sotto  al  dominio  in  quel  tempo  di  Guido  Novello  da  Polenta, 
liberale,  ed  erudito,  il  quale  sommamente  onorò  Dante  in  vita, 
ed  in  morte.  1  signori  da  Polenta  hanno  nello  stemma  un'a- 
quila metà  bianca  in  campo  azzurro,  e  metà  rossa  in  campo 
d'oro.  Ravenna  sta  com  e  stata  molt  anni  nello  stato  mede- 
simo d'una  volta.  I aquila  da  Polenta,  Polenta  è  un  piccolo 
Castello  vicino  a  Bert inoro,  dove  nacquero  i  detti  signori  la 
si  cova  Guido  novello  favoriva,  e  proteggeva  i  ravennati  te- 
nendoli sotto  le  proprie  ali  come  l'aquila  i  pulcini  suoi.  Al 
tempo  di  Dante  Ravenna  era  tanto  florida,  quanto  ora  è  de- 
pressa, ed  ei  la  loda  per  nobiltà  ed  antichità.  La  sola  Chiesa 
ravennate  ebbe  F  elezione  de'  pastori  come  Roma  si  che  Cervia 
ricopre  co  suoi  vanni  l'aquila  da  Polenta  copre  coli' ali  sue 
anche  Cervia,  eh'  è  una  cittadella  posta  sul  lido  dell' Adriatico 
distante  da  Ravenna  quindici  miglia,  che  Dante  chiama  dipen- 
dente da  Ravenna,  perchè  sotto  lo  stesso  dominio.  Questa  cit- 
tadella ha  la  speciale  fabbricazione  del  sale.  11  cardinal  d'Ostia 
legato  di  Bologna  e  Romagna  soleva  dire:  abbiamo  più  dalla 
piccola  città  di  Cervia,  che  da  tutta  la  Romagna. 

Forlì  trovasi  quasi  nel  mezzo  della  Romagna,  ed  è  città 
grande,  con  gente  guerriera.  Il  conte  Guido  la  tenne  lunga- 
mente sotto  il  proprio  dominio.  Nell'anno  1282  papa  Marti- 


CANTO  XXVII.  645 

no  III  di  Tours  mandò  in  Romagna  ser  Giacomo  d'Api  a,  ca- 
pitano il  più  valoroso  di  Francia,  ma  nella  sagacità  molto  al 
disotto  de'  Romagnoli ,  e  specialmente  del  conte  Guido  di  Mon- 
te fé  Uro,  che  in  Romagna,  sostenendo  il  partito  ghibellino,  si 
era  reso  potente,  e  forte.  Giovanni  d'Apia  entrò  in  Romagna 
con  numeroso,  e  splendido  esercito  francese,  ed  appena  si 
presentò  a  Faenza,  gli  si  diede  a  discrezione.  Fermatosi  in 
Faenza ,  si  mise  a  far  guerra  contro  Forlì ,  e  si  persuase  di  pren- 
derlo, se  non  per  forza,  almeno  per  tradimento.  Ma  Guido  gli 
lese  un  agguato,  essendo  molto  a  dentro  nel  conoscere  la  te- 
merità de' francesi:  fece  dire  al  d'Apia,  che  quando  alle  ca- 
lende  di  maggio  fosse  venuto  coli' esercito  di  buon  mattino 
verso  Forlì,  gli  si  sarebbe  aperta  una  porta  della  città.  Cre- 
dette esso  all'  ingannatore:  andò  di  buon  mattino,  ed  entrò  in 
città  con  una  parte  delle  sue  truppe,  lasciando  fuori  l'altra 
parte,  cui  disse,  che  stessero  pronti  al  soccorso,  quando  fosse 
stato  necessario.  Se  poi  fosse  accaduto  qualche  sinistro,  od  il 
contrario  di  quanto  sperava,  tutti  quelli  ch'erano  rimasti  fuori 
dovessero  unirsi  in  certo  luogo,  e  sotto  l' ombra  di  una  quer- 
cia antichissima.  Il  d'Apia  con  molti  altri  de' suoi  percorsela 
città  senza  trovar  resistenza.  All'incontro  il  conte  Guido  a  gior- 
no delle  disposizioni  date  dal  d' Apia  sortì  con  tutte  le  sue 
genti  da  Forlì,  e  con  impeto  si  scagliò  su  quelli  che  si  erano 
ritirati  sotto  la  quercia,  e  li  mise  in  aperta  rotta.  — Intanto  il 
d'Apia,  tenendo  già  sicura  la  presa  della  città,  lasciava  che 
i  soldati  si  sbandassero  nelle  case  per  saccheggiarle,  ma  Guido 
sollecitamente  con  molti  de'  suoi  rientrò  in  città,  dopo  avere 
lasciata  grossa  fanteria  sotto  deHa  quercia  atteggiata  nel  modo 
stesso  de'  francesi.  —  D' Apia  rimase  stordito  alla  vista  di 
Guido,  e  diede  ordine,  che  i  suoi  scappassero  fuori  della 
città,  e  sotto  la  quercia  si  ricovrassero.  Ivi  credendo  di  tro- 


646  INFERNO 

vare  urt  asilo,  moltissimi  trovarono  invece  fieri  nemici,  e  fa 
morte.  Quelli  che  non  poterono  fuggire,  presi  nella  città,  fu- 
rono sulla  pubblica  piazza  trucidati.  Cosi  l'astuzia  di  Guido 
bastò  a  distruggere  uno  splendido  esercito  francese.  E  mori- 
rono anche  molti  valorosi  italiani,  e  fra  gli  altri  un  parente  di 
Guido,  che  gli  era  nemico  per  ragioni  ereditarie  contrastate, 
e  Tebaldello,  che  apri  le  porte  di  Faenza  al  nemico,  mentre 
dormivano  i  difensori,  e  molti  altri.  Giovanni  d' Apia  per  altro 
ebbe  la  sorte  di  fuggire,  e  scornato  e  solo  tornò  a  Faenza.  Il 
papa  Martino  irritato  all'  annunzio  di  tale  disfatta,  mandò  nuo- 

* 

ve  truppe  a  piedi  ed  a  cavallo,  ed  il  d' Apia  ricuperò  Forlì 
Tanno  dopo,  di  maggio,  e  distrusse  ogni  rocca,  ed  ogni 
luogo  di  difesa.  —  Dante  prende  argomento  da  tale  strage  per 
descrivere  Forlì,  che  allora  era  sotto  il  dominio  degli  Ordelaffi 
la  terra  Forlì  che  fé  già  la  lunga  prova  perchè  lungamente 
fu  sotto  scomunica.  La  gente  di  Forlì  è  pronta  a  ribellarsi,  e 
tarda  a  cedere  e  di  franceschi  sanguinoso  mucchio,  vogliono 
alcuni  che  fossero  uccisi  1300  cavalieri:  altri  parlano  di  tale 
strage  diversamente,  ma  io  ritengo  la  esposta  più  probabile,  e 
più  vera  sotto  le  branche  verdi  si  ritrova  sotto  il  potere  de- 
gli Ordelaffi,  che  portano  nello  stemma  un  leone  verde  per 
metà  sopra  di  un  campo  d'oro,  con  alcune  liste  nel  mezzo 
tre  verdi,  e  tre  dorate.  Allora  regnava  Sinibaldo.  Dante  non 
parla  di  Forlimpopoli  forse  perchè  sotto  lo  stesso  dominio, 
castello  piccolo,  ed  in  decadenza,  e  che  a  miei  giorni  il  le- 
gato Sabinese  rovesciò  dai  fondamenti ,  quasi  trasportandolo 
a  Bertinoro. 

Malatesta  II,  reggeva  allora  la  città  di  Rimino.  Nel  con- 
tado di  Montefeltro  trovasi  un  castello  detto  Penoabilli,  nel 
quale  ebbero  origine  i  Malatesta.  L'  uno  d' essi  fu  tanto  pro- 
bo, e  benefico,  che  meritò  di  essere  fatto  cittadino  di  Ri- 


CANTO  XXVI I.  647 

mino,  ed  ivi  costrusse  una  superba  casa,  e  si  distinse  con 
larghe  donazioni  alla  città.  Da  lui  nacque  quel  valoroso,  ed 
ardito  Malatesta  che  conquistò  Rimino  nell'età  di  22  anni» 
e  vinse  il  conte  Guido  presso  Monte-Chiaro,  dal  quale  fu  poi 
vinto  presso  il  ponte  di  s.  Procolo,  come  si  disse.  Da  questi 
venne  quel  Giovanni  Sciancalo  che  uccise  il  fratello  Paolo 
insieme  colla  moglie  Francesca;  venne  pure  Malatestino,  che 
successe  al  dominio  del  padre,  e  da  Malatestino  venne  Fer- 
entino. Anche  altro  figlio  ebbe  il  conquistatore  di  Rimino. 
Pandolfo,  che  regnò  dopo  Malatestino  insieme  col  nipote  Fer- 
rarono. Da  Pandolfo  nacque  poi  Malatesta  tiranno  sagacissi- 
mo, e  Galeotto  tanto  valoroso,  e  fortunato  nelle  armi ,  i  quali 
ora  signoreggiano  la  massima  parte  della  Marca-Anconitana. 
il  Mastin  vecchio  Malatesta  seniore  avo  di  quel  sagacissimo 
che  ora  tiene  il  dominio  di  Rimino  e  l  nuovo  da  Verrucchio 
Malatesta  giovane  nomato  Malatestino,  che  chiama  mastino 
metaforicamente ,  quasi  voglia  dire,  gran  tiranno,  perchè  il 
mastino  è  un  cane  grosso,  forte,  violento,  rapace,  e  che  dif- 
ficilmente lascia  la  preda,  da  Verrucchio.  È  questo  un  castello 
del  contado  di  Rimino,  che  diede  il  nome  ai  Malatesta,  in 
quanto  i  riminesi  lo  donarono  ad  un  Malatesta  antico,  che  a- 

* 

veva  ben  meritato  della  repubblica.  1  Malatesta  ebbero  origine, 
come  si  disse  da  Pennabilli  di  Montefeltro  che  fece  l  mal  go- 
verno di  Montagna  Montagna  è  nome  proprio  di  un  nobile 
guerriero  di  Rimino,  capo  del  partito  ghibellino,  che  preso 
con  altri  fu  dato  in  custodia  a  Malatestino.  Questi  dimandò 
cosa  doveva  farsi  di  Montagna,  e  gli  fu  risposto  —  stia  sotto 
fida  custodia  tanto  che  se  voglia  affogarsi  non  possa,  quan- 
tunque vicinissimo  al  mare  —  e  dopo  altre  consimili  inchie- 
ste e  corrispondenti  risposte  gli  fu  detto  in  ultimo  si  dubita 
che  tu  noi  sappia  custodire  Malatestino  fatto  riflesso  alle  ulti- 


64S  INFERNO 

me  risposte,  fece  scannare  il  Montagna  con  altri  di  lui  com- 
pagni. A  ragione  dunque  l'autore  lo  chiama  mastino,  ed  ag- 
giunge fan  de  denti  succhio  fan  de' loro  denti  trivello,  lace- 
rano, fanno  strage  la  dove  sogliono  nelle  terre  loro  soggette. 
Faenza  altra  città  di  Romagna  allora  sotto  il  dominio  di 
Maghinardo  Pagano.  Fu  quesli  nobile  castellano  ne' monti  so- 
pra Imola,  e  tanto  potè  colla  probità,  che  da  piccolo  castel- 
lano, riuscì  padrone  di  Forlì,  Faenza,  ed  Imola,  tre  città  di 
Romagna.  Nel  1290  Stefano  da  Ghinazzano,  romano,  mandato 
conte  di  Romagna  dal  papa,  fu  imprigionato  in  Ravenna  dai 
Signori  da  Polenta  nel  giorno  12  novembre.  Maghinardo  colse 
quella  occasione,  e  s'impossessò  di  Faenza.  1  bolognesi  imi- 
tandolo, rapidamente  corsero  verso  la  città  d'Imola,  e  spia- 
narono rocche,  e  ripari,  e  riempirono  le  fosse  che  la  difende- 
vano. Il  papa  allora  spedì  il  conte  Bandino  de'  Guidi  da  Romena 
vescovo  di  Arezzo,  il  quale  ridusse  tutto  all'obbedienza.  Nell'an- 
no seguente  poi  ai  24  dicembre,  in  domenica ,  e  di  notte,  Maghi- 
nardo  in  compagnia  di  molli  nobili,  di  sorpresa  occupò  la 
città  di  Forlì,  ed  ivi  fece  prigione  Aghinolfo  da  Romena  fra- 
tello del  vescovo  suddetto.  Poscia  assediò  Cesena,  dove  dimo- 
rava lo  stesso  Aghinolfo.  In  seguito  nel  1296  Maghinardo,  so- 
stenendo guerra  coi  bolognesi  per  ragione  di  Forlì,  fece  alle- 
anza con  Azzone  III  marchese  d'Este,  che  contemporaneamente 
preparavasi  alla  guerra  contro  de' bolognesi ,  ed  agli  il  di  a- 
prile  si  portò  coir  esercito  sopra  Imola  tenuta  dai  bolognesi, 
e  prese  la  città  con  molto  danno  e  vergogna  di  quelli  che  la  te- 
nevano, facendo  moltissimi  prigionieri;  dicesi,  quasi  quattro 
mila,  conduce  il  lioncel  dal  nido  bianco  Maghinardo  nello 
stemma  aveva  un  leone  azzurro  in  campo  bianco  la  citta  di 
Lamone  Faenza,  ed  il  Lamoneè  il  fiume  che  vi  scorre  presso 
le  mura,  e  di  Santerno. 


CANTO  XXVII.  649 

Imola  ha  vicino  alle  mura  il  fiume  Santemo,  che  ha  ori- 
gine dalle  montagne  dell' Apennino  secondo  Plinio  nella  storia 
naturale.  Imola  fu  detta  un  giorno  Foro  di  Cornelio,  e  nella  co- 
smografia che  Augusto  fece  fare  di  tutto  il  mondo  si  enumerò 
fra  le  città  famose  a  testimonianza  di  Alberto  Magno  nel  libretto 
della  Natura  de1  luoghi.  Così  nomata ,  perchè  si  fondò  da  Cor- 
nelio romano,  della  famiglia  de'  Cornelii ,  dalla  quale  vennero  i 
famosissimi  Scipioni.  Città,  che  quantunque  piccola,  spesso 
produsse  grandi,  e  nobili  ingegni.  Ma  parlando  di  patria  po- 
trei destare  sospetto  di  troppo  amore  e  mi  servirò  invece 
delle  parole  del  Maestro  delle  leggende.  Son  gPimolesi  acuti 
d'ingegno,  eloquenti  nel  dire,  valorosi  nell'armi,  perlopiù 
audaci:  professano  la  fede  cattolica.  Fu  detta  Imola  da  imo- 
lare  dopo  convertita  alla  vera  fede,  quasi  sagrifiziodi  lodi  a 
Dio;  che  imolo  è  greca  parola,  della  quale  spesso  facci  ani 
uso,  pregando  Dio,  e  ne'  giorni  pontificali.  —  Anche  Imola 
al  tempo  di  Dante  era  sotto  il  dominio  di  Maghinardo,  il 
quale  aveva  poco  buon  nome  perchè  Ghibellino  in  Romagna 
mostravasi  poi  Guelfo  in  Toscana;  perciò  dice  di  luì  che  muta 
parte  dalla  state  al  verno  la  Romagna  è  più  esposta  al  set- 
tentrione, e  quindi  molto  fredda;  la  Toscana  invece  è  più  e- 
sposta  al  mezzogiorno,  e  per  conseguenza  più  calda.  Maghi- 
nardo  era  della  stirpe  de'  Pagani ,  e  fu  della  parte  ghibellina 
in  Romagna,  ed  in  ogni  dove;  ma  in  Toscana,  molto  amando 
i  fiorentini,  mostravasi  anche  Guelfo,  in  quanto  ch'era  ne- 
mico di  tutti  i  nemici  de' fiorentini,  fossero  essi  o  dell'uno, 
o  dell'altra  parte.  Mostrò  apertamente  l'amore  pei  fiorentini, 
perchè  fin  che  visse  fu  sempre  in  loro  aiuto,  e  soccorso.  Ed 
era  ragionevole  l'amor  suo,  imperocché  il  di  lui  padre  Paga- 
no, morendo,  avevalo  lasciato  fanciullo,  circondato  da  ne- 
mici —  dagli  Ubaldini  —  Guidi  —  ed  altri,  e  poslo  sotto  tu- 


650  INFERNO 

tela,  e  difesa  del  Comune  di  Fiorenza ,  che  corrispose  alle  rac- 
comandazioni paterne  colle  cure,  e  coir  educazione.  Grato  al 
Comune,  mostrò  l'affetto  suo  nel  conflitto  presso  Riviera,  io 
cui  tanto  valorosamente  superò  e  vinse  le  forze  della  parte 
ghibellina. 

Tenne  Dante  per  ultima  Cesena,  come  la  sola  che  a  quel 
tempo  godeva  della  sua  piena  libertà  senz'  ombra  di  tirannia. 
e  quella  città  di  Cesena  cui  il  Savio  bagna  il  fianco  il  Savio 
è  un  fiume  che  scorre  a  fianco  di  Cesena  si  vive  in  $tato 
franco  vive  in  uno  stato  libero  tra  tirannie  perchè  da  una 
parte  erano  i  Malatesta  in  Rimino ,  dall'  altra  gli  Ordelaffi  in 
Forlì,  e  i  da  Polenta  in  Ravenna  cosi  com  ella  sie  tra  l  piano 
e  l  monte  Cesena  è  piana  tutta  fuori  della  parte  che  dicesi  mu- 
rata, ed  ha  nella  parte  montagnosa  una  bellissima  rocca.  Su- 
pera tutte  le  altre  parti  in  fertilità,  e  produce  ottimi  fichi  — 
Dopo  aver  Dante  esposto  lo  stato  delle  diverse  città  di  Roma- 
gna ora  ti  prego  che  me  conti  chi  se  ora  dimmi  chi  sei  tu , 
e  si  persuade  di  saperlo  per  due  ragioni:  la  prima  per  la  usata 
benevolenza  non  esser  più  duro  a  rispondermi  che  altri  sia 
stalo  di  quello  che  io  sia  stato  :  la  seconda  scongiurandolo  per 
quanto  bramano  più  avidamente  gli  uomini  se  l  nome  tuo  nel 
mondo  legna  fronte  se  duri  lungamente  tua  fama,  quale  ora 
è  assai  grande. 

Poscia  terza  parte  generale  —  Il  conte  Guido  narra  il  te- 
nore di  sua  vita  mondana ,  il  modo  di  sua  conversione,  e  la  ca- 
gione di  sua  dannazione,  il  vento  la  fiamma  si  agitò  dalla  voce 
che  voleva  emettere  lo  spirito  racchiuso  mosse  l  escuta  punta 
di  qua  di  la  movendo  in  varie  maniere  la  punta  secondo  che 
lo  spirito  moveva  la  lingua.  Finché  Dante  parlava,  la  fiamma 
tendeva  sempre  all'  insù  ;  ma  quando  cominciò  lo  spirito ,  la 
fiamma  si  piegava  a  seconda  della  voce  poscia  eh  el  ebbe  rugia- 


capo  xxvu.  651 

to  alquanto  dopo  eh'  ebbe  quasi  ruggito  alcun  poco  al  modo 
suo  nei  modo  solito  di  parlare  et  poi  die  cotal  fiato  ed  infine  dis- 
se tali  parole.  11  conte  protesta  di  non  cercar  fama  questo  fuoco 
staria  sanza  più  scosse  la  mia  lingua  non  pronuncerebbe 
molte  parale  s  io  credessi  che  mia  risposta  fosse  a  persona  che 
mai  tornasse  al  mondo  non  poteva  quello  spirito  vedere  Dante 
ch'era  ancor  vivo,  e  molto  meno  pensava  che  fosse  per  tor- 
nare al  mondo.  Né  maravigliarti,  che  il  conte  sdegnasse  fama, 
perchè  fu  recidivo  nelle  frodi.  Essendo  ancora  fra  le  ricchezze, 
gli  sarebbe  stata  sconveniente  la  veste  di  frate  minore,  così  la 
fama  che  gli  diede  l'astuzia  mentre  era  un  tiranno,  gli  tornava 
poscia  ad  infamia  essendo  frate  senza  tema  d  infamia  ti  ris- 
pondo perchè  non  potrai  di  me  portar  notizie  nel  mondo  —  pe- 
rò che  alcuno  torno  giammai  vivo  di  questo  fondo  imperoc- 
ché niuno  potè  mai  sortire  vivo  da  questo  inferno  sio  odo  il 
vero:  colui  che  invecchia ,  e  prende  abito  alle  frodi ,  rare  volte, 
o  mai  se  ne  allontana. 

Io  fui  uom  darmi  perchè  operai  molte,  e  difficili  guer- 
re e  poi  fui  Cordeliero  e  poi  fui  frate  minore.  In  lingua 
francese  tai  frati  nomansi  Cordelieri  per  la  corda  che  por- 
tano alla  cinta  credendomi  si  cinto  fare  ammenda  spe- 
rando che  tal  abito  di  umiltà,  e  di  miseria  mi  valesse  il 
perdono  de'  miei  peccati  ;  ma  niuno  lo  credette.  Un  dome- 
stico di  Malatesta  mi  contò,  che  ser  Guido  aveva  vestito 
T  abito  di  frate  minore ,  e  cercò  a  tutta  possa ,  che  non  fosse 
nominato  guardiano  di  Rimino  e  certo  il  creder  mio  veniva  in- 
tero certo;  perchè  sembrava  veramente  pentito,  avendo  rigo- 
rosamente osservata  la  regola ,  e  pazientemente  sofferta  la  po- 
vertà. Spesse  volte  fu  visto  in  pubblico ,  e  per  la  città  di  Ancona 
stendere  la  mano  per  un  tozzo  di  pane.  Quando  mori,  e  fu  se- 
polto in  Ancona,  molte  virtuose  operazioni  si  contarono  di  lui 


652  INFERNO 

ed  io  porto  dolce  speranza  ch'egli  sia  salvo,  se  non  fosse  el 
gran  Prete  cioè  Bonifacio  Vili.  Questo  papa  guardato  con  oc- 
chio mondano  fu  non  già  grande,  ma  massimo,  perchè  primo 
a  tenere,  e  condurre  vita  spendida ,  magnifica ,  imperiale  a  cui 
mal  prenda  cui  male  avvenga,  e  morì  difatti  di  affanno  e  di 
rabbia  che  mi  rimise  nelleprime  colpe  nelle  prime  frodi,  ed  in- 
ganni di  guerra  e  voglio  chem  intenda  qualunque  tu  sia  come 
et  quare  in  qual  maniera,  e  per  qual  motivo  Bonifacio  mi  ri- 
mise nel  sentiero  della  colpa. 

Le  opere  mie  non  furon  leonine ,  ma  di  volpe  guer- 
reggiando, non  solo  feci  uso  della  forza,  ma  spesso  an- 
cora mi  servii  della  frode  mentre  eh  io  fui  forma  men- 
tre che  fui  formato  d  ossa  e  di  polpe  —  die  mia  madre  mi  de 
finché  vissi  nel  mondo  sotto  di  umana  figura  io  seppi  li  accor- 
gimenti fui  oculato,  e  circospetto  e  tutte  le  coperte  vie  appre- 
si, ed  imparai.  Valerio  Massimo  dice,  chela  malizia  merita  più 
lode  in  occulto  sentiero,  di  quello  che  in  una  pubblica  ,  ed  a- 
perta  via  e  si  menai  lorarte  tanto  pulitamente,  e  cautamente 
che  al  fin  de  la  terra  il  son  ne  già  la  fama  giungeva  sino  al- 
l'estremo  occidente,  e  volò  oltre  Alpi,  e  per  tutte  le  Gallie, 
dove  Giovanni  d'Apia  era  tenuto  invincibile.  Ma  a  guisa  di 
esperto  nocchiero  mi  convertii,  e  disprezzai  ciò  che  pria  mi 
piacque  neWz  passata  età.  attor  m  increbbe  mi  angustiò  quan- 
do mi  vidi  giunto  in  quella  par  te  di  mia  etate  quando  giunsi 
alla  vecchiaia  dove  ciascun  dovrebbe  celar  le  vele  e  coglier 
le  sarte  calare  le  vele  della  nave,  e  raccogliere  le  funi.  Meta- 
fora bellissima!  II  nocchiero  deve  accogliersi  in  porto  a  riposo 
delle  sofferte  fatiche,  e  perigli  :  del  pari  lo  deve  il  capitano, 
che  a  lungo  faticò  sotto  mura  nemiche  onde  acquistare  ono- 
re, potere,  e  gloria;  e  tenti  raccogliere  vele,  e  sarte,  ov- 
vero le  malizie,  o  le  frodi  usale  per  conseguirli,  e  provve- 


CANTO  XXVII.  653 

«tersi  del  porto  dell'eterna  salute,  gettando  l'ancora,  o  la 
speranza  in  Dio,  esclamando  col  sapiente  —  vanità  di  vanità — 
lutto  vanità  e  pentuto  e  confesso  mi  rendei  mi  consacrai  a  Dio. 
La  prima  parte  di  conversione  è  la  contrizione  del  cuore;  la 
seconda  la  confessione  della  bocca  :  la  terza  la  fermezza  del 
proposito,  ma  in  quest'  ultima  dice  d'essere  stato  impe- 
dito da  Bonifacio,  ahi  rniser  lasso  ahimè  sventurato!  e  gio- 
vato mi  sarebbe  se  non  fosse  stato  quel  pontefice,  che  me  ne 
distolse. 

Per  intelligenza  di  quanto  segue,  sappi  che  nel  1297  nac- 
que in  Roma  un  fiero  tumulto,  perchè  il  papa  Bonifacio,  a- 
vendo concepito  odio  implacabile  contro  i  Colonna,  (due  car- 
dinali de' quali  Giacomo  e  Pietro  furono  contrarli  alla  di  lui 
elezione,  e  Sciarra  Colonna  si  era  prese  alcune  mummie  dal  te- 
soro) comandò,  cheque'due  cardinali  deponessero  il  cappello, 
e  le  insegne  cardinalizie.  Non  avendo  essi  ubbidito,  il  papa 
tolse  agli  altri  tutti  di  quella  famiglia  i  beneficii,  e  gli  onori. 
Ordinò,  che  si  distruggessero!  loro  palazzi,  assediò  i  loro 
castelli:  presi,  li  demoliva,  o  li  donava  agli  Orsini  per  ren- 
derli infesti  ai  Colon nesi.  I  castelli  che  non  poteva  conquista- 
re, cercava  ottenerli  con  patti;  ma  non  arrivando  a  prendere 
la  città  di  Preneste  inespugnabile,  in  un  consiglio  che  adunò, 
seppe,  che  Guido  di  Montefeltro aveva  vestito  l'abito  religioso 
tra  i  frati  minori,  e  ch'esso  solo  sarebbe  stato  capace  di  com- 
piergli ogni  desiderio.  Gli  mandò  pertanto  ambasciatori,  per- 
chè si  togliesse  dall'ordine,  e  si  mettesse  a  capo  delle  armi 
contro  de' nemici  cardinali  Colonna.  Questi  fermamente  ricusò 
di  prestarsi,  ed  allora  il  papa  si  limitò  a  pregarlo,  che  gl'in* 
segnasse  almeno  il  modo  da  seguirsi  per  soggiogarli.  —  Ris- 
pose Guido  prometti  molto,  e  mantieni  poco.  Bonifacio  allora, 
usando  del  suggerimento,  fece  sapere  ai  nemici  che  avrebbe 


654  INFERNI 

usata  misericordia,  purché  facessero  quanto  era  conveniente 
alla  grandezza  del  proprio  stato.  1  cardinali  si  rallegrarono, 
ed  assunta  nera  veste,  con  volto  lagrimoso  si  gettarono  a'  piedi 
del  pontefice,  confessando  le  proprie  colpe,  ed  imploran- 
do perdono.  Bonifacio ,  dopo  acerba  redarguzione ,  promise 
loro  il  perdono,  e  di  restituirli  interamente.  Àddimandòla 
resa  di  Preneste,  e  P  ottenne:  distrusse  Preneste,  e  fece  co- 
struire dalle  macerie  di  Preneste  altra  città  che  nomò  città 
papale.  Poscia  fece  improvvisamente  legare  Zanni  da  Cecca- 
no  parente  dei  Colonna  nobile,  e  potente  personaggio,  e  lo 
seppellì  in  orrendo  carcere;  perlocchè  i  cardinali  spaventati 
fuggirono  nascondendosi  presso  degli  amici  con  tanta  pre- 
cauzione che  s' ignorava  perfino  se  vivessero.  Il  papa  giudi- 
candoli ribelli,  e  recidivi  li  aveva  banditi.  Gli  altri  della  fa- 
miglia Colonna  essi  pure  si  sbandarono  in  diverse  parti  d'I- 
talia, finché  Bonifacio  preso  da  Sciarra  Colonna  con  quell'arte, 
eh'  egli  aveva  usato  coi  Colonnesi ,  terminò  infelicemente 
la  vita. 

Lo  principe  de  nuovi  Farisei  avendo  guerra  presso  La- 
tetano  coi  Colonnesi  nelP  assedio  di  Preneste  e  non  con  Sa- 
racin  ne  con  Giudei  che  ciascun  suo  nemico  era  cristiano 
e  non  saraceno,  od  altro  infedele;  in  proposito  del  che  è  ne- 
cessario sapersi  quanto  segue. 

Nell'anno  1290  il  Soldano  di  Babilonia  di  Egitto,  fatto  gran- 
dissimo apparato,  con  esercito  numerosissimo,  passati  i  de- 
serti, giunse  in  Siria,  ed  assediò  la  città  d' Acri.  Si  dice,  che 
la  cagione  dell'  assedio  fosse  la  seguente.  I  saraceni  prima  di 
quel  tempo  avevano  scacciati  i  cristiani  dalla  città  di  Antiochia, 
da  Tripoli  e  da  altre  terre,  che  i  cristiani  tenevano  presso  del 
mare.  Acri  per  altro  si  era  molto  ingrandita  e  per  merci ,  e 
per  forza,  tanto  più  che  in  Siria  i  cristiani  non  tenevano  al- 


CANTO  xxvu.  655 

tra  (erra.  E  tal  città  crebbe  in  modo  che  il  re  di  Gerusalem- 
me, il  re  di  Cipro,  i  principi  di  Antiochia,  la  Congrega- 
zione del  tempio,  l'Ospitale  di  s.  Giovanni ,  i  legati  del  pa- 
pa, ed  i  presidi  del  re  di  Francia,  ed  Inghilterra,  tutti 
facevan  capo  in  Acri ,  dove  trovavansi  quasi  diecisette  do- 
mimi, e  ciascuno  aveva  giurisdizione  di  sangue,  locchè  ge- 
nerava spesso  confusione,  e  disordine.  Allora  era  tregua  fra 
i  cristiani,  e  saraceni,  ed  in  Acri  trovavansi  più  di  dieciot- 
to mila  pellegrini  distinti  dalla  croce,  i  quali  privi  di  mezzi 
di  sussistenza,  cominciarono  a  violare  le  donne,  a  saccheg- 
giare, e  scannare  i  saraceni,  che  portavansi  ad  Acri  nella 
sicurezza  della  tregua  con  merci  e  vettovaglie;  perlocchè  il 
Soldano  gravemente  offeso,  mandò  ambasciatori  ai  re,  chie- 
dendo la  pronta  restituzione  delle  cose  tolte,  e  che  fossero 
severamente  puniti  i  violatori  della  tregua.  A  tali  giuste  di- 
mande,  assentite  dal  gius  delle  genti,  non  si  diede  da  quelli 
d'Acri  alcuna  soddisfacente  risposta,  seppure  non  si  negarono 
apertamente,  ed  il  Soldano  raccolto  numerosissimo  esercito, 
venne  sopra  la  città,  riempiendo  il  circuito  di  essa  con  armi 
per  lo  spazio  di  dodici  miglia,  e  la  prima  operazione  militare 
fu  di  riempire  le  fosse  di  circonvallazione.  Da  un  lato  superò  il 
primo  cerchio,  o  cinto  di  muri:  poi  fece  cadere  il  secondo  a 
forza  di  macchine:  prese  indi  un'altissima  torre  chiamata  la 
Maledetta,  e  ad  onta  di  tali  vantaggi  non  potevasi  prendere  la 
città,  perchè  quanto  rovinavano  i  saraceni,  i  cristiani  di  notte 
riedificavano,  o  restauravano,  chiudendo  i  fori  con  sacchi  di 
lana,  o  di  bombace.  Il  maestro  generale  del  tempio,  che  ne  avea 
la  custodia  con  molta  prudenza  e  valore  difendeva  la  città , 
ma  per  caso  ferito  in  un  braccio  da  una  saetta  avvelenata  in 
poco  tempo  morì;  per  la  cui  morte  i  cristiani,  insubordinati, 
o  discordi,  male  provvidero  alla  città,  e  si  avvilirono,  e  ten- 


656  INFERNO 

tarono,  potendo,  di  darsi  alla  fuga.  I  saraceni  all'incontro  sem- 
pre avanzando,  entrarono  armata  mano  nella  città,  e  truci- 
darono qualunque  scorgevano,  facendo  strage,  per  quanto  di- 
cesi,di  sessantamila  uomini,  rubando  lutto,  mettendo  in  ischia- 
vitù  i  risparmiati  nella  strage,  sicché  recarono  danno  fra  case, 
e  persone  infinito.  Poscia  spianarono  le  mura  della  città; 
col  ferro  e  col  fuoco  devastarono  ogni  contado,  e  la  cristianità 
andò  ramminga,  non  avendo  più  ricovero  in  quelle  parti,  e 
fuggì  misera,  e  nell'ultima  desolazione.  Ed  il  massimo  danno 
provenne  dalla  perduta  località,  perchè  Acri  era  di  faccia  al 
mare,  nel  centro  della  Siria,  quasi  nel  mezzo  del  mondo,  lon- 
tano solo  settanta  miglia  da  Gerusalemme,  frontiera,  e  porto 
delle  mercatanzie  e  di  oriente  e  di  occidente,  e  delle  genti  di 
ogni  idioma ,  cosicché  poteva  ritenersi  alimento  del  mondo.  -E 
la  sventura  accadde  per  giusto  giudizio  di  Dio,  perchè  ivi  era 
la  sentina  di  ogni  vizio,  più  che  in  ogni  altra  città  cristiana. 
Acri  una  volta  chiamavasi  Joppa,  presa  e  distrutta  da  Caio  Ce- 
stio  duce  de* romani  al  tempo  di  Nerone,  e  poscia  da  Vespa- 
siano, come  scrive  Giuseppe  nelle  guerre  giudaiche  ne  guardo 
in  se  sommo  o/fitio  ne  ordini  sacri  né  trattenne  Bonifacio 
P  essere  sommo  sacerdote  ne  in  me  —  quello  capestro  quella 
corda  o  cordone  che  solea  far  i  suoi  cinti  piumacri  che  so- 
lea  rendere  i  frati  minori  più  magri  di  quel  che  erano  allora. 
Così  Guido  allega  tre  motivi  —  il  sommo  pontificato  —  l'or- 
dine sacerdotale  rispetto  al  petente,  e  l'abito  di  s.  Francesco 
rispetto  al  richiesto.  Siccome  Costantino  sommo  imperatore 
dimandò  al  papa  Silvestro  un  rimedio  contro  la  lebbra,  così 
Bonifacio  pontefice  sommo  ricercò  il  conte  Guido  di  dargli  un 
consiglio  per  conseguire  una  vendetta,  ma  questi  il  papa  mi 
chiese  per  maestro  essendo  stato  io  molto  esperto  nelF  armi 
a  guarir  de  la  sua  superba  febre  chiama  metaforicamente 


CANTO  XXV11.  657 

febbre  l' ira  di'  Bonifacio  come  Costantin  chiese  Silvestro 
dentro  Sciratti  monte  Soratle  distante  da  Roma  quaranta  mi- 
glia circa  a  guarir  de  la  lebbre  Costantino  coperto  da  lebbra. 

11  monte  Soratte  è  aspro,  e  selvaggio:  famoso  anche  presso 
i  cristiani, perchè  ivi  menò  vita  solitaria  il  papa  Silvestro.  In 
tal  luogo  Silvestro  ebbe  quella  dote  da  Costantino,  che  rese 
Bonifacio  più  superbo.  Per  due  anni  stette  nascosto  in  tal 
monte  Arnolfo  zio  di  Carlo  Magno,  lasciando  il  regno  di  Fran- 
cia a  Pipino  suo  fratello.  Il  paragone  serve  al  proposito:  Co- 
stantino imperatore  ricercò  Silvestro  papa  nascosto  nel  monte 
a  penitenza,  perchè  lo  liberasse  dalla  lebbra:  Bonifacio  papa 
romano  ricercò  il  conte  Guido  ne'  chiostri  de*  frati  Minori  do- 
ve viveva  assorto  in  vita  contemplativa,  perchè  lo  curasse  dalla 
febbre,  dall'  ira.  E  siccome  Silvestro  nell'  andare  da  Costantino 
temeva  la  morte,  così  il  conte  Guido  ricusava  di  prestarsi  a 
Bonifacio  per  timore  della  morte  morale.  Ma  Silvestro  diede 
più  utili  consigli  a  Costantino  di  quel  che  Guido  a  Bonifa- 
cio: quegli  istruì  Costantino  a  professare  la  vera  fede,  questi 
istruì  Bonifacio  a  tradirla,  domandommi  consiglio  et  io  ta- 
cetti  ricusando  a  primo  aspetto  di  prestarmi  perche  le  sue  pa- 
role parver  ebbre  per  ira,  e  poi  mi  cime  negando  iodi  dargli 
consiglio  tuo  cor  nonsospecti  non  paventare,  rispondendomi, 
di  far  peccato,  perchè /ìnor  t assolvo  fin  da  questo  momento 
ti  assolvo  dal  peccato  etum  insegna  come  Penestrino  in  ter- 
ra  getti  perchè  aveva  già  fissato  di  distruggere  quella  città. 
Preneste  fu  città  antichissima  presso  Roma,  della  quale  fa 
spesso  menzione  Tito  Livio:  spesso  si  ribellò  contro  i  ro- 
mani ,  e  spesso  fu  presa,  lo  del  posso  serrare  e  disserrare 
posso  chiudere,  ed  aprire  il  cielo,  aggiunse  Bonifacio  come 
tu  sai  tu  cristiano,  e  frate  minore  pero  son  due  le  chiavi 
scienza,  e  potere.  Tu  sai  che  son  papa  e  sapiente,  ed  era 

Rambaldi  —  Val.  i.  42 


658  INFERNO 

veramente  late.  Delle  chiavi  si  parlerà  nel  canto  IX  del  Pur- 
gatorio, che  l  mio  antecessor  Celestino  non  ebbe  care  come 
si  vide.  Altrettanto  diceva  Cesare  di  Lucio  Siila  nell'atto,  che 
rinunziava  la  dittatura.  Ma  Bonifacio  neppure  colla  morte  su- 
gli occhi  avrebbe  rinunciato  al  papato. 

Li  argomenti  gravi  del  pontefice  la  u  el  tacer  mi  fu  av- 
viso el  peggio  io  riteneva  male  rispondere,  e  peggio  il  tacere, 
e  così  volli  piuttosto  contro  coscienza  compiacere  a  Bonifa- 
cio, di  quello  che  negarmi  alle  di  lui  ricerche  con  danno,  e 
perdita  dell'anima  mia.  Gli  diedi  quindi  un  consiglio  iniquo 
et  dissi patre  o  padre,  ed  il  papa  è  padre  de'  padri,  e  padre 
santo  longa  promessa  con  l attender  corto  prometti  molto, 
e  mantieni  poco  ti  farà  trionfar  nell  alto  seggio  nella  sede 
papale;  E  niun  capitano  trionfò  con  tanta  nequizia  de'  nemici, 
da  che  tu  mi  lavi  mi  assolvi  di  quel  peccato  ove  ino  cader  deg- 
gio  dunque  conosceva,  che  avrebbe  peccato.  Alcuni  sofistican- 
do pretendono,  che  il  consiglio  possa  trarsi  a  buon  senso,  ed 
interpretano  così  —  prometti ,  e  tosto  adempì  quanto  promet- 
testi—  ma  ciò  sarebbe  apertamente  contrario  all'intenzione 
di  Dante,  che  volle  nel  consiglio  la  grave  colpa,  e  poco  presso 
dice — perche  diede  il  consiglio  frodolente.  Si  scusa  poi  Guido 
aggiungendo  Francesco  s.  Francesco  mio  protettore  venne  poi 
per  me  in  compagnia  di  altro  frate  per  portarmi  seco  in  cielo 
coni  io  fui  morto  giacché  al  momento  che  l'anima  si  separa  dal 
corpo  vola  alla  gloria,  od  alla  pena  ma  un  de  neri  Cherubini 
ma  un  angelo  delle  tenebre  venendo  incontro  a  s.  Francesco  co- 
me avrebbe  fatto  Cheruòin  ardente  nell'amore  di  Dio  li  disse 
nelportare  teco  non  mi  far  torto  perchè  è  colpa  usurpare  i 
diritti  altrui,  e  questi  é  di  mio  diritto,  e  quindi  venir  se  ne  dee 
giù  all'Inferno  tra  miei  meschini  fra  i  dannati  perche  diede  l 
consiglio  frodolente  a  Bonifacio.  Non  vi  fu  lotta  fra  s.  Fran- 


CANTO  XXVII.  659 

cesco,  ed  il  demonio;  ma  l'autore  vuol  significare,  che  Guido 
al  punto  di  morte  soffrì  tal  lotta  fra  la  speranza  di  salvezza, 
perchè  fece  penitenza,  che  non  è  mai  tarda,  e  s.  Francesco  lo 
protesse:  dall' altra  parte  gli  faceva  contrasto  la  lunga  vita  di 
frodi,  lo  sparso  umano  sangue,  la  recidività. 

Anche  nell'  anno  1386  da  Onorio  papa  fu  il  conte  Guido 
messo  ai  confini,  od  in  esiglio  dalla  Romagna,  e  relegalo  in  Asti. 
Era  allora  conte  di  Romagna  Guglielmo  Durando  di  Provenni 
chiarissimo  giurisperito,  autore  del  libro  —  Speculum  in  jure 
utroque— per  cui  fu  detto  speculatore.  Stette  paziente  due  an- 
ni,  ma  poscia  violati  i  confini ,  corse  a  Pisa  e  fu  creato  capitano 
de' pisani  colle  più  ampie  facoltà  nel  tempo  dell'acerba  morte 
del  conte  Ugolino.  — -  Qui  Dante  usa  delPantipofora,  risponden- 
do alla  tacita  obbiezione,  che  poteva  farsi ,  dedotta  dall'assolu- 
zione ch'ebbe  da  Bonifacio  prima  del  peccato  che  solver  non 
si  può  chi  non  si  pente  tocche  è  chiaro  per  la  stessa  defini- 
zione della  penitenza,  la  quale  è  pianto  di  peccato  commesso, 
e  proposito  di  non  commetterne  de'  nuovi  ne  pentere  e  volere 
ensieme  puossi  per  la  contradition  che  noi  consente  assol- 
vere prima  della  commission  della  colpa  sarebbe  lo  stesso  che 
pentirsi,  e  non  pentirsi.  Ma  prevalse  I'  argomento  del  demonio 
ahi  me  me  misero  dolente  come  male  me  riscossi  !  come  mi  la- 
sciai adescare  dal  diavolo!  peccai  nella  speranza  o  certezza  di 
futuro  perdono,  ed  è  questo  un  peccato  contro  lo  Spirito  Santo  ! 
quando  mi  prese  dicendomi  tu  non  pensavi  forse  eh  io  loico 
fosse  tu  non  pensavi  che  potessi  sciogliere  i  tuoi  obbietti  con 
cui  ingannasti  la  tua  coscienza,  a  Minos  mi  porto  Minos  fi- 
gura il  giudizio  della  coscienza  egli  Minosse  attorse  otto  volte 
la  coda  al  dosso  duro  e  così  lo  condannò  all'  ottava  bolgia 
e  disse  questi  e  di  rei  è  questi  un  reo  degno  di  pena  del  foco 
furo  giacché  ogni  fiamma  rapisce  uno  spirito,  e  lo  nasconde 


560  INFERMO 

poi  la  si  morse  la  coda  per  gran  rabbia  per  disperazione 
perche  ed  ecco  il  motivo  son  perduto  la  dove  vedi  per  cui 
sono  punito  e  si  vestito  andando  in  fiamme  ardenti  mi  ran- 
euro  mi  dolgo,  la  fiamma  dolorando  si pdrtio  —  torcendo  e 
dibattendo  l  corno  acuto  torcendo  la  lingua  nel  racconto  agi- 
tata quand  egli  ebbe  l  suo  dir  cosi  compiuto  noi  passam  ol- 
tre io  e  l  Duca  mio  progredimmo  nel  cammino  sopra  lo  sco- 
glio sopra  il  ponte  infin  in  su  laltr  arco  sulP  altro  ponte,  od 
arco  di  ponte  che  trova  el [ossola nona  bolgia  in  cui  son  pu- 
niti i  scismatici  in  che  si  paga  il  fio  a  quei  che  scommettendo 
acquistavi  carco  il  peso  della  colpa ,  e  della  pena ,  seminando 
discordie  nel  dogma. 


CANTO  XXVIII. 


tksto  MODsano 


Chi  poria  mai  pur  con  parole  sciolte 
Dicer  del  sangue  e  delle  piaghe  appieno, 
Che  ora  vidi,  per  narrar  più  volte?  3 

Ogni  lingua  per  certo  verria  meno 
Per  lo  nostro  sermone  e  per  la  mente, 
Ch'hanno  a  tanto  comprender  poco  seno.  6 

Se  s'adunasse  ancor  tutta  la  gente, 
Che  già  in  su  la  fortunata  terra 
Di  Puglia  fu  del  suo  sangue  dolente  9 

Per  li  Troiani,  e  per  la  lunga  guerra 
Che  dell' anella  fé' sì  alte  spoglie, 
Come  Livio  scrive,  che  non  erra:  12 

Con  quella,  che  sentio  di  colpi  doglie 
Per  contrastare  a  Roberto  Guiscardo , 
E  l'altra,  il  cui  ossame  ancor  s'accoglie  15 

A  Ceperan,  là  dove  fu  bugiardo 
Ciascun  Pugliese,  e  là  da  Tagliacozzo, 
Ove  senz'arme  vinse  il  vecchio  Alardo:  18 

E  qual  forato  suo  membro,  e  qual  mozzo 
Mostrasse,  d'agguagliar  sarebbe  nulla 
Al  modo  della  nona  bolgia  sozzo.  21 

Già  veggia  per  mezzul  perdere  o  lulla, 
Com'io  vidi  un,  così  non  si  pertugia, 
Rotto  dal  mento  in  fin  dove  si  trulla.  24 


662  INFERNO 

Tra  te  gambe  pendevan  le  minugia; 

La  corata  pareva,  e  il  (risto  sacco 

Che  merda  fa  di  quel  che  si  trangugia.  27 

Mentre  che  tutto  in  lui  veder  m'attacco, 

Guardommi,  e  con  la  man  s'aperse  il  petto 

Dicendo:  or  vedi,  come  io  mi  dilacco;  30 

Vedi  come  storpiato  è  Maometto; 

Dinanzi  a  me  sen  va  piangendo  AH 

Fesso  nel  volto  dal  mento  al  ciuffelto:  33 

E  tutti  gli  altri,  che  tu  vedi  qui, 

Seminator  di  scandalo  e  di  scisma, 

Fur  vivi  ;  e  però  son  fessi  cosi.  36 

Un  diavolo  è  qua  dietro,  che  n'accisma, 

* 

Sì  crudelmente,  al  taglio  della  spada 
Rimettendo  ciascun  di  questa  risma,  39 

Quando  avem  volta  la  dolente  strada; 
Però  che  le  ferite  son  richiuse 
Prima  ch'altri  dinanzi  li  rivada.  42 

Ma  tu  chi  sei,  che  in  su  lo  scoglio  muse, 
Forse  per  indugiar  d'ire  alla  pena, 
Ch'è  giudicata  in  su  le  tue  accuse?  45 

Né  morte  il  giunse  ancor,  né  colpa  il  mena, 
Rispose  il  mio  Maestro,  a  tormentarlo; 
Ma  per  dar  lui  esperienza  piena,  48 

A  me,  che  morto  son,  convien  menarlo 
Per  lo  Inferno  quaggiù  di  giro  in  giro: 
E  questo  è  ver  cosi,  com'io  ti  parlo.  51 

Più  fur  di  cento,  che  quando  Y udirò, 
S'arrestaron  nel  fosso  a  riguardarmi, 
Per  maraviglia  obliando  il  martiro.  84 

Or  di' a  Fra  Dolcin  dunque  che  s'armi, 


CANTO  XX Vili.  663 

Tu  che  forse  vedrai  il  Sole  io  breve, 

S'egli  non  vuol  qui  tosto  seguitarmi,  37 

Sì  di  vivanda,  che  stretta  di  neve 

Non  rechi  la  vittoria  al  Noarese, 

Ch'altrimenti  acquistar  non  saria  lieve.  60 

Poiché  l'un  pie  per  girsene  sospese, 

Maometto  mi  disse  està  parola, 

Indi  a  partirsi  in  terra  lo  distese.  63 

Un  altro,  che  forata  avea  la  gola 

E  tronco  il  naso  iofin  sotto  le  ciglia, 

E  non  area  ma  che  un'orecchia  sola,  66 

Restato  a  riguardar  per  maraviglia 

Con  gli  altri,  innanzi  agli  altri  aprì  la  canna, 

Ch'era  di  fuor  d'ogni  parte  vermiglia;  69 

E  disse:  o  tu,  cui  colpa  non  condanna, 

E  ch'io  vidi  già  in  terra  Latina, 

Se  troppa  simiglianza  non  m'inganna,  7J 

Rimembriti  di  Pier  da  Medicina 

Se  mai  torni  a  veder  lo  dolce  piano , 

Che  da  Vercello  a  Marcabò  di  eh  ina.  75 

E  fa  sapere  a' duo  miglior  di  Fano, 

A  messer  Guido  ed  anche  ad  Angioletto 

Che,  se  l'antiveder  qui  non  è  vano,  78 

Gittati  saran  fuor  di  lor  vasello, 

E  inazzerati  presso  alla  Cattolica, 

Per  tradimento  d'un  tiranno  fello.  81 

Tra  l' isola  di  Cipri  e  di  Maiolica 

Non  vide  mai  sì  gran  fallo  Nettuno, 

Non  da  pirati ,  non  da  gente  Argolica.  84 

Quel  tradì tor,  che  vede  pur  con  l'uno, 

E  tien  la  terra,  che  tal  eh' è  qui  meco, 


fitU  INFERNO 

Vorrebbe  di  vedere  esser  digiuno,  87 

Farà  venirli  a  parlamento  seco; 
Poi  farà  sì ,  che  al  vento  di  Focara 
Non  farà  lor  mestier  voto  né  preco.  90 

E  io  a  lui:  dimostrami,  e  dichiara, 
Se  vuoi  ch'io  porti  su  di  te  novella, 
Chi  è  colui  dalla  veduta  amara.  93 

Allor  pose  la  mano  alla  mascella 
D'un  suo  compagno,  e  la  bocca  gli  aperse 
Gridando:  questi  è  desso,  e  non  favella;  96 

Questi,  scacciato,  il  dubitar  sommerse 
In  Cesare,  affermando  che  il  fornito 
Sempre  con  danno  l'attender  sofferse.  99 

0  quanto  mi  pareva  sbigottito 
Con  la  lingua  tagliata  nella  strozza, 
Curio,  che  a  dicer  fu  così  ardito!  103 

E  un,  ch'aveal'unae  l'altra  man  mozza, 
Levando  i  moncherin  per  l'aura  fosca, 
Sì  che  il  sangue  facea  la  faccia  sozza,  105 

Gridò:  ricorderaiti  anche  del  Mosca, 
Che  dissi,  lasso!  Capo  ha  cosa  fatta, 
Che  fu  il  mal  seme  della  gente  Tosca.  108 

E  io  v'aggiunsi:  e  morte  di  tua  schiatta; 
Perch'egli  accumulando  duol  con  duolo 
Sen  gio,  come  persona  trista  e  matta.  Ili 

Ma  io  rimasi  a  riguardar  lo  stuolo, 
E  vidi  cosa,  ch'io  avrei  paura, 
Senza  più  prova,  di  contarla  solo;  114 

Se  non  che  coscienzia  mi  assicura , 
La  buona  compagnia  che  l'uom  francheggia 
Sotto  l'usbergo  del  sentirsi  pura.  117 


CANTO  XXVIII.  66$ 

lo  vidi  certo,  e  ancor  par  ch'io  '1  veggia, 

Un  busto  senza  capo  andar,  sì  come 

Andavan  gli  altri  della  trista  greggia.  120 

E  il  capo  tronco  tenea  per  le  chiome 

Pesol  con  mano  a  guisa  di  lanterna. 

E  quei  mirava  noi,  e  dicea:  o  mei  123 

Di  sé  faceva  a  sé  stesso  lucerna; 

E  eran  due  in  uno,  e  uno  in  due; 

Com' esser  può,  Quei  sa,  che  sì  governa.  126 

Quando  diritto  a  pie  del  ponte  fue 

Levò  il  braccio  alto  con  tutta  la  testa , 

Per  appressarne  le  parole  sue,  129 

Che  furo:  or  vedi  la  pena  molesta 

Tu  che,  spirando,  vai  veggendo  i  morti, 

Vedi  s' alcuna  è  grande  come  questa.  132 

E  perchè  tu  di  me  novella  porli, 

Sappi  ch'io  son  Bertram  dal  Bornio,  quelli, 

Che  al  re  giovane  diede  i  mal  conforti.  135 

Io  feci  il  padre  e  il  figlio  in  sé  ribelli: 

Achitòfel  non  fé' più  d'Absalone 

E  di  David  co' malvagi  puntelli.  138 

Perch'io  partii  così  giunte  persone, 

Partito  porto  il  mio  cerebro,  lasso! 

Dal  suo  principio,  eh' è  in  questo  troncone: 
Così  si  osserva  in  me  lo  contrappasso.  142 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  de'  scismatici  nella  nona  bolgia.  Il  canto  dividesi  in 
quattro  parti  generali:  nella  prima— pena  de'  scismatici:  nella 
seconda — pena  di  un  scismatico  antico,  e  di  un  scismatico  mo- 
derno già  veggio  ecc.  nella  terza  —  pena  di  altro  scismatico 


666  INFERNO 

moderno,  che  preconizza  la  morte  miseranda  di  alcuni  un 
altro  ecc.  nella  quarta  —  pena  di  due  moderni  scismatici  et 
un  che  avea  ecc. 

Siccome  la  pena  consiste  in  una  quantità  innumerevole 
di  piaghe,  Dante  incomincia  a  descriverle  con  un'  esclama- 
zione. Quale  descrizione,  die' egli,  in  versi  od  in  prosa 
basterebbe  a  mostrare  la  varietà,  ed  infinito  numero  di  pia- 
ghe, che  io  vidi  !  Chi  quale  storico  paria  mai  dicere  che  il 
dire  è  proprio  dell'  oratore  del  sangue  e  delle  piaghe  a  pieno 
che  ora  vidi  mentalmente  nella  nona  bolgia  per  narrare  o 
parlare  più  volte  Azio  che  ripetesse  non  una,  ma  mille  volte  il 
discorso  sulla  stessa  materia  pur  a  parole  sciolte  sciolte  dal 
legame  del  metro.  Ed  è  invero  più  facile  scrivere  in  prosa, 
che  in  versi,  osi  scriva  in  epico  od  in  basso  stile;  imperocché 
la  prosa  somiglia  la  strada  per  la  quale  passano  gli  uomini  e 
gli  animali  tutti.  Il  metro  all'incontro  somigliai!  sentiero  pel 
quale  si  va  con  difficoltà.  Ecco  perchè  mille  scrivono  in  prosa, 
e  pochissimi  in  versi  ogni  lingua  copiosa,  ed  espressiva  che 
sia  per  certo  veria  meno  certo  mancherebbe  per  lo  nostro 
sermone  e  per  la  mente  a  dimostrarne  la  infinità,  eh  anno 
poco  senno  poca,  e  scarsa  facoltà  a  comprender  tanto  tanta 
quantità,  tanto  numero,  se  s adunassero  ancora  quando  si 
unissero  a  descriverli.  A  maggiore  dimostrazione  di  tanto  nu- 
mero di  piaghe  Dante  scorre  varie  battaglie  operate  in  Italia, 
e  conclude,  che  la  moltitudine  delle  ferite  di  quelle  guerre  è 
un  nulla  in  confronto  delle  piaghe  qui  vedute.  La  prima  batta- 
glia è  quella  di  Enea  con  Turno  re  de'Rutuli ,  nella  quale  fu  ver- 
sato molto  sangue,  come  fu  detto  nel  primo  canto  se  s  adu- 
nasse ancora  si  ridunassero  in  un  punto  tutta  la  gente  tutti  i 
guerrieri  che  già  fu  dolente  de  lor  sangue  del  cui  sangue  ver- 
sato si  pianse  per  li  Trojani  che  vennero  in  Italia  con  Enea 


CAPO  XXVI!!.  667 

in  su  la  fortunata  terra  di  Puglia  fortunata  pei  vincitori. 
Anche  nel  canto  terzo  chiamò  fortunata  quella  terra  nell'  A- 
frica,  in  cui  Scipione  ebbe  vittoria  di  Annibale.  Ma  la  fortuna 
della  Puglia  fu  sinistra,  perchè  soffrì  terribili  conflitti,  ed 
atroci  battaglie,  come  si  vedrà. 

La  seconda  battaglia  più  sanguinosa  di  ogni  altra  verrà 
ristretta  in  pochi  detti.  Amilcare  duce  de' cartaginesi,  chia- 
mato Marte,  od  altro  Dio  della  guerra  ebbe  quattro  figli,  An- 
nibale ,  Asdrubale,  Amone,  e  Magone;  e  gloriavasi  di  averli 
educati  come  quattro  leoni  a  danno  del  popolo  romano,  ma 
secondo  Valerio  a  danno  di  sé  stessi ,  e  delia  patria  loro.  An- 
nibale primogenito,  cresciuto  fra  Tarmi,  ardente  per  odio 
contro  i  romani,  assuefatto  agli  stenti  guerreschi  fino  dall'età 
di  nove  anni,  mentre  il  padre  faceva  sagri  fui,  accostandosi 
all'ara,  giurò,  che  al  primo  libero  esercizio  di  sue  facoltà 
sarebbe  stato  il  nemico  più  animoso  del  popolo  romano;  e 
di  fatto  mantenne  il  giuramento  con  tanta  fermezza  sino  al- 
la morte,  che  Roma  non  ebbe  mai  più  terribile  nemico  di 
lui.  Annibale, presa  Sagunlo  e  distrutta,  avendo  tenuti  i quar- 
tieri d' inverno  presso  la  nuova  Cartagine  che  chiamavasi 
Spartana,  discese  in  primavera  nelle  Gallie,  e  fattisi  amici 
quei  Re  per  mezzo  di  doni,  condusse  V  esercito  fino  alle  Alpi 
che  dividono  la  Gallia  dall'  Italia,  nello  spazio  di  cinque  mesi. 
Scipione  pel  primo  gli  venne  incontro,  mentre  scendeva  dalle 
Alpi,  vicino  al  Ticino,  o  Pavia,  e  nel  primo  conflitto  di  ca- 
valli vinse  Scipione,  che  gravemente  ferito  nel  combattimento 
fu  liberato  dal  figlio  destinato  a  terminare  poi  ogni  guerra 
gloriosamente,  e  si  portò  a  Piacenza.  Ivi  Annibale  ebbe  il  se- 
condo scontro  presso  il  fiume  Trebbia  con  Sempronio  Lungo 
compagno  di  Scipione,  che  venendo  dalla  Sicilia  per  mare  a 
Rimini,  e  per  terra  a  Piacenza,  trovato  il  compagno  grave* 


668  INFERNO 

mente  ferito ,  smanioso  di  gloria ,  accese  il  combattimento  col- 
l'astutissimo  afri  cario,  che,  preparalo  un  agguato,  lo  chiamava 
a  battaglia  di  là  dal  fiume.  L' esercito  romano  afflitto  dalla  fa- 
me tentò  il  guado,  ed  assiderato  dal  freddo,  facilmente  fu 
sconflitto  dai  soldati  di  Annibale  già  da  molte  ore  preparatia 
combattere,  refocillati  con  cibo  e  bevande.  Molti  de' romani 
caddero  sotto  del  ferro  nemico;  ma  più  molti  furono  soffocali 
nel  fiume.  Floro  abbreviatore  scrive  —  gli  uomini  delle  parti 
meridionali  caldissime  han  vinto  noi ,  e  le  cose  nostre  nel  ver- 
no—  Poscia  Annibale  passò  T  Apennino  ed  entrò  in  Toscana. 
Gli  venne  contro  Caio  Flaminio  console,  di  animo  fervido, 
ed  audace,  ed  incontrò  il  nemico  presso  del  lago  Trasimeno 
ora  nomato  Perugino  alle  falde  de'  monti  di  Cortona.  Annibale 
anche  in  quesl'  incontro  usò  dell1  arte  sua,  traendo  l' esercito 
romano  in  difficile  posizione,  e  cioè  chiuso  alla  destra  dal  lago, 
alla  sinistra  dal  monte  :  a  tergo  lo  circondòdi  agguati  e  d'in- 
sidie. Il  piano  di  Annibale  fu  secondato  dalla  densa  nebbia 
sorta  dal  lago,  che  tolse  ai  romani  di  vedere  cosa  alcuna. 
Tanto  fu  l'ardore  di  quella  battaglia  durata  tre  ore,  che  niuno 
de' combattenti  si  accorse  di  un  orribile  terremoto,  che  scos- 
se terra  e  mare  per  tutta  Italia,  e  diroccò  molte  città, divertì 
il  corso  de'  fiumi,  e  spianò  il  vertice  di  monti.  Il  console  per 
la  cui  sventurata  temerità  l'esercito  giunse  a  totale  sterminio 
con  incredibili  opere  di  valore  fu  trafitto  da  un  nemico  oriundo 
d' Italia,  e  lui  morto,  divenne  la  fuga  universale.  Perirono  in 
quella  battaglia  quindici  mila  romani  al  dire  di  Livio;  altri 
scrissero  venticinque  mila:  dei  dieci  mila  fuggenti  non  resta- 
rono che  cinquecento. 

La  quarta  terribilissima  battaglia  di  Annibale  avvenne 
presso  Canne,  spregevole  borgo  di  Puglia,  nobilitato  dalla 
strage  de' romani.  Annibale  pose  gli  accampamenti  presso  la 


CANTO  XXVIII  669 

riva  settentrionale  del  fiume  Aufidio,  in  modo  di  avere  a  tergo 
il  sole  ed  il  vento,  in  quella  contrada  in  cui  soffia  di  conti- 
nuo, alzando  polvere  ed  arena.  I  romani  avevano  essi  pure 
gli  accampamenti  nella  riva  opposta  di  quel  fiume,  e  per  con- 
seguenza loro  erano  contrarie  tutte  le  dette  cose;  ma  niuna  fu 
più  funesta  della  discordia  fra  i  due  consoli  :  P  uno  — Paolo 
Emilio  —  veramente  nobile,  e  prudentissimo,  prima  di  deter- 
minarsi a  combattere,  voleva  con  maturità  e  cautela  esami- 
nare tutte  le  circostanze:  P  altro  console  — Varo,  —  veramente 
plebeo,  figlio  di  macellaio,  ed  esso  pur  tale,  temerario,  arri- 
schiatissimo,  e  che  aveva  intorno  la  massima  e  più  scelta 
parte  delle  truppe,  la  pensava  all'opposto  di  Paolo  Emilio. 
Annibale  era  a  giorno  di  tali  dissidi,  ed  astutamente  aspettava 
il  giorno  del  comando  di  Varo  per  provocarlo  alla  guerra.  — 
Varo,  seguito  di  mala  voglia  da  Paolo  Emilio,  il  quale  non 
volle  abbandonare  la  Repubblica  in  tanto  frangente,  cominciò 
la  battaglia,  che  fu  sanguinosa,  anzi  più  crudele  di  ogni  al- 
tra, non  solo  per  le  forze  di  Annibale,  quanto  per  Pinco- 
modo  del  sole,  della  polvere  e  del  vento.  Il  freddo  alla  Trebbia, 
la  nebbia  al  Trasimeno,  ed  a  Canne  pugnarono  tutti  gli  elementi 
contro  de'  romani  :  il  console  Paolo  Emilio,  quantunque  ferito 
poteva  fuggire,  ma  prescelse  di  morir  combattendo.  Varo  ca- 
gione di  tale  disastro,  vilmente  scappando  con  cinquecento 
cavalli  giunse  a  Venosa.  Perirono  ottanta  senatori,  due  que- 
stori, venturi  tribuni  militari,  ed  altri  personaggi  consolari, 
pretori,  edili,  quaranta  mila  di  fanteria,  due  mila  e  settecen- 
to di  cavalleria  ed  altri  legionari,  cittadini  ed  alleati  romani  : 
Annibale  crudelmente  trionfando  dei  cadaveri  nemici  co- 
strusse  un  ponte  sul  fiume  vicino,  sul  quale  passò  P  esercito 
suo.  L' impero  romano  correva  in  quel  giorno  il  più  grave  pe- 
ricolo, se  avesse  Annibale  dato  mente  a  Maerbale ,  uno  de'  suoi 


670  INFERNO 

primi  capitani,  il  quale  (gloriandosi  Annibale  di  tal  vittoria  ) 
disse  —  Annibale,  nel  quinto  giorno  pranzerai  in  Campido- 
glio—  e  di  fatto,  se  caldo  ancora  del  combattimento,  si  fosse 
avvicinato  e  mostrato  a  Roma,  l'avrebbe  conquistata.  Ma 
volle  frapporre  indugi ,  e  Maerbale  sdegnato  così  lo  rimpro- 
verò: sai  vincere,  ma  non  sai  far  uso  della  vittoria  —  Dopo 
tal  fatto  Annibale  mandò  a  Cartagine  il  fratello  Magone,  che 
sublimando  in  senato  le  fraterne  vittorie,  disse  che  in  tre  anni 
Annibale  aveva  trucidato  oltre  a  duecento  mila  romani,  e  ne 
aveva  fatti  schiavi  più  di  cinquanta  mila.  Pece  fondere  gran 
quantità  di  anelli  strappati  dalle  dita  degli  uccisi  nella  vittoria 
di  Canne.  — 

Combattè  ancora  altre  guerre  coi  romani  or  vincitore,  or 
vinto ,  e  specialmente  contro  Marco  Marcello,  dal  quale  spesso 
superato,  finalmente  allontanato,  fu  con  insidie  preso  e  morto. 
Fabio  col  ritardo  aveva  fermato  l' impeto  di  tal  duce  vittorioso, 
Marcello  coir  allontanarlo  lo  infiacchì ,  e  Scipione  colle  armi 
lo  estinse  —  Annibale,  volendo  liberare  Capua,che  erasi  a 
lui  data,  dall'assedio  de1  romani,  pose  gli  accampamenti  a 
tre  miglia  dalla  città,  ed  esso  con  due  mila  cavalieri  eletti 
andò  alla  porta  della  città,  ed  incontro  a  lui,  con  i sdegno  di 
tanto  ardire  uscirono  i  romani,  ma  una  tostana orrenda  tem- 
pesta, che  durò  per  ben  due  giorni,  impedita  battaglia  :  alla 
tempesta  tenne  subito  dietro  la  più  bella  serenità  appena  le 
armate  furono  chiuse  negli  accampamenti,  pel  quale  miracolo 
Annibale  esclamò,  che  per  prendere  Roma  una  volta  gli  man- 
cò la  volontà,  ed  allora  gli  mancava  la  fortuna  —  Altro  danno 
maggiore  di  quello  recato  ai  romani  a  Canne  ebbe  a  soffrire 
Annibale:  imperocché  Asdrubale  di  lui  fratello  venendo  di  Spa- 
gna in  Italia  fu  totalmente  sconfitto  da  Claudio  Nerone,  e  da 
Livio  Salinatore  consoli ,  presso  il  Mctauro,  fiume  che  entra 


CANTO  XXVIII.  671 

in  mare  vicino  alla  città  di  Fano.  Dopo  essere  slato  sedici  anni 
in  Italia,  alla  fine  fu  chiamato  in  patria,  allorché  Scipione 
stringeva  Cartagine,  come  si  dirà  ampiamente  nel  canto  XXXI. 
Di  Annibale  si  parlerà  anche  nel  canto  VI  del  Paradiso. 

Se  s adunasse  ancora  tutta  la  gente  che  dolente  fé  pò  la 
lunga  guerra  le  guerre  puniche,  che  i  romani  sostennero 
coi  cartaginesi,  e  che  furono  tre,  la  prima  durata  venticinque 
anni  al  tempo  di  Amilcare  padre  di  Annibale,  ed  in  cui  i  car- 
taginesi perdenti ,  fecero  pace,  abbandonando  la  Sicilia,  e  la 
Italia  per  cui  combattevano;  la  seconda  durata  diecisette  anni 
al  tempo  di  Annibale,  ed  in  cui  Scipione  vincitore  di  Anni- 
bale rese  Cartagine  tributaria  di  Roma;  e  di  questa  parla  Dan- 
te, come  la  più  importante,  e  perchè  niun' altra  fu  più  perico- 
losa per  P  impero  romano,  e  perchè  operata  nel  seno  dell'  Ita- 
lia; la  terza  durata  soltanto  quattro  anni,  terminata  dal  mi- 
nore Africano,  che  atterrò  Cartagine.  Dante  ne  accenna  una  con 
un  segno  particolare  che  fé  si  alte  spoglie  de  le  anella.  Scris- 
sero alcuni  storici,  che  gli  anelli  misurati  in  Cartagine  furono 
Ire  moggi,  e  mezzo;  altri  che  furono  un  moggio  solo;  ed  il 
moggio  è  una  misura,  uno  staio,  come  nell'Evangelo.  Ma  do- 
veva essere  uno  staio  ben  piccolo  sul  riflesso  che  soltanto  i  no- 
bili fra  i  romani  portavano  anelli.  Livio  tanto  veritiero  accenna 
le  discusse  opinioni,  e  quindi  dice  P autore  come  Livio scripse 
Tito  Livio  della  città  di  Padova  scrisse  una  storia  con  istile  tanto 
energico,  come  il  brando  romano,  conservandoci  le  gesta  di 
quel  popolo  dall'origine  di  Roma  fino  a  Cesare  Augusto.  Fiorì 
al  tempo  di  Augusto,  e  la  storia  abbraccia  il  corso  di  settecento 
anni:  da  tal  fonte  tutti  gli  altri  scrittori  delle  cose  di  Roma  at- 
tinsero moltissimo,  come  abbiamo  in  Valerio.  Con  ragione  per- 
tanto in  di  lui  riguardo  Dante  aggiunse  che  non  erra  perchè 
robustamente,  prudentemente,  eloquentemente,  e  con  persua- 


672  .    INFERNO 

sione  racconta  come  le  gesta  così  i  detti  degli  eroi,  e  piega  i 
leggitori  all'opinione  sua. 

Nell'anno  1350  Roberto  Guiscardo  quantunque  primogenito 
di  Riccardo  duca  di  Normandia  non  successe  al  padre,  ma  lasciò 
il  dominio  a  Riccardo  fratello.  Essendo  però  di  alto  core,  volle 
sperimentare  in  altri  luoghi  il  suo  coraggio,  e  la  sua  fortuna. 
Povero,  e  mendico  si  fermò  in  Puglia,  quando  Roberto  puglie- 
se vi  regnava.  Divenne  di  lui  scudiero;  poscia  mostrala  capa- 
cità nelle  armi,  fatto  duce,  riportò  molte  vittorie  contro  del 
principe  di  Salerno,  e  magnificamen  te  arricchito  tornò  in  Nor- 
mandia, con  superbi  cavalli  a  freno  d'argento.  Molti  nobili  al- 
lora stupiti  delle  riportate  dovizie  s'invaghirono  della  Puglia, 
e  vollero  ad  ogni  costo  seguirlo  nel  ritorno.  Anche  in  seguito 
combattè  fedelmente,  e  coraggiosamente,  sicché  il  duca  ve- 
nendo a  morte,  col  consenso  de' Baroni,  lo  lasciò  successore 
nel  ducato:  così  quel  dominio,  che  abbandonò,  in  Normandia 
ricuperò  in  Italia.  Prese  in  moglie  la  figlia  del  morto  duca,  se- 
condo la  promessa  fatta  al  padre,  e  colle  armi  soggiogò  la  Pa- 
glia, la  Calabria  e  tutto  il  regno:  finalmente  acquistò  la  Sici- 
lia occupata  da  Alessio  greco  imperatore.  Soccorse  anche  alla 
Chiesa  favorendo  Gregorio  VII  contro  Enrico  III.  I  successori 
suoi  regnarono  in  Sicilia  fino  ad  Enrico  padre  di  Federico  II. 
Di  questo  Roberto  si  diranno  molte  cose  nel  canto  XVIII  del  Pa- 
radiso con  quella  gente  che  senti  doglie  di  colpi  perchè  truci- 
data per  contrastar  a  Roberto  Guiscardo  nota  bene ,  che  Ro- 
berto non  ebbe  gran  resistenza  nel  conquisto  di  Puglia  perla 
facile  cessione  degli  abitanti.  Fu  maggiore  la  difficoltà  nel  con- 
quisto di  Sicilia. 

Carlo  fratello  di  Lodovico  re  di  Francia,  duca  d' Anjon, 
e  conte  di  Provenza  chiamato  dalla  Chiesa  contro  del  re  Man- 
fredi, che  aveva  occupato  il  regno  di  Sicilia  dopo  la  morte  di 


i 


CANTO    XXVIII.  673 

Federico  il  suo  padre  e  di  Corrado  fratello  venne  per  mare 
a  Roma  con  pochi  soldati,  facendosi  condurre  il  grosso  eser- 
cito da  Guido  di  Montarle  nel!*  anno  1263.  Ricevuto  da'  ro- 
mani con  molti  onori,  aspettando  le  sue  genti  per  tutta  la  stale 
andava  meditando  come  avrebbe  potuto  conquistare  il  regno 
di  Manfredi.  Incoronato  dal  s.  Padre  cominciò  ad  avviarsi  per 
la  Campania  verso  Puglia.  Manfredi  dolente,  che  P  esercito  di 
Carlo  entrasse  liberamente  in  Lombardia  dove  teneva  gran  nu- 
mero d'armati,  munì  di  valida  difesa  il  ponte  di  Ceperano;  ma 
Carlo  con  frode,  e  per  corruzione  passò  incolume  il  detto  pon- 
te, e  prese  Aquino  senza  resistenza,  poscia  s.  Germano  peral- 
tro a  mano  armata.  Manfredi  a  suggerimento  de' suoi  baroni 
corse  a  Benevento,  per  ivi  consultare  sul  partito  da  prendersi, 
o  di  operare  una  definitiva  battaglia ,  o  di  fermare  Carlo  da  non 
poter  entrare  nel  principato ,  né  passare  per  la  Puglia  se  non 
per  Benevento.  Carlo  ne  fu  avvertito:  partì  da  s.  Germano,  e 
non  tenne  la  strada  verso  Capua  per  la  Terra  di  Lavoro,  per- 
chè gli  sarebbe  stato  impossibile  passare  il  ponteCeperano  fab- 
bricato da  Federico  II  ;  ma  tenne  la  strada  di  Volturno  per  Tuli- 
verno,  e  per  aspri  sentieri ,  e  superando  monti  con  incredibili 
stenti.  Giunse  non  pertanto  due  miglia  vicino  a  Benevento: 
Manfredi  sorpreso,  credette  bene  non  lasciar  campo  ai  nemici 
affaticati,  e  lassi  di  rifocillarsi,  ma  il  partito  gli  tornò  fatale. 
Se  ave3se  sospeso  l'attacco  un  giorno  o  due  l'esercito  di  Carlo 
era  immancabilmente  perduto  per  l'assoluta  mancanza  di  cibi, 
e  di  cavalli,  avendo  rimasti  gli  uomini  soltanto  poche  foglie 
di  cavoli,  ed  i  cavalli  pochi  rami  e  foglie  di  tirso.  Ma  ciò  che 
si  fa  in  onta  al  volere  di  Dio,  si  fa  ciecamente  e  pazzamente. 
Manfredi  sortì  da  Benevento:  passò  sul  ponte  il  fiume  Ca- 
lore ,  e  divise  le  sue  truppe  nel  piano  di  s.  Maria  della  Granella 
in  luogo  chiamato  Pietra.  Mille  e  duecento  tedeschi,  ne' quali 

RAMBALDf  —   Voi.  1.  45 


674  INFERNO 

molto  fidava  diede  al  conte  Galvagno,  altra  parte  di  esercito 
composto  di  normanni  ed  altri  tedeschi  affidò  al  conte  Giorda- 
no che  gli  era  parente,  e  strettissimo  in  fede:  la  terza  parte  si 
componeva  di  pugliesi  e  di  saraceni  che  il  padre  di  Manfredi 
aveva  fatti  stanziare  in  Sicilia,  e  V  intero  esercito  era  alla  di- 
pendenza di  Manfredi,  e  sommava  a  mille  e  trecento  soldati, 
senza  contare  gli  arcieri ,  i  saraceni,  ed  altri  di  numero  grande. 
Carlo  avendo  trovato  Manfredi  preparato  alla  battaglia  tenne 
consiglio  fra  suoi,  se  dovesse  differire  la  battaglia,  o  subito 
attaccare  la  zuffa.  Carlo  gridava  —  miei  fidi,  è  giunto  il  mo- 
mento da  voi  tanto  bramalo  —  e  divise  l'esercito  in  tante  schie- 
re dando  la  prima  di  mille  soldati  a  Filippo  di  Monforte;  la 
seconda  di  novecento  sceltissimi  tenne  per  se  e  per  Guido  di 
Monforte;  la  terza  fu  affidata  a  Roberto  conte  di  Fiandra  ge- 
nero di  Carlo,  e  ad  Egidio  Bruno  connestabile  di  Francia  di 
lui  maestro,  ed  era  composta  di  fiandresi,  barbantesi,  pie- 
cardi,  romani,  campani ,  e  toscani.  Ardevano  gli  animi  dal- 
l' una  parte  e  dall'  altra,  e  lo  scontro  delle  prime  file  tedesche, 
e  francesi  fu  veramente  terribile:  i  tedeschi  più  forti  de' fran- 
cesi li  fecero  indietreggiare.  Carlo  veggendo  le  sue  speranze 
opprimersi  così  duramente,  rotti  gli  ordini,  corse  co' suoi 
scelti  a  soccorrerli:  così  fece  il  conte  di  Fiandra  col  suo  mae- 
stro. La  battaglia  stette  in  forse  lungo  tempo,  perchè  i  tede- 
schi colle  grandi  spade  trucidavano  i  francesi  ;  ma  si  alzò  un 
grido  che  invitava  i  francesi  a  ferir  di  punta  i  cavalli,  locchè, 
eseguito,  i  tedeschi  cominciarono  a  difettare  di  cavalli.  Man- 
fredi in  tale  incontro  esortava  i  pugliesi  a  seguirlo,  ma  nes- 
suno si  mosse,  ed  i  baroni  del  regno  lo  abbandonarono ,  al- 
cuni per  viltà,  altri  perchè  lo  sprezzavano.  Manfredi,  vistosi 
solo,  o  con  pochi,  prescelse  di  morire  sul  campo,  piuttosto 
che  vilmente  fuggire;  e  slanciandosi  nel  più  folto  de' nemici, 


CANTO  XXVIII  678 

valorosamente  combattendo  cadde  trafitto.  Carlo  perseguitò 
l'esercito  vinto  tutta  la  notte,  e  prese  Benevento.  Molti  soldati 
di  Manfredi  furono  fatti  prigionieri  :  la  moglie,  sorella,  e  figli 
dati  a  Carlo  morirono  in  oscure  prigioni.  Della  sepoltura  di 
Manfredi  si  parlerà  nel  canto  III  del  Purgatorio. 

E  l  altro  conflitto  il  cui  ossame  ancor  $  accoglie  a  Ce- 
perano  nota  che  la  strage  non  avvenne  presso  a  Ceperano, 
ma  sibbene  vicino  a  Benevento.  Ceperano  fu  la  prima  cagione 
della  sconfitta,  imperocché  Carlo  non  avrebbe  potuto  vincere 
Manfredi,  né  occuparne  il  regno  se  fosse  stato  impedito  il 
ponte  a  Ceperano,  alla  cui  custodia  e  difesa  aveva  posto  il 
conte  Giordano,  ed  il  conte  di  Caserta  con  due  mila  soldati; 
ma  il  conte  di  Caserta  combinò  col  conte  Giordano  di  lasciar 
passare  una  parte  di  nemici,  perchè  più  facilmente  avrebbe 
debellato  il  restante.  Passò  una  parte,  e  tosto  il  conte  di  Ca- 
serta disse  all' altro  conte,  che  non  era  più  tèmpo  di  opporsi, 
perchè  ne  erano  passati  troppi,  e  tosto  si  allontanò  co' suoi 
soldati,  riducendosi  a  Caserta.  Il  conte  Giordano  scoperto  il 
tradimento,  non  trovandosi  in  forze  per  resistere,  tornò  a 
Benevento.  Molti  altri  traditori  di  Manfredi  furono  spogliati 
delle  loro  terre  e  castelli  la  dove  fu  bugiardo  ciascun  Pu- 
gliese non  avendogli  detto  il  vero,  né  mantenuta  la  fede. 

Carlo  dopo  tale  vittoria  ottenne  liberamente  il  regno  di 
Manfredi  e  fu  chiamato  re,  e  vicario  imperiale  pel  papa  in 
Toscana.  Incominciò  il  suo  regno  dal  mover  guerra  a  Pisa; 
ma  i  pisani,  stretta  alleanza  con  quei  di  Siena,  e  con  Enrico 
fratello  del  re  di  Spagna  (allora  il  senato  di  Roma  era  nemico 
di  Carlo)  mandarono  in  Alemagna  per  aver  Corradino,  e  si 
adoperarono  perchè  molte  terre  si  ribellassero  a  Carlo  nel  re- 
gno, e  nella  Sicilia.  Spedirono  a  Corradino  cento  mila  fiorini, 
quantunque  egli  non  contasse  che  sedici  anni.  Partì  Corradi- 


676  IISFERNO 

no  contro  il  voler  della  madre  eh'  era  figlia  del  duca  d'Au- 
stria, e  passò  in  Italia. — Quando  giunse  a  Verona  aveva  dieci 
mila  soldati  della  Germania,  e  ne  scelse  soli  tremila  e  cin- 
quecento, e  rimandogli  altri  tutti.  Vide  Pavia,  Genova,  Pisa, 
Siena,  e  finalmente  Roma,  ed  in  ogni  dove  fu  ricevuto,  come 
imperatore,  con  tutta  magnificenza.  Carlo  pure,  lasciata  To- 
scana, giunse  in  Puglia  per  farsi  incontro  a  Corradino,  il 
quale,  passata  Roma,  progrediva  con  molto  esercito  di  te- 
deschi ed  italiani,  accompagnato  da  Enrico  con  ottocento  sol- 
dati spagnuoli.  Non  tenne  la  strada  della  Campania,  perchè 
avea  sentito  che  il  passo  di  Ceperano  era  ben  difeso.  Tenne 
invece  la  strada  fra  i  monti  dell'Abruzzo,  e  della  Valle  Cella,  e 
senza  resistenza  alcuna  giunse  ai  piano  di«s.  Valentino  nella 
contrada  di  Tagliacozzo.  Carlo  ebbe  avviso  dell'arrivo  di  Cor- 
radino, e  partì  dall'assedio  di  Luceria,  e  con  gran  corsa  ar- 
rivò all'Aquila,  ed  assicuratasi  la  parte  che  si  lasciava  alle 
spalle,  a  traverso  di  monti  comparve  coli' esercito  a  Corradino 
nella  detta  pianura,  con  soli  tremila  uomini.  Il  fiume  divideva 
i  due  eserciti. 

Ma  il  vecchio  francese  Alardo  buono  e  prudente,  che 
tornava  di  Terra  Santa,  ed  era  in  que' giorni  arrivato  in 
Puglia,  scorgendo  il  poco  esercito  di  Carlo,  gli  disse,  che 
se  voleva  vincere  doveva  usare  più  di  arte  che  di  armi.  Carlo 
molto  fidando  nel  vecchio  gli  lasciò  la  totale  condotta  della 
battaglia.  Alardo  divise  le  truppe  di  Carlo  in  tre  schiere:  della 
prima  fece  duce  Enrico  di  Cosenza,  gigante,  cui  fece  indos- 
sare le  vesti,  e  le  insegne  di  Carlo,  e  guidare  i  provenzali,  i 
lombardi,  i  toscani,  i  campani.  Diede  la  seconda  schiera  a 
Guillelmo  Ordando  composta  di  francesi,  mettendo  i  proven- 
zali a  guardare  che  Corradino  non  passasse  il  fiume  impune- 
mente. Al  re  Carlo  poi  ordinò  di  scegliere  il  fiore  della  nobil- 


CANTO  XXVIII.  677 

là,  e  di  porsi  in  un' imboscata  dentro  una  valletta  di  dietro  di 
un  colle  con  ottocento  valorosissimi  guerrieri.  Alardo  stette 
con  Carlo.  —  Anche  Corradino  divise  in  tre  schiere  l'esercito 
suo,  Tuna  di  tedeschi  guidati  da  lui,  e  dal  duca  d'Austria 
composta  di  molti  conti,  e  baroni;  la  seconda  composta  d'i- 
taliani guidata  dal  conte  Galvagno;  la  terza  di  spagnuoli  gui- 
data da  Enrico.  Così  pieno  di  speranza,  tentò  passare  il  fiume 
con  cinquemila  soldati:  e  gli  spagnuoli  di  Corradino  ad  onta 
di  fortissima  resistenza  lo  passarono.  Allora  Corradino,  lieto 
del  superato  ostacolo,  volle  pel  primo  co' suoi,  e  coi  bravi 
spagnuoli  assalire  la  schiera  de'  provenzali  che  fu  messa  in  fu- 
ga, ed  uccise  il  duca  di  Cosenza  che  fingeva  la  persona  di  Car- 
lo. Persuaso  che  fosse  morto  il  re,  più  feroce  assalì  la  schiera 
de' francesi  ed  italiani,  che  si  mise  totalmente  in  fuga  abban- 
donando sul  campo  armi  e  bagaglio,  mentre  i  tedeschi  invece 
d' inseguirli ,  si  sbandarono  da  varie  parti ,  occupandosi  di  spo- 
gliare e  di  rapire. 

Carlo,  ed  Alardo  sopra  di  un  monticello  indicavano 
a  Guido  di  Monforte  la  fuga,  e  la  strage  delle  due  schie- 
re, e  lutti,  meno  il  vecchio,  sentivano  al  cuore  dolore  e 
vergogna,  e  fremevano  per  correre  in  aiuto;  ma  il  prudente 
Alardo  li  riteneva,  e  gridava  che  aspettassero  ancora,  perchè 
nella  sicurezza  che  i  germani  avari,  e  rapaci  si  sarebbero  di 
più  abbandonati  alla  preda,  più  facilmente  li  avrebbero  op- 
pressi. Ed  arrivò  il  momento,  ed  Alardo  gridò  —  uscite,  ora 
è  tempo  —  e  quel  grido  bastò,  perchè  quasi  fulmini  sortis- 
sero i  soldati  di  Carlo.  E  tanto  fu  subitanea  la  sortita,  che 
Corradino  li  (enne  per  propri  soldati,  e  non  si  oppose; accor- 
tosi Carlo  del  di  lui  errore  si  restrinse  co' suoi,  e  si  precipitò 
sulla  piccola  difesa  di  Corradino.  Breve,  ed  aspro  fu  Io  scon- 
tro, perchè  i  pochi  di  Corradino  erano  faticati,  né  potevano 


678  INFERRO 

soccorrersi  da  quelli  che  si  erano  sparsi,  e  qeindi  sempre  più 
assottigliavasi  secondo  che  ingrossavano  quelli  di  Carlo. 

Così  fu  distrutta  la  difesa  di  Corradi  no,  il  quale  vista  cam- 
biata la  faccia  della  fortuna  sì  mise  in  fuga  insieme  col  duca 
d'Austria  ed  altri  conti.  Alardo,  ad  onta  della  fuga  di  Corre- 
dino, gridava,  che  non  si  cessasse  dal  combattere  uniti,  che 
si  perseguitassero  i  nemici  senza  posa,  giacché  le  genti  sparse 
di  Corradino  potevano  raccogliersi, ed  aver  tese  insidie  in  qual- 
che luogo.  Salutare  consiglio!  Enrico  di  fatto  che  aveva  inse- 
guita co' suoi  spagnuoli  la  schiera  de'  provenzali ,  e  degl'  italia- 
ni, e  nulla  sapeva  della  fuga  di  Corradino,  raccolti  i  suoi  torna- 
va sul  campo ,  e  teneva  Carlo  per  Corradino  ;  ma  fattosi  vicino, 
e  scoperto  Terrore,  sorpreso  bensì,  ma  non  i  sgomenta  lo  in 
tanto  periglio,  si  mise  sulle  difese.  Carlo  non  credette  attac- 
care la  pugna  con  soldati  lassi  e  per  non  perdere  l'ottenuto 
vantaggio.  Quasi  per  un'ora  l' una  schiera  stette  immobile  con- 
tro dell'altra.  Ma  l'astuto  Alardo  usò  lo  strattagemma  di  fug- 
gire con  pochi  de' più  scelti ,  allontanandosi  molto  del  campo. 
Gli  spagnuoli  corsero  ad  inseguirli.  Carlo  allora  assalì  gli  spa- 
gnuoli e  tedeschi,  sciolti  e  divisi,  ed  Alardo  sempre  più  in* 
grossando  la  schiera  di  Carlo,  rianimò  la  battaglia.  Gli  Spa- 
gnuoli bene  armati  di  ferro  non  temevano  le  spade  francesi; 
ma  i  francesi  più  snelli  schivarono  i  loro  colpi  pesanti,  e  pre- 
sero in  ultimo  il  partito  di  trascinarli  giù  dai  cavalli,  ed  otten- 
nero allora  la  vittoria.  Molti  perirono  dall'una  e  l'altra  parte. 
Enrico  fuggì  con  pochi  a  Monte  Cassino ,  e  fu  accolto  onorevol- 
mente dall'abbate  di  quel  luogo.  Carlo  per  consiglio  di  Alardo 
restò  sul  campo  sino  a  notte  alta,  onde  raccogliere  i  suoi,  e 
completare  la  vittoria.  Questo  fatto  d'armi  ebbe  luogo  nella  vi- 
gilia di  s.  Bartolomeo  li  24  agosto  dell'anno  1267.  Carlo  in 
quel  luogo  fece  erigere  un  abbazia  magnifica  in  suffragio  delle 


CANTO  XXVIII.  679 

anime  degli  estinti  in  battaglia,  e  per  monumento  duraturo  di 
sua  gloria,  quale  abbazia  ebbe  nome  di  Vittoria.  Non  restava 
che  la  sola  guerra  coi  pisani  ;  ma  il  fratello  di  Carlo,  Lodo- 
vico re  di  Francia  ordinò,  che  si  conciliasse  coi  nemici  alla 
sola  condizione  di  proteggere  le  truppe  in  mare  nel  passaggio 
per  Barbe  ri  a,  e  per  trasportare  viveri  e  bagaglio  dalla  Sar- 
degna, come  fu.  Gonfio  Carlo  per  tante  vittorie  fissò  nell'a- 
nimo d' invadere  l' impero  di  Costantinopoli,  ma  la  mortegli 
troncò  ogni  progetto.  Della  morte  di  Corradino  si  parlerà  nel 
canto  XX  del  Purgatorio. 

E  la  da  Tagliacozzo  ove  l  vecchio  Alardo  che  mostrò 
quanto  sia  vantaggiosa  la  senile  prudenza  vinse  sanz  arme 
Alardo  non  vinse  senz'armi,  ma  sibbene  più  coir  ingegno 
che  colle  armi.  Dante  con  tal  espressione  intende  significare, 
che  la  vittoria  fu  tolta  dalle  mani  nemiche,  non  tanto  per  le 
armi  di  Carlo,  quanto  pei  consigli  del  vecchio  Alardo.  —  E 
qual  —  qualunque  mostrasse  suo  membro  forato  punto,  tra- 
passato e  guai  mozzo  troncato,  tagliato  sarebbe  nulla  sarebbe 
niente  da  equar  da  uguagliare,  parificare  al  modo  sozzo  della 
bolgia  nona  alle  piaghe  della  nona  bolgia,  nella  quale  di  conti- 
nuo son  feriti,  tagliati  e  mozzi  i  dannati  scismatici.  E  questa 
•è  pena  proporzionata  ai  loro  delitti,  perchè  divisero  i  cuori 
uniti,  e  guastarono  le  armoniche  menti  per  ragione  di  fede, 
di  amicizia,  di  civiltà,  di  parentela,  e  spinsero  gli  uomini  agli 
scandali,  agli  odii,  alle  ferite,  alla  guerra,  alle  morti.  Nulla  è 
più  acuto  e  penetrante  della  lingua  che  arriva  all'anima,  al 
cuore  de' creduli,  e  li  lacera,  e  li  divide. 

Già  veggio  seconda  parte  generale.  —  Circa  Tanno  600 
nacque  Maometto  saraceno.  Egli  tolse  moltissimi  dalla  fede 
cattolica,  e  sparse  la  sua  credenza  in  molte  parli  dell'Arabia. 
Sergio  monaco,  che  seguiva  l'errore  di  Neslorio,  scacciato  dal 


680  INFERNO 

convento,  giunto  in  Arabia,  fece  conoscenza  con  Maometto, e 
lo  istruì  nell'antico,  e  nuovo  Testamento.  —  Mortogli  il  pa- 
dre, Maometto  povero  restò  sotto  tutela  e  cura  di  uno  zio, 
com'  egli  ne  assicura  nell'alcorano  dicendo  —  mi  disse  Iddio, 
fosti  orfano,  e  ti  accolsi:  eri  povero,  e  ti  arricchii. —  Maometto 
naturalmente  astuto,  coli' acquisto  della  scienza  si  alzò  a  tanta 
audacia,  che  pensò  di  sollevarsi  al  trono  degli  arabi.  Ma  es- 
sendo senz'armi  scelse  di  fingersi  profeta,  e  col  mezzo  della 
religione  vincere  coloro,  che  non  avrebbe  potuto  sottomettere 
colla  forza.  A  questo  fine  seguiva  i  dettami  di  Sergio,  che  te- 
neva nascosto  presso  di  sé,  dicendo  che  tutto  ciò  gli  era  noto 
per  ispirazione  dell'arcangelo  Gabriele,  e  con  arti  ingegnose 
e  con  frodi  ottenne  il  principato  de' suoi  seguaci:  fingeva  di 
essere  di  continuo  in  oraziooi;  vestiva  abito  da  monaco,  e 
perchè  gì' infedeli  oravano  verso  occidente,  ed  i  cristiani  verso 
oriente,  insegnò  agli  arabi  di  pregare  verso  il  mezzodì,  co- 
stume che  dura  anche  adesso.  Neil' orare  confessano  un  Dio 
solo,  mandato  loro,  come  fu  mandato  Cristo  a  noi, e  Mosè  ai 
giudei.  Fra  le  molte  leggi  che  dettò,  vi  è  quella,  che  almeno 
una  volta  l'anno  si  facesse  il  viaggio  della  Mecca,  dove  ora  tro- 
vasi il  proprio  maraviglioso  sepolcro.  Confessava  essere  stato 
Cristo  un  gran  profeta,  ma  eh'  egli  era  un  profeta  maggiore, 
giacché  prima  della  creazioue,  il  nome  di  Maometto  era  al  co- 
spetto di  Dio,  e  dieci  angeli  ministravano  a  lui.  Pose  per  prin- 
cipio che  non  si  potesse  disputare  sulla  fede,  e  trucidarsi  gli 
oppositori ,  e  con  questo  mezzo  fece  trucidare  tutti  gli  scien- 
ziati, affinchè  non  palesassero  tale  errore,  ne  vegia  non  si 
pertugia  botte  non  si  fora  già  per  perdere  mezul  la  mezza 
parte  del  suo  fondo  o  lulla  parte  di  esso  fondo  che  sta  di  qua 
e  di  là  del  mezule;  lulla  quasi  piccola  luna,  come  culla ,  pic- 
cola cuna  come  io  vidi  uno  Maometto  fesso  dal  mento  in  sue 


CANTO  XXVIII.  581 

dove  se  trulla  cioè,  che  dalla  bocca  al  deretano  era  ludo  spac- 
cato. Fu  vaso  di  molta  nequizia  che  a  piena  bocca  vomitò, 
come  dice  Orazio,  le  minusa  gì'  intestini  pendean  tra  le  gam- 
be penzolavano  fra  le  gambe:  la  corada  il  cuore,  e  fegato 
pareva  eran  scoperti ,  e  l  tristo  sacco  lo  stomaco ,  o  ventre  che 
fa  merda  di  quel  che  si  trangugia  che  converte  in  isterco 
quanto  s'ingozza.  Lo  stomaco,  quasi  caldaia,  cuoce  il  cibo,  e 
la  più  cotta  parte  trasmette  agl'intestini.  Con  ciò  Dante  vuol 
esprimere  che  ogni  dottrina  di  Maometto  entrata  nel  di  lui  a- 
nimo  produsse  un  errore  peggiore,  che  sporcò,  ed  infettò 
gran  parte  del  mondo.  Costui  per  amicarsi  la  moltitudine  la- 
sciva (le  sette  si  fondano  sempre  in  cose  disoneste)  permet- 
teva che  si  prendessero  tante  mogli  o  concubine ,  quante  se 
ne  volevano,  in  disprezzo  della  legge  di  Cristo  e  dell'evange- 
lo,  contro  la  filosofia  de' romani  e  de' greci.  Chi  osserverà 
la  mia  legge,  diceva  egli,  godrà  nel  paradiso  degli  amplessi 
delle  vergini  e  di  tutte  le  altre  delizie. 

Guardommi  mentre  che  lui  veder  tutto  m  attacco  men- 
tre era  intento  e  fisso  a  guardarlo  e  s  aperse  el  pedo  con  le 
mani  per  vomitare  l'apostema  che  da  lungo  tempo  covava 
nel  petto  or  vedi  come  tutto  mi  dilacco  vedi  come  mi  spacco 
sino  alle  anche,  perchè  dilaccare  vale  spartire  le  lacche,  le  co- 
sce vedi  come  stopiato  come  storpiato,  guasto  e  Manometto 
cattivo  nocchiero,  che  condusse  a  naufragio  la  Chiesa  di  Dio. 

Ali  sen  va  piangendo  dinanzi  a  me  Ali  fu  lo  zio  paterno 
di  Maometto,  ed  uno  de' principali  fautori  e  fondatori  della 
setta  fesso  nel  volto  dal  mento  al  ciuffetto  avente  tutta  la  fac- 
cia pel  lungo  divisa,  tutti  gli  altri  che  tu  vedi  qui  nella  nona 
bolgia  fuor  seminatoi'  di  scandoli  e  di  scisma  colla  loro  lin- 
gua velenosa  vivi  finché  vissero  nel  mondo  e  poi  son  fessi 
spaccati  più  o  meno  secondo  la  maggiore,  o  minore  pravità 


682  INPERNO 

dello  scisma.  Finge  Dante,  che  i  scismatici  sempre  corrano  per 
la  bolgia,  ed  un  demonio  stia  nel  centro,  e  colla  spada  ferisca 
tutti  che  gli  passan  dinanzi.  La  ferita  ricevuta  si  rimargina  in 
ciascuno  prima  di  ripassare,  e  ripassando  la  riapre.  E  nel 
mondo  i  scismatici  corrono  di  continuo,  seminando  discor- 
die, istigati  dal  demonio,  che  sempre  move  la  lingua  pene- 
trante e  venefica. 

Un  diavol  e  qua  dentro  che  n  accisma  un  diavolo  squar- 
cia remitendo  ciascun  di  questa  risma  di  questi  dannati ,  che 
vengon  uno  dopo  l'altro,  come  i  fogli  di  una  risma  di  carta. 
La  risma  è  un  ammasso  di  fogli  composta  ordinariamente  di 
venticinque  quinterni,  di  dodici  fogli  l' uno  si  crudelmente  al 
taglio  de  la  spada  niun  ferro  è  più  acuto  e  crudele  della  lin- 
gua maledica,  quando  havera  volta  la  dolente  strada  dopo 
aver  fatto  il  giro  della  valle  dolorosa  pero  che  le  ferule son  ri- 
chiuse purché  le  ferite  siano  rimarginate  prima  di  ripassare 
dinanzi  al  demonio  prima  eh  altri  dei  dannati  la  rivada  vada 
di  nuovo,  ritorni  dinanzi  alla  spada  del  demonio. 

Ma  chi  se  tu  che  nsu  lo  scoglio  muse  chi  sei  tu  che  os- 
servi dal  ponte  le  ferite  del  ferro  diabolico?  forse  per  indu- 
giar d  ire  a  la  pena  stai  forse  per  indugiare  a  metterti  sotto 
la  pena?  che  giudicata  in  su  le  tue  accuse  tue  colpe  si  l  mio 
Maestro  rispose  ne  morte  il  giunse  ancora  Virgilio  rispose 
a  Maometto,  questi  non  è  scismatico,  e  non  è  morto  ancora  ne 
colpa  il  mena  ancor  mortai  sotto  la  spada"  del  diavolo.  Ma 
che  va  dunque  facendo  nella  bolgia  de'  scismatici?  Risponde 
Virgilio  a  me  che  morto  son  ossia  son  nel  numero  de' dannati 
all'Inferno  convien  menarlo  per  lo  Inferno  qua  giù  di  grado 
in  grado  bisogna  che  lo  guidi  di  cerchio  in  cerchio  per  dare 
lui  esper lentia  piena  per  dargli  cognizione  di  questo,  e  de- 
gli altri  castighi  infernali.  Ed  aggiunge  —  Felice  quei  che  da 


canto  xxvin.  683 

sventure  altrui.  —  Ad  esser  cauto  impara  —  confermandolo 
col  dire  inoltre  e  questo  e  ver  cosi  com  io  ti  parlo  ed  io  lo  so 
per  esperienza.  — più  fuor  di  cento  ossia  molti  che  si  stavan 
nel  fosso  pel  quale  prima  andavano  a  riguardarmi  per  ma- 
raviglia a  guardarmi  con  istupore,  perchè  vivente  e  non  pu- 
nito quando  ludiron  da  Virgilio  obliando  il  martiro  ferma- 
ronsi  di  correre  al  castigo.  I  seminatori  di  discordie  talvolta 
alla  voce  del  sapiente  tralasciano  il  vizio  sul  riflesso  della  im- 
mancabile pena,  e  ciò  avverrebbe  a  molti,  quando  leggessero 
questo  canto.  —  Maometto  udendo,  che  Dante  era  vivo,  e  che 
dovea  tornare  al  mondo,  gli  dice,  che  avverta  un  suo  amico 
di  guardarsi  da  un  vicino.  —  E  per  meglio  intendere  il  dis- 
corso di  Maometto  sappi  che: 

Nel  pontificato  di  Bonifacio  Vili  circa  il  1300  sorse  in 
Lombardia  uno  scisma,  che  avrebbe  fatto  gran  male,  se 
non  si  fosse  troncato  quasi  nel  nascere.  Ne  era  autore  fra 
Dolcino  di  Novara.  Nacque  nel  contado  di  Prato,  sotto  al 
castello  Romagnano ,  presso  del  fiume  Licida.  Fanciullo  an- 
cora si  portò  a  Vercelli,  ed  ivi  fu  nutrito  nella  Chiesa  di 
s.  Agnese  presso  la  porta  del  fiume  Savino,  in  cui  si  sca- 
rica il  fiume  Licida,  dal  prete  Augusto,  che  lo  fece  istrui- 
re nella  grammatica  dal  professore  Ston.  Dolcino  si  mo- 
strò subito  di  acutissimo  ingegno  e  lo  scolaro  il  più  dili- 
gente, e  più  caro.  Ma  l'indole  prava  nascosta  sotto  buona 
apparenza  non  istette  molto  celata:  era  egli  di  piccola  statura, 
di  faccia  ridente,  civile  e  rispettoso  con  tutti;  ma  in  ultimo 
rubò  al  prete  suo  protettore  non  piccola  somma;  ed  avendo  il 
derubato  somma  fiducia  in  Dolcino,  come  spesso  accade,  so- 
spettò in  altri  l'autore  del  furto,  e  specialmente  nel  domestico 
Patra.  Questi  mal  soffrendo  la  imputazione  tanto  ingiusta, 
prese  Dolcino  in  disparte,  e  colla  minaccia  di  privata  tortura 


•  684  INFERNO 

lo  fece  confessare  il  furto  e  voleva  trascinarlo  al  castigo  dello 
zio.  Ma  il  prete  Augusto  lo  negò  per  non  addivenire  irregola- 
re, e  non  pertanto  Dolcino  spaventato  fuggì  dal  suo  protetto- 
re, e  si  fermò  in  Trento  sui  confini  d'Italia.  Ivi,  in  que' monti, 
fra  genti  rozze  e  credule  cominciò  a  fondare  la  sua  setta,  ve- 
stendo abito  di  povero  fraticello,  predicando  esser  egli  un  A- 
postolo,  e  tutto  doversi  mettere  in  comunione  coi  nostri  simili 
comprensivamente  l'uso  delle  donne,  senza  distinzione  dei 
gradi  di  parentela  neppur  di  madre  e  di  figlia.  Il  vescovo  di 
Trento  sentì  con  orrore  tanta  nefandità,  e  lo  fece  scacciare  da 
quei  monti,  ne' quali  aveva  già  approfondite  massime  tanto 
orrende.  Dolcino  andò  errando  in  altre  montagne  lombarde, 
traendosi  dietro  molti  seguaci,  scegliendo  luoghi  difficili,  ben 
difesi,  e  ne' quali  la  fuga  fosse  sempre  facile  e  sicura.  Si  fer- 
mò qualche  tempo  ne' monti  di  Brescia,  Bergamo,  Como,  e 
Milano.  Finalmente  scacciato  da  tutti  i  luoghi,  tornò  alla  pa- 
tria, e  fissò  la  vita  ne'monti  tra  Novara,  e  Vercelli,  doVe  lo 
seguirono  tre  mila  robusti  giovani  tra  nobili  e  ricchi  citta- 
dini. Né  è  a  maravigliarsi,  perchè  l'opinione,  o  la  fede  di 
Dulcino  secondava  le  più  vergognose  voluttà  e  perchè  il  capo 
setta  eradi  acuto  ingegno,  e  dotato  di  soave  e  seducente  elo- 
quenza, che  vinceva  qualunque  l'udiva.  Avendo  avuta  notizia 
che  contro  di  lui  si  stava  preparando  fiera  guerra,  cominciò 
a  fortificare  il  monte,  che  finora  ritiene  il  nome  di  Gazaro, 
ed  il  luogo  abitato  Triverio,  trasportando  vettovaglie  ed  altri 
oggetti  di  necessità,  che  in  tutta  fretta  potè  rinvenire.  I  nova- 
resi, e  quei  di  Vercelli  cinsero  il  monte  di  formale  assedio  con 
macchine  ed  altri  guerreschi  strumenti:  si  aggiunsero  agli 
assedianti  molti  crocesegnati  di  Terra  Santa ,  tornando  da  Gal- 
lia  Cisalpina,  e  Transalpina,  da  Vienna,  dalla  Provenza,  dal- 
la  Francia.  Anche  le  donne  aiutarono  la  guerra,  e  sommini- 


capo  xxviu.  685 

strarono cinque  baliste  in  quell'assedio  lungo,  aspro  eduris- 
simo. Gli  assediati  si  difendevano  con  ostinazione,  ma  la  fame 
che  vince  ogni  fortezza,  e  che  sempre  più  cresceva  cominciò 
a  spaventarli:  si  erano  mangiate  fino  le  pelli  ed  i  cuoi.  Alcuni 
provvidero  alla  loro  salvezza,  tornando  alla  verità,  ed  arren- 
dendosi, ma  l'assedio  durò  per  un  anno  ed  un  giorno,  e  lo 
scisma  per  doppio  tempo.  Finalmente  Dole  ino,  e  sua  moglie 
Margherita  di  Trento  furono  presi  insieme  con  altri,  e  stretti 
in  carcere. 

Istruito  da  sommi  maestri  non  volle  mai  ricredersi  del 
primo  errore,  e  convertirsi;  perlocchè  fu  condannato,  e  tor- 
mentato con  tanaglie  roventi,  che  gli  laceravano  le  carni  fino 
all'osso,  e  così  crudelmente  straziato  fu  condotto  per  tutte  le 
strade,  e  vicoli  della  città.  Fra  tanti  e  tali  tormenti,  si  dice, 
che  mai  non  cambiasse  faccia,  se  non  una  volta  sola  nel  bru- 
ciargli il  naso,  perchè  strinse  alcun  poco  le  spalle,  come  le 
strinse  nel  lacerargli  le  parti  virili  presso  la  porta  della  città 
nomata  porta  dipinta,  dove  trasse  un  sospiro.  Potrebbe  te- 
nersi per  martire  se  la  pena  costituisse  la  gloria  del  martirio. 
Nel  tempo  del  tormento  esortava  la  sua  Margherita,  quantun- 
que lontana,  ad  essere  costante.  Dessa  imbevuta  dalla  mede- 
sima dottrina,  non  si  dipartì  mai  dal  precetto  maritale,  e  più 
di  lui  pertinace,  stette  più  ferma  nell'errore,  avuto  riguardo 
alla  debolezza  del  sesso.  Molti  nobili  la  chiesero  in  consorte, 
sì  per  la  somma  bellezza,  sì  per  la  ricchezza,  ma  essa  non 
volle  mai  piegarsi,  e  perciò  in  pari  pena  con  Dolcino  suo,  dal 
ferro  e  fuoco  lacerata,  con  imperturbabile  ardire  lo  segui 
nell'Inferno.  Il  maestro  Romualdo  da  Bergamo  fu  medico  di 
Dolcino,  il  cui  nipote  mi  andava  spesso  contando  i  portenti 
di  quest'uomo  singolare  tu  che  forse  vedrai  il  sol  di  breve 
che  fra  poco  tornerai  al  mondo  de' viventi,  dove  splende  il 


686  INFERNO 

sole  or  di  a  fra  Dolein  dunque  dirai  a  fra  Dolcioo  che  s  armi 
che  si  premunisca,  e  fortifichi  si  di  vivande  di  vettovaglie  che 
stretta  di  neve  al  giunger  dell'  inverno  non  rechi  la  vittoria 
al  Novarese  non  dia  lui  prigioniero  ai  novaresi  eh  altrimenti 
non  saria  leve  acquistar  operando  diversamente  qui  presto 
verrà  sogli  non  vuol  qui  tosto  seguitarmi  Maometto  predice 
in  tal  modo  a  Dolcino  la  morte  vicina.  Maometto  fu  ucciso  da 
veleno,  essendo  ancor  giovane.  Manometto  mi  disse  està  pa- 
rola da  dire  a  Dolcino  per  parte  sua  poiché  stese  dopo  che 
levò  / un  pie  per  girsene  per  partirsi,  e  lo  distese  in  terra 
indi  a  partirsi.  Dante  finge,  che  Maometto  dicesse  questa  pa- 
rola a  piede  alzato,  per  mostrare  la  fretta  de)  castigo.  Dolcino 
nacque  nel  1256,  e  viveva  al  tempo  della  visione  di  Dante. 

Un  altro  terza  parte  generale.  —  Pietro  da  Medicina  fu 
altro  pessimo  seminatore  di  scandali,  che  insegnò  l'arte  la 
più  infame.  Eccone  il  modo.  Sapeva  p.  e.  che  il  Malatesta  di 
Rimino  cercava  stringere  parentela  con  Guido  di  Ravenna,  e 
Pietro  avrebbe  trovato  come  per  caso  un  domestico  del  Mala- 
testa  chiedendogli  con  effusione  di  cuore  —  come  sta  il  mio 
signore?  E  dopo  molti  complimenti  infine  avrebbe  concluso  — 
gli  dirai  che  mi  mandi  un  suo  fido  col  quale  aprirmi  come  farei 
con  lui  sopra  cose  da  non  penetrarsi  da  nessun  suddito. — Giun- 
to il  messo  gli  avrebbe  detto  — o  mio  carissimo,  di  malavo- 
glia lo  dirò,  perchè  sarebbe  del  dover  mio  tacere;  ma  l'af- 
fetto sincero  in  verso  del  mio  signore  Malatesta,  non  vuole 
che  io  taccia  più  oltre.  La  cosa  è  in  questa  guisa:  si  guardi 
da  quel  di  Ravenna,  altrimenti  gli  succederanno  guai.  —  Ri- 
mandava il  nunzio  così  imbeccato,  ed  altrettanto  faceva  eoo 
Guido  di  Ravenna  persuadendolo  a  guardarsi  da  Malatesta  di 
Rimino.  Così  l'uno  insospettito  dell'altro  a  poco  a  poco  si 
toglieva  dai  trattati,  e  faceva  carico  all'altro  della  mancanza, 


capo  xxviii.  687 

e  ciascuno  diceva  che  Pielro  aveva  detta  la  verità,  e  lutti  due 
mandavano  regali  a  Pietro  ora  di  cavalli  superbi,  ora  di  og- 
getti preziosi.  Così  erano  in  apparenza  amici,  ma  in  cuore  vera- 
mente nemici,  un  altro  Pietro  da  Medicina  che  forata  uvea 
la  gola  perchè  nella  gola  formasi  la  voce  di  cui  servi  vasi  co- 
stui per  seminar  sospetti,  e  dissensioni  e  tronco  il  naso  fin 
sotto  le  ciglia  fino  alla  fronte  simbolo  dell'onore^  non  awa 
ma  che  un  orecchia  solarla  natura  diede  all'  uomo  due  orec- 
chie ed  una  lingua  sola  perchè  udisse  il  doppio  di  quel  che 
parlasse:  mise  per  freno  della  lingua  una  siepe  di  denti  e  due 
labbri,  ristato  a  riguardar  per  meraviglia  fermato  a  guar- 
darmi con  i stupore,  perchè  vivente,  e  senza  pena  con  altri 
che  rimasero  più  di  cento  apri  la  canna  eh  era  di  fuor  d  o- 
gni  parte  vermiglia  tutta  sanguinante  per  la  riportata  ferita 
anzi  gli  altri  dinanzi  agli  altri. 

Poi  quel  Pietro  mi  disse  o  tu  cui  colpa  non  condanna  o 
Dante  non  condannato  per  colpa  come  io  fui  e  cui  io  vidi  in 
su  terra  latina  in  Medicina  sua  patria,  castello  fra  Bologna, 
ed  Imoja  se  troppa  simiglianza  non  m  inganna  se  non  isba- 
glio,  mi  sembra  averti  veduto  in  mia  patria. 

Medicina  è  un  grosso  castello,  e  buona  piazza  tra  Bolo- 
gna ed  Imola,  che  una  volta  ebbe  un  forte,  in  cui  regnarono 
a  lungo  nobili  e  potenti  personaggi  detti  capitani  di  Medici- 
na, e  della  cui  stirpe  ora  niuno  rimane.  Alla  casa  di  Pietro 
molte  volte  andò  l'autor  nostro,  rimembrati  ricordati  de  Pier 
da  Medicina  usa  del  cognome  tratto  dalla  patria,  come  costu- 
mavasi  allora  sa  mai  torni  a  veder  lo  dolze piano  il  piano  di 
Lombardia,  e  Romagna  veramente  dolce,  e  soave  che  decli- 
na da  Vercelli  a  Marcabò.  La  città  di  Vercelli  è  all'estremità 
di  Lombardia,  e  Marcabò  quasi  alla  foce  del  Po.  Marcabò  è 
castello,  che  edificarono  i  veneziani  su  quel  di  Ravenna  presso 


688  INFERNO 

le  foci  del  Po,  per  avere  quel  posto  in  loro  potere,  onde  le 
cose  tutte  che  si  trasportavano  dal  mare  in  Po,  fossero  solio 
degli  occhi  loro.  Roberto  da  Polenta  avendolo  conquistato,  lo 
rovesciò  dai  fondamenti  dopo  un  aspra  battaglia,  ed  una  to- 
tale disfatta  de' veneziani  presso  Ferrara  nel  1308.  Così  Pie- 
tro vuol  dire  —  se  ti  avvenga  di  vedere  le  terre  di  Vercelli 
fino  a  Ravenna  —  perchè  era  solilo  tendere  le  sue  reti  ai  si- 
gnori di  Lombardia,  e  di  Romagnar 

Malalestino  di  Rimino,  che  Dante  chiama  Mastino  nuovo, 
ordinò  un  congresso  nel  castello  la  Cattolica,  chiamandovi  due 
spettabili  cittadini  di  Fano,  i  quali  giunsero  in  una  nave  per 
la  via  di  mare;  ma  arrivati  vicino  al  monte  Focara,  furono 
precipitati  nel  mare,  e  soffocati  da  quelli  stessi  che  li  avevano 
trasportati  e  fa  saper  ai  due  miglior  di  Fano  ai  due  più  illu- 
stri fanesi.  Fano  è  città  nel  littorale  dell'  Adriatico,  distante 
da  Rimino  trenta  miglia  a  messer  Guido  ser  Guido  del  Casaro 
ed  anco  ad  Agnoletto  Agnoletto  da  Cagnano  —  ambidue  si- 
gnori di  detta  città  gittati  saran  fuor  di  lor  vascello  saranno 
gittati  in  mare,  e  privati  di  vita  e  macerati  presso  ala  Catto- 
lica. La  Cattolica  è  castello  o  terra,  oggi  assai  deserta ,  presso 
al  mare  tra  Rimini  e  Pesaro  per  tradimento  d' un  tiranno 
fello  di  Malatestino  feroce.  E  questo  ardire  di  Dante,  d' infa- 
mare un  tiranno  tanto  apertamente,  tanto  a  lui  vicino,  tanto 
potente,  e  vivente,  sa  di  eroismo  se  l antiveder  qui  none 
vano  se  i  dannati  possono  conoscere  il  futuro. 

Nettunno  Dio  de)  mare  non  vide  mai  si  gran  fallo  sul  ma  re 
ne  da  Pirati  non  da  corsari ,  assassini  di  mare  ne  tra  gente  ar- 
gotica  gente  greca  così  nomata  dalla  città  d' Argo.  Giasone  gre- 
co pel  primo  in  Argo  tentò  una  spedizione  navale  per  la  conqui- 
sta del  vello  d'oro ,  e  condusse  Medea,  e  tradì  Isipile  tra  l  isola 
di  Cipri ,  e  di  Maiolica  quasi  di  ca  —  in  tutto  il  mondo  non  fu 


canto  xxvm.  689 

commessa  maggior  scelleratezza  nel  mare,  benché  in  Sicilia 
vicina  a  Cipro  fossero  pirati  crudeli,  che  a  lungo  infestarono 
quelle  parti,  e  che  furono  poi  distrutti  dal  gran  Pompeo.  Ma 
Sesto  di  lui  figlio  usò  invece  dei  pirati  per  occupare  la  Sicilia, 
e  per  sostenere  molte  e  terribili  battaglie  contro  di  Augusto 
Quello  tradUor  perchè  contro  il  diritto  delle  genti  violò  la  fe- 
de degli  ambasciatori  che  vede  pur  con  luna  occhio:  Malate- 
stino  era  monocolo,  e  quando  taluno  gli  diceva,  signore,  voi 
m'intendete,  rispondeva  —  Dio  volesse  che  vedessi  così  be- 
ne!—  ed  egli  vedeva  più  con  un  occhio,  che  gli  altri  con  due 
al  pari  di  Annibale.  Filippo  padre  di  Alessandro  aveva  un  oc- 
chio solo,  e  fu  di  molta  astuzia  ed  ingegno,  ma  di  fede  po- 
chissima. In  senso  morale  può  interpretarsi  questo  passo  così: 
ha  due  occhi  in  volto,  l'uno  alle  celesti,  1'  altro  volto  alle  cose 
terrestri;  costui  perduto  1'  occhio  del  cielo,  rimase  l'occhio 
terreno  e  tiene  la  terra  Rimino  che  tale  equi  meco  in  questa 
bolgia  che  vorebbe  esser  digiuno  di  vederlo  Curio  romano  non 
vorrebbe  mai  aver  visto  Rimino ,  perchè  non  sarebbe  qui  dan- 
nato farà  venirli  li  chiamerà  a  parlamento  seco  e  sotto  tale 
onesta  apparenza  farà  si  opererà  che  voto  ne  preco  farà  lor 
mesterò  al  vento  dtFocaraFocaraèalto  monte  presso  la  Cat- 
tolica sopra  il  mare,  dove  sogliono  accadere  tempeste,  e  nau* 
fragii,  e  perciò  i  naviganti  fan  voti  e  preci ,  e  passò  in  prover- 
bio Dio  ti  guardi  dal  vento  focarese  —  Dante  ricerca  notizie 
da  Pietro  di  quel  gran  scismatico  antico,  di  cui  fece  inciden- 
talmente menzione,  volendo  parlar  di  Rimino,  dimostrami  e 
dichiara  chi  e  colui  de  la  veduta  amara  che  amaramente 
vide  Rimino  se  voi  che  porti  novella  di  te  su  se  brami,  che 
porti  di  te  novella  nel  mondo.  Quel  Pietro  allor  porse  le  mani 
alla  mascella  di  un  suo  compagno.  L'autore  chiama  Curio 
compagno  di  Pietro  vissuto  1300  anni  prima,  ma  solo  nella 
Ramraldi  —  Voi.  ì.  A4 


690  INFERNO 

colpa  e  nella  pena  e  la  bocca  gli  aperse  per  mostrare  la  qua- 
lità del  castigo  gridando  questi  e  desso  non  favella  questi  è 
colui  di  cui  tu  cerchi  e  non  favella  perchè  senza  lingua. 

Curio  romano  fu  un  oratore  eloquentissimo,  tribuno  della 
plebe  al  tempo  della  guerra  civile.  Espulso  dalla  patria,  perchè 
eccitava  gli  animi  contro  di  Cesare  corse  a  Rimino,  e  si  pre- 
sentò a  Cesare  stesso,  come  scrive  Lucano,  e  trovandolo  sem- 
pre dubbioso  e  titubante,  con  eloquente  discorso  lo  eccitò  a 
mover  guerra  alla  patria  dicendo  —  Mentre  dubbiose  oscillano 
le  parti  —  anco  di  forze  incerte,  e  senza  guida  —  V  indugio 
rompi ,  che  pur  sempre  nocque  —  tempo  frappor  a  chi  d'opra- 
re è  pronto.  —  Il  consiglio  dato  a  Cesare  fu  cagione  di  sua  dan- 
nazione, questi  scacciato  dal  senato,  e  dai  nobili  che  favori- 
vano le  parti  di  Pompeo  somerse  tolse  il  dubitar  in  Cesare 
affermando  accertando  che  l  fornito  che  Y  uomo  preparato 
sempre  sofferse  sempre  si  pregiudicò  nell'  attendere  nel  ritar- 
dare con  danno.  Il  ritardo  ritorce  il  danno  contro  il  ritarda- 
tore. Dante  fece  menzione  di  Curio,  perchè  si  strappò  volon- 
tariamente la  lingua, avendola  altrui  venduta.  Curio  fu  il  pri- 
mo sostenitore  di  libertà ,  ma  corrotto  dai  doni,  e  dall'oro  di 
Cesare  si  cambiò  in  di  lui  smaccato  fautore.  Virgilio  nel  sesto 
dell'  Eneide  dice  di  lui  —  costui  vendette  la  patria  ecc.  e  Lu- 
cano nel  terzo  —  altri  comprarono,  questi  vendette  Roma, 
o  quanto  Curio  che  fu  eloquentissimo,  e  la  eloquenza  pareva 
ereditaria  nella  casa  de' Curii,  e  furono  successivamente  tre 
Curii  oratori,  dei  quali  il  padre  disse  tante  disoneste  cose  di 
Cesare,  che  non  permette  il  pudore  rammentarle,  che  fu  cosi 
ardito  a  dire  tanto  eloquente  mi  paria  sbigotito  mi  parca 
spaventato,  atterrito  con  la  lingua  tagliata  nella  strozza  può 
intendersi  moralmente  che  costui,  se  la  tagliasse  volontaria- 
mente per  essersi  venduto  ai  grandi  e  potenti,  e  perchè  la 


CANTO   XX Vili.  691 

vergogna  gì'  impediva  di  favellare.  Curio  alla  sua  volta  fu  fe- 
rito e  lacerato,  imperocché  mandato  da  Cesare,  e  giunto  in 
Africa,  soggiogò  Baro,  che  per  Pompeo  reggeva  una  provin- 
cia, e  si  gonfiò  di  tal  vittoria;  ma  fu  colto  e  sconfitto  dal  re 
Giuba,  e  perdette  P  esercito.  Potendo  fuggire  volle  piuttosto 
morire  co'  suoi,  e  si  cacciò  nel  folto  della  mischia,  e  fu  tru- 
cidato lasciando  il  corpo  suo  insepolto,  pasto  d'  uccelli  al  dire 
di  Cesare, e  come  scrive  Lucano.  Plinio  dice  di  Curio,  che  nien- 
te altro  ebbe  di  proprio  fuori  della  discordia  cittadina. 

Et  un  quarta  parte  generale.  —  Mosca  degli  liberti  di  Fio- 
renza nobile  guerriero,  che,  nel  consiglio  Ghibellino  in  Fio- 
renza, in  cui  trovavansi  gli  Ubèrti,  i  Lamberti, gli  Amidei,  e 
molti  altri ,  persuase  di  trucidare  il  giovane  Buondelmonle  il 
quale  aveva  tradita  una  donzella  degli  Amidei  a  lui  impalma- 
ta, e  sposata  un  altra  dei  Donali.  I  vecchi  del  congresso  ten- 
tarono dissuadere  guardando  al  fine,  ma  il  Mosca  ripeteva  il 
proverbio  —  cosa  falla  capo  ha,  —  e  con  altri  compagni  si 
pose  all'  agguato,  e  trucidò  il  Buondelmonle,  per  lo  che  nac- 
que quel  grand*  odio  di  parte,  che  fu  cagione  della  cacciata 
de'Ghibellini  da  Fiorenza. 

E  lunch  avea  l  una  e  l  altra  man  mozza  castigo  do- 
vutogli ,  perchè  non  solo  colla  lingua  cerilo  al  sangue,  ma  colla 
mano  lo  versò,  e  quel  sangue  fece  nascere  la  guerra  civile 
levando  i  moncarin  le  monche  braccia  pei*  l  aria  fosca  per 
Paria  oscura,  come  sogliono  fare  i  poveri  per  movere  a  com- 
passione si  che  l  sangue  facea  la  faccia  sozza  perchè  di  fre- 
sco mozzato,  ed  il  sangue  bagnava  lui,  e  gli  altri  di  sua  par- 
te, e  moralmente  la  di  lui  fama,  perchè  d'altronde  fu  sem- 
pre probo  e  valente  come  nel  canto  VI.  grido  ricordate  an- 
cho  del  Mosca  cioè  di  lui  resti  ai  posteri  memoria  che  disse 
lasso  che  sventuratamente  disse  capo  ha  cosa  facta  cosà  fatta 


692  INFERNO 

capo  ha  che  fu  mal  sente  per  la  gente  tosca  perchè  per  la 
morte  d'un  solo  si  sollevò  tutta  Toscana,  e  venner discordie, 
e  guerre  civili.  Fiorenza  capitale  commossa  che  sia,  si  com- 
movono anche  le  altre  città  dipendenti  et  io  gli  aggiunsi  e  mor- 
te di  tua  schiatta  non  solo  fosti  mal  seme  per  la  Toscana,  ma 
in  ispecie  della  tua  famiglia  per  eh  egli  accumulando  duol  con 
duolo  dolore  a  dolore,  dolore  del  castigo,  e  dolore  dei  detti 
di  Dante  sen  gio  si  allontanò,  fuggì  cogli  altri  come  persona 
trista  e  matta  egli  era  stato  una  volta  lieto  della  floridezza 
degli  liberti  propria  famiglia,  ma  dopo  il  fatale  consiglio  fu 
tristo,  e  tenuto  per  pazzo,  come  al  canto  XVI  del  Paradiso. 

Ma  io  rimasi  a  riguardar  lo  stuolo  a  mirare  gli  altri  e 
vidi  cosa  tale  che  io  avrei  paura  di  contarla  solo  sanza  più 
prova  col  solo  testimonio  di  mia  voce  se  non  che  conscientia 
m  assicura  la  mia  coscienza  mi  fa  tranquillo  la  buona  com- 
pagnia che  franchegia  e  mi  fa  ardito  sotto  l  osbergo  di  sen- 
tirsi pura  dalla  certezza  di  essere  pura.  L'  ultimo  scisma- 
tico ,  che  Dante  descrive ,  fu  un  inglese,  o  come  altri  vogliono 
di  Guascogna  —  Bertrando  del  Bornio,  —  destinato  alla  cu- 
stodia di  Giovanni  figlio  di  Arrigo  II. 

Giovanni  fu  soprannomato  il  giovane.  Nel  mentre  questi 
educavasi  alla  corte  di  Francia  accadde,  che  un  nobilechiese 
al  re  di  Francia  una  grazia,  che  il  re  negò  fermamente  di  ac- 
cordare, ed  il  petente  si  partì  umilialo  e  confuso.  11  re  com- 
preso da  dispiacenza  si  volse  ai  circostanti  e  disse.  —  Vi  è 
forse  al  mondo  cosa  più  molesta  di  chieder  grazie,  e  non  ot- 
tenerla? allora  Giovanni  —  certamente,  o  sire,  il  negare  deve 
essere  molesto  ad  animo  grande  —  Il  re  maravigliato  di  tal 
risposta  di  un  giovanetto,  lo  lodò,  assicurando  che  non  poteva 
mancare  che  un  giorno  egli  non  fosse  stato  magnanimo,  cui 
fecero  eco  gli  astanti.  Richiamalo  pertanto  quel  nobile,  il  re  gli 


capo  xxvni.  693 

accordò  la  grazia  dimandata.  Preso  Bertrando  dall'amore  di 
quel  Giovanni  fece  allora  proponimento  di  vivere,  e  morire 
con  lui.  Giovanni  cresciuto  in  età  fu  il  più  liberale  e  magni- 
fico di  tutti ,  e  tutto  largamente  accordava,  non  sapendo  negare 
alcuna  grazia;  perlocchè  Enrico  di  lui  padre  credette  affidar- 
gli una  parte  di  regno.  Ma  per  la  sua  liberalità  in  breve  di- 
venne povero;  ed  il  padre  altra  parte  ne  accordò,  ma  nep- 
pur  questa  bastando,  prendeva  prestiti  enormi,  ed  era  debi- 
tore di  quasi  lutti  i  sudditi  suoi.  Bertrando  invece  di  frenarlo 
sfacciatamente  loda  vaio,  eccitandolo  a  maggiore  larghezza, 
per  cui  si  rese  odioso  al  padre,  che  gli  venne  incontro  con  un 
esercito.  Assediato  in  Altoforte,  Giovanni  un  dì  sortì,  e  pu- 
gnando valorosamente,  riportò  una  ferita  da  una  balista.  Por- 
tato dentro  fra  suoi,  giudicandosi  mortale  la  ferita,  gli  fu  sug- 
gerito disporre  delle  cose  sue  prima  di  morire.  —  Ma  di  che 
debbo  disporre,  disse  il  moriente,  se  non  ho  nulla?  —  Allora 
certo  Bardoro,  che  gli  aveva  prestati  cento  mila  scudi  d'oro 
e  piangeva,  soggiunse.  —  Ed  io,  o  sire,  che  mai  farò?  —  Gio- 
vanni sospirando  replicò.  — Tu  solo  mi  sforzi  a  far  testamen- 
to—  si  chiamò  un  notaro,  e  fra  le  altre  disposizioni  dettò  un 
legalo  singolarissimo.  —  Lascio  l'anima  mia  al  diavolo  se  il 
padre  mio  non  paga  i  debiti  miei  fino  all'ultimo  soldo.  — 
Spirò  tosto  dopo,  ed  il  castello  si  arrese  al  padre,  e  Bertrando 
fu  fatto  prigioniero.  Chiamatolo  Arrigo  alla  sua  presenza,  gli 
disse — Bertrando,  spesso  dicesti  non  avere  adoprata  che  metà 
di  tua  prudenza,  ma  ora  ti  farà  forza  usarla  intera.  —  E  Ber- 
trando all'incontro.  —  Sire,  morto  Giovanni,  morirono  con 
lui  la  mia  prudenza,  il  mio  ingegno,  il  mio  sapere.  —  Com- 
mosso Arrigo  a  tale  risposta  gli  perdonò,  e  quando  amiche- 
volmente lo  riprendeva  di  non  avere  ripreso  Giovanni,  rispon- 
deva —  noi  vidi  mai  errare  una  volta.  —  Rientralo  in  sé  stesso 


694  INFERRO 

Enrico  pianse  molto  la  morte  del  figlio  suo,  quale  Davide  per 
la  morte  di  Assalonne,  i  vidi  certo  et  anche  par  die  il  veggia 
tanto  fisamente  osservai  un  busto  un  torso  andar  sanza  capo 
perchè  staccato  dal  buslo  si  come  gli  altri  della  trista  greggia 
quantunque  colla  testa  staccata  andava  insieme  cogli  altri  e 
tenea  l  capo  tronco  la  testa  staccata  dal  busto  peso  pendolo, 
pendente  per  le  chiome  pei  capelli  a  guisa  di  lanterna.  Chi 
porta  lanterna  vede  pel  lume  che  vi  si  contiene,  e  del  pari 
costui  vedeva  cogli  occhi  della  testa  che  aveva  in  mani  et  quel 
mirava  noi  cioè  me  vivente,  e  Virgilio  e*  diceva  oi  me  oh  Dio 
qual  pena!  facia  di  se  della  testa  lucerna  lume,  candeliere, 
lanterna  et  eran  due  in  uno  et  uno  in  due  doppio  per  la  lin- 
gua, e  per  la  mente  parlando,  e  pensando  tanto  il  tronco 
quanto  la  testa  divisa,  come  esser  può  quel  sa  che  ci  governa 
Dio  solo  che  ci  governa  sa,  come  ciò  avvenga. 

Levo  il  braccio  alto  con  tutta  la  testa  perchè  Bertrando 
slava  in  fondo  alla  bolgia,  e  Dante  sul  ponte  quando  diritto 
fue  appiè  del  ponte  per  più  facilmente  udire  le  parole,  die  fuor 
che  furono  tali  tu  che  spirando  tu  che  ancor  vi  vomì  veden- 
do i  morti  i  castighi  dei  dannati  or  vedi  la  pena  molesta  la 
testa  troncata  vedi  s  alcuna  e  grande  come  questa  se  alcuna 
è  maggiore  o  simile  a  questa,  sappi  eh  io  son  Beltram  del 
Bornio  quelli  che  diedi  a  re  Giovanni  i  mal  conforti  Gio- 
vanni, secondo  Svetonfo,  fu  un  altro  Tito  Vespasiano,  amore 
e  gioia  del  genere  umano,  libéralissimo,  placidissimo,  di  ac- 
coglienze dolcissime:  visse  al  pari  di  Tito,  e  morì  in  guerra, 
come  fu  detto.  Gli  successe  Riccardo  valorosissimo,  che  o- 
però  gesta  stupende  nella  presa  di  Acon  perche  tu  porti  per- 
chè tu  rechi  nel  mondo  de  me  vere  novelle  più  vera  storia  io 
feci  l  padre  e  l  figlio  in  se  ribelli  nemici  fra  loro. 

Abbiamo  dal  libro  dei  re,  che  David  ebbe  un  figlio  prì- 


CANTO  XXVIII.  695 

mogenito  Amon,  preso  d'amore  per  sua  sorella  Tamar,  bel- 
lissima fra  le  donne  di  Gerusalemme,  e  moriva  per  lei.  Con- 
sigliato dagli  amici  si  finse  malato,  e  David  padre  mandavagli 
Tamar  ad  assisterlo.  Amone,  allontanati  i  domestici,  e  chiusa 
la  porta  in  segreta  stanza  forzò  Tamar  repugnante:  ma  com- 
pito l'incesto,  convertì  P  amore  in  odio,  e  fece  scacciarla  ver- 
gognosamente. Tamar  partendo,  piangendo,  e  lamentandosi, 
incontrò  Assalonne  fratello  di  lei  uterino,  cui  palesò  il  forzato 
incesto,  e  Podio  che  lo  seguì.  Sarai  vendicata  le  rispose,  e 
per  due  anni  covò  nascostamente  la  vendetta.  Ed  in  luogo  da 
città  lontano  invitò  un  giorno  il  padre  e  tutti  i  fratelli,  e  con* 
giunti.  David  ricusò  intervenire  e  mandò  per  la  scusa  Amon, 
e  figli  suoi.  In  sul  finir  del  convito  Amon  si  era  alquanto  per 
le  bevande  alterato,  ed  i  sicari,  a  certo  segno,  si  slanciarono 
sopra  lui,  e  lo  trucidarono  per  ordine  di  Assalonne.  Ciò  fatto 
fuggirono,  e  con  essi  lo  stesso  Assalonne  nella  Siria,  dove  stan- 
ziarono tre  anni.  Finalmente  Gioabbo  condottiero  dell'esercito 
di  David  mettendosi  mediatore  riconciliò  Assalonne  col  padre 
suo,  ma  stette  due  anni  senza  vedere  la  faccia  di  David.  Tanto 
poi  pregò,  tanto  pianse  che,  vinto  il  padre,  in  ultimo  ammise 
il  figlio  al  bacio  di  pace.  Aspirando  al  dominio  cercava  Assa- 
lonne con  adulazioni,  lusinghe,  e  promesse  di  conciliarsi  il 
cuore  de' sudditi;  ed  ottenuto  permesso  dal  padre,  sotto  pre- 
testo di  sciogliere  certo  voto,  si  allontanò,  sollevando  tutto 
lsraello  contro  di  David,  facendosi  chiamare  già  re,  e  corrup- 
pe Achitòfel  uno  de' primi  amici  di  David.  Il  grido  di  ribel- 
lione giunse  alle  orecchie  del  padre,  il  quale  si  allontanò  da 
Gerusalemme  in  abito  miserabile  colla  testa  nascosta,  ed  a 
piedi  nudi  piangendo  insieme  con  chi  seguiva  la  scellerag- 
gine  del  figlio,  e  pregando  Iddio  a  render  vano  l'empio  con- 
sìglio. Ascese  la  sommità  di  un  monte,  e  gli  venne  dietro  Citisi 


696  INFERRO 

che  David  pregò  a  non  seguirlo,  ma  piuttosto  tornasse  io  Ge- 
rusalemme, e  si  unisse  ad  Assalonne  fingendosi  di  lui  servo, 
e  tentasse  rompere  le  suggestioni  di  Achitòfel,  e  tutto  gli  rife- 
risse. E  così  fu  fatto.  Entrato  in  Gerusalemme  Assalonne  con- 
vocò un  consiglio  de'  Magnati,  ed  Achitòfel  suggerì,  eh'  entras- 
se fra  le  mogli  lasciate  dal  padre,  affinchè  Israel  lo  ciò  udendo 
insieme  col  padre  lo  eleggesse  re,  s' ebbe  il  letto  comune  col  | 
genitore:  e  si  alzò  una  tenda  in  luogo  eminente,  e  pubblica- 
mente Assalonne  stette  colle  dieci  mogli  del  padre.  Achitòfel 
tenevasi  per  consigliere  ispirato  da  Dio,  e  dietro  i  di  lui  sug- 
gerimenti Assalonne  adunati  dodici  mila  armati  doveva  assa- 
lire il  padre  stanco,  e  vituperato  in  quella  notte  stessa,  per- 
chè assediato  il  re,  i  cittadini  spaventati  gli  avrebbero  detto. 
—  Tu  cerchi  un  uomo,  eccolo,  e  tutto  il  popolo  sarà  in  pace  — 
Piacque  ai  congregati  il  consiglio,  e  non  pertanto  Assalonne 
volle  prima  interrogar  Clusi,  il  quale  rispose.  —  Tu  conosce- 
sti il  padre  coraggiosissimo:  egli  ha  seco  valorosi  guerrieri: 
ei  freme  come  orsa  perduti  i  figli,  io  penserei  invece,  che  a- 
dunate  tutte  le  armi  cTIsraello  ti  scagliassi  su  d'esso,  cercan- 
dolo in  ogni  luogo  si  nascondesse,  e  trovatolo  distruggere  il 
ricovero  fino  air  ultima  pietra.  Piacque  più  Clusi,  che  Achi- 
tòfel; ed  il  primo  avvisò  David,  che  quella  notte  non  istesse 
a  campo  nel  deserto,  ma  si  allontanasse  oltre  il  Giordano.  A- 
chitofel,  il  cui  consiglio  fu  sprezzato,  preso  da  ira  e  furore 
giunto  in  sua  casa  si  appese  ad  un  laccio,  mentre  Assalonne 
con  grande  esercito,  movendo  contro  del  padre,  passò  il  Gior- 
dano, e  pose  gli  accampamenti  in  Galaad.  David  divise  il  suo 
esercito  in  tre  parti,  ed  un  terzo  affidò  a  Gioabbo,  e  le  altre 
parli  a  due  altri  duci.  Egli  restò  in  città,  raccomandando  che 
in  ogni  evento  si  salvasse  sempre  la  vita  del  suo  diletto  Assa- 
lonne. Il  combattimento  maggiore  fu  nel  bosco  d'Efraim:cad- 


CANTO  XXVIII.  697 

doro  venti  mila  di  Assalonne»  e  la  fuga  si  rese  universale.  As- 
salonne stesso,  fuggendo  sopra  di  un  mulo,  passò  sotto  i  ra- 
mi di  una  quercia,  ed  i  folti  capelli  si  attorsero  al  ramo  più 
basso,  tenendolo  penzolone  finché  il  mulo  gli  scappò  di  sotto. 
Gioabbo  sovraggiunse,  e  con  tre  colpi  di  lancia  l'uccise.  Pal- 
pitava ancora  quando  arrivarono  altri,  che  in  vendetta  di  a- 
vere  sfacciatamente  forzate  le  mogli  del  padre  lo  crivellarono 
di  ferite.  Gioabbo  frenò  l'inseguimento,  perche  doveva,  per 
ordine  di  David,  perdonare  alla  moltitudine.  Fu  il  corpo  di 
Assalonne  gettato  in  una  fossa,  e  coperto  da  pietre  che  so- 
pra vi  si  gittarono.  11  padre  intanto  aspettava  l'esito  della  guer- 
ra, e  saputa  la  morte  del  figlio  fu  per  morire  di  dolore. — As- 
salonne figlio  mio,  figlio  mio  Assalonne,  andava  continuamente 
gridando.  Così  convertì  la  vittoria  in  lutto,  sebbene  Gioabbo 
gli  facesse  rimprovero  del  pianto  e  del  lamento.  Achitòfel  non 
fé  più  d  Assalonne,  e  di  David  non  seminò  più  dissensioni 
fra  Assalonne  e  David  con  malvaggi  punzelli  con  prave  sug- 
gestioni. Bella  similitudine  da  re  padre  a  re  padre,  da  figlio 
re  a  re  figlio,  da  consigi ier  malvagio  a  malvagio  consigliere! 
Assalonne  bellissimo  venne  a  guerra  col  padre  David  per  sug- 
gestioni di  Achitòfel;  Giovanni  placidissimo  venne  a  guerra 
con  Arrigo  padre  per  consiglio  di  Bertrando.  Come  fu  pari  nei 
figli  la  colpa,  pari  ancora  la  pena.  Assalonne  trafitto  da  colpi 
di  lancia  fu  pianto  amaramente  dal  padre;  Giovanni  ferito  in 
un  assedio  fu  lungamente  pianto  da  Arrigo:  l'uno  e  l'altro 
figlio  autori  di  ribellione.  Achitòfel  va  in  ordine  con  Bertran- 
do, e  porta  la  tronca  sua  testa  nelle  mani.  Ancor  io  porto  par- 

• 

tito  il  mio  cerebro  basso  diviso  e  separato  il  mio  cervello 
dal  suo  principio  dal  cuore  rimasto  nel  tronco  e  nel  petto 
perch  io  partii  cosi  giunte  persone  padre  e  figlio,  e  perciò 
cosi  si  osserva  in  me  il  contra  peso  cosi  ricevo  il  concambio. 


697  INFERNO 

Avverti  che  Dante  non  prende  lo  scisma  in  senso  stretto  come 
ne' sacri  canoni,  ma  largamente,  tenendo  per  scisma  ogni  di- 
visione, ed  ogni  scandalo. 


CANTO  XXIX. 


TESTO  MODERNO 


La  molta  gente,  e  le  diverse  piaghe 

Avean  le  luci  mie  sì  inebriate, 

Che  dello  stare  a  piangere  eran  vaghe.  3 

Ma  Virgilio  mi  disse:  che  pur  guate? 

Perchè  la  vista  tua  pur  si  soffolge 

Laggiù  tra  l'ombre  triste  smozzicate?  G 

Tu  non  hai  fatto  si  all'altre  bolge: 

Pensa ,  se  tu  annoverar  le  credi, 

Che  miglia  ventiduo  la  valle  volge;  9 

E  già  la  luna  è  sotto  i  nostri  piedi  : 

Lo  tempo  è  poco  ornai  che  n'è  concesso; 

E  altro  è  da  veder,  che  tu  non  vedi.  12 

Se  tu  avessi,  rispos'io  appresso. 

Atteso  alla  cagion  perch'io  guardava, 

Forse  m'avresti  ancor  lo  star  dimesso.  15 

Parte  sen  già,  e  io  retro  gli  andava, 

Lo  Duca,  già  facendo  la  risposta, 

E  soggiungendo:  dentro  a  quella  cava,  18 

Dov'io  teneva  gli  occhi  sì  a  posta, 

Credo  uno  spirto  del  mio  sangue  pianga 

La  colpa  che  laggiù  cotanto  costa.  21 

Allor  disse  il  Maestro:  non  si  franga 

Lo  tuo  pensier  da  qui  innanzi  sovr'ello; 

Attendi  ad  altro;  e  quei  là  si  rimanga;  24 


700  INFERMO 

Ch'io  vidi  lui  a  pie  del  ponticello 

Mostrarti,  e  minacciar  forte  col  dito, 

E  udii  nominar  Ceri  del  Bello.  27 

Tu  eri  allor  sì  del  tutto  impedito 

Sovra  colui  che  già  tenne  Alta  forte, 

Che  non  guardasti  in  là,  sì  fu  partito.  50 

0  Duca  mio!  la  violenta  morte, 

Che  non  gli  è  vendicata  ancor,  diss'io, 

Per  alcun  che  dell'onta  sia  consorte,  33 

Fece  lui  disdegnoso;  onde  sen  gio 

Senza  parlarmi,  sì  com'io  stimo: 

E  in  ciò  m'ha  fatto  egli  a  sé  più  pio.  36 

Così  parlammo  insino  al  luogo  primo, 

Che  dello  scoglio  l'altra  valle  mostra, 

Se  più  lume  vi  fosse,  tutto  ad  imo/  39 

Quando  noi  fummo  in  sull'ultima  chiostra 

Di  Malebolge,  sì  che  i  suoi  conversi 

Potean  parere  alla  veduta  nostra,  42 

Lamenti  saettaron  me  diversi, 

Che  di  pietà  ferrati  aven  gli  strali: 

Ond'io  gli  orecchi  colle  man  copersi.  45 

Qual  dolor  fora,  se  degli  spedali 

Di  Valdichiana  tra  il  luglio  e  il  settembre , 

E  di  Maremma  e  di  Sardigna  i  mali  48 

Fossero  in  una  fossa  tutti  insembre; 

Tal  era  quivi,  e  tal  puzzo  n'usciva, 

Qual  suole  uscir  dalle  marcite  membro.  51 

Noi  discendemmo  in  su  l'ultima  riva 

Del  lungo  scoglio,  pur  da  man  sinistra , 

Ed  allor  fu  la  mia  vista  più  viva  54 

Giù  ver  lo  fondo,  dove  la  ministra 


CANTO  XXIX.  7()1 

Dell'alto  Sire,  infallibil  giustizia, 

Punisce  i  falsator  che  qui  registra.  57 

Non  credo  che  a  veder  maggior  tristizia 
Fosse  in  Egina  il  popol  tutto  infermo, 
Quando  fu  Paer  sì  pien  di  malizia,  60 

Che  gli  animali  infino  al  picciol  vermo 
Cascaron  tutti,  e  poi  le  genti  antiche, 
Secondo  che  i  poeti  hanno  per  fermo,  63 

Si  ristorar  di  seme  di  formiche; 
Ch'era  a  veder  per  quella  oscura  valle 
Languir  gli  spirti  per  diverse  biche.  66 

Qual  sovra  il  ventre,  e  qual  sovra  le  spalle 
L' un  dell'altro  giacea  ;  e  qual  carpone 
Si  trasmutava  per  lo  tristo  calle.  69 

Passo  passo  andavam  senza  sermone, 
Guardando  ed  ascoltando  gli  ammalati 
Che  non  potean  levar  le  lor  persone.  72 

Io  vidi  duo  sedere  a  sé  appoggiati, 
Come  a  scaldar  s'appoggia  tegghia  a  tegghia, 
Dal  capo  ai  pie  di  schianze  maculati:  75 

E  non  vidi  giammai  menare  stregghia 
A  ragazzo  aspettato  dal  signorso, 
Né  a  colui  che  mal  volentier  vegghia,  78 

Come  ciascun  menava  spesso  il  morso 
Dell'  unghie  sovra  sé  per  la  gran  rabbia 
Del  pizzicor,  che  non  ha  più  soccorso.  81* 

E  sì  traevan  giù  l'unghie  la  scabbia, 
Come  coltel  di  scardova  le  scaglie, 
0  d'altro  pesce  che  più  larghe  l' abbia.  84 

0  tu,  che  colle  dita  ti  dismaglie, 
Cominciò  il  Duca  mio  a  un  di  loro, 


702  INFERNO 

E  che  fai  d'esse  tal  volta  tanaglie,  87 

Dimmi,  s' alcun  Latino  è  tra  costoro, 

Che  son  qui  ne' entro,  se  l'unghia  Ubasti 

Eternalmente  a  cotesto  lavoro.  90 

Latin  sem  noi,  che  tu  vedi  sì  guasti, 

Qui  ambodue,  rispose  l'un  piangendo: 

Ma  tu  chi  sei,  che  di  noi  dimandasti?  93 

E  il  Duca  disse:  io  son  un,  che  discendo 

Con  questo  vivo  giù  di  balzo  in  balzo, 

E  di  mostrar  l'Inferno  a  lui  intendo.  9G 

AH  or  si  ruppe  lo  comun  rincalzo, 

E  tremando  ciascuno  a  me  si  volse 

Con  altri  che  l'udiron  di  rimbalzo.  99 

Lo  buon  Maestro  a  me  tutto  s' accolse 

Dicendo:  di' a  lor  ciò  che  tu  vuoli. 

E  io  incominciai,  poscia  ch'ei  volse:  102 

Se  la  vostra  memoria  non  s'imboli 

Nel  primo  mondo  dell'umane  menti, 

Ma  s'ella  viva  sotto  molti  soli,  105 

Ditemi  chi  voi  siete,  e  di  che  genti: 

La  vostra  sconcia  e  fastidiosa  pena 

Di  palesarvi  a  me  non  vi  spaventi.  103 

Io  fui  d'Arezzo,  e  Alberto  da  Siena, 

Rispose  l'un,  mi  fé' mettere  al  fuoco: 

Ma  quel  per  ch'io  morii  qui  non  mi  mena.       1 1 1 
Ver  è,  ch'io  dissi  a  lui  parlando  a  giuoco: 

Io  mi  saprei  levar  per  l'aere  a  volo: 

E  quei,  ch'avea  vaghezza  e  senno  poco,  1 14 

Volle  ch'io  gli  mostrassi  l'arte;  e  solo 

Perch'io  noi  feci  Dedalo,  mi  fece 

Ardere  a  tal,  che  l'avea-  per  figliuolo.  1 17 


CANTO  XXIX.  705 

Ma  nell'ultima  bolgia  delle  di  eco 
Me  per  l'alchimia ,  che  nel  mondo  usai , 
Dannò  Minos,  a  cui  fallir  non  lece.  120 

E  io  dissi  al  Poeta:  or  fu  giammai 
Gente  sì  vana,  come  la  Sanese? 
Certo  non  la  Francesca  sì  d'assai.  123 

Onde  l'altro  lebbroso,  che  m'intese, 
Rispose  al  detto  mio:  Tranne  lo  Stricca, 
Che  seppe  far  le  temperate  spese  ;  1 26 

E  Niccolò,  che  la  costuma  ricca 
Del  garofano  prima  discoperse 
Neil*  orto ,  dove  tal  seme  s'  appicca  ;  1 29 

E  tranne  la  brigata,  in  che  disperse 
Caccia  d'Ascian  la  vigna  e  la  gran  fronda; 
E  l'Abbagliato  il  suo  senno  profferse.  132 

Ma  perchè  sappi  chi  sì  ti  seconda 
Contra  i  Sanesi,  aguzza  ver  me  l'occhio, 
Sì  che  la  faccia  mia  ben  ti  risponda;  135 

Sì  vedrai,  ch'io  son  l'ombra  di  Cappocchio, 
Che  falsai  li  metalli  con  alchimia, 
E  ten  dee  ricordar,  se  ben  t'adocchio, 

Com'io  fui  di  natura  buona  scimia.  139 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  de'  falsari  puniti  nella  decima  bolgia.  Il  canto  può 
dividersi  in  quattro  parti  generali  :  nella  prima  —  seguito  della 
materia  precedente  ricordando  un  altro  scismatico  di  sua 
schiatta  :  nella  seconda  castigo  de'  falsari  quando  noi  fum- 
mo ecc.  nella  terza  —  alchimisti ,  e  menzione  di  due,  che  fu- 
rono al  suo  tempo  passo  passo  ecc.  nella  quarta — digressioni 
ed  imprecazione  contro  Siena  et  io  dissi  ecc. 


704  INFERNO 

Continuando  il  canto  precedente,  dice,  ch'era  così  a- 
strattonel  considerare  la  moltipliche  di  que'castighi ,  che  non 
sapeva  allontanarsene. 

La  molta  gente  de'  scismatici  e  le  diverse  piaghe  le  di- 
verse'ferite  avean  si  inebriate  le  mie  luci  avean  così  colpiti 
gli  occhi  miei  che  eran  vaghe  dello  stare  a  piangere  quanto 
più  ne  vedeva,  tanto  più  sentiva  pietà,  e  piangeva;  ma  Vir- 
gilio lo  tolse  da  tal  fissazione  ma  Vigilio  mi  disse  che  più 
guardi?  perchè  vuoi  proseguire  a  mirar  que'  tormenti  ?  per- 
che  la  vista  tua  pur  si  sofolge  la  giù  perchè  si  ferma  nel  fondo 
di  quella  bolgia  tra  le  ombre  triste  ismozicate?  fra  que* sci- 
smalici  rotti ,  e  mozzati  nelle  membra?  tu  non  hai  fatto  si  al- 
l  altre  bolge  non  facesti  altrettanto  nelle  altre.  Ma  perchè  Dante 
avrebbe  potuto  rispondergli  che  appunto  fermavasi  perchè 
erano  castighi  più  strani  e  nuovi,  Virgilio  tronca  la  rispo- 
sta aggiungendo  pensa  che  la  valle  la  nona  bolgia  volge  mi- 
glia ventiduo  ha  un  circuito  Al  ventidue  miglia.  Pretendono  al- 
cuni, che  Dante  con  ciò  avvisi,  che  ogni  bolgia  sia  sempre  di 
grandezza  doppia  di  quella  che  segue,  ma  non  so  quanto  regga 
la  pretesa  e  già  la  luna  e  sotto  inostri  piedi  ossia  è  vicino  il 
mezzogiorno.  Così  è  chiaro  che  stettero  nelF  Inferno  due  dì, 
due  notti,  e  metà  del  terzo  giorno.  É  noto  che  ne9  pleniluni 
la  luna  sta  sull'orizzonte  al  far  della  sera,  e  nello  zenit  a 
mezza  notte,  e  che  per  conseguenza  si  trova  al  mezzodì  sus- 
seguente nel  nadir,  eh' è  quanto  dire  sotto  i  nostri  piedi. 
Dante  aveva  già  detto  che  nella  notte  precedente  la  luna  era 
tonda,  o  piena,  lo  tempo  e  poco  ornai  che  ne  comesso  po- 
tendo stare  nelT  Inferno  soltanto  per  l' altra  metà  del  giorno, 
e  per  la  notte  intera  che  segue  o  metaforicamente  —  la  mate- 
ria è  lunga,  ed  il  tempo  è  breve  e  altro  e  da  veder  che  tu  non 
vedi  altri  vizi  restano  a  descriversi  ed  altri  castighi. 


CANTO  XXIX.  70R 

Risposto  da  presso  dopo  Virgilio  forse  m  avresti  ancor 
dimesso  lo  star  forse  m'avresti  concesso  di  stare  di  più  se  tu 
avessi  atteso  a  la  ragion  per  eh  io  guardava.  Dante  non  si 
rammentò,  che  Virgilio  gli  conosceva  i  pensieri  anche  più  oc- 
culti /o  duca  Virgiliosen  già  parte  frattanto,  e  qui  parte  non 
è  nome,  ma  avverbio,  ed  è  volgare  fiorentino,  come  se  avesse 
detto  — Virgilio  era  sempre  sulle  mosse  quando  gli  rispon- 
deva io  gli  andava  dreto  già  facendo  la  risposta  dicendo 
il  motivo,  che  là  mi  tratteneva:  credo  che  uno  spirto  del  mio 
sangue  pianga  qualcuno  degli  Alighieri  sia  tormentato  per 
la  colpa  di  essere  stalo  scismatico  die  tanto  costa  la  giù  che 
si  castiga  tanto  gravemente  in  quel  fondo  dentro  a  quella 
cava  in  quella  nona  bolgia  dove  io  teneva  or  gli  occhi  intel- 
lettuali si  a  posta  tanto  fissi  con  tanto  studio  con  tanto  inte- 
ressamento. Dante  non  la  perdonò  al  proprio  sangue  nel  dire 
e  palesare  il  vero;  pensa duhque  se  avrà  risparmiatigli  altri. 
aliar  disse  l  maestro  Virgilio  che  m' insegnava  lo  tuo  pensier 
non  se  franga  non  si  rompa,  o  non  si  affatichi  da  inanzi 
sovrdlo  non  perdere  il  tempo  per  questo  attendi  ad  altro 
ad  altra  materia  et  ei  tasi  rimagna  rimanga  al  castigo  chi  se 
lo  meritò  chi  vidi  lui  a  pie  del  ponticello  presso  il  ponte  della 
nona  bolgia  in  compagnia  di  Bertrando  mostrarti  e  minacciar 
forte  col  dito  come  costumano  quelli  che  minacciano  altrui 
e  udii  nomar  Gerì  del  Bello  costui ,  fratello  di  Cione  del  Bello 
degli  Alighieri  fu  infesto  e  scismatico,  ed  ucciso  da  uno 
de'  Sacchetti.  Come  seminatore  di  discordie  niuno  di  sua  fa- 
miglia si  prese  pensiero  della  vendetta  della  uccisione,  acca- 
duta già  da  trent'  anni.  Ma  finalmente  quel  Cione,  insieme  coi 
nipoti  di  Gerì,  la  compiè  ammazzando  uno  de* Sacchetti  sulla 
porta  della  propria  casa.  Datrte  noi  vide  perchè  Virgilio  ag- 
giunge tu  eri  aliar  si  del  tutto  impedito  tanto  intento  e  fisso 

RaMBALDI  —  Voi.  1.  45 


706  INFERNO 

altrove,  che  non  vedevi  altra  cosa  sovra  colui  cioè  sopra  Ber- 
trando del  Bornio  che  già  tenne  AUaforte  castello  d' Inghilterra 
che  non  guardasti  in  la  si  fu  partito  e  per  verità  Dante  ebbe 
singolare  astrazione,  come  si  disse,  se  gli  sfuggì  Gerio,  che 
pareva  doversi  nominare:  Io  pone  Dante  dopo  Bel  tran  do  per 
riguardo  di  parentela.  — 

Dissio  o  Duca  mio  o  Virgilio  (a  violenta  morte  che  non 
gli  e  ancor  vendicata  per  alcuni  che  sia  consorte  dell  onta 
la  sua  uccisione,  che  non  fu  ancor  punita  da  alcun  parente, 
e  quindi  neppure  da  me.  E  qui  pretendono  alcuni,  che  Dante 
ne  faccia  emenda  coir  opera  presente,  locchè  non  può  am- 
mettersi, perchè  nel  1300,  epoca  in  cui  cominciò  questo  su- 
blime lavoro,  non  era  per  anche  accaduta  fece  lui  disdegnoso 
di  cercar  me  come  avevano  fatto  gli  altri  spiriti  onde  sen  già 
sanza  parlarmi  si  partì  senza  dirmi  parola  e  fatto  m  ha  a  se 
esser  più  pio  perciò  più  mi  dolgo,  e  più  ho  pietà,  essendo 
debito  de' parenti  lavare  gl'insulti,  che  soffersero.  Tutti  gli  uo- 
mini naturalmente  inclinano  a  vendicarsi,  ma  i  fiorentini  vi 
sono  sopra  gli  altri  propensi,  come  mostrarono  in  quel  tempo 
contro  la  Romana  Chiesa,  suscitando  ribellioni'nelle  varie  parti 
d' Italia.  Ecco  il  perchè  Dante  finge,  che  Gerio  spirito  fioren- 
tino, sdegnoso  si  allontanasse  muto.  Eppure  è  più  bello  il 
perdonare,  potendo,  le  offese,  perchè  l'atto  allora  è  ma- 
gnanimo, come  fece  Cesare  in  ogni  incontro,  del  quale  si  par- 
lerà nel  canto  VI  del  Paradiso,  cosi  parlammo  di  detta  ma- 
teria infin  al  luogo  primo  fino  al  principio  della  riva,  ebe 
divide  la  nona  dalla  decima  bolgia  che  qual  luogo  primo  mo- 
stra l  altra  valle  la  decima  ed  ultima  da  lo  scoglio  dal  ponte. 
Parlarono,  togliendosi  dal  ponte  nono  finché  giunsero  al  de- 
cimo, se  più  lumi  vi  fosse  tutto  ad  imo  dal  decimo  ponte,  a 
cui  eran  giunti  avrebbero  potuto  vedere  ogni  cosa  nel  fondo 


CANTO  XXIX.  707 

della  valle,  se  vi  fosse  stato  maggior  luce,  essendo  la  decima 
bolgia  oscurissima,  perchè  in  essa  sono  puniti  i  falsari. 

Quando  noi  fummmo  seconda  parte  generale  —  Dante 
imagina,  che  i  falsari  siano  presi  da  vari  malori ,  o  di  languore , 
o  di  lebbra,  o  d' idropisia,  o  'di  etisia,  o  di  furore,  ma  tutti 
corrotti  nella  carne,  perchè  nel  mohdo  furono  corrotti  nella 
mente.  Emana  quindi  da  quel  luogo  un  insoffribile  puzzo.  I 
falsari  sono  corrompitori  di  arte  e  natura  nel  modo  stesso 
dell'epidemia,  che  attacca  non  solo  i  vicini,  ma  ben  anche  i 
lontani,  infettando  persino  l'aria  che  circonda.  —  Come  poi 
sono  innumerabili  le  frodi  e  le  falsità,  così  in  questo  luogo 
sono  innumerabili  le  piaghe  ed  i  mali  che  affliggono  i  dannali. 
lamenti  diversi  lor  vari  ed  alti  che  quali  lamenti  avevan  li 
strali  le  saette,  o  dardi  ferrati  di  pietà  pungenti  a  pietà  e 
compassione  ferrati  in  quanto  al  par  del  ferro  avrebbero  fe- 
rito ed  impietosito  il  cuore  il  più  duro  saetlaron  me  mi  col- 
pirono quando  noi  fummo  in  su  l  ultima  chiostra  nel  ponte 
dell'  ultima  bolgia  di  malabolge  nome  proprio  dell'  ultima 
chiostra  poi  perchè  il  chiostro  chiude  i  frati  all'  esercizio  di 
pazienza,  e  questa  i  dannati  a  soffrire  il  castigo  si  che  suoi 
conversiì  falsari  così  chiamati  per  segui  ria  mela  fora  del  chio- 
stro potean  parere  alla  veduta  nostra  poteano  mostrarsi  a 
noi  ondio  copersi  gli  orecchi  colle  mani  per  non  udire  quel 
frastuono.  Se  il  dolore  di  tre  luoghi  pestilenziali  si  raccogliesse 
in  un  luogo  solo,  non  uguaglierebbe  quello  della  decima 
bolgia,  il  dolor  era  tal  tanto  forte  qual  fora  se  delli  spe- 
dai (U  Val  di  Chiana  è  questa  una  valle  paludosa,  d'acqua 
fracida  e  morta  in  Toscana  fra  Clusi,  Arezzo,  e  Cortona  nel 
contado  di  Siena.  In  prossimità  di  delta  valle  era  l'ospitale  di 
Altopasso.  tra  l  luglio  e  l  settembre  tempo  in  cui  le  malattie 
più  infieriscono  in  que' luoghi,  cimali  de  Maremma  tanto 


708  INFERNO 

maremma  di  Toscana,  quanto  maremma  romana  e  di  Sardi- 
gna  in  tal  tempo  anche  in  Sardegna  ammalano  molti.  L'aria 
corrotta  per  la  corruzione  dell'acqua,  ed  i  venti  meridionali 
caldissimi  producono  ogni  genere  di  malattie.  La  Sardegna  poi 
ha  maggiore  pestilenza  ne' lidi,  che  nell'interno  fosser  tutti 
insembre  insieme,  in  una  fossa,  non  uguagli  crebbero  il  do- 
lore della  bolgia  decima,  e  tal  puzza  n  usciva  tanto  insoffri- 
bile qual  suol  venir  de  le  memore  marcide  dalle  membra  ul- 
cerate e  fracide.  noi  discendemo  in  su  l ultima  riva  andam- 
mo fino  a  pie  del  ponte,  per  cosi  meglio  distinguere  i  falsari 
dannali  di  lungo  il  scoglio  in  linea  retta  del  ponte  pur  da 
man  sinistra  perchè  nell'Inferno  sempre  si  va  alla  sinistra, 
essendo  quella  la  parte  dei  vizi,  et  allora  la  vista  mia  fu  più 
viva  fu  più  capace  a  distinguere  giù  per  lo  fondo  della  bolgia 
la  ove  la  giustizia  infallibile  divina  ministra  del  alio  sire 
ministra  di  Dio  punisce  i  falsatori  che  registra  castiga  i  fal- 
sari prima  registrati  da  Minos. 

I  puniti  in  questa  bolgia  avevano  i  mali  di  Egina  nel  tem- 
po della  peste  descritta  da  Ovidio  nel  settimo  delle  Maggiori. 
Quando  in  Grecia  Minos  si  mosse  contro  gli  ateniesi  per  la 
morte  di  Àndrogeo,  regnava  Eaco  padre  di  Pilleo,  e  zio  di  A- 
chille  nella  città  di  Egina.  Allora  una  crudelissima  peste  su- 
scitata dallo  sdegno  di  Giunone,  opprimeva  quella  città.  1  venti 
australi,  che  vi  soffiano  per  quattro  mesi  continui  avevano 
corrotta  l'aria,  e  molti  serpentelli  volanti  l'avvelenavano.  La 
peste  prima  invase  gli  uccelli,  i  cani,  i  buoi,  indi  i  cavalli:  i 
lupi  non  ardivano  toccare  i  cadaveri.  Poi  attaccò  i  contadini, 
ed  entrò  in  ultimo  nella  citta.  Morivano  gli  eginesi  quasi  arsi,  % 
perchè  la  loro  faccia  appariva  rossa,  infiammata,  né  vi  era 
medico  ristoro  a  tale  ardenza;  i  farmachi  apprestati,  pareva 
che  crescessero  il  male.  Per  mancanza  di  pioggia  correvano 


CANTO  XXIX.  709 

ai  fonti,  ai  pozzi,  ai  fiumi,  ma  prima  estinguevasi  la  vita  di 
quello  che  la  sete:  fuggivano  dal  letto  come  da  fornace,  e  si 
mettevano  carpone  o  boccone  per  terra,  ma  indarno.  Lascia- 
vano deserte  le  abitazioni  per  lusinga  di  luogo  migliore,  ma 
lo  trovavano  più  infesto.  La  terra  era  coperta  di  cadaveri,  co- 
me la  è  delle  ghiande  sbattute  dalle  quercie,  e  tanta  era  la 
moltitudine  de' morti,  che  non  potevano  seppellirsi,  sebbene 
moltissimi  si  bruciassero  ne' roghi.  Eaco  spaventato  pregava 
Giove,  o  gli  rendesse  i  suoi,  o  lo  facesse  co'suoi  morire,  e 
pregava  sotto  di  una  gran  quercia  consacrata  a  Giove,  e  sulla 
quale  correvano  formiche  in  lunga  fila,  portando  grani  ed 
altro  pel  cibo  invernale.  Maravigliato  Eaco  del  prodigioso  nu- 
mero di  quelle  formiche,  pregava  Giove  a  ridargli  altrettanti 
cittadini.  —  Giunta  la  notte  il  re  tornò  a  vedere  in  sogno  la 
stessa  quercia  e  le  stesse  formiche,  e  pareva  che  la  quercia 
con  volontario  molo  scuotesse  le  formiche,  le  quali  giunto  al 
suolo  risorgessero,  e  si  drizzassero  sui  piedi ,  prendendo  nuova 
forma  e  colore.  Colpito  dal  sogno,  e  svegliato  trovò  egli  dav- 
vero uomini  venuti  da  quelle  formiche,  che  lo  salutarono  per 
re.  Egli  divise  la  città  al  nuovo  popolo  e  chiamò  i  suoi  sudditi 
mirmidoni,  perchè  in  greco  mirmidon  suona  come  in  italiano 
—  formica.  —  Questa  è  una  favola,  che  in  sé  contiene  molte 
verità.  É  vero  storicamente  della  peste,  che  votò  la  città  di  a- 
bitanti. Anche  nel  1348  la  peste  di  Oriente  rovinò  tante  schiat- 
te e  tante  città,  chela  distruzione  giunse  fino  all'Occidente, 
ed  in  ispecial  modo  colse  la  Sicilia  e  la  Sardegna,  che  di  dieci 
persone  ne  morirono  nove.  Altra  fiera  peste  apparve  nel  1562; 
poi  un'altra  contraddistinta  dall'attacco  speciale  agl'inguini, 
stante  la  corruzione  dell'aria.  Si  finge  per  lo  più  la  peste  ec- 
citata dallo  sdegno  di  Giunone,  perchè  questa  è  Dea  dell'aria. 
Che  il  re  avesse  chiesto  di  morire,  vista  l'orribile  strage  de' 


712  I2IFERK0 

dare  per  far  pranzi.  Ed  èssi  si  scaldano  ai  fornelli,  e  sudano 
maculati  di  schianze  macchiati  di  croste  dal  capo  al  pie  per 
tutto  il  corpo,  e  non  vidi  già  mai  menare  streghia  non  vidi 
mai  usare  là  streggbia  si  con  tanta  prestezza  da  ragazzo  as- 
pettato dal  suo  signore  il  mozzo  di  stalla  mena  più  presto  la 
stregghia  quando  il  padrone  aspetta  il  cavallo  o  da  colui  che 
mal  volentieri  veglia  o  dal  servo  che  ha  voglia  d' andar  a 
dormire  come  ciascun  menava  spesso  il  morso  —  de  l  un- 
ghie sopra  se  come  ciascun  furiosamente  qui  grattavasi ,  e 
quasi  mordevasi  per  la  gran  rabbia  del  pizzicar  pel  gran  pru- 
rito che  non  a  più  soccorso  se  non  nelP  unghie.  Bella  simili- 
tudine quantunque  tratta  da  oggetti  vili  ed  abbietti!  Il  povero 
mozzo  stregghia  il  cavallo  per  nettarlo  dalla  sporcizia  della 
pelle;  l'alchimista  tenta  purgare  il  metallo,  e  perciò  il  filosofo 
dice,  che  il  piombo  per  V  alchimia  è  argento  lebbroso.  I  me- 
talli differiscono  fra  loro  per  forme  accidentali ,  e  non  per  so- 
stanziali, giacché  tutti  si  producono  dall'argento  vivo  e  dallo 
zolfo.  La  natura  tende  a  produrre  metalli  perfetti ,  perchè  a- 
giscecon  un  solo  fine,  ma  in  fatto  produce  tutt' altro  che  per- 
fezione, e  ciò  è  fuori  dell'intenzione  di  natura.  Nella  forma- 
zione p.  e.  dell'oro,  concorre  lo  zolfo  rosso  e  l'argento  vivo 
purificato:  due  metalli  quindi  sono  i  soli  perfetti,  Toro  e 
l'argento,  e  questi  sono  prodotti  secondo  la  intenzione  della 
natura:  gli  altri  lo  sono  per  corruzione  in  parte,  e  quindi 
falsi  ed  imperfetti.  Se  l'alchimista  cerca  di  sanare  tal  corru- 
zione, rimediando  allo  zolfo,  all'argento  vivo,  calcinandoli, 
distillandoli,  od  in  altro  modo,  non  commette  colpa.  Il  tenta- 
tivo si  opera  con  ceri' acqua,  e  succhi  d'erbe;  ma  l'effetto 
pare,  che  non  sia  possibile,  perchè  niun  alchimista  ancora 
l'ottenne,  e  li  vediam  tutti  miserabili.  Non  so,  se  alcun  antico 
l'ottennesso;  fra  i  moderni  niuno  certamente  può  menare  tal 


CANTO  XXIX.  713 

vanto.  Trattandosi  poi  d'Inferno  morale,  gli  alchimisti  ebbero 
sempre  le  loro  pene/  perchè  sempre  lavorarono  indarno,  gua- 
dagnando solo  stenti,  e  miserie  e  l  unghie  traevansi  le  scabie 
giuìe  croste  come  coltello  trae  le  scaglie  da  scar  dova  lascar- 
dova  è  pesce  di  valle,  bianco,  grosso,  corto,  che  ha  molte 
squamine  e  spine,  fra  i  pesci  di  valle  il  più  sano  o  d  altro 
pesce  che  labbia  pia  larghe  p.  e.  la  raina  che  presso  alcuni 
nomasi  scarpa. 

E  l  duca  mio  comincio  Virgilio  cominciò  a  dire  a  luti 
di  laro  o  tu  che  ti  scagli  che  ti  strappi  le  squamine  o  croste 
non  tre  dita  colle  unghie  e  che  fai  talvolta  tanaglia  de  se  e 
dell'unghie  fai  come  tanaglie  dimmi  s  alcun  latino  e  tra  co- 
storo se  alcun  italiano  è  fra  costoro,  che  si  grattano  che  son 
qui  entro  qui  dentro.  E  lo  scongiura  dicendo  se  l  unghia  ti 
basti  eternalmente  a  cotesto  lavoro  sembra  piacere  grattarsi 
a  chi  ne  ha  prurito,  e  quindi  si  captiva  cosi  la  di  lui  benevo- 
lenza, lun  rispuose  piangendo  noi  che  tu  vedi  si  guasti  qui 
rispose  lo  spirito  interrogato  versando  lagrime:  noi  che  tu 
vedi  così  corrotti  dai  mali  siam  ambedui  latini  siamo  tutti  due 
italiani  ma  tu  chi  se  che  di  noi  dimandasti?  sei  tu  forse  ita- 
liano? e  l  duca  disse  io  sono  un  che  discendo  con  questo  vivo 
sono  un  morto,  che  una  volta  tenni  questa  strada,  ed  ora  gui- 
do un  vivo  per  questi  luoghi  infernali  di  balzo  in  balzo  di 
cerchio  in  cerchio  che  intendo  dimostrar  l'Inferno  a  lui  non 
vengo  per  istruirlo  nell'alchimia,  ma  per  mostrargli  invece  i 
castighi  degli  alchimisti,  e  perchè  impari  così  a  guardarsi 
dalle  vostre  operazioni,  allor  si  ruppe  lo  cornuti  rincalzo  al- 
lora si  tolsero  dall'appoggio  reciproco  per  guardar  Dante  cia- 
scun si  volse  a  me  tremando  perchè  non  potevano  sostenersi 
senza  appoggio  con  gli  altri  che  ludiron  di  rimbalzo  con 
quelli  ai  quali  non  si  era  parlato,  ma  spinti  dalla  novità  ma- 


714  INFERNO 

ravigliosa ,  che  un  vivente  fosse  disceso  all'  Inferno,  lo  bon  Ma- 
estro s  accorse  di  noi  dicendo  di  a  lor  do  clic  tu  vuoti  Vir- 
gilio mi  si  accostò  dicendo,  chiedi  quanto  brami  et  io  comin- 
ciai a  dire  poscia  eh  ei  si  volse  a  darmi  licenza  ditemi  chi 
voi  siete  e  di  che  gente  di  qual  nazione,  e  patria  se  la  vostra 
memoria  non  s  involi  de  la  natura  humana  se  non  manchi 
memoria  di  voi  su  nel  mondo  nel  primo  mondo  de' viventi 
ma  s  ella  viva  sotto  molti  soli  augurando  che  viva  lungamente, 
e  cosìcaptivandosi  benevolenza:  la  vostra  pena  sconcia  et  fa- 
stidiosa non  vi  spaventi  di  apalesarvi  a  mi  ed  era  veramente 
schifoso  aver  sot t'occhio  uno  scabbioso,  scorticato,  sangui- 
nente,  che  mali  di  tal  fatta  deformano  in  modo  da  non  rico- 
noscere tante  volte  i  più  conosciuti.  Allegoricamente  gli  alchi- 
misti si  vergognano  di  farsi  conoscere,  lavorano  di  nascosto, 
e  non  si  scoprono  che  ai  compagni.  In  Siena  al  tempo  di  Dante 
visse  messer  Griffolino  d'Arezzo  gran  naturalista,  ed  alchimi- 
sta. Strinse  amicizia  con  Albaro  tenuto  qual  figlio  dal  Vesco- 
vo di  Siena,  dal  quale  con  astuzia  spremeva  denaro,  e  doni. 
Prometteva  a  quel  semplice  e  stolto  mari  e  mondi,  e  fra  le 
altre  che  volendo  poteva  volare  per  l'aria  a  suo  piacere.  Al- 
lora crebbero  i  doni  e  le  preghiere  di  Albaro,  messo  in  desio 
di  volare  esso  pure;  ma  Griffolino  lo  giocava,  sempre  dila- 
zionando, finche  deluso  ed  ingannato  se  ne  lagnò  col  Ve- 
scovo, il  quale  ordinò  la  più  severa  inquisizione  contro  Grif- 
folino imputandolo  di  arte  magica,  quantunque  non  la  cono- 
s cesse,  e  sotto  questo  titolo  lo  fece  bruciar  vivo,  rispose  l  un 
Griffolino  io  fui  d  Arezzo.  Questa  città  produsse  spesso  uo- 
mini di  acuto  ingegno  et  Albero  da  Siena  città  che  all' oppo- 
sto d' Arezzo  produce  spesso  uomini  stolli  mi  fé  metter  al  fuo- 
co mi  fece  bruciar  vivo;  ma  quel  perch  io  mori  ma  l'arte 
magica  non  mi  mena  non  mi  condusse  a  questa  pena,  ver  e 


CANTO  XXIX.  715 

eh  io  dissi  a  lui  parlando  a  gioco  ad  Albaro  scherzando,  e 
prendendomi  spasso  della  stoltezza  del  Sanese i  mi  saprei  le- 
var per  l  aere  a  volo  potrei,  volendo,  alzarmi  per  l'aria  e 
quei  Albaro  eh  avea  vaghezza  e  senno  poco  molta  smania  e 
niente  d'ingegno  volle  eh  io  gli  mostrassi  larte  di  volare 
e  mi  fece  ardere  a  tal  dal  vescovo  di  Siena  che  l  avea  per  fi- 
glio che  tenea  Albaro  per  figlio,  e  forse  non  lo  era,  solo  per- 
eh  io  non  lo  feci  Dedalo  per  lo  stolto  motivo,  che  io  noi  feci 
volare.  Dedalo  artefice  ingegnosissimo,  si  dice,  che  volasse 
insieme  col  figlio  Icaro  quando  venne  da  Creta  in  Italia,  co- 
me fu  detto  nel  canto  XVII.  ma  Minos  giudice  dell'Inferno  a 
cui  faller  non  lice  che  niuno  può  ingannare,  figurando  egli 
la  coscienza  damno  per  l  alchimia  che  usai  nel  mondo  nel 
ultima  bolgia  de  le  dieci  mi  condannò  come  alchimista  in  que- 
sta ultima  bolgia  fra  i  falsari. 

Io  dissi  quarta  parte  generale,  et  io  io  Dante  considerando 
alla  stoltezza  di  quell'Alban)  di  Siena,  edel  vescovo,  che  non 
ebbe  vergogna  di  trascinare  alle  fiamme  un  suo  simile  per  uno 
scherzo,  di  cui  piuttosto  dovea  ridere  dissi  al  poeta  a  Virgi- 
lio or  fu  già  mai  gente  si  vana  come  la  Sanese?  vi  fu  mai 
popolo  più  stolto  del  sanese?  certo  non  la  Francesca  si  assai 
i  francesi  vanissimi  non  arrivano  a  tanto.  I  francesi  fino  ab 
antiquo  si  dissero  i  più  vani  del  mondo  da  Giulio  Cesare  e  da 
Celso:  oggi  poi  lo  accerta  il  fatto,  perchè  ad  ogni  ora  inven- 
tano foggie  e  maniere  di  vestire,  e  quindi  non  fa  maraviglia 
se  mancano  di  una  propria.  Portano  al  collo  una  catena,  un 
cinto  al  braccio,  la  punta  alle  scarpe,  l'abito  corto  sopra  il  de- 
retano, e  pudendi,  e  coprono  invece  la  faccia  col  cappuccio. 
Mi  sdegno  quindi  scorgendo  gì' italiani  nobili  e  plebei  che  fan 
di  tutto  per  seguire  le  loro  vestigia,  e  menan  vanto  di  balbet- 
tare frase  francese,  affermando, che  niun' altra  lingua  è  più 


716  INPERNO 

bella,  lo  che  è  falso,  essendo  quella  bastarda  della  lingua  Ita* 
liana  come  insegna  esperienza.  Invece  di  cavaliere  dicono  che- 
valier  con  corrotta  dizione, e  non  sapendo  dir  signore  pronun- 
ciano sir ,  e  così  d' altri  ecc.  volendo  esprimere  linguaggio  vol- 
gare Io  dicono  romano,  ed  il  volgare  loro  chiamano  Romanzo. 
Vergognino  gl'italiani  piegarsi  a  quegF  ignobili!  Dante  a  ra- 
gione paragonò  i  sanesi  ai  francesi,  perchè  i  primi  venner 
da  questi  a  testimonianza  di  Giovanni  Inglese  nel  suo  Policrate. 
—  I  galli  sennoni  fabbricarono  Siena  lasciandovi  i  più  vecchi, 
e  più  deboli  di  loro.  Conservarono  a  lungo  la  somiglianza 
de' lineamenti, del  colore,  e  dei  costumi;  ma  la  lunghezza  del 
tempo,  la  diversa  posizione  e  località,  il  conversar  coi  vicini, 
la  mescolanza  di  sangue ,  la  maniera  di  vita  in  gran  parte  li 
scambiò.  —  Per  altro  il  detto  di  Giovanni  non  mi  persuade, 
perchè  Siena  non  è  tanto  antica,  e  Tito  Livio,  od  altro  storico 
antico  non  ne  fa  menzione.  Ritengo  pertanto,  che  Giovanni  in- 
glese abbia  sbagliato  tra  Siena,  e  Senogallia;  imperocché  i  gua- 
sconi, e  non  i  galli  sennoni  fabbricarono  Senogallia  nel  lito- 
rale dell'Adriatico,  che  prima  nomossi  Seno,  come  attesta  Li- 
vio, allorché  racconta,  che  Claudio  Nerone  console  venendo  in 
aiuto  di  Livio  Sali natore  suo  collega  con  un  esercito  contro  di 
Asdrubale  giunse  a  Seno,  poscia  debellò  Asdrubale  presso  al 
fiume  Metauro,  distante  circa  sedici  miglia  da  Senogallia  onde 
/  altro  lebbroso  alchimista  chemintese  che  mi  udì  parlare  della 
vanità  de'sanesi  —  Mastro  Capocchio  fiorentino,  uomo  adatto 
a  tutte  cose ,  specialmente  a  cambiar  metalli ,  e  che  secondo  al- 
cuni, fu  bruciato  vivo  in  Siena.  Dante  lo  pone  con  GrifTolino 
perchè  simile  nell'arte,  nella  colpa,  e  nella  pena  rispose  al 
detto  mio  Dante  fa  raccontare  un'altra  vanità  sanese  per  giu- 
stificare maggiormente  la  sua  riprovazione. 


CANTO  XXIX.  717 

In  Siena,  ai  tempi  odierni  fu  istituita  una  stoltissima 
società,  che  volle  nomarsi  società  nobile,  e  corteggiana, 
ma  che  il  volgo  diceva  —  spenderizia  —  Dodici  giovani 
ricchissimi  si  misero  in  testa  di  far  cose  da  far  maravi- 
gliare gran  parte  di  mondo.  Ciascuno  depositò  dieciotto  mi- 
la fiorini  d'  oro,  e  così  formossi  un  cumulo  di  duecento 
sedici  mila  fiorini.  Fu  prima  legge,  che  qualunque  socio 
spendesse  per  proprio  esclusivo  conto  la  più  piccola  som- 
ma, come  indegno  fosse  tosto  scacciato  da  tanto  liberale 
sodalizio.  Costrutto  un  palazzo,  in  cui  ciascun  socio  aveva 
camera  splendidissima,  preziose  suppellettili  si  adunavano 
i  soci  due  volte  al  mese  per  sontuosissimi  pranzi,  e  lietis- 
sime cene.  Ogni  convitto  era  ornato  di  tre  servizi  di  tavola, 
ed  il  primo  spettava  ai  camerieri  inservienti  al  convito,  e  tutti 
gli  ornati,  vasellami,  coltelli  dorati, o  d'argento  si  gettavano 
dopo  il  convito  dalla  finestra:  il  secondo  servigio  delle  vivande 
si  consumava:  si  conservava  però  il  terzo  servigio  per  vini 
esteri,  per  confetture  singolari,  e  per  quanto  era  fuori  degli 
usi  comuni.  Dovevano  i  soci  tutti  stare  attenti  ali1  arrivo  di 
qualche  distinto  personaggio,  e  condurlo  in  gran  pompa  al 
palazzo  sociale  e  trattarlo  non  solo  per  cibi ,  ma  anche  ma- 
gnificamente per  doni.  Tale  pazza  istituzione  non  durò  che 
dieci  mesi ,  giacché  il  cumulo  presto  si  esaurì ,  ed  i  soci  resi 
miserabili  divennero  la  favola  e  lo  scherno  del  mondo.  Com- 
poste in  proposito  due  canzoni  l' una  sulle  delizie,  l'altra  sulle 
calamità  de' soci,  passarono  esse  di  bocca  in  bocca  e  qualche 
socio  si  ridusse  all'ospitale.  Dante  pure  amò  di  perpetuare  la 
memoria  di  tanta  stoltezza.  —  Mastro  Capocchio  gli  rispose 
scongiurandolo  contro  i  sanesi  tranne  eccetto  me  e  dello  Seric- 
ea che  seppe  far  le  temperate  spese  parlando  ironicamente  e 
Niccolo  eccetto  Niccolò  altro  sanese  socio  efie  primo  disco- 


718  INFERNO 

perse  che  primo  scoprì ,  trovò  la  costuma  ricca  del  garofano. 
Alcuni  dicono,  che  costui  si  facesse  da  un  domestico  monda- 
re il  garofano.  Altri  vogliono  che  inventasse  certa  maniera  di 
fare  il  rosto  con  aromi  preziosi,  e  specialmente  collo  scelto  ga- 
rofano, locchè  fu  detto  dal  volgo — la  costuma  ricca — Altri  che 
facesse  arrostire  capponi,  fagiani  ed  altri  scelti  volatili  sulle 
brace  del  garofano  ardente;  e  questa  interpretazione  è  più 
probabile,  perchè  allora  la  spesa  era  grave.  Si  conta  pure  che 
alcuni  facessero  bollire  i  fiorini  nel  sapore,  e  dopo  averli  te- 
nuti in  bocca  alcun  poco,  li  cacciassero  sulla  via.  nell  orto 
dove  tal  seme  s  appicca  cioè  nella  città  di  Siena  dove  la  go- 
losità, seminata  che  sia,  pullula,  e  germoglia  tranne  la  briga- 
ta eccettuata  la  brigata  in  che  nella  quale  Caccia  nome  pro- 
prio d  Ascian  nobile  castello  donde  vennero  questi  Caccia 
disperse  la  vigna  e  la  gran  fronda  aveva  costui  bella  e  ma- 
gnifica possidenza  che  vendette  e  consunse  in  quella  paz- 
za brigata  eproferse  propalò,  manifestò  il  suo  senno  abba- 
gliato che  per  miseria  impazzì,  quando  prima  erasi  tenuto 
per  prudente  e  savio,  aguzza  l  occhio  intellettuale  ver  me 
verso  di  me  si  che  la  faccia  mia  ben  ti  risponda  sicché  pos- 
sa raffigurarmi  si  vedrai  eh  i  son  l  orqbra  di  Capocchio  —  che 
falsai  li  metalli  con  l'alchimia  costui  usò  dell'  alchimia  in 
cattiva  parte,  perchè  dice  —  falsai—  perche  sappi  chi  si  ti 
seconda  onde  tu  conosca  chi  è  teco  daccordo  contro  Siena  e 
ti  dei  ricordar  se  ben  ti  adocchio  e  devi  rammentarti ,  se  non 
prendo  equivoco.  In  un  venerdì  santo  costui  dentro  di  un  chio- 
stro pi  nge  vasi  in  un  unghia,  e  con  maraviglioso  artificio  la 
passione  di  N.  S.  Gesù  Cristo.  Sorpreso  da  Dante,  tosto  colla 
lingua  cancellò  quanto  con  tanto  ingegno  ed  artificio  aveva 
fatto;  del  che  Dante  lo  sgridò,  essendo  il  lavoro  maraviglioso 
al  pari  di  colui ,  che  scrisse  la  intera  Iliade  in  una  noce  che  io 


CANTO  XXIX.  719 

fui  de  natura  bona  scimia  contraffacendo  il  tulio,  come  la 
scimia.  Conobbe  finamente  carattere,  costumi,  azioni  e  fa- 
coltà degli  altri  uomini,  e  sapeva  contraffarli. 


CANTO  XXX. 


TK8TO  MODERNO 


Nel  tempo  che  Giunone  era  crucciata 

Per  Semele  contra  il  sangue  tebano, 

Come  mostrò  già  una  e  altra  fiata;  3 

Marnante  divenne  tanto  insano, 

Che  veggendo  la  moglie  co' duo  figli 

Venir  carcata  di  ciascuna  mano,  6 

Gridò:  tendiam  le  reti,  sì  ch'io  pigli 

La  lionessa  e  i  lioncini  al  varco: 

E  poi  distese  i  dispietati  artigli ,  9 

Prendendo  l'un,  eh*  avea  nome  Learco, 

E  rotollo ,  e  percosselo  ad  un  sasso  ; 

E  quella  s'annegò  con  l'altro  incarco.  li 

E  quando  la  fortuna  volse  in  basso 

L'altezza  de'Troian  che  tutto  ardiva, 

Sì  che  insieme  col  regno  il  re  fu  casso;  15 

Ecuba  trista  misera  e  cattiva, 

Poscia  che  vide  Polissena  morta, 

E  del  suo  Polidoro,  in  su  la  riva  18 

Del  mar,  si  fu  la  dolorosa  accorta, 

Forsennata  latrò,  sì  come  cane; 

Tanto  il  dolor  le  fé' la  mente  torta.  21 

Ma  né  di  Tebe  furie  né  Troiane 

Si  vider  mai  in  alcun  tanto  crude, 

Nel  punger  bestie,  non  che  membra  umane,      2* 


CANTO  XXX.  .    751 

Quanl'io  vidi  in  due  ombre  smorte  e  nude, 

Che  mordendo  correvan  di  quel  modo, 

Che  il  porco  quando  del  porcil  si  schiude.         27 
L'una  giunse  a  Capocchio,  ed  in  sul  nodo 

Del  collo  Passati  nò,  sì  che  tirando, 

Grattar  gli  fece  il  ventre  al  fondo  sodo.  30 

E  ]' Areti n,  che  rimase  tremando, 

Mi  disse:  quel  folletto  è  Gianni  Schicchi, 

E  va  rabbioso  altrui  cosi  conciando.  33 

Oh,  diss'io  lui,  se  l'altro  non  ti  ficchi 

Li  denti  addosso,  non  ti  sia  fatica 

A  dir  chi  è,  pria  che  di  qui  si  spicchi.  36 

Ed  egli  a  me:  queir  è  l'anima  antica 

Di  Mirra  scellerata,  che  divenne 

Fuor  del  diritto  amore  al  padre  amica.  39 

Questa  a  peccar  con  esso  così  venne, 

Falsificando  sé  in  altrui  forma, 

Come  l'altro,  che  in  là  sen  va,  sostenne,  42 

Per  guadagnar  la  donna  della  torma, 

Falsificare  in  sé  Buoso  Donati, 

Testando,  e  dando  al  testamento  norma.  45 

E  poi  che  i  duo  rabbiosi  fur  passati, 

Sovra  i  quali  io  avea  l'occhio  tenuto, 

Rivolsilo  a  guardar  gli  altri  mal  nati.  48 

lo  vidi  un  fatto  a  guisa  di  liuto, 

Pur  ch'egli  avesse  avuto  l'anguinaia 

Tronca  dal  lato,  che  l'uomo  ha  forcuto.  51 

La  grave  idropisia,  che  sì  dispaia 

Le  membra  con  l'umor  che  mal  converte, 

Che  il  viso  non  risponde  alla  ventraia,  54 

Faceva  lui  tener  le  labbra  aperte, 
Kambaldi  -  Voi*  1.  46 


722  INFERNO 

Come  T  etico  fa ,  che  per  la  sete 

L'un  verso  il  mento  e  l'altro  in  su  ri  verte.         57 

0  voi,  che  senza  alcuna  pena  siete 
(E  non  so  io  perchè)  nel  mondo  gramo , 
Di  ss' egli  a  noi,  guardale  e  attendete  60 

Alla  miseria  del  maestro  Adamo: 

Io  ebbi,  vivo,  assai  di  quel  ch'io  volli , 

Ed  ora,  lasso I  un  gocciol  d'acqua  bramo.         63 

Li  ruscelletti,  che  de' verdi  colli 
Del  Casentin  discendon  giuso  in  Arno, 
Facendo  i  lor  canali  e  freddi  e  molli ,  66 

Sempre  mi  stanno  innanzi,  e  non  indarno; 
Che  l'imagine  lor  via  più  m'asciuga, 
Che  il  male  ond'  io  nel  volto  mi  discarno.  69 

La  rigida  giustizia,  che  mi  fruga, 
Traggo  cagion  del  luogo  ov'io  peccai, 
A  metter  più  i  miei  sospiri  in  fuga.  72 

Ivi  è  Romena,  là,  dov'io  falsai 
La  lega  suggellata  del  Battista, 
Perch'  io  il  corpo,  suso  arso  lasciai.  75 

Ma  s'io  vedessi  qui  l'anima  trista 
Di  Guido,  o  d'Alessandro,  o  di  lor  frate, 
Per  Fonte  Branda  non  darei  la  vista.  78 

Dentro  c'è  l'una  già,  se  l'arrabbiate 
Ombre  che  vanno  intorno  dicon  vero: 
Ma  che  mi  vai,  eh'  ho  le  membra  legate?  81 

S'io  fossi  pur  di  tanto  ancor  leggiero, 
Ch'io  potessi  io  cent'anni  andare  un'oncia, 
Io  sarei  messo  già  per  lo  sentiero,  84 

Cercando  lui  tra  questa  gente  sconcia, 
Con  tutto  ch'ella  volge  undici  miglia, 


CANTO  XXX.  723 

E  men  d'un  mezzo  di  traverso  non  ci  ha.  87 

lo  son  per  lor  tra  sì  fatta  famiglia: 

Ei  m'indussero  a  battere  i  fiorini, 

Che  avevan  tre  carati  di  mondiglia.  90 

E  io  a  lui:  chi  son  li  duo  tapini, 

Che  fuman  come  man  bagnata  il  verno, 

Giacendo  stretti  a' tuoi  destri  confini?  95 

Qui  li  trovai,  e  poi  volta  non  dierno, 

Rispose,  quando  piovvi  in  questo  greppo, 

E  non  credo  che  deano  in  sempiterno.  96 

L' una  è  la  falsa  che  accusò  Giuseppo: 

L'altro  è  il  falso  Sinon  Greco  da  Troia: 

Per  febbre  acuta  gittan  tanto  leppo.  99 

E  l'uri  di  lor  che  si  recò  a  noia 

Forse  d'esser  nomato  sì  oscuro, 

Col  pugno  gli  percosse  l'epa  croia.  102 

Quella  sonò,  come  fosse  un  tamburo: 

E  mastro  Adamo  gli  percosse  il  volto 

Col  braccio  suo,  che  non  parve  men  duro,  105 
Dicendo  a  lui:  ancor  che  mi  sia  tolto 

Lo  muover,  per  le  membra,  che  son  gravi, 

Ho  io  il  braccio  a  tal  mestier  disciolto.  108 

Ond'ei  rispose:  quando  tu  andavi 

Al  foco,  non  l'avei  tu  così  presto: 

Ma  sì  e  più  l'avei  quando  coniavi.  Ili 

E  l'idropico:  tu  di' ver  di  questo: 

Ma  tu  non  fosti  sì  ver  testimonio 

Là ,  've  dei  ver  fosti  a  Troia  richiesto.  114 

S'io  dissi  falso,  e  tu  falsasti  il  conio, 

Disse  Sinone:  e  son  qui  per  un  fallo, 

E  tu  per  più  che  alcuno  altro  dimonk).  117 


i 


724  INFERNO 

Ricorditi,  spergiuro,  del  cavallo, 
Rispose  quei,  ch'aveva  enfiala  l'epa, 
E  sieli  reo,  che  tutto  il  mondo  sallo.  120 

A  te  sia  rea  la  sete  onde  ti  crepa , 
Disse  il  Greco,  la  lingua,  e  l'acqua  marcia 
Che  il  ventre  innanzi  gli  occhi  ti  si  t'assiepa.  123 

Allora  il  monetier:  cosi  si  squarcia 
La  bocca  tua  per  dir  mal  come  suole; 
Che  s'io  ho  sete,  e  umor  mi  ri  n  fa  rei  a,  126 

Tu  hai  l'arsura,  e  il  capo  che  ti  duole, 
E  per  leccar  lo  specchio  di  Narcisso, 
Non  vorresti  a  invitar  molte  parole.  129 

Ad  ascoltarli  er'io  del  tutto  fisso, 
Quando  il  Maestro  mi  disse:  or  pur  mira, 
Che  per  poco  è,  che  teco  non  mi  risso.  152 

Quando  io  il  sentii  a  me  parlar  con  ira, 
Volsimi  verso  lui  con  tal  vergogna, 
Che  ancor  per  la  memoria  mi  si  gira.  135 

E  qual  è  quei,  che  suo  dannaggio  sogna, 
Che  sognando  disidera  sognare, 
Sì  che  quel  eh' è,  come  non  fosse,  agogna;      158 

Tal  mi  fec'io,  non  potendo  parlare, 
Che  disiava  scusarmi ,  e  scusava 
Me  tuttavia,  e  noi  mi  credea  fare.  141 

Maggior  difetto  men  vergogna  lava, 
Disse  il  Maestro,  che  il  tuo  non  è  stato: 
Però  d'ogni  tristizia  ti  disgrava:  144 

E  fa  ragion  ch'io  ti  sia  sempre  allato, 
Se  più  avvien,  che  fortuna  t'accoglia 
Dove  sien  genti  in  simigliante  piato; 

Che  voler  ciò  udire  è  bassa  voglia.  148 


CANTO  XXX.  725 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Seguita  il  castigo  de'  falsari.  In  tre  parti  generali  dividesi 
il  canto.  Nella  prima — falsari  della  propria  persona,  antichi 
e  moderni,  puniti  col  furore:  nella  seconda — falsatori  di  mo- 
neta, che  son  puniti  coir  idropisia  io  vidi  un  ecc.  nella  terza 
—  falsatori  in  parole  —  puniti  colla  febbre  et  io  a  lui  ecc. 

Agenore  re  di  Tiro  ebbe  una  figlia — Europa — che  Giove 
rapì,  e  per  cui  il  padre  mandò  il  figlio  Cadmo  a  corcarla  in 
ogni  luogo,  e  senza  di  lei,  proibendogli,  di  tornare  alla  pa- 
tria. Cadmo,  trovati  compagni,  né  credendo  decoroso  inse- 
guire una  donna,  giunse  per  mare  in  Grecia,  ed  ivi  cercò 
per  sé,  e  compagni  un  soggiorno.  Interrogato  l'oracolo  di 
Apollo  Delfico  ebbe  in  responso  —  di  seguire  il  Bove  —  e  la 
provincia  si  chiamò  Beozia.  Superate  alcune  guerre  coi  lace- 
demoni, e  con  altri  vicini,  fabbricò  Tebe,  da  cui  fu  gridato 
re.  Felice  del  suo  esilio,  chiaro  per  le  gesta,  e  più  chiaro  per 
la  invenzione  delle  lettere,  volendo  rendersi  più  noto  per  la 
prole,  sposò  Ermione  distinta  per  bellezza  e  nobiltà,  dalla 
quale  ebbe  quattro  figlie  belle,  e  decorose  come  la  madre, 
quali  diede  in  moglie  a  quattro  incliti  principi,  e  delle  quali 
vide  i  nipoti.  Chi  poteva  essere  più  beato  di  lui?  Eppure,  la 
umana  di  lui  felicità  si  cambiò  prestissimo  nelle  maggiori 
sciagure.  La  prima  figlia  Semele  amata  da  Giove,  per  aver 
macchiato  il  talamo  di  Giunone,  pregnante,  e  colta  in  adul- 
terio fu  arsa  viva,  come  nel  canto  XXI  del  Paradiso.  La  se- 
conda Auctonoe  ebbe  dal  marito  Aristeo  un  figlio  Ateone  appas- 
sionato per  la  caccia,  e  che  fu  sbranato  dai  cani,  e  cambiato 
in  cervo,  come  si  disse  al  canto  XIII.  La  terza  Agave  partorì 
al  marito  Esione  un  figlio  Penteo  che  resse  Tebe:  ma  la  ma- 
dre colle  sorelle,  contro  il  divieto,  volle  penetrare  ne' sagri- 


726  INFERRO 

liei  di  Bacco  e  per  errore  uccise  il  proprio  figlio  sotto  aspetto 
di  cignale.  La  verità  storica  credo  in  ciò  consistesse,  che  Pen- 
teo  avesse  proibito  alle  donne  1'  uso  del  vino,  come  fu  un  tem- 
po proibito  alle  matrone  romane,  e  così  sprezzasse  i  sagrifici 
di  Bacco;  le  donne  invase  dal  furore  del  Dio  crudelmente  lo 
lacerassero  a  morte.  La  quarta  Ino  sposò  Atamante  che  in  Tebe 
aveva  i  riguardi  di  re.  Fu  questi  preso  da  furore,  ed  incon- 
trandola moglie,  cheavea  in  braccio  i  due  figli,  parvegli  che 
fosse  una  leonessa  che  stringesse  due  leoncini.  Si  slanciò  so- 
pra uno  di  essi  —  Learco  —  ed  afferratolo,  e  sbattendolo  so- 
pra di  un  sasso,  lo  sfracellò.  Ino  paventando  della  stessa  sorte 
per  sé,  e  per  l' altro  figlio — Meli  certa — fuggì  da  quel  furente 
e  si  affogò  col  figlio  nel  mare  Atamante  genero  di  Cadmo 
divenne  tanto  insano  furente  che  vegiendo  la  moglie  andar 
varcata  da  ciascuna  mano  con  due  figli  sempre  in  istato  di  fu- 
rore grido  vedendola  accarezzarli  tendiam  le  reti  si  eh  io  pi- 
gli la  lionessa  Ino  che  in  quel  momento  gli  sembrò  una  li  emes- 
sa et  i  leoncin  ed  i  figli  al  varco  al  passo,  e  in  così  dire  et  poi 
distese  gli  spietati  artigli  le  mani  spietate  prendendo  l  un  fi- 
glio eh  avea  nome  Learco  e  rotollo  e  lo  aggirò  qual  fionda, 
sbattendolo  in  un  sasso  e  quella  Ino  anego  con  l  altro  carco 
affogò ,  precipitatasi  in  mare  insieme  coir  altro  figlio  Nelicerta. 
Ino  fu  cangiata  in  Dio  marino,  e  chiamata  Leucotoe  e  Meli- 
certa  parimenti  cangiato  in  Dio  del  mare  sotto  nome  di  Pale- 
mone.  Il  furore  di  Atamante  viene  accertato  da  gravi  storici. 
E  non  sono  inoli' anni,  che  in  Padova  un  certo  tale  invaso  da 
furore  trucidò  consorte,  figli  ed  un  intera  famiglia.  Dante 
inette  il  furor  di  Atamante  nel  tempo  che  Junone  era  crucciata 
sdegnata  contro  l  sangue  Tcbano  contro  il  sangue  di  Cadmo 
che  fabbricò  Tebe  per  Semele  per  l' adulterio  di  Se  mele;  im- 
perocché le  mogli  odiano  per  Io  più  le  amiche  de'  loro  ma- 


capo  xxx.  727 

riti,  e  Giunone  moglie  di  Giove  di  mala  voglia  soffriva  i  rap- 
porti del  marito  con  Semele  figlia  di  Cadmo,  e  si  vendicò  nel 
furor  di  Marnante  come  mastro  una  et  un  altra  fiata  due  volte 
mostrò  T  odio  suo  contro  il  sangue  di  Cadmo,  cioè  in  Semele 
che  fece  fulminare,  ed  in  Atamante,  che  fece  infuriare. 

Ecuba  moglie  di  Priamo  potentissimo  re  di  Troja  poteva 
tenersi  per  la  più  felice  delle  donne,  madre  di  tanti  ed  incliti 
figli,  e  regina  del  più  florido  regno;  ma  cambiata  fortuna  di- 
venne la  più  sventurata  di  tutti,  e  perfino  del  consorte.  Oltre 
infatti  i  disastri  dell'assedio  decenne,  oltre  la  morte  di  tutti  i 
suoi  figli,  la  presa  della  città,  e  P  incendio  della  regia,  vide 
sotto  i  propri  occhi  scannarsi  il  marito  da  Pirro  che  poco  pri- 
ma aveva  trafitto  Polite  sugli  occhi  di  ambidue,  e  la  bellissi- 
ma figlia  Polissena  trascinata  sulla  tomba  di  Achille  vittima 
immolata  dalla  mano  di  Pirro  ancora  bagnata  del  sangue  del 
marito,  e  del  figlio.  Ed  il  figlio  del  grande  Ettore  — Astianat- 
te —  sbattersi  e  schiacciarsi  in  un  sasso,  e  fumare  distrutte 
le  ultime  reliquie  d'Uione;  essa  cui  poco  prima  servivano 
cinquanta  nuore,  or  trista,  or  sola,  or  sprezzata,  or  derelitta, 
senza  rifugio  o  cura  di  servo,  o  conforto  di  amico.  Fra  tante 
calamità  si  risovvenne  del  figlio  Polidoro,  che  Priamo  aveva 
spedito  al  genero  Polinestore  di  Tracia,  con  mucchi  d'oro,  per 
riparo  a  sé,  ed  ai  figli  nel  caso  di  sventura;  e  scorse  la  Tracia 
per  trovarlo,  e  sperava  di  stringerlo  fra  le  braccia  materne; 
ma  fu  certo  che  l'avarizia  dello  genero  l'aveva  fatto  uccidere 
a  tradimento  lasciandolo  insepolto  sulla  spiaggia  marina.  Que- 
st'  ultimo  colpo  la  vinse,  e  la  rese  furente,  e  come  cane  rab- 
bioso latrava  e  correva  pei  campi,  scomposta  le  vesti  ed  il 
crine,  e  lorda  di  polvere  e  di  fango,  finché  estenuata,  spos- 
sata, consunta  spirò.  —  Vollero  alcuni  che  Ecuba  fosse  menata 
schiava  con  Cassandra  ed  Andromaca,  e  pazza  terminasse  la 


7?8  INFERNO 

lunga  vita  fiaccata  da  tante  sventure  Ecuba  trista  per  la  morte 
de' suoi  tutti  misera  degna  di  pietà  capava  tratta  in  servila 
da  Ulisse  forsenata  per  rabbia,  e  disperazione  latra  sicome 
cane  con  questa  espressione  accenna  l' allegoria  della  favola, 
perchè  non  divenne  cane,  come  finsero  i  poeti,  ma  qual  cane 
rabbioso  lacerava  coli'  unghie ,  e  mordeva ,  e  sbranava  tanto  il 
dolor  li  fé  la  inente  torta  il  dolor  tanto  la  trasse  di  senno  po- 
scia che  vide  Polissena  morta  avendo  per  questa,  che  più  di 
ogni  altra  amava,  sentito  maggior  dolore,  come  si  ha  da  Ovidio 
nel  X  delle  Maggiori ,  e  presso  Seneca  —  e  dopo  che  la  dolo- 
rosa madre  se  fu  accorta  del  so  Pollidoro  del  suo  figliuoletto 
in  su  la  riva  del  mare  ucciso  a  tradimento  sul  lido  del  mare 
di  Tracia.  Ovidio  però  dice,  eh' Ecuba  venendo  al  lido  per 
lavare  il  corpo  di  Polissena,  trovò  la  salma  di  Polidoro  git- 
tate dall' onde  sul  lido  stesso,  ed  allora  quel  mare  sarebbe 
di  Troja. 

Polinestor  che  ancise  Polidoro  e  tanto  avvenne  ad  Ecuba 
quando  la  fortuna  volse  in  basso  l  altezza  dei  trojani  che 
tutto  ardiva  quando  la  sorte  condusse  a  ruina  l'alta  superbia 
troiana  si  che  il  re  insieme  fu  casso  col  regno  spesso,  rove- 
sciato il  soglio  e  spento  il  re,  rimane  intero  il  regno,  come 
avvenne  di  Tarquinio  superbo  scacciato  da  Roma;  ma  qui  re, 
regia,  regno  e  progenie  del  re,  tutti  spenti;  ma  ne  furie  di 
Tebe  come  la  predetta  di  Atamante,  che  uccise  moglie  e  figli, 
e  dei  due  fratelli  Eteocle  e  Polinice  ne  troiane  come  di  Ecu- 
ba, o  Cassandra  di  lei  figlia  sevider  mai  in  alcun  tanto  crude 
tanto  crudeli  non  punger  bestie  non  che  membra  fiumane  la 
carne  umana,  come  più  molle  e  di  più  delicata  tessitura,  sente 
il  dolore  maggiormente  delle  bestie,  ma  queste  non  possono 
alleviar  il  dolore  coir  ajuto  della  mano,  come  fa  V  uomo.  Il 
toro,  cui  pongasi  sotto  la  coda  uno  spino,  o  vespa  diviene 


CANTO  XXX.  729 

furente ,  e  muggisce,  e  corre  forsennato  per  molte  miglia  al  dir 
di  Virgilio:  rugge  ed  infuria  il  leone  preso  da  febbre,  il  ci- 
gnale ferito,  l'orsa  pei  figli  rapiti;  ma  non  vi  è  furore  che u- 
guagli  quello  dell'  uomo  quando  vidi  in  due  ombre  smorte 
nude  l'anima  divisa  dalla  carne  dicesi  nuda  e  pallida,  come 
diconsi  pallidi  i  luoghi  dei  morti  che  quali  ombre  correan 
mordendo  qualunque  incontravano  di  chel  modo  furioso  alfa 
maniera  che  l  porco  corre  mordendo  qualunque  oggetto  in- 
contri quando  se  schiude  del  porcile  fatto  libero,  ed  in  pro- 
prio potere  morde,  e  lacera  il  bambino  nella  cuna,  perpetuo 
dolore  della  madre.  Ma  se  Marnante  fu  crudo  verso  la  con- 
sorte, ed  i  figli,  ciò  fece  per  errore ,  e  per  ignoranza.  Se  Ecuba 
divenne  rabbiosa,  lo  divenne  per  giuste  cagioni  di  sventure, 
di  offese,  d'insulti  crudeli;  i  puniti  in  questo  luogo  all'  in- 
contro volontariamente,  ed  avvertitamente  senza  cagione  in- 
furiarono, ed  incrudelirono. 

Luna  un'  ombra  giunse  a  Capocchio  alchimista  con  le 
sanne  coi  denti  in  sul  nodo  del  collo  si  che  girandolo  fece 
grattar  il  ventre  al  fondo  sodo  lo  scalfì  nel  collo,  e  gli  fece 
scalfire  il  ventre  per  terra,  e  così  dove  quello  da  prima  si  stac- 
cava soltanto  le  croste,  l' altro  gli  staccò  la  carne  dall'  osso 
e  l  aretino  mastro  Griffolino  d'  Arezzo  altro  alchimista  che  ri- 
mase tremando  perchè  toltagli  la  compagnia  di  Capocchio 
non  aveva  più  appoggio  sedendo  temeva,  che  un  altro  spirito 
gli  facesse  Io  stesso  giuoco  mi  disse  quel  foletto  quel  furente 
prosuntuoso  e  Vanni  Schicchi  di  costui  si  parlerà  in  appresso 
e  va  rabbioso  altrui  cosi  conciando  mordendo,  e  lacerando 
gli  altri,  oh  dissio  lui  all'  aretino  non  ti  sia  fatica  a  dire  chi 
e  l  altro  il  compagno  pria  che  da  qui  se  spicchi  prima  che 
si  allontani  da  questo  luogo  se  l  altro  non  ti  ficchi  li  denti 
adosso  come  l' altro  fece  al  compagno  Ino. 


730  INFERIVO 

Secondo  Ovidio  Ciniro  fu  re  di  Pafo  nelK  isola  di  Cipro. 
Poteva  dirsi  felice,  se  non  avesse  mai  avuta  prole.  Ma  una  fi- 
glia—  Mirra  —  fu  presa  d'amore  incestuoso  per  lui.  Ardeva 
neir  interno:  lottava  tra  il  molcerlo  o  l'estinguerlo.  —  Gli  a- 
nimali  si  uniscono,  diceva  ella,  non  curando  i  legami  del  san- 
gue: molte  nazioni  permettono  le  unioni  fra  più  stretti  con- 
giunti. —  Cosi  cresceva  la  passione,  e  chiamava  beate  le  don- 
ne cui  cran  leciti  tali  connubi.  Poi  si  scagliava  contro  le  bar- 
bare leggi  che  vietavano  quanto  concedeva  natura.  Rientrata 
in  sé  stessa  inorridiva,  e  tentava  allontanarsi,  fuggire;  ma 
l'amore  le  rammentava  i  baci  del  padre:  ed  all'opposto  il 
pudore  le  faceva  conoscere,  che  sarebbe  l'adultera  del  padre, 
la  sorella  del  figlio,  la  madre  del  fratello.  Molti  principila 
chiesero  in  moglie  e  Ciniro  la  interrogava,  e  la  consigliava 
nella  scelta ,  ma  essa  non  rispondeva:  allora  per  determinarla 
la  baciava,  la  carrozzava  con  maggior  caldo  di  affetto.  Co- 
stretta finalmente  rispose  —  volere  un  marito  che  somigliasse 
al  padre  —  e  Ciniro  non  comprendendola  raddoppiava  le  ca- 
rezze e  le  lodi.  Giunta  la  notte,  né  potendo  aver  pace  afferrò 
un  lungo  cinto,  e  sospendendolo  ad  una  trave  se  lo  adattava  al 
collo  per  appiccarsi  per  la  gola,  quando  una  vecchia  nutrice 
che  la  sorvegliava  corse,  e  gridando  —  ferma,  Mirra,  ferma- 
le strappò  il  laccio  dal  collo,  e  piangendo  la  scongiurò  a  dire 
il  motivo  di  tanta  disperazione.  Mirra ,  fissi  gli  occhi  al  suolo 
non  rispondeva;  ma  quando  la  nutrice  aggiunse,  che  la  ma- 
dre, ed  il  padre  l'amavano  tanto,  al  nome  di  Ciniro  mise  un 
alto  sospiro,  che  se  non  chiarì,  destò  sospetto  nella  vecchia 
servente,  la  quale  insistè,  e  pregò  tanto  che  presa  da  forsen- 
nato dolore  Mirra  soggiunse  —  o  madre  felice  con  tale  mari- 
to! —  Stupefatta,  atterrita  la  nutrice,  molto  disse,  mollo  tentò 
per  dissuadere  la  incestuosa,  che  sempre  più  si  fermava  nel- 


CANTO  XXX.  751 

l'idea  o  di  morire ,  o  di  conseguire  l'oggetto  amato.  Celebra- 
rsi intanto  la  festa  di  Cerere,  e  per  rispetto  alla  Dea,  le 
mogli  dovevano  astenersi  dal  contatto  d' uomo  pel  corso  di 
nove  notti.  La  madre  di  Mirra  scelse  di  venerare  la  Dea.  Al- 
lora la  maliziosa  nutrice  offerse  a  Ciniro  una  fanciulla  bellis- 
sima, degna  dell'amor  suo.  Richiesta  della  età,  rispose — ha 
l'età  della  tua  Mirra.  —  Fra  l'oscurità  della  notte  introdusse 
Mirra  nella  camera  del  padre.  Tremava  insieme,  e  godeva  essa 
che  il  padre  ignaro  le  dicesse  esortandola:  non  temere  figlia 
mia:  e  padre  lo  chiamava  essa  pure  con  voce  contraffatta.  Al- 
fine concepì  del  padre.  E  la  notte  seguente,  e  le  altre  dopo  tor- 
nò a  lui  coli' inganno  di  prima.  Ma  negato  si  accresce  il  desio, 
e  Ciniro  volendo  ad  ogni  costo  conoscere  la  sconosciuta  prese 
improvvisamente  una  face,  e  seppe  nel  tempo  stesso  della  fi- 
glia e  dell'  incesto.  Neil'  impeto  primo  snudò  la  spada,  ma  Mir- 
ra fuggi,  e  disparve  fra  l'ombre.  É  questa  vera  istoria,  meno  la 
fine,  giacché  si  racconta,  che  Mirra  fuggendo  giunta  in  Arabia, 
fu  convertita  in  un  albero,  che  produce  mirra.  Ovidio  prega  a 
non  credere  il  fatlo,  od  almeno  che  la  pena  tenne  dietro  alla 
colpa.  Per  orrore  finge,  che  la  luna,  e  le  altre  stelle  si  oscu- 
rassero nell'atto  che  Mirra  entrava  nel  letto  paterno,  et  etti 
Griffolino  a  me  disse  quel  anima  antica  essendo  antichissi- 
ma tal  scelleraggine  de  Mirra  scelerata  figlia  di  Ciniro  redi 
Cipro ,  che  divenne  amica  al  padre  fuor  del  dritto  amor  fuori 
dell'amore,  che  natura  pose  tra  padre  e  figlia. 

Ora  Griffolino  fa  confronto  di  Mirra  con  Vanni  Schicchi. 

* 

—  Bosio  de'Donati  di  Fiorenza  quantunque  nobile,  e  d'illu- 
stre casato,  pure  fu  simile  agli  altri  nobili  del  tempo  suo,  o 
col  mezzo  di  furti  aveva  molto  arricchito  il  suo  censo.  Venuto 
a  morte,  il  morso  della  coscienza  gli  fece  far  testamento,  nel 
quale  ordinò  pingui  legati  a  favore  di  molti,  perlocchè  il  fi- 


732  INFERNO 

glio  Simone  credendosi  enormemente  gravato,  subornò  Vanni 
Schicchi  dei  Cavalcanti,  il  quale  entrò  nel  letto  di  Bosio,  e 
fece  un  testamento  in  opposto  all'  altro.  Vanni  molto  somi- 
gl  iava  a  Bosio.  In  primis,  ed  a  titolo  di  legato  lasciò  a  sé  slesso 
una  celebre  cavalla,  della  quale  niun'altra  più  bella  trovavasi 
in  Toscana:  aveva  un  prezzo  di  mille  fiorini.  Del  resto  il  te- 
stamento fu  secondo  i  concerti  presi  col  detto  Simone,  il  quale 
si  trovò  in  esso  istituito  erede  universale  senza  alcun  peso  di 
legati.  Dice  Griffolino  questa  venne  a  peccar  con  esso  Mirra 
si  finse  altra  fanciulla  per  suggerimento  della  vecchia  nutrice 
come  l  altro  Vanni  Schicchi  sen  va  la  furente  sostenne  assun- 
se falsificar  in  se  Boso  Donati  la  cui  persona  fìnse  testando 
nel  far  un  nuovo  testamento  et  dando  al  testamento  norma 
forma  diversa  da  quella  datagli  prima  da  Bosio  per  guada- 
gnar la  donna  della  turma  la  cavalla  più  bella  della  razza; 
quasi  dica:  per  tanto  vii  prezzo  commise  iniqua  frode.  Non  fece 
così  Plaudina  moglie  di  Traiano  imperatore,  la  quale,  morto 
il  marito,  subornò  un  tale,  eh'  entrò  nel  letto  del  morto,  ed 
istituì  erede  dell'  Impero  quell'Adriano  che  tanto  amava.  Tanto 
scrive  Elio  Lampridio. 

Poiché  i  due  seconda  parte  generale  rivolsimi  a  riguar- 
dar gli  altri  amalati  gli  altri  falsari  di  monete  ivi  puniti  poi- 
ché i  due  rabbiosi  Mirra  e  Schicchi  furenti  sopra  cui  io  havea 
l'occhio  tenuto  l'occhio  intellettuale  for  passati  si  allontana- 
rono, io  vidi  un  facto  e  guisa  di  lento  con  faccia  scarna, 
collo  sottile,  gran  ventre  ed  enfiato  pur  eh  elli  avesse  l  an- 
guinaia trunca  troncata  da  lato  da  una  parte  del  corpo  che 
i  omo  e  forcuto  si  sarebbe  preso  per  un  liuto,  se  non  avesse 
avuto  il  distintivo  nella  parte  nella  quale  l'uomo  s'inforca,  fa 
grave idropisi  che  rende  l'uomo  grave,  e  difficile  a  moversi 
che  dispaia  separa ,  slega  le  membra  con  l  omor  con  l' umore 


CANTO  XXX.  733 

putrefatto,  e  corrotto  c/re,  mal  converte  che  altera  in  tal  modo 
che  l  viso  non  risponde  a  la  ventraia  che  la  faccia  piccola , 
ed  estenuata  non  corrisponde  al  ventre  gonfio  ed  obeso  fa- 
eia  tener  le  labra  apeite  per  la  sete.  Allegoricamente  anche 
il  falsario  di  monete  è  idropico,  perchè  nascosto  in  luoghi 
sotterranei  quanto  più  falsifica,  tanto  più  brama  falsificare  co- 
me l  etico  fa  che  tiene  le  labbra  aperte  che  riverte  l  un  lab- 
bro verso  l  mento  all' ingiù  /  altro  labbro  in  inverso  il  naso 
pei*  la  sete:  l'etisia  è  febbre  occulta ,  che  a  poco  a  poco  va  e- 
siccando,  e  consumando  il  corpo  senza  che  l' uomo  se  ne  ac- 
corga. Etica  si  chiama  ancora  la  filosofia  morale,  ma  qui  non 
è  presa  in  tale  significato,  quei  disseti  queir  uno  e  non  so  io 
perche  non  sapeva  che  Dante  vivo  andasse  per  l'Inferno  sotto 
la  guida  di  Virgilio  o  voi  che  senza  alcuna  pena  sete  nel  mon- 
do gramo  nell'Inferno,  e  specialmente  in  questa  bolgia  di  spi- 
riti tristi,  ed  infermi  guardate  e  attendete  vedete,  e  contem- 
plate alla  miseria  del  maestro  Adamo. 

Il  maestro  Adamo  prova  la  sua  miseria  con  due  argo- 
menti che  gli  crescono  la  pena,  l'uno,  perchè  in  vita  ebbe  i 
comodi  suoi,  l'altro  perchè  ebbe  a  preferenza  degli  altri  di 
che  sedare  la  sete. 

Io  ebbi  vivo  vivente  nel  mondo  assai  più  del  bisogno,  o 
molto  di  quel  eh  io  volli  e  vivea  nell'  abbondanza  di  cibi ,  e  di 
bevanda  con  quei  conti  nel  Casentino  et  ora  lasso  ed  or  misero 
un  goeciol  d  adequa  bramo.  Così  si  verifica  quel  detto  nessun 
maggior  dolore  che  ricordarsi  del  tempo  felice  nelle  miserie. 
Quello  che  maggiormente  desiderava  lo  aveva  dinanzi  agli  oc- 
chi senza  poterlo  toccare  li  ruscelletti  che  discendati  giuso  in 
Arno  fiume  di  Toscana  da  verdi  colli  del  Casentin  è  il  Ca- 
sentino un  contado  tra  Fiorenza  ed  Arezzo  in  quel  tempo  de1 
conti  Guido  per  dote  di  Gualdrada,  secondo  quanto  fu  detto 


734  INFERITO 

al  canto  XVI.  L'Arno  divide  il  Casentino,  e  raccoglie  tulle  le 
acque  cadenti  qua  e  là  da  quei  monti  facendo  i  lor  eanali 
freddi  e  molli  cadendo  da  netti  sassi  scorrono  per  piccoli 
canali  freddi,  e  limpidi  sempre  mi  stanno  inanzi  agli  oc- 
chi e  non  indarno  non  senza  perchè,  giacché  mi  aumentano 
la  sete  che  l  imagine  loro  la  loro  vista  vie  più  mi  asciuga 
più  mi  esicca  ed  inaridisce  che  l  mal  d  idropisia  di  quello 
che  l'idropisia  und  io  nel  volto  mi  discarno  per  la  quale  ho 
il  volto  scamato.  La  sete  non  è  pena  tanto  cruda  nell'idropi- 
co, come  lo  è  quella  di  vedere  freschi  ruscelli,  e  non  poter 
bere.  Dante  prese  tale  Gnzione  da  Lucano ,  che  scrive  così. 
—  Nella  Spagna  citeriore  Petreio  ed  Afranio  ambasciatori  di 
Pompeo  furono  assediati  in  aridissimo  ed  alto  monte,  che  a- 
veva  alle  falde  un  fiume  d'acqua  limpidissima.  Essi,  arsi  dalla 
sete,  scorgevano  l'acqua  senza  poterla  toccare,  ed  erano  più 
tormentati  da  tal  vista  di  quello  che  se  fossero  stati  nella  Li- 
bia. Provavano  il  tormento  di  Tantalo  la  rigida  giustizia  di- 
vina che  ne  fruga  che  cerca,  e  scopre  traggecagion  del  loca 
ove  peccai  trae  motivo  dal  Casentino  a  metter  più  i  miei  su- 
spiri  in  fuga  ad  allontanare  il  compimento  de' miei  desideri. 
Romena  bellissima  terra  del  Casentino  in  cui  avean  do- 
minio i  conti  Guido  è  posta  vicino  ad  Arno  la  dove  falsai  la 
lega  sugelata  improntata,  coniata  colla  figura  del  Battista 
lo  stesso  che  dire,  dove  falsai  i  fiorini  in  cui  è  coniata  V  ima- 
gine di  s.  Giovanni  Battista  patrono  di  Fiorenza.  Scrìve  Ari- 
stotile che  prima  dell'  invenzione  della  moneta  si  faceva  uso 
della  permuta  delle  cose,  grano  con  vino,  vino  con  olio,  e 
cosi  di  tuli' altro,  e  tal  modo  di  contrattazione  si  conserva  an- 
cora fra  barbare  nazioni.  Ma  perchè  riusciva  universalmente 
incomodo,  non  potendosi  gli  oggetti  permutabili  trasportare 
di  lontano,  s' inventò  di  trovar  cosa  che  avesse  in  sé  molto 


CANTO  XXX.  735 

pregio  nell'atto  stesso  che  fosse  comoda  al  trasporto,  e  che 
servisse  alPacquisto  di  altra ,  di  cui  si  difettava ,  e  si  trovò  nel- 
l'oro e  nell'argento,  perfetti  metalli,  pregevoli,  di  poco  peso, 
ridotti  a  forma  facilmente  portabile.  E  perchè  in  ogni  contratto 
non  si  sarebbe  potuto  pesar  la  moneta,  vi  si  scolpì  un  segno 
che  indicasse  peso,  e  pregio.  S.  Giovanni  Battista  è  il  segno  di 
Fiorenza,  s.  Marco  è  il  segno  de' veneziani.  Costui  falsificò  i 
fiorini  di  Toscana,  e  perciò  dice  lasciai  il  corpo  arso  su  fui 
bruciato  nella  città  di  Fiorenza.  Ma  non  darei  la  vista  non 
cederei  al  diletto  di  vederli  per  Fonte  Branda  per  le  acque  di 
Fonte  Branda;  —  Fonte  amenissimo  nella  bella  città  di  Siena, 
e  nella  graziosissima  Piazza.  —  Non  cambierei  questa  vista 
con  quella  bibita*  io  vedessi  qui  in  questa  bolgia  l  anima  tri- 
sta  di  Guido  o  di  Alessandro  o  di  lor  frate  tre  fratelli  conti 
di  Romena,  Guido,  Alessandro,  ed Àghinolfo;  essendo  sollievo 
ai  miseri  aver  compagni  nelle  pene,  e  specialmente  coloro, 
che  vi  spinsero  alla  colpa.  I  una  è  l'anima  di  Alessandro  den- 
tro già  dell'Inferno,  perchè  traditor  de' parenti,  come  nel 
canto  XXX11.  Alessandro  peraltro,  posto  nel  ghiaccio  in  detto 
canto,  non  fu  de' conti  Guido  di  Romena,  ma  de' conti  Alberti 
se  l  arrotiate  ombre  gli  spirili  furenti  che  vanno  intorno 
Mirra,  Schicchi  dicon  vero  perchè  corrono  sempre,  e  pos- 
sono vederli,  e  darne  notizia,  ma  gl'idropici  si  movono  a 
stento,  ma  che  mi  vale  che  mi  giova  che  ho  le  membra  legate 
oppresse  da  infermità,  che  m'impediscono  ogni  moto,  ogni 
passo,  io  saria  già  messo  per  lo  sentiero  io  sarei  già  corso 
s  io  fossi  pur  anchor  leggiero  di  tanto  eh  io  potessi  in  cen- 
t  anni  andar  un  uncia  il  giorno  naturale  è  di  molte  parti  : 
l'oncia  è  la  duodecima  parte  del  momento.  Ma  Dante  non  parla 
di  misura  di  tempo  e  di  luogo;  l'oncia  di  Fiorenza  è  la  lun- 
ghezza del  pollice  —  se  io  potessi  in  cent'anni  girare  un  dito 


736  IFNERNO 

di  terra  cercando  lui  cercando  il  predetto  conte  ira  questa 
gente  sconcia  tra  questi  falsari.  E  se  fosse  stato  anemie  più  leg- 
gero, e  veloce  del  vento,  siccome  non  poteva  sortire  della  bol- 
gia sua,  gli  era  impossibile  trovare  il  conte  in  bolgia  diversa 
castigato  con  tutto  che  la  volge  undici  miglia  sebbene  abbia 
un  circuito  di  undici  miglia,  e  cioè  metà  meno  della  prece- 
dente e  non  gira  men  d  un  miglio  di  traverso  se  in  cent'anni 
non  si  allontanasse  che  un  dito,  anche  nel  traverso  impieghe- 
rebbe infinità  di  tempo  io  son  per  lor  tra  si  fatta  famiglia 
fra  questi  idropici  deformati,  ei  m  indusseno  sotto  speranza 
di  guadagno  e  di  premio  a  batter  li  fiorini  falsi  eh  avean 
tre  carati  di  mondiglia  tre  carati  di  lega:  il  fiorino  di  giusto 
peso,  e  lega  ha  ventun  carati  d'oro. 

Et  io  a  lui  terza  parte  generale  —falsari  in  parole,  et  io 
a  lui  dissi  chi  son  li  due  tapini  que'  due  meschini,  infelici 
che  fuman  corno  man  bagnata  il  verno  —jacendo  stretti  ai 
tuoi  destri  confini?  Giacevano  uno  presso  l'altro,  oppressi 
dalla  stessa  infermità,  perchè  colpevoli  dello  slesso  falso  — 
quell'Adamo  rispuose  quando  piovvi  in  questo  greppo  grep- 
pio  in  volgar  fiorentino  nomasi  un  vaso  vile,  rotto,  per  usi 
domestici,  e  che  si  destina  alla  bevanda,  o  all'  esca  de'  polli 
—  metaforicamente  allorché  caddi  in  questa  bolgia  e  poi  volta 
non  detono  più  non  si  mossero  e  non  credo  che  dieno  in  sem- 
piterno perchè  le  pene  dell'Inferno  sono  eterne  luna  e  la 
falsa  che  accuso  Josepho 

Giacobbe  ebbe  dodici  figli,  dai  quali  discesero  dodici 
tribù  (T  Israello ,  e  fra  questi  il  più  illustre  fu  Giuseppe, 
undecime  nato  da  Rachele,  carissimo  alla  madre  cui  tol- 
se la  vergogna  di  sterilità,  carissimo  al  padre  al  disopra 
degli  altri ,  anche  perchè  caro  alla  madre ,  ma  più  per- 
chè lo  aveva  generato  in  vecchiaia,  e  pel  maraviglioso  in  gè- 


*  CANTO  XXX.  737 

gno  del  fanciullo.  Più  caro  al  padre,  era  più  invidiato  dai  fra- 
telli, tanto  più  che  liberamente  li  accusava,  e  perchè  i  di  lui 
sogni  presagivano  la  loro  schiavitù,  ed  a  lui  gloria  ed  impe- 
ro. Mandato  un  giorno  ai  fratelli,  che  guardavano  l' armento 
in  un  deserto  lontano,  fu  da  essi  venduto  a'  mercatanti  che 
passavano  per  V  Egitto,  per  la  vile  moneta  di  trenta  denari. 
Portato  in  Egitto  fu  di  nuovo  venduto  all'  eunuco  del  re  Fara- 
one per  nome  Putifarre,  duce  dell' esercito ,  e  maestro  delle 
milizie;  e  tosto  venne  in  favore  de)  padrone,  che  lo  creò  reg- 
gente di  sua  casa  e  famiglia.  La  moglie  di  Putifarre,  bellissi- 
ma, arse  di  sfrenata  libidine  per  Giuseppe  di  soavi  modi,  e 
giovane  assai  più  del  marito;  ma  invano  essa  pregò.  Allora  af- 
ferratolo pel  mantello,  tentava  avvicinarlo  per  forza:  fuggì  Giu- 
seppe lasciando  il  mantello  alla  lasciva  delusa,  che  convertì  l'a- 
more in  odio  implacabile,  e  porse  lamento  al  marito,  che  Giu- 
seppe aveva  tentato  violentarla.  Putifarre  geloso  e  quindi  cru- 
dele lo  fece  porre  in  carcere  duro,  dove  però  fu  ajutato  dalla 
grazia  del  cielo.  11  custode  ammirando  la  umiltà  e  pazienza  del 
detenuto  lo  scelse  a  sorvegliar  gli  altri  tutti.  E  scorsi  due  anni, 
il  re  Faraone  avea  fatti  due  sogni  —  vide  sette  vacche  pingui*, 
e  sette  vacche  consunte.  —  Gli  auguri  e  sapienti  non  sape- 
vano trarne  gli  eventi;  ma  perchè  il  coppiere  del  re  era  stato 
compagno  di  prigione,  e  Giuseppe  gli  aveva  interpretato  il 
sogno  di  sua  liberazione,  raccontò  al  re  che  lo  stesso  Giuseppe 
meglio  de'  suoi  maghi  gli  avrebbe  i  sogni  interpretato.  Con- 
dotto dinanzi  al  re  francamente  disse  che  il  sogno  prediceva 
—  sette  anni  di  abbondanza,  e  sette  di  carestia;  doversi 
quindi  nell'  abbondanza  provvedere  alla  fame  futura.  Persu- 
aso il  re  dello  spirito  profetico  di  Giuseppe  lo  creò  conserva- 
tore del  regno  con  pieni  poteri,  chiamandolo  salvatore,  e  dan- 
dogli in  moglie  bella  e  ricca  egiziana.  Giuseppe  provvido, 

IUmraldi  —  Voi.  1.  47 


738  INFERNO 

conservò  immensa  quantità  di  biade  nell'abbondanza,  ripar- 
tendone i  deposili  per  tutto  il  regno;  e  vennero  gli  anni  di 
carestia,  e  la  fame  si  fece  sentire  pur  anche  nella  casa  di  Gia- 
cobbe, che  nell'anno  secondo  di  penuria  mandò  in  Egitto 
quattro  figli,  i  quali  adorarono  il  proprio  fratello  senza  cono- 
scerlo, e  che  allora  contava  trentasette  anni.  Giuseppe  però 
li  ravvisò,  e  per  intimorirli  finse  di  prenderli  per  esplo- 
ratori e  per  spie,  e  volle  tenere  Simone  in  ostaggio  per- 
chè, dato  ad  essi  il  grano  richiesto,  e  posto  in  un  sacco  il 
prezzo,  tornassero  col  piccolo  fratello  —  Beniamino  —  deli- 
zia e  conforto  del  vecchio  padre.  Quel  vecchio  air  annunzio  e 
del  carcere  di  Simone,  e  dell'  inchiesta  di  Beniamino  rinno- 
vellò  la  memoria  del  perduto  Giuseppe,  che  credette  da  fiere 
divorato,  e  non  voleva  in  modo  alcuno  piegarsi.  Ma  lo  vinse 
la  fame,  ed  ornai  tutte  consunte  le  biade,  mandò  Beniamino 
eoi  fratelli,  e  prezzo  raddoppiato.  Allora  Giuseppe,  messo  Si- 
mone in  libertà,  tutti  chiamò  a  lauto  banchetto,  ricercandoli 
dello  stato  del  padre:  poi  fece  lor  dare  il  frumento,  e  riporre 
nuovamente  di  nascosto  il  denaro  ne' sacchi,  ed  in  quello  di 
Beniamino  una  coppa  d' argento  maravigliosamente  lavorata. 
E  mentre  che  ignari  tornavano  esultanti  verso  del  padre,  fu- 
rono arrestati  come  ladri ,  e  ricondotti  a  Giuseppe ,  e  per  la 
coppa  d'argento  si  confessavano  rei ,  e  degni  di  schiavitù.  Giu- 
seppe invece  diceva  di  lasciar  liberi  gli  altri  tutti  fuori  di  Be- 
niamino solo  imputabile  di  furto,  quando  Giuda  si  offerse  in 
iscambio  piangendo,  ed  affermando,  che  il  padre  sarebbe 
morto  di  dolore,  se  il  diletto  fanciullo  non  gli  fosse  stato  re- 
stituito. Non  potendo  allora  Giuseppe  resistere  alla  piena  degli 
affetti ,  allontanati  gli  arbitri,  e  rimasto  solo  cogli  undici  fra- 
telli, fra  il  pianto  e  singulti  gridò.  —  lo  sono  Giuseppe,  il 
fratel  vostro  Giuseppe.  —  Esultarono  per  gioia  nel  primo  mo- 


CANTO  XXX.  759 

mento,  ma  tosto  si  avvilirono  ricordando  le  antiche  offese, 
Giuseppe  li  rassicurò  del  perdono;  ingiunse  loro  di  condurre 
il  padre  in  Egitto  ne'cinque'anni  che  ancor  restavandi  fame, 
dando  ricchi  doni  per  lui.  Giacobbe  giubilante  rivide  il  dilet- 
tissimo suo  Giuseppe,  che  lo  incontrò  per  lungo  cammino,  ed 
in  mezzo  a  lagrime»  e  sospriri  provò  quel  contento  che  può 
sentirsi,  ma  non  descriversi.  Lo  presentò  al  re,  il  quale  or- 
dinò che  abitar  dovesse  la  più  bella  parte  di  Egitto,  e  sopra- 
visse diecisette  anni,  e  fu  portato  al  sepolcro  in  Ebron  sulle 
spalle  de' figli  suoi,  dove  riposavano  le  ceneri  d'Isacco  e  di 
Àbramo.  Giuseppe  visse  felicemente  cento  e  dieci  anni.  I  altro 
e  lo  falso  Sinon  greco  di  Troia  che  tanto  seppe  mentire  ed 
ingannare.  Questi  duo  gittan  tanto  lepo  tanto  ardente  calo- 
re (  —  da  lepryn  —  greca  voce  che  suona  fetore  ardente)  la 
prima  ardendo  d'amore  per  Giuseppe  mentì  accusando,  que- 
sti ardendo  d'odio  contro  i  troiani,  li  distrusse  con  inganno. 
Elun  di  lor  Sinone  greco  che  si  reco  a  noia  ad  infa- 
mia —  forse  d  esser  nomato  si  obscuro  così  vilmente  infamato 
li  pei'cosse  la  pancia  il  ventre  gonfio  ed  obeso,  avendo  Adamo 
il  ventre  come  botte  quella  suono  come  fosse  un  tamburo  per- 
chè tesa  e  piena  di  vento,  e  l  maestro  Adamo  li  percosse  et 
volto  col  braccio  suo  che  non  parve  men  duro  è  anzi  più  in- 
giurioso percuotere  con  tutto  il  braccio  il  volto,  parte  più  no- 
bile dell'  uomo,  di  quello  che  pungere  il  ventre,  sentina  di 
sordidezze  dicendo  a  lui  io  ho  il  braccio  sciolto  a  tal  mesterò 
alla  vendetta  ancor  chelme  sia  tolto  lo  mover  per  le  mem- 
bra che  sono  grave  le  membra  oppresse  dall' idrope.  L' ira  può 
invero  crescere  il  vigore,  sei  morienti  per  ira  e  vendetta  le 
tante  volte  par  che  risorgano.  Scrive  Livio  che  un  romano 
nella  battaglia  di  Canne,  avendo  le  mani  tronche,  coi  denti 
nel  suo  furore  deformò  la  faccia  al  nemico,  che  voleva  spo- 


740  INFERNO 

gliarlo,  ond  ei  Sinone  respose  quando  tu  andavi  al  foco  fal- 
sator  di  moneta  non  l  avevi  tu  si  presto  perchè  ave  vi  il  brac- 
cio stretto  da  fune  ma  si  sibbene  più  o  men  l  avevi  quando  tu 
coniavi  le  false  monete.  Avesti  bene  le  braccia  sciolte  a  co- 
niar false  monete,  ma  ti  furon  legate  quando  ti  menarono  al 
fuoco.  Adamo  in  riscontro  gli  rinfaccia  l' inganno  per  coi 
cadde  Troia. 

Abbiamo  da  Virgilio  che  Enea  raccontò  così  a  Didone 
P  eccidio  di  Troia.  Stanchi ,  e  rotti  i  greci  dal  lungo  assedio, 
e  disperando  vittoria ,  fecero  costruire  un  ima  ne  cavallo  di 
legno  per  onore  di  Pallade,  dicendo  che  servir  dovea  a  pla- 
care lo  sdegno  della  Dea  contro  di  essi;  ma  invece  chiusero 
nel  di  lui  ventre  i  più  scelti  guerrieri,  e  fingendo  di  abbando- 
nare T  assedio,  approdarono  air  isola  diTenedo,  e  quivi  stet- 
tero in  agguato.  Credettero  i  troiani  la  partenza  dei  greci  e 
spalancate  le  porte,  tutti  correvano  a  vedere  gli  abbandonati 
accampamenti.  E  nacquero  diverse  opinioni,  che  dentro  Troia 
fosse  introdotto  il  cavallo,  o  che  fosse  bruciato  o  gittato  nel 
mare.  In  questo  mentre  alcuni  pastori  trascinavano  un  giovane 
a  mani  legate  al  dorso,  e  questi  era  greco  —  Sinone  ,  —  che 
astutamente  erasi  fatto  prendere  ;  perchè  colla  frode  voleva 
mettere  Troia  in  mano  de'  greci.  Sinone  piangendo  diceva  — 
ahi  me  misero,  qual  terra,  qual  mare  vorrà  accogliermi,  quale 
rifugio  mi  resta,  se  in  odio  ai  greci,  i  troiani  cercano  la 
morte  mia?  —  Sorpresi  a  tal  lagno,  lo  esortavano  a  palesare 
chi  fosse,  e  cosa  andava  ivi  facendo/ Allora  Sinone,  quasi  ri- 
fatto, soggiunse  —  o  Priamo,  sommo  re,  io  ti  dirò  il  vero: 
son  greco,  e  se  la  sorte  mi  rese  sventurato,  mai  non  potrà  ren- 
dermi menzognero.  Non  so,  se  a  te  arrivasse  fama  di  Pala- 
mede, che  i  greci  fecero  morire  innocente  sotto  prelesto  di 
fellonia,  perchè  opinava  non  doversi  far  guerra  a  Troia.  Ora 


CANTO  XXX.  741 

lo  piangono  morto:  io  fui  suo  compagno  e  parente:  mandato 
a  lui  dal  povero  mio  padre  mentre  era  fanciullo  ancora»  io 
pure  ebbi  qualche  nome  ed  onore;  ma  morto  Palamede,  tra- 
scinava la  vita  tra  il  pianto  e  l'affanno  perla  indegna  perdita 
del  mio  secondo  padre.  Stolto,  non  poteva  tacere,  e  minac- 
ciava vendetta  se  fossi  vincitore  tornato  in  Argo:  così  mi  con- 
citai Todio  di  tutti.  Ulisse  fraudolento,  primo  autore  della 
morte  di  Palamede,  sempre  mi  tenne  d*  occhio  cercando  colpe 
non  mie  per  imputarmele.  Ma  perchè  proseguo  ?  Posso  forse 
esservi  gradito,  se  odiate  i  greci  tutti  ad  un  modo?  Vendica- 
tevi sopra  di  me,  che  così  brama  Ulisse,  Agamennone,  Mene- 
lao, i  quali  vi  pagheranno  la  mia  morte  ad  altissimo  prezzo. 
1  troiani  resi  più  avidi  di  sapere,  più  lo  esortavano  a  par- 
lare, e  Sinone  quasi  tremando  così  proseguì —  1  greci  stan- 
chi della  guerra,  e  del  lungo  assedio,  fissarono  di  abbando- 
nar questi  luoghi,  e  di  tornarsene  alle  patrie  loro,  e  fosse 
piaciuto  al  cielo,  che  ciò  avessero  compiuto.  Una  fiera  tem- 
pesta di  mare  li  trattenne,  dopo  aver  condotta  a  fine  questa 
grand-opera.  E  spaventati  mandarono  l'augure  Euripilo  ad 
Apollo  perchè  ottenesse  nel  responso  la  regola  di  loro  con- 
dotta. Ecco  il  responso.  —  0  greci ,  placaste  i  venti  immolando 
una  vergine  al  primo  arrivo  sulle  terre  troiane:  col  sangue 
ancora  placate  gli  Dei  pel  ritorno.  —  Ognuno  fra  i  greci  cre- 
deva, o  temeva  di  essere  la  vittima;  ma  Ulisse,  tenendo  per 
mano  Calcante,  fra  il  popolo  ad  alta  voce  cercava  la  vittima 
in  Sinone.  L'augure  tacque  per  quindici  dì,  ma  finalmente, 
stretto  da  Ulisse,  rispose,  che  io  doveva  essere  immolato.  II 
sagrifizio  di  me  solo  salvare  gli  altri  dal  timore,  e  dai  peri- 
coli. Giunto  il  giorno  fatale ,  già  pendeva  la  scure  sopra  il  mio 
capo,  quando,  quasi  ispirato,  giunsi  a  spezzare  le  mie  cate 
ne;  ruppi  il  mio  carcere,  e  fuggii  per  valli  paludose  nell'orci- 


742  INFERNO 

bre  della  notte,  e  così  mi  tolsi  alla  morte.  Aspettava  che  si  al- 
lontanassero, ma  senza  più  lusinga  di  rivedere  la  patria,  i  fi- 
gli, il  canuto  genitore,  che  forse  i  greoi  tormenteranno  io 
vendetta  della  mia  fuga.  Per  le  quali  cose,  prego  te,  o inclito 
re,  che  per  gli  Dei  celesti,  e  per  la  fede,  se  par  regna  qua  io 
terra,  mi  usi  pietà  per  tali  e  tante  sventure.  Commossi  i  tro- 
jani,  Priamo  stesso  comandò  si  sciogliesse,  e  consolandolo, 
gli  disse.  —  Qualunque  tu  sia,  poni  i  greci  in  oblio,  e  sarai 
de' nostri  in  sicurtà;  ma  perchè  i  greci  costrussero  un  cavallo 
di  mole  così  smisurata? 

Sinone  alzò  le  sciolte  mani  al  cielo,  e  chiamando  gli  Dei 
jn  testimonio,  comecché  sciolto  da  ogni  rapporto  di  patria, 
così  narrò-  —  I  greci  posero  ogni  speranza  di  vittoria  nel- 
r  aiuto  di  Pallade,  ma  perchè  Tempio  Diomede,  ed  Ulisse 
fraudolento  rapirono  il  Palladio,  scanpati  i  sacerdoti ,  cbe 
custodivano  la  rocca,  da  quel  momento  la  Dea  troncò  loro  ogni 
speranza.  Calcante  allora  palesò  lo  sdegno  della  Dea,  e  doversi 
tornare  alla  patria,  perchè  giammai  coli' armi  non  si  sarebbe 
vinta  Troia,  se  prima  non  si  fosse  placata  la  offesa  divinità. 
A  riparo  dell'ingiuria  e  per  placare  la  Dea  costrussero  il  ca- 
vallo; e  ritorneranno  quando  men  vel  pensate.  Calcante  poi 
suggerì  che  il  cavallo  fosse  così  smisurato,  affinchè  non  po- 
tesse introdursi  per  le  porte  dentro  Troia,  e  così  non  proteg- 
gesse la  città.  Aggiungeva  Calcante,  che  se  voi  aveste  violato 
il  dono  a  Pallade,  cadrebbe  la  più  grande  sventura  sul  regno 
di  Priamo,  quale  augurio  si  rivolga  sopra  di  lui  e  de' suoi. 
Se  poi  introduceste  il  cavallo  dentro  le  mura,  Troia  sarebbe 
vincitrice  e  porterebbe  nella  Grecia  la  più  alta  sventura.  Tutto 
fu  creduto,  ed  i  troiani  presi  alle  di  lui  lagrime  furono  sog- 
giogati, mentre  non  ne  furono  capaci  Diomede,  Achille,  dieci 
anni  di  guerra  e  mille  navi.  Rotte  le  mura  trascinarono  in  città 


CANTO  XXX.  743 

il  fatale  cavallo,  e  lo  collocarono  nel  sacro  tempio  di  Pallade. 
Ma  giunta  la  notte,  e  quando  tutti  lieti  erano  immersi  nel  son- 
no, i  greci  tornarono  da  Tenedo,  ed  a  certo  segno  Sinone  a- 
perse  il  cavallo,  dal  quale  scesero  Ulisse,  Menelao,  e  Pirro, 
ed  altri  molti ,  i  quali  trucidarono  i  custodi  del  tempio ,  ed  a- 
perte  le  porte  della  città,  intromisero  i  compagni,  e  tutto  l'e- 
sercito greco.  Insieme  uniti  invasero  la  città  dormiente,  e 
struggendo  col  ferro  e  col  fuoco,  e  rese  schiave  le  persone, 
la  rovesciarono  dai  fondamenti. 

Questo  lungo  racconto  serve  a  mostrare  se  non  altro,  che 
i  greci  più  coir  ingegno,  che  colle  armi  vinsero  Troia.  Lici- 
tone poeta  greco  scrive,  che  dagli  schiavi  troiani  si  ricercava 
se  maggiori  danni  avessero  ricevuti  da  Ulisse  o  da  Aiace,  ed 
essi  rispondevano,  che  giustamente  le  armi  di  Achille  furono 
aggiudicate  ad  Ulisse.  Omero  per  tanti  secoli  prima  di  Virgi- 
lio aveva  fatta  menzione  del  cavallo  votato  a  Pallade  Minerva. 
Altri  ritenendo  il  fatto  per  vero  aggiungono  che  la  porta,  per 
cui  fu  introdotto,  chiamasi  la  porta  del  cavallo,  come  per  si- 
mile motivo  altra  porta  si  chiama  del  leone.  Io  per  altro  non 
credo  nulla,  e  mi  sembra  tutto  allegoricamente  voler  signifi- 
care che  i  greci  nel  ventre  di  Minerva  vinsero  yenere  volut- 
tuosa, e  lidoprico  disse  a  Sinone  tu  di  ver  di  testo  non  posso 
negare  di  aver  falsificata  moneta ,  ed  essere  stato  bruciato 
vivo  ma  tu  non  fosti  si  vero  testimonio  ove  fosti  richiesto  a 
Troia  del  vero  e  replicò  Sinone  tu  falsasti  il  conio  della  mo- 
neta s  io  dissi  l  falso  contro  i  miei  nemici.  —  Dice  Virgilio  — 
chi  cercherà  nei  nemici  il  valore  piuttostochè  l'astuzia? Ma 
l' altro  io  son  qui  per  un  fallo  per  un  delitto  di  falso  e  tu  per 
più  che  niun  altro  demonio,  ma  tu  commettesti  più  delitti 
che  io  falsassi  fiorini,  quei  che  avea  infiata  lepa  Maestro  A- 
damo  rispuose  spergiuro  perchè  Sinone  aveva  giurato  di  dire 


744  INFERNO 

la  verità  ricorditi  del  cavallo  che  fingesti ,  non  già  che  lo  fab- 
bricasse, imperocché  secondo  Omero  lo  costruisse  l'ingegno- 
sissimo Speo,  come  nel  IX  dell'  Odissea  e  sappia  reo  che  tutto 
il  mondo  sallo  giacché  è  noto  al  mondo  intero,  disse  l  greco 
Si  none  e  a  te  sia  reo  sia  infamia  la  sete  onde  te  creppa  la 
lingua  la  lingua  per  mancanza  di  umore  si  fende  e  l  acqua 
marcia  Tumore  corrotto,  putrido,  che  hai  nel  ventre  che  si 
tassepa  al  ventre  che  col  ventre  gonfio  ti  fa  impedimento  a- 
gli  occhi  sì,  che  non  puoi  vedere  le  altre  membra,  e  l  monitiero 
Adamo  rispose  la  bocca  tua  cosi  si  squartia  si  apre  tanto  sfre- 
nata per  tuo  male  per  tuo  danno  come  sole  come  fosti  sempre 
solito  a  parlar  male  né  sapresti  dir  nulla  di  buono,  perchè  hai 
in  te  quanto  rimproveri  altrui  che  tu  hai  l  arsura  la  febbre  ar- 
dente e  l  capo  che  ti  duole  per  detta  febbre,  s  i  ho  sete  che  noi 
nego  et  humor  me  refaccia  e  l'umor  putrefatto  mi  gonfia  il  ven- 
tre, tu  però  non  sei  senza  febbre,  e  quindi  hai  sete  tu  puree! 
non  voresti  a  nvitar  molte  parole  non  ti  faresti  molto  pre- 
gare per  lecar  lo  spechio  di  Narciso  per  avere  un  po' d'ac- 
qua di  fonte  in  cui  si  specchiò  Narciso. 

Io  era  tutto  fisso  ad  ascoltarli  anche  il  saggio  si  diletta 
sentire  le  contese  eloquenti,  e  molti  sono  eloquenti  nel  sarca- 
smo, che  sono  inettissimi  fuord'esso.  quando  l  maestro  disse 
or  pur  mira  ma  come  mai  ascolti  le  ingiurie  di  costoro?  che 
per  poco  echio  teco  non  mi  risso  manca  poco  che  io  non  m' in- 
quieti con  te.  volsimi  verso  lui  con  tal  vergogna  tanto  grande 
—  che  ancora  per  la  memoria  mi  s  aggira  che  mi  pare  an- 
cor di  provarla,  quando  l  senti  a  me  parlar  contra  in  faccia 
del  saggio  più  cresce  la  vergogna  dell'  errore  tal  mi  fec  io  non 
potendo  parlare  tanto  era  confuso  qual  —  si  fa  —  quei  che  so 
dannaggio  sogna  che  sogna  il  suo  danno  cAe  sognando  desi- 
deva  sognarsi  che  agogna  sì  che  desidera  ardentemente  che 


cauto  xxx.  745 

quello  che  fu  sogno,  sia  sogno  quel  come  non  fosse  che  non 
fosse  realtà,  che  disiava  scusarme — e  scusava  tutta  via  senza 
dir  parole,  colla  vergogna  apparsa  nel  viso  e  noi  me  credea 
fare  senza  a v  vedermene,  el  maestro  disse  men  vergogna  ma- 
ior  defecto  lava  che  l  tuo  non  e  stato  men  vergogna  lava  mag- 
gior difetto  che  non  è  stato  il  tuo  e  pero  ti  sgrava  d  ogni  tri- 
stieia  deponi  ogni  dispiacere.  Il  saggio  si  emenda  al  primo 
rimprovero,  e  fa  ragione  eh  io  ti  sia  sempre  a  lato  e  pensa 
che  ti  sia  sempre  a  fianco  se  mai  avien  che  fortuna  t  acco- 
glia  che  ti  metta  la  sorte,  o  r  occasione  ove  si agente  insemi- 
nante piato  ove  sia  gente  in  somigliante  litigio  che  voler  do 
udir  e  bassa  voglia  eh'  è  viltà  d'animo  piacersi  di  tali  cose. 


CANTO  XXXI 


TESTO  MODERNO 


Una  medesma  lingua  pria  mi  morse, 

Sì  che  mi  tinse  l'una  e  l'altra  guancia, 

E  poi  la  medicina  mi  riporse.  3 

Così  od1  io  che  soleva  la  lancia 

D'Achille,  e  del  suo  padre  esser  cagione 

Prima  di  trista  e  poi  di  buona  mancia.  6 

Noi  demmo  il  dosso  al  misero  vallone, 

Su  per  la  ripa  che  il  cinge  dintorno, 

Attraversando  senza  alcun  sermone.  9 

Qui  era  men  che  notte  e  men  che  giorno , 

Sì  che  il  viso  m'andava  innanzi  poco: 

Ma  io  sentii  sonare  un  alto  corno,  12 

Tanto  ch'avrebbe  ogni  tuon  fatto  fioco, 

Che,  contra  sé  la  sua  via  seguitando, 

Dirizzò  gli  occhi  miei  tutti  ad  un  loco.  15 

Dopo  la  dolorosa  rotta,  quando 

Carlo  Magno  perde  la  santa  gesta , 

Non  sonò  sì  terribilmente  Orlando.  \$ 

Poco  portai  in  là  alta  la  testa, 

Che  mi  parve  veder  molte  alte  torri; 

Ond'io:  Maestro,  di',  che  terra  è  questa?  21 

Ed  egli  a  me:  però  che  tu  trascorri 

Per  le  tenebre  troppo  dalla  lungi 

Avvien  che  poi  nel  maginare  aborri.  24 


CANTO  XXX.  747 

Tu  vedrai  ben,  se  tu  là  ti  congiungi, 

Quanto  il  senso  s'inganna  di  lontano: 

Però  alquanto  più  te  stesso  pungi.  27 

Poi  caramente  mi  prese  per  mano, 

E  disse:  pria  che  noi  siam  più  avanti, 

A  ciò  che  il  fatto  men  ti  paia  strano.,  30 

Sappi  che  non  son  torri ,  ma  giganti , 

E  son  nel  pozzo  intorno  dalla  ripa 

Dall'ombelico  in  giuso  tutti  quanti,  33 

Come  quando  la  nebbia  si  dissipa, 

Lo  sguardo  a  poco  a  poco  raffigura 

Ciò  che  cela  il  valor  che  l'aere  stipa;  36 

Così,  forando  l'aura  grossa  e  scura, 

Più  e  più  appressando  in  ver  la  sponda, 

Fuggémi  errore,  e  giungémi  paura.  39 

Però  che  come  in  su  la  cerchia  tonda 

Montereggion  di  torri  si  corona, 

Così  la  proda,  che  il  pozzo  circonda,  42 

Torreggia van  di  mezza  la  persona 

Gli  orribili  giganti,  cui  minaccia 

Giove  dal  cielo  ancora,  quando  tuona.  45 

E  io  scorgeva  già  d' alcun  la  faccia , 

Le  spalle  e  il  petto,  e  del  ventre  gran  parte, 

E  per  le  coste  giù  ambo  le  braccia.  48 

Natura  certo,  quando  lasciò  l'arte 

Di  sì  fatti  animali,  assai  fé' bene, 

Per  tor  cotali  esecutori  a  Marte.  51 

E  s' ella  d' elefanti  e  di  balene 

Non  si  pentì,  chi  guarda  sottilmente, 

Più  giusta  e  più  discreta  la  ne  tiene:  54 

Che  dove  l'argomento  della  mente 


748  INFERNO 

S'aggiunge  al  mal  volere  e  alla  possa, 

Nessun  riparo  vi  può  far  la  gente.  37 

La  faccia  sua  mi  parea  lunga  e  grossa, 

Come  la  pina  di  San  Pietro  a  Roma; 

E  a  sua  proporzion  erari  l' altr'  ossa.  60 

Sì  che  la  ripa,  ch'era  perizoma 

Dal  mezzo  in  giù,  ne  mostrava  ben  tanto 

Di  sopra,  che  di  giungere  alla  chioma  63 

Tre  Frison  s'averian  dato  mal  vanto; 

Però  ch'io  ne  vedea  trenta  gran  palmi 

Dal  luogo  in  giù ,  dov'  uom  s' affibbia  il  manto.    66 
Rafel  mai  amech  zabi  almi, 

Cominciò  a  gridar  la  fiera  bocca, 

Cui  non  si  convenien  più  dolci  salmi.  69 

E  il  Duca  mio  ver  lui:  anima  sciocca, 

Tienti  col  corno,  e  con  quel  ti  disfoga, 

Quand'  ira  o  altra  passion  ti  tocca.  72 

Cercati  al  collo,  e  troverai  la  soga 

Che  il  tien  legato,  o  anima  confusa, 

E  vedi  lui  che  il  gran  petto  ti  doga.  75 

Poi  disse  a  me:  egli  stesso  s'accusa; 

Questi  è  Nembrotto,  per  lo  cui  mal  coto 

Pure  un  linguaggio  nel  mondo  non  s'usa.  78 

Lasciamlo  stare,  e  non  parliamo  a  voto: 

Che  così  è  a  lui  ciascun  linguaggio, 

Come  il  suo  ad  altrui,  che  a  nullo  è  noto.  81 

Facemmo  adunque  più  lungo  viaggio 

Volti  a  sinistra;  e  al  trar  d'un  balestro 

Trovammo  l'altro  assai  più  fiero  e  maggio.         84 
A  cinger  lui,  qual  che  fosse  il  maestro, 

Non  so  io  dir;  ma  ei  tenea  succinto 


CANTO  XXXI.  749 

Dinanzi  l'altro,  e  dietro  il  braccio  destro,         87 
D'una  catena,  che  il  teneva  avvinto 

Dal  collo  in  giù,  sì  che  in  su  lo  scoperto 

Si  ravvolgeva  infino  al  giro  quinto.  90 

Questo  superbo  volle  essere  sperto 

Di  sua  potenza  contra  il  sommo  Giove , 

Disse  il  mio  Duca,  ond'egli  ha  cotal  merto.       93 
Fialte  ha  nome,  e  fece  le  gran  pruove, 

Quando  i  giganti  fer  paura  a  i  Dei: 

Le  braccia  ch'ei  menò,  giammai  non  muove.     96 
E  io  a  lui:  s'esser  puote,  io  vorrei 

Che  dello  smisurato  Briareo 

Esperienza  avesser  gli  occhi  miei.  99 

Ond'ei  rispose:  tu  vedrai  Anteo 

Presso  di  qui,  che  parla,  ed  è  disciolto, 

Che  ne  porrà  nel  fondo  d'ogni  reo.  102 

Quel  che  tu  vuoi  veder,  più  là  è  molto, 

Ed  è  legato  e  fatto  come  questo, 

Salvo  che  più  feroce  par  nel  volto;  105 

Non  fu  tremuoto  già  tanto  rubesto, 

Che  scotesse  una  torre  così  forte, 

Come  Fialte  a  scuotersi  fu  presto.  108 

Allor  temetti  più  che  mai  la  morte; 

E  non  v'era  mestier  più  che  la  dotta, 

S' io  non  avessi  viste  le  ritorte.  1 1 1 

Noi  procedemmo  più  avanti  allotta, 

E  venimmo  ad  Anteo,  che  ben  cinqu'alle, 

Senza  la  testa,  uscia  fuor  della  grotta.  114 

0  tu,  che  nella  fortunata  valle, 

Che  fece  Scipion  di  gloria  ereda, 

Quando  Annibal  co' suoi  diede  le  spalle,  117 


750  INFERNO 

Recasti  già  mille  lion  per  preda, 
E  che,  se  fossi  stato  all'alta  guerra 
De9  tuoi  fratelli»  ancor  par  ch'ei  si  creda ,  120 

Che  avrebber  vinto  i  figli  della  terra; 
Mettine  giuso  (e  non  ten  venga  schifo) 
Dove  Cocito  la  freddura  serra:  123 

Non  ci  far  ire  a  Tizio,  né  a  Tifo: 
Questi  può  dar  di  quel  che  qui  si  brama  : 
Però  ti  china,  e  non  torcer  lo  grifo.  126 

Ancor  ti  può  nel  mondo  render  fama; 
Ch'ei  vive,  e  lunga  vita  ancora  aspetta, 
Se  innanzi  tempo  grazia  a  sé  noi  chiama.  129 

Così  disse  il  Maestro:  e  quegli  in  fretta 
Le  man  distese,  e  prese  il  Duca  mio, 
Ond'  Ercole  senti  già  grande  stretta.  132 

Virgilio,  quando  prender  si  sentio, 
Disse  a  me:  fatti  in  qua,  sì  ch'io  ti  prenda: 
Poi  fece  si,  eh' un  fascio  er'  egli  e  io.  135 

Qual  pare  a  riguardar  la  Carisenda 
Sotto  il  chinato,  quand'un  nuvol  vada 
So vr' essa  sì,  ch'ella  in  contrario  penda  ;  138 

Tal  parve  Anteo  a  me  che  stava  a  bada 
Di  vederlo  chinare,  e  fu  tale  ora 
Ch'  io  avrei  voluto  ir  per  altra  strada  :  ut 

Ma  lievemente  al  fondo,  che  divora 
Lucifero  con  Giuda,  ci  posò; 
Né  sì  chinato  lì  fece  dimora, 

E  com'  albero  in  nave  si  levò.  145 


CANTO  XXXI.  781 


COMMENTO  DI  BENVENUTO 


Trattasi  del  terzo,  ed  ultimo  cerchio  generale  dell' Infer- 
no in  cui  si  punisce  ii  tradimento,  che  rompe  i  vincoli  di  na- 
tura e  di  fede.  Il  canto  si  divide  in  quattro  parti  generali: 
—  nella  prima  —  descrizione  de' giganti  che  stanno  come  a 
corona  del  pozzo:  nella  seconda  —  descrizione  di  un  famoso 
gigante  antico  et  io  surgea  ecc.  nella  terza  altro  gigante  fa- 
moso facemmo  ecc.  nella  quarta— descrizione  di  altro  gigante 
che  porta  Virgilio  e  Dante  nel  pozzo  noi  procedendo  ecc. 

Una  medesima  lingua  di  Virgilio  pria  mi  morse  mi  ri- 
prese si  che  me  tinse  l  una  e  l  altra  guancia  mi  colorò  la 
faccia  di  rossore,  e  vergogna  e  poi  me  respose  la  medicina 
perchè  disse  come  alla  fine  del  Canto  precedente  maggior  di- 
fecto  meri  vergogna  lava  men  vergogna  lava  maggior  diffetto 
che  non  è  stato  il  tuo.  Quasi  tutti  i  poeti  dicono  che  la  lancia 
di  Achille  ebbe  la  maravigliosa  proprietà,  che  quando  con 
essa  si  feriva  non  poteva  guarire  la  piaga,  se  la  lancia  non  fe- 
riva di  nuovo.  E  quando  i  greci  mossero  all'assedio  di  Troia, 
Achilie  fu  mandato  a  cercar  viveri  da  Telafo  re  della  Mesia,  re- 
gione fertilissima  di  biade  al  dire  di  Seneca.  Telafo  si  mosse 
ostilmente  contro  d'Achilie  che  lo  feri  di  un  colpo  creduta 
insanabile.  Il  ferito  interrogò  l'oracolo,  ed  ebbe  in  responso, 
che  tornasse  contro  ad  Achille,  e  si  facesse  di  nuovo  ferire 
colla  lancia  medesima  ;  tocche  fatto,  ricuperò  la  salute.  La  lan- 
cia di  Achille  figura  il  poter  de' regnanti:  ricevendo  da  essi 
un  offesa,  bisogna  tosto  chieder  loro  grazia  e  perdono  come 
se  foste  l'offensore.  Telafo  ferito  da  Achille  non  poteva  vendU 
carsi,  e  viver  sicuro;  fu  quindi  costretto  di  tornare  a  lui,  e 
supplicarlo,  che  lo  restituisse  nel  regno.  La  seconda  ferita  fu 
più  crudele  della  prima,  perchè  pregare  un  nemico  da  cui  sì 


752  INFERNO 

è  ricevuta  un  offesa,  sa  di  eroismo.  Plinio  ritiene  che  sotto  la 
figura  della  lancia  di  Achille  si  esprima  la  natura  del  ferro, 
giacché  sappiamo  che  negli  empiastri  per  cicatrizzare  le  pia- 
ghe si  adopera  la  ruggine  del  ferro.  Achille  istruito  da  du- 
rone nell'arte  medica  riferisce  sanarsi  le  ferite  immettendovi 
ferro.  I  cacciatori  piantano  un  ferro  nelle  carni,  perchè  la  pre- 
da si  maceri  al  lume  di  luna.  I  cisposi  risanano  per  le  esala- 
zioni del  ferro  nelle  fucine,  così  od  io  dai  poeti  che  la  lancia  di 
Achille  o  del  suo  patte  Peleo  solea  esser  cagion  prima  di  trir 
sta  mancia  di  tristo  dono  e  poi  di  bene  pria  di  ferita,  poi  di 
rimedio. 

Noi  demmo  il  dosso  al  misero  vallone  volgemmo  il 
tergo  alla  decima  bolgia  attraversando  piegando  al  pozzo  de' 
traditori  super  la  riva  che  l  cinge  d  intorno  per  la  riva  che 
lo  circonda  senz  alcun  sermone  senza  discorso  e  meditando 
la  materia  seguente  eh  ivi  era  men  che  nocte  e  men  che  giorno 
era  il  crepuscolo,  o  dubbia  luce,  che  tiene  il  mezzo  fra  il  gior- 
no, e  la  notte:  cosi  Dante  non  aveva  potuto  scorgere  da  lon- 
tano, ma  soltanto  udire  siche  l  viso  la  vista  intellettuale  m  an- 
dava innanzi  un  pocof  ma  io  senti  sonare  un  altro  corno. 
Questo  corno  figura  la  voce  alta  de'  superbi ,  che  si  fan  sentire 
di  lontano  tanto  che  arebbeogni  tuon  facto  fioco  ogni  tuono 
per  grande  che  fosse  sarebbe  stato  a  questo  inferiore.  Era  il 
corno  di  Nembroth,  il  primo  gigante  superbo,  che  presunse 
contro  Dio  che  qual  suono  dirizzo  gli  occhi  miei  della  mia 
contemplazione  tutti  a  un  loco  a  quello  da  cui  veniva  tal  suo- 
no seguitando  la  sua  via  contrase  nella  stessa  direzione  sua, 
ma  di  contro  a  lui.  — 

Dopo  la  miseranda  sconfitta  sofferta  da  Carlo  Magno  per 
la  perfidia  di  Gamaleone  in  Roncisvalle,  Orlando  che  potè  fug- 
gire, colla  voce  del  corno  adunò  circa  qento  dispersi  cristiani. 


CANTO  XXXI.  753 

coi  quali,  e  colla  guida  di  un  prigioniero,  per  mezzo  de' bo- 
schi, raggiunse  il  re  Maurizio  che  fuggiva,  e  l'uccise:  i  cento 
suoi  compagni  tutti  in  quel  fatto  perirono,  ma  egli,  quantun- 
que coperto  di  ferite,  scappò.  Belligaudo  fratello,  e  Carlo  ave- 
vano frattanto  superate  le  cime  de9 monti,  ignari  di  quanto  e- 
rasi  operato  di  dietro  ad  essi.  Orlando  per  tante  ferite  senti- 
vasi  venir  meno ,  e  cadde  dal  cavallo:  allora  cavò  la  spada  dal 
fodero,  e  perchè  non  cadesse  nelle  mani  de' Saraceni,  tentò 
spezzarla  in  un  sasso;  ma  prima  si  spezzò  il  sasso  che  il  ferro. 
Sorpreso  delP evento,  si  sovvenne  del  corno,  e  pensò  di  dar- 
gli fiato  nell'idea,  che  qualche  cristiano  fuggente,  ricono- 
scendo tal  voce,  gli  si  avvicinasse,  e  portigli  gli  ultimi  uffici, 
ricevesse  in  dono  la -spada  e  cavallo,  giurando  di  persegui- 
tare con  essi  i  nemici.  Con  tanta  forza  soffiò  nel  corno,  che  si 
spaccò  per  mezzo,  e  le  vene,  ed  i  nervi  del  collo  si  ruppero. 
Ma  non  pertanto  volle  Iddio,  che  la  qualunque  voce  uscita, 
giungesse  all'orecchie  di  Carlo,  che  aveva  poste  le  tende  in 
luogo  otto  miglia  distante  da  Orlando.  Era  sul  punto  di  seguirla, 
quando  Gamalo  lo  assicurò  che  solo  per  motivo  di  caccia  Or- 
lando suonava  il  corno,  e  quindi  non  poteva  egli  correre  pe- 
ricolo alcuno.  Accorse  bensì  Baldovino,  ma  non  potè  rinvenire 
acqua  per  Orlando,  che  ardentemente  la  chiedeva:  e  suppli- 
cando a  Dio,  e  dopo  molte  devote  preci,  Orlando  rese  l'anima 
al  Creatore,  e  conseguì  la  palma  del  martirio.  Di  lui  si  parlerà 
nel  Paradiso  canto  XVIII.  Baldovino  montò  il  cavallo  di  Orlando 
per  non  cadere  nelle  mani  de'  nemici ,  e  raggiunse  le  tende  di 
Carlo,  non  sono  si  teiHbilmente  col  suo  corno  dopo  la  dolo- 
rosa  rotta  la  miseranda  sconfitta  quando  Carlo  Magno  perde 
la  santa  gesta  l'eletto  esercito  de' cristiani  per  frode  di  Cama- 
leone. Non  così  soffiava  Orlando,  come  ora  soffia  Nembroth, 
che  suonò  terribilmente  il  corno  nelle  pianure  di  Sennaarcon- 

Rambaldi  —  Voi.  1.  43 


754  INFERNO 

tro  Dio.  Orlando  pure,  se  vogliasi  prestar  fede  ai  racconti  favo- 
losi de' francesi ,  suonò  terribilmente  contro  gP  infedeli  in  Ron- 
cisvalle. 

Poco  portai  in  la  volta  la  testa  verso  del  suono  che  mi 
parve  veder  molte  alte  torre  l'alta  torre  figura  la  superbia: 
credette  scorgere  una  città  ond  io:  Maestro  il  perchè  chiesi  a 
Virgilio  di  che  terra  e  questa?  Virgilio  mi  rispose  awien  che 
tu  abborri  bisogna  che  tu  sbagli  nell  imaginare  poi  perche 
trascorri  nelle  tenebre  troppo  da  lungi  tu  vai  troppo  avanti 
all'oscuro,  e  senza  prima  aver  chiaramente,  e  da  vicino  ve- 
duto tu  vedrai  ben  quanto  il  senso  s  inganna  da  lontano  ve- 
drai come  si  prendono  abbagli  guardando  da  lungi ,  e  si  prende 
un  albero  per  un  uomo,  e  Dante  prendeva  un  gigante  per  una 
torre  se  tu  la  ti  congiungi  se  ti  avvicini  al  luogo;  pero  te  pungi 
alquanto  più  affretta  il  passo  per  più  presto  accertartene,  poi 
Virgilio  poscia  caramente  mi  prese  per  mano  con  dolcezza  mi 
prese  per  la  mano  e  disse  sappi  che  non  son  torri  ma  giganti 
simili  per  grandezza  a  torri  prima  che  noi  siam  più  avanti 
prima  d'esser  loro  sopra,  te  ne  avverto  acciò  che l  facto  men 
ti  paia  stranio  perchè  non  ti  faccia  sorpresa  quando  in  realtà 
li  vedrai.  Questi  giganti  figurano  i  superbi  regnanti,  che  pre- 
sumono contro  Dio;  e  si  fingono  coi  piedi  di  serpente,  che 
mangino  la  terra,  e  cerchino  la  terra,  e  non  pertanto  alzino 
le  lunghe  mani  sino  al  cielo,  come  superiormente  fu  esposto 
al  canto  Vili ,  e  XIV.  Nel  fine  del  Purgatorio  Dante  chiama  il  su- 
perbo re  di  Francia — gigante — e  son  tutti  quanti  in  del  pozzo 
dentarne  da  la  ripa  sono  tutti  sull'  orlo  del  pozzo  per  custo- 
dia o  guardia  dallo  ombelico  ingiuso  dall'ombelico  giù  nel 
pozzo,  e  dall'ombelico  in  su  fuori  del  pozzo. 

Errorfugiamimx  si  tolse  l'equivoco  e  paura  cresceami 
perchè  poco  avea  da  temere  dalle  torri,  ma  mollo  dai  giganti 


CANTO  XXXI.  785 

terribili  cosi  forando  l aria  grossa  e  scura  penetrando  l'oc- 
chio mio  per  queir  aria  densa  ed  oscura  appressando  più 
e  più  in  ver  la  sponda  più  sempre  avvicinandomi  all'  or- 
lo dèi  pozzo,  cosi  cóme  lo  sguardo  la  vista  refigura  proo- 
de  per  vera  figura  ciò  che  l  vapóre  o  le  nuvole  stipa  chiù* 
de  cela  nasconde  quando  là  nebbia  si  disfa  si  scioglie, 
e  si  disperde  dal  sole.  La  nebbia,  che  fa  di  giorno  notte 
toglie  a  noi  il  vero  aspetto  delle  cose,  del  pari  che  le  te* 
nebre  di  quel  luogo  toglievano  a  Dante  la  vista  de' gigan- 
ti. Cessata,  o  dissipata  la  nebbia  a  poco  a  poco,  si  distin- 
gue più  chiaramente  l' oggetto  in  prima  mal  visto,  del  pari 
che  Dante  avvicinandosi  sempre  più  distingueva  gli  orribili  gi- 
ganti, poiché  li  oribili  giganti  cui  minaccia  Jove  ancora 
quando  tuona  dal  Celo.  Ed  i  giganti  furono  infatti  fulminati 
da  Dio,  il  quale  rompe  ogni  superbia.  Il  fulmine  poi  reca  spa- 
vento ai  re,  ed  alle  potenze  quanto  sono  più  in  alto,  comeab- 
biam  dalle  storie  di  Augusto,  di  cui  niuno  fu  più  potente  nel 
mondo:  appena  udiva  un  tuono  o  scorgeva  un  lampo,  chiù* 
devasi  nella  più  nascosta  camera,  e  si  copriva  colle  coltri.  Cosi 
Nerone,  così  Caligola,  e  tanti  altri.  Ottimamente  l'autor 
nostro  ci  dice,  che  Giove  quando  tuona  minaccia  i  giganti, 
perchè  moralmente  li  avvisa  della  ruina  de'  superbi.  Così  Na~ 
bucdonnosor,  il  quale  da  superbissimo  eh'  era,  fu  ridotto  a 
pascersi  d'erba  ne' boschi  e  nelle  caverne,  e  come  a  nostri 
di  il  re  di  Persia,  che  vide  la  ruina  propria,  e  di  tutti  i  nu- 
merosi suoi  figli,  torreggiano  a  guisa  di  torri  circondano  cosi 
la  proda  che  il  pozzo  circonda  la  delta ,  che  circonda  il  poz- 
zo di  mezza  la  persona  dall'ombelico  in  su  cosi  comeMon- 
teregion  castello  nel  contado  di  Sien?,  sei  miglia  distante 
dalla  città,  nella  strada  che  conduce  a  Fiorenza,  circondato  da 
spesse  torri,  s  incorona  di  torri  in  su  la  cerchia  tónda. 


756  INFERMO 

Io  seconda  parte  generale,  io  scorgea  già  dal  ventre  ve- 
deva, un  non  so  che  sul  ventre  sopra  d  alcun  sopra  il  ventre 
di  Nembroth  e  per  le  caste  giù  ambo  le  braccia  il  gigante  a- 
veva  le  braccia  legate  giù  stese  e  pendenti,  natura  eerto  fé 
assai  bene  bene,  e  provvidamente  fece  quando  lascio  larte 
di  si  facti  animali  quando  più  non  produsse  animali  cosi 
terribili.  Se  è  vero,  una  volta  furono  i  giganti,  ma  ora  più 
non  si  trovano  come  sembra  che  Dante  dir  voglia.  E  storica- 
mente parlando  furono  i  giganti ,  come  leggiamo  nelle  storie 
ebraiche,  greche  e  romane,  e  cioè  Saul,  Ercole,  Anteo,  e  molti 
altri,  ed  assicurano,  che  i  giganti  possedettero  un  giorno 
Y  Inghilterra.  Ma  sembra  che  natura  abbia  a  poco  a  poco  sce- 
mata la  grandezza  delle  forme,  come  ha  diminuito  il  corso 
della  vita.  Fisicamente  parlando  è  impossibile  che  non  sia  na- 
ta, non  nasca,  e  non  sia  per  nascere  qualche  eccezione  alle 
regole  ordinarie  di  propagazione  della  specie,  ed  abbiamo  e- 
sperienza  di  tali  eccezioni,  non  di  un  individuo,  ma  di  na- 
zioni intere:  i  Frigioni  in  Germania  sondi  figura  gigantesca, 
i  romani  in  Italia  piccoli.  Poeticamente  parlando,  ed  anche 
moralmente,  Iddio  eh'  è  natura  naturante,  permise  una  volta 
per  le  colpe  umane,  che  fossero  i  giganti,  cioè  che  i  potenti 
superbi  governassero  il  mondo;  ma  dopo  non  si  videro  di 
tanta  smisurata  mole,  e  sono  scorsi  molti  secoli  senza  un  Ne- 
rone, ed  un  Ciro.  Furono  anche  appresso  giganti,  ma  non 
tanto  immani,  ed  in  questo  senso,  credo  che  abbia  parlato 
Dante  per  torre  tali  esequtori  a  Marte  per  togliere  cioè  le  ca- 
gioni di  guerre,  e  di  spargimento  di  sangue  umano. 

E  ehi  guarda  sottilmente  la  a  chi  guarda  ben  dentro 
ne  tiene  più  giusta  e  più  discreta  tiene  la  natura  più  discre- 
ta e  giusta  s  ella  non  se  pente  de  JElephanti  e  de  Balena  se  tut- 
tavia produce  gli  smisurati  elefanti,  nati  fatti  per  la  guerra, 


CANTO  XXXI.  757 

forti,  armati  di  sanne  e  di  proboscide,  capaci  dì  portare  sul 
dosso  una  torre  con  dodici  armati.  Ma  P  uomo  dotato  d' in- 
telligenza e  di  ragione  li  doma,  li  guida,  e  li  costringe  ad 
obbedire,  come  si  ha  dalle  storie  delle  guerre  romane,  e  spe- 
cialmente dalle  puniche.  Un  romano  stretto  dalla  proboscide 
di  un  elefante  se  ne  liberò  colla  spada.  Altro  forzalo  da  An- 
nibale a  combattere  con  un  elefante,  lo  vinse;  ma  Annibale  lo 
fece  ammazzare  dicendo,  che  non  meritava  di  vivere  chi  avea 
presunto  far  guerra  con  una  bestia  tanto  terribile,  o  piuttosto 
fu  P  invidia  di  tanto  valore,  che  strappò  ad  Annibale  la  sen- 
tenza di  morte.  Ma  quando  un  sommo  potere  si  unisce  con 
prava  volontà  nell'uomo,  chi  è,  se  non  Dio,  che  possa  vin- 
cerlo ?  che  la  gente  il  genere  umano  nessun  riparo  se  può  far 
niun  rimedio  può  usare  dove  l argomento  de  la  mente  la  ra- 
gione dell'  uomo  si  aggiunge  al  mal  volere  depravato  et  alla 
possa  ed  al  sommo  potere.  Per  giungere  ad  un  fine  secondo 
Aristotile  sono  indispensabili  tre  estremi  —  volere  —  sapere  — 
e  potere.  —  Boezio  pretende  che  bastino  due  soltanto. 

In  Roma  esisteva  un  tempio  nomato  Pantheon,  che  si  pre- 
tende essere  stato  il  palazzo  di  Alessandro  imperatore,  ora 
chiamato  santa  Maria  della  Rotonda.  In  detto  tempio,  era  una 
sommità  di  bronzo  dorato,  che  fu  trasportata  sulla  chiesa  di 
s.  Pietro ,  perchè  coperta  da  tavole  di  bronzo  dorato,  feren- 
dola i  raggi  del  sole,  pareva  in  lontananza  una  montagna 
d' oro,  la  cui  bellezza  anche  adesso  in  parte  si  veder  La  fac- 
cia sua  di  Nembroth  me  parve  lunga  e  grossa  come  la  pina 
di  s.  Pietro  a  Roma.  Il  confronto  non  è  che  per  grandezza , 
mentre  la  pina  è  splendida  e  bella,  quando  la  faccia  del  gi- 
gante era  brutta,  e  terribile.  I  altre  osse  le  altre  membra  eratk, 
a  sua  proportione  corrispondevano  alla  faccia.  La  parte  dal- 
Pombilico  insù  era  maggiore  di  tre  grandi  uomini  posti  l'uno 


758  INFERNO 

sulP  altro  si  che  le  ripa  che  era  perizoma  perizoma,  voce 
greca,  che  propriamente  vale,  vestimento  che  dalla  cintura 
discende  alle  ginocchia.  Abbiamo  dalla  Genesi ,  che  i  primi 
parenti  usarono  di  perizoma  per  coprire  le  parti  di  vergogna 
dopo  il  peccato  ne  mostrava  ben  tanto  di  sopra  fuori  del 
pozzo  che  tre  Fregioni  s  avrebber  dato  mal  vanto  da  giun- 
gere alla  coma  non  sarebbero  bastati  tre  Frigioni  l'uno  sul- 
l'altro per  arrivare  dal  mezzo  ai  capelli,  ed  i  Frigioni  sono 
i  più  alti  fra  gli  alemanni,  per  occhio  ne  vedea  trenta  gran 
palmi  dal  loco  in  giù  ove  l  omo  affìbia  il  manto  dal  sommo 
del  petto  all'  ombilico. 

La  fera  bocca  del  feroce  Nembroth  cui  non  si  convenia 
più  dolci  psalmi  che  non  poteva  dir  in  modo  a  lui  più  pro- 
prio incomincio  a  gridare  così  Raphel  may  amech  zabi  almi 
parole  che  non  hanno  significato:  ma  posto  ancora  che  ne 
avessero,  come  alcuni  interpreti  si  sforzano  trovarlo,  nulla  si- 
gnificherebbero se  non  a  mostrare,  che  il  costui  linguaggio 
non  era  intelligibile  ad  alcuno,  essendo,  per  la  di  lui  super- 
bia, venuta  la  confusione  in  tutte  le  lingue.  Questa  è  la  mente 
di  Dante. 

El  duca  ver  lui  disse  a  lui  anima  sdoca  balordo  tienti 
al  corno  con  cui  ti  fai  sentire  e  con  quel  te  sfoga  giacché  non 
sai  parlare  quando  ira  o  altra  passione  quando  lo  sdegno,  o 
furore  ti  tocca  V  invadono.  Finge  Dante,  che  i  giganti  siano 
legati,  per  insegnare  che  i  superbi  potenti  quantunque  sem- 
brino più  liberi  degli  altri,  pure  sono  schiavi,  dipendenti ,  e 
costretti  da  occulte  ed  interne  catene.  In  questo  senso  Dio- 
gene chiamava  Alessandro  Megno  il  servo  de'  suoi  sudditi , 
perchè  pieno  di  quei  vizi,  che  Diogene  aveva  vinti  colla  virtù. 
La  loro  libertà  è  cinta  da  catene  d' oro,  mentre  le  catene  della 
libertà  de'  sudditi  sono  diverse,  cercati  al  collo  e  troverai  la 


CANTO  XXXI.  7B9 

soga  la  corda  cheltien  ligato  non  è  forse  verità  storica,  che 
Alessandro  vincitore  di  tante  nazioni  era  vinto  da  un  bicchiere 
di  vino,  e  da  un  piccolo  sdegno?  o  anima  confusai  perche 
prima  cagione  della  confusione  delle  lingue  e  vedi  lui  lo  stesso 
corno  che  l  gran  petto  te  doga  che  il  gran  petto  ti  copre.  Nem- 
broth  ebbe  membra  robustissime,  esercitate  agli  stenti  della 
caccia:  fu  il  primo  che  si  mostrò  potente  fra  gli  uomini,  e  fu 
la  prima  origine  di  regno  in  Babilonia;  da  lui  le  prime  guer- 
re; da  lui  la  prima  tirannia  nel  mondo.  Egli  tentò  la  torre  di 
Babele,  che  sarebbe  giunta  al  cielo,  quando  Iddio  non  avesse 
rotta  quella  superbia.  Si  parlerà  di  ciò  nel  Purgatorio  canto 
XII.  vedrai  Nembroth  a  piende  gran  lavoro.  Indi  Virgilio  mi 
disse  e  lui  stesso  8  accusa  dal  linguaggio  che  usa,  fa  conoscere 
chi  è  questi  e  Nembroth — per  lo  cui  mal  coto  pel  cui  per- 
verso pensiero,  o  conto  pur  un  linguaggio  nel  mondo  non 
8 usa  prima  di  lui  gli  uomini  parlavano  lo  stesso  linguaggio, 
ma  dopo  si  divise  in  molti  e  diversi  nella  costruzione  di  quella 
torre  lascialo  stare  perchè  nulla  ei  comprende ,  come  noi  nulla 
di  lui  comprendiamo  e  non  parliamo  a  voto  indarno  che  cia- 
scuno linguaggio  e  cosi  a  lui  tanto  male  intelligibile  come  l  suo 
linguaggio  ad  altrui  —  eh  a  nullo  e  noto  non  è  conosciuto 
da  alcuno. 

Facemmo  adunche  terza  parte  generale  —  Volti  alla  si- 
nistra alla  qual  parte  sempre  si  volta  nell'  Inferno  dunche  fa- 
cemmo più  lungo  viaggio  perchè  andavamo  a  contemplare  i 
giganti  de' gentili  o  pagani,  et  al  trarre  d  un  balestro  al  tiro 
di  una  freccia  trovammo  l  altro  Efialte  assai  più  fiero  e  ma- 
gno più  feroce,  e  maggiore  di  membra  di  Nembroth.  Questi 
temendo  il  diluvio  tentò  di  farsi  una  torre  alta  al  cielo,  ma 
Efialte  tentò  invadere  il  cielo  sovrapponendo  monte  a  monte, 
come  scrive  Ovidio  nelle  Maggiori, ed  altri  poeti  greci.  Ome- 


760  INFERNO 

ro  nell'XI  dell'Odissea  racconta  che  Ulisse,  sceso  all'Inferno, 
vide  due  fratelli  di  smisurata  grandezza,  uno  Otho,  o  l'altro 
Efialte,  che  la  terra  partorì,  e  nutrì  cosi  smisurati.  Erano  luo- 
ghi nove  canne,  e  furono  posti  fra  gli  Dei  immortali.  Impre- 
sero di  sovrapporre  il  monte  Ossa  al  monte  Olimpo,  ed  avreb- 
bero compiuta  la  loro  impresa,  se  fossero  giunti  a  matura  età; 
ma  prima  che  loro  spuntasse  la  lanugine  Apollo  li  distrusse. 
Omero  chiama  uno  di  costoro  uguale  agli  Dei,  perchè  molti 
lo  tenevano,  ed  egli  stesso  credevasi  tale:  chiama  l'altro  glo- 
rioso, perchè  la  superbia  forma  la  loro  gloria.  La  terra  li  nu- 
trì, ossia  non  ebber  cura  che  di  cose  terrene:  sovrapposero 
monte  a  monte,  ossia  potere  sopra  potere,  per  insultare  il 
cielo,  come  fecero  molti  re  dell' Assiria  secondo  la  Sacra  Scrit- 
tura. Lo  stesso  Giulio  Cesare  in  Africa  diceva  ai  suoi  nemici, 
che  i  romani  avevano  tali  legioni  da  poter  far  guerra  al  cielo. 
Dice  inoltre  Omero,  che  Apollo  li  distrusse  prima,  che  giun- 
gessero a  matura  età,  per  avvertire  i  potenti  superbi  che  an- 
che nel  fiore  di  loro  potenza  possono  essere  fulminati.  Efialte 
aveva  V  un  braccio  legato  davanti,  e  Y  altro  di  dietro,  io  non 
so  dir  quel  che  fosse  il  maestro  a  cinger  lui  loccbè  equivale 
a  dire  che  fu  Dio  ma  ei  Efialte  tenea  el  braccio  destro  socinto  * 
legato  dietro  a  tergo  e  l  altro  sinistro  dinanzi.  Quando  tutte 
due  le  mani  fossero  state  legate  od  unite  non  era  facile  lo  scio- 
gliersi e  liberarsi,  duna  catena  avvinto  stretto  dal  collo  in 
giù.  Nembroth aveva  una  corda,  e  questi  una  catena,  perchè 
lo  descrisse  più  grande,  e  più  feroce  si  che  l scoperto  la  parte 
del  corpo  scoperta  dall'  ombelico  in  su  se  revolge  in  su  lo 
girone  quinto  aveva  la  catena  a  cinque  giri  nella  parte  che  si 
vedeva  fuori  del  pozzo.  Mi  disse  Virgilio  questi  Efialte  superbo 
—  volle  esser  experto  volle  far  prova  di  sua  potenza  eh9  era 
poca  o  nulla  contr  el  summo  Jove  contro  il  sommo  Dio  dei 


i 


CANTO  XXXI.  761 

pagani,  celebrato  nella  rocca  del  Campidoglio  di  Roma,  detto 
Giove  ottimo  massimo,  come  le  mille  volte  in  Tito  Livio  si 
legge  ond elli ha  cotal  merito  cotal  pena,  d'essere  cioè  in  tal 
modo  incatenato.  Fialte  ha  nome  e  fece  le  gran  prove  ado- 
prò  tutto  il  poter  suo  quando  i  giganti  fecer  paura  ai  Dei, 
nella  guerra  contro  degli  Dei.  Tutto  ciò  può  intendersi  poeti- 
camente ,  e  secondo  Ovidio  un  Dio  si  nascose  sotto  forma  di 
un  lione,  l'altro  di  una  tigre.  Si  può  intendere  storicamen- 
te, imperocché  Titano  fratello  di  Saturno,  avendo  Giove 
scacciato  il  padre  Saturno  dal  regno  di  Creta,  mosse  guerra 
a  Giove,  che  alfine  riuscì  vittorioso.  Si  può  anche  prendere 
allegoricamente  per  paura  ai  Dei  volle  far  quanto  poteva, — 
perciò  le  braccia  che  l  meno  già  mai  non  move. 

Io  dissi  a  Virgilio  vorrei  che  gli  occhi  miei  vorrei  vedere 
avesser  experientia  del  (smisurato  Briareo  lo  smisurato  Bri- 
areo.  Dicesi,  che  costui  crescesse  molti  palmi  ogni  giorno,  al- 
legoricamente di  potere,  e  di  superbia.  Ne  parla  Dante  nel 
Purgatorio  canto  XII  dove  dice  —  vedea  Briareo  ecc.  e  quindi 
lo  passo  di  volo,  ond  ei  rispose  tu  vedrai  Anteo  non  è  tempo 
di  vedere  Briareo,  che  poi  vedremo;  ora  bisogna  vedere  An- 
teo senza  del  quale  non  possiamo  compiere  il  nostro  viaggio. 
presso  di  qui  poco  lungi  di  qua  che  parla  ed  e  disciolto  che 
non  parla  confusamente  come  Nembroth,  e  che  non  è  inca- 
tenato come  Efialte  che  ne  porrà  nel  fondo  dogni  reo  nel 
centro  dell1  Inferno  dove  sono  puniti  i  traditori.  Come  Dante 
aveva  trovato  Chirone  fra  i  centauri,  ora  trova  Anteo  fra  i  gi- 
ganti. Lo  mette  senza  catene  perchè  presunse  contro  gli  uo- 
mini, e  non  contro  Dio,  sebbene  il  suo  nome  deboti  l' oppo- 
sto Anti  vale  contro  Theos  vale  Dio.  Storicamente  Anteo  fu  un 
gigante  grandissimo  e  formidabile  nell'Africa,  che  forzava 
i  passeggieri  in  modo  strano,  ciotè  dovevano  prima  lottare  con 


763  INFERNO 

lui,  e  quando  li  aveva  superati,  li  decapitava,  ed  appendeva 
le  recise  teste  sulla  soglia  di  sua  abitazione.  I  poeti  immagi- 
narono, che  bastava,  toccasse  la  terra  per  rimettersi  nelle 
forze  che  avea  perduto  combattendo,  e  quando  Ercole  venne 
a  lottare  con  lui,  accortosi  di  questo,  lo  alzò  in  aria,  e  lo  sof- 
focò stringendolo  fortemente  fra  le  braccia.  Allegoricamente 
poi  Anteo  era  invincibile  nelle  proprie  terre,  del  pari  che  An- 
nibale africano.  1  romani  al  contrario  erano  vincibili  in  Italia 
ma  insuperabili  in  terra  straniera.  Secondo  Fulgenzio,  Anteo 
è  simbolo  di  libidine,  che  acquista  forza  dalla  terra,  e  dalla 
carne.  Dicesi,  ch'egli  regnasse  nella  caldissima  Libia. Ercole 
ali1  opposto  uomo  forte  e  sapiente  toglie  dalla  terra  la  car- 
nale concupiscenza,  ossia  Anteo,  e  lo  solleva,  e  lo  estingue. 
Dice  Seneca  di  lui  —  prostese  Anteo  nelle  libiche  arene  — e 
lo  chiama — heroum  eleos — gloria  degli  uomini  forti — quel- 
lo che  tu  vuoi  vedere  Briareo  e  molto  più  la  più  lontano  di 
qui  et  ee  ligato  con  cinque  giri  di  catena  facto  come  questi 
così  immane  salvo  che  e  più  feroce  pur  nel  volto  perchè  più 
audace. 

Non  fue  terremoto  già  tanto  robusto  violento,  e  forte  che 
scottesse  una  torre  cosi  forte  come  a  scoter  si  fu  presto.  La 
similitudine  di  gigante  a  torre  è  propri  issi  ma,  giacché  la  torre 
che  non  si  move  al  furiare  dei  venti  di  tempeste,  o  di  forza 
umana,  si  scuote,  e  rovesciasi  dal  terremoto,  così  il  gigante 
qual  torre  cadde  una  volta  colpito  da  un  fulmine  allora  ti- 
metti  più  che  mai  la  morte  da  quel  gigante  et  non  m  era  tne- 
stier  più  che  la  dotta  non  era  necessario  che  il  gigante  mi 
percuotesse,  perchè  sarei  morto  al  solo  suo  moversi,  ovvero 
la dotta  il  timore,  giacché  dottare  suona  temere,  era  bastante 

ad  annientarmi,  s  io  non  avessi  viste  le  ritorte  i  ceppi,  le  ca- 

• 

tene  da  cui  era  stretto.  Non  eh  uovo,  che  i  tiranni  superbi  ab- 


cìnto  xxxi.  763 

biano  spenti  gli  nomini  virtuosi  —  Alessandro  Calistene  — 
Nerone  Seneca  —  Caracalla  Papiniano.  —  r 

Noi  quarta  ed  ultima  parte,  noi  procedemmo  più  avanti 
alotta  andammo  più  avanti  nella  contemplazione  et  venimmo 
ad  Anteo  che  usciva  fuor  de  la  grotta  fuori  del  pozzo  ben 
cinque  qlle  alla  è  misura  di  Fiandra  come  la  caftna  di  Fio- 
renza senza  la  testa  dal  petto  all'ombilico  era  di  tanta  gran- 
dezza. Sostengono  alcuni,  che  l'uomo  non  può  eccedere  l'al- 
tezza di  sette  piedi,  e  eh'  Ercole  stette  dentro  questa  misura; 
pure  sotto  di  Augusto  si  trovarono  due  uomini  di  dodici  piedi 
di  lunghezza.  Si  vuole,  che  s.  Cristofaro  fosse  di  dodici  piedi» 
o  canne.  Sant'  Agostino,  nella  Città  di  Dio,  dice  di  aver  visto 
nelle  terre,  dove  regnò  Anteo ,  un  dente  di  un  gigante,  dal  quale 
si  fecero  più  di  cento  denti  nostrali.  Che  dirò  di  Golia,  di  Fer- 
rautte,  e  di  altri? 

Bel  discorso  di  Virgilio  ad  Anteo  che  persuade  a  portarli. 
Per  renderselo  benevolo  accenna  le  di  lui  vittorie  su  quella 
terra  in  cui  Scipione  acquistò  la  massima  gloria.  Publio  Cor- 
nelio Scipione  cognominato  l'Africano  fu  guerriero  romano 
che  non  ebbe  uguali  in  valore  e  fortuna.  Estesamente  si  dirà 
di  lui  nel  Paradiso  canto  VI.  Giovane  di  24  anni,  nella  se- 
conda guerra  Punica,  quando  Annibale  cartaginese  per  otto 
anni  sosteneva  battaglie  gloriose  contro  i  romani,  ottenne  dal 
senato  di  trasportare  l'esercito  nelle  Spagne,  ove  i  due  Sci- 
pioni,  padre  e  zio  avevano  perduto  l'esercito  in  soli  trenta 
giorni.  E  quella  parte  di  Spagna  con  maravigliosa  fortezza  fu 
da  lui  interamente  in  quattro  anni  ricuperata ,  disfatti  quattro 
eserciti  all'inimico,  e  ridotta  l'intera  Spagna  sotto  il  giogo 
romano.  Tornato  a  Roma,  di  consenso  del  senato,  a  traverso 
della  Sicilia  passò  in  Africa.  Messo  piede  a  terra  piatitogli  ac- 
campamenti ne' regni  di  Anteo,  che  poi  cambiaron  nome  ne' 


7©4  1KFE1R0 

campi  Cornei ii.  Per  l'arrivo  di  Scipione  l'Africa  latta  s'inti- 
morì, e  specialmente  Cartagine,  la  quale  si  mise  in  armi,  ed 
alle  vedette,  giacché  per  cinquantanni,  non  aveva  vedale, 
se  non  tumultuariamente,  le  armi  romane.  Allora  poi  aveva 
sugli  occhi  Scipione,  terribile  guerriero,  ed  essa  mancava  di 
un  capo  che  potesse  stargli  a  fronte,  fuor  di  Asd rubale  figlio 
di  Gisgone,  che  Scipione  aveva  scacciato  dalle  Spagne.  Pro- 
speri furono  i  primi  successi  di  Scipione,  e  sopraggiunse  Mas- 
sinissa  magnanimo,  e  ricchissimo  principe,  con  un  pugno  di 
giovani,  il  quale  spogliato  del  regno  di  Numidia  da  Si  face, 
chiese  soccorso  al  duce  romano.  Fu  accolto  Massinissa  da  Sci- 
pione con  ogni  larghezza  di  bontà,  e  gli  crebbe  speranza  di 
tornare  al  suo  soglio.  La  sola  speranza  de'  Cartaginesi  era  al- 
lora in  Asdrubale  ed  in  Siface  genero  di  Asdrubale,  avendo 
sposata  Sofonisba  la  più  bella  fra  le  donne.  Essi  fecero  allean- 
za in  difesa  di  Cartagine.  Scipione  portò  tutte  le  armi  all'as- 
sedio di  Utica,  e  lo  inseguì  Asdrubale  con  tre  mila  soldati,  e 
Siface  con  dieci  mila  cavalli,  e  cinquanta  mila  fanti:  posero i 
loro  accampamenti  non  molto  lontani  da  quelli  del  nemico. 
Passato  l'inverno,  Scipione  diede  ordine  a  Massinissa,  ed  a 
Lelio  suo  carissimo  amico  e  compagno  di  dar  fuoco  in  tempo 
di  notte  agli  accampamenti  del  re  Siface,  eh'  erano  di  stuoia, 
e  di  canne.  I  soldati  del  re  ritennero  che  l'incendio  fosse  stato 
casuale,  ed  accorrevano  inermi,  e  mezzo  addormentati  nel 
mentre  che  i  romani  facevano  d'essi  tremenda  strage.  Anche 
i  Cartaginesi  ritenendo  l'incendio  accidentale  correvano  ad 
estinguerlo,  ed  incontravano  i  nemici  che  li  scannavano  quali 
pecore.  Allora  sortì  anche  Scipione,  il  quale  corse  agli  accam- 
pamenti cartaginesi ,  e  vi  appiccò  fuoco.  Così  in  pochi  mo- 
menti gli  aceampamenti  di  Cartagine  e  di  Siface  furono  in- 
cendiati, ed  in  una  notte  consunti.  Asdrubale  con  parte  del' 


CANTO  XXXI.  765 

disfatto  esercito  fuggì:  perirono  quaranta  mila  uomini:  furo- 
no prigionieri  cinque  mila,  e  più:  presi  sei  elefanti.  Àsdru- 
bale  tornato  a  Cartagine  raggranellò  un  esercito  nuovo:  Siface 
fece  altrettanto»  e  si  riunì  allo  suocero:  di  nuovo  si  cominciò 
la  guerra ,  Massinissa  trovandosi  sempre  con  Scipione,  e  coi 
romani.  Ma  in  ultimo  Siface  si  raccolse  nella  Numidia,  quan- 
tunque Massinissa,  e  Lelio  per  ordine  di  Scipione  lo  inseguis- 
sero per  quindici  giorni. 

Intanto  il  duce  romano,  parte  colla  forza,  e  parte  col 
timore  conquistò  varie  puniche  terre,  e  portò  le  sue  legio- 
ni vieino  a  Cartagine  quindici  miglia.  Siface  mosso  dalle 
lagrime  di  Sofonisba,  e  dalle  preghiere  di  Asdrubale  ri- 
parava la  guerra;  ma  accesa  zuffa  con  Massinissa  e  con  Le- 
lio, uccisogli  sotto  il  cavallo,  cadde,  e  fatto  prigioniero  fu  a 
Lelio  condotto.  Caduto  il  re,  fu  breve  e  facile  la  vittoria:  re- 
starono sul  campo  cinque  mila  uomini ,  e  molti  fuggirono  a 
Cirta  capitale  della  Numidia.  Massinissa  esultando  della  pri- 
gionia del  re,  e  pel  regno  ricuperato,  pregò  Lelio,  che  gli 
permettesse  di  correre  prestamente  a  Cirta  coi  cavalli,  e  col 
re  prigioniero,  e  Cirta,  aperte  le  porte,  gli  si  diede  sponta- 
neamente. Messe  guardie  alle  porte,  corse  alla  regia,  e  gli 
venne  incontro  la  bellissima  Sofonisba  che  versando  lagrime 
e  sospiri,  lo  scongiurava  a  torla  delle  mani  de' romani,  e  di 
lei  facesse  quanto  voleva,  come  preda  di  guerra.  Era  Sofoni- 
sba chiara  per  sangue,  florida  di  età,  bellissima  fra  tutte.  Si 
commosse  Massinissa  non  tanto  alle  preghiere,  quanto  alla 
bellezza  di  lei,  ed  infiammandosi  di  smisurato  amore,  le  diede 
fede  di  sposo,  e  prima  che  giungessero  Scipione  e  Lelio,  le 
fu  marito  vivente  ancora  Siface  ch'era  stato  condotto  a  Sci- 
pione. Lelio  sovraggiunto ,  e  scoperta  tanta  enormità,  cercò 
di  strapparla  a  Mas  si  russa,  ma  da  questi  pregato,  rimise  il 


766  INFERRO 

giudizio  a  Scipione,  che  chiamò  a  sé  Massi  n  issa ,  ed  ora  gra- 
ve, ora  dolce  lo  ammoni  facendogli  conoscere  che  le  interne 
voluttà  erano  più  atroci  degli  esterni  nemici.  Massi n issa  op- 
presso dal  rammarico  e  dalla  vergogna  mandò  un  veleno  a 
So  fon  isbà,  perchè  in  tal  modo  si  liberasse  dalla  schiavitù  ro- 
mana, come  aveva  promesso,  ed  ella  lo  bebbe  intrepidamen- 
te, e  così  ferocemente  spirò.  Siface  condotto  da  Lelio  a  Roma 
fu  sepolto  in  carcere  oscuro. 

I  Cartaginesi  vedendo  che  l'Africa  ardeva  sotto  Scipione, 
come  l'Italia  aveva  arso  sotto  di  Annibale ,  morta  la  speranza 
di  ogni  altra  risorsa,  decretarono  in  senato  di  richiamare  An- 
nibale dall'Italia,  perchè  soccorresse  all'estrema  angustia  della 
patria.  Annibale  stupefatto  dalle  gesta  di  Scipione  in  Africa  tro- 
vavasi  allora  nelF  angolo  estremo  dell'  Italia  orientale  ;  Magone 
di  lui  fratello  nell'estremo  dell'Italia  occidentale,  ossia  nella 
Liguria.  Annibale  obbediente,  piangendo,  anzi  ruggendo qual 
leone  tornò  alla  patria.  Caricò  l' esercito  suo  sulle  navi ,  nel 
diciasettesimo  anno  dopo  il  suo  ingresso  in  Italia,  tornò  tri* 
sto,  volgendo  sempre  gli  occhi  all'  Italia  e  sospirando  che  gli 
fosse  caduta  di  bocca,  ed  incolpando  sé  stesso  per  gli  sprez- 
zati consigli  di  Maerbale,  angosciato  che  fra  tante  vittorie  non 
avesse  avuto  cuore  d' invadere  Roma,  quando  Scipione,  gio- 
vane ancora ,  ebbe  l' ardire  di  assaltare  Cartagine  nel  momento 
eh'  egli  faceva  strage  de' romani  in  Italia.  Il  conflitto  di  Roma, 
e  Cartagine  faceva  slare  sospeso,  ed  ansio  il  mondo  intero, 
perchè  erano  in  armi,  e  pronte  alla  sfida  le  due  più  potenti  na- 
zioni del  mondo.  Appena  i  due  capitani  furono  vicini,  Anni- 
bale, o  per  suo  moto  d' animo,  o  per  ordine  della  patria  ad* 
dimandò  a  Scipione  un  abboccamento,  e  l' ottenne.  Vennero 
ambedue  in  una  pianura  seco  menando  l' interprete,  e  col- 
l' esercito  da  ambo  le  parti  sotto  le  armi.  Al  primo  scontrarsi, 


CANTO  XXXI.  767 

r  un  T  altro  attoniti  per  mutua  ammirazione  si  tacquero. 
Annibale  per  primo  ruppe  ii  silenzio,  ed  in  modo  grave  e 
sentenzioso  persuadeva  la  pace  a  Scipione,  mostrandogli  il 
facile  cambiamento  della  fortuna  coli1  esempio  di  sé  stesso,  e 
di  altri  capitani;  e  quanto  la  pace  gli  sarebbe  più  sicura  e 
gloriosa,  rompendo  ogni  dissidio  ed  ostilità.  Lodando  poi  le 
di  lui  gesta  gloriose,  lo  pregava  a  mettere  un  limite  alla  feli- 
cità, prima  che  la  fortuna  gli  mutasse  la  faccia,  e  mentre  era 
nel  fiore  di  fama  deponesse  le  armi  infino  allora  invincibili. 
Scipione,  udito  Annibale  tanto  bene  e  saviamente  consigliare, 
rispose  aspramente,  non  persuaso  che  Annibale  parlasse  in 
buona  fede  di  pace,  ma  lo  facesse  per  timore  di  guerra.  Disse 
che  era  certo,  che  l' arrivo  di  Annibale  invece  di  accrescere 
avrebbe  turbata  la  speranza  della  pace ,  sottraendo  molte  con- 
dizioni, e  non  offrendo  ai  romani  se  non  ciò,  che  loro  toglie- 
re non  potea:  scasando  i  romani,  ed  accusando i  Cartaginesi, 
che  nella  prima  e  seconda  guerra  avevano  offerte  le  cagioni 
de' mali.  Ch'  egli  sapeva  bene  di  essere  mortale,  e  che  le 
cose  tutte,  che  doveva  operare,  erano  soggette  alla  fortuna; 
ma  che  le  operava  col  favore  degli  Dei ,  ed  otterrebbe  lieto 
fine  della  guerra,  perchè  giustamente  intrapresa.  Concluse, 
che  non  sarebbe  mai  per  ricusare  la  pace  a  lui  che  la  cercava 
in  Italia,  ma  che  non  poteva  accettarla  o  negarla  senza  che 
la  patria  ne  fosse  prima  avvertita:  che  tale  procedere  era  scu- 
sabile in  lui,  dacché  per  chiederla  era  stato  forzato  Annibale 
di  tornare  alla  patria  e  non  poteva  avere  buon  animo  nel  di- 
mandarla. Infine  non  gli  piacere  i  patti,  e  le  condizioni.  Così 
rotta  ogni  speranza  di  accordo  Annibale,  e  Scipione  tornaro- 
no ai  loro  accampamenti,  V  uno  e  l' altro  affermando  essere 
necessario,  che  il  giorno  dopo,  prima  del  cadere  del  sole,  sì 
sapesse  se  Roma  o  Cartagine  avrebbe  l' impero  del  mondo; 


768  INFERNO 

e  nel  dì  seguente,  al  dir  di  Floro,  vennero  in  campo  i  duee- 
serciti. 

L' impero  romano  non  ebbe  un  giorno  di  maggiore  im- 
portanza di  questo,  quantunque  avesse  prima,  ed  abbia  io 
seguito  combattuto  con  fortissimi  nemici,  ma  non  mai  eoo 
tante  forze,  con  tanti  odi,  con  tanti  stratagemmi,  con  tanta 
intelligenza,  con  tant'  arte,  con  tanto  furore  di  vendetta.  Fu- 
rono disposte  le  schiere  con  sagacità  dall'  una  parte,  e  dal- 
l'altra, perchè  niuno  dei  duci  lasciò  di  fare  quanto  mai  si  po- 
teva in  tanto  difficile,  e  decisivo  momento.  Annibale  pose  in 
fronte  ottanta  elefanti ,  che  non  aveva  mai  prima  avuti  in  tal 
numero  agguerriti:  V  uno  e  l'altro  duce  era  alla  testa  de' suoi, 
rammentando  i  colti  allori,  e  le  recenti  vittorie  sui  nemici 
che  avevano  a  fronte.  Scipione  più  lieto  parlava  a  suoi ,  e  loro 
diceva,  che  quella  non  era  guerra  di  pericolo,  ma  guerra  che 
preparava  il  ritorno  alla  patria  colla  vittoria.  Dato  il  segno, 
T  uno  e  P  altro  esercito  compì  quanto  poteva  col  ferro,  colla 
lingua,  coir  ingegno.  Guardando  alle  conseguenze,  questa 
battaglia  fu  non  solo  grande,  ma  massima.  Quarantamila  ne- 
mici uccisi:  gli  altri  pratici  de' sentieri  e  de' nascondigli  scap- 
parono: presi  dodici  elefanti.  Ed  i  romani  pure  insanguinarono 
la  loro  vittoria  con  dieci  mila,  che  rimasero  sul  campo.  Lo  stes- 
so Annibale,  esaurita  ogni  possa,  con  un  pugno  de9  suoi  si  al- 
lontanò dal  campo,  e  giunto  a  Cartagine,  convocato  il  senato 
si  confessò  vinto,  non  in  quella  battaglia,  ma  in  guerra.  I  Car- 
taginesi per  consiglio  di  Annibale  mandarono  ambasciatori 
per  chieder  pace  a  Scipione  ;  ma  desso  insieme  coi  soldati  pia 
desiderava  la  ruina  di  Cartagine;  e  nulla  di  meno  riflettendo 
alla  fatica,  ed  al  tempo  necessari  all' assedio  di  una  città  tanto 
potente;  prevedendo  che  i  nuovi  consoli  Tito  Claudio,  e  Cor 
nel  io  Lentulo,  i  quali  tentavano  di  succedergli,  gli  rapissero 


CANTO  XXXI.  769 

il  frutto  di  tante  vittorie,  piegò  l'animo  alla  pace.  Ecco  le 
condizioni  sancite  dal  senato  romano — Cartagine  vivesse  colle 
leggi  romane  —  desse  tutte  le  navi  rostrate  —  fuori  di  dieci 
elefanti,  tutti  gli  altri  agguerriti  si  consegnassero  —  gl'indo- 
miti si  educassero  —  niuna  guerra  si  facesse  o  movesse  sen- 
za ordine  del  popolo  romano  —  ogni  anno  si  pagassero  per 
tributo  due  mila  talenti.  —  Fu  questa  la  pace  data  ai  Cartagi- 
nesi P  anno  17  dopo  averla  incominciata:  fra  la  prima  guerra 
punica,  e  la  seconda  scorsero  ventotto  anni.  Scipione  dinanzi 
a  Cartagine  fece  abbruciare  quel  naviglio  cartaginese  che  fu 
tanto  terribile  ai  litorali  e  fu  gran  dolore  pei  cittadini,  quasi 
bruciasse  con  quello  tutta  Cartagine.  Si  dice,  che  le  navi  fos- 
sero cinquanta.  Scipione  fermata  pace  in  terra,  ed  in  mare, 
tornò  in  Sicilia,  e  passando  per  le  città  d'Italia  onorato  e 
festeggiato  si  restituì  a  Roma,  e  col  trionfo  il  più  magnifico 
che  fosse  mai  stato,  ascese  al  Campidoglio. 

Otu  Anteo  cherecasti  già  conducesti  vivente  mille  lioni 
In  Africa  trovasi  gran  quantità  di  leoni  più  feroci  degli  altri  al 
dir  di  Plinio:  allegoricamente  intenderai,  che  Anteo  aveva  vinti 
mille  nemici  feroci  nella  fortunata  valle  de]  Bracada  presso  li- 
tica, qual  valle  fu  sempre  fortunata  per  la  gente  Cornelia,  ma 
fatale  a  Cartagine,  imperocché  Scipione  Africano  la  rese  tribu- 
taria, e  Scipione  minore  la  rovesciò  che  fede  Scipio  hereda 
cioè  signore,  giacché  erede  è  quasi  padrone  di  gloria  quan- 
do Annibal  con  i  suoi  diede  le  spalle  —  et  ancora  perche  si 
credea  parla  dubitativamente  per  temprare  alcun  poco  l'adula- 
zione eh  arrebber  vinto  i  figli  de  la  terra  i  giganti  tuoi  fra- 
telli avrebber  vinta  la  pugna  cogli  Dei  se  fosse  stalo  allatta 
guerra  A^l  ciò  è  chiaro,  che  Anteo  non  fu  al  tempo  degli  altri 
giganti  fulminato  da  Giove  in  Flegra  de  tuoi  fratelli  chiama 
fratelli  di  Anteo  i  giganti  che  furono  molto  prima ,  perchè  nati 

IUmbaldi  —  Voi.  1.  4U 


770  INFERNO 

dalla  stessa  madre  cioè  dalla  terra.  — Tal  modo  di  dire  serve 
a  rendersi  benevolo  ogni  superbo,  paragonandolo  a  un  Dio,  co- 
me Alessandro  che  si  gloriava  di  essere  chiamato  figlio  di  Gio- 
ve dal  lato  di  madre,  mettine  giù  portaci  al  ghiaccio  del  poz- 
zo dove  Oocito  la  freddura  serra  dove  il  freddo  indura  il  lago, 
che  chiamasi  Oocito.  Omero  nell'XI  dell'Odissea  finge, chelJ- 
lisse  vedesse  nell'Inferno  Tizio  steso  per  terra,  e  due  avol- 
toi  rodergli  il  fegato  in  pena  di  aver  tentata  Latona.  Tizio  mo- 
ralmente parlando  è  un  lussurioso,  che  spinto  da  libidine  non 
si  trattenne  per  alcun  riguardo  né  divino ,  né  umano,  come  Ne, 
rone,  che  furente  di  lussuria  stuprò  la  sorella ,  una  congiunta, 
una  vestale,  e  prese  in  moglie  una  meretrice.  Quindi  finsero 
i  poeti,  che  l'avoltoio  divori  continuamente  il  di  lui  fegato, 
perchè  nel  fegato  è  la  sede  della  lussuria,  ed  il  fegato  divo- 
rato rinasce,  cioè  sfogata  una  libidine,  altra  si  cerca.  Ovidio 
scrive  in  proposito  cosi  di  Tizio  il  fegato  inconsunto  — sem- 
pre di  nuovo  rinascendo ,  mai  —  non  pere,  per  poter  spesso 
perire — e  non  ti  vegna  schifo  non  avere  a  sprezzo ,  con  ciò 
insegnando,  che  i  superbi  ancora  debbono  onorare  i  poeti,  che 
possono  dar  loro  fama  non  ci  far  gire  a  Titio  ne  a  Tipheo  trop- 
po grandi  e  poderosi.  Di  Tizio  si  disse;  di  Tifeo  si  parlerà  nel 
canto  Vili  del  Paradiso,  questi  Dante  eh'  è  meco  può  dar  di 
quel  che  fi  brama  può  darù  fama.  Dante  fingendo  che  i  giganti 
cerchino  fama,  parla  del  mondo  de'  viventi,  in  cui  i  superbi  la 
cercano  sebbene  con  arti  pessime,  come  Alessandro  che  oe 
aveva  brama  insaziabile  pero  ti  china  piegati  per  portarne  e 
non  torcer  lo  griffo  non  torcere  il  muso  ancor  ti  può  render 
fama  nel  mondo  eccone  il  come  che  l  vive  e  longa  vita  a- 
spetta  ancora  Dante  sembra  essere  stato  profeta  di  sé  stesso, 
imperocché  dopo  la  gran  visione  visse  ventun  anni,  se  grazia 
divina  ne  chiama  a  se  anzi  tempo  secondo  il  corso  naturale 


CANTO  XXXI.  771 

dovrebbe  ancor  molto  vivere  se  Dio  per  la  sua  grazia  noi  chiami 
a  sé.  Anteo  avido  di  fama  distese  le  mani  in  fretta  non  aspet- 
tando di  essere  pregato  di  pia  e  prese  l  duca  mio  Virgilio  ond 
Hercole  senti  già  grande  stretta  quando  lottò  come  si  disse. 
L'autore  con  arte  somma  ricorda  Ercole  nemico  di  Anteo;  ma 
Ercole  fu  buono,  di  forme  atletiche,  di  somma  forza,  di  va- 
lore indomito,  che  si  novera  fra  gli  Dei,  e  non  fra  costoro. 
Ed  in  Africa  vinse  non  solo  il  robustissimo  Anteo,  ma  nelle 
Spagne  superò  il  formidabile  Gerione,  e  nell'Egitto  il  crude- 
lissimo Busiride.  —  Insomma  domò  i  mostri  della  terra  in 
ogni  luogo,  uomini  fossero,  o  fossero  fiere,  e  per  ogni  sorta 
di  virtù  procedette  al  suo  fine.  Ecco  la  ragione,  per  cui  finsero 
i  poeti,  eh'  egli  discendesse  all'Inferno  per  ispegnere  i  vizi,  e 
che  abbia  portato  sulle  spalle  il  cielo  in  quanto  che  resistette 
alla  di  lui  influenza.  Esistettero  anche  altri  col  nome  di  Er- 
cole secondo  Tullio  —  della  Natura  degli  Dei,  e  s.  Agostino 
nel  XVIII  della  Città  di  Dio,  e  perciò  è  difficile  scegliere  fra 
tanti.  Virgilio  disse  fati  in  qua  eh  io  ti  prenda  nelle  braccia 
nel  modo  stesso  con  cui  Anteo  preso  Io  aveva  quando  prender 
si  sentio  da  queir  Anteo  poi  feci  si  eh  un  fascio  era  elli  et  io 
poi  mi  strinse  contro  di  sé. 

In  Bologna,  nel  luogo  chiamato  porta  ravegnana,  è  una 
piazza,  nella  quale  s'alzano  due  torri,  l'una  delle  quali  altis- 
sima, nomata  torre  degli  Asinelli,  l'altra  vicina  ed  inclinata 
quasi  per  cadere  chiamasi  torre  de'  Garisendi.  —  Ora  se  al- 
cuno, nel  tempo  in  cui  le  nubi  girano  sopra  la  Garisenda  si 
metta  in  opposto  a  guardar  detta  torre,  gli  parrà  che  gli  ca- 
schi addosso. 

Parmi  tal  a  me  che  stava  a  bada  che  aspettando  guar- 
dava divederlo  chinar  qual  per  la  Garisenda  torre  così  chia- 
mata dai  Garisendi  nobili  di  Bologna  a  riguardar  sotto  l  chi- 


772  INFERNO 

nato  sotto  la  pendenza  quando  un  nubilo  vada  sopr  essa  si 
che  ella  torre  penda  incontro  nel  modo  che  la  Garisenda  pen- 
dente sembra  cadere  sopra  chi  la  guarda,  eppure  non  cade, 
così  Anteo  curvato  com'essa  sopra  Dante  che  lo  guardava, 
gli  sembrava  che  cadesse  sopra  lui,  eppure  non  cadeva.  La 
similitudine  era  anche  più  propria  al  tempo  di  Dante,  essendo 
allora  la  Garisenda  più  alta  di  quello  che  ora  è,  avendola  io 
gran  parte  mozza  Giovanni  di  Olegio  de' Visconti  di  Milano, 
che  qual  gigante  feroce  e  superbo  ivi  esercitò  la  tirannide. 
Dante  fece  la  osservazione  sulla  torre  Garisenda,  quando  an- 
cor giovane  studiava  all'università  di  Bologna,  e  fu  talora 
e  fu  allora  eh  io  arrei  voluto  ire  per  altra  strada  piuttosto 
che  fra  le  braccia  di  questo  gigante  ma  ce  poso  ci  depose  leve- 
mente  dolcemente,  perchè  Virgilio  lo  aveva  asperso  dell'olio 
dell'adulazione,  e  si  offerse  più  mansueto  di  Caronte,  di  Fle- 
gia,  di  Nesso,  e  di  Gerione  al  fundo  che  divora  Lucifero  con 
Juda  nel  centro  del  pozzo  ove  sta  fisso  Lucifero  che  divora 
Giuda,  come  si  dirà  nell'ultimo  canto:  ne  si  chinato  li  fece  di- 
mora e  non  si  fermò  in  quel  luogo,  ma  tosto  partì  e  si  levo  si 
alzò  dritto  come  arboro  in  nave  si  alza  e  si  drizza.  Similitu- 
dine propria,  perchè  Anteo  era  grande,  alto  tanto,  quanto  un 
albero  di  nave. 


^. 


CANTO  XXXII 


TESTO  MODERNO 


S'io  avessi  le  rime  e  aspre  e  chiocce, 

Come  si  converebbe  al  tristo  baco, 

Sovra  il  qual  pontan  tutte  l'altre  rocce,  3 

lo  premerei  di  mio  concetto  il  suco 

Più  pienamente;  ma  perch'io  non  l'abbo, 

Non  senza  tema  a  dicer  mi  conduco.  6 

Che  non  è  impresa  da  pigliare  a  gabbo, 

Descriver  fondo  a  tutto  l'universo, 

Né  da  lingua  che  chiami  mamma  o  babbo.  9 

Ma  quelle  donne  aiutino  il  mio  verso, 

Ch'aiutaro  Anfione  a  ehiuder  Tebe, 

Sì  che  dal  fatto  il  dir  non  sia  diverso.  12 

Oh  sovra  tutte  mal  creata  plebe,    ' 

Che  stai  nel  loco  onde  parlare  è  duro! 

Me'  foste  state  qui  pecore  o  zebe!  1 5 

Come  noi  fummo  giù  nel  pozzo  scuro 

Sotto  i  pie  del  gigante,  assai  più  bassi, 

Ed  io  mirava  ancora  all'alto  muro,  18 

Dicere  udimmi:  guarda  come  passi; 

Fa  sì,  che  tu  non  calchi  con  le  piante 

Le  teste  de'fratei  miseri  lassi.  21 

Perch'io  mi  volsi,  e  vidimi  davante, 

E  sotto  i  piedi  un  lago,  che  per  gelo 

Avea  di  vetro  e  non  d'acqua  sembiante.  24 


77  K  INFERNO 

Nod  face  al  corso  suo  sì  grosso  velo 
Di  verno  la  Da  noia  in  Austericch , 
Né  il  Tanai  là  sotto  il  freddo  cielo,  27 

Com'era  quivi:  che  se  Taberniccb 
Vi  fosse  su  caduto,  o  Pietrapana , 
Non  avria  pur  dall'orlo  fatto  cricch.  30 

E  come  a  gracidar  si  sta  la  rana 
Col  muso  fuor  dell'acqua,  quando  sogna 
Di  spigolar  sovente  la  villana:  33 

Livide  insin  là  dove  appar  vergogna, 
Eran  l'ombre  dolenti  nella  ghiaccia, 
Mettendo  i  denti  in  nota  di  cicogna.  36 

Ognuna  in  già  tenea  volta  la  faccia: 
Da  bocca  il  freddo,  e  dagli  occhi  il  cor  tristo 
Tra  lor  testimonianza  si  procaccia.  39 

Quand'io  ebbi  d'intorno  alquanto  visto, 
Volsimi  ai  piedi  e  vidi  due  sì  stretti, 
Che  il  pel  del  capo  aveano  insieme  misto.  42 

Ditemi  voi,  che  sì  stringete  i  petti, 
Diss'io,  chi  siete?  e  quei  piegar  li  colli; 
E  poi  ch'ebber  li  visi  a  me  eretti,  45 

Gli  occhi  lor  ch'eran  pria  pur  dentro  molli, 
Gocciar  su  per  le  labbra,  e  il  gelo  strinse 
Le  lagrime  tra  essi,  e  riserrolli.  48 

Legno  con  legno  mai  spranga  non  cinse 
Forte  così:  ond'ei,  come  duo  becchi , 
Cozzaro  insieme,  tanta  ira  li  vinse.  SI 

E  un,  che  avea  perduti  ambo  gli  orecchi 
Per  la  freddura,  pur  col  viso  in  giue, 
Disse:  perchè  cotanto  in  noi  ti  specchi?  54 

Se  vuoi  saper  chi  son  cotesti  due, 


CANTO  XXXI I.  778 

La  valle,  onde  Bisenzio  si  dichina, 

Del  padre  loro  Alberto  e  di  lor  fue.  57 

D'un  corpo  uscirò:  e  tutta  la  Caina 

Potrai  cercare,  e  non  troverai  ombra 

Degna  più  d'  esser  fitta  in  gelatina  :  60 

Non  quelli,  a  cui  fu  rotto  il  petto  e  l'ombra 

Con  esso  un  colpo  per  la  man  d'Artù, 

Non  Focaccia;  non  questi,  che  m'ingombra       63 
Col  capo  si,  ch'io  non  veggio  oltre  più, 

E  fu  nomato  Sassol  Mascheroni; 

Se  Tosco  sei ,  ben  sai  ornai  chi  fu.  66 

E  perchè  non  mi  metti  in  più  sermoni, 

Sappi  ch'io  fui  il  Camicion  de' Pazzi, 

Ed  aspetto  Carlin  che  mi  scagioni.  69 

Poscia  vid'io  mille  visi  cagnazzi 

Fatti  per  freddo;  onde  mi  vien  ribrezzo, 

E  verrà  sempre,  de' gelati  guazzi.  72 

E  mentre  che  andavamo  in  ver  lo  mezzo, 

Al  quale  ogni  gravezza  si  rauna, 

E  io  tremava  nell'eterno  rezzo:  75 

Se  voler  fu,  o  destino,  o  fortuna, 

Non  so;  ma  passeggiando  tra  le  leste, 

Forte  percossi  il  pie  nel  viso  ad  una.  78 

Piangendo  mi  sgridò:  perchè  mi  peste? 

Se  tu  non  vieni  a  crescer  la  vendetta 

Di  Mont' Aperti,  perchè  mi  moleste?  81 

E  io:  Maestro  mio,  or  qui  m'aspetta, 

Sì  eh'  io  esca  d' un  dubbio  per  costui  : 

Poi  mi  farai,  quantunque  vorrai,  fretta.  84 

Lo  duca  stette;  e  io  dissi  a  colui 

Che  bestemmiava  duramente  ancora* 


776  INFERNO 

Qual  sei  tu,  che  così  rampogni  altrui?  87 

Or  Hi,  chi  sei,  che  vai  per  l' Antenore 

Percotendo,  rispose,  altrui  le  gote, 

Sì,  che  se  vivo  fossi,  troppo  fora?  90 

Vivo  son'io,  e  caro  esser  ti  può  te, 

Fu  mia  risposta,  se  domandi  fama, 

Ch'io  metta  il  nome  tuo  tra  l'altre  note.  93 

Ed  egli  a  me:  del  contrario  ho  io  brama: 

Levati  quinci,  e  non  mi  dar  più  lagna; 

Che  mal  sai  lusingar  per  questa  lama.  96 

Allor  lo  presi  per  la  cuticagna, 

E  dissi:  ei  converrà,  che  tu  ti  nomi, 

0  che  capei  qui  su  non  ti  rimagna:  99 

Ond'egli  a  me:  perchè  tu  mi  dischiomi, 

Né  ti  dirò  ch'io  sia,  né  mostrerolti, 

Se  mille  fiate  in  sul  capo  mi  tomi.  1 02 

Io  avea  già  i  capelli  in  mano  avvolti , 

E  tratti  glien  avea  più  d'una  ciocca, 

Latrando  lui  con  gli  occhi  in  giù  raccolti;         105 
Quando  un  altro  gridò:  che  hai  tu,  Bocca? 

Non  ti  basta  sonar  con  le  mascelle, 

Se  tu  non  latri?  qual  dia  voi  ti  tocca?  108 

Ornai,  diss'io,  non  vo'che  tu  favelle, 

Malvagio  traditor;  ch'alia  tua  onta 

Io  porterò  di  te  vere  novelle.  1 1 1 

Va  via,  rispose,  e  ciò  che  tu  vuoi,  conta: 

Ma  non  tacer,  se  di  qua  entro  eschi, 

Di  quel  ch'ebbe  or  così  la  lingua  pronta.  114 

Ei  piange  qui  l'argento  de' Franceschi: 

lo  vidi,  potrai  dir,  quel  da  Duera 

Là  dove  i  peccatori  stanno  freschi.  117 


CANTO  XXXII.  777 

Se  fossi  dimandato  altri  chi  v'era, 
Tu  hai  da  lato  quel  di  Beccaria, 
Di  cui  segò  Fiorenza  la  gorgiera.  120 

Gianni  del  Soldanier  credo  che  sia 
Più  là  con  Ganellone  e  Tribaldello, 
Ch'aprì  Faenza  quando  si  dormia.  123 

Noi  eravapi  partiti  già  da  elio, 
Ch'io  vidi  duo  ghiacciati  in  una  buca 
Sì,  che  l'un  capo  all'altro  era  cappello:  126 

E  come  il  pan  per  fame  si  manduca, 
Così  '1  sovran  li  denti  all'altro  pose 
La  've  il  cervel  s'aggiunge  con  la  nuca.  129 

Non  altrimenti  Tideo  si  rose 
Le  tempie  a  Menalippo  per  disdegno, 
Che  quei  faceva  il  teschio  e  l'altre  cose.  132 

0  tu,  che  mostri  per  sì  bestiai  segno 
Odio  sovra  colui  che  tu  ti  mangi, 
Dimmi  il  perchè,  diss'io,  per  tal  convegno:     135 

Che  se  tu  a  ragion  di  lui  ti  piangi, 
Sapiendo  chi  voi  siete,  e  la  sua  pecca, 
Nel  mondo  suso  ancor  io  te  ne  cangi , 

Se  quella  con  ch'io  parlo  non  si  secca.  139 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Pena  de'  traditori.  In  quattro  parti  generali  dividesi  il  can- 
to. Nella  prima  —  pena  de' traditori  de' parenti  —  nella  se- 
conda— descrizione  di  molti  traditori  quando  ebbi  ecc.  nella 
terza  —  seconda  specie  di  traditori  della  patria  poscia  vid- 
d io  ecc.  nella  quarta  —  due  traditori,  che  tradirono  il  loro 
comune  noi  eravamo  ecc. 

Io  promerei  esprimerei  elsuco  il  senso,  la  sentenza  del 


778  INFERNO 

mio  concepto  dalla  materia  che  vado  a  descrivere  più  piena- 
mente più  perfettamente  *  io  avessi  le  rime  aspre  e  chiocce 
forti ,  rigide  come  si  converebbe  al  tristo  buco  alla  descri- 
zione di  questo  pozzo,  e  di  quanto  in  esso  si  contiene  sopra 
lo  qual  buco  pontan  tutte  l  altre  rocce  tendendo  tutti  i  gravi 
al  centro  della  terra,  ma  mi  conduco  a  dicere  pur  azzardo 
trattare  non  sanza  tema  non  senza  timore  in  materia  tanto 
incognita  perche  non  labbo  perchè  non  ho  il  potere  alla  ma- 
teria conveniente,  che  describer  fondo  a  tutto  l  universo  non 
e  impresa  da  pigliare  a  gabbo  che  descrivere  il  fondo  del- 
l'universo  non  è  argomento  da  trattarsi  con  leggerezza  ne  da 
assumersi  da  lingua  che  chiami  mamma  o  babbo  con  lingua 
da  bambino:  ma  quelle  donne  aiutino  le  nove  muse  che  nel 
principio  invocai  lo  mio  verso  i  miei  carmi ,  ossia  la  tratta- 
zione di  questa  materia.  Le  muse  possono  tanto,  se  per  esse 
Anfione  raccolse,  ed  unì  popoli  vaganti,  e  dispersi  come  le 
fiere,  e  li  chiuse  in  città  a  trar  vita  tranquilla  e  beata  che  a- 
iutar  Anphione  a  chiuder  Tebe  Anfione  successe  a  Cadmo  nel 
regno  di  Tebe,  e  ridusse  gli  uomini  ancora  rozzi  e  selvaggi  a 
vivere  civilmente  sotto  di  un  re,  e  col  freno  di  religione.  I 
poeti  finsero  quindi  che  al  suono  della  lira  costruisse  la  città 
di  Tebe,  come  dissero  di  Orfeo.  Orazio  lo  chiama  —  fabbri- 
catore di  Tebe.  —  E  se  Anfione  potè  colla  sua  eloquenza  otte- 
nere la  costruzione  di  Tebe,  potrà  Dante  coi  carmi  descrivere 
quest'orrido  luogo. Tebe  una  volta  era  piena  di  malvagi,  di 
parricidi.  I  poeti  poi  invocano  sempre  al  principio  del  lavoro, 
così  Virgilio  nell'Eneide ,  così  Stazio  nella  Tebaide  si  che  dal 
facto  al  dir  non  sia  diverso  sicché  il  discorso  non  disarmo- 
nizzi colla  materia. 

O  sopra  tutti  mal  creata  plebe  o  traditori  infaustamente 
nati  che  sta  nel  loco  dannati  nel  lago  gelato  dell'  Inferno  ove 


CANTO  XXXII.  779 

parlar  e  duro  essendo  duro  descrivere  le  pene  di  costoro 
meio  fossi  slati  qui  meglio  era  che  foste  stati  nel  mondo  pe- 
coro  o  zebe  pecore  o  capre ,  che  non  sareste  ora  in  questo 
supplizio.  Cosi  disse  Gesù  Cristo  di  Giuda ,  che  lo  tradì — me- 
glio che  non  fosse  mai  nato.  —  E  qui  Dante  finge  ascoltare 
una  voce  udimmi  dicere  guarda  come  passi  guarda  di  anda- 
re con  precauzione  per  la  strada,  essendo  piena  di  ghiaccio 
lubrico  va  si  va  in  modo  che  tu  non  calchi  con  le  pianterei 
piedi  le  teste  de  fr atei  miseri  lapsi  le  teste  degl'  infelici  qui 
dannati.  Tal  voce  era  di  Camisone  fiorentino,  che  conosceva 
Dante  e  lo  avvertiva  di  non  calcare  coi  piedi  il  capo  de9  suoi 
fratelli;  e  sarebbe  stato  inumano  premere  co' piedi  la  testa 
de'  compatrioti  giacenti  nel  ghiaccio  come  noi  fummo  giù 
nel  pozzo  scuro  anzi  più  scuro  di  ogni  luogo  infernale  sotto 
i  pie  del  gigante  Anteo  assai  più  bassi  molto  più  al  basso  et 
io  mirava  ancor  allatto  muro  alle  mura  del  pozzo,  ossia  guar- 
dando in  su  non  per  anche  avendo  rivolti  gli  occhi  al  ghiac- 
cio. I  traditori  sono  stretti  dentro  durissimo  ghiaccio.  La  pas- 
sione di  amore,  1'  amore  di  carità  son  figurati  dal  fuoco  lieve, 
puro,  e*che  tende  sempre  in  alto;  al  contrario  il  tradimento, 
eh9  ò  freddo  e  grave  si  punisce  nel  ghiaccio  che  si  forma 
dalle  acque  che  scolano  dall'Inferno,  per  significare  che  ogni 
amore,  ed  umanità  viene  ad  estinguersi  nel  freddo  cuore  del 
traditore,  e  che  questa  ò  la  colpa  più  grave  del  mondo.  Cosi 
il  tradimento  è  diametralmente  opposto  alla  carità,  all'amore, 
alla  pietà,  perch  io  mi  volsi  alla  predetta  voce  ,  e  vidimi  da- 
vanti dinanzi  agli  occhi  e  sotto  ipie  un  loco stretto di  ghiac- 
cie chavea  sembiante  apparenza  di  vedrò  e  non  daqua  per 
gelo  sembrava  piuttosto  vetro  che  ghiaccio,  la  Danoia  il  fiume 
Danubio,  che  nasce  in  Germania  dalle  alpi  sveve,  il  più  grande 
de' fiumi  occidentali,  e  corre  verso  settentrione  entrando  in 


780  INFERNO 

mare  non  fece  si  grosso  velo  tanto  alto  ghiaccio ,  che  chiama 
velo  perchè  trasparente,  e  diafano,  o  perchè  nasconde  il  suo 
corso  in  Austerich,  ossia  nella  parte  di  Alemagna  nomata 
Austria  ne  Tanai  fiume  nell'estremo  settentrione,  che  divide 
l'Asia  dall'Europa,  e  nasce  dai  monti  rifei,  dov'  è  oggi  Tana 
freddissima  terra  frequentata  dai  mercatanti  la  sotto  l  freddo 
celo  la  fredda  costellazione,  sotto  tramontana,  dove  il  ghiac- 
cio cambiasi  in  cristallo  com  era  qui  come  era  nel  pozzo  e 
nel  lago,  che  se  Tabernich  monte  altissimo  di  Scbiavonia 
o  Petrapana  montagna  la  più  alta  di  Toscana,  che  una  volta 
chiamavasì  Pietra-piana  come  si  ha  da  Tito  Livio,  vicina  a 
Pietra  Santa,  non  lontana  da  Lucca  ne'  confini  di  Toscana  vi 
fosse  caduto  su  sopra  tal  ghiaccio  non  avria  dal  orlo  facto 
un  cric  quel  piccolo  strepito,  che  fa  il  ghiaccio  quando  mi- 
naccia rottura ,  o  quel  suono  del  sasso  lanciato  sul  ghiaccio. 
Questa  è  voce  tratta  dal  suono  stesso,  come  tintinabulo,  dal 
orlo  dall'  estremità. 

Stanno  i  traditori  dentro  del  ghiaccio  con  tutto  il  corpo, 
tenendo  fuori  il  capo,  stridendo  coi  denti ,  nel  modo  della  rana 
che  sta  sott'  acqua  tenendo  fuori  il  muso,  e  gracidando,  e  l  om- 
bre dolenti  de'  traditori,  essendo  in  luogo  eh'  è  base  di  ogni 
dolore  eran  nel  ghiaccio  mettendo  i  denti  in  nota  di  Cico- 
gna pel  troppo  freddo  battendo  i  denti  come  la  cicogna  om- 
bre livide  pallide  la  dove  appar  vergogna  nel  volto,  dove  si 
mostra  la  vergogna  come  la  rana  si  sta  a  gracidar — fuor 
del  acqua  col  muso  in  tempo  di  estate  quando  la  villa- 
na sogna  di  spigolar  sogna  di  raccoglier  spiche  sovente 
spesso.  Come  la  rana  va  gracidando  senza  sortire  dalla  palu- 
de, così  qui  il  traditore  stride,  battendo  i  denti,  senza  sor- 
tire dal  lago  gelato  ognuna  ciascuna  in  giù  tenea  volta  la 
facia  costume  de*  traditori  di  guardare  per  terra,  invece  di 


CANTO  XXXI 1.  781 

alzar  gli  occhi  in  viso  altrui:  il  freddo  se  procaccia  si  pro- 
cura testimonianza  da  la  bocca  dal  battere  i  denti  si  argo- 
menta T  eccesso  del  freddo  e  lo  cor  tristo  la  tristezza  del  cuore 
ha  un  testimonio  dagli  occhi  V  abbassare  gli  occhi  al  suolo 
indica  un  cuor  tristo  tra  lor. 

Quando  io  seconda  parte  generale  volsimi  a  piedi  per- 
chè la  voce  movea  da  uno  spirito  eh'  era  sotto  i  miei  piedi 
quando  io  ebbi  visto  alquanto  d'intorno  dopo  avere  guardato 
alquanto  dintorno  al  pozzo  e  vidi  due  si  stretti  che  l  pel  del 
capo  havieno  misto  insieme  erano  così  stretti  che  i  loro  ca- 
pelli erano  frammisti  ed  indistinti.  Né  credere  che  fossero 
così  uniti  per  amore,  ma  invece  lo  erano  per  fiero  odio,  es- 
sendosi a  vicenda  uccisi  con  mutua  ferita,  dissio  voi  che  si 
strigliele  i petti  (coperto,  ed  equivoco  modo  di  parlare)  di- 
temi chi  sete  chi  siete  voi?  e  quei  ambidue  insieme  piegamo 
i  colli  alzarono  la  faccia  già  volta  al  ghiaccio  e  poiché  ebbero 
li  visi  a  me  eretti  gli  occhi  loro  eh  erano  pria  pur  dentro 
molli  pel  pianto  ;  ma  le  lagrime  non  avean  modo  di  uscire 
perchè  il  freddo  teneva  stretti  gli  occhi,  e  ghiacciati,  e  l' ti- 
more giungendo  ad  essi  si  congelava  esso  pure  gocciar  giù 
per  le  labbra  fecero  scorrere  lagrime  per  le  labbra,  ed  apri- 
rono gli  occhi  per  veder  Dante;  e  l  gelo  strinse  le  lacrime  tra 
essi  fra  gli  occhi  e  riserrolli  e  di  nuovo  li  chiuse.  Pare  che 
voglia  significare,  che  i  traditori,  sebbene  qualche  volta  mo- 
strino di  voler  aprir  gli  occhi  della  mente,  pure  li  richiudano 
prestamente,  ed  il  loro  cuore  più  s' indura.  Ecco  perchè  uo- 
mini i  più  crudeli  si  videro  piangere  come  donnicciuole.  Non 
isparse  forse  lagrime  il  crudelissimo  Nerone  per  la  morte  della 
madre  Agrippina?  spranga  di  legno  odi  ferro  mai  non  cinse 
legno  con  legno  cosi  forte  come  per  gelo  erano  strette  e  chiu- 
se le  palpebre  degli  occhi  di  costoro  ondei  il  perchè  essi  due 


782  INFERNO 

cacciar  on  insieme  a  vicenda  si  urlarono  colle  fronti  come  dm 
bricchi  come  due  becchi,  perchè  invidiosissimi  tantirali 
vinse  tanto  erano  trasportati  dall'  ira  per  cupidigia  di  regno. 
Dante  imita  Stazio,  che  detesta  i  due  fratelli  tebani ,  de'  quali 
si  parlerà  più  avanti ,  e  che  si  uccisero  pel  regno  di  Tebe,  sda- 
mando —  dove  volgete  gli  sdegni,  o  miseri?  o  male  concordi, 
o  divisi  da  troppa  cupidigia!  —  molto  più  a  ragione  Dante 
imprecava  a  questi  che  si  uccisero,  contendendo  per  pochi 
sterili  sassi:  risposero  alla  dimanda  non  con  parole,  ma  eoo 
gesti,  di  essersi  a  vicenda  trucidati. 

Et  un  traditore  cheavea  perdite  ambo  le  orecchie  per  la 
fr edura  essendo  le  estremità  prima  ad  essere  mortificate  dal 
freddo ,  e  presso  Roma  i  peregrini,  non  avvezzi  al  freddo,  per- 
dono or  le  estremità  delle  dita,  or  delle  mani,  or  de' piedi  pur 
eoi  viso  in  giù  perchè  non  alzò  la  faccia  come  avean  fatto 
que'due  fratelli  disse  perchè  cotanto  in  noi  ti  specchi?  per- 
chè tanto  ti  fissi  in  noi? 

L' uno  chiamavasi  Napoleone,  e  l'altro  Alessandro,  ambi- 
due  figli  del  conte  Alberto  degli  Alberti,  che  vennero  alle  mani 
per  contese  ereditarie,  ed  a  vicenda  si  uccisero,  se  vuoi  sa- 
per chi  son  cotesti  due  fratelli ,  tei  dirò  in  breve,  la  valle  onde 
Bisenzo  se  dechina  Bisenzo  torrente  che  vien  dai  monti  di  To- 
scana e  scorre  presso  il  bellissimo  castello  di  Prato  tra  Fio- 
renza e  Pistoia,  e  si  scarica  in  Arno  sei  miglia  lontano  da  Fio- 
renza fo  del  padre  loro  Alberto  e  di  lor  loro  appartenne  per 
paterna  eredità:  isti  uscirò  dun  corpo  furono  fratelli  germani. 
Dante  riparte  il  pozzo  in  quattro  luoghi  di  castigo:  e  nella  pri- 
ma si  trovano  i  traditori  del  proprio  sangue,  detto  Caina  da 
Caino,  che  primo,  per  invidia,  uccise  suo  fratello  Abele  e  tutta 
Caina  potrai  cercare  —  e  non  troverai  un  olirà  anima  pia 


CANTO  XXXII.  783 

traditrice  più  degna  d  esser  fida  in  gelatina  nel  freddo  acu- 
tissimo del  ghiaccio. 

Scrive  Gualtiero  inglese  nella  Cronaca  Britannica  (autore 
che  mescola  il  vero  al  falso  per  esaltare  la  patria  sua)  nella 
seguente  maniera.  —  Arturo,  chiarissimo  re  di  Occidente» 
morto  il  padre  nomato  Uter-Pendagron ,  di  quindici  anni,  ebbe 
tanta  felicità  di  ridurre  Y  isola  Britannica  a  nuovo  e  miglior 
costume,  e  vinti  i Sassoni,  che  la  infestavano,  soggiogò  tutte 
le  isole  circonvicine.  Tornato  nell'isola,  vi  dimorò  tredici  anni, 
e  sistemò  la  famiglia  sua.  Non  ammetteva  a  convito  i  nobili 
invitati,  se  non  vestivano  le  armi.  Vinse  la  Norvegia,  e  la  Dacia. 
Passando  nelle  Gallie,  interamente  le  soggiogò  in  nove  anni. 
Ridottosi  finalmente  nelP  isola  e  per  non  marcire  nell'ozio,  ne- 
gli ultimi  anni  suoi,  per  consiglio  di  Merlino,  ordinava  tavo- 
le, che  gl'inglesi  chiamavano  rotonde,  alle  quali  invitava  i 
più  distinti  per  armi,  ed  i  più  chiari  per  virtù,  ai  quali  pre- 
scrisse le  seguenti  leggi  —  portassero  sempre  le  armi  —  di- 
fendessero i  deboli  —  non  violassero  le  donne,  o  facessero 
ingiurie  ad  alcuno  —  non  si  offendessero  a  vicenda  —  pre- 
gassero per  la  salute  dell'anima  —  esponessero  la  loro  vita 
per  l'onore  —  per  niun  motivo  tradissero  la  fede  —  avesse- 
ro, e  serbassero  culto  religioso  —  insomma  vivessero  virtuo- 
samente. Arturo  richiesto  dai  romani  di  tributo  superbamente 
lo  negò,  e  nelle  Gallie  ottenne  vittoria  sopra  Lucio  console 
romano  che  avea  seco  molti  re  orientali,  di  Grecia,  di  Fri- 
gia, di  Creta,  ed  altri  molti.  Ma  come  mai  sognò  costui  tali 
cose,  sapendosi  anche  dai  più  ignari  di  storie,  che  al  tempo 
di  Arturo  Roma  era  nella  massima  decadenza,  e  l'impero  ro- 
mano da  vari  secoli  era  stato  trasportato  da  Costantino  in  Co- 
stantinopoli,  e  Roma  stessa  occupata  dai  Goti,  e  dai  barbari? 
Come  potè  vincere  Lucio- console  romano,  ed  i  tanti  re  che 


784  INFERNO 

aveva  seco,  quali  re  non  furono  assoggettati  neppure  quando 
Roma  era  in  fiore?  Prosegue  nel  racconto  cosi.  —  Si  prepa- 
rava frattanto  la  ruina  d'Arturo,  e  quando  era  per  entrare  io 
Italia,  e  si  avvicinava  alle  alpi,  Modretodi  lui  figlio  di  concu- 
bina, cui  Arturo  aveva  affidato  il  governo  del  regno,  giovane 
pronto  ad  ogni  scelleratezza,  furente  per  cupidigia  di  regno, 
tentò  gli  animi  de' soldati  con  doni  e  promesse,  ed  aiutato 
dagli  amici  comprò  stipendiari,  municipi,  e  negando  i  vi- 
veri al  padre,  sparse  voce  eh'  egli  era  morto,  e  ciò  che  su- 
pera ogni  credenza,  spento  ogni  ribrezzo,  carnalmente  co- 
nobbe la  regina  Guamkumera,  la  più  bella  delle  donne  inglesi. 
Arturo  avvisato  di  tante  scelleraggini,  mosse  contro  del  figlio 
quelle  armi,  che  aveva  preparate  contro  il  nemico,  ed  incon- 
trò il  perfido  figlio,  e  dopo  aspro  combattimento  lo  pose  in 
fuga.  Il  traditore  fuggì  nella  città  di  Vintonia,  o  Guattonia,ed 
Arturo  non  potendo  perdonare  la  ingratitudine,  e  la  morte  di 
tanti  suoi  cari  vi  pose  l'assedio.  Modredo allora,  volendo  vin- 
cere, o  morire,  esortati  i  suoi  con  larghe,  e  giurate  promes- 
se, sortì  contro  del  padre.  Si  accese  guerra  tanto  feroce,  che 
quasi  tutti  i  soldati  di  Arturo  restarono  sul  campo.  Arturo  in 
mezzo  alla  strage,  scorgendo  il  figlio  non  molto  lungi,  spento 
ogni  affetto  di  padre,  con  l'impeto  giovanile  si  scagliò  sopra 
di  lui,  e  gli  trapassò  coli' asta  il  petto;  ma  non  impunemente 
giacché  Modredo  convulso  per  la  mortai  ferita ,  raccolto  il  re- 
sto di  sue  forze,  trasse  la  spada,  e  vibrò  tal  colpo  sul  capo 
del  padre  non  difeso  dall'elmo, che  gli  arrivò  nel  cervello.  Frat- 
tanto il  cavallo  nel  trasportare  Arturo  cavò  l'asta  dal  petto  del 
moribondo,  e  tanto  allargò  la  ferita,  che,  si  dice,  che  il  sole 
nel  tramonto  trapassasse  il  corpo  co'  raggi  suoi.  Così  quel 
parricida  finì  la  vita,  e  le  temerarie  speranze.  Arturo  simil- 
mente, sentendo  approssimarsi  il  suo  fine,  comandò,  che  il 


CANTO  XXXII.  785 

corpo  fosse  trasportato  nell'isola  di  Avalona,  ed  ivi  cessan- 
do di  vivere,  lasciò  il  regno  a  suo  cognato  Costantino,  o  co- 
me altri  vogliono,  suo  nipote,  l'anno  542.  Così  la  gloria  di 
Arturo  fu  troncata  dal  tradimento  del  figlio,  non  quella  non 
troverai  quell'ombra  troppo  perfida  a  cui  fu  rotto  lo  pedo  e 
l  ombra  perchè  la  ferita  opposta  al  sole,  quando  si  strappò 
la  lancia,  lasciò  passare,  comesi  disse,  la  luce  con  esso  colpo 
di  lancia  per  la  man  d  Artu.  Arturo  fu  aspettato  lungo  tempo 
dagl'inglesi,  perchè  la  di  lui  morte  fu  ad  arte  nascosta  dal 
successore,  ed  Arturo  in  quella  terribile  strage  mancò  in  mo- 
do, che  pochi  lo  seppero,  e  fu  sepolto  senza  alcuna  pompa. 
Ecco  perchè  lo  sciocco  volgo  aspetta  sempre  il  suo  re. 

Nel  1300  nella  citta  di  Pistoia  era  fiorentissima  la  casa 
de'Cancellieri,  composta  di  tre  fratelli,  uno  de' quali  aveva  un 
figlio  scelleratissimo— Focaccia. — Il  padre  di  lui,  nella  stagio- 
ne d'inverno,  giocandosi  alle  palle  di  neve,  bastonò  un  nipoti- 
no di  fratello,  perchè  il  fanciullo  aveva  senza  ragione  percosso 
altro  fanciullo.  Ma  il  nipote  bastonato  dallo  zio  dopo  vari  gior- 
ni, fingendo  di  voler  parlare  all'orecchio  dello  zio,  gli  menò 
un  solennissimo  schiaffo  in  vendetta.  Si  dolse  il  padre  del  fan- 
ciullo per  l'atto  temerario,  e  lo  mandò  all'offeso  zio,  perchè 
prendesse  sopra  di  lui  qualunque  soddisfazione;  lo  zio  rise, 
e  tornò  il  figlio  al  padre,  dandogli  un  bacio.  Ma  Focaccia  a- 
spettando  il  fanciullo  sulla  porta,  lo  trascinò  nella  stalla,  e 
colla  spada  gli  tagliò  la  mano  sulla  greppia  del  cavallo;  e  non 
contento  del  barbaro  martirio  del  fanciullo,  corse  alla  casa  do- 
ve erasi  rifugiato,  e  lo  scannò.  Per  tanto  eccesso  sorse  in  quella 
casa  fiera  inimicizia,  e  la  parte  di  Bianchi  e  Neri,  che  tanto 
afflisse  Fiorenza,  e  molte  provincie  d'Italia.  Dante  fu  della 
parte  bianca,  e  per  questo  ebbe  l'esiglio,  e  non  volle  quindi 
dimenticare  Focaccia,  che  accese  quel  fuoco,  che  non  si  estin- 

Kambaldi  —  Vo/.  1.  50 


786  INFERNO 

se  se  non  colla  più  grande  effusione  di  sangue,  non  Focaccia 
barbaro  traditore  di  un  congiunto.  — 

Non  questi  non  troverai  costui  che  m  ingombra  m' impe- 
disce col  capo  perchè  aveva  la  testa  avanti  di  lui  chio  non  veg- 
gio oltre  più  non  posso  vedere  più  in  là  e  fui  nomalo  Sasso! 
Mascheroni  fu  della  famiglia  deToschi  di  Fiorenza,  e  per  cre- 
dila di  un  fratello  proditoriamente  ammazzò  V  unico  di  lui  fi- 
glio. Fu  chiuso  in  una  botte,  e  condotto  per  tutta  la  città  di 
Fiorenza,  indi  decapitato.  Se  Modredo  fu  parricida  lo  spinse 
cupidigia  di  regno;  se  Focaccia  incrudeli,  lo  eccitò  la  ven- 
detta di  un  insulto  impunito;  ma  questi  vilmente  operò  per  te- 
nue eredità  se  Tosco  sei  ben  sai  ornai  chi  fu  si  può  interpre- 
tare in  due  modi  —  se  sei  fiorentino  devi  sapere  chi  fu  —  ov- 
vero se  fu  uno  della  razza  de' Toschi  lo  devi  conoscere. 

Uberto  Camisone  uno  de'  Pazzi  di  Valdarno  —  uccise  pro- 
ditoriamente un  suo  parente,  sappi  chio  fui  Camiscion  de 
pazzi  re  et  nomine  e  ciò  ti  dico  perche  non  metti  in  più  ser- 
moni so  bene  cosa  cerchi  da  me.  Non  richiesto  nominai  altri 
traditori,  per  iscusarmi  come  tuo  parente.  Nel  1302  quando  i 
fiorentini  insieme  coi  lucchesi  trovavansi  all'assedio  di  Pistoia 
allora  in  potere  della  parte  bianca,  Carlino  de' Pazzi  conse- 
gnò il  castello  del  piano  in  Valdarno,  nel  prendere  il  qual  ca- 
stello furono  uccisi  un  fratello  del  padre  ed  un  parente,  la 
detto  castello  di  più  erano  chiusi  alcuni  de' più  chiari  esuli 
Ghibellini,  ed  alcuni  de'  Bianchi,  che  sostenevano  la  guerra 
in  Valdarno,  per  cui  i  fiorentini  furono  costretti  di  allontanarsi 
dall'assedio  di  Pistoia.  E  tosto  nel  giugno  misero  l'assedio 
a  detto  castello,  che  durò  28  giorni.  In  fine  per  tradimento 
del  detto  Carlino  l'ottennero,  e  molti  esuli  fiorentini  furono 
in  esso  presi  od  uccisi.  Dopo  corsero  a  Mughetto  contro  gli 
Ubaldini,  i  quali  coi  Ghibellini  e  coi  Bianchi  si  eran  ribellati 


CANTO  XXXII.  787 

a  Fiorenza,  e  devastarono  i  loro  beni  al  di  qua,  ed  aldi  là  del- 
l'Alpi. Dante  fa  menzione  di  costui,  non  perchè  celebre,  ma 
perchè  fu  cagione  de'  mali  degli  esuli  Bianchi,  della  qual 
parte  era  esso  pure  e  aspecto  Carlino  che  mi  scusi  che  copra 
la  mia  infamia.  11  malvagio  par  che  trovi  sollievo  ne9  compa- 
gni della  colpa.  Parla  di  tempo  futuro,  perchè  Carlino  non  a- 
veva  ancora  commesso  il  tradimento  nel  1300»  ed  ancora  vi- 
veva. 

Poscia  vid  io  terza  parte  generale  —  seconda  specie 
de' traditori, della  patria,  del  comune  e  di  parte  poscia  vidio 
mille  visi  cagnacci  molte  faccie  canine  facti  per  freddo  per- 
chè non  sembravano  più  umani.  E  sono  i  traditori  peggio 
di  cani,  che  fedeli  al  padrone  combattono  per  lui,  ma  questi 
invece  di  combattere  per  la  patria,  la  vendettero  onde  mi  vien 
ribrezzo  mi  viene  un  brivido  e  verrà  sempre  di  gelali  ghiacci 
quando  li  ricorderò;  essendo  proprio  dell'uomo  virtuoso  pro- 
var brividi  a  racconti  di  opere  crudeli,  e  non  so  se  fu  volerò 
destino  o  fortuna  che  questo  traditore  mi  venne  in  mente 
ma  passeggiando  fra  le  teste  girando  fra  le  teste  de' traditori, 
che  avevano  il  capo  fuori  del  ghiaccio  forte  percusse  il  pie  nel 
volto  a  una  e  veramente  gli  fece  una  profonda  ferita  per  mezzo 
della  penna  che  ha  eternala  la  di  lui  infamia  mentre  che  anda- 
vam  ver  lo  mezzo  verso  del  centro  et  io  tremava  nell  eterno 
rezzo  nella  rigidità  e  freddezza  dell'odio.  E  per  intelligenza 
qui  bisogna  richiamare  alla  memoria  la  sconfitta ,  che  ebbero 
i  fiorentini  dai  sanesi,  allorché,  sotto  pretesto  di  soccorrere 
Montalcino,  fecero  orribile  strage  e  la  massima  delle  prede. 
Oltre  la  strage  degli  uomini  si  perdettero  sessanta  mila  bestie 
che  portavano  viveri,  e  le  altre  cose  necessarie  a  munire  il  ca- 
stello, e  mantenere  l'esercito.  La  strage  avvenne  vicino  a  Mon- 
teaperto  per  opera  di  ser  Bocca  degli  Abbati,  il  quale,  accesa 


788  INFERNO 

la  zuffa,  tagliò  colla  propria  spada  la  mano  a  Giacomo  del  Na- 
caca  de'  Pazzi  portatore  della  bandiera  militare  de' fiorentini. 
Ecco  perchè  Dante  lo  percosse  nel  capo  e  lo  lacerò  colla  penna 
—  Bocca  percosso  piangendo  mi  grido  perche  mi  pesti  mi 
calpesti?  salvo  s  tu  non  veni  a  crescere  la  vendecta  di  Monte 
aperto  a  crescermi  infamia  pel  tradimento  di  Mon  tea  per  to,  do- 
ve fu  tanta  strage  de' miei  concittadini,  che  l'acqua  del  fiume 
Albiasi  tinse  in  rosso.  Se  vieni  per  questo  hai  ragione;  se  no 
perche  mi  molesti?  --  ondio  dissi  —  o  Maestro  mio  o  Vir- 
gilio or  che  m  aspecta  Virgilio  precedendo  sempre  camminava 
si  eh  io  esea  dun  dubbio  per  costui  perchè  costui  spontanea- 
mente si  chiamò  reo  della  strage  di  Monteaperto  poi  mi  farai 
quantunche  vorrai  fretta  poi  partiremo  con  quella  prestezza 
che  vuoi:  lo  duca  stette  Virgilio  si  fermò  et  io  dissi  a  colui  a 
Bocca  che  biastemava  duramente  ancora  quale  se  tu  che  si 
rampogni  altrui?  ma  chi  sei  tu  che  vai  accusando  altrui? 
Bocca  sdegnato  rimproverò  a  Dante  la  temerità  or  tu  chi  se 
che  vai  per  Vantenora  per  questo  luogo  gelato,  che  nomasi 
Antenora  da  Antenore  Troiano,  che  tradì  la  patria ,  abbando- 
nandola ai  nemici  i  quali  col  ferro  e  col  fuoco  la  rovesciarono 
dai  fondamenti:  scannati  prima  i  bambini  e  le  donne,  trassero 
gli  altri  in  ischiavitù,  e  la  nazione  fu  spersa  pel  mondo,  fatta 
la  favola  de' poeti;  percotendo  altrui  le  gote  col  piede,  alto 
conixxmtXxoso  che  se  fosse  vivo  troppo  fora  troppo  sarebbe  on- 
toso ed  intollerabile  mia  risposta  fu  io  son  vivo.  Fu  la  sola 
mia  risposta  —  non  tradii  la  patria,  non  son  dannato,  ma  vi- 
vente ancora  venni  per  conoscere  le  vostre  pene  e  riferirle  nel 
mondo  e  caro  esser  ti  può  se  domandi  fama  che  io  metta  l 
nome  tuo  tra  l  altre  note  che  io  ponga  il  tuo  nome  fra  gli  al- 
tri degni  di  hma.etelliame  rispose  io  ho  brama  del  contra- 
rio che  ogni  memoria  del  tradimento  ricade  sul  traditore; te- 


CANTO  XXXI I.  789 

vati  quinci  vattene  e  non  mi  dar  più  lagna  non  mi  dar  più 
molestia  che  mal  sai  lusingar  per  questa  lama  per  questo 
ghiaccio,  per  questa  laguna,  ovvero  sei  un  cattivo  persuasore 
de' traditori:  e  dici  il  vero,  perchè  non  è  la  maniera  di  persua- 
derli promettendo  loro  fama,  aliar  lo  presi  per  lacoligna  pei 
capelli  della  nuca  —  e  dissi  el  converrà  che  tu  ti  nomi  che 
dica  il  tuo  nome  o  che  capei  qui  su  non  ti  rimagna  q  uanto  non 
ottenni  pregandoti,  Y otterrò  colla  forza.  Così  insegna  doversi 
forzare  i  traditori  a  palesare  il  tradimento  anche  col  mezzo 
del  tormento,  ornielli  a  me  replicò  non  diro  chio  mi  sia  per- 
che  tu  mi  dischiomi  non  mi  paleserò  ad  onta  che  mi  strappi  i 
capelli,  e  mi  peli  ne mostrerotti  né  paleserò  chi  io  mi  sia  con 
nessun  indizio,  ed  ecco  perchè  non  volle  alzare  il  viso  se  mille 
fiate  sul  capo  mi  tomi  anche  saltando  mille  volte  sul  capo  mio 
a  far  ludibrio  di  me  colle  mani,  e  coi  piedi.  I  traditori  per  lo 
più  reggono  ai  tormenti. 

Io  avea  già  i  capelli  in  mano  avolti  e  tirato  li  ne  a- 
veapiu  duna  ciocca  latrando  lui  gridando  come  cane  che 
latra  con  gli  occhi  in  giù  raccolti  anzi  più  abbassando  la  testa 
per  non  farsi  conoscere  quando  un  altro  grido  che  hai  tu 
Bocca?  nome  proprio  non  ti  basta  sonar  con  le  mascelle 
per  lo  stridore  dei  denti  cagionato  dal  freddo  se  tu  non  latri 
come  cane?  qual  diavol  te  tocca?  qual  altra  pena  ti  arriva 
oltre  del  ghiaccio?  Udito  il  nome  diss  io  o  malvagio  tradì- 
tor  ornai  non  vuo  che  tu  favelli  perchè  ho  saputo  quanto 
voleva  che  la  tua  onta  la  tua  infamia  a  tuo  dispetto  io  por- 
talo di  te  vera  novella  Bocca  non  potendo  più  nascondersi, 
palesò  in  vendetta  il  traditore,  che  lo  avea  scoperto,  diss  elli 
travia  Bocca  disse,  partiti,  non  minacciarmi  e  do  che  tu  voli 
conta  di'  pur  di  me  ciò  che  vuoi  di  peggio,  ma  non  tacer  di 
quei  eh  ebbe  cosi  la  lingua  prompta  e  che  mi  palesò,  perchè 


790  INFERNO 

se  io  fiorentino  tradii  la  patria,  esso  lombardo  tradì  la  parte 
insieme  colla  patria  $0  tu  di  qua  esci  se  avvenga,  come  ti  de- 
sidero, di  escire  di  qua ,  e  Dio  te  lo  accordi ,  ovvero  se  tu  fug- 
ga dalle  mani  de'  traditori. 

Nel  tempo  in  cui  Carlo  I  venne  in  Italia  contro  Manfredi, 
Uberto  Pallavicino  cognato  di  Manfredi  coi  Cremaschi,  e  col- 
l'aiuto  di  altri  Lombardi  confederali,  si  preparava  alla  difesa 
del  passaggio  con  tremila  cavalli  tedeschi  e  lombardi,  affin- 
chè Guido  di  Monforte  che  guidava  le  truppe  di  Cario  per 
terra  ed  il  bagaglio  non  potesse  passare.  Ma  Sosio  Dova- 
ria  per  denaro  tanto  si  adoprò,  perchè  l' esercito  di  Manfredi 
non  impedisse  il  passaggio  all'armata  di  Carlo,  che  alfine  l'ot- 
tenne. I  cremonesi  perciò  distrussero  tutte  le  case  dei  Dovario. 
e  l piange  qui  l  argento  de  Franceschi  imperocché  la  moglie 
di  Carla  era  in  compagnia  di  Guido  di  Monforte,  e  portava 
seco  gran  denaro,  col  quale  vinse  ed  infamò  Bosio.  E  Bosio 
pagò  il  fio  del  tradimento  anche  in  vita,  perchè  poco  dopo 
fu  scacciato  da  Cremona,  e  fuggì  in  un  suo  castello — Roterà— 
col  molto  denaro  male  acquistato,  ed  ivi,  addivenuto  pazzo, 
fu  lungo  tempo  rigorosamente  custodito,  finché  in  ultimo  scap- 
pò, e  vecchio,  esule,  mendico  finì  sua  vita,  odialo  dai  Guelfi 
cui  era  nemico,  dai  Ghibellini  perchè  aveva  fallo  retrocedere 
il  marchese  Uberto  da  Cremona,  ed  aveva  aiutato  il  marche- 
se d'Este  Azzone  li  nel  debellare  Ezzelino,  come  si  dirà  nel 
canto  IX  del  Paradiso  potrai  dir  tornato  al  mondo,  d'onde 
sei  venuto  i  vidi  quel  da  Duera  ser  Bosio  da  Duaria  la  dove 
i  peccatori  i  traditori  stanno  freschi  nel  ghiaccio. 

Nell'anno  1258  essendo  stati  scacciati  i  Guelfi  e  Ghibellini 
da  Fiorenza  la  prima  volta  nel  mese  di  luglio,  il  popolo  fiorenti- 
no nel  mese  di  settembre  fece  prendere  l'abbate  di  ValleOmbro- 
sa,  che  si  chiamò  Tesoro  de'  nobili  di  Beccaria,  padroni  di  Pa- 


CANTO  XXXII.  791 

via,  imputandogli  che  proditoriamente  tentava  d'introdurre  i 
Ghibellini  in  Fiorenza.  Dopo  molti  tormenti  fu  costretto  a  con- 
fessare il  preteso  delitto,  e  nella  piazza  di  s.  Apollinare  lo  deca- 
pitarono, perlocchè  Fiorenza  fu  scomunicata,  e  molti  fioren- 
tini passando  per  Lombardia  furono  scannati  dagli  stessi  pa- 
vesi. Dice  Bocca  se  fossi  addimandato  altri  chi  vera  altro 
traditore  tu  hai  a  lato  quel  di  Beccheria  di  cui  Fiorenza  se- 
go la  gorgiera  al  quale  Fiorenza  tagliò  la  testa,  e  nulla  gli 
valse  la  chierica.  Sostengono  molti,  che  quell'abbate  era  inno- 
cente, e  che  per  quel  assassinio  ì  fiorentini  ebbero  poi  la  di- 
sfatta di  Monteaperlo.  Nomina  Dante  l'abbate  di  Pavia,  fra 
i  traditori  della  patria,  perchè  poteva  dirsi  fiorentino,  e  per 
ragione  di  domicilio,  e  perchè  era  in  Fiorenza  beneficiato. 

Nel  tempo  in  cui  i  frati  Gaudenti  ebbero  il  regimerò  la  po- 
desteria di  Fiorenza,  gli  liberti,  i  Lamberti ,  ed  altri  Ghibellini 
in  sorsero  contro  i  reggitori  del  popolo,  perlocchè  tutta  la  pò- 
polazione  fu  sotto  le  armi ,  e  si  adunò  in  via  larga  di  s.  Trinità. 
Giovanni  Soldanieri  nobile,  quantunque  ghibellino,  e  di  fami- 
glia ghibellina  si  fece  capo  del  popolo  coli'  idea  di  montare 
un  grado  più  sublime,  non  guardando  al  fine,  che  fu  la  di- 
struzione della  parte  ghibellina.  Guidati  dal  detto  Giovanni, 
i  Ghibellini  dopo  lungo  conflitto  furono  costretti  di  uscire  di 
città,  come  altrove  fu  detto.  Joanni  del  Soldanier  antica  fa- 
miglia di  Fiorenza  credo  che  sia  più  la  più  avanti. 

Carlo  Magno  (secondo  Turpino  arcivescovo  di  Reims 
che  scrisse  in  tanto  barbaro  stile)  ricuperata  la  Spagna  dal- 
le mani  de' saraceni,  ritornando  per  le  Gallie,  fu  ospital- 
mente accolto  co' suoi  soldati  a  Pamplona.  In  quel  tempo 
due  re  saraceni,  Marsilio,  e  Belligardo  fratelli,  erano  pres- 
so di  Cesare  Augusto,  a  cui  lo  stesso  Carlo  per  mezzo  di 
Gamelone  aveva  dato  ordine  che  prendessero  il  battesimo. 


792  INFERNO 

e  pagassero  il  tributo.  Questi  mandarono  gran  do  dì  a  Carlo  ri- 
spondendo, che  avrebbero  fatto  quanto  loro  si  comandava; 
ma  corruppero  con  denaro  lo  stesso  Gamelone,  perchè  tra- 
disse Carlo,  e  lo  facesse  cadere  in  loro  mani.  Carlo  pertanto 
ingannato  dal  suggerimento  di  Gamelone,  preparavasi  a  ve- 
nir nelle  Gallie  dove  dovevansi  trovare  t  due  re  baltezzandi, 
e  comandò  ad  Orlando  suo  nipote  conte  di  Cremona,  e  ad  0- 
liviero  conte  di  Danzica,  che  coi  migliori  soldati,  e  con  venti 
mila  cristiani  stessero  a  retroguardo  in  Roncisvalle,  finché  e- 
gli  passasse  col  restante  dell'esercito  i  porli  cesarei.  Ma  nel 
mentre  che  Carlo  passava,  i  predetti  re,  che  per  due  giorni 
erano  stati  nascosti  per  suggerimento  di  Gamelone,  e  si  era- 
no posti  in  agguato  ne'  boschi ,  primamente  con  ventimila  bar- 
bari pregerò  a  tergo  Tarmala  de' cristiani  rimasta  al  retroguar- 
do. I  cristiani  superiori  di  numero  e  di  valore  facilmente  li 
respinsero  e  li  sconfissero.  Ma  oh  dolore!  Altri  trenta  mila 
saraceni  freschi  e  riposati  si  slanciarono  sugli  altri  già  stan- 
chi e  lassi,  e  de'qualr  fecero  tanta  strage,  che  de*  venti  mila 
niuno  scappò,  chi  mozzato,  chi  ferito,  chi  lacerato,  chi  scan- 
nato, di  tutti  insomma  fatto  ludibrio,  e  spettacolo  miserando. 
Orlando  fuggì,  come  si  disse  nel  canto  antecedente.  Carlo 
nel  luogo  stesso,  conosciuto  il  tradimento  di  Gamelone,  co- 
mandò che  si  legasse  a  quattro  cavalli,  e  fosse  squartato,  per- 
chè nel  modo,  che  ebbe  l'animo  diviso,  così  lo  fosse  anche 
il  di  lui  corpo.  Fece  lo  stesso  Tulio  Ostilio  di  Mezio  Suffezio 
re  degli  Albani  per  tradimento  tentato  contro  l'esercito  roma- 
no con  Ganelone  con  Gamelone. 

Bocca  nomina  un  altro  traditore  della  parte,  e  della  pa- 
tria. Tribaldello  fu  de'  Zambrani  nobili  di  Faenza,  al  cui  tempo 
i  Ghibellini  di  Bologna,  i  Lambertacci,  scacciati  dalla  patria  ivi 
si  ridussero.  In  detta  città  allora  regnava  la  parte  ghibellina. 


CANTO  XXXII.  793 

Alcuni  de' Lambertacci  rubarono  due  maiali  a  Tribaldello,  il 
quale  se  ne  lagnò  molte  volte,  e  non  potendo  ottenerne  ara- 
menda,  giurò  vendicarsene.  Avvisò  i  bolognesi  nemici  de' 
Lambertacci  di  trovarsi  in  vicinanza  di  Faenza,  e  con  astuzia 
li  introdusse  fra  l'ombre  della  notte,  senza  che  alcuno  lo  sa- 
pesse, o  se  ne  accorgesse;  perlocché  i  Lambertacci  colti  all'im- 
pensata, fuggirono  nudi  dal  letto,  colle  mogli  e  figli,  dis- 
persi in  varie  parti  d'Italia,  e  Tribaldello  che  quantunque 
nobile  era  bastardo  che  apri  Faenza  quando  si  dormia  ai 
bolognesi  antichi  nemici.  Quindi  è  venuto  fra  noi  il  ditte  rio, 
vedendo  qualcuno  di  brutta  faccia,  —  sembra  colui  che  ha 
tradito  Faenza.  —  11  traditore  per  premio  ottenne  di  essere 
fatto  condottiero  di  alcune  armi  del  comune  di  Bologna,  ma 
non  fruì  a  lungo  dal  suo  tradimento,  perchè  fu  trucidalo  dopo 
poco  tempo  nella  strage  de' francesi  presso  Forlì  dal  conte 
Guido  di  Monte  feltro,  come  fu  detto. 

Noi  eravam  quarta  ed  ultima  parte  —  Dante  tratta  di 
due  traditori,  l'uno  de' quali  tradì  la  parte,  e  la  patria,  e  fu 
tradito  da  un  altro.  L'uno  il  conte  Ugolino  di  Pisa;  l'altro  l'ar- 
civescovo Ruggeri  degli  Ubaldini.  Finge  l'autore,  che  il  detto 
conte  coi  denti  crudelmente  roda  il  cranio  dell'arcivescovo 
a  tergo,  perchè  l'arcivescovo  lo  fece  crudelmente  morir  di  fa- 
me in  una  torre  coi  figli,  come  si  vedrà  nel  canto  seguente. 
noi  eravam  partiti  da  elio  da  quel  Bocca  eh  io  vidi  due  ghiac- 
ciati in  una  buca  in  una  buca  del  ghiaccio  si  che  l  un  capo 
ali  altro  era  capello  il  conte  Ugolino  tenea  il  capo  sopra  del 
capo  dell'arcivescovo,  e  lo  copriva  come  capello  e  l  sovrano 
il  conte  eh'  era  sopra  pose  li  denti  al  altro  sul  cranio  del- 
l'arcivescovo la  ove  l  cervello  s  agiunge  con  la  nuca  nell'oc- 
cipite. 11  cervello  dà  il  senso  e  moto  a  tutto  il  corpo,  e  quindi 
per  tutta  la  lunghezza  del  corpo  tramanda  di  sua  sostanza  per 


794  INFERNO 

mezzo  della  midolla  bianca,  che  chiamasi  nuca,  qual  midolla 
si  allunga  pel  collo  e  pel  dorso  dirigendo  il  movimento  a  tutte 
le  parti  per  mezzo  de'  nervi,  che  nascono  da  lei.  si  come  l  pan 
per  fame  se  manduca  come  per  fame  l'uomo  mangia  avida- 
mente il  pane  onde  sedarla,  costui  rodeva  il  cervello  all'al- 
tro per  saziare  l'appetito  di  vendetta. 

Scrive  Stazio  nel  secondo  della  Tebaide,  che  due  tebani 
Tideo  Calidonio,  e  Polinice,  esuli  ambidue,  generi  di  Adrasto 
che  regnava  in  Argo,  tennero  consiglio  col  re  di  ricuperare 
da  Eteocle  il  regno  di  Tebe,  qual  regno  Polinice  avea  lasciato 
al  fratello  sotto  giurato  patto  di  riaverlo  dopo  un  anno.  Fu  deli- 
berato che  prima  si  adoperassero  i  prieghi  poi  le  armi.  Tideo 
bello  di  corpo,  grande  di  animo,  forte  ed  audace  assunse  l'in- 
carico, e  giunto  a  Tebe  parlò  con  aspra  maniera  ad  Eteocle, 
perchè  cedesse  al  fratello  lo  scettro.  Cui  Eteocle.  —  0  furi- 
bondo, non  ti  rimprovero  la  tua  demenza,  perchè  sei  man- 
dato dal  re:  la  plebe  si  avvezzò  al  mio  giogo,  né  soffrirebbe 
che  io  cedessi  il  regno  così  in  breve  ad  altrui. — E  Tideo  —  lo 
cederai,  voglia  o  non  voglia  —  e  si  precipitò  fra  la  turba  che 
lo  avea  seguito.  Eteocle,  ad  inseguirlo,  mandò  cinquanta  scelti 
guerrieri  perchè  lo  trucidassero  in  qualunque  luogo  lo  aves- 
ser  trovato,  e  gli  tesero  di  fatto  insidie  lungi  da  Tebe.  Ma  Ti- 
deo tutti  li  uccise,  tranne  uno  solo  che  riferì  l'avvenuto.  Né  li 
maravigliare,  perchè  favorirono  la  vittoria  il  luogo  eminente,  a 
tergo  un  monte,  un  braccio  invincibile.  Bensì  mi  sorprende  che 
al  pari  di  Omero  e  Stazio  si  mandino  ambasciatori  ai  re  i  fu- 
ribondi, ed  a  Tebe  andasse  solo  Tideo.  Enea  spediva  invece 
cento  oratori  al  re  latino.  —  Posto  l'assedio  a  Tebe,  Giocasta 
la  più  misera  fra  le  donne,  in  abito  dimesso,  penetrò  nel  cam- 
po nemico  in  cerca  del  figlio  Polinice,  ed  ora  con  preghi,  or 
con  minaccie  lo  indusse  ad  entrare  in  Tebe,  e  di  persona  a  chie- 


CANTO  XXXII.  795 

dcre  il  regno  al  fratello,Jl  quale,  ricusandolo,  avrebbe  resa 
più  giusta  per  Polinice  la  guerra.  Già  era  per  cedere  il  figlio 
alla  madre,  ed  Adrasto  acconsentiva,  quando  Tideo  ancor  caldo 
per  ira.  —  Me  piuttosto  mandate,  gridava,  che  sperimentai 
la  fede  di  Eteocle  colle  ferite  che  ancora  ho  aperte  nel  petto. — 
Dov'  era  allora  la  madre  che  prega  per  pace?  0  troppo  dolce 
Polinice!  se  al  costei  pianto  sei  per  deporre  le  armi  credi 
forse  che  odiandoti,  allorché  ti  avesse  fra  le  mani  ti  lasce- 
rebbe tornare  al  campo?  Prima  darebbe  fiori  quest'asta.  —  In 
questo  mentre  i  tebani  sortirono  di  città,  e  si  attaccò  la  più 
fiera  e  sanguinosa  battaglia  che  mai  si  fosse  operata.  Tideo 
facea  prodigi  di  valore.  Si  era  fatto  all' intorno  un  monte  di  e- 
stinli,  e  pareva  che  la  guerra  si  facesse  contro  lui  solo.  Ave- 
va già  lo  scudo  pieno  di  saette  nemiche,  era  tutto  cosperso  di 
sangue  e  di  sudore,  quando  Menalippo  di  nascosto  lo  ferì 
coli' asta  mortalmente,  e  le  grida,  e  la  gioia  dei  compagni  del 
feritore  palesarono  lui  che  tremava.  Gli  amici  di  Tideo  lo  tra- 
scinarono fuori  del  campo  a  forza ,  perchè  diceva  non  volere 
per  metà  morire;  ma  sentendosi  mancare.  —  0  compagni, 
disse,  non  vi  curate  del  mio  feretro,  perchè  odio  il  corpo  che 
non  seppe  secondare  l'animo  mio;  ma  piuttosto  pensate  a 
vendicarmi.  —  Va  Ipomedonte,  va  Partenopeo,  va  Capaneo, 
andate  tutti,  e  portatemi  il  teschio  di  Menalippo.  —  Capaneo 
lo  vendicò  portando  il  corpo  di  Menalippo  ferito  mortalmente  e 
penzolone  sulla  spalla  sinistra:  lo  presentò  a  Tideo,  che  quasi 
rinato  si  alzò,  e  sul  troncato  capo  di  Menalippo  infisse  i  denti, 
e  gli  ruppe  il  cervello,  suggendolo  insieme  col  sangue,  senza 
che  i  compagni  fossero  capaci  di  strapparglielo.  —  Polinice, 
aperto  il  più  grave  lamento  per  la  morte  di  Tideo,  tentava 
trafiggersi  colla  spada,  ma  fu  impedito  da  Adrasto,  e  dai  com- 
pagni, e  meglio  sarebbe  stato,  che  lo  avessero  allora  lasciato 


796  INFERNO 

morire,  non  altramente  similmente  Video  si  rose  le  tempie  a 
Menalippo  per  disdegno  perchè  fu  ucciso  da  un  vile  che  qui 
il  conte  facea  rodeva  il  teschio  il  cranio  e  le  altre  cose.  Ne 
aveva  Tideo  tanto  motivo,  perchè  ferito  in  campo  da  un  ne- 
mico, che  pel  gius  delle  genti  aveva  ragione  di  farlo;  ma  il 
conte  Ugolino  fu  condannato  a  morir  per  fame  con  tradimento 
di  un  amico  sul  quale  fidava,  diss  io  o  tu  che  mostri  odio  peg- 
giore de\V  ira  sopra  colui  che  tu  ti  mangi  persi  bestiai  segno 
contro  ogni  senso  umano  dimme  l  perche  la  cagione  per  tal 
convegno  per  tale  vendetta  eh  io  ancora  te  ne  cangi  che  io 
lo  propali  suso  nel  mondo  de'  viventi  sappiendo  io  chi  voi  sete 
ambidue  la  sua  pecca  equal  peccato  commise  se  tu  piangi  di 
lui  che  a  ragion  se  cerchi  a  buon  dritto  vendetta  se  quella  con 
eh  i  parlo  non  si  secchi  se  la  lingua  non  mi  manchi — modo 
di  giuramento  —  Dante  mantenne  la  parola  egregiamente. 


CANTO  XXXIII. 


TESTO  MODERNO 


La  bocca  sollevò  dal  fiero  pasto 

Quel  pecca tor,  forbendola  a' capelli 

Del  capo,  ch'egli  avea  diretro  guasto.  3 

Poi  cominciò:  tu  vuoi,  ch'io  rinnovelli 

Disperato  dolor  che  il  cor  mi  preme, 

Già  pur  pensando,  pria  ch'io  ne  favelli.  6 

Ma  se  le  mie  parole  esser  den  seme, 

Che  frutti  infamia  al  traditor  ch'io  rodo, 

Parlare  e  lagrimar  mi  vedrai  insieme.  9 

lo  non  so  chi  tu  sie,  né  per  che  modo 

Venuto  sei  quaggiù;  ma  Fiorentino 

Mi  sembri  veramente  quand'io  t'odo.  12 

Tu  dei  saper  ch'io  fui  il  conte  Ugolino, 

E  questi  l'Arcivescovo  Ruggieri: 

Or  ti  dirò  perch'io  son  tal  vicino.  15 

Che  per  l'effetto  de' suoi  mal  pensieri, 

Fidandomi  di  lui  io  fossi  preso 

E  poscia  morto,  dir  non  è  mestieri:  18 

Però  quel  che  non  puoi  avere  inteso, 

Cioè  come  la  morte  mia  fu  cruda, 

Udirai,  e  saprai  se  m'ha  offeso.  21 

Breve  pertugio  dentro  dalla  muda, 

La  qual  per  me  ha  il  titol  della  fame, 

E  in  che  conviene  ancor  ch'altri  si  chiuda,        24 


798  INFERNO 

M'avea  mostrato  per  lo  suo  forame 
Più  lune  già,  quand'io  feci  il  mal  sonno , 
Che  del  futuro  mi  squarciò  il  velame.  27 

Questi  pareva  a  me  maestro  e  donno, 
Cacciando  il  lupo  e  i  lupicini  al  monte, 
Perchè  i  Pisan  veder  Lucca  non  ponno.  30 

Con  cagne  magre,  studiose  e  conte, 
Gualandi  con  Sismondi  e  con  Lanfranchi 
S'avea  messi  dinanzi  dalla  fronte.  35 

In  picciol  corso  mi  pareano  stanchi 
Lo  padre  e  i  figli,  e  con  l'agute  scane 
Mi  parea  lor  veder  fender  li  fianchi.  56 

Quando  fui  desto  innanzi  la  dimane, 
Pianger  sentii  fra  il  sonno  i  miei  figliuoli, 
Ch'erano  meco,  e  dimandar  del  pane.  59 

Ben  sei  crudel,  se  tu  già  non  ti  duoli , 
Pensando  ciò  che  al  mio  cor  s'annunziava  : 
E  se  non  piangi,  di  che  pianger  suoli?  42 

Già  eran  desti,  e  Torà  s'appressava 
Che  il  cibo  ne  soleva  essere  addotto, 
E  per  suo  sogno  ciascun  dubitava.  45 

E  io  sentii  chiavar  V  uscio  di  sotto 
Air  orribile  torre,  onde  guardai 
Nel  viso  a' miei  figliuoi  senza  far  motto.  48 

lo  non  piangeva:  sì  dentro  impietrai: 
Piangevan  elli  ;  e  Anselmuccio  mio 
Disse:  tu  guardi  sì,  padre,  che  hai?  51 

Però  non  lagrimai,  nò  rispos'io 
Tutto  quel  giorno,  né  la  notte  appresso, 
Infin  che  l'altro  Sol  nel  mondo  uscio.  54 

Come  un  poco  di  raggio  si  fu  messo 


CANTO  XXXIII.  799 

Nel  doloroso  carcere,  e  io  scorsi 

Per  quattro  visi  il  mio  aspetto  stesso; 
Ambo  le  mani  per  dolor  mi  morsi: 

E  quei  pensando  ch'io  il  fessi  per  voglia 

Di  manicar,  di  subito  levorsi,  60 

E  disser:  padre,  assai  ci  fia  men  doglia, 

Se  tu  mangi  di  noi;  tu  ne  vestisti 

Queste  misere  carni,  e  tu  le  spoglia.  03 

Quetaimi  allor,  per  non  farli  più  tristi: 
*  Quel  dì  e  l'altro  stemmo  tutti  muti: 

Ahi  dura  terra,  perchè  non  t'apristi?  66 

Poscia  che  fummo  al  quarto  dì  venuti, 

Gaddo  mi  si  gittò  disteso  a' piedi, 

Dicendo:  padre  mio,  che  non  m'aiuti?  69 

Quivi  morì:  e  come  tu  mi  vedi , 

Vid'io  cascar  li  tre  ad  uno  ad  uno, 

Tra  il  quinto  dì  e  il  sesto:  ond'io  mi  diedi         72 
Già  cieco  a  brancolar  sovra  ciascuno, 

E  tre  di  li  chiamai,  poi  ch'ei  fur  morti: 

Poscia,  più  che  il  dolor,  potè  il  digiuno.  75 

Quand'ebbe  detto  ciò,  con  gli  occhi  torti 

Riprese  il  teschio  misero  co' denti, 

Che  furo  all'osso,  come  d'un  can,  forti.  78 

Ahi  Pisa,  vituperio  delle  genti 

Del  bel  paese  là  dove  il  sì  suona; 

Poi  che  i  vicini  a  te  punir  son  lenti,  81 

Movasi  la  Capraia  e  la  Gorgona, 

E  faccian  siepe  ad  Arno  in  su  la  foce, 

Sì  ch'egli  anneghi  in  te  ogni  persona.  84 

Che  se  il  Conte  Ugolino  aveva  voce 

D'aver  tradita  te  delle  castella, 


800  INFERNO 

Non  dovei  la  i  figliuoi  porre  a  tal  croce.  87 

Innocenti  facea  l'età  novella, 

Novella  Tebe,  Ugaccione  e  il  Brigata, 

E  gli  altri  duo,  che  il  canto  suso  appella.  90 

Noi  passamm' oltre,  dove  la  gelala 

Ruvidamente  un'altra  gente  fascia, 

Non  volta  in  giù,  ma  tutta  riversata.  93 

Lo  pianto  stesso  lì  pianger  non  lascia, 

E  il  duol,  che  trova  in  su  gli  occhi  ri n toppo, 

Si  volve  in  entro  a  far  crescer  l'ambascia:         96 
Che  le  lacrime  prime  fanno  groppo,. 

E,  sì  come  visiere  di  cristallo, 

Riempion  sotto  il  ciglio  tutto  il  coppo.  99 

E  avvegna  cbe,  sì  come  d'un  callo, 

Per  la  freddura  ciascun  sentimento 

Cessato  avesse  del  mio  viso  stallo,  102 

Già  mi  parea  sentire  alquanto  vento; 

Perch'io:  Maestro  mio,  questo  chi  move?     ~ 

Non  è  quaggiuso  ogni  vapore  spento?  105 

Ond' egli  a  me:  avaccio  sarai,  dove 

Di  ciò  ti  farà  l'occhio  la  risposta, 

Veggendo  la  cagion  che  il  fiato  piove.  108 

E  un  de' tristi  della  fredda  crosta 

Gridò  a  noi  :  o  anime  crudeli 

Tanto ,  che  data  v'  è  F  ultima  posta ,  1 1 1 

Levatemi  dal  viso  i  duri  veli, 

Sì  ch'io  sfoghi  il  dolor  che  il  cor  m'impregna 

Un  poco  pria,  che  il  pianto  si  raggeli.  1 14 

Per  ch'io  a  lui:  se  vuoi  ch'io  ti  sovvegoa, 

Dimmi  chi  fosti;  e,  s'io  non  ti  disbrigo, 

Al  fondo  della  ghiaccia  ir  mi  convegna.  117 


CANTO  XXXIII.  801 

Rispose:  adunque  io  son  Frate  Alberico, 
Io  son  quel  delle  frutte  del  mal  orto, 
Che  qui  riprendo  dattero  per  fico.  !  20 

Oh ,  dissi  lui,  or  se'  tu  ancor  morto? 
Ed  egli  a  me:  come  il  mio  corpo  stea 
Nel  mondo  su,  nulla  scienza  porto.  125 

Cotal  vantaggio  ha  questa  Tolomea, 
Che  spesse  volte4'  anima  ci  cade 
Innanzi  eh'  Atropos  mossa  le  dea.  126 

E  perchè  tu  più  volenlier  mi  rade 
Le  invetriate  lagrime  dal  volto, 
Sappi  che  tosto  che  1'  anima  trade,  129 

Come  fec'  io,  il  corpo  suo  l'è  tolto 
Da  un  dimonio,  che  poscia  il  governa 
Mentre  che  il  tempo  suo  tutto  sia  volto.  132 

Ella  ruina  in  sì  fatta  cisterna  ; 
E  forse  pare  ancor  lo  corpo  suso 
Dell'  ombra  che  di  qua  dietro  mi  verna.  155 

Tu  il  dèi  saper,  se  tu  vien  pur  mo  giuso: 
Egli  è  ser  Branca  d' Oria,  e  son  pili  anni 
Poscia  passati,  eh'  ei  fu  sì  racchiuso.  158 

T  credo,  dissi  a  lui,  che  tu  m' inganni: 
Che  Branca  d' Oria  non  morì  unquanche 
E  mangia  e  bee  e  dorme  e  veste  panni.  141 

Nel  fosso  su,  diss'ei,  di  Malebranche, 
Là  dove  bolle  la  tenace  pece, 
Non  era  giunto  ancora  Michel  Zanche,  144 

Che  questi  lasciò  un  diavolo  in  sua  vece 
Nel  corpo  suo,  e  d'  un  suo  prossimano, 
Che  il  tradimento  insieme  con  lui  fece. 

Ma  distendi  oramai  in  qua  la  mano,  148 

Rambaldi  -  Voi.  1.  31 


802  INFERNO 

Aprimi  gli  occhi;  e  io  non  glieli  apersi, 

E  cortesia  fu  lui  esser  villano.  150 

Ahi  Genovesi,  uomini  diversi 
D'ogni  costume,  e  pien  d'ogni  magagna, 
Perchè  non  siete  voi  del  mondo  spersi?  153 

Che  col  peggiore  spirto  di  Romagna 
Trovai  un  tal  di  voi,  che  per  sua  opra 
In  anima  in  Oocito  già  si  bagna, 

E  in  corpo  par  vivo  ancor  di  sopra.  157 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Il  canto  può  dividersi  in  tre  parti  generali:  nella  prima  — 
racconto  del  conte  Ugolino;  nella  seconda  —  imprecazione  a 
Pisa,  che  tollerò  la  scelleratezza  usata  al  conte  Ugolino  ahi  Pi- 
sa ecc.  nella  terza  —  terza  specie  di  traditori  degli  amici,  e 
congiunti  —  spirito  moderno  traditore,  che  palesa  altro  mo- 
derno noi  passammo  ecc. 

Quel  peccatore  quel  conte  traditore  sullevo  la  bocca  alzò 
la  bocca  dal  capo  dell'altro,  altrimenti,  mangiando,  non  a- 
vrebbe  potuto  speditamente  parlare  sullevo  e  non  se  levo  per 
ragione  del  senso  dal  fiero  pasto  dal  cibo  ferino,  inumano, 
l'uomo  non  mangiando  dell'  uomo,  tranne  le  fiere  che  si  di- 
vorano fra  loro  forbendo  la  bocca  a  capelli  tergendola  coi 
capelli  de/  capo  dell'  arcivescovo  chelli  avea  de  reto  guasto 
coi  denti,  poi  comintio  a  dirmi  tu  vuoti  eh  i  rinovelli  che 
nuovamente  racconti  disperato  dolor  che  l  cor  mi  preme  m\ 
lacera  con  acerbo  strazio  non  meno  che  io  faccia  coi  denti  il 
cervello  di  costui  già  pur  pensando  pria  eh  i  ne  favelli  al  solo 
pensarvi.  Ma  parlar  e  lagrimar  vedrai  insieme  unendomi  con 
te  se  le  mie  parole  esser  den  seme  che  fructi  infamia  al  tra- 
ditor  chio  rodo  se  il  mio  dire  a  lui  dove  frullar  la  infamia. 


CANTO  XXXIII.  803 

io  non  so  chi  tu  sie  ne  perche  mo  venuto  sequa  giù  ed  è  ma- 
ravigli oso  che  tu  ancor  vivo  sia  disceso  all'  Inferno,  e  sia  per 
tornare  illeso  da  ogni  castigo  al  mondo  de* viventi:  non  so  se 
corporalmente  o  spiritualmente  venisti;  solo,  od  in  compa- 
gina ma  fiorentino  mi  sembri  veramente  quando  io  t  odo  ma 
mi  sembri  di  Fiorenza  quando  ti  ascolto  parlare.  E  lo  aveva 
udito  quando  vituperava  Bocca,  minacciandogli  perpetua  in- 
famia—  mi  sembri  fiorentino  — mio  vicino,  e  più  volentieri 
udirai  e  riferirai  le  crudeltà  de'  pisani ,  e  specialmente  degli 
Ubaldini.  — 

Tu  dei  saper  eh  io  fui  conte  Ugolino  signore  di  Pisa  e  que- 
sto e  l  arcivescovo  Rugiero  degli  Ubaldini,  arcivescovo  di  Pisa. 
or  ti  diro  perch  io  son  tal  vicino  nel  tumulto  popolare  esso 
conte  fu  assalito  e  preso  per  opera  del  detto  Ruggiero  dir 
nonèmestier  non  è  necessario  dirli  eh  io  fossi  preso  e  morto 
poscia  per  lo  facto  del  suo  mal  pensare  imperocché  condusse 
ad  effetto  il  suo  malvagio  divisamente.  — Nell'anno  1298  era 
nata  fiera  discordia  nella  citta  di  Pisa.  Era  capo  del  partito 
guelfo  il  giudice  Nino  di  Gallura  degli  Scotìi,  ed  era  capo  della 
parte  guelfa  il  conte  Ugolino  de'Gherardesehi.  L'arcivescovo 
Ruggiero  degli  Ubaldini,  Lanfranchi,  Gualandi,  e  Sismondi 
erano  Ghibellini,  ed  il  conte  Ugolino  per  ottener  solo  il  do- 
minio della  citta  si  unì  coli' arcivescovo  e  tradì  Nino  figlio  di 
una  sua  sorella,  comandando  che  fosse  scacciato  da  Pisa. 
Nino  trovandosi  più  debole,  con  vari  de' suoi  si  ricovròin  un 
castello  di  sua  ragione  facendo  lega  coi  fiorentini,  e  con  quei 
di  Lucca.  Anche  il  conte  Ugolino  erasi  allontanato  per  non  es- 
sere testimonio  dell'  espulsione  di  Nino,  ma  tosto  dopo  tornò 
pago  e  lieto  dentro  Pisa  :  si  dice  ancora,  che  facesse  avvele- 
nare il  conte  Anselmo  di  Capraja  suo  compagno  per  non  a- 
verlo  a  parte  del  dominio.  Solo  padrone  di  Pisa,  ordinò,  che 


804  INFERNO 

nel  suo  giorno  natalizio  si  facessero  feste,  si  dessero  doti,  e 
preparò  sontuoso  banchetto.  Passeggiando  con  Marco  Lom- 
bardo uomo  assennato  e  prudente  gli  dimandò  cosa  pensasse 
del  suo  modo  di  dominio?  E  quel  Marco  quasi  ispirato  —  Voi 
sarete  ricambiato  dell' amicizia  peggiore  di  qualunque  altro 
signore  d' Italia  —  ma  perchè  ?  gli  richiese  il  conte  spaven- 
tato. —  Perchè  nulla  vi  manca  fuori  dello  sdegno  di  Dio  — e 
tutto  ciò  si  verificò;  imperocché  l'arcivescovo  nel  quale  tutto 
fidava,  propose  di  scacciarlo  e  di  rovinarlo.  E  persuase  al 
popolo,  che  il  conte  voleva  tradir  Pisa  dando  i  castelli  ai  fio- 
rentini e  lucchesi;  ed  il  popolo  lo  assalì  nel  palazzo  pubblico, 
egli  uccise  un  figlio  naturale  ed  un  nipote,  veramente  for- 
tunati, perchè  non  furono  a  parte  di  una  morte  assai  più  mi- 
seranda, ch'era  agli  altri  serbata.  Dopo  lieve  resistenza  il 
conte  si  arrese,  e  fu  trascinato  in  carcere  con  due  suoi  figli, 
e  due  nipoti.  Gli  Obriachi,  i  Guatani,  ed  altre  nobili  famiglie 
guelfe  furono  esiliate  —  è  dunque  certo  che  il  conte  Ugolino 
tradì  congiunti,  patria,  e  città,  e  che  un  traditore  fu  tradito 
da  un  altro.  Per  tal  evento  la  parte  guelfa  in  Toscana  restò 
molto  abbattuta  dalle  forze  degli  Aretini,  e  dal  potere  di  ser 
Giacomo  di  Aragona.  Il  conte  Ugolino  coi  figli  e  nipoti  fa  dun- 
que posto  nella  torre,  sopra  la  piazza,  e  vicino  al  palazzo 
degli  Anziani.  Chiusa  la  porta  della  stessa  torre,  le  chiavi  fu- 
rono gettate  nell'  Arno,  ed  essendo  ai  carcerati  tolto  ogni  cibo, 
in  breve  tutti  per  fame  morirono.  Il  conte  dice  a  Dante  che 
tralasciava  tal  parte  di  sua  storia,  quale  doveva  certamente 
essergli  nota,  e  piuttosto  amava  narrargli  l'altra  parte,  che 
gli  era  occulta,  cioè  il  modo  di  sua  miserissima  morte  poi  udi- 
rai quello  che  non  pò  avere  inteso  da  altri  cioè  come  la  morte 
mia  fu  cruda  crudele  e  saprai  se  m  a  offeso  e  conoscerai  il 
perchè  io  abbia  ragione  di  trattarlo  così. 


CANTO  XXXI u.  805 

Breve  pertugio  piccol  foro  a  traverso  il  quale  penetrava 
il  chiarore  dell'  aurora  m  avea  mostrato  già  più  lume  cioè, 
mi  faceva  conoscere  che  già  sorgeva  il  giorno  —  alcuni  testi 
hanno  —  più  lune  —  ed  allora  vorrebbe  dire,  che  già  passa- 
rono vari  mesi  ;  ma  ciò  non  può  stare,  perchè,  a  verità  sto- 
rica, il  conte  non  istette  in  questa  torre  che  pochi  giorni  per 
lo  forame  per  una  bombardiera  dentro  da  la  muda  nella  torre 
che  allora  chiamavasi — aurea  muta — e  cangiò  nome  in  muda 
la  qual  per  me  ha  il  tilolde  la  fame  e  dopo  Ugolino  fu  chia- 
mata la  torre  della  fame  in  che  conviene  ancor  eh  altrui  si 
chiuda  in  cui  forse  altri  saran  chiusi  e  moriranno.  Il  con- 
te in  così  dire  vaticinava ,  ed  era  verosimile  che  altri  fos- 
se  ivi  chiuso,  ed  in  tal  modo  punito,  quando  feci  l  mal 
sogno  quel  sogno,  che  mi  presagì  il  futuro  che  del  futuro 
mi  squarcio  il  velame.  Stante  il  sopraddetto  parrebbe,  che 
Dante  facesse  credere  il  sogno  avvenuto,  quando  il  conte 
era  nella  torre,  eppure  il  sogno  fu  prima,  quando  anco- 
ra tenea  il  dominio  di  Pisa,  ed  anzi  nel  maggior  auge  di  suo 
potere  —  sognò  di  essere  alla  caccia  in  un  monte  vicino  a  Pi- 
sa, e  che  avesse  preso  un  lupo  coi  piccoli  figli,  ed  i  cani  dei 
cacciatori  afferrassero  il  lupo,  ed  i  lupicini,  e  crudelmente 
tutti  divorassero,  questi  V  arcivescovo  pareva  a  me  maestro 
e  donno  capo  e  direttore  della  caccia,  ed  i  pisani  lo  ave- 
vano creata  lor  capitano  e  duce  cacciando  il  lupo  cioè  il 
tiranno,  secóndo  quel  detto  —  questi  lupi  regnano  in  ogni 
citlà  e  lupicini  figli  del  conte  tiranno,  tirannetti  di  trista  o- 
rigine.  Ricercalo  un  venditore  di  lupi  di  un  lupo  buono,  rispo- 
se —  son  tutti  lupi  —  al  monte  presso  al  monte,  che  trovasi 
fra  Lucca,  e  Pisa,  oggi  detto  monto  s.  Giuliano  perche  i  pisan 
non  ponno  veder  Lucca  che  pur  è  vicina  dicci  miglia,  ovvero 
perchè  spesso  spogliata  e  guasta  dai  pisani  secondo  quel  dit- 


806  INFERNO 

terio  —  buona  terra  è  Lucca,  ma  Pisa  la  pilucca  —  con  cagne 
magre  studiose  e  conte  tali  cagne  figurano  la  fame  e  la  sete,  e 
gli  altri  stenti,  e  miserie,  che  in  breve  colsero  quegli  sventu- 
rati. L' arcivescovo  s  uvea  messi  Gualandi,  Sismondi,  e  Lan- 
franchi  principali  case  Ghibelline  di  Pisa  dinanzi  de  la  fronte 
fautori  ed  esecutori  del  progetto  di  esterminio:  lo  padre  e  li 
figli  il  conte  coi  figli  e  nipoti  mi  parien  stanchi  inpiccol 
corso  da  nou  poter  fuggire  V  ira  dei  cani  e  mi  parca  veder 
fender  li  fianchi  loro  con  l acute  sanne  saune,  o  denti  delle 
cagne.  S' è  vero,  che  il  conte  sognasse  in  tal  modo,  fu  il  so- 
gno maraviglioso;  e  se  non  fu  vero,  l'immaginazione  di  Dante 
lavorò  molto  bene,  e  molto  convenientemente. 

Sentii  i  miei  figli  eh  erano  meco  che  dormivano  insieme 
con  me  pianger  tra  l  sonno  e  dimandar  del  pane — quando 
fui  desto  nanzi  la  domane  svegliato  nell'ora  mattutina,  al- 
lorché si  sogliono  fare  i  sogni  più  veri; come  questo  sogno, o 
vero  o  finto,  purtroppo  si  avverò.  Qui  rompe  il  racconto  per 
l'eccesso  di  dolore,  e  chiama  Dante  a  commiserazione  ben 
se  crudel  se  tu  già  non  ti  dote — pensa  mo  ciò  che  al  mio  cor 
s  annunziava  saresti  una  fiera,  se  non  ti  sentissi  commosso 
alla  barbaHe  che  in  tal  sogno  mi  si  presagiva  or  se  non  pian- 
gi e  di  che  pianger  suoli  e  quale  sarà  il  racconto  che  ti  farà 
versar  lagrime,  se  questo  non  è?  già  eran  desti  i  miei  figli  e 
l  ora  s  appressava  V  ora  terza  che  l  cibo  soleva  esser  adducto 
ora  in  cui  solevamo  mangiare  prima  d'esser  chiusi  nella  torre, 
o  Torà  in  cui  anche  nella  torre  solevano  gettarci  un  pezzo  di 
pane  — soltanto  dopo  l'arrivo  del  conte  di  Montefellro creato 
capitano  de' pisani,  ogni  cibo  mancò  al  conte  racchiuso  e  per 
mo  sogno  ciascuno  dubitava  avendo  ciascuno  de'  figli  fatto 
un  sogno  poco  dissimile  da  quello  del  padre,  io  senti  chia 
var  l  uscio  di  sotto  allorribil  torre  con  chiavi  che  gittaronsi 


CANTO  XXXIII.  807 

in  Arno  ond  io  guardai  nel  viso  a  miei  figli sanza  far  motto 
noi  stemmo  fermi  e  muli,  io  nonpiangea  non  potea  piangere 
si  dentro  impetrai  il  cuore  divenne  duro,  impietrilo  pian 
gevan  elli  più  teneri  et  Anselmuccio  mio  nome  di  uno  de' fi- 
gli disse  tu  guardi  si  padre  che  hai  ?  perchè  mi  guardi  in  lai 
mode;  cosa  hai  padre  mio?  pero  non  lagrimai  ad  onta  di  ciò 
non  versai  una  lagrima  ne  rispuos  io  tutto  quel  giorno  ne  la 
notte  appresso  per  un  giorno  intero  in  fin  che  l  altro  sol  uscio 
nel  mondo  fino  al  sorgere  dell'  altro  sole. 

Nel  secondo  giorno  guardando  i  figli  divenni  rabbio- 
so ambo  le  mani  per  dolor  mi  morsi  come  un  raggio  un 
poco  di  lume  se  fu  messo  nel  doloroso  career  pel  foro  e 
io  scorsi  io  vidi  il  mio  aspecto  stesso  per  quattro  visi  il 
mio  volto  sulle  quattro  faccie  de*  miei  figli ,  non  tanto  per 
somiglianza  di  forma»  come  di  patimenti,  e  di  emanazio- 
ne e  quei  i  figli  miei  pensando  che  il  fessi  per  voglia  di 
manicar  per  rabbia  di  fame,  più  che  per  forza  di  dolo- 
re di  subito  levorsi  balzarono  in  piedi  e  disser  padre  assai 
ci  fia  men  doglia  se  tu  mangi  di  noi  a  noi  sarà  minor  pena 
se  tu  mangi  di  nostre  carni  tu  ne  vestisti  queste  misere  carni, 
e  tu  le  spoglia  tali  parole  avrebbero  commosso  un  marmo,  né 
io  posso  ripeterle  senza  versare  altre  lagrime!  Quetami  aliar 
perchè  al  par  di  me  non  si  rendessero  disperati  per  non  farli 
più  tristi:  quel  di  e  l  altro  stemmo  tutti  muti  impietriti  dal 
dolore  ahi  dura  terra  perclie  non  t apristi?  perchè,  o  terra, 
in  tanto  orrore  non  t' apristi  a  gridare  vendetta  da  Dio  contro 
dell'  autore  di  tanti  mali  !  E  fu  negato  anche  il  cibo  spiritua- 
le, quantunque  richiesto  colla  più  ardente  insistenza,  poiché 
noi  fummo  al  quarto  di  venuti  Gaddo  mi  si  gitto  disteso  a 
pie  dicendo  padre  mio  che  non  m  aiuti?ia  prima  signore  di 
tanti  che  nutrivi,  perchè  ora  mi  lasci  per  fame  morire?  quivi 


808  INFERNO 

mori  dinanzi  agli  occhi  miei,  poi  vidio  cascar  li  tre  gli  altri 
tre  fratelli  del  morto  ad  uno  ad  uno  per  più  lungo  e  più  crudo 
dolore  trai  quinto  di  e  l  sesto  come  turni  vedi  come  tu  vedi 
me,  che  parlo  teco,  così  vidi  quei  Ire  morirmi  dinanzi,  un  dopo 
l'altro.  Padre  infelice!  ondio già  cieco  reso  cieco  da  tanta 
angoscia  mi  diedi  a  brancolar  sopra  ciascuno  palpandoli,  per 
più  esser  certo  della  terribilità  dell'  evento  e  due  di  li  chiamai 
come  fuor  morti  il  conte  visse  quindi  otto  giorni  senza  nutri- 
mento di  sorla  alcuna;  posciache  l  digiuno  la  fame  potè  più  che 
l dolore  la  fame  estinse  me,  che  non  aveva  pututo  estinguere  il 
dolore,  quando  ebbe  detto  ciò  con  gli  occhi  torti  infiammati  da 
ira  riprese  prese  di  nuovo  il  teschio  misero  il  cranio  dell'  arci- 
vescovo con  denti  con  tanto  furore  tritandolo  che  furo  a  osso 
come  d  un  can  forti  quali  denti  stettero  forti  al  Tosso  del  cranio 
come  quelli  di  un  cane. 

Ahi  Pisa  seconda  parte  generale  ahi  esclamazione  di  do- 
lore Pisa  vitupero  delle  genti  infamia  d'Italia  del  bel  paese  per- 
chè niuna  parte  del  mondo  è  più  bella  dell' Italia  la  dovei  si 
sona  generalmente  gì'  Italiani  usano  affermando  il  —  si  —  i 
tedeschi  —  ya  —  i  francesi  —  ovy  —  ed  alcuni  —  hoc  —  i  pie- 
montesi—o] —  si  può  tenere  anche  altra  interpretazione  del 
bel  paese  della  Toscana,  amenissima  parte  d' Italia  la  dove  l  si 
suona  nella  quale  iUt  più  spesso,  ed  in  modo  singolare  si  pro- 
nuncia, movami  la  Capraia  e  la  Gorgona  due  scogli  nel  mare 
di  Pisa  verso  la  Sardegna  e  facciati  siepe  ad  arno  insù  la  foce 
chiudano  la  foce  d'Arno  dove  si  scarica  in  mare,  sicché  l'acqua 
gonfiando  si  eh  egli  aneghi  in  te  ogni  persona  affoghi  i  tuoi 
cittadini,  e  lasci  te  palude  perche  i  vicini  i  fiorentini,  i  luchesi 
a  te  punir  son  lenti  son  pigri,  e  tardi  a  farne  vendetta.  La  ven- 
detta tarda  per  Dante  si  avverò  a  giorni  nostri ,  imperocché  Pisa 
antichissima  e  potentissima  una  volta  in  mare  ed  in  terra  si  è 


CANTO  XXXIII.  809 

ridotta  al  più  basso  e  misero  stato  per  opera  de9  fiorentini,  seb  • 
bene  anche  prima  della  morte  di  Ugolino,  la  insolenza  pisana 
fosse  stata  scornala,  e  la  loro  libertà  conculcata  dai  genovesi. 
Così  da  vincitrice  passò  ad  esser  vinta.  Fortuna  in  tal  modo  ro- 
vescia le  mondane  cose,  e  compiuto  il  lor  corso,  marciscono, 
Pisa  floridissima  si  trovava  in  auge  di  potere,  prima  che  Firenze 
fosse  fondata.  Non  è  già  solo  pel  conte  Ugolino  traditore,  che 
Dante  si  slancia  con  tale  imprecazione  contro  Pisa,  ma  sì  vero 
per  la  morte  barbara  de'  figli  innocenti,  che  non  dovevi  i  figli 
porre  a  tal  croce  al  tormento  della  fame  se  il  conte  Ugolino 
aveva  voce  aveva  nome  di  traditore  d  aver  tradite  le  Castella. 
Il  conte  Ugolino  de' conti  Gherardeschi,  avuta  la  signoria  di 
Pisa,  e  per  meglio  assodarla,  diede  in  moglie  una  propria  fi- 
glia al  conte  Guido  di  Baltifolle  della  parte  guelfa.  E  perchè  ciò 
non  movesse  a  sospetto,  ne  diede  altra  al  conte  Aldobrandino 
di  santa  Flora  di  opposta  parte.  Per  dote  alle  figlie  assegnò  vari 
castelli  nel  contado  di  Pisa,  a  Guido  il  castello  di  Ri paf ratta 
sotto  custodia  de' lucchesi;  ad  Aldobrandino  il  Castello  Si  ve- 
roni sotto  custodia  de' fiorentini.  I  Ghibellini,  a  suggerimento 
dell'arcivescovo,  s' insospettirono,  e  fecero  di  lui  quanto  fu 
detto.  I  età  novella  la  tenera  età  facea  loro  inocenti  cioè  Ugoc- 
cioriy  e  l  Brigata  due  figli  del  conte  Ugolino  non  per  anche  no* 
minati  e  gli  altri  due  gli  altri  due  figli  che  l  canto  suso  appella 
Gaddo  ed  Anselmuccio  nominati  sopra,  due  figli  o  due  ni* 
poti,  tutti  in  linguaggio  di  civile  diritto  chiamandosi  figli,  sep- 
pure, come  alcuni  sostengono,  non  furono  tutti  figli.  E  quan- 
tunque nei  delitti  di  slato,  o  di  lesa  maestà  si  comprendano  i 
figli  ancora,  ciò  però  riguarda  soltanto  la  pena  civile,  e  non  mai 
la  criminale,  e  quindi  è  giusta  la  imprecazione  di  Dante  contro 
Pisa  che,  a  precauzione,  avrebbe  potuto  esigliarli ,  o  relegarli , 
o  deportarli  in  qualche  isola  di  Sardegna  o  Corsica,  ma  non 


810  INFERNO 

mai  punirli  di  morte  per  fame,  novella  Tebe  Pisa  che  sei  al- 
tra Tebe  fabbricata  da  Cadmo  coi  serpenti,  e  eh'  ebbe  guerre 
civili  e  fraterne  fin  dall'origine  sua. 

Poi  passammo  olire  terza  parte  generale.  Seconda  specie 
di  traditori  d' amici ,  e  commensali,  la  ove  la  gelata  il  ghiaccio 
fascia  un  altra  gente  altri  traditori  ruidamente  con  rigidezza 
non  volta  in  giù  come  la  predetta  ma  tutta  r  over  saia  costo- 
ro sono  sdraiati  per  terra  colla  faccia  volta  all' insù  per  es- 
sere più  tormentati  dal  freddo,  lo  pianto  spesso  lor  pianger 
non  lassa  non  lascia  loro  versar  lagrime,  che  il  duol  il  do- 
lore che  trova  rintoppo  trova  ostacolo  in  sugli  occhi  stretti 
dal  ghiaccio  se  volge  in  dreto  a  far  crescer  l  ambascia  ac- 
cresce l' intensione  del  dolore  al  pari  del  fumo,  che,  non  ascen- 
dendo pel  camino,  retrocede  con  molestia  insoffribile  chele 
lagrime  prime  fanno  groppo  congelandosi  e  riempion  tutto 
il  coppo  la  concavità  dogli  occhi  sotto  el  ciglio  si  come  vi- 
siere di  cristallo  come  se  le  occhiaie  fosser  vetro  o  cristallo. 
Al  misero  è  sollievo  piangere,  e  Virgilio  scrive — che  nel  versa- 
re le  lagrime  si  versa  anche  il  dolore  —  e  già  mi  paria  sentir 
alquanto  vento  avvicinandosi  al  luogo  dove  si  formava  atwe- 
gnacche  ciascun  sentimento  avesse  cessato  stallo  avesse  per- 
duto T  esser  suo  dal  mio  viso  nella  mia  faccia  per  la  freddura 
pel  freddo st  come  dun  callo  come  avviene  nei  calli,  cheson 
durezza  morta  di  cute  e  di  carne,  perche  io  dissi  maestro  mio 
che  move  questo?  Sinché  dissi,  o  Virgilio,  qual  è  la  cagione 
di  questo  vento?  non  e  qua  giù  ogni  vapor  expento  non  è 
spenta  ogni  cagione  di  vento?  Il  vento  si  produce  dal  secco 
vapore  alzato  dal  sole;  ed  in  quel  centro  non  poteva  ascendere 
vapore,  e  quindi  soffiar  vento,  ond  elli  a  me  Virgilio  disse 
avaccio  sarem  dove  tosto  saremo  in  luogo  dove  l  occhio  tuo 
ti  farà  la  risposta  di  ciò  vedrai  cogli  occhi  tuoi  la  cagion 


CANTO  XXX1I1.  811 

che  fiato  piove  l'origine  del  vento.  Quanto  ingegno  di  Dante 
in  questa  finzione!  Lo  spirito  santo  soffiando  nel  fuoco  dell'a- 
more e  di  carità  degli  uomini,  viene  somigliato  all'austro;  ma 
lucifero  avendo  lo  spirito  freddo  dell'odio  si  assomiglia  all'a- 
quilone, e  così  indura  e  ghiaccia  ogni  ardore  di  carità,  e  di 
amore. 

E  un  de  tristi  della  fredda  crosta  crosta  del  ghiaccio 
grido  a  noi  —  o  anime  crudeli  tanto  che  v  e  data  l  ultima 
postao  traditori  tanto  crudeli  che  meritaste  la  più  grave  pena 
levatemi  dal  viso  i  duri  veli  toglietemi  il  ghiaccio  delle  la- 
grime indurite  sugli  occhi  miei  si  eh  io  sfoghi  il  duol  versi 
il  dolore  che  l  cor  m  impregna  che  mi  gonfia  il  cuore  un  poco 
pria  che  l  pianto  si  r  agi  eli  tenue  refrigerio,  perchè  il  soffio 
del  freddissimo  vento  avrebbe  tosto  gelate  di  nuovo  quelle  la- 
grime! Questi  traditori,  se  per  un  momento  aprono  il  cuore 
a  pietà,  l'odio  tosto  lo  richiude. 

Io  gli  dissi  dinne  chi  se  se  tu  voli  eh  i  ti  sovegna  e  giuro 
e  se  io  non  ti  disbrigo  che  se  non  ti  levo  quel  velo  dagli  oc- 
chi in  fondo  della  ghiaccia  ir  mi  convegna  voglio  essere  dan- 
nato al  fondo  del  ghiaccio.  Lo  spirito  assicurato  rispuose  a- 
dunque  io  son  frate  Alberigo.  Fu  questi  di  Faenza,  uno  de' 
nobili  e  potenti  Manfredi,  che  tennero  spesso  il  dominio  di 
quella  città.  Fu  un  religioso  de' gaudenti.  E  nella  stessa  casa 
in  Faenza  esistevano  contemporaneamente  tre  fratelli,  Albe- 
rigo suddetto,  Albcrgetto,  e  Manfredo.  Manfredo  giovane  au- 
dace nell'anno  1286,  per  cupidigia  di  regno  tese  insidie  al 
fratello  Alberigo,  e  dopo  fiera  contesa  di  parole,  Manfredo 
diede  al  fratello  Alberigo  un  potentissimo  schiaffo.  Più  freddo 
Alberigo  dissimulò  qualche  tempo  le  ingiurie,  e  Manfredo  cre- 
dette che  l' avesse  dimenticata ,  e  tentò  riconciliarsi ,  ripetendo 
continuamente  che  bisognava  perdonare  ad  un  impeto  di  gio- 


812  INFERNO 

venti).  Si  finse  la  pace:  ed  Alberigo  preparò  un  convito,  cai 
intervenne  Manfredo  con  un  piccolo  suo  figlio;  e  terminatoli 
convito  con  molta  letizia,  Alberigo  ordinò  che  si  portassero  le 
frutta.  E  sortirono  improvvisamente  armati  nascosti  dietro  ad 
una  cortina,  i  quali  crudelmente  trucidarono  Manfredo,  ed  il 
figlio  suo,  mentre  Alberigo  rideva,  e  compiacevasi  dello  spet- 
tacolo. Costui  imitò  Assalonne,  che  dissimulò  qualche  tempo 
un'  ingiuria,  e  fece  trucidare  sulla  mensa  il  fratello.  Ma  Albe- 
rigo non  fu  peggiore,  perchè  Assalonne  riconciliato  col  padre, 
tentò  dopo  rapirgli  il  regno,  io  so n  quel  da  le  f ruota  del  mal 
orto  chiama  Faenza  mal  orto,  perchè  altra  volta  produsse  frutti 
tanto  pessimi.  Altri  ritengono,  che  veramente  il  convito  si  pre- 
parasse in  un  orto,  che  qui  riprendo  dattero  per  figo  per  se- 
guire la  metafora:  secondo  altro  testo  —  rapprendo  —  rendo, 
pago  dattero  per  fico. 

Quando  Dante  ciò  scriveva,  Alberigo  era  ancora  in  vita, 
e  perciò  o  diss  io  lui  or  se  tu  ancor  morto?  e  risponde  Al- 
berigo nulla  scienza  porto  non  ho  alcuna  notizia  come  l  mio 
corpo  sia  su  nel  mondo.  Ne' traditori  spesso  accade,  che  l'a- 
nima vada  all'Inferno,  ed  il  diavolo  regga  il  corpo  ancora  vi- 
vente nel  mondo,  e  tultociò  è  in  certo  modo  vero,  imperoc- 
ché secondo  Dante,  quando  l'uomo  tradisce,  il  diavolo  s'im- 
possessa della  di  lui  anima,  che  tosto  passa  all'Inferno,  per- 
chè il  traditore  non  si  penta,  e  muoia  ostinato.  Giuda  simil- 
mente tradì  alla  mensa,  ed  il  diavolo  impossessandosi  di  lui 
lo  fece  esclamare!/  mio  peccato  è  troppo  grande  per  meritare 
perdono  —  e  quindi  anche  Alberigo  dice  colai  vantaggio  ha 
questa  Tolomea  tale  prerogativa. 

Abbiamo  dal  libro  de'  Maccabei,  che  dopo  Alessandro 
fiorirono  in  Gerusalemme  tre  fratelli  distinti  per  virtù,  Giu- 
da Maccabeo,  Gionata,  e  Simeone,  i  quali  successivamente 


CANTO  XXXIII.  813 

ottennero  il  sommo  sacerdozio,  divennero  i  principali  cam- 
pioni d'Israello,  ciascuno  valentissimo  in  armi,  e  sosten- 
nero felicemente  molte  guerre  per  la  patria,  per  la  giusti- 
zia, per  la  libertà  contro  molti  re  e  nazioni  barbare.  Ma  Si- 
meone dilatò  maggiormente  la  gloria  del  popol  suo  e  purgò 
la  terra  di  Giuda,  e  la  governò  in  pace:  rassicurò  i  re  umili, 
e  sterminò  gP  iniqui,  e  malvagi.  Crebbe  maggiormente  il 
suo  nome  per  la  rinnovazione  dell'  alleanza  cci  romani,  dai 
quali  fu  raccomandato  ai  re  ed  ai  popoli  d'Oriente.  Già  vecchio 
godeva  di  tutta  pace  quando  ricevette  l' esterminio  da  chi  meno 
temeva.  Tolomeo  dal  Bobo  di  lui  genero,  ricchissimo,  eletto 
duce  nel  campo  di  Gerico  spinto  dall'empia  cupidigia  di  regno 
pensò  al  tradimento  di  Simeone,  e  de'  figli.  Mentre  Simeone 
visitava  la  città  di  Giuda  insieme  a  Mattatia  e  Giuda,  ed  arri- 
vava a  Gerico,  Tolomeo  li  ricevette  in  modo  regio,  e  li  trattò  a 
lautissimo  banchetto,  ivi  nascosti  uomini  armati.  Dopo  avere 
Simeone  i  e  figli  mangiato  e  bevuto,  Tolomeo  si  slanciò  cogli 
sgherri  sulla  mensa ,  e  trucidò  Simeone  ed  i  figli ,  e  spedì  messi 
ad  Antioco  nella  Siria  per  aiuti,  ed  occupò  Gerusalemme,  e 
mandò  armati  a  Gazara  perchè  scannassero  Gionata.  Ma  que- 
sti avuta  notizia  della  morte  del  padre, e  fratelli,  prevedendo 
altrettanto  a  suo  danno,  tutti  fece  uccidere  gli  armati  spediti 
da  Tolomeo.  Alberigo  dice,  che  la  suaTolomea  ha  questa  pre- 
rogativa che  spesse  volte  l'anima  ci  cade  spesso,  perchè  i 
traditori  di  rado  si  emendano  avanti  che  Atropos  morso  le 
dia  prima  di  morire  naturalmente.  Atropo  si  ha  per  l' ultimo 
fine  della  vita. 

E  sappi  che  tosto  che  l  anima  ir  ade  come  fecio  quando 
alla  mensa  scannai  Manfredo,  ed  il  figlio  il  corpo  suo  He  tolto 
da  un  demonio  che  poscia  il  governa  il  diavolo  s' impossessa 
del  corpo  mentre  che  l  tempo  suo  tutto  sia  volto  per  tutto  il 


814  INFERNO 

tempo  che  gli  era  predestinato.  E  ciò  ti  dico  poi  che  tu  più 
volontieri  mi  rada  mi  tolga  bellamente  le  invetriate  la- 
grime dal  volto  le  lagrime  gelate  dagli  occhi.  Ella  tal  anima 
ruina  in  si  facta  cisterna  in  questo  pozzo  di  ghiaccio.  La 
mensa  tradita  aggrava  il  delitto  per  la  tradita  ospitalità. 

Alberigo  scopre  un  altro  traditore  moderno,  che  sta  dopo 
di  lui  e  l  corpo  dell  ombra  che  di  retro  mi  verna  si  strin- 
ge nel  ghiaccio  forse  parea  ancor  suso  forse  vive  ancora  nel 
mondo.  Era  questi  Branca  genovese  del  casato  Doria,  genero 
di  ser  Michele  Zanche,  il  quale  dopo  la  morte  del  re  Enzio, 
ebbe  il  giudicato  della  Sardegna  detto  Logodoro.  Questi  ac- 
cise a  mensa  Michele  suo  suocero  per  torgli  le  ricchezze.  In 
Idei  saper  se  tu  vien  pur  mo  giuso,  devi  sapere ,  se  dico  il 
vero,  tu  che  da  poco  vieni  dal  mondo  etti  e  ser  Branca  dO- 
ria  e  son  più  anni  poscia  passati  che  fu  qui  richiuso  son 
già  scorsi  molt'anni,  dacché  la  di  lui  anima  fu  chiusa  in  que- 
sto ghiaccio,  mentre  il  corpo  vive  ancora  nel  mondo.  —  lo 
dissi  ad  Alberigo  io  credo  che  tu  m  inganni  che  Branca  d  0- 
ria  non  mori  unquanche  perchè  e  mangia  e  beve  e  dorme 
e  veste  panni  cose  tutte  che  i  morti  non  fanno.  Risponde  Al- 
berigo non  era  ancor  giunto  nel  fosso  su  don  Michel  Zanche 
non  era  ancor  giunto  nelle  bolgia  quinta  de'  barattieri  la  dove 
bolle  la  tenace  pece  così  prima  di  cadere  nella  pece,  cadde 
nelle  braccia  di  Branca  che  questi  Branca  lascio  il  diavol  sua 
vece  lasciò  il  diavolo  nel  corpo  invece  dell'  anima  ed  un  suo 
prossimano,  piuttosto  un  complice,  uno  spurio,  che  aiutò 
Branca  ad  uccider  Michele  che  l  tradimento  insieme  con  lui 
fece.  I  genovesi  sono  generalmente  avidi  ed  avari ,  ma  non 
per  tanto  hanno  nome  di  valentissimi  nel  mondo.  Fu  della 
detta  famiglia  un  Lampa,  uomo  di  grande  animo  che  nel  men- 
tre guerreggiava  in  mare  e  stava  sulla  poppa  contro  i  Venezia- 


CANTO  XXXIII.  815 

ni  e  suo  figlio  valorosamente  combatteva  nella  prora,  colpito 
nel  petto  da  una  freccia,  cadde  moribondo,  di  che  furono 
spaventati  i  compagni.  Ma  Lampa  nell'ardore  della  pugna, 
dimentico  del  figlio,  e  pensando  soltanto  alla  patria  ed  alla 
gloria,  accorse  sul  luogo,  e  sgridando  gli  spaventati,  coman- 
dò che  il  figlio  si  gettasse  in  mare,  esclamando — mai  in  terra 
avrebbe  avuto  così  magnifico  sepolcro  —e  ravvivata  la  pugna 
con  maggior  furore,  ne  sortì  vincitore  come  Torquato  romano, 
che  uccise  il  figlio  dopo  vinta  la  battaglia.  Ma  Branca,  prima 
del  parricidio,  si  dubita  che  fosse  dannato  air  Inferno;  e  Dante 
lo  finge  con  ragione,  imperocché  dal  momento,  in  cui  l' uomo 
fissò  di  commettere  un  delitto,  peccò  veramente  al  cospetto 
di  Dio,  e  quindi  l'atto  esterno  non  aggiunge  all' interna  de- 
liberazione.—In  ultimo  Alberigo  chiede  l'adempimento  della 
promessa  ;  ma  distendi  oggi  mai  in  qua  la  mano  verso  la  fac- 
cia mia  aprimi  gli  occhi  Dante  però  et  io  non  glieli  apersi 
non  glieli  aperse,  ed  ecco  perchè  mancò  al  giuramento  corte- 
sia fu  lui  esser  vilano  significando  in  tal  modo ,  che  ninna 
misericordia  si  deve  sentire  per  un  uomo  tanto  crudele,  e 
niuna  fede  si  ha  da  mantenere  ad  un  traditore. 

Ahi  genovesi  homini  diversi  dogai  costume!  lontani  da 
tutti  gli  altri  uomini  per  costume,  per  cupidigia,  per  tenacità. 
Niuno  in  Italia  vive  più  miseramente  di  loro,  sebbene  all'e- 
sterno appaiano  splendidi  e  magnìfici  e  pieni  dogai  maga- 
gna pieni  di  ogni  vizio  perche  non  siete  voi  dal  mondo  spersi  ! 
tolti  da  quel  mondo,  per  cui  errate  ne' mari,  esponendovi  a 
pericoli ,  ed  a  morti  per  possederlo.  Non  maravigliarti  se  Dante 
irrompe  in  due  acerbe  invettive  contro  Pisa,  e  contro  Genova. 
Queste  due  città  una  volta  traspadane ,  ebbero ,  secondo 
Giustino,  abitatori  bellicosi  — ,  i  quali  inquietarono  molto 
il  popolo  romano.  Audaci  erano,  e  Virgilio  li  dice  —  avvezzi 


816  INFERNO 

a  dure  guerre,  agli  stenti,  alle  rapine  —  Livio  del  pari  scri- 
ve—  i  ladrocini i  dei  Liguri — che  perchè  l anima  sua  in  Corifa 
si  bagna  V  anima  sua  prima  ancora  della  morie  naturale  si 
tormenta  nel  ghiaccio  per  sua  opera  pel  nero  tradimento,  et 
in  corpo  par  vivo  ancor  di  sopra  nel  mondo  de'  viventi  col 
peggior  spirto  di  Romagna  con  frate  Alberigo  che  fece  scan- 
nare un  fratello,  ed  un  piccolo  nipote  a  mensa  per  ispirito  di 
vendetta ,  e  con  questo  Branca,  che  di  propria  mano ,  e  per  cu- 
pidigia di  ricchezze  uccise  lo  suocero  a  mensa.  Ambidue  mac- 
chiati di  sangue  parricida  si  lavano  in  Cocito.  Altro  Branca  della 
stessa  famiglia,  ma  spurio,  uccise  un  proprio  fratello  in  Sar- 
degna per  rapirgli  la  signoria  di  que' luoghi,  per  quanto  mi 
fu  detto  da  genovesi  degni  di  fede. 


CANTO  XXXIV 


TK.VTO  MODERNO 


Vexilla  Regia  prodeunt  Inferni 

Verso  di  noi:  però  dinanzi  mira, 

Disse  il  Maestro  mio,  se  tu  il  discerni.  3 

Come  quando  una  grossa  nebbia  spira, 

0  quando  l'emisperio  nostro  annotta, 

Par  da  lungi  un  mulin  che  al  vento  gira;  6 

Veder  mi  parve  un  tal  dificio  allotta: 

Poi  per  lo  vento  mi  ristrinsi  retro 

Al  Duca  mio,  che  non  v'era  altra  grotta.  9 

Già  era  (e  con  paura  il  metto  in  metro) 

Là,  dove  l'ombre  tutte  eran  coverte, 

E  trasparean  come  festuca  in  vetro.  12 

Altre  stanno  a  giacere,  aJtre  stanno  erte, 

Quella  col  capo,  e  quella  con  le  piante; 

Altra,  com'  arco,  il  volto  ai  piedi  inverte.  15 

Quando  noi  fummo  fatti  tanto  avante, 

Che  al  mio  Maestro  piacque  di  mostrarmi 

La  creatura  ch'ebbe  il  bel  sembiante,  18 

Dinanzi  mi  si  tolse,  e  fé' restarmi, 

Ecco  Dite,  dicendo,  ed  ecco  il  loco, 

Ove  convien  che  di  fortezza  l'armi.  21 

Com'  io  divenni  allor  gelato  e  fioco, 

Noi  dimandar,  Lettor,  ch'io  non  lo  scrivo, 

Però  ch'ogni  parlar  sarebbe  poco.  24 

R  AMBA  L  DI  -  Voi.  1.  58 


818  INFERNO 

lo  non  morii,  e  non  rimasi- vivo  ; 

Pensa  oggimai  per  te,  s'hai  fior  d'ingegno, 

Qual  io  divenni,  d'uno  e  d'altro  privo.  57 

Lo  imperaci  or  del  doloroso  regno 

Da  mezzo  il  petto  uscia  fuor  della  ghiaccia; 

E  più  con  un  gigante  io  mi  convegno,  50 

Che  i  giganti  non  fan  con  le  sue  braccia: 

Pensa  oggimai  qua n t'esser  dee  quel  lutto 

Che  a  così  fatta  parte  si  confaccia.  53 

S'ei  fu  sì  bel,  com'egli  è  ora  brutto, 

E  contro  il  suo  Fattore  alzò  le  ciglia , 

Ben  dee  da  lui  procedere  ogni  lutto.  36 

0  quanto  parve  a  me  gran  meraviglia. 

Quando  vidi  tre  facce  alla  sua  testa! 

L'una  dinanzi,  e  quella  era  vermiglia;  39 

L'altre  eran  due,  che  s'aggiungeano  a  questa 

Sovr'esso  il  mezzo  di  ciascuna  spalla, 

E  si  giungeano  al  luogo  della  crosta.  45 

E  la  destra  parea  tra  bianca  e  gialla; 

La  sinistra  a  vedere  era  tal,  quali 

Vengon  di  là,  ove  il  Nilo  s'avvalla.  45 

Sotto  ciascuna  uscivan  duo  grandi  ali, 

Quanto  si  conveniva  a  tanto  uccello: 

Vele  di  mar  non  vid'  io  mai  colali.  48 

Non  avean  penne,  ma  di  vipistrello 

Era  lor  modo:  e  quelle  svolazzava 

Sì,  che  tre  ventici  movean  da  èlio.  51 

Quindi  Cocito  tutto  s' aggelava: 

Con  sei  occhi  piangeva,  e  per  tre  menti 

Gocciava  il  pianto  e  sanguinosa  bava.  54 

Da  ogni  bocca  dirompea  co' denti 


CANTO  XXXIV.  819 

Un  peccatore,  a  guisa  di  maciulla, 

Si  che  tre  ne  facea  così  dolenti.  T>7 

A  quel  dinanzi  il  mordere  era  nulla 

Verso  il  graffiar,  che  talvolta  la  schiena 

Rimanea  della  pelle  tutta  brulla.  60 

Quell'anima  lassù,  ch'ha  maggior  pena, 

Disse  il  Maestro,  è  Giuda  Scariotto, 

Che  il  capo  ha  dentro,  e  fuor  le  gambe  mena.    63 
Degli  altri  duo  che  hanno  il  capo  di  sotto, 

Quei,  che  pende  dal  nero  ceffo,  è  Bruto; 

Vedi  come  si  storce,  e  non  fa  motto:  66 

E  l'altro  è  Cassio,  che  par  sì  membruto. 

Ma  la  notte  risorge:  ed  oramai 

É  da  partir,  che  lutto  avcm  veduto.  69 

Come  a  lui  piacque,  il  collo  gli  avvighiai; 

Ed  ei  prese  di  tempo  e  loco  poste: 

E  quando  Tale  furo  aperte  assai/  .  72 

Appigliò  sé  alle  vellute  coste. 

Di  vello  in  vello  giù  discese  poscia 

Tra  il  folto  pelo  e  le  gelate  croste.  75 

Quando  noi  fummo  là,  dove  la  coscia 

Si  volge  appunto  in  sul  grosso  dell'anche, 

Lo  duca  con  fatica  e  con  angoscia  78 

Volse  la  testa  ov'ello  avea  le  zanche, 

E  aggrappossi  al  pel,  come  uom  che  sale, 

Sì  che  in  Inferno  io  credea  tornare  anche.         81 
Attienti  ben ,  che  per  cotali  scale, 

Disse  il  Maestro  ansando  com'uom  lasso, 

Conviensi  dipartir  da  tanto  male.  84 

Poi  uscì  fuor  per  lo  foro  d' un  sasso, 

E  pose  me  in  su  Torlo  a  sedere: 


820  INFERMO 

Appresso  porse  a  me  l'accorto  passo.  87 

Io  levai  gli  occhi,  e  credetti  vedere 

Lucifero  com'io  l'avea  lasciato, 

E  vidigli  le  gambe  in  su  tenere.  90 

E  s'io  divenni  allora  travagliato 

La  gente  grossa  il  pensi ,  che  non  vede 

Qual  era  il  punto,  ch'io  avea  passato.  95 

Levati  su,  disse  il  Maestro,  in  piede: 

La  via  è  lunga,  e  il  cammino  è  malvagio, 

E  già  il  Sole  a  mezza  terza  riede.  % 

Non  era  camminata  di  palagio 

Là  ov'eravam:  ma  naturai  burella, 

Ch'avea  mal  suolo,  e  di  lume  disagio.  99 

Prima  eh' io  dell'abisso  mi  divella , 

Maestro  mio,  diss'io  quando  fu' dritto, 

A  trarmi  d'erro  un  poco  mi  favella.  102 

Ov'è  la  ghiaccia?  e  questi  com'è  fitto 

Sì  sottosopra?  e  come  in  sì  poc'  ora 

Da  sera  a  mane  ha  fatto  il  Sol  tragitto  ?  105 

Ed  egli  a  me:  tu  immagini  ancora 

D'esser  di  là  dal  centro,  ov'io  mi  presi 

Al  pel  del  vermo  reo  che  il  mondo  fora.  108 

Di  là  fosti  cotanto,  quant'io  scesi: 

Quando  mi  volsi,  tu  passasti  il  punto, 

Al  qual  si  traggon  d'ogni  parte  i  pesi  :  111 

E  sei  or  sotto  l'emisperio  giunto, 

Ch'è  contrapposto  a  quel,  che  la  gran  secca 

Coverchia,  e  sotto  il  cui  colmo  consanto  114 

Fu  l'uom  che  nacque  e  visse  senza  pecca: 

Tu  hai  i  piedi  in  su  picciola  spera , 

Che  l'altra  faccia  fa  della  Giudecca.  117 


CANTO  XXXIV.  821 

Qui  è  di  man,  quando  di  là  è  sera: 
E  questi  che  ne  fé' scala  col  pelo, 
Fitto  è  ancor,  sì  come  prima  era.  120 

Da  questa  parte  cadde  giù  dal  Cielo: 
E  la  terra  che  pria  di  qua  si  sporse, 
Per  paura  di  lui  fé9 del  mar  velo,  123 

E  venne  airemisperio  nostro:  e  forse 
Per  fuggir  lui  lasciò  qui  il  luogo  voto 
Quella,  che  appar  di  qua,  e  su  ricorse.  126 

Luogo  è  laggiù  da  Belzebù  rimoto 
Tanto,  quanto  la  tomba  si  distende, 
Che  non  per  vista,  ma  per  suono  è  noto  129 

D'un  ruscelletto,  che  quivi  discende 
Per  la  buca  d'un  sasso,  ch'egli  ha  roso 
Col  corso  ch'egli  avvolge,  e  poco  pende.         152 

Lo  duca  e  io  per  quel  cammino  ascoso 
Entrammo  a  ritornar  nel  chiaro  mondo: 
E  senza  cura  aver  d'alcun  riposo,  139 

Salimmo  su,  ei  primo  ed  io  secondo, 
Tanto  ch'io  vidi  delle  cose  belle, 
Che  porta  il  Ciel,  per  un  pertugio  tondo: 

E  quindi  uscimmo  a  riveder  le  stelle.  139 

COMMENTO  DI  BENVENUTO 

Dante  in  quest'ultimo  canto  tratta  di  una  quarta  specie 
di  traditori,  e  del  loro  castigo.  Tradirono  essi  i  loro  padroni, 
o  benefattori.  In  tre  parti  generali  dividesi  il  canto.  —  nella 
prima  —  castigo  in  genere  di  costoro  —  nella  seconda  —  de- 
scrizione di  Lucifero,  e  di  tre  traditori  puniti  o  quanto  ecc. 
nella  terza  ed  ultima  —  descrizione  dell'  uscita  dall'  Inferno 
ma  la  nocte  ecc. 


822  INFERNO 

E  l  maestro  mio  disse  Vexilla  le  insegne  ,  ossia  le  ali  di  Lu- 
cifero, che  sembravano  ampie  vele  di  nave  e  sortivano,  e  si  mo- 
stravano di  lontano,  ed  offrivansi  alla  nostra  vista  verso  di  noi 
perciò  Virgilio  dinanzi  mira  guarda  dinanzi  a  le  se  tu  il  di- 
scerni  il  re  di  quelle  insegne,  veder  mi  parve  un  tal  dificio 
allora  come  pare  da  lungi  un  molin9  che  lo  vento  gira  quan- 
do una  grossa  nebia  spira  mi  parve  di  vedere  un  molino  a  ven- 
to fra  r  aria  scura  o  quando  l  emisferio  nostro  anocta  quando 
si  fa  notte  nel  nostro  emisfero  superiore  o  naturalmente,  o  per 
mezzo  di  nubi.  Similitudine  adatta;  imperocché  il  molino  a 
Vento  ha  le  pale  che  si  movono,  e  si  aggirano  con  molta  velo- 
cità, al  pari  di  Lucifero  che  moveva  con  celerità  le  molte,  ed 
ampie  sue  ali,  per  cui  soffiava  gran  vento,  poi  per  lo  vento 
fortissimo  me  ristrinsi  retro  al  mio  duca  di  dietro  a  Virgilio 
che  non  gli  era  altra  grotta  mancando  altro  luogo  in  cui  ri- 
pararmi, già  era  la  dove  l  ombre  erano  tutte  coperte  per  mag- 
gior pena  avendo  più  gravemente  peccato  e  traspareano  co- 
me festuca  in  vetro  i  traditori  più  vili  di  festuca  mostra vansi 
nel  ghiaccio  trasparente  che  tutti  li  copriva  e  con  paura  il 
metto  in  metro  la  mente  ab  borrisce,  o  trema  la  mano  nella 
descrizione,  altre  stanno  a  giacere  altre  stan  erte  e  di  que- 
ste ultime  quella  col  capo  col  capo  in  su  e  quella  con  le  piante 
col  capo  in  giù,  e  piantata  altra  reverte  l  volto  al  pie  volta 
la  faccia  al  piede  come  arco  ma  tutte  sotto  del  ghiaccio,  es- 
sendo tutte  perdute  affatto  nel  tradimento. 

Dinanzi  mi  si  tolse  Virgilio  mi  si  tolse  davanti  per  dar- 
mi luogo  a  vedere  quando  noi  fummo  facti  tanto  avanti  es- 
sendoci molto  accostali  alle  insegne  eh  al  mio  maestro  piac- 
que di  mostrarmi  la  creatura  eh  ebbe  el  bel  sembiante  Luci- 
fero, che  fu  la  più  bella  delle  creature  e  fé  restar  me  z  n\\  fece 
fermare  dicendo  ecco  Dite  ecco  Plutone  re  dell'inferno,  per 


C/.NTO  XXXIV.  823 

cui  questo  luogo  e  chiamato  Dite  ecco  el  loco  il  centro  dell' In- 
ferno —  onde  convien  che  di  fortezza  t  armi:  ecco  P  ultimo 
de' mali,  cui  arrivano  lutti  i  colpevoli;  perciò  sii  forte,  lecior 
non  dimandar  coni  io  divenni  allor  gelato  e  fiocho  perdendo 
forza  e  voce  eh  io  non  lo  scrivo  —  perche  —  ogni  parlar  sa- 
rebbe poco  —  io  non  mori  perchè  ancora  son  vivo  et  non  ri- 
masi vivo  giacché  perdetti  i  sensi  e  l'intelletto,  olector  pensa 
per  te  stesso  ornai  qual  io  divenni  privo  privato  d  uno  et  al- 
tro cioè  della  morte  e  della  vita  se  hai  fiore  de  ingegno  se  hai 
sentimento  ed  intelletto.  Il  diavolo  non  è  tanto  orribile  ,  come 
suona  la  lettera,  ma  Dante  lo  considera  per  la  parte  dell'ef- 
fetto, e  bisogna  per  ottenere  lo  scopo,  che  lo  dipinga  in  tal 
modo.  Il  volgo  è  persuaso,  che  ciascuno  nell'atto  di  morire 
sia  costretto  di  vedere  il  diavolo,  locchè  è  ridicolo,  quando 
non  s'intenda,  che  il  demonio,  mettendo  avanti  al  moriente 
tutte  le  passate  colpe,  tenti  ridurlo  alla  disperazione;  ma  il 
diavolo  non  è  né  piccolo,  né  grande,  non  brutto,  non  bello. 
L  imperador  del  doloroso  regno  V  imperatore  dell'  inferno 
di  mezzo  pedo  uscia  fuor  de  la  ghiaccia  dal  mezzo  in  su 
sopra,  e  dal  mezzo  in  giù  nel  centro  del  pozzo.  Le  braccia  di 
Lucifero  erano  tanto  maggiori  di  un  gigante,  quanto  un  gi- 
gante era  maggiore  dello  stesso  Dante,  e  più  mi  convegno  io 
con  un  gigante  io  Dante  ho  maggiore  rapporto  alla  grandezza 
di.  un  gigante  che  i  giganti  non  fanno  che  i  giganti  non  l'ab- 
biano con  le  sue  braccia  Dante  accorda  a  quell'imperatore 
lunghe  braccia  secondo  quel  detto  di  Ovidio.  —  Non  sai  che 
lunghe  hanno  i  re  le  braccia?  —  Questo  imperatore  poi  le 
stende  su  tutti  i  re  della  terra,  ed  in  ogni  parte  del  mondo, 
da  oriente  in  occidente.  Vedi  ornai  quanto  esser  dee  quel  tutto 
il  resto  del  corpo  chea  si  facta  parte  a  tali  braccia  si  confac- 
cia si  conformi,  o  proporzioni,  ogni  lucto  ogni  pianto  deve 


Mi  ttFfiRftO 

ben  proceder  da  lui  s  ei  fu  si  tetto  com  elio  e  ora  bruito  quan- 
to era  stato  bello  prima  della  caduta,  tanto  era  brutto,  pri- 
vato della  divina  grazia  che  prima  aveva:  alzo  le  ciglia  insu- 
perbì contrael  so  fortore  contro  del  suo  creatore,  che  dal 
nulla  lo  aveva  innalzato  a  tanta  perfezione. 

O  quanto  seconda  parte  generale  o  quanto  parve  a  mi 
gran  maraviglia  quando  vidi  tre  facete  a  la  stia  testa  Dante 
ingegnosamente  finge ,  che  Lucifero  abbia  tre  diverse  leste  per 
dinotar  la  differenza  e  distanza  tra  Dio  ed  il  demonio.  In 
Dio  è  il  sommo  bene,  e  nel  demonio  il  sommo  male.  In  Dio 
il  sommo  amore,  nel  demonio  l'odio  sommo.  In  Dio  som- 
ma sapienza,  nel  demonio  somma  ignoranza:  in  Dio  luce, 
nel  demonio  tenebre:  in  Dio  verità,  nel  demonio  menzogna:  io 
Dio  vita,  nel  demonio  morte  senza  morte.  Da  Dio  procede  ogni 
gaudio,  dal  demonio  ogni  tristezza.  Dio  altissimo  ne' cieli,  il 
demonio  bassissimo  nel  fondo  di  un  pozzo.  Dio  clemenlissimo, 
e  misericordiosissimo  perdona;  costui  crudelissimo  sempre 
odia  ed  insevisce.  Da  tali  attributi  Dante  ne  scelse  tre.  Essendo 
Dio  trino  ed  uno,  in  cui  è  sommo  potere ,  sommo  amore,  som- 
ma sapienza;  così  nel  demonio  somma  impotenza ,  sommo  o- 
dio, somma  ignoranza.  La  prima  impotenza  nel  demonio  si  mo- 
stra dal  non  potere  operare  che  il  male,  ed  il  suo  potere  ha  ori- 
gine dalla  slessa  impotenza.  Se  difatto  il  demonio  potesse  vera- 
mente operare  il  male,  sarebbe  più  potente  di  Dio  che  non  può 
fare  il  male.  L'odio  si  palesa  dal  conoscere  che  il  diavolo  odia 
coloro,  che  lo  amano,  e  lo  servono.  La  di  lui  ignoranza  si  ma- 
nifesta per  sé:  la  prudenza  è  la  prima  delle  virtù,  ed  è  base 
di  sapienza;  ma  il  demonio  none  prudente;anzi  all'opposto; 
dunque  per  necessità  ignorante:  il  diavolo  è  maligno,  ma  la 
malignità  opponendosi  alla  prudenza  non  può  essere,  secon- 
do Aristotile,  fondamento  di  sapienza.  Delle  tre  leste  luna  di- 


CANTO  XXXIV.  82ÌJ 

nanzi  cioè  quella  di  mezzo  era  vermiglia  perchè  la  mancan- 
za di  potere  lo  infiamma  e  lo  cruccia,  le  altre  eran  due  che 
s aggiungeano  a  questa  erano  attaccate  1'  una  a  destra  l'altra 
a  sinistra  sopr  esso  il  mezzo  di  ciascuna  spalla  spalle  tanto 
grandi,  che  nel  mezzo  potevano  contenere  una  leste  e  si  giun- 
geano  al  loco  de  la  cresta  si  eongiungeano  a  quella  di  mezzo 
eh'  era  più  alta  quale  cresta  e  la  testa  paria  tra  bianca  e 
gialla  pallida,  che  nella  pallidezza  si  figura  F  invidia,  e  l'o- 
dio la  sinistra  era  tal  a  veder  qual  Etiopi  vengon  di  la  on- 
de il  Nilo  s  avalla  la  testa  dalla  sinistra  spalla  era  nera  come 
un  etiope.  Il  Nilo  passa  per  F  Etiopia,  per  F  Egitto,  per  FA- 
frica.  La  faccia  nera  figura  F  ignoranza,  come  somigliante  alle 
tenebre,  sotto  ciascuna  uscivan  due  grand  ali  dunque  avea 
sei  ali,  che  figurano  le  ispirazioni  ed  istigazioni,  colle  quali 
scorre  il  mondo  tutto  quante  si  convenia  a  tanto  uccello  a 
così  grande  animale,  che  ha  bisogno  di  grandi,  e  molte  ali 
per  volare,  e  di  forti  ugne  per  rapire  e  trasportare:  vele  di 
mare  io  non  vidi  mai  cotali.  Non  è  vela,  che  faccia  correr 
nave,  come  le  ali  fan  correr  il  diavolo  pel  mondo  amaro:  e 
non  è  vela  che  tragga  nave  a  tanti  scogli,  a  tanti  naufragi, 
come  le  ali  del  diavolo  spingono  F  uomo,  nave  fragile ,  insta- 
bile, che  finalmente  va  a  sommergersi  negli  abissi  e  non  a- 
vean  penne  —  ma  de  ve$pistrello  era  lor  modo  erano  le  ali 
cartilaginose  come  ha  il  pipistrello. 

Il  pipistrello*,  o  nottola,  è  così  chiamato  perchè  vola  la 
notte,  ed  è  quasi  sorcio  volante:  ha  la  testa  di  sorcio,  ma 
più  allungata,  a  guisa  del  muso  del  cane:  qualche  volta 
mostra  fino  a  quattro  orecchie:  ha  i  denti  lunghetti,  e  con 
voce  esile  imita  il  latrato  del  cane,  piuttosto  che  lo  stridìo 
del  sorcio:  un  pelo  biondo  scuro  gli  copre  il  corpo  tutto: 
le  ali  membranacee  hanno  un  piccolo  dito  all'  estremità, 


826  INFERMO 

col  quale  si  attacca  alle  pareti  :  la  coda  è  larga ,  ed  essa 
pure  membranacea ,  ed  ha  la  figura  di  due  piedi  con  cin- 
que diti,  con  unghiette  acute,  che  pianta  nel  muro,  e  si 
sostiene  con  esse.  Non  si  posa  come  gli  altri  animali,  ma  sta 
appeso  ai  muri  fra  l'ombre,  e  presceglie  le  caverne  umide 
ed  oscure.  Trova  il  suo  cibo  nelle  mosche  e  zanzare,  che  ac- 
chiappa anche  la  notte.  Così  questo  piccolo  uccello  partecipa 
pel  furto  alcun  poco  del  sorcio,  del  cane  alcun  poco  per  cru- 
deltà, e  non  ha  stato  come  gli  altri  animali,  e  si  ciba  sol- 
tanto di  corruzione:  è  rapace,  ed  invece  di  piume  è  coperto 
di  pelo.  Il  pipistrello  traditore,  cui  si  tolsero  le  penne,  fu 
mandato  nelle  tenebre  dall'aquila,  secondo  la  favola  di  Esopo; 
e  non  ardisce  quindi  di  prodursi  alla  luce.  Lucifero  che  tradì 
il  suo  Signore  Iddio,  e  fu  scacciato  dal  cielo,  privato  di  glo- 
ria e  di  luce,  cadde  nelle  tenebre  eterne  dell'  Inferno,  e  doq 
vola  che  di  notte,  ossia  non  tenta  che  nascostamente.  Tutti 
gli  uccelli  odiano,  e  perseguitano  il  pipistrello ,  come  gli  an- 
gioli celesti  perseguitano  Lucifero  e  quelle  in  suso  alzava 
contro  del  cielo,  e  contro  Dio  si  che  tre  venti  si  partia  da 
elio  perchè  aveva  tre  paia  d'ali,  colle  quali,  agitandole, cre- 
scea  la  rigidezza  del  ghiaccio  quindi  Oocito  tutto  si  gelava 
soffiando  aquilone  l'acqua  si  agghiaccia,  così  Lucifero  che 
avea  detto  —  porrò  mia  sede  neir  aquilone  —  stringeva  il 
cuore  de'  traditori,  con  sei  occhi  piangeva  versava  lagrime  da 
sei  occhi  e  per  tormento  ghiocciava  al  petto  sanguinosa  ba- 
va versava  bava  per  ira  e  per  odio,  lacerando  crudelmente 
tre  spirili,  ed  il  sangue  di  questi  dannati  scorrendo  giù  pel 
mento,  rendeva  la  bava  di  Lucifero  sanguigna. 

Lucifero  dirompea  un  peccator  con  i  denti  da  ogni  bocca 
aveva  in  ciascuna  bocca  un  dannato,  che  rompea  a  guisa  di 
maciulla  maciulla  è  queir  islromento di  legno,  diviso  in  due 


CANTO  XXXIV.  827 

o  Ire  solchi,  ne'quali  innestandosi  altro  legno,  rompe  la  canepa 
o  il  lino.  Dicesi  volgarmente  grama  —  si  che  tre  ne  facea  do- 
lenti cosi  tormentava  in  tal  modo  i  tre  dannati,  a  quello  dinan- 
zi il  morder  era  nulla  verso  l  graffiar  il  morder  di  Lucifero 
era  niente  in  confronto  della  lacerazione  delle  unghie  che  tal- 
volta  la  schiena  rimanea  de  la  pelle  tutta  brulla  la  schiena 
era  spogliata  di  tutta  la  pelle.  —  Disse  Virgilio  quell  anima  la 
su  eh  a  maggior  pena  nel  mezzo  della  bocca  di  Lucifero,  ossia 
nella  bocca  della  testa  di  mezzo  e  Juda  Scariot  così  nomato 
dal  luogo  che  l  corpo  a  dentro  dentro  la  bocca  e  fuor  le  gam- 
be mena  fuori  della  bocca.  Costui  tradì  N.  Signore  G.  Cristo, 
da  cui  aveva  avute  tante  eccellenti  prerogative,  tradì  il  Salva- 
tore, eh*  era  Dio  e  Uomo.  Virgilio  nomina  gli  altri  due,  e 
cioè  Bruto  e  Cassio,  che  tradirono  Giulio  Cesare. 

Marco  Bruto,  e  Caio  Cassio  dopo  la  morte  di  Cesare  fug- 
girono da  Roma,  ed  occuparono  la  Siria  e  la  Macedonia,  Pro- 
vincie loro  date  dallo  stesso  Cesare.  Augusto  successo  a  Ce- 
sare, dopo  avere  soggiogato  Antonio  presso  Modena,  fece  alle- 
anza con  lui,  onde  meglio,  e  più  facilmente  vendicare  sugli 
altri  la  morte  di  Cesare.  Gli  eserciti  si  scontrarono  in  Tessa- 
glia: si  combatteva  con  tanto  furore,  che  qualche  volta  un  e- 
sercito  sembrava  vinto,  ed  era  vincitore.  Ma  la  fortuna  fu  se- 
conda ad  Augusto  per  un  doppio  errore  de*  nemici.  Mentre 
Cassio  stringeva  la  zuffa  contro  di  Antonio  per  forzarlo  a  re- 
trocedere, parve  che  P  ombra  di  Cesare  gli  venisse  incontro, 
e  si  scagliasse  contro  di  lui  (forse  il  timore  glielo  pingeva) 
sicché  atterrito  si  diede  alla  fuga.  Indi  invase  il  campo  di  Au- 
gusto, penetrò  nella  tenda,  e  vibrò  molti  colpi  di  pugnale  nel 
letto,  credendo  che  Augusto  ivi  fosse  malato,  laddove  eragià 
in  battaglia;  ma  anche  gli  accampamenti  di  Cassio  si  erano 
penetrati,  e  presi ,  e  Cassio  scorgendo i suoi  venire  al  soccor- 


$28  INFERNO 

so  credette  che  scappassero,  ed  egli  pure  si  mise  a  correre 
verso  del  monte,  e  la  polvere,  lo  strepito,  la  notte  vicina  noo 
gli  permisero  di  accertarsi  del  vero.  Spedì  allora  un  esplora- 
tore, che  per  tradimento  non  tornò,  e  Cassio,  ritenendo  tutto 
perduto,  colla  propria  spada  si  trafisse,  pagando  in  tal  modo 
la  pena  del  parricidio,  in  un  momento  in  cui  i  suoi  soldati 
erano  per  anche  da  un  lato  vincitori.  Bruto  poi  avendo  per- 
duto il  coraggio,  sapula  la  morte  di  Cassio,  dopo  una  fuga 
precipitosa,  ottenne,  a  forza  di  preci,  che  il  compagno  Stra- 
tone T  uccidesse.  Antonio  fece  bruciare  con  tutti  gli  onori  il 
di  lui  corpo  ed  il  di  lui  manto;  ma  Augusto  al  dir  di  Svelo- 
nio,  servendosi  della  prosperità  della  vittoria  fece  staccare 
dal  corpo  la  testa  di  Bruto,  e  la  spedì  a  Roma,  perchè  fosse 
appesa  sotto  la  statua  di  Giulio  Cesare.  Interrogato,  se  dove- 
vansi  sepellire  i  nemici  i  più  distinti,  rispose  sdegnato,  che 
ne  lasciava  la  cura  agli  uccelli. 

Ma  perchè  conosca  anche  meglio  la  loro  colpa  senti  quanto 
ci  lasciò  scritto  Svetonio.  Sessanta  senatori  fecero  segreta  con- 
giura contro  di  Cesare,  i  cui  capi  furono  Marco  Bruto,  Decio 
Bruto,  e  Caio  Cassio,  e  fu  ucciso  Cesare  nella  Curia  di  Pom- 
peo presso  del  Tarpeo.  Cimbro  lo  prese  per  la  toga,  e  Cassio 
gli  piantò  il  pugnale  nella  gola;  ma  Cesare  strappando  il  pu- 
gnale al  feritore,  gli  trapassò  un  braccio,  e  cadde:  tentando 
rialzarsi,  sentì  arrivargli  altro  colpo,  che  i  medici  ritennero 
pel  più  mortale.  Allora  Cesare  vedendosi  in  mezzo  a' pugnali, 
e  solo,  e  senza  aiuto,  e  senz'armi,  si  mise  colla  destra  la  toga 
sul  volto,  e  colla  sinistra  sul  petto,  raddoppiando  i  lembi,  e 
senza  metter  lamento,  si  lasciò  d'ogni  parte  ferire,  e  spirò. 
In  tal  modo  il  vincitore  di  tutte  le  nazioni  del  mondo,  fu  vinto 
da  ventitré  proditorie  ferite.  Fu  deciso  dai  congiurati  di  get- 
tarne la  salma  insanguinala  nel  Tevere,  confiscati  i  beni,  di- 


I' 


CANTO  XXXIV.  829 

chiarati  irriti  e  nulli  gli  alti  fin  là  sanciti.  Ma  la  enormità  del 
delitto,  lo  spavento  del  console  Marco  Antonio,  la  pallidezza 
di  Lepido  maestro  de' cavalieri  s'impressero  nell'animo  de* 
congiurati,  e  tutti  cercarono  salvezza  nella  fuga.  Cesare  con 
ogni  magnificenza,  e  con  regia  pompa  fu  posto  sul  rogo,  e 
sepolto  in  campo  Marzio.  Le  ceneri  raccolte  in  una  colonna 
di  marmo  numidico  alta  venti  piedi,  e  sopra  incise  le  parole 
—  al  padre  della  patria.  — Accanto  a  tal  colonna  venne  poi  il 
costume  de' sacrifizi  per  Cesare,  e  per  lungo  tempo  fu  ascritto 
nel  novero  degli  Dei,  non  solo  per  autorità  de'  principi,  ma 
anche  per  credenza  popolare,  al  pari  di  Romolo  primo  fon- 
datore di  Roma.  Ninno  de'  congiurati  sopravvisse  tre  anni,  e 
niuno  morì  di  morte  naturale,  ma  tutti  per  diverse  vicende, 
e  quasi  per  divina  vendetta,  perirono,  chi  per  naufragio,  chi 
in  guerra,  chi  per  suicidio  col  ferro  stesso,  che  aveva  Cesare 
trafitto.  In  tal  modo  la  morte  indegnissima  di  Cesare  fu  invisa 
agli  uomini  ed  al  cielo,  degli  altri  due  eh  hanno  elcapo  di 
sotto  e  perciò  hanno  i  piedi  e  le  gambe  nella  bocca  di  Luci- 
fero, e  la  testa  pendente  in  fuori  quello  che  pende  dal  nero 
ceffo  e  Bruto  dalla  nera  bocca  della  testa  sinistra.  Dante  non 
precisa  di  qual  Bruto  parli,  per  lasciarlo  interpretare  da  altri. 
A  me  sembra  Decio  Bruto,  che  fu  il  più  ingrato,  e  sconoscente. 
Sempre  con  Cesare  nelle  guerre  civili ,  e  nelle  Gallie,  e  per  lui 
Cesare  prese  Marsiglia:  sempre  lo  teneva  a  fianco  come  figlio. 
Svetonio,  ad  accrescere  la  enormità  del  tradimento,  lasciò 
scritto,  che  molti  de'feritori  di  Cesare  erano  stati  da  lui  nomi- 
nati nel  testamento  tutori  de'figli,  se  mai  Cesare  avuti  ne  aves- 
se. Altri  erano  sostituiti  a  Bruto.  Il  testamento  era  stato  scritto 
da  lui  pochi  mesi  prima  della  morte. — Potrebbe  anche  riferirsi 
a  Marco  Bruto,  che  fu  sempre  infesto  a  Cesare,  come  genero 
di  Catone.  Cesare  conosceva  la  di  lui  avversione,  eppure,  eie- 


830  INFERNO 

mente  com'  era,  non  se  n'  era  mai  vendicato.  Cesare  fu  di  a- 
nimo  grande,  di  sommo  ingegno,  al  dir  di  Tullio,  e  di  Luca- 
no, vedi  come  si  torce  e  non  fa  motto  non  metter  lamento  né 
tormenti  indica  fortezza:  l altro  pendente  dalla  bocca  a  destra 
e  Cassio  Caio  Cassio  distinto  dall'  altro  Caio  egualmente  con- 
giurato, e  dello  parmense  che  par  si  membruto  era  di  corpo 
atletico.  Dante  però  afferma,  che  Cesare  fu  degno  di  tal  morte, 
perchè  colui,  che  asperse  la  patria  ed  il  mondo  di  sangue  ci- 
vile, doveva  del  proprio  sangue  bagnare  la  terra.  —  Cesare 
aveva  desiderato  tal  modo  di  morte.  Poco  prima  di  tanto  ec- 
cidio, nata  contesa  in  una  cena  qual  fosse  il  miglior  modo  di 
morire,  Cesare  prescelse  la  morte  tostana  ed  inaspettata.  Nel- 
l'ordinario discorso  soleva  dire  —  esser  troppo  vissuto,  ma 
non  quanto  bastava  alla  gloria. 

Nota,  o  lettore,  la  disposizione  di  questa  città.  Il  re, o 
l'imperatore  sta  in  mezzo  delle  città,  e  qui  lucifero  sia  nel 
centro.  Intorno  al  re  i  magnati ,  i  principi ,  i  nobili  :  presso  Lu- 
cifero i  primi  traditori.  Gli  armati  circondano  il  regio  palazzo, 
le  porte  della  regia,  ed  intorno  al  lago  stanno  i  giganti  forti 
e  smisurati  quai  satelliti,  e  difensori  di  Lucifero,  cui  trasci- 
nano i  dannati.  Nelle  città,  e  per  le  diverse  strade  abitano  ar- 
tisti, mercatanti,  e  tutte  le  diverse  classi  cittadine;  e  dentro 
Dite  trovansi,  e  per  tutti  ì  cerchi  dell'Inferno  —  fra n dolenti, 
e  violenti.  —  Ne' subborghi  i  rozzi ,  i  vili,  e  gì'  ignoti:  e  fuori 
di  questa  città  forte  e  murata  stanno  gl'incontinenti.  Un  fiu- 
me per  lo  più  bagna  le  mura  delle  città,  e  sovra  d'esso  si  en- 
tra: e  qui  é  Acheronte  che  si  passa  per  entrare  nell'Inferno 
che  contiene  le  genti  del  mondo  intero.  Vivono  lontani  dalle 
città  i  guerrieri,  i  filosofi,  gli  eremiti,  gli  amanti  di  solitudi- 
ne, e  qui  stanno  fuori  di  città  in  prato  erboso;  ed  ameno  gli 
uomini  illustri,  i  poeti,  i  filosofi  separati  dalle  turbe  popolari. 


CANTO  XXXIV.  831 

Ma  la  mete  terza  ed  ultima  parte  ma  la  nocte  risurge 
disse  Virgilio,  e  siccome  al  venir  dalla  notte  scendemmo  al- 
l' Inferno  et  ora  mai  e  da  partir  che  tutto  avem  veduto  tutti  i 
luoghi,  e  tutti  i  tormenti  dei  dannati  nell'Inferno,  come  a  lui 
piacque  il  collo  gli  avinghiai  abbracciai  Virgilio  nel  collo  et 
ex  prese  di  tempo  colse  il  momento  e  luoco  e  poste  il  luogo, 
ola  parte  del  corpo  di  Lucifero  et  appoggiossi  alle  vellute  co- 
ste perchè  aveva  una  corta  lana  invece  di  piume  quando  l  ali 
furono  aperte  assai  e  si  discese  poscia  giù  di  velo  in  velo 
gradatamente  a  poco  a  poco  tra  il  folto  pelo  delle  ali  pelose 
e  le  gelate  coste  ed  il  rigido  ghiaccio,  lo  duca  volse  la  testa 
ov  elli  avea  le  anche  Virgilio  volse  il  capo  dove  prima  avea 
le  coscie  con  fatica  e  con  angoscia  quando  noi  fummo  la 
dove  la  coscia  se  volge  appunto  in  sul  grosso  delie  anche 
sulle  natiche  e  aggrappossi  al  vello  al  pelo  dell'ali  denso  e 
corto  com  un  che  sale  come  uno  che  monti  si  che  in  Inferno 
io  credea  tornar  anche.  A  più  chiara  dimostrazione  di  que- 
sto passo  che  sembra  oscuro,  fingi  che  la  terra  sia  forata 
nel  mezzo ,  o  nel  centro ,  e  che  il  foro  la  traversi  dall'  ih 
no  all'  altro  emisfero,  e  fingi  pure,  che  qualcuno  getti  un 
sasso  in  detto  foro,  qual  sasso  arrivi  fino  al  centro  della 
terra  :  il  sasso  si  fermerebbe  nel  centro  per  la  ragion  na- 
turale che  ogni  grave  tende  al  centro,  e  per  moversi  dal  cen- 
tro sarebbe  necessario  che  ascendesse,  locchè  per  natura  è  im- 
possibile. Dante  discese  fino  al  centro  della  terra.  Non  voleva 
retrocedere  per  non  ribattere  la  stessa  strada,  e  bramando  pas- 
sare  oltre  il  centro  ad  un  altro  emisfero  gli  era  forza  ascen- 
dere disse  l  maestro  ansando  come  lasso  attenti  bene  Virgi- 
lio affannoso  disse  :  tienti  ben  forte  colle  mani  convensi  dipar* 
tir  da  tanto  male  per  cotali  scale  non  vi  è  altro  modo  che 
questo  per  sortir  dall'  Inferno. 


832  INFERNO 

Poi  Virgilio  usci  fuor  dun  sasso  per  un  foro  rispondente 
al  centro,  nel  quale  cadde  Lucifero  come  si  vedrà  e  puosemi 
in  sul  orlo  nell'orlo  di  quel  foro  a  sedere  per  polere  trar  fiato 
appresso  porse  a  mei  accorto  passo  indi  Virgilio  mi  si  ac- 
costò, anzi  si  pose  accanto  a  me  a  sedere,  levai  gli  occhi  e  cre- 
detti veder  Lucifero  come  l  avea  lascialo  Dante  Io  aveva  la- 
sciato col  capo  in  su  e  vidi  tener  le  gambe  in  su  e  lo  vidi 
stare  in  opposta  posizione,  del  che  rimasi  stupefatto  es  iodi- 
venni  allora  travagliato  la  gente  grossa  il  pensi  grossa ,  o 
ignorante,  cui  sembra  impossibile  quanto  è  chiaro  al  filosofo: 
e  doveva  esser  così  quando  volevasi  passare  il  centro  che  non 
vide  quale  e  quello  punto  eh  io  avea  lascialo  che  non  vide 
mai,  e  non  conosce  il  centro  della  terra,  che  io  avea  oltrepas- 
sato. Disse  allora  Virgilio  levati  su  in  piedi  alzati,  che  non 
si  deve  più  star  qui  la  via  e  longa  abbiamo  tanto  cammino 
da  fare  quanto  passa  dal  centro  all'emisfero  e  l  cammino  e 
malvagio  è  difficilissimo,  dovendo  salire,  contro  del  centro 
di  gravità,  ossia  volgere  improvvisamente  a  virtù  e  già  il  sole 
a  mezza  terza  rìede  e  già  il  sole  comincia  a  nascere  nell'al- 
tro emisfero,  non  era  camminala  da  Palagio  non  era  strada 
né  facile,  né  amena,  nò  ornata  ove  n  andava  ma  naturale 
burella  oscure! ta  per  natura,  ed  angusta  eh  avea  mal  solo  che 
aveva  un  piano  incerto  e  di  lume  disagio  poco  o  nulla  di 
luce. 

Diss'  io  quando  dricto  fui  Maestro  mio  favellami  un 
poco  a  trarmi  derro  Virgilio,  toglimi  il  dubbio,  nel  quale  mi 
perdo — prima  che  dall  abisso  mi  divella  prima  che  mi 
diparta  dall'Inferno,  ov  e  la  ghiaccia  io  non  veggo  più  il  poz- 
zo del  ghiaccio  e  questi  Lucifero  com  e  fleto  si  sotto  sopra  e 
come  l  sole  ha  fatto  tragetto  come  Lucifero  è  capovolto ,  e  co- 
me il  sole  ha  fatto  passaggio  da  sera  a  mane  dall'occaso  al- 


CANTO   XXXIV.  833 

l'orlo,  o  dalla  notte  al  giorno?  in  si  pack  ora  in  così  breve 
tempo?  E  Virgilio  rispose  tu  imagini  esser  ancor  di  la  dal 
contro  ov  io  mi  presi  al  pel  del  verino  rio  credi  di  essere  an- 
cora di  là  dal  centro  nel  luogo  dove  io  mi  attaccai  al  pelo  di 
Lucifero  che  l  mondo  fora.  Ma  non  è  così,  perchè  di  la  dal 
contro  fosti  cotanto  quanto  io  scesi  tu  fosti  cotanto  lontano 
dal  centro,  quanto  è  lontano  la  nostra  discesa  dal  centro  stes- 
so; e  quando  mi  volsi  quando  volsi  la  testa  dove  aveva  i  piedi 
tu  passasti  il  punto  tu  passasti  il  centro  al  qual  si  traggon 
d  ogni  parte  i  pesi  a  cui  lutti  i  gravi  tendono,  e  se  or  giunto 
sotto  V emisperio  sei  giunto  in  opposto  all' emisfero  superiore 
che  coperchia  la  gran  secca  che  copre  la  terra  scoperta  e  sotto 
il  cui  colmo  e  sotto  il  colmo  dell'  emisfero  lomo  che  nacque 
e  visse  senza  pecca  il  nostro  Signor  Gesù  Cristo,  il  solo  sen- 
za peccato  fra  gli  uomini  fu  consumpto  fu  crocefisso,  finché 
esclamò  —  consumatum  est  — Cristo  patì,  mori,  e  fu  sepolto 
in  Gerusalemme,  che  dicesi  essere  nel  punto  il  più  alto  della 
nostra  sfera. 

Tu  ai  li  piedi  in  su  piccola  spera  tu  premi  coi  piedi  po- 
ca arena  circolare,  sulla  quale  è  il  monte  del  Purgatorio ,  quale 
arena  è  piccola  rispetto  alla  nostra  superiore  che  l  altra  par- 
te  fa  della  Giudecca  nella  parte  opposta  a  quel  monte  è  la  Giu- 
dea, giacché  il  Purgatorio  ò  in  diretta  opposizione  a  Gerusa- 
lemme, che  chiamasi  Giudecca.  Può  anche  dirsi  e  meglio,  che 
Dante  per  Giudecca  intende  l'ultima  parte  del  ghiaccio,  così 
nomandola  da  Giuda  traditore,  ed  opposta  a  quel  sasso,  cui 
erano  giunti.  E  questa  sembra  la  mente  di  Dante,  tanto  più 
che  non  avea  ancor  dato  nome  alla  quarta  regione  del  ghiac- 
cio, come  aveva  fatto  delle  altre  tre  —  Caina ,  Antenorea ,  e  Pto- 
lomea.  —  L'una  o  l'altra  interpretazione  conduce  allo  stesso 
senso. 

Uamdaldi  —  Voi.  1.  53 


856  INFERNO 

i  corpi  bellissimi  celesti  per  un  pertuso  tondo  per  un  foro 
angusto  rotondo  e  quindi  per  tal  foro  nscimo  a  riveder  le 
stelle  giungemmo  air  emisfero  inferiore  al  sorger  dell' aurora 
come  si  dirà  nel  canto  primo  del  Purgatorio.  Dante  con  som- 
ma celerità  si  allontanò  dalle  tenebre,  e  con  letizia  esultante 
arrivò  allo  splendor  delle  stelle,  cui  sia  concesso  a  noi  pure 
di  arrivare  da  quel  Dio  che  è  luce,  vita,  via,  e  verità  ne' se- 
coli de' secoli  — Amen.  — 


NOTA  DEL  TRADUTTORE 

Ne* versi  28  e  SO  di  questo  Canto  Dante  pone  nel  centro  del  mon- 
do un  nocciuolo  di  ghiaccio  invece  del  fuoco  centrale  de'  geologici  in 
seguito  confutato. 

Ne' versi  109,  110  e  111  mostra  evidentemente  di  aver  conosciu- 
ta la  gran  verità  dell'  attrazione  terrestre»  cioè  che  tutti  i  gravi  ten- 
dono al  centro. 

Ne' versi  124,  125  e  126  parla  degli  antipodi  e  di  altri  emisferi 
Unto  tempo  prima  della  scoperta  di  Colombo  e  Vespuccio. 


INDICE 


Vita  ed  opere  di  Benvenuto Pag.       i 

Proemiali"  di  Benvenuto •  .  •      5 

Prima  Cantica  dell'Inferno 19 

ARGOMENTI  DI  GASPARO  GOZZI 

CANTO  I. 

Mentre  fra  l' ombre  d' una  selva  oscura 

Dante  smarrito  in  suo  pensier  s'  attrista , 
E  all'erto  colle  di  salir  procura  ; 

Temer  lo  fa  di  tre  fere  la  vista  : 

Ma  Virgilio  v'accorre,  e  gli  promette 
Altro  viaggio,  onde  speranza  acquista; 

E  per  nuovo  cnmmin  seco  si  mette.  •    23 

CANTO  II. 

S'arresta»  e  teme  dell'aspro  viaggio. 
Chiede  a  Virgilio,  s'ei  sarà  possente 
A  sostenerlo ,  e  gli  risponde  il  Saggio  : 

Che  dal  più  puro  cielo  e  più  lucente 
Beatrice  scesa ,  che  cotanto  l' ama , 
Lo  manda  a  lui  :  di  nuovo  egli  acconsente , 

E  più  s' accende  dello  andar  la  brama.  •    60 


840  INDICE 

CANTO  111. 

All'  uscio ,  cbe  rinchiude  eterna  doglia  , 

Giunge  il  Poeta,  e  teine  in  sull'entrata  : 
Ma  il  buon  Virgilio  dell'andar  l'invoglia, 

E  vede  genie  su  nel  mondo  stala 

Senza  lode,  né  biasimo,  e  la  barca 
Per  Acheronte  da  Caron  guidata  ; 

E  come  il  peccator  in  essa  varca.  •    #4 

CANTO  IV. 

Nel  primo  cerchio,  che  l'abisso  fascia  , 
Trova  il  Poeta  quelle  anime  oneste, 
Che  non  ebber  batlesmo,  e  n'hanno  ambascia. 

L'ombre  famose  non  liete  e  non  meste 
D' Omero  e  Orazio ,  d' Ovidio  e  Lucano 
Vanno  incontro  a  Virgilio,  e  vien  fra  queste 

Accolto  Dante,  né  l'augurio  è  vano.  .  ioc 

CANTO  V. 

Olire  sen  vanno  i  due  Poeti ,  dove 

Minos  assegna  il  loco  della  pena 

All'alme  ree,  ch'ivi  discendon  nuove. 
Quivi  un  orribil  turbo  intomo  mena 

Miseri  spirli,  cui  lussuria  cinse 

Quassù  nel  mondo  in  sì  forte  catena  , 
Che  mala  voglia  in  lor  ragione  estinse.  •  140 

CANTO  VI. 

Grandine  grossa,  e  neve,  e  acqua  tinta 

Nel  terzo  cerchio  si  riversa  sopra 

Gente,  che  qui  dalla  gola  fu  vinta. 
Né  basta  cbe  tal  noia  vi  ricopra 

L' anime  ree  ;  ma  Cerbero  le  offende 

Forte  latrando ,  e  le  tre  bocche  adopra  , 
E  coli'  unghie  e  co' denti  scuoia  e  fende.  ,  jc5 


INDICE  841 

CANTO  VII. 

Taglia  le  voci  oell'  orrenda  strozza 

Virgilio  a  Pluto,  onde  i  Poeti  Tanno 

Nel  quarto  cerchio,  ch'altre  anime  ingozza. 
Prodighi  e  avari  quivi  lor  pene  hanno 

Portando  pesi ,  e  con  percosse  dare 

L' aspro  gastigo  più  aspro  si  fanno. 
Poi  d' Ira  e  Accidia  veggon  le  lordure.  »  185 

CANTO  Vili. 

Con  Flegiàs  tra  le  fangose  genti 

Vanno  i  Poeti ,  allacciasi  alla  barca 

L'ombra  orgogliosa  di  Filippo  Argenti. 
Da  se  la  scaccia  il  buon  Virgilio  ,  e  varca  ; 

Ma  giunto  a  Dite,  trova  sii  le  porte 

Schiera  di  spiriti  rei,  che  d'ira  carca 
Negagli  il  passo  a  queir  eterna  morte.  .    •  304 

CANTO  IX. 

Quando  pensosi  per  entrar  si  stanno , 

Veggon  tre  Furie,  alla  cui  fera  testa 

Per  capelli  serpenti  cerchio  fanno. 
E  mentre  fuggon  la  vista  molesta 

Del  capo  di  Medusa ,  un  messo  Eterno 

Dal  ciel  disceso  con  ira  e  tempesta 
Apre  lor  la  città  del  buio  inferno  »  326 

CANTO  X. 

Dante  nell' internai  capa  lacuna 

Desia  parlar  a  qualche  alma  macchiata 

Dell*  eresia ,  che  fra  l' arche  le  aduna. 
E  poco  sta ,  che  vede  Farinata 

Ritto  levarsi,  e  seco  lui  favella, 

Che  gli  predice  sua  vita  cambiata , 
E  dell'esilio  suo  gli  dà  novella.  •  948 


*U2  INDICE 

CANTO  XI. 

Per  lo  gran  puzzo ,  cbe  V  abisso  gitla , 

Traggonsi  dietro  ad  uoa  pietra  dura , 

In  coi  l'eterna  morte  è  d'uno  scritta. 
Narra  Virgilio,  che  nell'ombra  oscura 

De' tre  cercbi  di  sotto  hanno  lor  pena 

La  Violenza ,  la  Fraude  e  V  Usura  : 
Di  questa  a  Dante  dà  contezza  piena.  *  271 

CANTO  X4I. 

Del  settimo  girone  a  guardia  stanno 

Nesso  ,  Cbirone  e  Folo  y  alle  cui  membra  I 

D'uoni  quelle  dei  cavallo  unite  vanno. 
Costor  nel  sangue  ove  a  giacer  s' assembra 

La  mala  compagnia  de'  violenti , 

Ferisocm ,  s' uno  dagli  altri  si  smembra , 
Ed  esce  più  che  tu ,  ciel ,  non  consenti.  •  *$$ 

CANTO  XIII. 

Gittano  sangue  gli  squarciati  rami 

D' un  empio  bosco ,  dove  fan  lor  nido 

Le  Arpie  che  pascon  quelle  foglie  infami. 
Però  Dante  s' avvede  al  sangue  e  al  grido  ,  I 

Che  in  tronchi  e  sterpi  gli  uomini  cambiati, 

Formano  selva  in  queir  iniquo  lido  ; 
E  altri  son  da  cagne  lacerati.  •  319 

CANTO  XIV. 

Di  sotto  a* piedi  rena  ardente  cuoce, 

E  fiamma  accesa  si  versa  di  sopra  1 

Cd' a' violenti  in  questo  giron  nuoce. 
Chi  contro  a  Dio  e  a  natura  s' adopra 

E  contro  all'arte,  ivi  non  ha  difésa , 

Che  sotto  il  salvi ,  o  dall'  alto  il  ricopra. 
Sì  a  vendetta  di  Dio  non  vai  contesa.  ,  344 


INDICE  845 

CANTO  XV. 

In  quell'eterne  e  disperate  angosce 

Dante  cammina,  e  fra  molti  l'aspetto 

Di  Brunetto  Latini  riconosce* 
Come  a  maestro  suo  laggiù  rispetto 

Ancor  gli  mostra;  e  molto  parla  e  chiede. 

Quegli  risponde ,  e  fa  veder  dispetto 
Dell'esilio  di  Dante,  ch'ei  prevede.  •  506 

£3 

CANTO  XVI. 

Tre  grandi  alme  al  Poeta  fan  richiesta 

Della  sua  patria:  a  quelle  esso  risponde 

Così  che  io  esse  maraviglia  desta. 
Poi  con  Virgilio  giunto  ove  deli' onde 

S*  ode  il  romor,  que.tti  una  fune  cala 

Per  cenno,  e  tosto  al  cenno  corrispondo 
Gerione,  e  all'  insà  dispiega  l'ala  •  389 

CANTO  XVII. 

Poiché  del  cerchio  settimo  fu  chiara 

La  condizion,  che  quelle  anime  pone 

lo  fiamma  sempre  sì  nova  ed  amara  : 
S' adatta n  sulle  spalle  a  Gerione 

Li  due  Poeti;  egli  all'ottavo  varca, 

B  giunto  colaggiù  le  lor  persone 
D' una  stagliata  rocca  al  pie  discarca.  «  409 

CANTO  XVIII. 

Chi  tragge  alle  sue  voglie,  od  alle  altrui, 

.Femmina  con  inganno ,  ha  qui  la  pena 

Sotto  le  sferze  de1  peccali  sui. 
Più  oltre  poi  gli  adulatori  mena 

Lor  colpa  al  fondo  d' una  fossa  lorda 

D'alta  immondezza,  e  (al  (cecia  ripiena, 
Che  col  parlar  fallace  ben  s'accorda.  •  420 


844  INDICE 

CANTO  XIX. 

O  Simon  Mago  ,  o  miseri  seguaci , 

Che  patteggiaste  per  vili  tesori 

Di  sagre  cose,  sì  foste  rapaci; 
La  terza  bolgia  a  voi  serba  que'  fori 

Dove  ficcate  giuso  il  capo ,  e  il  foco 

Succia  le  gambe  che  appaioo  di  fuori , 
Né  per  luogo  guizzar  tramutai!  loco.  »  451 

CANTO  XX. 

Dove  le  reni  son  ,  volta  ha  la  feccia 

Giù  nel!'  inferno  chi  quassù  nel  mondo 

Cose  avvenire  di  predir  procaccia. 
Cammina  indietro  in  quello  oscuro  fondo , 

Sendogli  tolto  di  vedere  il  passo 

Io  altro  modo  per  lo  vallon  tondo , 
Che  dietro  al  terzo  subito  è  il  più  basso*  «  474 

CANTO  XXI. 

Bolle  di  pece  nella  bolgia  quinta 

Un  ampio  lago,  in  cui  gente  s' attuffa 

Dalli  dimoni  ivi  portata  e  spinta. 
L'anime,  che  nel  mondo  feoer  truffa, 

Son  quivi  conce,  e  gli  spiriti  felli 

Fan  con  uncini  e  raffi  orribil  zuffa. 
Perchè  non  sia  chi  fuor  tragga  i  capelli.  «  4% 

CANTO  XXII. 

Mentre  di  so  e  altrui  narra  le  colpe 

Un  tratto  fuori  della  pece  a  forza , 

B  dice  com'  ei  fu  maligna  volpe  : 
Ogni  dimonio  a  mal  fargli  si  sforza; 

Ma  egli  due  ne  inganna  finalmente , 

Sicché  fra  lor  la  rabbia  si  rinforza , 
E  va  nel  lago  la  coppia  dolente.  ,  5J6 


INDICE  845 

CANTO  XXIII. 

A  passo  a  passo  per  la  bolgia  sesta 

Degl'ipocriti  vao  l'anime  vinte, 

Gai  novo  peso  ed  eterno  molesta, 
Cappe  di  fuori  a  color  d'oro  tinte, 

Ma  piombo  dentro  gravan  loro  il  dosso 

E  il  capo,  sì  ch'esssr  vorrieno  estinte, 
Pria  che  sì  fatto  incarco  avere  addosso.  »  536 

CANTO  XXIV. 

Già  per  lo  dosso  scosceso  e  dirotto 

D' un  aspro  sasso ,  dalla  bolgia  sesta 

Sceodon  li  due  Poeti  più  di  sotto. 
Di  Gianni  Facci  lo  caso  gli  arresta , 

Ch'ivi  co' ladri  fra  le  serpi  giace , 

E  cener  fitto  di  nuovo  si  desta , 
E  conosciuto  sue  colpe  non  tace.  »  550 

CANTO  XXV. 

Ecco  di  serpi  cinto  si  marti  ra 

Caco  ladron  con  quelli  della  setta , 

Che  costaggiù  de' suoi  furti  sospira. 
E  più  ferisce  divina  vendetta  ; 

Ch'  or  no v*  uomo  ed  or  fera  divenuta 

Costà  sen  va  la  gente  maladetta  , 
E  spesso  ì* un  nell'altro  si  tramuta.  •  584 

CANTO  XXVI. 

Chi  fraudolento  altrui  porge  consiglio 

Là  giù  sen  vola  nella  fossa  ottava , 

A  cui  fiamma  novella  dà  di  piglio  : 
E  il  fascia  sì ,  che  d'  essa  non  si  cava 

Eternamente;  ed  ogni  fiamma  un  prende; 

Salvo  che  insieme  nella  fiera  cava 
Ulisse  e  Diomede  un  foco  accende.  »  607 


846  INDICE 

CANTO  XXVII. 

D'un' altra  fiamma  coperto  e  vestito 
Guido  di  Montefeltro  fuor  parole 
filanda,  cbe  fanno  ad  ascollare  i avi  io. 

E  narra  quelle  colpe,  onde  si  duole 

Sì  trasformalo,  e  come  altrui  non  giova 
Chieder  perdon  di  quel  che  far  poi  vuole. 

Chi  così  fa  perdon  da  Dio  non  trova.  •  651 

CANTO  XXV  111. 

Rotti  e  forati  da  spada  celeste 

Van  per  la  nona  bolgia  peccatori , 

Che  qui  scandali  han  mossi ,  e  scisoie  deste. 
Bertram  dal  Bornio  fra  gli  altri  esce  fuori , 

E  il  capo  suo  spiccato  alza  con  mano , 

E  a*  due  Poeti  racconta  gli  errori  , 
Ond*  è  dal  busto  il  suo  capo  lontano.  »  661 

CANTO  XXIX. 

Della  decima  bolgia  il  grembo  abbraccia 

I  falsatori  ribaldi  alchimisti , 

Che  fecero  a' metalli  mutar  faccia. 
Quivi  stan  giù  li  sciagurati  artisti 

Dolenti  e  gravi  sì ,  cbe  ognun  s*  accascia 

Per  qualche  infermità,  che  gli  fa  tristi  ; 
E  traggon  guai  con  dolorosa  ambascia.  •  6W 

CANTO  XXX. 

Correndo  sempre  per  gli  eterni  piani 

Color,  cbe  finser  sé  altra  persona, 

Mordonsi  a  guisa  di  bramosi  cani. 
E  chi  falsò  monete  vi  ragiona 

Per  sete  a  pena:  e  acuta  febbre  preme 

Chi  per  falso  parlar  danno  cagiona  i 
Ed  hanno  zuffa  di  parole  insieme.  •  730 


INDICE  847 

CANTO  XXXI. 

L'empio  gigante,  per  cui  le  favelle 

Furon  divise,  e  FTalte,  che  prove 

Fece  contro  a  gli  Dei ,  fatto  ribelle  , 
Ritrovar)  quivi ,  e  Anteo ,  cui  già  di  Giove 

Lo  figlio  accise,  si  Io  strinse  allora. 

Questi  i  Poeti  giuso  cala ,  dove 
Lucifero  con  Giuda  fa  dimora.  •  74 G 

CANTO  XXXII. 

Un  lago  tutto  quivi  entro  s'agghiaccia, 

Dove  dal  freddo  i  traditor  trafitti 

Lividi  e  mesti  in  giù  volgon  la  faccia. 
Il  Bocca  traditor  fra  que' confitti 

Nel  gelo  Uce,  onde  a' capelli  il  prende 

Dante,  e  lo  scrolla,  ed  un  degli  altri  afflitti 
Lui  manifesta,  e  Dante  lo  riprende*  •  775 

CANTO  XXXIII. 

Dell'inimico  teschio  empia  pastura 

Conte  Ugolino  giù  fa  nella  ghiaccia; 

E  narra  il  modo  di  sua  morte  dura. 
Poi  ver  la  Tolommea  lo  pie  s' avaccia 

De' due  Poeti,  e  nella  fredda  crosta 

Frate  Alberigo  a  favellar  s' affaccia  , 
Che  Dante  prega ,  e  nulla  n'  ha  risposta.  »  707 

CANTO  XXXIV. 

L' imperador  del  doloroso  regno 

Con  l'ali  sue  fa  il  vento,  onde  si  desta 

Il  gel ,  che  serve  ivi  a  divino  sdegno. 
Li  due  Poeti ,  che  la  gente  mesta 

Tutta  han  veduta,  dell' angiol  ribelle 

Scala  si  fanno  ripida  e  molesta . 
Ed  escon  quindi  a  riveder  le  stelle.  •  817 


■£*■:  <».  n«* 


%ik  *nv